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venerdì 12 febbraio 2016

SANREMO 2016: LA TERZA SERATA, FRA COVER CHE NON PASSERANNO ALLA STORIA E IL PASTICCIO DELLE NUOVE PROPOSTE

                                                   Stadio: cover vincente

La serata delle cover, ovvero la serata più "carlocontiana" della settimana sanremese. Una derivazione diretta, se vogliamo, di trasmissioni cult come "I migliori anni" o anche "Tale e quale show", con abiti più scintillanti e glamour, ma pur sempre sul filo della nostalgia canora, l'elegante rievocazione dei bei tempi andati che, per un consistente periodo di tempo, ha fatto la fortuna catodica dell'anchorman toscano. Non amo particolarmente i  rifacimenti di vecchi successi: le cover che ho apprezzato, e parlo di tutta la storia recente della musica leggera, si possono contare davvero sulle dita di due mani, non oltre. Tuttavia era doveroso ripetere l'evento dopo l'imprevisto boom del 2015, quando la proposta griffata Nek, "Se telefonando", prese incredibilmente il volo dall'Ariston fino a diventare uno dei successi dell'estate. 
GOLDRAKE, OCCASIONE MANCATA - Escluse sporadiche eccezioni, come la citata hit di Mina rinata a nuova vita, in genere commentare una serata come quella di ieri è difficile, perché animata da performance che nascono e muoiono nel breve volgere di poche ore, utili per un happening di cui verrà conservata scarsa memoria. Il giudizio complessivo viaggia su due binari diversi: quello della qualità delle interpretazioni, che mi è parsa ampiamente accettabile con diversi picchi degni di nota, e quello dell'originalità nella rilettura delle canzoni, che ha invece brillato per una generale latitanza. Lampanti, in tal senso, gli esempi forniti dai primi due artisti in scaletta: Noemi è stata ispiratissima ed energica in "Dedicato", di cui però già la "titolare", Loredana Bertè, aveva fornito una versione più rockeggiante rispetto all'originale, esattamente come quella ascoltata ieri; e gli Zero Assoluto hanno perso una grossa occasione: "Goldrake", sigla finale della seconda serie italiana del mitico cartone jap (la prima fu "Shooting star"), era stata riscoperta e trasformata in brano soft dal giovane Alessio Caraturo, all'inizio di questo millennio: il vero atto di coraggio, per Thomas e Matteo, sarebbe stato invece il ritorno alla natura primaria del brano, con quel morbido ritmo vagamente danzereccio e quelle sonorità in stile anni Settanta al tramonto. 
CLEMENTINO CORAGGIOSO - Più intraprendenti, ebbene sì, i Dear Jack, che hanno dato una veste sonora più fresca a "Un bacio a mezzanotte", senza tuttavia operare netti stravolgimenti, così come Alessio Bernabei, convincente in "A mano a mano" di Cocciante grazie anche alla felice accoppiata con gli emergenti Benji & Fede, inappuntabili e particolarmente a loro agio. Clementino va elogiato perché era alle prese con una composizione assai complessa come "Don Raffaè" di Fabrizio De Andrè, e se l'è cavata più che dignitosamente, supplendo a qualche pecca tecnica con l'intensità e il trasporto nell'interpretazione. Notevole l'arrangiamento vagamente disco - settantiano di "Io vivrò (senza te)" offerto da Valerio Scanu, di ancora maggior impatto quello etereo, a tratti perfino celtico, che ha fatto crescere ulteriormente le quotazioni di Francesca Michielin, al top in "Il mio canto libero". 
ELII, GENIALI SENZA SPECCHIARSI - Gli azzardi maggior sono arrivati da chi agli azzardi ormai ci ha abituati: Dolcenera ha rivoltato come un calzino "Amore disperato", convertendola in un pezzone dance; io rimango fedelissimo al 45 giri che sottolineò quotidianamente la mia estate 1983, ma non mi sento di escludere che questo esperimento possa ottenere riscontri insperati, persino avvicinandosi ai livelli del Nek citato in apertura. E poi, Elio con Le Storie Tese di nuovo al completo, per una sera (c'era Rocco Tanica, che in gara non può comparire in quanto, essendo fra gli autori del Festival e componente del cast, sarebbe in conflitto di interessi): al bando gli esercizi di stile, "Quinto ripensamento" è una libera, godibile rilettura di un "classicone" della colonna sonora di "La febbre del sabato sera", ("A fifth of Beethoven" di Walter Murphy, che era a sua volta rielaborazione dell'opera del grande compositore), costruita con la solita, ironica verve narrativa e linguistica della geniale band. Alla fine, e tutto sommato giustamente, ha comunque prevalso l'emozione più genuina, quella regalataci dagli Stadio in versione "mista", col rientro di alcuni ex fra cui il grande chitarrista Ricky Portera, per un omaggio senza fronzoli a Lucio Dalla e a una delle sue poesie più intense e colme di sentimenti, "La sera dei miracoli". 
POOH INTERNAZIONALI - Nel complesso, comunque, mi è parsa una serata sanremese destinata a non restare negli annali, se non per l'attesa réunion dei Pooh, che si avviano a vivere alla grande l'ultimo anno di carriera. Sbaglierò, ma nonostante la loro popolarità oceanica ho comunque la sensazione che non siano valutati per quel che realmente sono, ossia una band - fenomeno che meriterebbe di stare nell'empireo dei colossi del pop internazionale del Novecento, capaci di attraversare diverse epoche musicali senza mai stravolgere il loro stile, se non con opportuni aggiornamenti dovuti al mutare delle sonorità, e una vena creativa easy listening ma mai banale che ha conosciuto ben pochi cedimenti. 
Nelle oltre quattro ore di spettacolo, agli altri son rimaste le briciole: comunque di rilievo, e insolito per il Festivalone, l'omaggio al cinema muto da parte del mimo Marciel, mentre Virginia Raffaele, pur non raggiungendo le vette inarrivabili toccate con Carla Fracci, ha comunque fatto centro modellando la caricatura di Donatella Versace sul canovaccio del celebre film "La morte ti fa bella". Una doverosa e sentita sottolineatura per l'atleta down Nicole Orlando: intelligente, sensibile, ma soprattutto dotata di talento in tanti campi. Splendida. Stando a contatto con tanti ragazzi e ragazze come lei, in una mia ormai lontana e poco felice esperienza lavorativa in un ente che si occupa di assistere persone con handicap, mi resi conto che spesso, da un confronto fra loro e le persone cosiddette "sane", queste ultime escono sovente a pezzi sul piano umano. 
PASTICCIO GIOVANI - Rimane da parlare del pasticciaccio della votazione delle Nuove proposte: eleggere un vincitore e poi capovolgere il verdetto per problemi tecnici è una delle cose peggiori che possano capitare, e che un evento come quello ligure non dovrebbe permettersi. Miele, vittima dell'inconveniente (comunque giusto che sia passato l'ottimo Francesco Gabbani al suo posto) dovrebbe cantare stasera fuori concorso, ma non è escluso che possa essere addirittura riammessa in gara: visto che la votazione effettuata correttamente ha dato un altro esito, come "risarcimento" potrebbe forse bastare il regalo di un'altra performance in Eurovisione, per attenuare la comprensibile amarezza. 

giovedì 11 febbraio 2016

SANREMO 2016, LA SECONDA SERATA: SHOW QUASI PERFETTO, MA LA GARA E' ENIGMATICA. NESSUN FAVORITO

     
                                            Francesca Michielin: buon esordio

L'enigma Sanremo si infittisce. Chiusa la seconda serata, ascoltati almeno una volta tutti i brani in concorso, le nebbie non si sono diradate. Così come il cast non presentava, lo si era detto già a dicembre, nessun nome davvero in grado di sovrastare tutti gli altri, lo stesso può dirsi ora delle canzoni: non c'è quella di impatto così possente da poter fare il vuoto in graduatoria, o comunque da poter assumere il ruolo di battistrada nella corsa al titolo. Meglio così per la suspense della tenzone (e quindi per il gradimento televisivo dell'evento), ma sul piano discografico è da mettere forse in preventivo una maggiore difficoltà, per queste nuove composizioni, a far breccia presso il pubblico, necessitando tutte di più ascolti per essere assimilate e valutate appieno. Ci ritorneremo fra breve, non prima di aver sottolineato come lo show di poche ore fa, per quelli che sono i miei parametri, ha rasentato la perfezione, offrendo tutto ciò che lo spettatore medio di una buona tv generalista può pretendere: registri alti e meno alti, momenti di ilarità e altri di commozione, buon ritmo grazie alla guida sicura di Carlo Conti, ma a dominare tutto, sempre e comunque, la musica, anche questa declinata in varie forme, in tutti quei sapori a cui il direttore artistico ha più volte fatto riferimento nelle sue dichiarazioni di intenti: il pop più leggero, ma anche la classica, la nuova dance, il rap, e persino pennellate di jazz e blues. 
OSPITI INUTILI - Onestamente, pretendere di più è difficile. Certo, gli incidenti di percorso non sono mancati: mi risulta incomprensibile, ad esempio, l'insistenza della dirigenza Rai, e di ogni "patron" del Festivalone, nel voler riproporre ogni volta il divo hollywoodiano, un'abitudine inaugurata nel 2001 con Russel Crowe e Antonio Banderas e purtroppo ormai radicatasi nel tessuto della kermesse. Nicole Kidman è brava e bella, parla persino un po' d'italiano, ma la presenza sua, come dei tanti che l'hanno preceduta, è stata superflua; andrei invece oltre per definire il passaggio di Antonino Cannavacciuolo: del tutto inutile, perché ha tolto minutaggio al Dopofestival e il ragazzo poteva tranquillamente restarsene fra i suoi amati fornelli. Come se di cucina non si parlasse già abbastanza, nella sventurata tv di oggi. 
EMOZIONI - Rimangono le emozioni forti. Quelle attese, fornite dal fuoriclasse Ezio Bosso, che onestamente non conoscevo e il cui talento, sostenuto da un'incrollabile forza di volontà, è ora alla portata di una platea sconfinata proprio grazie al Sanremo e all'intuizione di Conti. Quelle inattese, regalateci a notte inoltrata da un insospettabile Nino Frassica, che ha prima colto nel segno comico col suo tentativo di battere il record di cambi di giacca in una sola sera ed è poi salito in cattedra con uno splendido brano recitato, dedicato ai bambini vittime del dramma dei migranti, una poetica "Al mare si gioca" che in certi accenti accorati e dolenti mi ha ricordato "Signor tenente" del compianto Faletti, che pure affrontava una tematica diversa. 
Emozioni che invece sono arrivate in misura minore da un Ramazzotti tutto sommato da compitino e che, nella riproposizione riveduta e corretta dei suoi tre successi sanremesi anni Ottanta, ha acceso in me il rimpianto per le benedette versioni originali, che per certi brani storici non dovrebbero mai essere toccate e modificate. Di Virginia Raffaele, beh, che dire? Se con Sabrinona Ferilli aveva sì convinto, ma con qualche caduta di tono, proponendo la caricatura di Carla Fracci ha invece toccato vette forse inarrivabili: una performance che dovrebbe essere proiettata a ciclo continuo nelle scuole per giovani attori e comici; ci sono stati momenti di genialità assoluta, come il balletto classico sulle note di "La notte vola", ma è stato solo uno dei picchi. Sarebbe un peccato se l'imitazione (termine limitativo) dell'étoile rimanesse confinata a questo singolo episodio: c'è già una voglia matta di rivederla quanto prima. 
CLASSIFICA SORPRENDENTE - Le canzoni, adesso, con votazioni un po' birichine, che hanno relegato in... zona retrocessione alcune delle proposte secondo me più meritevoli. Ad esempio gli Zero Assoluto, che nei pre - ascolti dei brani in gara riservati agli addetti ai lavori avevano fatto quasi il pieno di bocciature, si sono invece resi protagonisti di un ottimo ritorno, nove anni dopo l'ultima volta all'Ariston, con una "Di me e di te" perfettamente in linea con il loro stile ancora oggi attuale e moderno, una produzione ritmata e orecchiabile. Lo stesso dicasi per Neffa, che non ha rischiato molto inserendosi parzialmente  nel solco della hit estiva "Sigarette", ma ha comunque offerto una notevole "Sogni e nostalgia", marcetta vagamente retrò, con la consueta ricercatezza sonora che rifugge da schemi banali. Sperimentalismo che è ormai marchio di fabbrica anche di Dolcenera, chi ne ha ascoltato gli ultimi lavori discografici lo sa bene: Emanuela è ormai un'artista completa, che ha accettato l'azzardo di portare in Riviera un pezzo complesso come "Ora o mai più (le cose cambiano)", un pop ricchissimo  e variegato, con venature blues e jazz, splendidamente composto ma che non "arriva" subito, e questo può averla penalizzata ieri sera; forse lei stessa ne è rimasta sorpresa, visto che al Dopofestival, informata dei risultati, ha esclamato: "Il mondo si è capovolto", non si è capito se ironicamente o seriamente. 
BRAVA FRANCESCA - Fra i momentanei promossi, bene, a parte qualche incertezza vocale, lo scricciolo Francesca Michielin con una "Nessun grado di separazione" che è forse la proposta più contemporanea fra quelle dei Campioni, da risentire Annalisa che, del resto, sapeva bene di andare incontro a orizzonti ignoti separandosi dall'easy listening griffato Kekko Silvestre: "Diluvio universale" pare il pezzone classicamente sanremese, ben congegnato e cantato a voce spiegata, anche questo però non di impatto immediatissimo, ma che potrebbe avere diverse chance di inserirsi nella lotta per il titolo. Stesso discorso per Valerio Scanu, che ha interpretato impeccabilmente "Finalmente piove", un'opera di buona qualità testuale e musicale di Fabrizio Moro. Per Elio e Le Storie Tese va fatto un discorso a parte: con "Vincere l'odio" siamo oltre la canzone ironica e dissacrante, come tante ce ne sono state in passato su quel palco; qui siamo al divertissement puro, al cabaret canoro più raffinato. Trovo che una composizione del genere non possa ambire alla vittoria, ma avremo tempo e modo di riparlarne. 
CECILE FUORI, PECCATO - Patty Pravo non ripeterà l'exploit di "E dimmi che non vuoi morire", ma con "Cieli immensi" fa comunque passi avanti rispetto alle ultime, non memorabili apparizioni all'Ariston, mentre onestamente mi sfugge il motivo del successo raccolto da Clementino, che pare il Rocco Hunt esordiente di due anni fa, con un rappino all'acqua di rose piuttosto retorico. Bernabei tenta, dodici mesi dopo, un'operazione Nek, con una dance di marca ottantiana - novantiana riveduta e corretta: una cosa davvero leggerina, ma che in radio potrebbe funzionare. Fra i giovani bene Chiara Dello Iacovo ed Ermal Meta, spiace per Cécile, penalizzata da un sorteggio crudele: fosse stata in gara questa sera, credo che avrebbe avuto ben poche difficoltà ad accedere alla finale di venerdì. Un peccato, perché, al di là dei contenuti forti, "N.E.G.R.A." è una delle canzoni più in sintonia con i gusti delle nuove generazioni, fra quelle sentite quest'anno in Liguria. 

mercoledì 10 febbraio 2016

SANREMO 2016, LA PRIMA SERATA: CONTI BAUDIANO, VIRGINIA SUPER, ELTON E LAURA EMOZIONANTI, ROCCO HUNT IN POLE POSITION

                                                    Rocco Hunt: ha convinto 

Non basta certo il solo, primo ascolto per valutare la bontà o la mediocrità delle canzoni sanremesi. E' bastata invece la sola prima serata del Festivalone per capire quanto sia stata azzeccata la scelta della Rai di confermare Carlo Conti sulla tolda di comando. I buonissimi ascolti del debutto, certo, ma non è solo una questione di meri dati numerici, perché la settimana è lunga e potrà benissimo esserci un calo fisiologico, così come è da tenere in considerazione il "pericolo" Juventus - Napoli per la finale di sabato. Ma per una volta andiamo oltre l'Auditel: la Rai ha fatto centro perché Carlo Conti è ormai padrone assoluto della kermesse. In senso buono, ovviamente: nessuna "dittatura", ma semplicemente la capacità di gestire con mano ferma e senza cedimenti la più complessa e delicata macchina spettacolare della tv italiana. E' alla seconda esperienza, l'anchorman toscano, ma pare un veterano, pare essere nato su quel palco: il paragone con Pippo Baudo, numero uno degli anfitrioni rivieraschi, ormai ci sta a pieno titolo, fatte salve le differenze di personalità fra i due. 
VIRGINIA E ANNA - L'impronta di Conti è visibilissima: lo show scorre via con buon ritmo, si arriva oltre la mezzanotte senza avvertire quella stanchezza dovuta a pause e tempi morti eccessivi, che invece abbondavano in tante edizioni precedenti. Show godibile e di buon gusto, con sana alternanza fra concorrenti e ospiti e un solo siparietto gratuito e dimenticabile, quello a notte fonda con Kasia Smutniak e Anna Foglietta in promozione del nuovo film: peraltro la mia personale adorazione per la Foglietta fa passare la cosa in secondo piano, tanto più che abbiamo anche potuto scoprire la notevoli doti canore della ragazza, alle prese con la sua canzone di Sanremo preferita, "Un'emozione da poco"... A proposito di miti personali, Virginia Raffaele potrebbe anche recitare l'elenco telefonico (un po' come si diceva qualche anno fa di Giorgia) ma risulterebbe ugualmente bravissima e sul pezzo: quella di Sabrina Ferilli è un'altra caricatura riuscita, l'ennesima della sua ormai lunga collezione, con qualche alto e basso nelle battute (non è facile tenere il palco per un'intera serata con un unico personaggio) ma nel complesso di buon livello. 
NOEMI, STADIO, RUGGERI E ARISA: NON MALE - Sulle canzoni in gara, come accennato in apertura, è opportuno sospendere il giudizio. Non so se l'organizzazione del Festival si muova come accadeva in passato, quando, a quel che si racconta, spesso le composizioni migliori venivano gettate in pista nella seconda serata per mantenere vivo l'interesse del pubblico, dal momento che l'ouverture, in automatico, convoglia sempre davanti al video milioni di spettatori a prescindere dai contenuti. Non che quanto ascoltato ieri sia da buttare, anzi: al primo impatto non ho avvertito la sensazione di trovarmi davanti a qualche potenziale evergreen, ma diversi pezzi mi hanno favorevolmente colpito. Ad esempio Noemi, con "La borsa di una donna", ha portato all'Ariston un Marco Masini dalla poetica particolarmente felice, ma non sorprende del tutto il piazzamento dell'artista in "zona pericolo" (ossia nelle ultime quattro posizioni), perché il brano non è immediatissimo e perché forse la brava "rossa" era un po' emozionata e non ha reso al cento per cento. I veterani Stadio e Ruggeri sono ancora in piena ispirazione: si son presentati con proposte più moderne e al passo coi tempi, per dire, di quella del ventenne Lorenzo Fragola, che mi è parso attestarsi su una prudenziale linea melodica in perfetto stile sanremese. Abbastanza orecchiabili pur se non innovativi i Dear Jack col nuovo vocalist Leiner Riflessi, mentre Arisa non sorprende più con la sua voce limpida, cristallina, senza sbavature: "Guardando il cielo" ha un testo interessante e un sound piacevole, anche se, di primo acchito, sembra mancare di un ritornello di grandissima efficacia. 
ROCCO HUNT PUNTA AL COLPACCIO - "Semplicemente" dei Bluvertigo è canzone di discreta fattura, ma ha scontato l'afonia di Morgan, di cui in effetti ricordavo alcune difficoltà vocali in certe recenti apparizioni: la speranza è che possa risolvere la situazione come avvenne per Grignani l'anno scorso, partito male e poi risollevatosi strada facendo; il contrario sarebbe un peccato perché, ripetiamo, l'opera proposta ha una sua dignità, pur non attingendo vette particolari di genio. Giuliano Sangiorgi ha saputo dare una veste non troppo banale e piuttosto elegante a "Via di qui", che comunque porta Deborah Iurato e Giovanni Caccamo nel solco dei classici duetti in stile festivaliero. Spiace per Irene Fornaciari, che continua a incontrare strane difficoltà nel far breccia presso il grande pubblico: anche stavolta parte ad handicap (anche lei è fra le ultime quattro), nonostante un brano teso ed emozionante come "Blu", nello stile di una precedente apparizione sanremese, quella del 2010 con "Il mondo piange". Gira che ti rigira, il più autorevole candidato al successo finale messo in mostra dalla prima serata potrebbe essere Rocco Hunt, che ho trovato enormemente maturato rispetto al retorico esordio di due anni fa: ancora impegno sociale, ma messo in musica con maggior perizia tecnica, e un ritmo trascinante. Altri "papabili" espressi dalla soirée d'apertura sono di certo gli Stadio, con la loro classe infinita. 
SULLE ALI DELLA NOSTALGIA - Per il resto, i picchi emozionali della serata sono stati tre: in primis l'ouverture nel segno della nostalgia, con la carrellata di tutti i vincitori sanremesi, un'emozione che non tutti possono comprendere. Personalmente, dai primi anni Ottanta in poi ogni filmato mi ha riportato alla memoria precisi momenti della mia vita, perché Sanremo può essere anche questo, può ravvivare ricordi, farli riaffiorare, sottolineare eventi belli e meno belli della nostra esistenza. Peccato che alcune clip non fossero di provenienza sanremese, come quelle del 1967, 1973 e 1976: chi si occupa del Festivalone sa che le registrazioni di quelle edizioni sono al momento irreperibili nell'archivio Rai, speriamo che la cosa venga sanata al più presto. Identiche sensazioni avrà senz'altro suscitato in molti miei coetanei il breve recital di Laura Pausini: perché noi quarantenni l'abbiam vista nascere artisticamente, e chiunque capisse un po' di musica si era reso ben conto, già nel '93, che non sarebbe stato un fuoco di paglia, anche se il sottoscritto di certo mai avrebbe pronosticato per lei successi planetari. 
SOLO MUSICA PER ELTON - Di grande efficacia la performance di Elton John, con un Conti bravo a tenere rigorosamente la conversazione su tematiche strettamente musicali: le polemiche e le discussioni senza fine lasciamole ai politicanti e ai giornalisti a caccia di effimeri scoop. Caspita, solo in Italia accade di avere sul palco un fuoriclasse di prima grandezza come Elton rischiando di buttare tutto in vacca parlando di faccende private: all'Ariston, per fortuna, non è accaduto. Menzione d'onore per Rocco Tanica, momentaneamente fuori dagli Elii per regalarci un'edicola certo più briosa di quella di Gianni Ippoliti, un classico dei Sanremo baudeschi, mentre speriamo che la divertente coppia di sposini "in Salamoia" Marta Zoboli - Gianluca De Angelis, già ammirata fugacemente l'anno scorso in chiusura di Festival, possa avere più spazio nelle prossime serate. Meglio loro, sicuramente, di Aldo, Giovanni e Giacomo, che potevan proporre qualcosa di nuovo invece della solita solfa di "Pdor figlio di Kmer". 

martedì 9 febbraio 2016

SANREMO 2016: AL VIA UN FESTIVAL "OPEN" E LIVELLATO, CON UN GRUPPONE DI PAPABILI PER IL SUCCESSO FINALE


A poche ore dal via, la domanda più banale eppure inevitabile: che Festival sarà, il 66esimo della serie? Sarà un Sanremo "open", la prima cosa che mi viene da dire. "Open" in quanto la porta verso la gloria, verso il trionfo finale, è teoricamente aperta a un numero elevatissimo di pretendenti, come raramente è accaduto in passato. Appena dodici mesi fa ci trovavamo a fare la cronaca di una vittoria annunciatissima (su "Note d'azzurro" l'avevo prevista fin da dicembre, senza fare supremi sforzi di fantasia), quella del Volo che, in extremis, dovette vedersela con l'imprevedibile colpo di coda di Nek, ormai però troppo attardato per puntare al bersaglio grosso. Altre volte, i "papabili" avevano formato gruppi un tantino più numerosi ma comunque ristretti (due anni fa si parlava di Arisa, Renga, Gualazzi e pochi altri). 
PIU' DI DIECI POSSONO SOGNARE - Quest'anno no. Quest'anno almeno la metà dei Campioni in concorso possono legittimamente ambire a fare il colpaccio. Questo sulla carta, intendiamoci, perché il primo ascolto dei brani potrà diradare molte nubi e fare una prima, consistente scrematura. Sta di fatto che, in mancanza del nome "che spacca" (poteva essere Alessandra Amoroso, che ha invece deciso di far uscire il nuovo album poco prima della kermesse, tenendosi ancora una volta alla larga dalla Riviera dei Fiori), il patron Carlo Conti ha puntato su quello che in termini sportivi viene definito "livellamento": un campionato della canzone equilibrato, senza assi pigliatutto, e ciò gioverà assai al pathos della tenzone; che poi tale livellamento sia verso l'alto o verso il basso, sarà il pentagramma a dircelo. Alla vigilia, possono essere considerate da podio Dolcenera, Arisa, Noemi e Annalisa, la nouvelle vague rosa della nostra canzone leggera, con le ultime due ormai affrancatesi da tempo dai loro esordi in ambito talent; poi i tre veterani Patty Pravo, Enrico Ruggeri e Stadio, e quel Lorenzo Fragola che cerca la consacrazione dopo la prima, convincente apparizione all'Ariston e il buon esito del disco d'esordio. 
LA FORZA DEL DUETTO? - Ancora: Rocco Hunt pare molto quotato, e non è detto che non si possa assistere al definitivo sdoganamento festivaliero del genere rap hip-hop. Neffa ed Elio e le Storie Tese rappresentano le schegge impazzite, ma il pezzo proposto dagli Elii ha fatto il pieno di consensi fra gli addetti ai lavori che han potuto ascoltare in anteprima le canzoni, e una loro affermazione dopo due secondi posti non stupirebbe. Nelle ultime ore, poi, sono date in poderoso crescendo le chance della coppia Deborah Iurato - Giovanni Caccamo, e la cosa per dire la verità mi lascia un tantino perplesso, a meno che non si sia in presenza di una composizione di struggente bellezza e possente impatto: chi dice che le coppie han sempre fatto centro presso la platea sanremese racconta una verità parziale, perché ai trionfi di Al Bano & Romina o di Anna Oxa e Fausto Leali, per citare due esempi, hanno fatto da contraltare tonfi clamorosi, come i duetti Minghi - Nava del 2000 o Tatangelo - Stragà del 2003, e pure quello fra lo stesso Leali e Luisa Corna nel 2002 (che funzionò sul momento ma alla lunga lasciò poche tracce); l'abbinamento fra i due giovani siciliani, oltretutto, sconta in partenza una certa debolezza, in fatto di curriculum e popolarità. Vedremo. 
BRIO ALLA CONDUZIONE - Sul Festival nel suo complesso, sulla struttura del carrozzone, ho già scritto molto nei mesi scorsi: avendo individuato una formula semplice ma vincente, e forse in grado di reggere per diverso tempo, Conti ha giustamente limitato al minimo le innovazioni. Però l'inserimento nel cast dei conduttori di un "valletto", Gabriel Garko, e di una battitrice libera di immenso e poliedrico talento come Virginia Raffaele, che da anni meritava tale traguardo, dovrebbero dare al tutto la giusta dose di brio, magari avvicinando la frizzante squadra che pilotò la fragile nave di Sanremo 2004 (Simona Ventura, Gene Gnocchi, Paola Cortellesi e Maurizio Crozza, ricordate?). 
SUPEROSPITI, ELITE ACCETTABILE - Riguardo agli ospiti, si insiste ormai con pervicacia sulla suddivisione fra italiani in gara e italiani a far passerella, ma se nelle ultime edizioni si è assistito spesso a presenze ingiustificate (su tutte quelle di Ligabue e Tiziano Ferro), quest'anno almeno esistono valide ragioni per celebrare la grandezza euromondiale di Laura Pausini ed Eros Ramazzotti o la réunion pre - scioglimento dei Pooh con Riccardo Fogli, mentre magari Elisa canterà in inglese, cosa che al momento ai concorrenti non è concessa (in passato si poteva) ed è un'artista che, per modalità espressive, definire "italiana" è perfino riduttivo. L'unica ospitata di cui mi sfugge il significato è quella di Renato Zero, che poteva comparire tranquillamente fra i big in competizione. Quanto a Cristina D'Avena, che vedremo sabato sera, va tenuta fuori da tutti questi discorsi: è una grandissima a tutto tondo, che ha fatto cantare e sognare generazioni di bambini e ragazzi, ma che ha sempre battuto un territorio sonoro lontano anni luce da quelli tipici della gara sanremese, e mai si è cimentata in brani, diciamo così, "adulti": la sua presenza fuori concorso ci sta, ed è anzi un doveroso tributo. 
POLEMICHE FUORI LUOGO - Le polemiche su Elton John e il marito sono incommentabili, se non dicendo che fanno bene certi Paesi esteri più avanzati, ma forse sarebbe meglio dire solo più civili, a canzonarci e prenderci per i fondelli. O meglio, a prendere per i fondelli chi alimenta certe discussioni, perché io me ne chiamo fuori e mi sento, in questo senso, pochissimo italiano. Allo stesso modo, non trovo normale che, durante la prima conferenza stampa sanremese della settimana, un giornalista ritenga "inevitabile" fare a un membro del cast (Gabriel Garko) una domanda sul ddl Cirinnà. Fermo restando che ognuno è assolutamente libero di porre i quesiti che più ritiene opportuni, mi sembra francamente fuori contesto e anche piuttosto triste andare a Sanremo per chiedere a uno dei presentatori, come prima curiosità, l'opinione su un disegno di legge che non ha alcun legame diretto con l'evento specifico.Voglio dire: ci sono tempi e luoghi per parlare di tutto (e anzi, di spazi di discussione in tv ne esistono fin troppi...), al Festival sarebbe bello, confermando la positiva tendenza dell'anno scorso, tornare a concentrarsi esclusivamente sulla musica, che negli ultimi tempi, grazie anche alla nascita di nuove rassegne canore (su tutte il Summer Festival di Canale 5) ha dimostrato di aver riconquistato una certa appetibilità anche sul piano catodico. 
INUTILE SFIDA CALCIO VS. MUSICA - A tal proposito, sarà interessante la sfida del sabato sera fra la finale rivierasca e il match scudetto Juve - Napoli: scontro assurdo (con lo spezzatino ormai abituale per la nostra Serie A, non si poteva proprio trovare un'altra collocazione oraria, magari la cara vecchia domenica pomeriggio?), ma che perlomeno pone un po' di sale sulla coda del carrozzone ligure, da anni adagiatosi sugli allori di una contro-programmazione soft da parte dei concorrenti. Conti e compagnia non dovrebbero comunque subire troppi danni da una rivale, benché prestigiosissima, confinata su una piattaforma a pagamento. 

"SANREMO ALL'INFERNO E RITORNO", IL MIO PRIMO LIBRO: LA CRISI DEL FESTIVAL NEGLI ANNI SETTANTA E IL RITORNO IN AUGE


L'inizio del 66esimo Festival di Sanremo coincide per me con un momento particolarmente importante. Nulla di eclatante, per carità, ma comunque la realizzazione di un progetto a cui tenevo e al quale ho lavorato per circa un anno, quasi segretamente (lo sapevano in pochi), nelle poche ore (spesso notturne) concesse dagli impegni lavorativi e dalle problematiche di tipo familiare che mi hanno afflitto; sottraendo tempo anche al blog, ve ne sarete accorti e ne ho parlato nel pezzo di inizio 2016. Oggi comincia dunque l'ennesimo Festivalone, e, per una coincidenza del tutto casuale ma assai gradita, vede la luce quello che io definisco "il mio primo esperimento letterario". Si tratta di un e-book (il cartaceo arriverà forse in seguito, se ci saranno riscontri almeno discreti) dal titolo "Sanremo all'inferno e ritorno: quando il Festival entrò in crisi"; il sottotitolo è "1973 - 1986: gli anni più bui della rassegna e il luccicante rilancio". Non sono necessarie troppe spiegazioni, credo: si tratta di un saggio - racconto dedicato al cupo tunnel imboccato dalla kermesse negli anni Settanta; un excursus storico per capire le ragioni di quella caduta verticale, o almeno provarci, e per illustrare come avvenne, passo dopo passo, la faticosa risalita fino alla ritrovata grandeur riconquistata nel decennio successivo. 
PROSPETTIVA DIVERSA - Un'impresa un po' folle, la mia, che partì da una simpatica sfida con un amico, anch'egli appassionato "sanremofilo", il quale mi disse: ormai sulla storia del Festival è stato scritto di tutto e di più, non c'è nulla da scoprire. Ecco, io invece pensavo che qualcosa di nuovo si potesse scrivere, ma a un patto: trovare una prospettiva diversa, inedita, dalla quale narrare il passato della manifestazione. La prospettiva diversa era molto semplice: concentrarsi su un periodo storico ristretto ma particolarmente significativo, e cercare di approfondirlo. E' quello che ho fatto: del resto, gli anni più "sfortunati" del Sanremo mi hanno sempre incuriosito enormemente, tanto che già quand'ero studente universitario mi capitò di trascorrere diversi pomeriggi in biblioteca a sfogliare quotidiani d'epoca nel tentativo di reperire notizie su quelle travagliate edizioni. 
VIDEO INTROVABILI - Sono edizioni anche misteriose, quelle in analisi, soprattutto perché, relativamente al periodo dal 1973 al 1975, manca documentazione video: la Rai pare non aver conservato copia delle trasmissioni, o quantomeno le registrazioni non sono state ancora rinvenute nel suo immenso archivio; Sanremo 1976, invece, è stato alfine recuperato tramite un'emittente spagnola, che l'ha messo in onda di recente, ma solo nella versione per l'Eurovisione (mancante cioè di tutta la parte finale, fra ospiti stranieri e proclamazione dei vincitori). Non restavano dunque che i giornali, peraltro non sempre prodighi di informazioni, anche perché, calando il prestigio del Festival, calava pure lo spazio informativo ad esso dedicato. 
COSA C'E' NEL LIBRO - Alla fine, comunque, qualcosa di buono credo di essere riuscito a metterlo insieme. Cosa c'è di nuovo, in "Sanremo all'inferno e ritorno", rispetto ad altri volumi dedicati alla storia della kermesse? Beh, diverse cose: innanzitutto, per ciascuna delle quattordici edizioni prese in esame, ho dedicato ampio spazio alla fase organizzativa delle stesse. Le aspre battaglie fra gli impresari in lotta per aggiudicarsi la gestione della gara canora (che faceva ancora gola, nonostante fosse in ribasso), i progetti da loro presentati... Ho anche gettato un occhio sul "contesto canoro" extra festivaliero di ogni anno, con uno sguardo particolare sulle altre rassegne che precedevano e seguivano il Festivalone ligure, alcune popolarissime, altre oggi dimenticate e durate lo spazio di poche stagioni. 
Poi, per ogni Sanremo preso in considerazione, il racconto dell'evento, nel quale ho cercato di inserire il maggior numero di dettagli inediti, ossia finora mai comparsi in altri libri sul tema, o comunque mai approfonditi: per fare un esempio, uno solo dei tanti, la gara per eleggere la giovane collaboratrice di Claudio Cecchetto sul palco di Sanremo '82, gara che mise in lizza tante esordienti poi destinate a carriere assai prestigiose. E ancora, per ciascun Festival ho provato a tratteggiare una sorta di "Sanremo virtuale", il Sanremo che poteva essere e che non fu: ospiti che non intervennero, presentatori che... non presentarono, e soprattutto consistenti liste di cantanti esclusi dal cast nella fase di selezione, cosa che spero non offenda nessuno; del resto non è assolutamente motivo di vergogna non essere ammessi al Festival, e in ogni caso si tratta di nomi che ebbero ampio rilievo sulla stampa dell'epoca. Riguardo invece a cantanti e canzoni effettivamente ammessi in concorso, non mancano annotazioni critiche, positive e negative, ma tutte comunque scritte nel pieno rispetto della dignità professionale degli artisti, almeno spero.
ATTO D'AMORE - Questo è quanto: mi auguro solo che le imprecisioni siano ridotte al lumicino. Nonostante le numerose riletture, mi sono accorto che qualcosa può sempre sfuggire, errori che si annidano malignamente fra le righe rendendosi invisibili, per poi spuntare fuori all'improvviso, come in un perfido nascondino. Del resto, per me è il primo libro, e posso assicurare che scrivere un volume intero (le pagine sono 195) non è assolutamente facile, soprattutto se l'editing lo si fa autonomamente. In ogni caso, "Sanremo all'inferno e ritorno" è principalmente un atto d'amore per il Festivalone: ne racconta la discesa agli inferi ma anche la resurrezione, evidenziando dunque le armi, i mezzi, le carte vincenti alle quali attinsero gli impresari dell'epoca (soprattutto Vittorio Salvetti e Gianni Ravera) per ridare vigore a un colosso esangue. L'opera è edita da Youcanprint, e nei prossimi giorni sarà in vendita nei principali store digitali, al prezzo di 3,99 euro.