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sabato 11 febbraio 2023

SANREMO 2023, LA SERATA COVER: FRA FURBERIE E RICERCA DALL'APPLAUSO FACILE, SI FA APPREZZARE CHI RISCHIA, E VINCE GIUSTAMENTE IL VIRTUOSO MENGONI. PASSAPORTO PER IL TRIONFO?


 La serata sanremese delle cover è ormai diventata la fiera dei furbetti. Senza ritegno, o quasi. Un'orgia di citazioni e autocitazioni, medley e pout pourri, compilation in stile Migliori anni o Arena Suzuki. Cosa tutto questo c'entri con la gara d'inediti che è il pilastro fondante del Festival, ancora non sono riuscito a capirlo. Probabilmente perché non c'entra proprio nulla, e sarà sempre troppo tardi quando questo evento nell'evento verrà ripensato e ristrutturato su basi diverse e più aderenti all'idea da cui nacque il tutto, ossia un'occasione per mettere alla prova gli artisti in concorso con pezzi non del loro repertorio, da scegliere però secondo criteri rigorosi e senza percorrere facili autostrade per migliorare la propria posizione in classifica, strizzando l'occhio ai classici più amati, gettonati, inflazionati. Già l'anno scorso ci aveva provato Morandi e gli era andata più che bene, grazie all'appoggio dell'amico Jovanotti, ma questa volta si è letteralmente debordato. 

GLI AUTOMEDLEY - Senza vergogna, appunto. Il greatest hits di Ramazzotti, quello di Antonacci e quello di Edoardo Bennato, l'automedley degli Articolo 31 e di Paola e Chiara. Stesso discorso per la Oxa con "Un'emozione da poco" e per Grignani, ma in quest'ultimo caso il gioco non è riuscito perché la povera Arisa, pur impegnandosi allo stremo, non è riuscita a stare dietro alle spericolatezze esecutive del collega. Più accettabile, ma siamo proprio al limite, lo scambio di gemme canore fra Giorgia ed Elisa, nel ricordo della splendida accoppiata di canzoni piazzatasi in testa al Sanremo 2001, uniche gemme di un'edizione che fu grigia e piatta sotto molti punti di vista. E tollerabili, tutto sommato, gli omaggi che alcuni concorrenti hanno riservato ai loro ospiti, limitandosi però a una singola hit (ad esempio, i Modà con "Vieni da me" delle Vibrazioni), ma il vero spirito originario del format era un altro, e per fortuna qualcuno riesce ancora a recepirlo senza cedere alle scorciatoie e al facile applauso.

VIVA I CORAGGIOSI - Così, è stato in fin dei conti sacrosanto che a vincere, consolidando la sua posizione di leader, sia stato Marco Mengoni che, col Kingdom Choir, ha fornito una superba rivisitazione vocale di Let it be, pietra miliare del pop internazionale. E meritano l'elogio pieno quelli che si sono incamminati sullo stesso, arduo sentiero, pur compiendo le più disparate scelte artistiche. Coraggiosa, ad esempio, la rilettura in chiave rap moderno dell'eterna "La notte vola" di Lorella Cuccarini, di grande impatto sonoro e scenico "American woman" a cura di Elodie e dell'emergente BigMama, che avevo apprezzato in una sua ospitata nella trasmissione mattutina di Luca Barbarossa. 

POLLICE IN SU PER LAZZA E GIANMARIA - Giustamente premiato anche Lazza, che con spirito giovane e anticonformista ha scelto un successo relativamente recente ma non ancora entrato nel novero degli evergreen italiani, "La fine" di Nesli, in una impeccabile e intensa interpretazione accanto a una sempre ottima Emma e alla violinista Laura Marzadori. Ecco, è questo il tipo di cover che vorrei sempre ascoltare, se proprio questa serata "né carne né pesce" deve continuare ad esistere. Da salvare anche il duetto, carico di suggestione, fra Gianmaria e Manuel Agnelli in "Quello che non c'è", e l'arricchimento testuale operato da Mr. Rain, in collaborazione con Fasma, su "C'è qualcosa di grande". Apprezzabile Madame per la coerenza nelle scelte artistiche e per una maturità "on stage" sempre più spiccata, oltre a uno stile ormai riconoscibilissimo, ma in "Via del campo" avrebbe potuto tranquillamente fare a meno di Izi, che non ha portato alcun valore aggiunto. 

NULLA DI MEMORABILE - Per il resto, poco da segnalare, con molte cover costruite all'insegna della prudenza e della misura, penso a "Sarà perché ti amo" by Coma_Cose e Baustelle, o "Azzurro" di Colapesce-Dimartino con la presenza sommessa e discreta di Carla Bruni. Nulla che mi abbia particolarmente colpito, se non, in negativo, il vuoto di memoria di Ramazzotti nel cantare alcuni versi di una delle sue maggiori hit, "Un'emozione per sempre". E' un peccato perché, come già sottolineato ieri, il cast messo insieme da Amadeus e dalle case discografiche per l'occasione è stato di livello assoluto, una sezione Big parallela a quella ufficiale, che non a caso ha sbancato l'Auditel oltre ogni aspettativa, pur marciando, in buona sostanza, col pilota automatico innestato. Cosa potrebbe diventare, un happening del genere, se venisse impostato in maniera più rigorosa, relativamente al bacino in cui pescare i pezzi da coverizzare e ai criteri da seguire in queste rivisitazioni? Temo non lo sapremo mai perché ormai il canovaccio è questo, e tale rimarrà fino a quando l'attuale direttore artistico resterà in carica. Anche qui, poca voglia di rischiare da parte di "Ama", che però perdoniamo perché i suoi rischi se li è invece ampiamente presi nella scelta dei cantanti in concorso. Tornando al cast di ieri, chissà che la presenza sul palco non sia il prologo a un prossimo debutto o ritorno alla competizione, parlo di Baustelle e Bennato così come di Antonacci e di Eros. Idea meno pazza di quanto si possa pensare. 

FRANCINI, UN'OPZIONE PER IL FUTURO - E il resto della "quarta puntata"? C'è stato il recupero dell'omaggio a Peppino Di Capri, saltato il giorno precedente. Un Peppino non in forma smagliante (più che normale, vista l'età) ma ancora brillante e pronto alla battuta, con la salace sottolineatura della lunga attesa per un premio che, senza falsa modestia, riteneva giustamente di meritare da tempo. Peppino è un grandissimo della canzone italiana, un totem: se ne avesse avute le possibilità vocali, avrebbe meritato uno spazio ben più ampio, per un minishow come quello riservato ai veterani che l'hanno preceduto su quel palco in settimana. Chiara Francini ha vinto la sfida a distanza con le altre co-presentatrici: sinuosa erede delle italiche maggiorate anni Cinquanta, ha sfoderato le sue armi migliori, quelle della professionalità, dell'ironia e del piglio attoriale, ma anche della capacità di cambiare registro, con quel superbo monologo sulla maternità mancata e/o dilazionata. Da prendere seriamente in considerazione per conduzioni future del festivalone anche da principale padrona di casa, lei come altre autorevoli candidate donne, in primis Serena Rossi, ma anche Andrea Delogu. 

Ora non resta che attendere la chiusura della gara: non credo ci saranno enormi sconvolgimenti, Madame forse guadagnerà qualche posizione, Lazza si consoliderà perché è la realtà nuova di maggior spessore uscita da questo Sanremo 73 (del resto le classifiche di vendita non mentono, quando la messe di successi e allori è così imponente come quella raccolta dal ragazzo nei mesi scorsi), ma saranno dettagli. Si gioca tutto fra Mengoni e un Ultimo poderosamente sospinto dal voto popolare ma la cui canzone, a mio parere, non ha il piglio immediato e le stimmate di gioiello contemporaneo di quella del fiero rivale, in assoluto stato di grazia. Ecco, la mia preferenza l'ho espressa e ribadita, ma tutto può accadere. 


martedì 5 febbraio 2019

SANREMO 2019 AL VIA: GARA DI GROSSI CALIBRI. LA NOTA STONATA? I "SUPER OSPITI" ITALIANI


Sulla carta, si annuncia come un Festival memorabile. Gli ingredienti per un'edizione storica parrebbero esserci tutti: in primis un cast di concorrenti "mostruoso" sul piano della qualità e della popolarità dei nomi, e nel contempo più che mai aperto alle nuove tendenze della canzone nostrana. Diciamoci la verità, ragionando in termini di realismo e lasciando da parte i voli pindarici: di più e di meglio, oggettivamente, era difficile auspicare. Il listone unico dei 24 in concorso è zeppo di personaggi di prima fascia: idoli pop dell'ultimo decennio, tanti ex vincitori di epoche non lontane che tornano sul... luogo del delitto, il fenomeno rap e quello indie che trovano uno spazio mai avuto all'Ariston in precedenza. Non c'è un vincitore scontatissimo come in tanti Sanremo passati (c'è il favorito, questo sì, e si chiama Ultimo, ma ha una concorrenza agguerritissima), non c'è neanche quel livellamento di valori spesso riscontrato, in cui l'incertezza del pronostico è data dal fatto che nessun concorrente spicca sugli altri per prestigio e curriculum.
BIG DI SPESSORE ASSOLUTO - Personalmente, faccio fatica a ricordare, perlomeno riguardo al secolo in corso, un Festivalone così ricco di veri big: vincitori recenti, si diceva, come i ragazzi del Volo che non avevano alcuna necessità di rimettersi in gioco, forti di una popolarità oceanica che ha da tempo valicato i confini nazionali; e poi Arisa, che si impose nel 2014, e ancora Renga e Cristicchi, due trionfatori degli anni Zero, il primo sempre sulla cresta dell'onda, il secondo ai margini del mondo discografico solo perché ha optato, negli ultimi tempi, per un percorso di teatro civile. Grossissimi calibri sono anche il citato Ultimo, che ha legittimato la vittoria fra i Giovani 2018 mettendo d'accordo pubblico e critica nei mesi successivi, quel Nek che vuol completare l'operazione rilancio avviata col secondo posto del 2015 centrando finalmente il primo alloro rivierasco, giovanotti rampanti come Irama e il duo Federica Carta - Shade che alla loro età hanno già fatto incetta di dischi di platino...
Un cartellone migliore, lo ripetiamo, era difficile metterlo insieme, fatti salvi gli eterni assenti allergici alla gara (un nome per tutti: Cremonini) e gli esponenti del cantautorato tradizionale che peraltro è anche piuttosto infantile continuare a rimpiangere. Sia perché molti di essi hanno già dato il meglio da tempo e non aggiungerebbero granché, se non rimpianti per i tempi che furono, sia perché Sanremo ha dimostrato, alla lunga, di poter fare abbondantemente a meno di loro. 
ANCORA I "CAST PARALLELI" - Tutto perfetto, dunque? Non proprio. Sulla kermesse ai nastri di partenza si addensano almeno due tipi di nubi. Innanzitutto il cast "a tre piazze", che ripete e amplifica l'anomalia già manifestatasi dodici mesi or sono. Nel presentare Sanremo 2018, avevo infatti parlato di "tre cast paralleli", in riferimento ai cantanti in gara, agli ospiti italiani e ai duettanti del venerdì. Il format viene riproposto in questa edizione, in misura financo esagerata: il gruppone dei vip italiani fuori concorso non rischierà forse di oscurare quello dei gareggianti, che abbiamo detto essere di elevata consistenza, ma è comunque una truppa a 24 carati. Certo, ci sono i prezzemolini che una passeggiata all'Ariston non se la fanno quasi mai mancare (Giorgia, Mannoia, Bocelli, che perlomeno offrirà un brivido emozionale in più "sdoganando" il talentuoso figliolo Matteo), ma Baglioni ha saputo convincere anche personaggi recalcitranti alla ribalta sanremese come Antonello Venditti (unica precedente apparizione nel 2000) e reclutato big sulla cresta dell'onda quali Marco Mengoni e Alessandra Amoroso. 
SUPEROSPITI: CATEGORIA DISCUTIBILE - E allora, qual è il problema? Semplice: la categoria dei super ospiti italiani, da sempre discutibile, tocca forse in questo 2019 l'apice della sgradevolezza  e dell'inopportunità. Mengoni, giovanotto che a Sanremo deve tantissimo, avendolo vinto sei anni fa in un momento in cui il suo percorso di crescita stava incontrando qualche difficoltà, non è mai più tornato in competizione; la Amoroso con la gara non si è proprio mai cimentata, nonostante voci e indiscrezioni ogni anno la inseriscano puntualmente fra i "papabili", e poteva oltretutto risparmiarsi il post di giubilo pubblicato su Facebook ("Ce l'abbiamo fatta, abbiamo realizzato il nostro sogno, saremo lì come ho sempre sognato", eccetera eccetera); Ligabue e Venditti, entrambi alla seconda presenza, hanno sempre snobbato la kermesse ligure nella sua accezione primaria di tenzone canora. Ebbene, tutti loro colgono adesso al volo l'occasione di fare passerella senza rischi, omaggiando la canzone italiana come richiesto dal direttore artistico, certo, ma anche autopromuovendosi, mentre, parallelamente, rischiano amarezze e delusioni colleghi altrettanto famosi, grandi venditori di dischi e collezionisti di sold out nei live. 
MEGLIO GLI STRANIERI - Spiace, ma così è troppo comodo. Appena accettabili soltanto le presenze di Riccardo Cocciante, che perlomeno un Festival l'ha vinto in un periodo in cui non aveva certo bisogno di un rilancio, e Ramazzotti, che ha avuto tanto da Sanremo ma gli ha anche dato tantissimo, con tre partecipazioni consecutive (visto il suo clamoroso exploit, avrebbe anche potuto fermarsi alla seconda del 1985, per poi fare ugualmente la carriera che avrebbe fatto), così come anche Giorgia, che dopo aver combattuto per quattro volte (1994, 1995, 1996 e 2001), ora sta fuori dalla mischia. Ma questo fare figli e figliastri fra i cantanti nostrani è una distorsione che andrebbe sanata: serve per fare audience, è chiaro, per compensare la presenza di qualche nome insolito fra i gareggianti, nomi che potrebbero spiazzare la platea tradizionale e tendenzialmente anziana del primo canale Rai; è necessario anche per accontentare esigenze di case discografiche e manager vari, d'accordo. Ma resta un'ingiustizia, e trovo che Sanremo avrebbe semmai bisogno di una nuova, cospicua apertura ai grandi nomi internazionali; non la pletora di divi stranieri che caratterizzò certe edizioni degli anni Ottanta e Novanta, ci mancherebbe, ma sei - sette nomi selezionati che innalzerebbero l'eco della manifestazione e creerebbero nuovo interesse. Costerebbero di più, forse, ma sarebbero investimenti fruttuosi. 
Del resto, anche se può sembrare un controsenso per quello che è denominato ufficialmente "Festival della canzone italiana", Sanremo è veramente decollato quando ha aperto le sue porte all'Europa e al mondo: nel '64, dopo un periodo di stanca, arrivarono i grandi interpreti di fuorivia, e da lì partì un boom di successo e di vendite che si protrasse per quasi dieci anni. Personalmente, qualche straniero lo riporterei perfino in gara, e del resto il regolamento non chiude le porte a questa soluzione, che peraltro negli ultimi anni è stata adottata raramente (la sola Lara Fabian nel 2015, in un'edizione per la quale, raccontano le cronache dell'epoca, pare siano stati in corsa per la partecipazione autentici numeri uno come Anastacia e Michael Bolton). 
CONFLITTO D'INTERESSE: SI' O NO? - Secondo buco nero di Sanremo 2019: il caso del presunto conflitto di interessi del direttore artistico, tematica nella quale non mi addentro perché non ho né le conoscenze giuridiche né tutte le informazioni necessarie per trarre conclusioni. E' però palese, e lo ha sottolineato anche la Rai, che da qualche tempo è in atto una forma di eccessiva concentrazione dei più prestigiosi cantanti italiani sotto l'egida di poche agenzie, dalle quali una manifestazione come Sanremo non può dunque prescindere per poter costruire uno spettacolo decente. Il problema andrebbe quindi risolto alla base, fuori e lontano dalla Riviera, creando le condizioni per una maggiore concorrenza, per un mercato più aperto, ma non è affatto facile. Quanto a Baglioni, la sua integrità morale e artistica non è in dubbio, ma visti i rapporti professionali che parrebbero intercorrere con una di queste agenzie, stando alle informazioni di stampa, per il futuro sarebbe forse meglio trovare per il Festivalone un altro responsabile. Anche qui: fosse semplice... Ci vorrebbe un nome fuori della mischia, ma dove lo si va a pescare? Nel mio piccolo, mi permetto di suggerire Claudio Cecchetto, che non ha mai fatto mistero di gradire un eventuale ritorno a Sanremo come direttore artistico (lo ha ribadito anche in una recentissima ospitata durante una trasmissione del servizio pubblico), e sul piano della competenza e dell'esperienza avrebbe tutte le carte in regola; non so però se abbia contratti o rapporti lavorativi in essere. 
SENZA NUOVE PROPOSTE - Infine, ci sono le perplessità relative alla soppressione della sezione Giovani nel contesto della gara di febbraio, per relegare le "nuove proposte" in una kermesse dicembrina che ha avuto tiepida accoglienza sul piano dell'audience. La sensazione che gli emergenti fossero avvertiti come un peso per il Festivalone vero e proprio è stata netta negli ultimi anni, ma almeno Carlo Conti aveva forzato la mano riuscendo a riproporli in un orario degno, addirittura in apertura di serata, nella fascia di "anteprima". La formula studiata da Baglioni rappresenta per il momento un passo indietro, in quanto questi ragazzi sono stati privati di una platea vastissima, e si è negata la possibilità di farsi notare a tanti artisti battuti nelle votazioni dai "neo big" Einar e Mahmood, ma non per questo meno validi. Spero che l'eventuale, nuovo deus ex machina della rassegna capisca quanto la categoria rappresenti linfa vitale imprescindibile per Sanremo, e debba essere potenziata, non svilita. Ma sono considerazioni che ci portano troppo lontano, per il momento. Fra poche ore comincia Sanremo 2019: la griglia di partenza vede nelle prime file Ultimo, Il Volo, Nek, Irama, Renga, Arisa. Si parla benissimo delle proposte di Silvestri, Cristicchi, Motta, Achille Lauro. I giudizi dei giornalisti che hanno potuto ascoltare i pezzi in anteprima, pur con le ovvie discrepanze, si sono orientati verso una valutazione di buon livello della produzione proposta. Le aspettative sono alte, dunque, ed altrettanto alto è il rischio di rimanere delusi. Da stasera inizieremo a capire. 

martedì 9 febbraio 2016

SANREMO 2016: AL VIA UN FESTIVAL "OPEN" E LIVELLATO, CON UN GRUPPONE DI PAPABILI PER IL SUCCESSO FINALE


A poche ore dal via, la domanda più banale eppure inevitabile: che Festival sarà, il 66esimo della serie? Sarà un Sanremo "open", la prima cosa che mi viene da dire. "Open" in quanto la porta verso la gloria, verso il trionfo finale, è teoricamente aperta a un numero elevatissimo di pretendenti, come raramente è accaduto in passato. Appena dodici mesi fa ci trovavamo a fare la cronaca di una vittoria annunciatissima (su "Note d'azzurro" l'avevo prevista fin da dicembre, senza fare supremi sforzi di fantasia), quella del Volo che, in extremis, dovette vedersela con l'imprevedibile colpo di coda di Nek, ormai però troppo attardato per puntare al bersaglio grosso. Altre volte, i "papabili" avevano formato gruppi un tantino più numerosi ma comunque ristretti (due anni fa si parlava di Arisa, Renga, Gualazzi e pochi altri). 
PIU' DI DIECI POSSONO SOGNARE - Quest'anno no. Quest'anno almeno la metà dei Campioni in concorso possono legittimamente ambire a fare il colpaccio. Questo sulla carta, intendiamoci, perché il primo ascolto dei brani potrà diradare molte nubi e fare una prima, consistente scrematura. Sta di fatto che, in mancanza del nome "che spacca" (poteva essere Alessandra Amoroso, che ha invece deciso di far uscire il nuovo album poco prima della kermesse, tenendosi ancora una volta alla larga dalla Riviera dei Fiori), il patron Carlo Conti ha puntato su quello che in termini sportivi viene definito "livellamento": un campionato della canzone equilibrato, senza assi pigliatutto, e ciò gioverà assai al pathos della tenzone; che poi tale livellamento sia verso l'alto o verso il basso, sarà il pentagramma a dircelo. Alla vigilia, possono essere considerate da podio Dolcenera, Arisa, Noemi e Annalisa, la nouvelle vague rosa della nostra canzone leggera, con le ultime due ormai affrancatesi da tempo dai loro esordi in ambito talent; poi i tre veterani Patty Pravo, Enrico Ruggeri e Stadio, e quel Lorenzo Fragola che cerca la consacrazione dopo la prima, convincente apparizione all'Ariston e il buon esito del disco d'esordio. 
LA FORZA DEL DUETTO? - Ancora: Rocco Hunt pare molto quotato, e non è detto che non si possa assistere al definitivo sdoganamento festivaliero del genere rap hip-hop. Neffa ed Elio e le Storie Tese rappresentano le schegge impazzite, ma il pezzo proposto dagli Elii ha fatto il pieno di consensi fra gli addetti ai lavori che han potuto ascoltare in anteprima le canzoni, e una loro affermazione dopo due secondi posti non stupirebbe. Nelle ultime ore, poi, sono date in poderoso crescendo le chance della coppia Deborah Iurato - Giovanni Caccamo, e la cosa per dire la verità mi lascia un tantino perplesso, a meno che non si sia in presenza di una composizione di struggente bellezza e possente impatto: chi dice che le coppie han sempre fatto centro presso la platea sanremese racconta una verità parziale, perché ai trionfi di Al Bano & Romina o di Anna Oxa e Fausto Leali, per citare due esempi, hanno fatto da contraltare tonfi clamorosi, come i duetti Minghi - Nava del 2000 o Tatangelo - Stragà del 2003, e pure quello fra lo stesso Leali e Luisa Corna nel 2002 (che funzionò sul momento ma alla lunga lasciò poche tracce); l'abbinamento fra i due giovani siciliani, oltretutto, sconta in partenza una certa debolezza, in fatto di curriculum e popolarità. Vedremo. 
BRIO ALLA CONDUZIONE - Sul Festival nel suo complesso, sulla struttura del carrozzone, ho già scritto molto nei mesi scorsi: avendo individuato una formula semplice ma vincente, e forse in grado di reggere per diverso tempo, Conti ha giustamente limitato al minimo le innovazioni. Però l'inserimento nel cast dei conduttori di un "valletto", Gabriel Garko, e di una battitrice libera di immenso e poliedrico talento come Virginia Raffaele, che da anni meritava tale traguardo, dovrebbero dare al tutto la giusta dose di brio, magari avvicinando la frizzante squadra che pilotò la fragile nave di Sanremo 2004 (Simona Ventura, Gene Gnocchi, Paola Cortellesi e Maurizio Crozza, ricordate?). 
SUPEROSPITI, ELITE ACCETTABILE - Riguardo agli ospiti, si insiste ormai con pervicacia sulla suddivisione fra italiani in gara e italiani a far passerella, ma se nelle ultime edizioni si è assistito spesso a presenze ingiustificate (su tutte quelle di Ligabue e Tiziano Ferro), quest'anno almeno esistono valide ragioni per celebrare la grandezza euromondiale di Laura Pausini ed Eros Ramazzotti o la réunion pre - scioglimento dei Pooh con Riccardo Fogli, mentre magari Elisa canterà in inglese, cosa che al momento ai concorrenti non è concessa (in passato si poteva) ed è un'artista che, per modalità espressive, definire "italiana" è perfino riduttivo. L'unica ospitata di cui mi sfugge il significato è quella di Renato Zero, che poteva comparire tranquillamente fra i big in competizione. Quanto a Cristina D'Avena, che vedremo sabato sera, va tenuta fuori da tutti questi discorsi: è una grandissima a tutto tondo, che ha fatto cantare e sognare generazioni di bambini e ragazzi, ma che ha sempre battuto un territorio sonoro lontano anni luce da quelli tipici della gara sanremese, e mai si è cimentata in brani, diciamo così, "adulti": la sua presenza fuori concorso ci sta, ed è anzi un doveroso tributo. 
POLEMICHE FUORI LUOGO - Le polemiche su Elton John e il marito sono incommentabili, se non dicendo che fanno bene certi Paesi esteri più avanzati, ma forse sarebbe meglio dire solo più civili, a canzonarci e prenderci per i fondelli. O meglio, a prendere per i fondelli chi alimenta certe discussioni, perché io me ne chiamo fuori e mi sento, in questo senso, pochissimo italiano. Allo stesso modo, non trovo normale che, durante la prima conferenza stampa sanremese della settimana, un giornalista ritenga "inevitabile" fare a un membro del cast (Gabriel Garko) una domanda sul ddl Cirinnà. Fermo restando che ognuno è assolutamente libero di porre i quesiti che più ritiene opportuni, mi sembra francamente fuori contesto e anche piuttosto triste andare a Sanremo per chiedere a uno dei presentatori, come prima curiosità, l'opinione su un disegno di legge che non ha alcun legame diretto con l'evento specifico.Voglio dire: ci sono tempi e luoghi per parlare di tutto (e anzi, di spazi di discussione in tv ne esistono fin troppi...), al Festival sarebbe bello, confermando la positiva tendenza dell'anno scorso, tornare a concentrarsi esclusivamente sulla musica, che negli ultimi tempi, grazie anche alla nascita di nuove rassegne canore (su tutte il Summer Festival di Canale 5) ha dimostrato di aver riconquistato una certa appetibilità anche sul piano catodico. 
INUTILE SFIDA CALCIO VS. MUSICA - A tal proposito, sarà interessante la sfida del sabato sera fra la finale rivierasca e il match scudetto Juve - Napoli: scontro assurdo (con lo spezzatino ormai abituale per la nostra Serie A, non si poteva proprio trovare un'altra collocazione oraria, magari la cara vecchia domenica pomeriggio?), ma che perlomeno pone un po' di sale sulla coda del carrozzone ligure, da anni adagiatosi sugli allori di una contro-programmazione soft da parte dei concorrenti. Conti e compagnia non dovrebbero comunque subire troppi danni da una rivale, benché prestigiosissima, confinata su una piattaforma a pagamento. 

venerdì 5 giugno 2015

WIND MUSIC AWARDS 2015: SERATA TROPPO LUNGA E PREVEDIBILE, MA IL POP ITALIANO E' VIVO (E A VOLTE ANCHE IN PLAYBACK...)


I Music Awards hanno recuperato la loro griffe storica (Wind) e il palcoscenico prediletto (l'Arena di Verona). Ma le novità dell'edizione 2015 si fermano qui. Scrivere per il quarto anno consecutivo di questa kermesse mi risulta difficile, terribilmente difficile, perché da recensire e commentare c'è ben poco: o, quantomeno, poco che non sia già stato detto in passato. L'evento è ormai cristallizzato in una sorta di immutabilità che non giova al suo appeal televisivo. Del resto, e lo si sa, si tratta di uno show istituzionale, nulla di diverso, nell'impostazione, dal Premio Regia televisiva o dalla poco rimpianta notte dei Telegatti (che il direttore di Sorrisi e Canzoni, Aldo Vitali, pare voglia far risorgere su nuove basi). Una interminabile sequela di premiazioni, con stucchevole contorno di convenevoli, di complimenti per i risultati di vendita ottenuti dai vari dischi, con domande sui progetti futuri, sui tour mondiali o interplanetari in procinto di partire, eccetera eccetera. Tutto legittimo, per carità: doveroso e necessario, in questi tempi di crisi, promozionare ove possibile l'attività dei nostri artisti, ma per dare brio, sprint, diciamo pure "senso" a una serata del genere ci vorrebbe qualcosa di più. 
Partiamo dal minutaggio: quattro ore, una diretta fiume, sono insostenibili, dal divano di casa, anche per il più acceso consumatore di musica pop. Quattro ore di passerella, di consegna di trofei, di ascolto di canzoni per lo più note e stranote, senza un brivido, un guizzo di imprevedibilità: è dura, veramente dura. La costruzione dello spettacolo è sbagliata, fin dalla concezione: un evento del genere, messo a ridosso della stagione estiva, potrebbe essere l'occasione ideale per il lancio di un bel gruzzolo di nuovissime, potenziali hit per i mesi vacanzieri. Invece, i WMA hanno sempre lo sguardo rivolto al passato: cantanti che presentano evergreen, brani onusti di gloria e di anni, i più "coraggiosi" azzardano la riproposizione di singoli presenti sul mercato ormai da diversi mesi. Poche, poche davvero le anteprime. 
NOTE GIA' SENTITE - Ecco dunque l'ennesimo medley di Gigi D'Alessio, i Modà con un pezzo intenso come "Tappeto di fragole", risalente però al 2011, Renga con "Il mio giorno più bello nel mondo" che impazzava nel 2014, idem per "Le parole perdute" di Fiorella Mannoia e per il curioso duo Arisa - Club Dogo in "Fragili". Più recenti ma non freschissime le proposte di Fedez - Noemi ("L'amore eternit"), Negrita ("Il gioco") e Ligabue ("C'è sempre una canzone"). Le vere primizie, a parte "Il tempo non sente ragione" di Ramazzotti, le abbiamo ascoltate a sera ormai inoltrata, da Mengoni ("Io ti aspetto") a Emis Killa ("C'era una volta"), fino ai Subsonica ("Specchio") e a Deborah Iurato ("Da sola"): una costruzione della scaletta che non ha reso giustizia alla voglia di novità musicali tipica di questo periodo dell'anno. Ed è anche un peccato che uno "special event" come l'inedita accoppiata Baglioni - Morandi, presentata in avvio di serata, sia stato bruciato dal solito Fazio di "Che tempo che fa", non molti giorni or sono, togliendo all'ospitata di ieri il carattere di eccezionalità. La Rai dovrebbe gestire meglio al proprio interno certe opportunità. 
NOIA - Così, i paragoni continui fra i Music Awards e il vecchio Festivalbar continuano a risultare del tutto impropri: l'accostamento più calzante può essere semmai con "Vota la voce", manifestazione organizzata da Sorrisi e svoltasi fino al 2000, che premiava, a inizio autunno di ogni anno, gli artisti più amati sulla base di un referendum popolare indetto dal settimanale milanese, in serate che proponevano qualche lancio di prodotti nuovi ma soprattutto la celebrazione di successi commerciali già consolidati. Oggi come allora, il piacere di sentire buona musica rischia, alla lunga, di essere travolto dalla noia. 
Qualche aggiustamento di rotta servirebbe: ad esempio cambiare il manico. Aver consegnato la manifestazione all'eterna guida del duo Carlo Conti - Vanessa Incontrada non giova a movimentare il tutto: perché se Conti vive sul poderoso slancio dell'esperienza sanremese e ieri è parso più sciolto e meno legato rispetto a simili occasioni passate, nell'ambito di una conduzione comunque tradizionale, la spagnola risulta sempre più insopportabile, coi suoi "besitos" e col suo continuo indulgere sul personale con ogni artista ("Verrò al tuo prossimo concerto" e via chiacchierando, sempre all'insegna della più totale prevedibilità). 
SILVESTRE TRA LA FOLLA - Certo, rimane la qualità del cast, quest'anno particolarmente alta. Una parata di stelle delle sette note che comunque fa bene alla credibilità e... all'autostima della nostra disagiata discografia: avere Ferro, Ligabue, Antonacci, Ramazzotti e perfino De Gregori la stessa sera sullo stesso palco è cosa che, forse, riusciva solo al Vittorio Salvetti dei tempi del Festivalbar, non a caso evocato con nostalgia ieri dallo stesso Eros. A proposito del quale, però, si può dire che se il momento più emozionante del gala è stato rappresentato dalla riappacificazione fra lui e Luca Barbarossa, dopo lo scontro in campo durante la Partita del cuore di pochi giorni fa, non c'è molto da stare allegri. Della vecchia "rassegna del juke box" è parso di scorgere un "ritorno di fiamma" quando Kekko Silvestre si è trovato ad esibirsi live in mezzo alla folla, forse il più bel momento di musica schietta e genuina offerto dalla festa scaligera: queste particolari performance, coi cantanti circondati dal pubblico, si vedevano spesso al Festivalbar in Arena, solo che allora erano in playback. Playback che continua ostinatamente a far capolino anche ai WMA: se era inaccettabile già negli anni Ottanta e Novanta, oggi è semplicemente un controsenso. 
BUONA PRODUZIONE - Ma perlomeno questa fiacca passerella ha fornito confortanti conferme sullo stato creativo dell'industria canzonettistica nostrana, dopo i passi avanti che qui sul blog avevo già registrato nei mesi scorsi, a partire dal Summer Festival 2014 fino al Sanremo 2015: c'è buon fermento, vengono fuori brani ben confezionati e orecchiabili. La produzione dell'ultimo anno, di cui all'Arena abbiamo ascoltato diversi saggi, presenta diverse gemme degne di nota: pezzi come "Magnifico" di Fedez - Michielin, "Love is a temple" di Mario Biondi, "Le parole perdute" della Mannoia,  o le novità sonore proposte da Ramazzotti nel nuovo album, sono segnali importanti, e dovrebbero resistere all'usura del tempo. Ma ora aspettiamo un'ondata di stuzzicanti novità per solleticare le nostre orecchie sotto l'ombrellone.