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lunedì 6 settembre 2021

MONDIALI 2022: L'ITALIA ZOPPICA ANCORA E RISCHIA GROSSO. MANOVRA AD ALTO TASSO DI IMPRECISIONE, LUCIDITA' ZERO, CONDIZIONE DEFICITARIA: URGE CAMBIO DI ROTTA

E' stato un brodino, come si dice in gergo pallonaro. Ma uno di quei brodini che lasciano in bocca un retrogusto oltremodo sgradevole. Certo, di base un pareggio in casa della rivale più accreditata nella corsa al Qatar non è affatto da buttare, anzi; ma inquieta e irrita il modo in cui è arrivato. E irrita a maggior ragione dopo aver sentito le dichiarazioni post partita di Mancini e di Chiellini, che hanno straparlato di grande prestazione, superiore anche a quella di Euro 2020 a Roma contro i medesimi avversari: mi sono sentito preso in giro, senza offesa per nessuno, e non c'era bisogno di questo ulteriore boccone amaro per rendermi indigesta una serata già di per sé avvilente. 

LA PEGGIOR CRISI DEL TRIENNIO - Diciamolo: è il momento più difficile dell'eccellente era Bobby Gol. Non ci trovavamo in così evidenti ambasce tecniche dalla zoppicante Nations League 2018, ma all'epoca le giustificazioni erano solide: la squadra era un cantiere, un abbozzo, un'idea ancora di là dal diventare una realtà stabile e credibile. Oggi tutto ciò non esiste. Il fatto che questa fase di crisi si stia manifestando subito dopo il trionfo europeo è di una gravità inaudita. Nessuno ci toglierà mai quella coppa dall'albo d'oro, nessuno ci toglierà i giorni di gioia sportiva che abbiamo vissuto: ma certi titoli, importantissimi, epocali, vanno anche onorati. E onorati da subito; andate a vedervi, per esempio, il rendimento immediato della Spagna di Del Bosque dopo i suoi molteplici trionfi euromondiali: tantissime vittorie, qualche pareggio qua e là. Non si esprimeva sempre al massimo delle sue enormi potenzialità, incontrava qualche difficoltà anche contro formazioni modeste, ma in un modo o nell'altro la sfangava e portava a casa le partite. Perché le grandi squadre devono saper fare soprattutto questo: trarre il massimo anche nelle giornate di scarsa vena, anche nei momenti in cui la brillantezza latita. A maggior ragione se sono in palio punti pesantissimi, come quelli per una qualificazione mondiale. 

IL "SETTEMBRE MOSCIO" E IL CALENDARIO DA RIVEDERE - Oltretutto, questa storia della maledizione settembrina comincia francamente a stufare. Nel caso specifico forse non si poteva fare granché, per via dello slittamento di un anno dell'Euro 2020 che ha portato a un affollamento del calendario internazionale difficile da gestire con equilibrio. Ma questa défaillance di fine estate che colpisce la rappresentativa azzurra è una problematica nota da tempo: riuscirà prima o poi, la nostra federazione, a porre mano al programma calcistico interno per apportarvi le opportune modifiche? Non si chiede tanto: giusto un inizio di Serie A anticipato di sette giorni con in più l'aggiunta di un turno infrasettimanale, in modo da arrivare alla prima sosta per le nazionali con almeno quattro giornate di campionato nelle gambe e nella testa. Con i calendari che torneranno ai normali regimi pre Covid non dovrebbe essere difficile farlo, se davvero si tiene al Club Italia: a queste ultime, fondamentali e in certa misura sciagurate partite, hanno preso parte giocatori che ancora non erano scesi in campo coi rispettivi club, come Berardi, o che avevano disputato solo uno spezzone di incontro, come Chiellini. Ed errori clamorosi come quello compiuto dall'esterno del Sassuolo davanti a Sommer si spiegano anche con i muscoli imbastiti, la mancanza di abitudine all'impegno agonistico, l'assenza di lucidità e di freddezza che invece diventano bagaglio abituale per atleti rodati. 

SI PUO' VINCERE ANCHE IN QUESTO MESE - Rimango convinto che questa falsa partenza sia in larga parte dovuta al grave deficit di condizione atletica che ci affligge in questo periodo dell'anno ma, ripeto, ciò rappresenta una giustificazione solo parziale. Come avevo detto in apertura del commento a Italia-Bulgaria, in passato ci è capitato di vincere sfide importantissime in questo mese, nella identica situazione di fragilità psico-fisica. Proprio contro i bulgari, ad esempio, la Selezione di Prandelli si aggiudicò una sofferta e brutta partita nel settembre 2013, facendo il bis pochi giorni dopo con la Repubblica Ceca (e in quell'occasione offrì anche una prestazione di tutto rispetto) e conquistando in anticipo il pass per Brasile 2014; persino la mediocre Italia di Conte fece il pieno nel settembre 2015 con Malta e, ancora una volta, Bulgaria, senza incantare ma ponendo una seria ipoteca sulla qualificazione all'Europeo francese. 

TROPPI ERRORI A FRENARE LA MANOVRA - Anche la storia e la tradizione, dunque, dicono che si poteva e doveva fare meglio. Tanto più, e non mi stancherò mai di ribadirlo, da freschi campioni continentali. Nel dettaglio del match, non voglio e non posso lasciarmi incantare dalla dichiarazioni semi-trionfali del cittì e di Chiellini, di cui ho detto in apertura. Sostenere che la nostra prova di Basilea sia stata sullo stesso livello di quella del 16 giugno a Roma è un insulto alla logica e all'intelligenza. Gli azzurri hanno espresso un buon tasso di agonismo, rispondendo colpo su colpo al furore degli elvetici, ma sul piano tecnico il bilancio è in rosso. La consueta manovra avvolgente si è vista, ma stavolta è stata ostacolata da tanti, troppi errori di misura nei lanci, nei passaggi, nel controllo di palla: e se il nostro team smarrisce precisione millimetrica e rapidità di esecuzione nella fascia di mezzo, perde gran parte della propria pericolosità. Essendo, quella azzurra, una formazione dal tasso di classe piuttosto elevato, è fin troppo chiaro che tali lacune non siano fisiologiche ma dovute a fattori contingenti. 

JORGINHO: MAI COSI'  "DOWN" - Fra questi fattori, detto e stradetto della preparazione fisica quasi inesistente, non mi sento ancora di inserire l'appagamento post trionfo, perché un gruppo giovane come il nostro non può essere appagato, soprattutto se ha davanti l'obiettivo di un Mondiale da raggiungere e giocare, e perché comunque non ho visto in campo, né a Firenze né ieri sera, segnali di sufficienza o di scarsa umiltà, ma solo fiacchezza e poco sprint di gambe e di cervello. Non si può spiegare in altra maniera un Jorginho così timido, così rintanato nelle retrovie, così parsimonioso nel dispensare idee di gioco plausibili, così "sulle sue". Il rigore orrendamente calciato non è stato che l'inevitabile approdo di una prestazione gravemente insufficiente. A proposito del penalty: perché non farlo calciare ad Immobile, che dopo un primo tempo, al solito, con più ombre che luci, aveva bisogno di una iniezione di fiducia, e che i tiri dal dischetto li sa eseguire quasi sempre con maestria? Poteva essere la svolta positiva dell'incontro, per noi e per lui. Dettagli, sì, ma dettagli che in quadri tattici così equilibrati come quello di Basilea possono fare la differenza. 

PASSI INDIETRO RISPETTO A FIRENZE - Sarò una mosca bianca a pensarlo, ma secondo me, sul piano della fluidità di manovra, della precisione nella costruzione del gioco, della capacità di andare dentro e calciare pericolosamente in porta, si sono fatti grossi passi indietro rispetto a giovedì scorso. Certo, l'avversario era di consistenza diversa, giocava in casa e non è detto abbia tratto svantaggio dall'assenza di veterani come Shaqiri e Xhaka che hanno probabilmente già dato il meglio, ma, in questo triennio, i nostri avevano sofferto così tanto solo una volta, ossia nella semifinale di Wembley contro la Spagna. Potevamo vincerla comunque, certo, perché le occasioni grosse non sono mancate: nel primo tempo Ciro ha mancato l'ennesimo gol pesante del suo percorso azzurro sparando alle stelle su splendido assist di Berardi, il quale poi, lanciato da Locatelli in contropiede, ha calciato su Sommer, quindi Insigne, dopo bella combinazione con Locatelli e Immobile, ci ha provato con un tiro a giro dei suoi, purtroppo non ben calibrato come quello che a Monaco spezzò la resistenza del Belgio. Nella ripresa, detto del penalty, ci sono state altre due buone, ma non clamorose, opportunità per Insigne, la seconda ben rintuzzata da un Sommer che è più che mai, al momento, l'uomo simbolo del nuovo corso elvetico targato Yakin. 

POCHE OCCASIONI, SCARSO APPORTO DEL CENTROCAMPO - Non è molto, come si può evincere dalla cronaca: l'ItalMancio è abituata a creare molto di più, in fase di tiro. Con una produzione offensiva così modesta, sul piano qualitativo e quantitativo, già di per sé è difficile vincere, e diventa impossibile se si gettano alle ortiche le due uniche palle-gol veramente nette e limpide, che sono state due reti sbagliate, più che due prodezze del guardiano di casa. Una produzione modesta soprattutto a causa del modesto lavoro del reparto di mezzo, dove il solo Locatelli ha offerto buone illuminazioni con lanci e intuizioni di pregio, mentre della latitanza di Jorginho abbiamo detto e Barella non è mai riuscito a entrare nel vivo dell'opera di impostazione, limitandosi a un piccolo cabotaggio assolutamente inutile nella circostanza. 

BERARDI FA IL SUO, DI LORENZO SUFFICIENTE, BONUCCI NO - Insigne, come a Firenze, si è sbattuto ma non ha trovato la precisione sotto porta che un campione d'Europa "deve" avere, mentre ci penserei due volte prima di bocciare Berardi: era sì e no al 30 per cento della preparazione, ha sbagliato un gol ma ha anche messo lo zampino in quasi tutte le poche azioni pericolose dei nostri, procurandosi oltretutto il rigore causato da Ricardo Rodriguez. Certo peggio di lui ha fatto Chiesa, che probabilmente ben altro contributo avrebbe offerto giocando dall'inizio e che nel finale ha saputo solo conquistare un fallo prima di entrare in area con un insistito assolo tutto sommato fine a se stesso. Zaniolo ha toccato molti palloni, è stato presente dalla trequarti in su, ha combinato poco ma ha lasciato intravedere buone potenzialità per sviluppi nuovi e interessanti della nostra manovra d'attacco, che ne ha decisamente bisogno. Dietro, infine, a parte un paio di incertezze Di Lorenzo non ha demeritato: sicuramente un  passo avanti enorme rispetto al.... Florenzi fiorentino (ma non ci voleva molto), ma con la riserva dello scarsissimo apporto in fase di spinta, mentre ha profondamente deluso Bonucci, che ha commesso molti errori sia in copertura sia al momento di rilanciare. 

PROSPETTIVE, NUOVI TITOLARI, IL PERCORSO DA COMPIERE - Insomma, per quanto mi riguarda il quadro è questo, al di là delle surreali interviste post partita. Di eventuali correttivi sostanziali, cioè non dettati dall'ovvio turn over, cominceremo a parlare dopo Italia-Lituania, ossia dopo una vittoria obbligata, perché qualsiasi altro esito prefigurerebbe cataclismi a cui non voglio neanche pensare. I nomi, del resto, sono lì sotto gli occhi di tutti, e il bacino da cui pescare non è mai stato così ricco, negli ultimi dieci anni: dietro Lazzari, Calabria, Bastoni, Mancini, nel mezzo Pessina, Castrovilli, oltre a Locatelli ormai titolare aggiunto, dalla trequarti in su Pellegrini, Zaniolo, Kean, Raspadori: le strade per innovare e rinvigorire la squadra senza perdere competitività ci sono... 

Il tabellino di marcia che avevo abbozzato dopo Italia-Bulgaria resta valido: dieci punti da fare, di cui tre con la Svizzera, e la qualificazione è sicura. Il primo punto è stato fatto, e non è da buttare, ma era preferibile farne subito tre contro gli incompleti rossocrociati, perché vivere con l'obbligo di doverle vincere tutte non è semplice, e perché un ulteriore motivo di pressione potrebbe essere rappresentato da una Svizzera che si presenterebbe a Roma in vantaggio in classifica, e quindi con la possibilità di giostrare al meglio sul piano tattico, e abbiamo visto che, quanto a malizia e a intelligenza strategica, Seferovic e compagni sono messi piuttosto bene. Una pressione che potrebbe diminuire se, nel frattempo, i nostri rivali perdessero qualche punto per strada, ma dover cominciare già a settembre a guardare i risultati degli altri rappresenta l'ennesimo elemento di disonore di questo balordo post Europeo. 

giovedì 17 giugno 2021

EURO 2020, ITALIA-SVIZZERA 3-0: VINCE IL COLLETTIVO. A SUPPORTO DEL CENTROCAMPO, DIFESA E ATTACCO ISPIRATI E MANOVRIERI. LOCATELLI E DI LORENZO I MIGLIORI, IL LAVORO OSCURO DI JORGINHO E INSIGNE

Un'Italia "antica" eppur nuova, quella che ha strapazzato la Svizzera conquistando con un turno d'anticipo l'accesso agli ottavi. L'Azzurra del Mancio svela cammin facendo le sue risorse, che non sono infinite ma hanno se non altro il pregio dell'eterogeneità. In questi tre anni di gestione di Bobby-gol, e fino alla gara con la Turchia, abbiamo imparato ad apprezzare una squadra che gioca in punta di fioretto, facendo leva quasi esclusivamente sulle ottime doti di trattamento della palla e su una manovra avvolgente, elegante ed efficace. Ecco, ieri si è visto qualcosa di diverso e di più ricco: non che siano mancate le consuete trame in agilità e scioltezza, quel palleggio disinvolto che taglia in due gli schieramenti avversari consentendo vertiginosi approcci all'area nemica. Ma, forse per la prima volta, al pacchetto di mezzo non è toccato sostenere quasi per intero il peso del nostro gioco d'iniziativa. 

CORALITA' E AGGRESSIVITA' - La Nazionale vittoriosa sugli elvetici è stata "squadra" nel senso più pieno del termine. Il collettivo ha fatto la differenza: partecipazione corale, tutti i settori impegnati in tutte le fasi, quasi un mini calcio totale, il che è una semplice annotazione tattica, senza voler indulgere in paragoni blasfemi con certi dream team del passato, paragoni al momento fuori luogo. E però è un fatto che mai come ieri all'Olimpico si sia vista un'armonia, una fusione quasi perfetta fra i reparti, nel segno di un'equa distribuzione dei compiti. L'apporto della terza linea, per dire, è stato determinante, ma non nel senso classico del termine. Perché non si è trattato di battersi in trincea contro opponenti all'assalto, questo no: certo la multietnica rappresentativa di Petkovic al tirar delle somme ha concluso pochissimo (doppia palla gol su tentativo di Zuber ottimamente neutralizzato da Donnarumma, poi poco altro), ma non ha manifestato la timidezza turca. Il suo approccio alla gara è stato notevolmente aggressivo, soprattutto all'inizio delle due frazioni, ma non solo: i nostri hanno dovuto quindi limitarne gli estri offensivi, e lo hanno fatto non chiudendosi a riccio nell'attesa del momento opportuno per ripartire, arma strategica comune a molte Italie del passato, ma alzando il baricentro, aggredendo in pressing con continuità, contrastando e impostando subito. 

IL FONDAMENTALE APPORTO DELLA DIFESA - Tutti hanno svolto un ruolo attivo. Valga questa annotazione: nella zona nevralgica ha svettato Locatelli, non solo per i due gol che pure significano tantissimo, perché avere centrocampisti che segnano è fondamentale, questo Club Italia ne ha trovato un altro (dopo l'assaggio in Bulgaria nel marzo scorso) e conferma così una delle sue doti principali, un'arma difficilmente disinnescabile, ossia la capacità di andare a rete con diversi elementi della rosa, e non solo con le punte. E però, tolta la gara da califfo del giovane del Sassuolo, Jorginho ha svolto una tessitura preziosissima, costante, puntuale, senza sbagliare un pallone ma agendo tutto sommato sotto traccia, mentre Barella è andato a strappi, anche con qualche errore di misura pur se, tanto per gradire, ha fornito a Manuel il passaggio per il 2-0, confermandosi uomo decisivo negli snodi cruciali di ogni match. 

Insomma, un reparto che al solito ha ampiamente fatto il suo dovere, ma forse, stavolta, non sarebbe bastato, da solo, a forzare il bunker svizzero, se non avesse avuto un sostanzioso aiuto da parte del resto della formazione. Dalla difesa non sono emersi i soli, consueti sganciamenti di Spinazzola, sempre positivo nella spinta e nel cross ma con la mira da aggiustare al momento di concludere (ha sprecato il 2-0 con un esterno destro fuori bersaglio), ma ha giganteggiato Di Lorenzo, insuperabile in copertura e costantemente presente in appoggio e in costruzione; Chiellini, finché è stato in campo, ha giocato spesso sulle trequarti elvetica, il suo sostituto Acerbi si è proiettato in avanti quando ha potuto, Bonucci ha scodellato un lancio che per poco non mandava in gol Immobile, formula ampiamente utilizzata in edizioni recenti del Club Italia, da Prandelli a Conte. 

INSIGNE E IMMOBILE, I TUTTOFARE - E poi l'attacco: Berardi, coi sui cambi di passo, la sua velocità, la capacità di saltare l'uomo continua a mettere a ferro e fuoco le difese avversarie, e da una sua insistita iniziativa sulla destra è nato l'1-0 di Locatelli, il quale aveva oltretutto dato il via all'azione. Ma merita l'elogio pieno anche Insigne, che qualche commentatore ha bocciato ma che ha disputato una gara encomiabile per impegno, continuità, sacrificio, ripiegando a sostegno della seconda linea, partendo sovente da lontano e pagando così in termini di lucidità nei sedici metri finali; e anche Immobile non si è sottratto al lavoro di fatica, confermandosi poi in gran vena anche come suggeritore, visto che dai suoi piedi è partita la fase decisiva della manovra che ha prodotto il bolide di Locatelli per il bis. Gol e apporto di peso al gioco, non si poteva chiedere di meglio a Ciro dopo tante prove azzurre in chiaroscuro, ad esempio quella in Lituania che fece innervosire lui per primo. 

GLI AVVERSARI "CHE NON ESISTONO" - Questo Club Italia così fresco e sbarazzino sta suscitando le reazioni più disparate: si moltiplicano le "cadute dal pero" (conferma inequivocabile del fatto che, negli ultimi tre anni, in molti non hanno visto nemmeno mezza partita della nostra rappresentativa); persistono gli scettici, che con impegno e cocciutaggine degne di miglior causa continuano a derubricare a nullità gli avversari degli azzurri, ma mano che vengono spazzati via. Poco importa che, come ricordato a commento della gara d'esordio, la Turchia fosse reduce da colossali imprese contro i campioni del mondo francesi e contro l'Olanda oggi esaltata da tutti (imprese compiute in gare ufficiali, non in amichevoli); e poco importa che la Svizzera occupi attualmente il 13esimo gradino del ranking FIFA, un solo posto dietro la Germania, uno davanti alla Croazia battuta dagli inglesi, tre davanti alla sopra citata Olanda. Strano destino davvero, quello di questa Selezione che non riesce a commuovere né con i risultati né con il gioco, laddove in passato ci si stringeva a coorte durante e dopo gare puramente catenacciare come quelle di Saint Denis '98 o di Amsterdam 2000. 

IL MOMENTO DEI CALCOLI - Ora che abbiamo la certezza di accaparrarci uno dei primi due posti del gruppo, beh, spiace dirlo, è anche il momento dei calcoli, perché non siamo nati ieri e i percorsi post primo turno vanno studiati attentamente. Proprio questo "studio" permise all'Italia di Lippi 2006 di battersi per vincere il proprio girone e assicurarsi così una mezza autostrada fino alla semifinale; "astuzia" che non fu in grado di mettere in pratica l'Italia di Bearzot '82, complice una prima fase mediocre che ci recapitò in un secondo raggruppamento terribile; vero che da quella apparente sciagura sportiva nacquero poi le imprese epiche con Argentina e Brasile, ma nonostante tutto credo che, alla vigilia, quegli azzurri avrebbero pagato per capitare con avversari più abbordabili. In queste ore, lo spauracchio più concreto che si agita di fronte ai nostri occhi è la già evocata Olanda: vero che in Nations League le abbiamo preso quattro punti su sei giocando meglio, ma sarebbe meglio comunque evitare un confronto così precoce. Perché nelle gare a eliminazione, si sa, basta una giornata mezza storta per far svanire un sogno. Occhio... 

sabato 12 giugno 2021

EURO 2020: LUNGO LAVORO AI FIANCHI, POI GLI AZZURRI TRAVOLGONO LA TURCHIA. I TOP FIVE: BARELLA, BERARDI, IMMOBILE, SPINAZZOLA, JORGINHO

Da più parti si invoca equilibrio nel modo di approcciarsi alla Nazionale italiana e alle sue gesta. Troppo entusiasmo preventivo, si dice, e l'accusa non è del tutto campata per aria: si è cominciato assai presto, persino con uno show di prima serata su Rai 1 affidato ad Amadeus e addirittura con un documentario a puntate, sempre sull'ammiraglia, nella impegnativa fascia oraria dei Soliti ignoti. Poi gli spot della tv pubblica con festeggiamenti di vittorie azzurre che dovevano ancora arrivare. Infine, per giungere alla stretta attualità, qualche eccesso di ottimismo post trionfo nella gara d'esordio, non proprio un "Wembley, arriviamo", ma quasi. In parte è vero, ripeto, ma se equilibrio deve essere, deve esserlo a tutto tondo. Perché non è nemmeno giusto derubricare ogni successo dei nostri a ordinaria amministrazione, con la scusa che ogni avversario sia infallibilmente scarso, modesto, inesistente. E no: da possibile outsider, così l'avevano etichettata in molti, ora la Turchia è stata declassata a caricatura di squadra. La stessa caricatura di squadra che nelle qualificazioni ha preso quattro punti su sei alla Francia, e che nelle eliminatorie mondiali ha strapazzato l'Olanda, una selezione, fra l'altro, che viene sistematicamente considerata da certi esperti superiore alla nostra, e magari lo sarà anche, ma contro la quale, in Nations League, il team di Mancini ha esso pure fatto quattro punti su sei, andando a maramaldeggiare in trasferta ben al di là dello striminzito 1-0 finale. Qualcosa non quadra. 

LA TURCHIA NON E' UNA SCARTINA - So benissimo che quella di Gunes non è una big del continente, ma il ruolino di marcia recente prima citato, la solidità complessiva evidenziata a più riprese e diverse individualità di spicco ne facevano un'opponente della quale diffidare fortemente. Appena ieri si tessevano le lodi della sua difesa quasi impenetrabile, e dei gioielli Yazici e Yilmaz che hanno trascinato il Lille a uno storico scudetto in Francia, per tacere dei "nostri" Chalanoglu e Demiral. Ora, per dirla in gergo, hanno beccato pesante all'Olimpico e sono trattati come pezze da piedi. Ci vorrebbe meno strabismo nelle valutazioni critiche. Dopodiché, ripeto, questa Azzurra irriverente e garibaldina deve ancora consumarne, di suole, se vuole diventare grande, già mercoledì con la Svizzera il livello di difficoltà si alzerà di un altro piolo, ma la narrazione in base alla quale si vince perché si gioca sempre contro nessuno è inaccettabile, oltre a essere in buona sostanza non rispondente al vero. 

DIFENSIVISMO TURCO E IMPACCI NOSTRI - Mi ha sorpreso, questo sì, l'atteggiamento di estrema prudenza con cui gli ospiti hanno affrontato la gara. Una chiusura a riccio quasi al limite del catenaccio, e anche oltre, con ammucchiate e corridoi intasati dalla trequarti in giù. Forse perché era comunque lampante la superiore caratura tecnica del Club Italia, e lo stesso Gunes ne ha preso serenamente atto già prima di scendere in campo, pianificando una partita di attesa e ostruzionismo, cercando di far sfiancare gli azzurri nella continua e inutile ricerca di un varco buono, e fidando nella nostra mancanza di muscoli e centimetri in avanti. Nel primo tempo il disegno pareva avere qualche possibilità di riuscita: l'iniziativa era da subito di marca tricolore, come da copione, ma qualche errore di misura nei passaggi, insolito per il gruppo del Mancio, e qualche frazione di secondo di troppo nell'avvio e nell'elaborazione delle azioni consentivano ai rossi di contrastare efficacemente le nostre trame. 

LOCATELLI CRESCE CON MISURA, BARELLA SALE IN CATTEDRA - Qualcuno, giocoforza, ha anche avvertito il peso dell'esordio assoluto in un contesto così impegnativo, mai vissuto prima: come Locatelli, ad esempio, che per un po' si è limitato al piccolo cabotaggio, così come Barella a lungo non ha trovato le misure giuste per entrare con decisione nella fase di costruzione e di spinta. I grandi giocatori sanno superare questi comprensibili attimi di impaccio, e loro l'hanno fatto: il giovane del Sassuolo ha ripreso a tessere e palleggiare con la sicurezza e l'efficacia che gli sono proprie, pur senza svettare ma confermando la sua propensione alla conclusione a rete (un bel destro sul quale il guardiano turco si è salvato in corner), e ancor meglio ha fatto l'interista, tornato affidabile in copertura e autoritario negli inserimenti e in rifinitura, recitando da protagonista nelle tre azioni-gol, da autentico uomo-partita.

SPINAZZOLA, BERARDI, IMMOBILE, JORGINHO OK - Molti altri non hanno invece accusato il "braccino" della grande ribalta nemmeno per un minuto: non Spinazzola, freccia sempre acuminata sulla sinistra, buon crossatore e buon tiratore, con due conclusioni respinte da Cakir, la seconda delle quali ha portato al 2-0 di Immobile; non lo stesso centravanti laziale, vivo e attivo già nel difficile primo tempo e, come con la Repubblica Ceca, di nuovo assistman per Insigne, che ha sprecato una volta ma non ha fallito la seconda; e nemmeno Berardi, fin dall'inizio il più ispirato e ricco di iniziativa in prima linea, nei limiti di quanto concesso dalla muraglia allestita dai rivali, e propiziatore, col suo cross, della goffa autorete di Demiral; per tacere di Jorginho, dapprima silenzioso collante di un reparto che teneva saldamente le redini del match ma girava a vuoto, e poi califfo in una zona nevralgica che al comando sterile ha saputo infine aggiungere profondità e capacità di far male. Il citato Insigne è lievitato alla distanza dopo un primo tempo in cui è parso poco sul pezzo, ma nel complesso la sua presenza offensiva non ha avuto il peso che ci si aspettava. 

SEMPRE IN AVANTI - Ma sempre, anche in quell'ispida prima frazione "controvento", l'Italia ha pressato e giocato col muso puntato verso la porta avversaria, come da DNA ormai cristallizzato; e ha concluso tutto sommato parecchio, magari qualche volta in modo velleitario, ma ci ha provato, sganciando anche i difensori: e non è un caso che, in tanta penuria di spazi, sia stato Chiellini ad avvicinarsi maggiormente al gol con una inzuccata alzata in angolo dal portiere. Poi, la Dea Bendata ci ha dato una piccola mano per sbloccare il risultato, ma è stato un aiutino ben indirizzato verso chi più lo meritava. E in una serata del genere non è forse nemmeno il caso di sottolineare nuovamente la mancanza di una punta centrale di stazza e di grande concretezza, perché il problema persiste ma stavolta lo si è avvertito meno che in altre circostanze. 

BUONA PRODUZIONE OFFENSIVA - Ciro ha fatto in pieno il suo dovere. L'abbiamo già detto: un gol, due passaggi smarcanti, altri tiri insidiosi; sembra aver trovato la condizione giusta, e la giusta intesa coi compagni, proprio nell'occasione più importante, e contro avversari meno coperti potrebbe trovare quei metri in più per liberarsi ed essere ancor più letale. Merita fiducia. Così come la merita tutta la squadra che, al tirar delle somme, pur fra qualche imperfezione di manovra, pur parzialmente imbrigliata per quasi un'ora, alla fine ha messo insieme tre reti e almeno altre quattro mancate di poco (oltre a un penalty incredibilmente ignorato da arbitro e sala Var), per una produzione offensiva leggermente inferiore alla media ma comunque cospicua. E ora occhio alla sindrome della seconda partita, tante volte a noi fatale in passato. Perché non è vero che nei grandi tornei se parti bene sei già a un passo dal primo obiettivo (il passaggio del turno): occorre superare indenni almeno due ostacoli, prima di  programmare il futuro con discreta serenità.  

sabato 5 giugno 2021

VERSO EURO 2020: LA BELLA ITALIA CHE SCHIANTA I CECHI NON E' UNA NOVITA'. NIENTE EUFORIA, MA CAUTO OTTIMISMO



Non avevo certo bisogno di una gara come quella di ieri sera per scoprire che la nostra Nazionale, se sostenuta da una buona brillantezza fisica, è in grado di produrre espressioni di gioco di eccellente qualità impreziosendole con un'adeguata concretezza nel tiro a rete. Il problema è un altro: quale attendibilità può avere la felicissima prova generale di Bologna? Detto subito che l'avversario non era dei più semplici, essendo la Repubblica Ceca una delle magnifiche 24 pronte ad animare l'ormai prossima kermesse continentale, i tanti precedenti non possono che indurre alla massima prudenza. 

PRECEDENTI CONTRADDITTORI - Facciamo un rapido excursus storico, per scoprire come i test match prima di Mondiali ed Europei forniscano costantemente indicazioni mutevoli, contraddittorie, in definitiva di impossibile lettura (se non a posteriori, ma così è troppo facile...). Nel '78 e nell'82 la Selezione di Bearzot partì per Argentina e Spagna con due pareggi, rispettivamente uno modestissimo con la Jugoslavia (e annessi fischi del pubblico romano), e uno dignitoso ma non eccezionale in Svizzera. Quel che accadde dopo lo sappiamo tutti: due tornei iridati che sono ancora nel cuore di tutti gli appassionati tricolori. E pensiamo anche alla squadra di Prandelli che, nel 2012, concluse la preparazione per l'Euro facendosi rifilare tre pappine (a zero) dalla Russia, dopodiché in Polonia-Ucraina riuscì ad arrampicarsi addirittura, e con merito, fino alla finale con la Spagna, traguardo che nessuno, proprio nessuno, aveva anche solo osato sognare. Viceversa, nel 2008 il team guidato da Donadoni superò agevolmente il Belgio (ma non era il super Belgio attuale), Di Natale in grande evidenza, tutti contenti, poi in Austria e Svizzera fu somma sofferenza e un quarto di finale conquistato fra mille patemi. A mezza via fra queste situazioni si colloca la lunga fase di approccio al trionfo iridato del 2006: è pur vero che nelle ultime due amichevoli arrivarono due pareggi senza acuti (ma con Svizzera e Ucraina, due finaliste di quel Mondiale), ma nei mesi precedenti i ragazzi di Lippi avevano strapazzato due colossi del football, l'Olanda e la Germania, successi che diedero la misura delle notevoli potenzialità della squadra e, nel contempo, fecero crescere la consapevolezza di Toni e compagni nei loro mezzi. 

CAUTO OTTIMISMO - Quest'ultimo precedente ci dice se non altro che vincere aiuta a vincere, e sotto questo profilo la giovane Italia di problemi proprio non ne ha: rischia semmai, dopo tante vittorie, di trovarsi in qualche impaccio nel momento in cui incappasse in una di quelle giornate no che sono dietro l'angolo per tutti, nello sport. Credo tuttavia che questo sia il momento di una cauta ma convinta fiducia: non euforia, attenzione, che sarebbe del tutto fuori luogo, controproducente, perniciosa al momento di scendere in campo in una competizione in cui non possiamo in alcun modo essere annoverati fra i favoriti o semi-favoriti: Francia, Belgio, Inghilterra e Portogallo sono davanti a noi, Germania, Spagna e Olanda hanno enormi dosi di classe, per quanto il loro cammino negli ultimi anni sia stato non di rado accidentato. E poi ci sono le schegge impazzite che potrebbero vivere exploit improvvisi e regalare amare sorprese alle big: fra queste, due ce le ritroveremo davanti già nel girone iniziale di Roma, sto parlando di Turchia e Svizzera, che sulla carta ci sono inferiori ma hanno ottimi collettivi e individualità di spicco, e insomma non vanno sottovalutate per alcuna ragione al mondo. 

GIOCO BRILLANTE - Resta il fatto che, se quella del Dall'Ara è la vera Azzurra, qualche speranza di fare una discreta figura la possiamo cullare. Ripeto, nessuna novità, perlomeno per chi ha seguito tutto il percorso di crescita e di maturazione del gruppo di Mancini: compagine capace di manovrare in agilità e rapidità, con notevole proprietà di palleggio, di produrre una manovra d'iniziativa e di creare con buona frequenza situazioni di pericolo per la porta avversaria. Solo conferme, ieri sera: la straripante vitalità di Spinazzola che, come si dice oggi, "ara" la sua fascia con apprezzabile continuità ma sa mettere ottimi puntelli anche in ripiegamento; le geometrie, la saggezza e il carisma di Jorginho; la vitalità di Barella, che fa legna, spinge e conclude; le due acuminatissime frecce laterali Berardi e Insigne, entrambi in palla, il secondo addirittura scatenato. 

TUTTI AL TIRO! - Lo si è accennato: la Repubblica Ceca era sparring partner attendibile, e aveva pure iniziato bene il match, con un'occupazione del campo che ci impediva di sprigionare le nostre consuete luminarie in fase di costruzione e approccio. Se alla lunga è crollata, è più merito dei nostri che loro demerito. Il 4-0 finale sottolinea un'altra cosa importante: ormai assodato che ci manca una prima punta di autentica caratura internazionale, la rappresentativa del Mancio è in grado di colmare questa lacuna sguinzagliando in avanti, a turno, tutti gli elementi con una sia pur minima propensione offensiva: il fatto che tutti, chi più chi meno, abbiano ottime capacità di trattare il pallone, favorisce poi la facilità di sfornare azioni di notevole incisività. Discorso che vale anche per Chiellini, un habitué degli sganciamenti (benché non trovi il gol in azzurro da quasi quattro anni), ieri sera vicino alla segnatura con un sinistro al volo su corner. Abbiamo soprattutto degli incursori esterni di mortifera efficacia (non solo i due titolari di ieri, ricordiamo anche l'ottimo Chiesa visto in maglia Juve), e comunque a Bologna il suo golletto (con deviazione avversaria quasi ininfluente) lo ha fatto pure il contestato Immobile, che ha poi lanciato Insigne verso il 3-0 con un tocco beffardo. Insomma, il vuoto generazionale che ci ha per il momento privati dei nuovi Vieri, Del Piero e Inzaghi lo potremmo casomai pagare nei confronti con le grandissime del continente, ma per il resto possiamo tranquillamente ovviare al grave problema, senza caricare di eccessive aspettative il giovin Raspadori. 

SUBITO AL TOP, GIA' VENERDI' - Un dubbio, assolutamente legittimo, animerà questa vigilia: l'Italia è parsa in gran condizione, ma non è troppo presto, con un torneo (si spera per noi il più lungo possibile) che parte fra una settimana? Anche qui, difficile fare valutazioni: di certo, nella contingenza storica in cui siamo, ossia reduci da una mancata qualificazioni mondiale, sarà importante anche solo superare il primo turno per dare una riverniciata al nostro sgualcito blasone. Non siamo una di quelle rappresentative scafate e "adulte" che hanno la capacità di gestirsi e centellinare le energie, anche perché, ribadiamo, non possiamo sottovalutare nessuno. Alle corte: dovremo essere al meglio già venerdì prossimo per l'appuntamento con la Turchia, oltretutto col dovere di onorare il ritorno sugli spalti del pubblico di casa. 

PREPARAZIONE ANOMALA MA "VERA" - Il discorso sulla preparazione pre Europeo non consente, fra l'altro, paragoni con esperienze passate, nel senso che quest'anno non c'è stata, di fatto, una vera preparazione, perlomeno secondo i canoni tradizionali a cui eravamo abituati (lungo ritiro, disintossicazione dalle scorie stagionali, allenamenti graduati per entrare in forma nel momento opportuno...). L'attività interna si è conclusa tardissimo, ancora più tardi quella internazionale di club, con la finale di Champions andata in scena sabato scorso, solo dopo è toccato alle rappresentative, costrette dunque a mettere a punto i rispettivi progetti in tempi ristrettissimi. Nazionali che tuttavia, non dimentichiamolo, fra inverno e primavera hanno potuto "scaldare i motori" in vista del rendez vous di giugno con un programma più autentico di quello, classico, fatto di amichevoli pre Mondiali ed Europei, affrontando cioè le prime gare di qualificazione per Qatar 2022. Tre sfide che, per l'Italia, sono state particolarmente ispide, per quanto brillantemente risolte, e hanno rappresentato ulteriori, importanti step di sviluppo. 

IL CASO SENSI - Questo per dire che non c'è stata alcuna pausa agonistica, siamo stati costantemente sulla corda della necessità di fare risultato, ed è un bene. Abbinando il bel gioco del Dall'Ara col carattere e la cocciutaggine mostrate con Nord Irlanda, Bulgaria e Lituania, avremo già fatto un altro bel passo avanti. In Lituania, fra l'altro, a togliere le castagne dal fuoco fu Sensi, un "manciniano" della prima ora, un fedelissimo che ha offerto alla causa della nuova Italia buone prestazioni e gol pesanti. Euro 2020 doveva essere anche suo, ma ancora una volta il fisico di cristallo l'ha tradito. Pessina è una garanzia, uno destinato a rimanere a lungo in gruppo, ma aspettiamo l'interista in autunno, assieme a un lungodegente come Zaniolo, tutti ragazzi che possono e devono dare ancora tantissimo al Club Italia. 

venerdì 26 marzo 2021

ITALIA-IRLANDA NORD 2-0: BENE IL RISULTATO, GIOCO COSI' COSI'. GLI ATTEGGIAMENTI PRUDENTI E AL RISPARMIO NON FANNO PER QUESTA NAZIONALE

 Si doveva vincere e si è vinto. Sicuramente banale, ma non scontato, visto che negli occhi ci sono ancora gli imbarazzanti impacci patiti dalla Francia contro l'Ucraina, con i campioni del mondo incapaci di far valere la loro nitida superiorità di talento e avvitati in un gioco modesto e monocorde. E che dire della Spagna, bloccata sul pari interno dalla Grecia, medesima sorte toccata a Griezmann e compagni? Non erano scogli insormontabili, quelli sui quali si sono arenati i due colossi europei, così come, in linea tecnica, non lo era per noi l'Irlanda del Nord. Ma i britannici, come gli altri avversari che ci attendono nel raggruppamento, rappresentano quel tipo di squadra, tosta fisicamente e rognosa tatticamente, contro cui la nostra rappresentativa da sempre soffre le pene dell'inferno. 

UN'AZZURRA... CONTRO NATURA - Prendiamoci dunque questi tre punti, e pazienza se nella mente rimangono quei secondi 45 minuti che, andando a memoria, hanno offerto il peggio della gestione Mancini, escludendo le prime timide uscite nella Nations League 2018, ormai preistoria calcistica. Leziosità fine a se stessa, ritmi bassi, prudenza immotivata che ha portato a un abbassamento eccessivo del baricentro, col risultato di aver concesso tre-quattro occasioni pericolose a una compagine dalle risorse offensive enormemente limitate. Insomma, tutta una serie di atteggiamenti assolutamente antitetici ai principi ispiratori del nuovo corso del Club Italia. E nel marasma della ripresa non potevamo farci mancare, naturalmente, l'ossessione della  "costruzione dal basso a tutti i costi", che ci è costata alcuni svarioni difensivi malamente sfruttati dai verdi. Ora che anche lo stesso cittì ha sottolineato, nel dopo gara, come non sia necessario legarsi mani e piedi a questa formula, forse ci sarà un minimo di rinsavimento. Fin dai tempi di Sacchi, gli estremismi tattici non hanno mai portato da nessuna parte: e di questa arma strategica, per quanto redditizia in determinate circostanze, non dovrebbe abusare a maggior ragione l'Azzurra attuale. Che ha nel pacchetto di mezzo il suo punto di forza, un insieme di elementi dai piedi buoni, dal palleggio sopraffino e dalla notevole visione di gioco, e che quindi deve cercare di far partire da lì la fase d'impostazione della manovra, appoggiandosi casomai sugli esterni bassi e alti, che ad esempio nella serata di Parma hanno offerto più di uno spunto positivo. 

COSTRUIRE NEL MEZZO - E' stato un esperimento, certo, favorito anche dal fatto che il risultato era stato sostanzialmente messo in cassaforte già nella prima frazione. Ed è comunque importante provare nuove idee, ricercare fonti e strade alternative per la costruzione dell'azione, per dare ulteriori brio e imprevedibilità a un atteggiamento comunque già spiccatamente propositivo. Ma l'anima del gioco azzurro, lo ribadisco, resta lì, in quella che una volta veniva chiamata "zona nevralgica". Certo, poi qualcosina cambia se non puoi contare su Jorginho e Barella, ossia su due dei giocatori di maggiore statura internazionale del gruppo. Locatelli, comunque, ha tenuto saldamente in mano le redini della squadra, prima di appannarsi nella ripresa come gran parte dei compagni, e Lorenzo Pellegrini ha ben giostrato da trequartista in appoggio diretto al trio d'attacco. Senza i due big di cui sopra, tuttavia, la tessitura è apparsa più "spiccia", essenziale, meno fine e metodica.

BERARDI SUPER - Gli spunti migliori in fase d'attacco, come detto, sono arrivati dalle corsie esterne. Da un'iniziativa di Florenzi è nato il perentorio affondo di Berardi che ha fruttato il vantaggio, mentre per realizzare il raddoppio Immobile si è involato sulla sinistra su lancio di Insigne, freddando l'incerto Peacock-Farrell. Berardi sta vivendo il momento migliore della carriera, o forse, ed è quanto ci auguriamo, si è finalmente assestato sugli ottimi standard di rendimento che la sua classe gli impone: dai suoi piedi, altri due assist non adeguatamente sfruttati da Immobile e da Emerson, quest'ultimo non in serata di gran vena: meglio di lui, nello scarso minutaggio a disposizione, ha fatto Spinazzola, coraggioso e intraprendente negli affondo. Ripeto quanto già scritto in passato: al momento il posto di titolare sulla sinistra spetta al romanista. 

INUTILE GIOCARE AL RISPARMIO - L'intensa settimana di qualificazioni, che si estenderà fin quasi alla vigilia di Pasqua, somiglia tanto a una prova generale del format che i grandi club vorrebbero dare agli impegni delle rappresentative, concentrandoli in un unico limitatissimo spazio temporale, possibilmente a fine stagione. Anche il fatto di doversi sottoporre a tre impegni ravvicinati con punti pesantissimi in palio, cosa che di solito avviene solo nelle fasi finali di Mondiali ed Europei ma con un maggior margine di giorni di riposo fra una gara e l'altra, può avere indotto inconsciamente i nostri a rallentare nel secondo tempo, un rischio però non ben calcolato, visti gli spazi e le opportunità concesse agli irlandesi. Insomma, si poteva spingere con più tranquillità sull'acceleratore, anche perché è mia convinzione che la Nazionale attuale si trovi in una situazione invidiabile, quanto ad alternative da mettere in campo.

Già detto di Jorginho (al momento indisponibile) e Barella, c'è almeno un'altra buona decina di ragazzi che possono subentrare senza che il tono qualitativo del complesso e le espressioni di gioco ne risentano più di tanto. E parliamo di elementi, oltretutto, che stanno vivendo una stagione buona se non eccellente: il già citato Spinazzola ma anche Bastoni, Lazzari, Gianluca Mancini, Pessina, Soriano (splendida seconda giovinezza), un Chiesa che è stato fra i pochi a salvarsi nella fallimentare campagna Champions della Juventus, Grifo sempre efficace e decisivo in Germania, e quel Kean che è diventato elemento chiave del PSG e che presto, ritengo, diverrà quasi imprescindibile anche per il Mancio, in attesa del ritorno di Zaniolo, da non forzare. Insomma, abbiamo tante frecce al nostro arco, ecco perché il gioco al risparmio, come quello visto nella ripresa del Tardini, è assolutamente da evitare. E risulta anche controproducente, in quanto lontanissimo dalle corde e dallo spirito di questo Club Italia. 

lunedì 16 novembre 2020

NATIONS LEAGUE: ITALIA-POLONIA 2-0. GLI AZZURRI VINCONO E CONVINCONO, IN UN CLIMA DI FRONDA ANTI NAZIONALI

 Sono tempi duri per le Nazionali, e per una in particolare: la nostra. A molti di voi non sarà sfuggita, nelle scorse settimane, la vergognosa alzata di scudi contro la Nations League e più in generale contro le soste dedicate alle rappresentative. Nations League inutile, si dice, come se fossero utili un torneo indecoroso e tecnicamente improponibile quale l'Europa League (che acquista una parvenza di validità solo nei suoi turni conclusivi), o tante partite surreali dei campionati nazionali a cui siamo costretti ad assistere nei mesi primaverili, partite inevitabili in leghe ipertrofiche, ingolfate da squadre che un sistema calcio serio non proporrebbe mai nella massima serie. Viaggi internazionali pericolosi in tempo di pandemia, si sostiene, come se non si fossero registrati contagi e positività anche all'interno dei patri confini. Ma tanto a pagare devono sempre essere le Selezioni e mai i club. Da noi, poi, si aggiunge un problema che temo sia quasi esclusivamente italiano: l'odio aprioristico per la Nazionale. 

L'ITALIA VINCE? GLI AVVERSARI SONO SCARSI  - I social sono tutto un florilegio di attacchi alla squadra di Mancini, paragoni improponibili con un passato spesso ipervalutato e sistematica tendenza allo sminuire le qualità del Club Italia di oggi. Se si perde (e, fra l'altro, da due anni a questa parte non è mai capitato) è perché i nostri sono scarsi; se si vince, sono scarsi gli avversari. Non si scappa: è scarsa anche la Polonia, strabattuta ieri, una compagine che, al contrario di noi, ha partecipato agli ultimi Mondiali, e che poi si è qualificata, come noi, per l'Europeo vincendo il proprio girone, è tuttora in lizza per il primato nel raggruppamento di Nations e schiera molti elementi che sono punti di forza di nostre formazioni di Serie A, oltre a uno dei bomber più quotati a livello planetario, tal Lewandowski. Ma niente da fare, i nostri sono sempre avversari deboli, modesti, mediocri, come anche la Finlandia che è approdata per la prima volta alle fasi finali continentali e che nei giorni scorsi, sia pure in amichevole, ha colto un successo storico in casa della Francia campione iridata. Ah già, le amichevoli: inutili anche quelle a prescindere, figuriamoci poi in epoca di Covid. Molti evidentemente dimenticano che, per restare all'attualità, la gara con l'Estonia a Firenze era fondamentale da vincere per il ranking Fifa, e per mantenere la testa di serie in vista dell'ormai prossimo sorteggio dei gironi di qualificazione a Qatar '22: e li volevo poi sentire, giornaloni e tifosi, se putacaso l'Italia fosse finita in seconda fascia. 

CELEBRAZIONI DISCUTIBILI - Scusate la lunga digressione, ma non ne posso più. Da due anni l'Azzurra del Mancio gioca bene, e gioca un calcio moderno, propositivo, aggressivo, financo elegante. Il cittì ha saputo valorizzare i giovani come pochi suoi successori, ha dato la possibilità di fare minutaggio ed esperienza a elementi che non trovavano spazio nei club, e così abbiamo scoperto che i talenti sono ritornati a fiorire, seppur non in tutti i ruoli e reparti. Non si può essere ciechi di fronte alla crescita esponenziale fatta registrare dal nostro movimento dopo lo scempio dell'esclusione da Russia 2018. A proposito: in questi giorni, molti siti web e pagine social hanno trovato interessante "celebrare" i tre anni dalla Caporetto con la Svezia. A parte la bizzarria dell'anniversario (perché celebrare un triennio? Che senso ha?),  ognuno fa legittimamente le scelte giornalistiche che vuole, ma sinceramente mi è sfuggita l'utilità di certi approfondimenti, in questo particolare momento storico. Personalmente, preferisco soffermarmi sul fatto che abbiamo di nuovo una Selezione degna di questo nome, che inchioda davanti al televisore e che ci fa disperare non per il gioco e per i risultati, ché quelli non mancano quasi mai, ma per l'incapacità di chiudere con buon anticipo i match pur creandone ripetutamente i presupposti 

CONVINCENTI E PROPOSITIVI - E' quanto accaduto ieri a Reggio Emilia, ed è stata l'unica macchia di una gara tra le più brillanti, efficaci e convincenti del nuovo corso azzurro. Conforta soprattutto una cosa: l'Italia può incappare in serate no, come in occasione del recente pareggio con l'Olanda, ma sono eventi episodici. Il trend, da fine 2018 ad oggi, è chiaro: il livello delle prestazioni è quasi costantemente alto, con oscillazioni dovute anche a situazioni contingenti. Poche ore fa, ad esempio, non erano disponibili Bonucci, Chiellini, Spinazzola, Biraghi, Verratti, Sensi, Castrovilli, Zaniolo, Immobile, Pellegrini, Chiesa, Kean. Per un calcio stracolmo di improponibili stranieri, che offre al Commissario Tecnico e al suo staff un bacino di azzurrabili estremamente limitato, sono assenze pesanti. Eppure, si riesce sempre a mettere in campo formazioni competitive, soprattutto in grado di non discostarsi dal DNA originario imposto dal trainer, cioè di non agire "in emergenza" ripiegando su moduli e tattiche più conservative; anche rimaneggiati, la filosofia è sempre quella di tenere il muso puntato verso la porta avversaria, di manovrare, di giocare la palla. E questa Italia lo può fare perché si ritrova un centrocampo dall'altissimo tasso di classe. 

CENTROCAMPO STELLARE, DIFFICOLTA' A FINALIZZARE - Anche questa non è una novità, per chi segue costantemente la Nazionale, ma va ribadito: le doti di palleggio, la capacità di costruzione di gioco della nostra zona nevralgica sono già adesso di caratura europea. Impressionante ed emblematica la ragnatela di passaggi che ha portato al sospirato raddoppio di Berardi su lancio di Insigne. A proposito: il napoletano si è ormai assestato su una quota di rendimento costante e soddisfacente. Ieri è stato il vero animatore di un attacco menomato da Covid e infortuni, ha sfiorato un gol con un tiro ad effetto, un altro lo ha realizzato vedendoselo però cancellato dall'arbitro per fuorigioco di posizione di Belotti. Insomma, dopo tanti dubbi, dopo una lunga attesa, ora abbiamo avuto le conferme che servivano per considerare Lorenzo come elemento chiave della formazione azzurra. Una formazione che è anche tornata a produrre palle gol in quantità: fra il rigore di Jorginho e il 2-0, oltre ad Insigne ci hanno provato Barella con un tiro alto di poco, Emerson sul cui sinistro si è immolato Bereszynski, e due volte Belotti, con una bella girata fuori bersaglio e con una occasione clamorosa fallita a tu per tu con Szczesny, sulla quale peraltro c'è stato un clamoroso mani in area di Bednarek non sanzionato dal direttore di gara francese Turpin. Il Gallo si è anche procurato il rigore dell'1-0 ma, complice una condizione fisica approssimativa, non è ancora la bocca di fuoco di cui questa squadra avrebbe necessità. Lo abbiamo detto: si gioca bene, si produce tanto, ma non si raccoglie in proporzione a quanto seminato. La mente torna anche alla gara vinta in Olanda, che per larghi tratti dominammo uscendo però dal campo con un risicato 1-0. 

MIGLIORARE L'EFFICACIA DEGLI INSERIMENTI DA DIETRO - Se l'immenso Immobile laziale in azzurro perde pericolosità, complice anche un quadro tattico a lui non del tutto congeniale, se Belotti non compie il salto di qualità definitivo, se Caputo abbisogna di ulteriori conferme in campo internazionale, le soluzioni restanti non sono molte: una potrebbe essere Kean, che sta facendo benissimo al Paris Saint Germain e che, dopo i problemi caratteriali, si avvia a diventare una carta forse decisiva per il futuro del nostro calcio. Nel frattempo, per porre parzialmente rimedio ai limiti offensivi, occorrerebbe maggiore efficacia conclusiva da parte di chi si inserisce da dietro. Barella, ad esempio, può arrivare al tiro anche più frequentemente di quanto già non faccia, mentre abbiamo visto in un paio di occasioni un Florenzi che, giunto in posizione di "sparo", ha cincischiato fino a perdere l'attimo propizio, ed è abbastanza strano per un giocatore che, ai tempi della militanza romanista, ha sempre avuto una buona confidenza con la porta avversaria. 

LOCATELLI SUPER, DIFESA BLINDATA - Rimangono però dati di fatto assolutamente confortanti: la citata, poderosa mole di gioco che scaturisce da un centrocampo di qualità, in cui sta emergendo prepotentemente Locatelli, capace di alternare squisitezze tecniche a giocate di cruda efficacia e precisione. E una difesa solida, sicura, a tratti persino disinvolta in certe uscite in palleggio dall'area. Acerbi ha dominato la terza linea in lungo e in largo, sfoderando tratti di leadership tali da non far rimpiangere Bonucci e Chiellini, Al suo fianco Bastoni ha offerto una prova con pochissime sbavature: sarà anche un pochino merito loro se il "Pallone d'oro virtuale" Lewandowski è stato pressoché disinnescato? Sulle fasce è arrivata una spinta costante da Florenzi ed Emerson, con quest'ultimo capace di prodursi anche in preziose chiusure. Dopo tutto questo, però, la final four rimane da conquistare: siamo primi, ma il viaggio in Bosnia non è mai una passeggiata. Dzeko e compagni non hanno avuto una Nations felice, ma all'andata, a inizio stagione, ci bloccarono sul pari, quindi vincere è tutt'altro che scontato. Ah, una cosa, per chiudere il cerchio con quanto detto all'inizio: se, nonostante le premesse, il primato nel gruppo non dovesse essere centrato, cosa possibilissima, niente lamenti, per favore. Questa Italia è mediocre, no? E allora perché pretendere risultati che non è in grado di ottenere? 

lunedì 12 ottobre 2020

NATIONS LEAGUE: IN POLONIA UN'ITALIA DEPOTENZIATA DAL TERRENO E DA UN JORGINHO FUORI FASE. I REBUS DI UN ATTACCO POCO INCISIVO

Calma, ragazzi. Quando hai alle spalle un biennio di partite giocate in un certo modo, secondo uno stile ben definito, con una chiara linea tecnica, una gara come Polonia-Italia di ieri non può destare preoccupazione. Qualche perplessità magari sì, ma nessun allarmismo. Non è mai bello aggrapparsi a scusanti che esulano dalla classe e dal valore dei singoli, ma, caspita, fare calcio su un manto erboso (?) come quello visto a Danzica credo sia impresa ai limiti dell'impossibile. Per "fare calcio" si intende manovrare, costruire, trattare la palla con una certa padronanza. Ovvio che bisogna adattarsi a ogni situazione, ma su un campo di patate a rimetterci non può che essere la squadra più ricca di qualità, più propositiva, più portata al fraseggio.

CAMPO DI PATATE - Tutto questo andava detto, perché appiccicare etichette di mediocrità a determinati calciatori dopo novanta minuti così particolari, direi unici, è profondamente ingiusto. Proprio a partire dalla precedente trasferta polacca di Nations League, nell'autunno 2018, Mancini ha plasmato una rappresentativa dall'altissima capacità di palleggio, di tessitura precisa al millimetro, in grado di non sprecare che pochissimi palloni. L'Italia del Mancio è questa, quella dal gioco elegante e privo di sbavature che ha fruttato dieci vittorie su dieci match nelle qualificazioni europee e anche le goleade attese per decenni, ultima della serie il recente 6-0 in amichevole con la Moldavia - Moldova. Alle corte: tutti quei passaggi sbagliati, tutte quelle palle perse, difficilmente li rivedremo ancora da parte dei nostri. Così come è quasi matematico che Jorginho non commetterà mai più tutti quegli errori di misura, di tocco, di controllo visti poche ore fa: mai più, nemmeno se ci si mettesse d'impegno. 

IN MEZZO BRILLA SOLO VERRATTI - Che poi, al di là del terreno, l'italo-brasiliano sia incappato in una serata assai poco brillante è un altro dato di fatto, e apre il capitolo dei lati oscuri della prova di Danzica. Si è rivisto il trio di centrocampo teoricamente titolare, ma solo Verratti ha svolto appieno il suo compito, con buone intuizioni in fase costruttiva e il consueto apporto in copertura, mentre Barella, pur sufficiente, si è visto a tratti e, in particolare, non ha mostrato la risolutezza negli inserimenti sfoderata in altre circostanze. Più in generale, è stata un'Italia frenata da strane titubanze al momento di concludere, poco sbrigativa, più incline al passaggio in eccesso, alla rifinitura superflua, che alla battuta a rete. Limite grave soprattutto in certe gare, nelle quali il dominio della manovra non riesce ad essere continuativo. In effetti, sono stati i nostri a condurre le danze, come quasi sempre capita, ma spesso le loro trame sono state spezzate, vuoi per mancanza di precisione vuoi per le brutture del campo, consentendo ai padroni di casa veloci ripartenze, peraltro approdate a rari pericoli. Ne abbiamo contati due, sostanzialmente, neutralizzati da ottimi interventi difensivi: Emerson ad anticipare su Lewandoski nel primo tempo, e Acerbi che ha deviato di pochi millimetri la conclusione ravvicinata di Linetty, sventando una beffa in extremis che sarebbe stata inaccettabile. 

EMERSON OK, CHIESA NO - Dicevamo di Emerson: pur non sempre preciso, ha sostanzialmente convinto per spinta, buon contributo dietro e un paio di pericolosissime incursioni in avanti, che nella ripresa han fatto gridare al gol. Un suo colpo di testa in tuffo su traversone di Chiesa è finito di poco a lato, poi si è presentato solo davanti a Fabianski, venendo però sbilanciato da un difensore al momento di concludere. Rimango tuttavia del parere che, in questo momento, Spinazzola sia più affidabile per continuità, lucidità e perizia nelle giocate, ma, insomma, sul versante mancino di retroguardia siamo messi piuttosto bene, visto che anche Biraghi il suo lo fa sempre. Buona la prova di Florenzi, più che altro sul piano quantitativo, e discreto Pellegrini, il più attivo e propositivo sul fronte offensivo, ma con la macchia dei tre calci d'angolo sprecati. Chiesa rischia di diventare un problema: incredibile il gol sbagliato in avvio davanti alla porta, poche iniziative degne di nota, tanta confusione. Non è questo il Federico che avevamo conosciuto, rapido, sgusciante, abile nel saltare l'uomo: l'auspicio è che la Juve lo rigeneri e lo trasformi in un campione a tutto tondo, perché ne abbiamo bisogno. 

BUON KEAN E IL REBUS IMMOBILE - Meglio di lui, da subentrato, ha fatto Kean, all'inizio un po' indolente ma cresciuto col passare dei minuti: anche per il neo PSG, però, sono mancate cattiveria e determinazione, che possono arrivare giocando e facendo esperienza ad alto livello. Ancora una prova grigia, infine, da parte di Belotti, e il quadro non è migliorato con Caputo, nello scarso minutaggio avuto a disposizione. Problemi nei sedici metri finali, dunque, e il fatto che le palle gol più nitide della ripresa siano capitate su piede e testa di un difensore (le due citate di Palmieri) deve indurre a severa riflessione. Contro l'Olanda, l'occasione sarà quantomai propizia per lanciare con convinzione Immobile. Per l'ennesima volta: la Scarpa d'oro europea non può avere un ruolo marginale in rappresentativa, a costo di attuare qualche aggiustamento tattico che, peraltro, non porterebbe stravolgimenti radicali allo stile di gioco della squadra. 

martedì 8 settembre 2020

NATIONS LEAGUE: AD AMSTERDAM IL SUCCESSO PIÚ PESANTE DEGLI ULTIMI QUATTRO ANNI AZZURRI. LA GRAN SERATA DI SPINAZZOLA E LOCATELLI. E ZANIOLO TORNERÀ


La vittoria di Amsterdam è la più "pesante", oltreché prestigiosa e importante, degli ultimi quattro anni azzurri, diciamo a far data dallo strepitoso 2-0 inflitto alla Spagna negli ottavi di Euro 2016. Di sicuro un significativo esame universitario superato, perché dalla prova di maturità delle qualificazioni continentali l'Italia era già uscita a pieni voti, mentre una prova del nove sulla competitività di questa squadra serviva più che altro agli ipercritici, agli scettici ad oltranza, ai San Tommaso calcistici (della serie "se non li vedo battere una grande, non credo alla loro forza"). Discorso che personalmente non mi ha mai riguardato, e l'ho scritto tante volte su queste pagine, anche nei giorni scorsi: al di là della relativa caratura degli avversari, undici vittorie consecutive non si ottengono mai, e sottolineo mai, per caso. Nello specifico, dietro il filotto dei Mancini boys, interrotto venerdì dalla Bosnia, c'era qualcosa di estremamente concreto e sostanzioso, sol che lo si volesse vedere senza abbandonarsi alle trite tiritere sui calciatori italiani che non sono più quelli di una volta: c'era un progetto tattico ben definito, c'erano giocatori con doti di palleggio e personalità in sboccio, c'era uno spirito sbarazzino, aggressivo, propositivo. 
AUTORITARI ALL'ESTERO, NON ACCADE SPESSO - Queste doti si erano intraviste anche al Franchi, pur nelle difficoltà di quella serata, dal ritorno all'impegno agonistico dopo dieci mesi alla condizione fisica approssimativa e all'assenza di uomini chiave. Queste doti son tornate ad emergere nitidamente nell'Arena intitolata a Cruijff. Il Club Italia post disastro Mondiale è un team che non ha paura di prendere l'iniziativa e che sa impadronirsi del gioco anche su campi difficili e contro rivali di rango. In senso assoluto, in quasi quarant'anni che seguo il calcio non mi è capitato spessissimo di vedere la nostra Nazionale andare all'estero a imporsi in maniera così autoritaria, perentoria, senza eccedere in gherminelle difensive. E' una rarità storica, credetemi, e questa giovane Azzurra manciniana l'ha fatto già ripetutamente, a partire da quella esibizione in punta di tecnica in Polonia, nell'autunno 2018, che segnò di fatto la nascita della nuova Selezione. 
OCCASIONI A GO GO E MANOVRE DI PREGIO - Cito spesso la vittoria di Chorzow siglata in extremis da Biraghi, perché è l'esempio plastico di quelle partite che incidono più di altre nel percorso di costruzione e di crescita di una rappresentativa. Da lì è iniziato tutto, da lì si è vista la luce in fondo al tunnel. Da Chorzow 2018 ad Amsterdam 2020 un fil rouge ben definito, fatto di bel gioco e di piedi buoni in quantità persino inaspettata. Recuperato Jorginho e con più benzina nel motore, il che vuol dire maggior velocità di esecuzione e rapidità nel disegnare le azioni, l'Italia ha ripreso a giostrare come sa, prendendo letteralmente a pallonate i Paesi Bassi nel primo tempo per poi controllare con discreta sicurezza nella ripresa almeno fino alla mezz'ora, quando ha rinculato sotto l'ovvia pressione dei locali restando però pericolosissima nelle ripartenze. La splendida girata di Zaniolo alta di poco, i tiri ad effetto di Insigne ed Immobile a sfiorare il palo, infine la perentoria inzuccata di Barella su assist della Scarpa d'oro al culmine di una vertiginosa azione offensiva di ubriacante bellezza; e, nel secondo tempo, altre opportunità per Insigne (con prodezza di Cilessen) e due volte per Kean, che ha sprecato incredibilmente un contropiede ma che va nel complesso elogiato, perché si è calato nella parte con grande disponibilità al sacrificio, rientrando a tamponare nella zona di mezzo. 
SUPER SPINAZZOLA, KEAN IN RIALZO - Kean pare avviato sulla strada del recupero a misure degne del suo talento, ma il discorso va allargato, perché questa Nazionale sta facendo del bene a tanti nostri calciatori e quindi a tutto il movimento. Il Donnarumma azzurro, ad esempio, non sbaglia un colpo, e ieri ha sventato, in avvio di secondo tempo, una clamorosa palla gol deviando in corner una conclusione ravvicinata di Van de Beek; uno dei pochi interventi difficili a cui è stato chiamato il milanista, che però sa mantenere alta la concentrazione anche quando non è sottoposto a "bombardamenti" avversari. E che dire di Spinazzola? Continuo, propositivo, ficcante: batte la corsia sinistra con inesausto furore, sa anche saltare l'uomo oltreché crossare, è un punto di riferimento per i compagni che lo cercano a ripetizione: visto che si indugia spesso in arbitrari accostamenti, spesso figli di nostalgia fine a se stessa, fra gli azzurri di oggi e quelli di ieri, bene, mi sento di poter dire che questo ragazzo sarebbe stato titolare fisso in molti club italiani di alta classifica degli anni Ottanta - Novanta, la nostra età dell'oro, e che al momento, in Nazionale, può giocarsi tranquillamente il posto con Emerson. Meno convincente è stato sull'altro versante D'Ambrosio, i cui limiti tecnici peraltro sono noti, ma ha raggiunto comunque la sufficienza e nel finale ha sbrogliato una situazione spinosa nell'area piccola. Continuo a pensare che, a destra, soluzioni più attendibili siano rappresentate da Di Lorenzo e anche dall'impeccabile Lazzari dell'ultima stagione laziale.  
LOCATELLI, GRANDE "ACQUISTO" - Nel mezzo, come detto, fondamentale è stato il rientro di Jorginho, con la sua paziente tessitura e alcune verticalizzazioni di prima che hanno incrementato l'efficacia della manovra azzurra. Barella è andato più a corrente alternata rispetto a Firenze, ha fornito un contributo più di spada che di fioretto, confermando peraltro la sua straordinaria efficacia negli inserimenti in area, siglando il gol vittoria con un colpo di testa da centravanti vero. Senz'altro più cospicuo è stato l'apporto alla manovra di Locatelli, esemplare nelle due fasi, capace di lavorare una gran quantità di palloni con grande costrutto e pochissime sbavature: un acquisto importante e definitivo, per un reparto che da anni non avevamo così ricco di fosforo e di piedi educati. 
IL PROBLEMA DEL GOL E L'ANNO NERO DI ZANIOLO - Rimane il problema dell'attacco: problema, perché dalla gran mole di gioco e occasioni prodotte è uscita la miseria di un golletto, realizzato per di più da un centrocampista. Intendiamoci: non si può non promuovere la prova di Insigne e Immobile, che hanno martellato la difesa arancione, hanno concluso direttamente, confezionato assist, aperto varchi, ma continua a latitare il killer instinct. Soprattutto Ciro, ora che è cannoniere principe europeo, ha una responsabilità in più e, in accordo con Mancini e coi compagni, deve trovare il modo di diventare una freccia acuminata anche in rappresentativa, così come devono al più presto raddrizzare la mira Kean e Chiesa, che hanno il gol nelle loro corde. Nell'immediato ci si potrebbe anche affidare a Caputo, peraltro tutto da scoprire sui palcoscenici internazionali: un salto nel buio, insomma. Infine, Zaniolo, evidentemente nel suo anno più buio. Si consoli: pagato il tributo alla malasorte, tanti campionissimi del passato sono tornati ai massimi livelli, in primis Roby Baggio, anche lui martoriato non poco nel primo periodo della carriera (e purtroppo anche in seguito). Coi suoi strappi, le sue incursioni, le sue accelerazioni, può diventare elemento chiave del gioco azzurro: la sua presenza è fondamentale nel futuro del progetto Mancini, ma ora occorrono calma, prudenza e circospezione nel percorso di recupero, senza forzare i tempi, e pazienza se dovrà rinunciare all'Europeo. Il ragazzo è ancora un talento in erba, non ha bisogno di bruciare le tappe.  

sabato 5 settembre 2020

NATIONS LEAGUE: ERA IMPORTANTE RIPARTIRE. MA SENZA VERRATTI, JORGINHO, DINAMISMO E FRESCHEZZA ATLETICA, E' UN'ITALIA ANNACQUATA

Era importante ripartire, possibilmente senza troppi danni, ed è stato fatto. In una situazione come quella attuale, è difficile e forse anche poco sensato tracciare un quadro critico della performance azzurra con la Bosnia. Si tornava in campo dopo dieci mesi di stop, un intervallo agonistico così lungo la Nazionale non lo viveva dal 1946, e già questo dovrebbe bastare a dare un'idea dell'eccezionalità del momento. Sarà difficile considerare attendibili le gare di una Nations League collocata a cavallo fra le due stagioni più anomale nella storia del calcio mondiale del dopoguerra, con campionati e coppe di club finiti da poche settimane e già prossimi alla ripresa, con calciatori storditi da un tour de force di partite estive, con poche vacanze per rigenerarsi e pochi giorni di allenamento nelle gambe. 

Questo non è calcio, mi pare evidente. Poi vale più o meno per tutti, a tutte le latitudini, ma in fasi del genere soffre di più chi ha un'idea di gioco propositiva. Ecco, se non altro la gara di Firenze ha lasciato l'impressione che la lunghissima pausa non abbia annacquato gli insegnamenti di Roberto Mancini, i cui primi risultati si videro proprio in chiusura della precedente Nations League, in Polonia, quando sbocciò improvvisa e inattesa una squadra manovriera, capace di impadronirsi del campo e di tenere costantemente sotto pressione gli avversari. I cardini di questa filosofia si sono intravisti al Franchi, ma al di là delle buone intenzioni non si poteva andare. Mancavano troppi fattori determinanti: l'Italia scesa in campo poche ore fa non è la migliore possibile in senso assoluto. Nemmeno le Nazionali più forti, esperte e consolidate nella loro struttura possono rinunciare contemporaneamente a due pedine chiave nel reparto più importante: la nostra selezione era priva di Verratti e Jorginho (quest'ultimo in panca ed evidentemente non al meglio, dopo il rientro in extremis dal Chelsea), cioè il cuore pulsante di tutto il meccanismo. Lo splendido Barella di questo 2020 ha confermato l'acquisita personalità internazionale caricandosi sulle spalle il lavoro di tutto il reparto, ma è ovvio che non possa cantare e portare la croce da solo. Sensi può essere una buona spalla ma solo in condizioni di forma accettabili, che non ha ancora raggiunto, comprensibilmente, dopo i triboli della stagione interista; ha trovato comunque il modo di lasciare il segno sul match propiziando l'autorete del pareggio, confermandosi arma letale negli inserimenti offensivi. Risulterà utilissimo quando tornerà al top, così come Lorenzo Pellegrini acquisirà maggior efficacia giocando qualche metro più avanti, da trequartista, cosa che accadrà inevitabilmente quando nel mezzo rientreranno i grandi assenti di ieri sera. 

Per una gara così delicata, un nuovo debutto dopo un vuoto quasi "bellico", il cittì ha evitato sperimentazioni (ci saranno un paio di amichevoli più avanti, per tentare strade nuove), affidandosi ad alcune certezze acquisite nella prima parte della sua gestione, diciamo a un manipolo di "pretoriani". Da qui, ad esempio, l'utilizzo di Biraghi in luogo del titolare Emerson, e di Chiesa sulla fascia destra d'attacco. Se il laterale basso ha fatto il suo, dignitosamente, come quasi sempre in rappresentativa, il figlio d'arte continua ad essere né carne né pesce: un buon tiro sull'esterno della rete nel primo tempo, il lungo traversone per il palo di Insigne, tanti tentativi abortiti sul nascere, molto fumo e poco arrosto per quello che, avanti di questo passo, rischia di diventare il primo vero "caso" della Nazionale targata Mancio. Ma, lo ripetiamo, tutto è relativo: questa è una squadra nata per tenere l'iniziativa, far girare palla, aggredire; per riuscirci deve avere brillantezza fisica e lucidità, ciò che al momento latita. Troppo lenta la fase di impostazione per poter far assumere al gioco i connotati della pericolosità: senza dinamismo, senza passaggi e smarcamenti rapidi, una compagine votata alla difesa come quella bosniaca non può che avere vita facile, costringendoti a soluzioni estemporanee e velleitarie come i continui cambi di fronte, da destra a sinistra e viceversa, attuati dai nostri nei primi quarantacinque minuti, con esiti sconfortanti. 

Contenimento e contropiede: questo e null'altro hanno fatto gli uomini del santone Bajevic, dopodiché, quando si può contare su uno dei pochi fuoriclasse d'attacco del calcio mondiale, si può anche riuscire a sfruttare una delle poche palle gol e a sfiorare una vittoria che sarebbe stato premio fin troppo eccessivo. Verrebbe da dire che se questa Italia avesse un Dzeko, là davanti, potrebbe persino avvicinarsi ai massimi valori del football europeo, una volta raggiunta la miglior condizione atletica. Al Franchi Belotti ha deluso, timido e privo di slancio; avendo in rosa la Scarpa d'oro europea, bisognerebbe trovare il modo di sfruttarla al meglio. Da troppe parti si legge che Immobile non rappresenti la soluzione ideale per il modulo - Mancini, ma credo sia un preciso dovere del trainer e dello stesso bomber laziale trovare un punto d'incontro tattico, per non privare la selezione di una bocca da fuoco potenzialmente devastante. 

Poco da dire sugli altri singoli. Senza infamia e senza lode la prova della coppia centrale Acerbi - Bonucci, che si sono lasciati sfuggire Dzeko sul gol ma hanno almeno tentato di contribuire alla fase di rilancio, com'è nelle loro corde (soprattutto dello juventino). Il più attivo in assoluto è stato Insigne: spesso disordinato, raramente incisivo, alla fine è risultato comunque il più pericoloso della sterile squadra azzurra, sfiorando il palo su punizione, colpendo un legno di testa e, nel finale, mettendo sulla testa di Zaniolo un tiro-cross che ha portato il romanista a un passo dal gol. Ma l'occasione migliore è capitata sui piedi di Florenzi, che di destro ha chiamato il portiere Sehic a una gran deviazione. E' stata peraltro l'unica cosa positiva per il veterano azzurro ex Valencia, divenuto famoso per le sue percussioni offensive che invece, nella circostanza, raramente si sono manifestate. In questa nuova era azzurra rimane un buon ripiego per un ruolo in cui dovrebbe figurare come prima scelta il napoletano Di Lorenzo. 

martedì 19 novembre 2019

VERSO EURO 2020: NON SOLO RECORD PER L'ITALIA DEL MANCIO. DIETRO LE CIFRE, UN GIOCO PREGEVOLE E GIOVANI IN CRESCITA COSTANTE

                                  Immobile e Belotti, gemelli del gol azzurri "in alternanza" (foto Guerin Sportivo)

Record su record, per la Nazionale del Mancio. Undici vittorie consecutive, solo successi nel girone di qualificazione europea, e poco ci mancava che si stabilisse un altro primato, il nuovo massimo scarto di gol della storia azzurra: ne bastava un altro paio con l'Armenia, ma accontentiamoci, per carità. Sono cifre di un'eloquenza granitica, che non garantiscono trionfi planetari per il futuro prossimo (Euro 2020) o un po' più lontano (Mondiali in Qatar, dove prima bisogna arrivare), ma dimostrano comunque che il cambio di marcia c'è stato, eccome se c'è stato. 
GIRONE ABBORDABILE, MA... - L'argomento del relativo valore degli avversari è valido e debole al contempo: perché non occorre essere profondi conoscitori delle vicende del pallone per accorgersi che non sono state battute delle corazzate, ma... Ecco, ci sono un sacco di ma: ad esempio i tanti gruppi facili in cui siamo capitati in passato, sia nelle eliminatorie che nelle fasi finali dei vari tornei, e nei quali abbiamo spesso messo insieme figure barbine che, a ricordarle, ancora si arrossisce. E poi il punto zero da cui il cittì è partito per questo viaggio: non eravamo più nessuno, una ex grande potenza calcistica rasa al suolo da un risultato umiliante, e in più bloccata da un handicap enorme, il rinnovamento che pareva impossibile, la difficoltà a trovar ricambi di valore già pronti per le grandi sfide, la mancanza di coraggio nel mettere alla prova le nuove leve. Questi erano gli sconfortanti blocchi di partenza di una Italia da ricostruire: a una stagione e mezza dall'avvento in panca dell'ex Bobby gol, la situazione è cambiata come dalla notte al giorno. Certo, il sorteggio ci ha aiutati, quella fortuna che un po' meritava, diciamocelo, una rappresentativa che ha contribuito ad alimentare la leggenda di questo sport, che ha messo insieme quattro titoli iridati e scritto pagine memorabili. Ma anche parlare di girone benevolo è relativo: ricordiamo che a giugno, al momento di incrociare i tacchetti con la Bosnia Erzegovina, non eravamo nemmeno sicuri di essere superiori a Dzeko, Pjanic e compagni. 
LA SVOLTA DELLO STADIUM - La nuova Azzurra è nata lì, allo Stadium torinese, in una serata di fine primavera: dopo un primo tempo che sembrò confermare la maggiore efficienza dei bosniaci, andati al riposo in vantaggio grazie al tocco sotto misura del bomber romanista, arrivò la reazione veemente dei nostri, una reazione però non affidata alla foga ma a una lucidità nell'interpretazione del match, una linearità di manovra, una sicurezza di palleggio che produssero le due stilettate di Insigne e Verratti, due prodezze balistiche che permisero di capovolgere con merito il risultato e di incamerare tre punti fondamentali. Da quel giorno non ci si è più fermati: punteggio pieno nel raggruppamento e, ciò che più conta, prestazioni contraddistinte quasi costantemente da espressioni di gioco di livello europeo.
BELLA A VEDERSI ED EFFICACE - Già, il gioco: altra "vittoria" centrata da Mancini in questa prima parte di gestione azzurra. La sua Selezione pratica, dal centrocampo in su, una manovra agile, rapida, esteticamente pregevole, efficace, sempre propositiva, ricordando in questo il primo biennio di Prandelli CT. Ma rispetto a quell'ormai lontano 2011-2012 c'è una maggiore perizia tecnica, una precisione nel tocco e nel trattamento del pallone che da tempo non ammiravamo in queste desolate lande calcistiche. Il Club Italia ha un'identità ben precisa e suona lo spartito con armonia, fatta salva qualche stecca qua e là, finora indolore. E' un meccanismo di squadra che ha radici solide e profonde, formatesi nel tempo, tanto che i primi vagiti in tal senso si videro nell'autunno 2018, a sprazzi nell'amichevole genovese con l'Ucraina e soprattutto nella straordinaria recita in casa della Polonia, l'altro snodo cruciale per la crescita della Nazionale insieme al citato match d'andata con la Bosnia. La differenza rispetto a un anno fa è che a Chorzow dovemmo aspettare l'acuto a tempo quasi scaduto di un difensore, Biraghi, per concretizzare la nostra schiacciante superiorità. 
COOPERATIVA DEL GOL - C'era, in quei giorni, il drammatico problema della mancanza di validi sbocchi offensivi, il rischio era quello di diventare come il Portogallo di un tempo, bello a vedersi ma tremendamente sterile. Le dieci gare del girone eliminatorio hanno invece fatto tirare un sospiro di sollievo: non abbiamo bomber epocali, Belotti si fa quasi sempre valere con dignità, Immobile ha qualche guizzo anche se in generale non riesce a replicare in azzurro l'infallibilità sotto porta che sfodera nella Lazio, Chiesa collabora attivamente all'azione ma manca ancora di un adeguato killer instinct; e tuttavia l'Italia attuale è soprattutto una cooperativa del gol, che porta alla conclusione vincente un pacchetto di centrocampisti dalla forte propensione alla spinta e di trequartisti che sanno essere micidiali incursori. Così, hanno trovato la via della rete Sensi, Barella, Lorenzo Pellegrini, e ieri sera a Palermo Zaniolo ha confermato il suo magic moment siglando una doppietta. Di quando in quando qualche acuto arriva anche dalla retroguardia: due segnature per Romagnoli, anche se con Liechtenstein e Armenia, una ciascuna per Bonucci e per il sontuoso Acerbi di questa annata. Residua qualche amnesia in fase di copertura, quasi inevitabile del resto quando si ha sempre la prua puntata verso la porta avversaria, ma almeno il dopo Buffon ci sta mostrando dei guardiani affidabilissimi: Donnarumma in Bosnia ha compiuto un paio di parate capolavoro, e sembra aver acquisito in azzurro quella continuità di rendimento che ancora gli fa in parte difetto nel Milan, mentre Sirigu col Toro sta disputando uno dei migliori campionati in carriera.  
AUTORITARI IN BOSNIA, IMPLACABILI AL BARBERA - Volando sulle ali di un gioco via via sempre più rodato, alimentato da una zona nevralgica densa di piedi buoni, il gruppo ha trovato sicurezza nei propri mezzi, disinvoltura nella gestione delle varie fasi di gara e capacità di tenere pallino: è passato con autorità a Zenica, quasi "scherzando" una rappresentativa dotata di notevole talento, ha giocato al tiro al bersaglio a Palermo con gli armeni, firmando un'altra piccola conquista: la capacità di goleare senza pietà quando ce n'è l'occasione, esattamente come fanno tutte le altre grandi (ma anche le "medie") del calcio mondiale e come noi, invece, non siamo quasi mai riusciti a fare (ricordiamo ancora certi striminziti 1-0 o 2-1 con colossi come Malta, Azerbaigian e Far Oer, per tacere del 2-2 del 2013 proprio contro l'Armenia, a Napoli, che ci privò del ruolo di testa di serie per Brasile 2014). 
PORTE APERTE AI GIOVANI - Guardando oltre le trionfali cifre, dunque, il bilancio è in ogni caso molto più ricco di luci che di ombre. Il merito più grande del Mancio rimane quello di aver dato larghissimo spazio alle verdi speranze del pallone tricolore. L'ho scritto più volte negli anni passati, anche nei momenti più bui del nostro calcio: ci possono essere alti e bassi, generazioni meno valide di altre, ma il nostro vivaio, per ragioni storiche e di DNA, non smetterà mai di produrre elementi di qualità. Il problema, in questo ventunesimo secolo, è sempre stato un altro: la scarsa fiducia riservata nei club agli emergenti, e la conseguente poca esperienza in fatto di partitissime ad alto livello.
In tal senso sono andate le esternazioni dei giorni scorsi di Antonio Conte da una parte e di Paolo Nicolato, trainer dell'Under 21, dall'altra. Il coach dell'Inter, dopo la sconfitta in Champions a Dortmund, ha lamentato il fatto di non poter chiedere l'impossibile a gente come Sensi e Barella, ottimi calciatori che però fino alla stagione scorsa difendevano i colori di  Sassuolo e Cagliari, e quindi privi, al momento, dell'abitudine a giocare su palcoscenici di rilievo internazionale. Uscita comunque discutibile per due motivi: primo, perché certe cose sarebbe meglio dirle direttamente ai propri dirigenti, secondo, perché se si costruisce una squadra attorno a due ragazzi come i sopra citati, bisogna accettare il fatto di dover operare soprattutto in prospettiva, cioè di mettere minuti e partite importanti nelle gambe di questi giovani per prepararli, magari già dalla prossima annata, a fare la voce grossa fuori dai confini. 
RAGAZZI ITALIANI DI NUOVO PROTAGONISTI - In questo, diciamolo, una grossa mano a Conte è arrivata e arriverà proprio da Mancini, che sta svezzando i due califfi del centrocampo nerazzurro al calor bianco di insidiosi confronti europei, con risultati oltremodo benefici sia per la Beneamata sia per il Club Italia. A tale aspetto si ricollega l'affermazione di Nicolato, il quale ha sottolineato come nella sua rosa attuale solo cinque giocatori siano titolari in A. Un problema che Note d'azzurro denuncia da tempi assolutamente non sospetti, e che tuttavia, almeno per i giovanotti già promossi nella Maggiore, sta trovando parziale soluzione: molti di loro sono protagonisti in campionato (si veda anche "la Nazionale del mese" che da ottobre compilo per la pagina Facebook del Guerin Sportivo), e certo ha avuto un ruolo fondamentale proprio l'atteggiamento determinato del  Mancio, che ha deciso di dare piena fiducia e spazio a ragazzi che spesso non sono dei punti fermissimi nei rispettivi club: pensiamo al Kean dell'anno scorso, al Biraghi di questi tempi e soprattutto allo Zaniolo convocato quando era ancora poco più che un pulcino.
Grazie a queste apparenti forzature, oggi abbiamo una rosa di venti - venticinque azzurrabili di ampio affidamento, alcuni letteralmente inventati dal nulla come Di Lorenzo, altri, come il citato Zaniolo e il baby Tonali, chiamati ad affrontare con esiti confortanti un processo di maturazione più veloce del previsto, altri ancora rivitalizzati come Bernardeschi, in ombra nella Juve ma sempre positivo in rappresentativa. Tutto questo, lo ripeto, non significa che vinceremo l'Europeo: significa semplicemente che abbiamo di nuovo un drappello di calciatori italiani in grado di andare in giro per l'Europa senza farci patire le pene dell'inferno, e anzi regalando spesso momenti di football godibile, con tanto di risultati anche fragorosi. E' solo una base su cui edificare, ma è una base discretamente solida. Il resto, forse, verrà. 

lunedì 9 settembre 2019

VERSO EURO 2020: FILOTTO ITALIA, SEI SU SEI. SENSI E PELLEGRINI SIMBOLI DEL NUOVO CORSO, SQUADRA CHE BRILLA AL CENTRO E SULLE FASCE

              Il "Gallo" Belotti: un gol (e mezzo) e varie occasioni mancate in Armenia (foto Guerin Sportivo)

Sei su sei, filotto di vittorie, e l'Europeo ormai a portata di mano. Chi l'avrebbe mai detto, solo un anno fa, dopo le prime, pallide prove della nuova Italia in Nations League? L'Azzurra di Mancini è cresciuta inaspettatamente in fretta, ha riconquistato una discreta credibilità internazionale, ha rialzato la testa dopo l'umiliazione dell'esclusione dal Mondiale. Tantissimo, in così poco tempo: non è pertanto il caso di fare troppo gli schizzinosi di fronte a certi cali di tensione, a certi impacci emersi in queste due prime gare stagionali. Fra Jerevan e Tampere, onestamente, non mi è parso di vedere un orizzonte così fosco come qualcuno lo ha dipinto. Ricordiamoci che siamo a settembre, il mese dell'azzurro - tenebra, quello in cui le nostre selezioni, storicamente, faticano di più; ma non è stato soltanto questo il problema. Fenomeni non ce ne sono, nel girone J, ma squadre belle toste sì: del resto l'Armenia, dopo averci creato non poche difficoltà, ha castigato la quotata Bosnia di Dzeko, e la Finlandia si era messa nella condizione di arrivare al confronto diretto di poche ore fa da seconda in classifica; se avesse vinto, ci avrebbe raggiunti. 
SENSI E PELLEGRINI, SIMBOLI DEL NUOVO CORSO - Esistono anche gli avversari, insomma, anche se spesso ce ne dimentichiamo. Con tutto ciò, la giovane Italia torna a casa con un bilancio largamente positivo non solo e non tanto sul piano dei risultati (contro i finnici poteva anche finire in parità, visto il generoso rigore poi trasformato da Jorginho), quanto su quelli del gioco espresso e del rendimento degli uomini utilizzati. Cominciamo da quest'ultimo punto: il Mancio sta allargando la rosa dei giocatori su cui fare totale affidamento. Sensi e Lorenzo Pellegrini sono ormai due titolari, e sono, se vogliamo, anche gli uomini simbolo della filosofia del nuovo corso. Se è vero che il cittì desidera una Nazionale che comandi il più possibile le operazioni in campo, una Nazionale propositiva, col muso costantemente puntato verso la porta dei rivali, ecco, l'interista e il romanista ne incarnano alla perfezione lo spirito: due centrocampisti che sanno appoggiare costantemente la fase offensiva, inserendosi, creando spazi, lavorando palloni, andando alla conclusione. E, nel caso di Pellegrini, adattandosi con profitto anche a giostrare nel trio avanzato, proprio per le sue caratteristiche di uomo di costruzione (ma mantenendo, in linea di massima, le attitudini di gioco tipiche del suo ruolo naturale): subentrato in Armenia, ha immediatamente cercato il gol su punizione, l'ha poi realizzato di testa su lungo traversone di Bonucci e ne ha sfiorato un altro nel finale con un destro sul portiere, mentre in Finlandia ha disputato una gara tatticamente ineccepibile pur se meno appariscente, giocando con abilità e intelligenza a sostegno dei compagni di prima linea. Quanto a Sensi, ieri in campo al posto di Verratti, due suoi formidabili tiri a lunga gittata avrebbero potuto dare ai nostri un vantaggio meritato già nella prima frazione: bravo il numero uno di casa la prima volta, questione di centimetri la seconda. 
IL CONTRIBUTO DELLE FASCE - L'ulteriore dimostrazione che le fortune di questa nuova Italia originano dal settore di mezzo, un settore manovriero, rapido, elastico, abile nel palleggio. E poi dallo sfruttamento delle fasce: giovedì Emerson ha fatto il diavolo a quattro sulla sinistra (suo l'assist per l'1-1- di  Belotti),  mentre poche ore fa, uscito dopo otto minuti appena per infortunio, è stato più che dignitosamente rimpiazzato da un Florenzi sempre pronto a proiettarsi in avanti, sfiorando anche la segnatura con un bel destro al volo parato a terra da Hradecky; se pensiamo che, in fatto di esterni bassi, dovremmo in futuro poter contare pure sui vari Piccini, Calabria, Zappacosta, Biraghi e Spinazzola, oltre all'ormai esperto De Sciglio e auspicando un recupero di Conti, il lavoro sulle corsie laterali è destinato a diventare una soluzione ancor più determinante per l'ulteriore crescita della rappresentativa. 
Di sostanza anche il contributo degli esterni alti. Oltre al già citato Pellegrini, Chiesa è salito di tono da un match all'altro: qualche pausa di troppo in Armenia (ma anche un assist sciaguratamente sprecato dal "Gallo"), una più consistente presenza a Tampere, con varie scorribande sulla destra, un pallone ribattuto dall'estremo difensore e il cross vincente per Immobile. Promosso con riserva Bernardeschi, che quando si accende fa balenare tutto il suo talento, peccato lo faccia ancora troppo a intermittenza: nel finale di primo tempo di giovedì, due splendide conclusioni, che hanno fruttato una traversa e una salvifica prodezza del guardiano Ayrapetyan.  
SOFFERENZE TEORICHE - Dicevamo dell'allargamento del Club Italia: ci sono nuovi titolari, ma sono venuti prepotentemente alla ribalta elementi che potranno tornare utili, pur non partendo dalle prime file. Izzo e Acerbi, ad esempio, hanno sbagliato poco in copertura e contribuito con continuità alla fase di costruzione, soprattutto il laziale, nel segno di una partecipazione corale a una pressione che, alla lunga, sfianca anche compagini chiuse a riccio. Fateci caso: al di là delle critiche preconcette da parte degli incontentabili, quanto hanno davvero sofferto i Mancini-boys in questa settimana azzurra? Poco, poco davvero. La prima metà del primo tempo in entrambe le partite, poi i primi 25' della ripresa contro Mkhitaryan e soci, quando i nostri sono paradossalmente calati proprio nel momento in cui hanno dovuto fronteggiare un avversario ridotto in dieci; infine, gli ultimi minuti coi finnici, protesi alla disperata, ma disordinata, ricerca del pareggio. In entrambi i match, spesso si è trattato di sofferenze più teoriche che reali: gol iniziale a parte, gli armeni hanno avuto le uniche vere occasioni nel corso della sfuriata di metà secondo tempo, con il citato neo romanista e con Mkrtchyan, mentre il rigore  del finlandese Pukki è frutto soprattutto di un isolato errore di un Sensi a quel punto in debito di ossigeno. In compenso, per i nostri, cinque gol, almeno un'altra decina sfumati di un soffio, una serie di azioni potenzialmente pericolose e un sostanziale controllo della situazione nei momenti topici delle due sfide. 
IN ATTACCO SI DEVE CRESCERE - C'è da lavorare sulla mira nei sedici metri finali, in effetti: difetto tipico, a ben pensarci, di tante buone squadre in sboccio, limite nonostante il quale si viaggia alla media di tre segnature a incontro nella fase eliminatoria, con tutto che Immobile ha interrotto un digiuno di due anni, Insigne e Kean sono ai box e aspettiamo ancora la prima prodezza di Chiesa junior. Insomma, questo duplice battesimo stagionale ci lascia più conferme che dubbi, più momenti brillanti  che fasi di sofferenza e gioco opaco. E siamo a settembre, il mese delle nostre sofferenze calcistiche. Come si fa a non essere ottimisti? Capisco l'ansia di riguadagnare al più presto le tante posizioni perdute, ma non è questo il momento di spaccare il capello in due. La ricetta giusta è quella di Bobby gol: responsabilizzare le nuove leve ma senza caricarle di pressioni eccessive. I risultati li stiamo vedendo e, ripeto, sono sbalorditivi, pensando al vuoto in cui eravamo precipitati dopo il castigo svedese.