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mercoledì 30 agosto 2023

IL POWER HITS E GLI ALTRI FESTIVAL, I PRO E I CONTRO DELLA MUSICA ESTIVA 2023: IL TRIONFO DEI KOLORS, LA RIVELAZIONE ANGELINA MANGO


 Con la serata veronese del Power Hits di RTL 102.5, ieri si è virtualmente conclusa l'estate canora 2023. Una stagione che, sul piano qualitativo e quantitativo della proposta musicale, non ha marcato né differenze né cambi di passo epocali rispetto a tante estati che l'hanno preceduta. Eppure, mai come in passato è stata terreno di scontro fra critici ed esperti, tutti ad accapigliarsi sullo stato (pietoso, ça va sans dire) della canzone leggera nostrana, ma a corto di argomenti veri sui rimedi realistici da adottare per uscirne fuori. Ci torneremo, non prima di aver sottolineato che è stata anche, forse come non mai nei tempi recenti, una estate ricchissima di rassegne canzonettistiche. Prima della citata kermesse dell'Arena, erano andati in scena il TIM Summer Hits di Rai 2, il Radio Norba Battiti Live di Italia 1, lo Yoga Radio Bruno Estate su La5, e ancora il Tezenis Summer Festival di Radio 105, il Radio Italia Live, il Love MI di Fedez e altro che probabilmente dimentico. 

DEGNI EREDI - E già, sembrano ormai lontani i tempi in cui era d'obbligo rimpiangere acutamente Festivalbar. Beninteso, i professionisti del nostalgismo lo rimpiangono tuttora, e neppure a me dispiacerebbe un ritorno dello storico marchio, più che altro per il fascino e la tradizione che quel nome porta con sé anche adesso, che non esiste più da ormai sedici anni. Ma, francamente, nella fase attuale non c'è motivo di disperarsi: gli eventi sorti in questi anni ne sono degnissimi eredi. Lo dico da sempre con convinzione, prendendomi pernacchie a destra e a manca, lo ribadisco ora, così come ribadisco che, sotto certi aspetti, sono perfino meglio. Il Battiti Live, ad esempio, ha proposto una notevole quantità di musica live (il festival di Salvetti era stato il regno del playback, salvo redimersi tardivamente), e ha dato agli artisti la possibilità di proporre performance ad ampio respiro, con più brani, senza limitarsi allo sbrigativo lancio del singolo estivo. Si è cantato molto dal vivo anche al Power Hits che, dal canto suo, ha un altro vanto: è un concorso canoro vero, con tanto di classifiche settimanali, come lo era stato a lungo il Festivalbar prima di cambiare volto da metà anni Novanta, con vincitori decisi a tavolino o comunque secondo valutazioni che esulavano dai mitici juke box e dalle cartoline voto di Sorrisi e Canzoni. 

LA NOSTALGIA DEL "BEL TEMPO CHE FU" - Se poi il motivo dei rimpianti risiede nella qualità dei pezzi in cartellone in questi eventi, temo che qui scenda inesorabile il velo del tempo che passa, a rendere tutto bellissimo degli anni della gioventù e tutto pessimo degli anni che ci tocca vivere oggi. E' un meccanismo mentale umano, che conosco bene, perché certi discorsi li sento più o meno da quando ero un bimbo, ed è un po' la stessa cosa che accade per il calcio: da piccolo sentivo il mio povero papà rimpiangere calciatori di un'epoca in cui la nostra Nazionale, magari, ai Mondiali ci arrivava, dopo aver superato qualificazioni ridicole, ma poi vi veniva sistematicamente eliminata al primo turno. Nello stesso periodo, veniva massacrata da ogni dove la dance italiana, salvo scoprire oggi che i vari Gazebo, Righeira, Spagna, Tracy Spencer e compagnia continuano ad essere richiesti ed applauditi, chi in circuiti minori, chi ancora su ribalte tutto sommato prestigiose, ma, insomma, sono ancora parte della memoria collettiva. 

POLEMICHE ECCESSIVE - Eppure, si continua sulla stessa falsariga lamentosa, ed è un peccato, perché in questo mare di lacrime gratuite si annacquano spunti polemici di indubbio interesse. Come nel vespaio di inizio estate suscitato da Enrico Silvestrin, che partendo da motivazioni parzialmente (non del tutto) condivisibili ha rovinato tutto sparando nel mucchio del cast del Love MI, in cui hanno trovato posto personaggi la cui caratura artistica è oggettiva, e testimoniata da pochi o tanti anni di attività e di riscontri, e non possono essere buttati nel calderone della m...a cui il noto VJ ed ex conduttore tv ha fatto riferimento senza andare troppo per il sottile. Allo stesso modo, si sono lette articolesse sul declino di ispirazione poetica degli autori che non riescono più a scrivere testi decenti, tantopiù per le canzoni "balneari", al punto che qualcuno si è chiesto preoccupato che cosa significhi "Stasera che mi fai? La Disco Paradise!". Il significato deve essere analogo a "E' dolce la tapioca di Costarica", che gorgheggiava il Gruppo italiano nell'84, o di "oh oh oh, italian's a go go", l'ultimo tormentone dei citati Righeira risalente all'86. La canzone da ombrellone è sempre stata questa, allegria, leggerezza e disimpegno, fare gli scandalizzati nell'anno di (dis)grazia 2023 mi sembra davvero il colmo. 

CAST OMOLOGATI - Poi i problemi ci sono, è chiaro. Ha ragione, ad esempio, chi dice che negli ultimi tempi, e soprattutto quest'anno, la produzione estiva abbia nettamente privilegiato questo filone stilistico, quello sintetizzabile in "stacco la spina e non penso a nulla". E guardando i cast dei festival citati all'inizio, va detto che si assomigliano un po' tutti fra loro: i nomi che girano sono più o meno gli stessi, impegnati in un tour massacrante da un evento all'altro, da una località all'altra, per  promuovere la canzone appena uscita. Forse giusto la kermesse di 105 ha messo sotto i riflettori qualche personaggio meno inflazionato e meno visto altrove, ma si è trattato di eccezioni e comunque il dato di fatto è che, al di là del pop e del rap variamente declinati e contaminati, per altri generi lo spazio è veramente ridotto all'osso. Anche qui, però, nulla di nuovo sotto il sole, se è vero che negli anni Settanta i cantautori, disperati per la mancanza di attenzione mediatica, dovettero inventarsi ribalte alternative come il Premio Tenco, peraltro ancora oggi vitalissimo. Ma questa è indubbiamente una grave lacuna;  oddio, i festival italiani ad impronta marcatamente commerciale non hanno mai brillato per eterogeneità artistica: ad esempio, troppo timidamente lo stesso Sanremo si apre al nuovo cantautorato, e mi chiedo perché, per fare un nome fra i tanti, per ascoltare in tv un talento puro come Fulminacci si debba aspettare il Concertone del Primo Maggio o sintonizzarsi in fascia preserale su Rai 3 per la bella trasmissione di Stefano Bollani e Valentina Cenni. Ecco, questi ed altri sono veri elementi di criticità del panorama discografico nostrano, ma non si risolvono né sparando nel mucchio né polemizzando su aspetti assolutamente secondari e, soprattutto, riscontrabili ampiamente anche nella produzione canora dei decenni passati. 

I KOLORS E GLI ALTRI - Chiudendo questa lunga disquisizione e tornando al succo della proposta estiva 2023, il Power Hits ha visto trionfare "Italodisco" dei Kolors, ed è stato giusto così, perché la "Disco Paradise" è stata fin troppo strombazzata e infilata in ogni dove, tanto da farla quasi venire a noia. Stash e compagni sono stati abili, in qualche modo furbetti, ma con genio e qualità, solleticando appunto quella nostalgia anni Ottanta di cui si diceva, ma piegandola al loro sound, costruendoci sopra un motivetto ben strutturato e orecchiabile. Contento per loro, che riemergono dopo anni in cui hanno sbarcato il lunario senza particolare gloria.  Altri pezzi solari hanno illuminato questi mesi caldissimi in maniera assolutamente dignitosa, senza che, come vorrebbe qualcuno, ci si debba vergognare dell'ascolto: i Pinguini Tattici Nucleari di "Rubami la notte" hanno indovinato un'altra hit, confermando il loro stile personalissimo, contemporaneo, fatto di originalità testuale e sonorità efficaci, e sono ormai pronti per un secondo Sanremo da protagonisti assoluti; Achille Lauro si è divertito con una soave "Fragole" in cui quasi sovrasta la sottile vocina di Rose Villain, mentre anche Levante ha fatto centro attingendo a certe atmosfere Settanta-Ottanta con una "Canzone d'estate" a metà strada fra lo spensierato e l'evocativo. E al decennio ottantiano, odiato da tutti a parole, in realtà amato sottovoce, si è palesemente ispirata anche la Pausini, ospite a sorpresa con la trascinante "Il primo passo sulla luna". 

ANGELINA MANGO SUGLI SCUDI - Non mi è dispiaciuto il duetto fra Mr. Rain e Sangiovanni in "La fine del mondo", ottimo esempio di rap all'italiana old style, privo di volgarità, in perfetta simbiosi con i canoni del più efficace pop radiofonico. Non male Emma in "Mezzo mondo", vagamente malinconica eppur sostenuta dalla consueta energia, conferma per Colapesce e Dimartino sulla loro ormai riconoscibilissima linea elegante e crepuscolare, in "Considera". E' cresciuta strada facendo, nelle mie valutazioni, la coppia Elodie-Mengoni: "Pazza musica" è alfine una canzone di buon livello, dai sapori soul e funky e con quel ritornello spiazzante che finisce in calando, quasi spegnendosi, modalità lontana dagli stilemi della tradizione nostrana. Sul mio personalissimo cartellino la migliore proposta della bella stagione è stata quella di Angelina Mango, uscita dall'Arena a mani vuote ma vincitrice morale: "Ci pensiamo domani", ascoltatissimo ovunque, è un brano allegro, che esprime alla perfezione, nel testo e nella musica, la sana e consapevole gioia di vivere di una ragazza del 2023. Questa figlia d'arte, che forse non ha le virtù vocali degli illustri genitori ma che sa cantare, scrivere, ha grande comunicativa e tiene il palco con perizia, promette bene e potrebbe essere un'altra carta da giocare sul tavolo del teatro Ariston. 

STRANIERI, VETERANI, OMAGGI E... SANREMO - In generale, la serata di RTL è da considerare riuscita perché lo spettacolo è stato concepito in modo da soddisfare il più ampio spettro di esigenze: c'erano, lo abbiamo visto, le canzoni delle chart, c'erano i superbig in versione autocelebrativa, da Giorgia ai Negramaro fino a un Antonacci con una discutibile versione remix di alcuni suoi successi, e c'è stato, da parte dei Pooh, il primo vero omaggio televisivo di rilievo a Toto Cutugno, che finora aveva avuto solo una replica di Techetecheté e trasmissioni mattutine e pomeridiane. E poi sono arrivati gli ospiti stranieri, sempre più rari dalle nostre parti, da Yungblud arrampicato sulle scalee dell'Arena a Rita Ora, da Sophie and the Giants a Jain ed altri ancora. Infine, da sottolineare che, ormai alle soglie di settembre, sono ancora massicciamente nell'aria i successi di Sanremo: anche ieri sera, hanno mandato in visibilio il pubblico "Cenere" di Lazza e "Tango" di Tananai, segno della mano felicissima avuta quest'anno (e non solo quest'anno) da Amadeus. Chiudendo ancora sul filo della nostalgia, quel palco bagnato dalla pioggia di questi giorni mi ha davvero riportato a certe finali del Festivalbar che fu, come quella del 1999, quando i Vengaboys cantavano "We're going to Ibiza" e Geri Halliwel "Mi chico latino" sotto una pioggia scrosciante, e lì percepivi pienamente i segni di un'estate ancora in corso ma che stava inesorabilmente volando via. Proprio come ieri sera. 

giovedì 4 marzo 2021

SANREMO 2021: IRAMA "SPACCA" E SI CANDIDA A SECONDO VINCITORE A DISTANZA DOPO IL VILLA DEL '55. BENE ANCHE MALIKA E RAPPRESENTANTE DI LISTA

 Dopo 66 anni, avremo di nuovo un vincitore di Sanremo "da remoto"? Nel '55 fu Claudio Villa, costretto a letto da un'influenza: nel corso della finale, la sua performance live fu sostituita dalla diffusione in sala dell'incisione di "Buongiorno tristezza". Questa volta potrebbe toccare a Irama, presente solo col filmato della (convincente) prova generale. Eventualità possibile, anche se non è il favorito numero uno, ma il terzo posto nella classifica demoscopica dei 26 Big al termine della seconda serata rende l'ipotesi tutt'altro che peregrina. Augurando al giovane cantante che lui e i suoi collaboratori escano indenni dall'incubo Covid, possiamo già parlare di una storia a lieto fine, quantomeno nel ristretto micromondo sanremese: da un'esclusione data ormai per certa, in punta di regolamento, al mantenimento in gara grazie alla mano tesa dal direttore artistico, fino al boom di consensi di ieri. Da parte mia, posso dire che sarebbe stato un peccato non vedere più in lizza "La genesi del tuo colore", una delle perle più pregiate del pacchetto di questa 71esima kermesse, ma ne parleremo più avanti. 

INSISTERE SULLA LINEA GIOVANE - Nel cuore della notte, prima della messa in onda dell'rvm di Irama, si sono esibiti in successione Random, Fulminacci, Willie Peyote e Gio Evan. Ecco, quello è stato il momento in cui ha fatto capolino l'effetto Sanremo '75, o anche '79, cioè una sfilata di concorrenti poco noti, se non ignoti, alla grande platea generalista. Ribadisco comunque la mia posizione in merito, con un paio di distinguo che esporrò a breve: lo svecchiamento e il rinnovamento del parco cantanti festivaliero, in atto da almeno un decennio, deve continuare, ed è stato giusto azzardare un cast così rivoluzionario, così distante dai canoni della kermesse ligure e dai gusti della platea over 40. Se in passato Sanremo come gara canora ha rischiato di implodere proprio per la refrattarietà quasi totale alla realtà musicale del Paese, le scelte artistiche di Amadeus rappresentano la miglior soluzione possibile per garantire una vita lunga e prosperosa alla manifestazione. 

Certi personaggi rappresentano, per talento e sostanza delle composizioni, il futuro della nostra canzone. Certo lanciarli in maniera così massiccia sull'ammiraglia Rai, nell'evento istituzionale per eccellenza, è un rischio, roba da equilibristi senza rete: ma è anche un investimento per l'avvenire, che darà frutti a medio termine e che, nel frattempo, deve mettere in conto un'emorragia di spettatori. Ecco, del discorso Auditel sanremese non ho mai parlato volentieri se non marginalmente, eppure, da che esiste "Note d'azzurro" avrei avuto ampiamente modo di inzupparci il biscotto, perché dal 2009 all'anno passato l'audience ha sempre visto trionfare Sanremo, con la sola eccezione del 2014, l'ultimo dei... quattro Fazio. Dodici anni di trionfi che rappresentano una discreta copertura assicurativa per l'avvenire del carrozzone rivierasco, e che consentono di parlare con serenità del flop di ascolti di questi giorni. 

FLOP AUDITEL: CAUSE E SOLUZIONI - Magari ci ritorneremo più dettagliatamente nel fine settimana, nelle giornate del bilancio. Ora posso solo fare alcune annotazioni. La prima: possibile che nessuno abbia pensato a quali danni avrebbe comportato andare in concorrenza con la Serie A, l'unico vero competitor in grado di sottrarre pubblico al colosso Sanremo? In passato ci pensarono e, semplicemente, saltarono la serata del mercoledì, anticipando la kermesse di un giorno. Non era difficile. Su tutto il resto si può discutere: d'accordo, la fronda anti festival, alimentata irresponsabilmente anche da alcune emittenti tv, ma spostare lo show ad aprile, maggio o giugno non avrebbe cambiato nulla. Perché la superficialità dei preconcetti non sarebbe stata scalfita, perché il populismo avrebbe trovato altri argomenti vacui per alimentare una pseudosolidarietà posticcia verso non si sa chi (o meglio, verso tutti ma non per chi lavora dentro e attorno alla macchina festival, loro sono dei paria della società che non meritano alcun riguardo, vero?). 

E poi comunque, in primavera, estate o autunno Sanremo 71 sarebbe stato sempre questo: stessa costruzione dello spettacolo, stesso cast di concorrenti e stesse canzoni in gara, stessi presentatori. E soprattutto niente pubblico in presenza, o forse poche decine di spettatori: quest'estate avremo Europei di calcio e Olimpiadi che si disputeranno nel metaforico gelo di impianti vuoti, e nessuno sta montando scioperi e boicottaggi per questo. Semplicemente, forse, è da rivedere la linea artistica riguardante il format televisivo dello spettacolo, e su questo ritorneremo. Ma la selezione di cantanti e canzoni no, è giusta quantomeno nell'idea di fondo e va portata avanti, al netto delle oscillazioni qualitative della proposta musicale, un anno meglio e un anno peggio, come è sempre stato. Con una postilla: focalizzarsi esclusivamente sul dato catodico ha senso, nel 2021, quando si può fruire qualsiasi prodotto tv, e quindi lo stesso Sanremo, anche in differita e attraverso innumerevoli piattaforme? 

GIO EVAN E RANDOM: ANCHE NO - Dicevo di un paio di distinguo riguardanti il cast dei Campioni. Perché ecco, va bene tutto, ma ad esempio Gio Evan è uno di quelli che, effettivamente, poteva davvero trovar posto fra le Nuove proposte. Musicalmente ha un background piuttosto scarno, la sua "Arnica" è anche un interessante sfogo autobiografico scritto con linguaggio attuale e realista, ma il cantante pare ancora un po' acerbo nel proporsi sul palco. Quanto a Random, ok la quota rapper, ma allora perché sceglierne uno che tradisce le radici per portare in concorso una canzoncina d'amore che mi aspetterei più da Zarrillo che da lui? Ecco, queste forse sono due caselle che potevano essere utilizzate diversamente: con un rapper che fa il rapper, e  con un altro veterano da affiancare alla spaurita Berti, andandolo magari a pescare nella galassia dei dimenticati anni Novanta, fra le varie Mietta, Nava, Alotta e compagnia. Mietta che fra l'altro, in occasione del recente Cantante mascherato, ha sfoderato una forma vocale e una poliedricità artistica davvero meritevoli dei migliori palcoscenici. Perché è stata dimenticata dallo showbiz? 

AYANE, IRAMA E RAPPRESENTANTE: TRIO SUPER - A proposito di Orietta Berti: d'accordo, fuori tempo e fuori mercato, ma prendiamo la sua presenza come un meritato tributo a un colosso della musica italiana, assente da troppo tempo dall'arengo sanremese quando molti suoi coetanei hanno occupato quasi manu militari quel palco nello stesso periodo. Comunque "Quando ti sei innamorato" è più pregevole, quantomeno, delle proposte presentate nelle sue ultime apparizioni precedenti, da "La barca non va più" a "America in", da "Futuro" a "Rumba di tango", brutta canzone, con tutto il rispetto per il compianto Giorgio Faletti. Più debole sul piano del prestigio dei nomi in gara, la seconda serata ha offerto però un miglioramento a livello di "immediata capacità impattante" dei pezzi. Balza fra i favoriti Malika Ayane, con un'opera ritmata e orecchiabile che prosegue il discorso intrapreso qualche anno fa con la bella e poco considerata "Stracciabudella", ottimi davvero i Rappresentante di lista, con un brano intenso, pienamente contemporaneo ma anche capace di non dimenticare certa buona tradizione italiana, e un ritornello che si ficca in testa. Sugli scudi, si è detto in apertura, anche Irama: la sua è una dance tesa, possente, persino inquietante in quel refrain "robo-metallizzato". In altri tempi si sarebbe detto "farà ballare l'Ariston": sarà per un'altra volta. 

GAIA E FULMINACCI DA SEGUIRE - Notevoli gli echi arabeggianti di una Gaia tutt'altro che banale, Fulminacci porta un cantautorato semplice, scarno ma sostanzialmente ben concepito e discretamente incisivo, Bugo ha abbandonato l'elettronica dell'accoppiata con Morgan ma suona ancora vintage, e tuttavia la sua "E invece sì" non ha pienamente convinto al primo ascolto, complice anche qualche difficoltà esecutiva di un artista interessante ma che non pare tagliato su misura per i live. Lo Stato Sociale ha gigioneggiato sul palco, la canzone rimembra Edoardo Bennato in certe parti, è ricca di fantasia e forse si avvicina di più al loro stile, rispetto a "Una vita in vacanza" che, benché caciarona, strizzava maggiormente l'occhio alla radiofonicità. Tanta carne al fuoco, forse troppa, nel polemico sfogo della "Mai dire mai" targata Willie Peyote, che comunque non passera inosservata, così come "Bianca luce nera" degli Extraliscio, commistione di stili di non facile digeribilità immediata. Infine, il capoclassifica del momento: Ermal Meta ha concepito una ballata elegante, ben scritta e struggente, anche se non brilla per originalità. E' il tipico prodotto della linea melodica sanremese, se giudicasse solo la demoscopica probabilmente vincerebbe a mani basse, ma...

SUPER ELODIE, MA PERCHE' SCHWAZER? - La gara dei giovani ha prodotto i quattro finalisti migliori: dopo Gaudiano e Folcast, ecco Wrongonyou e Davide Shorty. I più meritevoli, con qualche rimpianto per Greta Zuccoli, grande voce che ha pagato dazio con una proposta eccessivamente agée. Sul fronte della cornice, come sempre eccessiva e debordante (ecco un aspetto che andrà profondamente ritoccato in futuro), dato il giusto rilievo al Golden globe vinto dalla Pausini (traguardo storico, ricordiamocelo, conquistato da una ragazza partita da Sanremo) e all'omaggio a Ennio Morricone con la collaborazione del Volo, si è stagliata nitidamente su tutti Elodie. Oltre il fascino glamour e la sensualità c'è di più, ossia una performer a tutto tondo, che ha un bel futuro da presentatrice anche se preferirei continuare a vederla soprattutto nelle vesti di cantante. Il suo medley a incastro, con una sovrapposizione di pezzi di canzoni storiche da far venire il mal di testa, è stato geniale. Certo poteva evitare, all'una passata, la parentesi autobiografica con commozione incorporata, ma la si può perdonare, mentre difficile capire il senso della pur breve comparsata di Alex Schwazer, con una scelta di campo non richiesta e non dovuta da parte della tv di Stato. La vicenda non è ancora chiusa e ci sono molti aspetti da chiarire, lasciamo che la giustizia, sportiva e non, faccia il suo corso. Ottimo lo spazio nostalgia per i veterani Marcella, Leali e Cinquetti, trovata della... penultima ora. Un'idea da riproporre in avvenire, magari meno improvvisata e più strutturata in una serata ad hoc.

martedì 2 marzo 2021

SANREMO 2021 AL VIA DOPO UNA DRAMMATICA VIGILIA: FESTIVAL MADE IN ITALY E SPACCATO DELLA NUOVA CANZONE NOSTRANA. LEGGEREZZA CHE NON DIMENTICA LA TRAGEDIA

 Finalmente si canta. Siamo ai nastri di partenza del Festival più drammatico, surreale, straniante di sempre. La lunghissima vigilia è terminata, vivaddio. Tormentata come mai in passato, per motivi tremendamente seri ma anche per un eccesso di polemiche costruite su presupposti sbagliati, se non inesistenti. Avendo già sviscerato la tematica in maniera più che esauriente in questa sede, null'altro ho da aggiungere in merito. La mia scelta di campo l'ho fatta in tempi non sospetti, sono contento che il fronte dei favorevoli alla rassegna si sia nel frattempo arricchito di nomi prestigiosi e autorevoli, ma anche fossi rimasto da solo nulla sarebbe cambiato nel mio modo di vedere le cose. 

Il Sanremo numero 71 sarà un unicum, si dice. Lo spero sinceramente, anche se non ne sono più molto sicuro, alla luce dell'andamento sostanzialmente imprevedibile della pandemia e dell'inaccettabile lentezza della campagna vaccinale. E dunque, in una situazione del genere, l'auspicio è che possa essere se non altro uno show prototipo, un modello per tutti gli eventi spettacolari che verranno messi in scena nei prossimi mesi sul piccolo schermo e, sarebbe ora, nei teatri, in attesa di un'uscita dall'emergenza che ancora non si intravede all'orizzonte. Il protocollo sanitario ha creato attorno all'Ariston una bolla che, sulla carta, offre tutte le garanzie. Chi sta appollaiato sul trespolo nell'attesa quasi spasmodica del tampone positivo fa semplicemente pena, e ha evidentemente una vita molto triste. 

UN DISPERATO BISOGNO DI NORMALITA' - La mission della tv di Stato, ha ricordato ieri in conferenza stampa il direttore di Rai 1 Stefano Coletta, è sì informare, ma anche intrattenere con leggerezza. Del tutto refrattario all'idea di dovermi listare a lutto e chiudermi in casa in raccoglimento perenne con radio, televisione e pc spenti, per un malinteso senso di solidarietà posticcia, mi abbandono a questo disperato bisogno di evasione, in me tanto più accentuato in questo periodo, per questioni personali che vanno a sovrapporsi a quelle nazionali e mondiali. Già, un disperato bisogno di gioia e di normalità, seppur effimere; fame di una settimana di canzoni da poter vivere e raccontare comunque ai posteri. 

Sì, sarà strano, anzi straniante: sono sicuro che nessuno, sia chi seguirà da casa sia chi animerà l'evento on stage, perderà contatto con una realtà troppo cruda e incalzante per essere messa in un angolo; ma quando le luci si accenderanno sulla scintillante scenografia, per cinque serate tornerà la magia. "And It's gonna be so different when I'm on the stage tonight", cantava Frida degli Abba nella struggente Super Trouper: una frase che, tutto sommato, racchiude il senso di questo Sanremo 71. Ci sono il dramma e la tragedia, ognuno deve fare la sua parte, e gli artisti possono fare tantissimo tornando a cantare e suonare, facendoci rivedere spiragli di speranza e dando una poderosa spinta per la ripartenza di un settore in sofferenza. Questo non è ignorare il Covid, le sue vittime, il disastro economico, anzi: è voler almeno provare a dare un contributo per saltare l'ostacolo, un primo piccolo tassello per la ricostruzione e, fatto non trascurabile, per risollevare il morale di un popolo prostrato. 

SENZA PUBBLICO E' POSSIBILE - Un anno di tv ci ha dimostrato che, superati comprensibili imbarazzi iniziali, si può dare spettacolo anche senza pubblico. Abbiamo visto tanti varietà brillanti e luccicosi, eventi canori a vasta partecipazione, filati via lisci come l'olio. Non voglio farla passare come normalità perché, ovvio, così non è, ma si tratta dell'ultimo dei problemi, e non ci si dovrà scandalizzare per gli applausi finti, usati anche in passato a Sanremo per "mascherare" la proverbiale freddezza della platea festivaliera. Qualche impaccio in più potrebbe forse esserci per Fiorello: ricordo le prime puntate dell'one man show di Maurizio Crozza in lockdown, col comico genovese visibilmente a disagio a sfornare le sue battute davanti a seggiole vuote. Ma Rosario è talmente istrionico, geniale improvvisatore, che saprà tirare fuori il meglio anche da un quadro così emergenziale: già in questi giorni di approccio, nelle sue incursioni in varie trasmissioni televisive, si è mostrato in discreta forma. 

L'ORA (ANZI, LE ORE) DEL CHIACCHIERICCIO - Guardando a come è stato costruito, impostato e strutturato Sanremo 71, del resto, mi vien da pensare che non ci sarà tempo per avvertire momenti di vuoto e di freddezza. Personalmente non condivido la scelta di occupare militarmente le fasce di prima, seconda e terza serata per cinque giorni consecutivi, con venticinque ore complessive di trasmissione che, facilmente, diverranno ventisei, se non di più. Ma va dato atto all'organizzazione di aver fatto il possibile per riempire ognuna delle cinque puntate coprendo la più ampia gamma di gusti possibile. Fra conduttori, copresentatrici, battitori liberi (Fiore, appunto) e ospiti non cantanti, ci sarà un notevole chiacchiericcio, fatto apposta per tirare tardi, ma, al contrario di quanto avvenuto a volte in passato, soprattutto nel primo decennio di questo secolo, ciò non andrà a detrimento della musica, che è presente in maniera oltremodo massiccia, in termini di quantità e, credo, qualità. 

GOLDEN GLOBE E MOSTRI SACRI - Sarà la più grande celebrazione di sempre del made in Italy canoro, vista la scontata impossibilità di scritturare vedette straniere. Il parterre dei superospiti nostrani, presenza solitamente sgradita per via del "due pesi e due misure" che viene a crearsi con i concorrenti, quest'anno era imprescindibile, anche per andare nella direzione di quel "festival partecipato" che personalmente avevo auspicato fin dall'estate: partecipato sia in concorso che fuori. E se non altro, accanto ai soliti noti, offre qualche spunto degno di interesse: perché la Pausini torna, sì, ma lo fa per celebrare lo storico Golden Globe appena conquistato. Perché Diodato aprirà la kermesse con la sua canzone vincitrice di Sanremo 2020, diventata un inno alla speranza in questi dodici mesi cupi e duri. E perché ci saranno quelle vecchie glorie (senza offesa) da qualche anno sempre più distanti dalla gara: Gigliola Cinquetti, Marcella e Fausto Leali verranno a cantare alcuni loro successi del passato. Giusto così, perché la storia di Sanremo la fanno cantanti e canzoni in gara, e la gara ligure non poteva continuare in eterno a lisciare il pelo al pubblico di mezza età e oltre, proponendo oltre ogni logica personaggi ormai fuori da ogni discorso discografico. Pubblico che peraltro pare aver raggiunto il livello di saturazione, a giudicare dai recenti, clamorosi flop delle trasmissioni celebrative dedicate a Patty Pravo (prezzemolina di tanti festival recenti e dei palinsesti Rai in generale) e ai Ricchi e Poveri. 

LA NOSTALGIA HA STANCATO? - Un buon segno, sì, confermato indirettamente dal consenso che, invece, ha incontrato il progressivo svecchiamento del carrozzone rivierasco già in atto da almeno un decennio, pur se su presupposti via via diversi. Se direttori artistici come Gianmarco Mazzi e Carlo Conti portarono una ventata di freschezza facendo massiccio ricorso al vivaio sanremese e a quello dei talent show, Baglioni e Amadeus hanno deciso di scandagliare con coraggio i mondi rap, indie e della nuova musica in streaming, che ha creato idoli sconosciuti al popolo generalista ma apprezzatissimi in rete. Signori miei, tutto cambia, e la musica non può stare ferma: a chi protesta sui social parlando di cast di sconosciuti, di Nuove proposte travestite da Big, di assenza dei grandissimi nomi, è giunta l'ora di dire due paroline, senza illudermi che possano capire perché certe convinzioni sono difficili da scalfire.  

GUARDARE AVANTI - Orbene, i "grandissimi nomi", a Sanremo, in gara non ci vanno da almeno mezzo secolo. Quanto ai vostri/nostri idoli di gioventù, hanno avuto anni e anni di passaggi ripetuti, di occasioni più o meno sfruttate, ma ora hanno poco o nulla di nuovo e di valido da offrire; non si poteva continuare a fare Sanremo con i "Campioni" degli anni Ottanta, Novanta, Duemila. Avanti bisogna guardare, è vitale essere curiosi, affamati di novità, avere voglia di scoprire quanto fermento c'è nel sottobosco della canzone leggera tricolore. E se proprio non avete l'apertura mentale per compiere questi passi, beh, è legittimo, ma non giudicate ciò che non conoscete. E poi del resto funziona così, da sempre, è un automatismo mentale che proprio non si riesce a spezzare: negli anni Sessanta si rimpiangevano Achille Togliani e Giorgio Consolini contestando gli eccessi di Celentano e Little Tony; nei Settanta e negli Ottanta si rimpiangevano gli idoli Sixties guardando con sospetto all'innovazione (moderata) portata da Alice, Ruggeri, Mannoia ecc. Sempre, sempre a rimpiangere i tempi andati, che, guarda un po', sono sempre migliori di quelli che si stanno vivendo. E' un meccanismo pernicioso, un freno alla crescita culturale e musicale del paese che ha un solo nome: pigrizia mentale. 

CAST "FAMILIARE", NONOSTANTE LE APPARENZE - Nel dettaglio, il cast dei Big di Sanremo 2021 fornisce uno spaccato interessante e credibile, per quanto non esaustivo, della nuova canzone tricolore, di quello che, con buona pace dei nostalgici ad libitum, funziona oggi fra chi sull'ascolto di musica investe tempo, passione, denaro. Un cartellone che è sì fortemente innovativo e rivoluzionario, ma non al punto di lasciare di sasso il pubblico un po' più attempato. Se Orietta Berti è l'unica concessione ai "classic", c'è però un drappello di nomi divenuti ormai familiari anche per gli utenti in fascia "anta": Renga e Meta, Arisa e Annalisa, Malika e Noemi, tutti, fra l'altro, vincenti o piazzati in edizioni a noi vicine, quindi con solido palmarés e notevole repertorio. Nel gruppo dei volti, diciamo così, familiari, possono trovare posto anche l'estroso Gazzè, in pista ormai da fine anni Novanta, e, perché no, Lo Stato Sociale, "sdoganato" dal primo Festival baglioniano con un secondo posto a sorpresa e con la trovata scenica della "vecchia che balla", nonché Irama, principe delle hit parade estive. Ed è sicuramente una coppa da copertina quella formata da Michielin, seconda nel 2016, e Fedez, colpaccio di Amadeus. 

Aggiungiamoci Gaia e Maneskin, che si portano dietro l'enorme bacino di popolarità derivante dai talent, Bugo, per via del bagno di visibilità (non si sa quanto gradito) avuto l'anno scorso in seguito allo "scazzo" con Morgan, e tutto sommato Ghemon, raffinato artista già visto all'Ariston come concorrente e come duettante, senza contare Fasma che è perfettamente inserito nel meccanismo tipico del festival, arrivando dalla sezione giovani e promosso grazie a un maggior successo commerciale rispetto al vincitore di categoria Leo Gassman: nulla di diverso rispetto a quanto accaduto negli anni Ottanta a Marco Armani e Flavia Fortunato, e nei Novanta ad Alessandro Canino, Gerardina Trovato e Marina Rei, per fare solo qualche esempio. Al tirar della somme, una buona metà del cast non sarà assolutamente spiazzante, e renderà meno pesante lo sforzo di dover scoprire gli altri. Conoscendo e apprezzando buona parte di questi "nuovi" o presunti tali, posso dire che in linea di massima non ci sarà di che essere delusi e che, azzardo, possiamo ritenerci fortunati se il futuro immediato della canzone italiana è nelle loro mani, perché ci sono doti di scrittura, ricerca sonora e capacità di abbracciare la modernità senza abbandonare del tutto il solco della tradizione. Forse solo Madame e, in parte, Coma_Cose potrebbero risultare di difficile digeribilità, essendo persino oltre la contemporaneità e sconfinando nel futurismo canoro, ma non è detto. 

CHI VINCE? MICHIELIN E FEDEZ NOMI FORTI, MA... - Pronostici? Sulla gara non mi sento di farne. Ci troviamo alle prese con una di quelle edizioni in cui la canzone avrà un peso determinante, più del "peso" del nome dell'interprete. Ultimamente è successo spesso, in verità: nel decennio che ci siamo lasciati alle spalle, gli unici vincitori annunciati sono forse stati i soli Vecchioni, Volo e Meta-Moro. Certo, il collaudato duo Michielin - Fedez parte col vento in poppa, le pagelle giornalistiche seguite al preascolto dei brani, per quel che valgono, hanno un po' raffreddato gli entusiasmi attorno alla loro proposta. Vedremo, anzi, ascolteremo. Personalmente, sperando finalmente in una riscossa femminile, mi auguro un'affermazione di Malika ed Annalisa, con un occhio alle outsider Rappresentante di Lista e Coma_Cose. Fra i maschietti, punterei forte su Ermal Meta, che "sa come si fa" a Sanremo, meno su Renga, che nella sua ultima uscita rivierasca era parso un po' appannato, mentre si dice un gran bene della coppia Colapesce - Dimartino, di Aiello, di Fulminacci. E occhio allo Stato sociale, che dopo il primo assaggio potrebbero essere tornati per vincere. Fra i giovani "veri", in pole position metterei Gaudiano e il suo pezzo da pugno nello stomaco, per chi ha avuto l'occasione di ascoltarlo ad AmaSanremo nel tardo autunno scorso. 

COME RISPONDERA' IL PUBBLICO A CASA? - Altro tipo di pronostico, molto delicato, lo si potrebbe fare sulla resa Auditel del festival. Qui ancor di più è opportuno andarci coi piedi di piombo. Perché sulla carta potrebbe essere un'edizione da record, per la sua triste e auspicata unicità, per la situazione pandemica che costringe tutti a casa, ma anche, è ovvio, per gli innumerevoli spunti di interesse offerti sia dal lotto dei concorrenti che da quello degli ospiti. Ma ci sono tre incognite: la durata esagerata delle serate (passi per la finale, ma si farà notte già da stasera), la concorrenza del campionato di calcio (nel 2008 il Festival si fermò il mercoledì per non sovrapporsi alla disputa di un turno infrasettimanale di Serie A) e soprattutto la campagna di odio anti Sanremo che, per settimane, ha percorso innumerevoli pagine social. Io rimango del mio parere, e cioè che Facebook e compagnia siano il megafono di una esigua minoranza estremamente rumorosa e volgare, che sopperisce con i toni a un pauroso vuoto argomentativo che emerge da ogni rigo delle loro sgangherate tirate contro il festivalone. E tuttavia, anche solo parzialmente, il seme gettato potrebbe non essere caduto nel vuoto. Per questo ritengo che debba esser messo in preventivo un non marcatissimo calo negli ascolti, e che la conferma dei livelli del 2020 rappresenterebbe già un magnifico traguardo, in attesa di tempi migliori. Spero ovviamente di sbagliarmi. 

domenica 11 febbraio 2018

LA FINALE DI SANREMO 2018: META E MORO ONORANO I PRONOSTICI, AI PIEDI DEL PODIO LE PROPOSTE PIU' "ALTE" DI UN FESTIVAL FUORI DELL'ORDINARIO



Non ci può essere sempre la sorpresona finale, il Gabbani che ha la meglio sulla Mannoia, come avvenne lo scorso anno. Questa volta, il Festivalone è rimasto allineato ai pronostici della vigilia, che davano l'inedito duo Ermal Meta-Fabrizio Moro favorito per il trionfo, seppur nell'ambito di una gara assai equilibrata, che proponeva molte candidature per il massimo traguardo. Del resto, a giudicare dalle indicazioni molto parziali sulle preferenze delle varie giurie che erano state fornite nelle sere precedenti, le tendenze erano quelle che poi hanno trovato espressione nella classifica definitiva, e il podio poteva essere tutto sommato prevedibile. Un podio che ha un'unica bizzarria: affiancando ai due cantautori la rivelazione Stato Sociale e l'ottima Annalisa, si è riavvicinato alla linea artistica della precedente gestione, quella targata Carlo Conti; in un Sanremo caratterizzato da una notevole presenza di proposte "alte", un tantino sofisticate, non di impatto immediato, le tre medaglie sono infine andate a tre portabandiera dell'easy listening, seppur non banale e declinato in forme diverse. 
LA RAFFINATEZZA A UN PASSO DAL PODIO - Non può destare scandalo, questa conclusione. E' certo comprensibile il rammarico di molti, letto ieri sui social, riguardo al trattamento riservato a Ron, al trio Vanoni-Bungaro-Pacifico, a Gazzè, a Barbarossa e a  Diodato-Paci, piazzatisi da quarto all'ottavo posto. Sul piano strettamente qualitativo, della pregevolezza nella scrittura e nell'arrangiamento, tutte avrebbero meritato di arrivare più in alto, e probabilmente così sarebbe stato se il giudizio fosse stato affidato unicamente a una giuria di esperti. Ma a Sanremo non funziona in questo modo, lo sappiamo da anni, quando entra in scena il televoto torna a prevalere la cosiddetta radiofonicità, e del resto penso che, anche con una votazione esclusivamente tecnica, effettuata da gente "del ramo", il primato di "Non mi avete fatto niente" non sarebbe stato scalfito. 
PRIMI NONOSTANTE TUTTO, MA IN FUTURO... - Il Festival numero 68 ha trovato dei vincitori tutto sommato degni.. Il loro brano unisce orecchiabilità a impegno civile, quest'ultimo espresso con un testo fatto di flash e immagini scarne, semplici, per arrivare dritto al cuore; e le due voci si compensano bene, la rabbia dolente di Meta e quella dirompente di Moro. L'incidente infrasettimanale, il caso legato alla "citazione" del refrain presa da una canzone del 2015, non ha lasciato il segno; rimane però l'amaro in bocca legato a tutta la vicenda. Ribadisco la mia opinione: sul piano, diciamo, "moral - concettuale", non riesco proprio a definirlo un pezzo "nuovo", quello premiato stanotte intorno all'una e mezza. Il regolamento, però, lasciava una via di uscita, nella parte in cui parla di "stralci campionati" di opere precedenti, stralci che non devono superare il terzo della durata della composizione in concorso. Quindi in punta di diritto è stato giusto così e ha fatto anche piacere, trattandosi di due artisti che godono al momento di grandissima popolarità e posseggono indubbio talento, ma è altresì evidente che, sul punto, le "tavole della legge" sanremesi non sono chiare quanto dovrebbero, e quindi dovranno essere riscritte e rese più esplicite e dettagliate, per evitare che in futuro si creino certi spiacevoli equivoci. 
STATO SOCIALE E KOLORS: LA RADIOFONICITA' - C'era chi credeva in un exploit in extremis degli Stato Sociale, ma senza dubbio sono loro "gli altri" vincitori della kermesse, e  vanno a raccogliere di fatto il testimone di Elio e le Storie Tese, i quali, per una curiosa combinazione di fattori, hanno chiuso la loro parabola con quell'ultimo posto agognato da tempo. La band bolognese ha canoni espressivi diversi, più diretti, rispetto alle giravolte linguistiche degli Elii: sta di fatto che hanno sfornato uno di quei tormentoni di cui Sanremo non può fare a meno, per rimanere nell'immaginario collettivo; verosimilmente faranno loro compagnia, nei piani alti delle classifiche di vendita e download, quei Kolors penalizzati da un nono posto che non valorizza la freschezza e la buona costruzione di "Frida".
Meritato il bronzo per Annalisa, che aveva un po' smarrito la... retta via in occasione della sua ultima partecipazione, nel 2016, con una "Diluvio universale" forse troppo pretenziosa e al contempo eccessivamente classica nell'impostazione. In "Il mondo prima di te" ha ritrovato il giusto equilibrio fra tradizione e contemporaneità  che ne aveva decretato il successo di qualche anno fa, sfoderando nel contempo una verve interpretativa  in cui ha abbinato perizia tecnica a intensità emotiva. 
NESSUNA CANZONE VERAMENTE "BRUTTA" - In linea di massima, non riesco a trovare, fra le venti dei Campioni, una canzone veramente scadente. Ce ne sono due o tre di non eccezionale levatura, questo sì: le proposte di Caccamo e del duo Facchinetti-Fogli, per quanto ben strutturate, scivolano via senza lasciare il segno; quella presentata da Noemi non è male, ma non porta nessun valore aggiunto alla carriera della "rossa", che avrebbe invece avuto bisogno di un nuovo slancio in grado di valorizzarne le sempre intatte capacità vocali e sceniche. Per il resto, non posso che promuovere il tenore qualitativo della selezione operata da Baglioni. 
CONTI E BAGLIONI: FILOSOFIE DIVERSE MA VINCENTI - Dopo tre edizioni in cui Conti ha puntato massicciamente sull'immediatezza delle canzoni (ed ha realizzato tre ottimi Festival, lo scrissi negli anni scorsi e lo ribadisco), il suo successore ha optato per una linea artistica più coraggiosa e variegata: salvata comunque una quota di brani dalla notevole forza commerciale, si è puntato con più decisione sul pregio autoriale delle opere. Due filosofie diverse, semplicemente, e va detto che la scelta dell'anchorman toscano era stata perfettamente giustificabile da quel momento storico: occorreva creare dei Sanremo che incidessero sul mercato discografico nostrano, andando in particolare incontro ai gusti del pubblico più giovane che, altrimenti, avrebbe potuto voltare le spalle alla manifestazione. L'obiettivo è stato indubbiamente centrato, e così Claudio ha potuto muoversi con maggiore libertà, fornendo una rappresentanza più vasta di territori musicali. 
DA GAZZE' A DIODATO: CI RICORDEREMO DI LORO - E dunque, non è il caso di dare troppo peso alla graduatoria finale, che in Riviera conta sì, ma fino a un certo punto: perché in pochi, fra qualche anno, ricorderanno che Ron è arrivato quarto e la Vanoni quinta, ma in molti, scommetto, terranno a lungo nel cuore le loro proposte, la delicata poesia targata Dalla, la raffinatezza compositiva che Bungaro e Pacifico hanno messo a disposizione della voce sempre calda di Ornella; così come non dimenticheremo il favolistico Gazzè, un Barbarossa che ha dato nuova linfa al folk romanesco, il crescendo emozionale del duo Diodato-Paci. Peccato, casomai, per il diciassettesimo posto di Nina Zilli, finalmente convincente con una melodia tipicamente sanremese ma impreziosita da un bel testo "al femminile". 
PAUSINI: NUOVO PRIMATO - La serata finale è filata via con un ritmo piacevolmente sorprendente, visti i precedenti: le canzoni in concorso si sono susseguite senza eccessivi tempi morti. All'inizio, qualche lieve imperfezione tecnica "on stage" e persino disturbi sul collegamento tv, cosa quest'ultima che, a memoria, non accadeva dai primi anni Ottanta... Poi tutto si è aggiustato e i cantanti in gara hanno dato fondo alle loro energie. Laura Pausini, guarita a tempo di record e benevolmente presa in giro via telefono da Fiorello, ha trovato il modo di aggiungere un altro primato alla sua carriera: durante l'esecuzione di "Come se non fosse stato mai amore", è uscita dal teatro e ha continuato a cantare al cospetto delle tante persone che, tradizionalmente, sostano davanti all'Ariston per tutta la durata dell'evento; mai nessuno prima di lei aveva... osato tanto. 
FAVINO SUGLI SCUDI - Da dieci e lode lo stupendo monologo di Pierfrancesco Favino dedicato all'esperienza dei migranti, perfettamente fusosi con "Mio fratello che guardi il mondo", interpretata con trasporto da Fiorella Mannoia e da Baglioni. Un momento intenso e commovente, come lo era stato anche, ventiquattr'ore prima, il messaggio di Milva letto sul palco dalla figlia della grandissima cantante, insignita a furor di popolo col premio alla carriera. Due picchi emozionali in un Sanremo 2018 in cui, va rilevato, si è cantato per la quasi totalità del tempo, lasciando pochissimo spazio al "contorno". Sembrerebbe un'ovvietà, ma su quel palco spesso è avvenuto il contrario. Ieri sera, poi, nessuna intrusione "extra", a parte la citata, graditissima performance di Favino. Certo, il cast è stato nel complesso di prim'ordine, contando anche gli ospiti italiani e le tante parentesi canterine del direttore artistico, ma il succo del discorso è che uno show quasi esclusivamente musicale può ancora fare breccia nel "cuore di pietra" delle famiglie Auditel. 
E' RIPROPONIBILE IL FORMAT BAGLIONI? - Ci sarà un Baglioni bis? Non so se auspicarlo o meno: per come è stato strutturato, per la presenza eccezionale di un cantautore che, almeno a livello televisivo, non è certo un prezzemolino, questo Festival numero 68 ha avuto tanto il sapore di un unicum nella quasi settantennale storia della kermesse. Un Sanremo concepito in maniera inedita, non più "messa cantata" in stile baudiano o contiano, ma comunque capace di salvaguardare una buona parte della sua liturgia riuscendo però a declinarla con schemi di spettacolo a tratti spiazzanti. Di un'altra edizione così ci sarebbe forse bisogno, ma per un tale format Baglioni dovrebbe trovare nuovi interpreti e una chiave di lettura diversa rispetto a quella appena proposta. Non è facile e si rischierebbe l'effetto minestra riscaldata. Vedremo.

martedì 6 febbraio 2018

SANREMO 2018: AL VIA LO STRANO FESTIVAL DEI TRE CAST PARALLELI E DEI "BIG CONTRO BIG"


"Sarà un Festival sui generis, diverso dal solito, sicuramente originale". Lo si dice da mesi, e del resto questo Sanremo 2018 è stato circondato da un alone di mistero fin dalla fase di gestazione: prima l'inquietante "vuoto di potere" del dopo Carlo Conti, con la nomina del nuovo direttore artistico che si è fatta pericolosamente attendere; poi la designazione di Claudio Baglioni a fine settembre, e a seguire la messa a punto di un regolamento che segna un deciso cambio di rotta rispetto alle edizioni degli ultimi anni, con l'abolizione delle eliminazioni in entrambe le categorie in concorso; e ancora, la composizione di un cast di Big meno glamour e meno commerciale rispetto a quelli della gestione "contiana", per finire con l'inedito ed estemporaneo trio scelto per fare gli onori di casa: Michelle Hunziker, showgirl targata Mediaset, Pierfrancesco Favino, attore a digiuno in fatto di conduzioni catodiche, e ovviamente lui, il "capitano coraggioso" Claudio, non si sa ancora bene con quanto spazio e con quale ruolo, ruolo che tuttavia, stando alle indiscrezioni, potrebbe essere meno defilato di quel che si pensava inizialmente. 
Ora che siamo al momento del dunque, le impressioni sono le stesse della lunghissima vigilia. Ci accingiamo ad assistere a un Sanremo del tutto particolare. Non so se sarà di semplice transizione, per poi tornare a percorrere la strada di recente intrapresa (una strada vincente), o se segnerà una svolta nel modo di concepire la struttura dell'evento. Ma sarà comunque una rassegna da seguire con grande attenzione e curiosità. Dei Campioni ho già scritto al momento dell'annuncio del "listone", in dicembre: inutile tornarci sopra adesso, quando basterà attendere poche ore per avere anche la materia prima su cui discutere, ossia i brani in lizza. "Annusando l'aria che tira", come dicono gli esperti sanremologhi, i miei favoriti sono le coppie Meta - Moro e Facchinetti - Fogli, poi Red Canzian e Annalisa, mentre la critica già ha detto mirabilia del brano di Ron targato Dalla. Ne riparleremo presto...
OSPITI ITALIANI: UN CAST MONSTRE - Più opportuno spostare i riflettori sulla linea artistica che il cantautore romano ha voluto dare a tutto il progetto Festival nel suo complesso: da quando nella liturgia sanremese sono stati introdotti gli ospiti fuori concorso, non è mai accaduto, a mia memoria, che gli italiani superassero, in quantità, le star d'oltrefrontiera. Solo due i precedenti analoghi in tal senso, ma si trattò di circostanze del tutto eccezionali, di due eventi concentrati entrambi in una sola delle cinque serate in cartellone: nel 2010, sfilarono nove superstar canore di casa nostra per celebrare il sessantesimo compleanno della manifestazione; l'anno prima, dieci superbig si esibirono facendo da padrini ad altrettante nuove proposte (fu la covata d'oro di Arisa, Malika Ayane, Simona Molinari, Irene Fornaciari). 
In questo Sanremo 2018, salvo cambiamenti dell'ultima ora (che al Festival sono frequenti, in tema di reclutamento di vedettes internazionali), dall'estero al momento sono in arrivo i soli Sting (con Shaggy) e James Taylor: oltretutto, grandissimi nomi, ma non certo protagonisti delle più recenti charts, quegli effimeri eroi che in Riviera sono spesso e volentieri venuti a far promozione per sfruttare il loro attimo più o meno fuggente. Del resto, Baglioni era stato chiaro: gli stranieri che verranno, aveva detto, dovranno impegnarsi anche a omaggiare, in qualche modo, la canzone italiana. Può anche essere che questo "paletto" abbia scoraggiato molti divi del pop mondiale a sbarcare all'Ariston. Ma magari si è trattato solo di una scelta di campo chiara, netta, inequivocabile da parte dello staff organizzativo: fare del Festival 2018 un inno assoluto alla musica tricolore. 
CHI RISCHIA IN GARA E CHI NO - Così, ecco schierati ai nastri di partenza Laura Pausini (se guarirà in tempo utile dalla laringite), Giorgia, Negramaro, Piero Pelù, Gianni Morandi, Il Volo, Gino Paoli con Danilo Rea, il trio Nek - Pezzali - Renga, Antonacci, Fiorella Mannoia. Non si può certo dire che si tratti di un elenco grondante sorprese (quasi tutti sono stati visti e rivisti a Sanremo in tempi non troppo lontani, perfino il "ribelle" Pelù fece il superospite nel 2001), ma d'altro canto non può sfuggire un fatto singolare: si tratta di un nutrito drappello di "campioni" che marcerà parallelamente a quello degli "altri" campioni, ossia i concorrenti.
Big italiani contro big italiani, lotta fratricida nella quale vedo un senso di profonda ingiustizia. Parliamoci chiaro: il fatto che ci sia una élite di cantanti nostrani che si sottraggono alle forche caudine della gara preferendo la vetrina senza rischi, mentre nelle stesse ore dei "valorosi" colleghi affrontano la pugna con spirito indomito, stona un po', ancor più se si tratta di una scelta avallata o ispirata dal patron di turno. Bei tempi, quelli in cui il palco ligure era negato agli artisti italiani refrattari al concorso; il Pippo Baudo dei tempi d'oro fu particolarmente rigoroso nella difesa di questo principio, salvo poi cambiare registro negli ultimi due Festival sotto la sua gestione, 2007 e 2008. Rimango del parere che una distinzione del genere, che suona quasi come "cantanti di Serie A e cantanti di Serie B", non dovrebbe esistere, a Sanremo: ed è ancor più assurdo che esista quest'anno, con una competizione così largamente annacquata che porterà tutti, proprio tutti, i gareggianti alla finalissima di sabato. Una Giorgia, un Antonacci, un Sangiorgi con band al seguito, possono davvero aver paura di un piazzamento sanremese non all'altezza della loro fama? Suvvia, siamo seri...
LA TERZA SQUADRA: I DUETTANTI - Due cast di big paralleli, dunque. Anzi, tre: perché fra le più belle novità del Sanremo numero 68 c'è il pensionamento della serata delle cover (aveva un po' stufato e in tanti anni aveva prodotto un solo clamoroso exploit, quello di "Se telefonando" versione Nek, bissato, ma in misura decisamente minore, da "Un'emozione da poco" di Paola Turci),  e il ripristino della serata dei duetti, che per diverse edizioni ha proposto tante riletture interessanti dei brani in competizione, e tante performance di notevole effetto scenico. Per questo happening, in programma venerdì, è stato arruolato uno "squadrone" di vip niente male: da Arisa a Michele Bravi, da Simone Cristicchi a Giusy Ferreri, e poi ancora Sergio Cammariere, la Turci, Marco Masini, Alice, Tullio De Piscopo... Anche loro sono ufficialmente "fuori concorso", ma perlomeno accorrono a dare una mano concreta ai colleghi, e, insomma, un minimo incideranno sulla classifica finale. 
MA GLI STRANIERI SERVONO... - Eccolo, quindi, il Sanremo dei tre squadroni di Big, e della guerra fratricida fra artisti che sfilano in allegria ed altri che affrontano le ansie e le nevrosi della gara. D'accordo, così facendo Baglioni ha radunato in Riviera una cospicua razione della crème dell'italico pop, mettendo in piedi un Festival tutto sommato abbastanza rappresentativo dell'attuale realtà musicale del Paese (rispunta persino il rap, con Ghemon che sarà partner di Diodato e Roy Paci); ma, almeno per quanto mi riguarda, il retrogusto amarognolo da disparità di trattamento permane. Forse costano di più, ma giova ricordare che i grandi interpreti di fuorivia hanno quasi sempre portato lustro e spessore alla kermesse, facendole superare i confini della Penisola e dando nel contempo visibilità quasi planetaria alle nostre ugole d'oro. Senza arrivare agli eccessi degli anni Ottanta, con le abbuffate di stranieri al mitico Palarock, forse era il caso di battere con più convinzione la pista internazionale. Pazienza, e... buon Sanremo a tutti. 

martedì 9 gennaio 2018

VERSO SANREMO 2018: CONFERENZA STAMPA DELUDENTE, PER UN PUZZLE CON TROPPE TESSERE MANCANTI


Il Sanremo dei misteri continua a percorrere la sua tortuosa strada. Dopo la lunga attesa per la nomina del direttore artistico "post contiano", dopo il sospiratissimo rinnovo della Convenzione Rai - Comune giunto solo in chiusura di 2017, oggi è andata in scena, dal casinò della cittadina ligure, una conferenza stampa surreale. Un incontro con i rappresentanti dei media che doveva essere un po' il vernissage ufficiale del 68esimo Festival, ma che al tirar delle somme ha grosso modo lasciato le cose come stavano. 
Nulla di nuovo sotto il sole, quasi tutto noto (di quel "quasi" parleremo tra breve). Ciascuna delle cose dette questa mattina da Claudio Baglioni e compagnia era di dominio pubblico da giorni, se non da settimane: già sicuri nelle vesti di padroni di casa Michelle Hunziker (di ritorno dopo undici anni, si spera più matura e convinta rispetto a quel pulcino spaurito che deluse ampiamente al fianco di Baudo) e Pier Francesco Favino, già ampiamente conosciuti dagli addetti ai lavori il meccanismo di gara e le novità relative alle giurie e all'abolizione delle eliminazioni (il regolamento è online da tempo sul sito della kermesse), già visti e stravisti i tre spot tv con protagonisti alcuni celebri anchorman festivalieri del passato (Pippo Baudo, Fabio Fazio, Carlo Conti, impegnati in strambi colloqui col cantautore romano). E dunque per che cosa, di grazia, i giornalisti sono stati convocati oggi? Bastava un comunicato stampa... O no?
Spesso, in passato, l'appuntamento con la conferenza "ufficiale" di gennaio è servito a regalare primizie e anticipazioni sulla manifestazione e sul suo contorno: soprattutto qualche notizia boom sui nomi di artisti italiani e stranieri chiamati a esibirsi fuori concorso.  Invece, nada de nada. Gli ospiti? "Abbiamo diramato degli inviti", è stato detto. Laura Pausini, Sting, Liam Gallagher?  "Sono nomi che confermiamo tutti - ha affermato Baglioni - vediamo se li confermano anche loro", cioè i cantanti stessi. Come dire che i contratti, probabilmente, devono ancora essere chiusi. Assolutamente nulla, poi, è trapelato sui format del Pre-festival (la breve striscia tv che da qualche anno precede le serate della gara) e del Dopofestival, se non con la precisazione che quest'ultimo dovrebbe, negli auspici, diventare uno spazio defatigante per gli artisti in concorso, dove fare musica senza animi infiammati né accese polemiche. Chi lo animerà, chi ne sarà l'anfitrione, non ci è dato saperlo. Persino il Festival propriamente detto potrebbe avere altre figure aggiunte a fare gli onori di casa sul palco, ha lasciato intuire Baglioni... Chi? Mah! 
I comici? Ci saranno, e già era stato detto. Le star hollywoodiane? Vade retro, ed è giusto così perché, nel novanta per cento dei casi, il loro apporto qualitativo al Festival è sempre stato di scarsissimo peso (poche le eccezioni, ricordo ad esempio una bella intervista di Baudo a Sharon Stone nel 2003), ma anche questo "niet" il buon Claudio lo aveva anticipato in tempi non sospetti. E allora, di che si è parlato stamane? Tanta teoria, tanti scenari che colpiscono la fantasia (il Festival "come una tela bianca" da dipingere sera dopo sera, "l'immaginazione al Festival" cinquant'anni dopo "l'immaginazione al potere" di sessantottiana memoria); insomma, l'impegno di fare bene come per le squadre di calcio che, conclusa la campagna acquisti, si apprestano a iniziare il campionato. Solo che, qui, la campagna acquisti è lungi dall'essere completata, troppi aspetti della struttura spettacolare dell'evento sono ancora aleatori. 
L'unica vera novità emersa è rappresentata dalla "regola di ingaggio" che verrà applicata nella convocazione degli ospiti canterini d'oltrefrontiera: "Dovranno venire a cantare e suonare qualcosa con una matrice italiana", ha spiegato il direttore artistico. Lodevole da un certo punto di vista, per scongiurare il mero passaggetto promozional - commerciale e spingere gli ospiti a portare qualcosa di più corposo e impegnativo, ma in tal modo potrebbe restringersi il campo dei divi pop disposti a venire in Riviera; l'ideale sarebbe una via di mezzo, ossia consentire loro di fare sia l'autopromozione sia l'omaggio al Bel Paese (e probabilmente, azzardo io, sarà così, anche se non lo si è capito molto bene da quanto è stato detto in conferenza). Lodevole il proposito di salvaguardare ed esaltare l'italianità dell'evento, ma se il Sanremone ha raggiunto le vette attuali è stato anche grazie alle innumerevoli presenze di grandi figure della musica mondiale venute a proporre le loro opere, non dimentichiamolo mai. 
Si è intuito che ci sarà meno glamour, ossia meno lustrini e ingredienti da mega-super show, contrariamente a quanto spesso è accaduto in passato: la musica dovrà essere al centro di tutto, frase peraltro ripetuta come un mantra già alla vigilia di tante edizioni più o meno recenti (e promessa spesso mantenuta, checché se ne dica, ad esempio nell'ultimo triennio, nel quale si è cantato tanto senza per questo tradire l'aspetto spettacolar - televisivo del carrozzone). Insomma, per il momento la rassegna non ha ancora un aspetto ben definito, e ci si domanda se non fosse il caso di aspettare ancora un paio di settimane, prima di convocare questo incontro con la stampa: 15 giorni in cui mettere le firme su qualche contratto e fornire un quadro più esauriente della struttura di Sanremo 2018. Di buono c'è che, a quanto è stato detto, gli introiti pubblicitari (25 milioni di euro) hanno già coperto il costo della kermesse (poco più di 16 milioni), alla faccia di chi dice che "il Festival lo pagano gli italiani con il canone". 

mercoledì 10 febbraio 2016

SANREMO 2016, LA PRIMA SERATA: CONTI BAUDIANO, VIRGINIA SUPER, ELTON E LAURA EMOZIONANTI, ROCCO HUNT IN POLE POSITION

                                                    Rocco Hunt: ha convinto 

Non basta certo il solo, primo ascolto per valutare la bontà o la mediocrità delle canzoni sanremesi. E' bastata invece la sola prima serata del Festivalone per capire quanto sia stata azzeccata la scelta della Rai di confermare Carlo Conti sulla tolda di comando. I buonissimi ascolti del debutto, certo, ma non è solo una questione di meri dati numerici, perché la settimana è lunga e potrà benissimo esserci un calo fisiologico, così come è da tenere in considerazione il "pericolo" Juventus - Napoli per la finale di sabato. Ma per una volta andiamo oltre l'Auditel: la Rai ha fatto centro perché Carlo Conti è ormai padrone assoluto della kermesse. In senso buono, ovviamente: nessuna "dittatura", ma semplicemente la capacità di gestire con mano ferma e senza cedimenti la più complessa e delicata macchina spettacolare della tv italiana. E' alla seconda esperienza, l'anchorman toscano, ma pare un veterano, pare essere nato su quel palco: il paragone con Pippo Baudo, numero uno degli anfitrioni rivieraschi, ormai ci sta a pieno titolo, fatte salve le differenze di personalità fra i due. 
VIRGINIA E ANNA - L'impronta di Conti è visibilissima: lo show scorre via con buon ritmo, si arriva oltre la mezzanotte senza avvertire quella stanchezza dovuta a pause e tempi morti eccessivi, che invece abbondavano in tante edizioni precedenti. Show godibile e di buon gusto, con sana alternanza fra concorrenti e ospiti e un solo siparietto gratuito e dimenticabile, quello a notte fonda con Kasia Smutniak e Anna Foglietta in promozione del nuovo film: peraltro la mia personale adorazione per la Foglietta fa passare la cosa in secondo piano, tanto più che abbiamo anche potuto scoprire la notevoli doti canore della ragazza, alle prese con la sua canzone di Sanremo preferita, "Un'emozione da poco"... A proposito di miti personali, Virginia Raffaele potrebbe anche recitare l'elenco telefonico (un po' come si diceva qualche anno fa di Giorgia) ma risulterebbe ugualmente bravissima e sul pezzo: quella di Sabrina Ferilli è un'altra caricatura riuscita, l'ennesima della sua ormai lunga collezione, con qualche alto e basso nelle battute (non è facile tenere il palco per un'intera serata con un unico personaggio) ma nel complesso di buon livello. 
NOEMI, STADIO, RUGGERI E ARISA: NON MALE - Sulle canzoni in gara, come accennato in apertura, è opportuno sospendere il giudizio. Non so se l'organizzazione del Festival si muova come accadeva in passato, quando, a quel che si racconta, spesso le composizioni migliori venivano gettate in pista nella seconda serata per mantenere vivo l'interesse del pubblico, dal momento che l'ouverture, in automatico, convoglia sempre davanti al video milioni di spettatori a prescindere dai contenuti. Non che quanto ascoltato ieri sia da buttare, anzi: al primo impatto non ho avvertito la sensazione di trovarmi davanti a qualche potenziale evergreen, ma diversi pezzi mi hanno favorevolmente colpito. Ad esempio Noemi, con "La borsa di una donna", ha portato all'Ariston un Marco Masini dalla poetica particolarmente felice, ma non sorprende del tutto il piazzamento dell'artista in "zona pericolo" (ossia nelle ultime quattro posizioni), perché il brano non è immediatissimo e perché forse la brava "rossa" era un po' emozionata e non ha reso al cento per cento. I veterani Stadio e Ruggeri sono ancora in piena ispirazione: si son presentati con proposte più moderne e al passo coi tempi, per dire, di quella del ventenne Lorenzo Fragola, che mi è parso attestarsi su una prudenziale linea melodica in perfetto stile sanremese. Abbastanza orecchiabili pur se non innovativi i Dear Jack col nuovo vocalist Leiner Riflessi, mentre Arisa non sorprende più con la sua voce limpida, cristallina, senza sbavature: "Guardando il cielo" ha un testo interessante e un sound piacevole, anche se, di primo acchito, sembra mancare di un ritornello di grandissima efficacia. 
ROCCO HUNT PUNTA AL COLPACCIO - "Semplicemente" dei Bluvertigo è canzone di discreta fattura, ma ha scontato l'afonia di Morgan, di cui in effetti ricordavo alcune difficoltà vocali in certe recenti apparizioni: la speranza è che possa risolvere la situazione come avvenne per Grignani l'anno scorso, partito male e poi risollevatosi strada facendo; il contrario sarebbe un peccato perché, ripetiamo, l'opera proposta ha una sua dignità, pur non attingendo vette particolari di genio. Giuliano Sangiorgi ha saputo dare una veste non troppo banale e piuttosto elegante a "Via di qui", che comunque porta Deborah Iurato e Giovanni Caccamo nel solco dei classici duetti in stile festivaliero. Spiace per Irene Fornaciari, che continua a incontrare strane difficoltà nel far breccia presso il grande pubblico: anche stavolta parte ad handicap (anche lei è fra le ultime quattro), nonostante un brano teso ed emozionante come "Blu", nello stile di una precedente apparizione sanremese, quella del 2010 con "Il mondo piange". Gira che ti rigira, il più autorevole candidato al successo finale messo in mostra dalla prima serata potrebbe essere Rocco Hunt, che ho trovato enormemente maturato rispetto al retorico esordio di due anni fa: ancora impegno sociale, ma messo in musica con maggior perizia tecnica, e un ritmo trascinante. Altri "papabili" espressi dalla soirée d'apertura sono di certo gli Stadio, con la loro classe infinita. 
SULLE ALI DELLA NOSTALGIA - Per il resto, i picchi emozionali della serata sono stati tre: in primis l'ouverture nel segno della nostalgia, con la carrellata di tutti i vincitori sanremesi, un'emozione che non tutti possono comprendere. Personalmente, dai primi anni Ottanta in poi ogni filmato mi ha riportato alla memoria precisi momenti della mia vita, perché Sanremo può essere anche questo, può ravvivare ricordi, farli riaffiorare, sottolineare eventi belli e meno belli della nostra esistenza. Peccato che alcune clip non fossero di provenienza sanremese, come quelle del 1967, 1973 e 1976: chi si occupa del Festivalone sa che le registrazioni di quelle edizioni sono al momento irreperibili nell'archivio Rai, speriamo che la cosa venga sanata al più presto. Identiche sensazioni avrà senz'altro suscitato in molti miei coetanei il breve recital di Laura Pausini: perché noi quarantenni l'abbiam vista nascere artisticamente, e chiunque capisse un po' di musica si era reso ben conto, già nel '93, che non sarebbe stato un fuoco di paglia, anche se il sottoscritto di certo mai avrebbe pronosticato per lei successi planetari. 
SOLO MUSICA PER ELTON - Di grande efficacia la performance di Elton John, con un Conti bravo a tenere rigorosamente la conversazione su tematiche strettamente musicali: le polemiche e le discussioni senza fine lasciamole ai politicanti e ai giornalisti a caccia di effimeri scoop. Caspita, solo in Italia accade di avere sul palco un fuoriclasse di prima grandezza come Elton rischiando di buttare tutto in vacca parlando di faccende private: all'Ariston, per fortuna, non è accaduto. Menzione d'onore per Rocco Tanica, momentaneamente fuori dagli Elii per regalarci un'edicola certo più briosa di quella di Gianni Ippoliti, un classico dei Sanremo baudeschi, mentre speriamo che la divertente coppia di sposini "in Salamoia" Marta Zoboli - Gianluca De Angelis, già ammirata fugacemente l'anno scorso in chiusura di Festival, possa avere più spazio nelle prossime serate. Meglio loro, sicuramente, di Aldo, Giovanni e Giacomo, che potevan proporre qualcosa di nuovo invece della solita solfa di "Pdor figlio di Kmer". 

martedì 9 febbraio 2016

SANREMO 2016: AL VIA UN FESTIVAL "OPEN" E LIVELLATO, CON UN GRUPPONE DI PAPABILI PER IL SUCCESSO FINALE


A poche ore dal via, la domanda più banale eppure inevitabile: che Festival sarà, il 66esimo della serie? Sarà un Sanremo "open", la prima cosa che mi viene da dire. "Open" in quanto la porta verso la gloria, verso il trionfo finale, è teoricamente aperta a un numero elevatissimo di pretendenti, come raramente è accaduto in passato. Appena dodici mesi fa ci trovavamo a fare la cronaca di una vittoria annunciatissima (su "Note d'azzurro" l'avevo prevista fin da dicembre, senza fare supremi sforzi di fantasia), quella del Volo che, in extremis, dovette vedersela con l'imprevedibile colpo di coda di Nek, ormai però troppo attardato per puntare al bersaglio grosso. Altre volte, i "papabili" avevano formato gruppi un tantino più numerosi ma comunque ristretti (due anni fa si parlava di Arisa, Renga, Gualazzi e pochi altri). 
PIU' DI DIECI POSSONO SOGNARE - Quest'anno no. Quest'anno almeno la metà dei Campioni in concorso possono legittimamente ambire a fare il colpaccio. Questo sulla carta, intendiamoci, perché il primo ascolto dei brani potrà diradare molte nubi e fare una prima, consistente scrematura. Sta di fatto che, in mancanza del nome "che spacca" (poteva essere Alessandra Amoroso, che ha invece deciso di far uscire il nuovo album poco prima della kermesse, tenendosi ancora una volta alla larga dalla Riviera dei Fiori), il patron Carlo Conti ha puntato su quello che in termini sportivi viene definito "livellamento": un campionato della canzone equilibrato, senza assi pigliatutto, e ciò gioverà assai al pathos della tenzone; che poi tale livellamento sia verso l'alto o verso il basso, sarà il pentagramma a dircelo. Alla vigilia, possono essere considerate da podio Dolcenera, Arisa, Noemi e Annalisa, la nouvelle vague rosa della nostra canzone leggera, con le ultime due ormai affrancatesi da tempo dai loro esordi in ambito talent; poi i tre veterani Patty Pravo, Enrico Ruggeri e Stadio, e quel Lorenzo Fragola che cerca la consacrazione dopo la prima, convincente apparizione all'Ariston e il buon esito del disco d'esordio. 
LA FORZA DEL DUETTO? - Ancora: Rocco Hunt pare molto quotato, e non è detto che non si possa assistere al definitivo sdoganamento festivaliero del genere rap hip-hop. Neffa ed Elio e le Storie Tese rappresentano le schegge impazzite, ma il pezzo proposto dagli Elii ha fatto il pieno di consensi fra gli addetti ai lavori che han potuto ascoltare in anteprima le canzoni, e una loro affermazione dopo due secondi posti non stupirebbe. Nelle ultime ore, poi, sono date in poderoso crescendo le chance della coppia Deborah Iurato - Giovanni Caccamo, e la cosa per dire la verità mi lascia un tantino perplesso, a meno che non si sia in presenza di una composizione di struggente bellezza e possente impatto: chi dice che le coppie han sempre fatto centro presso la platea sanremese racconta una verità parziale, perché ai trionfi di Al Bano & Romina o di Anna Oxa e Fausto Leali, per citare due esempi, hanno fatto da contraltare tonfi clamorosi, come i duetti Minghi - Nava del 2000 o Tatangelo - Stragà del 2003, e pure quello fra lo stesso Leali e Luisa Corna nel 2002 (che funzionò sul momento ma alla lunga lasciò poche tracce); l'abbinamento fra i due giovani siciliani, oltretutto, sconta in partenza una certa debolezza, in fatto di curriculum e popolarità. Vedremo. 
BRIO ALLA CONDUZIONE - Sul Festival nel suo complesso, sulla struttura del carrozzone, ho già scritto molto nei mesi scorsi: avendo individuato una formula semplice ma vincente, e forse in grado di reggere per diverso tempo, Conti ha giustamente limitato al minimo le innovazioni. Però l'inserimento nel cast dei conduttori di un "valletto", Gabriel Garko, e di una battitrice libera di immenso e poliedrico talento come Virginia Raffaele, che da anni meritava tale traguardo, dovrebbero dare al tutto la giusta dose di brio, magari avvicinando la frizzante squadra che pilotò la fragile nave di Sanremo 2004 (Simona Ventura, Gene Gnocchi, Paola Cortellesi e Maurizio Crozza, ricordate?). 
SUPEROSPITI, ELITE ACCETTABILE - Riguardo agli ospiti, si insiste ormai con pervicacia sulla suddivisione fra italiani in gara e italiani a far passerella, ma se nelle ultime edizioni si è assistito spesso a presenze ingiustificate (su tutte quelle di Ligabue e Tiziano Ferro), quest'anno almeno esistono valide ragioni per celebrare la grandezza euromondiale di Laura Pausini ed Eros Ramazzotti o la réunion pre - scioglimento dei Pooh con Riccardo Fogli, mentre magari Elisa canterà in inglese, cosa che al momento ai concorrenti non è concessa (in passato si poteva) ed è un'artista che, per modalità espressive, definire "italiana" è perfino riduttivo. L'unica ospitata di cui mi sfugge il significato è quella di Renato Zero, che poteva comparire tranquillamente fra i big in competizione. Quanto a Cristina D'Avena, che vedremo sabato sera, va tenuta fuori da tutti questi discorsi: è una grandissima a tutto tondo, che ha fatto cantare e sognare generazioni di bambini e ragazzi, ma che ha sempre battuto un territorio sonoro lontano anni luce da quelli tipici della gara sanremese, e mai si è cimentata in brani, diciamo così, "adulti": la sua presenza fuori concorso ci sta, ed è anzi un doveroso tributo. 
POLEMICHE FUORI LUOGO - Le polemiche su Elton John e il marito sono incommentabili, se non dicendo che fanno bene certi Paesi esteri più avanzati, ma forse sarebbe meglio dire solo più civili, a canzonarci e prenderci per i fondelli. O meglio, a prendere per i fondelli chi alimenta certe discussioni, perché io me ne chiamo fuori e mi sento, in questo senso, pochissimo italiano. Allo stesso modo, non trovo normale che, durante la prima conferenza stampa sanremese della settimana, un giornalista ritenga "inevitabile" fare a un membro del cast (Gabriel Garko) una domanda sul ddl Cirinnà. Fermo restando che ognuno è assolutamente libero di porre i quesiti che più ritiene opportuni, mi sembra francamente fuori contesto e anche piuttosto triste andare a Sanremo per chiedere a uno dei presentatori, come prima curiosità, l'opinione su un disegno di legge che non ha alcun legame diretto con l'evento specifico.Voglio dire: ci sono tempi e luoghi per parlare di tutto (e anzi, di spazi di discussione in tv ne esistono fin troppi...), al Festival sarebbe bello, confermando la positiva tendenza dell'anno scorso, tornare a concentrarsi esclusivamente sulla musica, che negli ultimi tempi, grazie anche alla nascita di nuove rassegne canore (su tutte il Summer Festival di Canale 5) ha dimostrato di aver riconquistato una certa appetibilità anche sul piano catodico. 
INUTILE SFIDA CALCIO VS. MUSICA - A tal proposito, sarà interessante la sfida del sabato sera fra la finale rivierasca e il match scudetto Juve - Napoli: scontro assurdo (con lo spezzatino ormai abituale per la nostra Serie A, non si poteva proprio trovare un'altra collocazione oraria, magari la cara vecchia domenica pomeriggio?), ma che perlomeno pone un po' di sale sulla coda del carrozzone ligure, da anni adagiatosi sugli allori di una contro-programmazione soft da parte dei concorrenti. Conti e compagnia non dovrebbero comunque subire troppi danni da una rivale, benché prestigiosissima, confinata su una piattaforma a pagamento.