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sabato 3 agosto 2019

VERSO SANREMO 2020: TOCCA AD AMADEUS, CONDUTTORE E DIRETTORE ARTISTICO. SCELTA AZZECCATA

Amadeus ai tempi de "L'eredità" (foto Sorrisi e Canzoni)

La lunga rincorsa di Amadeus si è conclusa. A quasi 57 anni, approda infine sul palco dell'Ariston: il Festival di Sanremo del settantennale porterà la sua firma, come conduttore e direttore artistico. Era scritto da mesi, in verità: la sua candidatura è sempre parsa la più solida, mentre non hanno mai convinto del tutto i rumors che parlavano di figure di altissimo spessore musicale, su tutte addirittura la grande e inafferrabile Mina. Personalmente, il suo nome lo avevo fatto qui sul blog in tempi non sospetti, ossia due anni fa, quando era sorto il problema di trovare un successore all'altezza dell'eccellente triennio targato Carlo Conti, e ancora nessuno poteva ipotizzare la nomina di Claudio Baglioni, cantautore storicamente allergico alle kermesse canore. 
CURRICULUM DI SPESSORE - Nessun dubbio è lecito sulla validità della scelta: il signor Amedeo Sebastiani (questo il suo vero nome) vanta un curriculum che ne legittima pienamente il nuovo e prestigioso incarico. Anni e anni di televisione, nasce come volto Mediaset per poi diventare una colonna dell'ente catodico di Stato. Le sette note fanno parte della sua vita e della sua carriera da sempre: è stato deejay e conduttore radiofonico (una delle tante scoperte di Claudio Cecchetto, formidabile talent scout), e una volta trasferitosi sul piccolo schermo ha guidato per diverse edizioni, negli anni Novanta, l'indimenticabile Festivalbar di Vittorio Salvetti. In Rai, poi, ha fatto veramente di tutto, ma particolarmente negli ultimi tempi ha sfondato definitivamente il muro della più estesa popolarità, entrando nelle case degli italiani pressoché quotidianamente col game show "I soliti ignoti - Il ritorno".
Non solo: è l'imprescindibile gran cerimoniere di "L'anno che verrà", la maratona di San Silvestro di Rai 1, senza dimenticare lo scanzonato "Stasera tutto è possibile" sul secondo canale. Fra il 2018 e il 2019, gli impegni si sono ulteriormente moltiplicati, quasi come se l'azienda volesse sottoporlo agli ultimi, decisivi test prima della grande ribalta in  Riviera: ecco dunque la novità "Ora o mai più", gara musicale riservata a cantanti degli anni Ottanta, Novanta e inizio ventunesimo secolo un po' dimenticati dal pubblico dopo alcuni grandi successi, e infine la conduzione della gradevolissima (benché piovosa) serata "Ballata per Genova" dalla Fiera internazionale del capoluogo ligure, in onore di una città ferita dal crollo del ponte Morandi. E in tutte queste circostanze, il simpatico ravennate ha sempre portato a casa la pagnotta con buoni risultati. L'unica vera riserva sul nuovo direttore, in definitiva, è rappresentata dal fatto di essere in pratica al debutto in un ruolo di così grande responsabilità, che dovrà per di più ricoprire in occasione di una delle edizioni più importanti di sempre del Sanremone: ma i mezzi per essere all'altezza del compito non gli mancano. 
CHI E' AMADEUS - Già, ma professionalmente che tipo è Amadeus? Io lo vedo così: un anchorman istituzionale ma non ingessato, dallo stile scarno ma al contempo colloquiale, ligio al copione ma anche capace di qualche "variazione sul tema", in simpatiche interazioni con pubblico, ospiti o, nel caso dei quiz, concorrenti. Un limite? In "Ora o mai più" è parso a tratti in difficoltà nella gestione dei tempi di trasmissione, soprattutto quando si trattava di porre un freno ai... debordanti giudici. Dettagli trascurabili che possono essere limati in serenità. In definitiva, si tratta di una figura rassicurante per il pubblico medio dell'ammiraglia Rai, ma non per questo un personaggio da bollare come "passatista". Musicalmente lo definirei onnivoro: nel suo percorso ha "assaggiato" i sound giovanili di Festivalbar e delle radio dancerecce, così come quelli più tradizionali che fanno la parte del leone nella proposta artistica di viale Mazzini; in più, con il citato show dedicato ai cantanti dimenticati, è emersa anche un'apprezzabile sensibilità nei confronti di chi, pur meritevole, è rimasto indietro per svariati motivi ed è perennemente in cerca di una seconda possibilità. 
UNA MISSION: RIDARE VISIBILITA' A QUELLI "FUORI DAL GIRO" - Una sensibilità che Amadeus potrebbe portare nella sua nuova esperienza ligure. In effetti, a Sanremo si chiede anche questo: restituire visibilità a validissimi artisti rimasi esclusi dal grande giro per tutta una serie di circostanze, non sempre imputabili a loro colpe. In questa estate 2019, per dire, stiamo assistendo al fenomeno Mietta: tornata alla ribalta con un singolo moderno e orecchiabile, "Milano è dove mi sono persa", sta facendo breccia per esclusivo merito dei fans, che la stanno spingendo sui social network con un'energia, una passione, un amore infiniti, sancendo così la sconfitta della discografia ufficiale e delle scelte dei grandi network radiofonici e dimostrando che, nella musica italiana, c'è vita oltre l'heavy rotation. Ecco, questo è un fattore al quale il neo direttore artistico sanremese non dovrà restare sordo: sarà doveroso guardare oltre la superficie del mainstream, riservare uno spazio dignitoso a chi, nel tempo, ha continuato a produrre musica di qualità lontano dai riflettori. Parallelamente, proseguire nel solco dell'ultimo Baglioni, che ha portato in gara realtà indipendenti di nicchia, da Motta agli Ex Otago agli Zen Circus. 
RECEPIRE LE MODE - Per il resto, il Festivalone, per rimanere sulla cresta dell'onda, richiede essenzialmente la capacità di saper recepire le mode musicali più à la page, e da questo punto di vista Amadeus non dovrebbe avere problemi di scelta: conosce i personaggi e gli stili che fanno tendenza fra le nuove generazioni, quelli che maggiormente garantiscono la riuscita commerciale della manifestazione come hanno dimostrato, in questo 2019, gli exploit di Ultimo, Mahmood, Achille Lauro, Shade e Federica Carta, Boomdabash. Rimarrà da chiarire la formula di gara. Della gestione Baglioni erano piaciute, a pubblico e critica, l'abolizione delle eliminazioni e l'istituzione di una categoria unica, formata da ventidue big e due giovani selezionati in dicembre, ma non è detto che tutto venga confermato. In un tavolo di lavoro convocato dalla Rai qualche giorno fa, al quale hanno partecipato esponenti dell'industria discografica, organizzatori di eventi musicali, esperti del settore, era emersa la richiesta degli addetti ai lavori di incrementare lo spazio a disposizione  delle nuove leve, il che potrebbe portare a un ripensamento della selezione di fine anno e a una reintroduzione della categoria Nuove proposte per la kermesse di febbraio. 
PIU' SPAZIO AI GIOVANI: NUOVA FORMULA? - Del resto, parliamoci chiaro: la formula Ravera - Baudo, dai nomi di coloro che l'hanno perfezionata e istituzionalizzata, è quella che ha decretato i maggiori consensi al Festival: big da una parte, debuttanti dall'altra, e non certo ridotti a due unità come nell'ultima edizione. E' fondamentale ridare linfa al "settore giovanile" di Sanremo, alla categoria che fino a qualche anno fa rappresentava il principale serbatoio da cui attingere per la formazione del cast dei "campioni": un vivaio che, per restare all'ultimo decennio, ha sfornato virgulti come Arisa, Malika Ayane, Nina Zilli, Ermal Meta, Francesco Gabbani, Ultimo, Mahmood, Raphael Gualazzi, e che non può essere ridotto a spazio infinitesimale. Attendiamoci quindi novità, anche perché Amadeus ha sostenuto, in passato, di aver già bene in mente il tipo di Festival che avrebbe fatto nel caso fosse stato chiamato in causa. Non è quindi detto che accetti passivamente formule e regolamenti stilati da chi l'ha preceduto.

giovedì 16 febbraio 2017

FESTIVAL DI SANREMO: CHI PER IL DOPO CONTI? BONOLIS, DE FILIPPI, AMADEUS E ALTRE IPOTESI PLAUSIBILI


Sanremo 2017 è andato in archivio con un bilancio sostanzialmente positivo. Ottimi gli ascolti (in linea con le cifre d'oggidì, ovviamente: i 18 - 20 milioni di spettatori di un tempo sono ormai vette irraggiungibili), buono il livello qualitativo dello show, dignitosissima la proposta musicale. Il brano del trionfatore Gabbani ha in sé le stimmate di un tormentone che ci accompagnerà per diversi mesi e che potrebbe lasciare un segno profondissimo nella storia del pop nostrano; altre canzoni hanno mostrato notevole impatto e grande cantabilità, e a occhio e croce dovrebbero percorrere una lunga strada nelle chart. Però ora si apre una fase oscura, dalle prospettive non facilmente intuibili.
DA UN'ERA ALL'ALTRA - Il passaggio di consegne da un direttore artistico a un altro è sempre un momento delicato, per il Festivalone. In questo caso, però, più di altre volte: chi arriverà dopo Carlo Conti si troverà fra le mani una bella patata bollente. Non solo per i risultati contingenti di cui ho detto in apertura, che pure basterebbero a far tremare i polsi al successore: perché ad esempio, le tre volte che Baudo ha lasciato (1996, 2003, 2008), lo ha fatto dopo edizioni non particolarmente fortunate, quantomeno sul piano dell'Auditel, e chi ne ha preso il posto è dunque potuto partire "dal basso" per tentare di... guarire il malato; e anche Fabio Fazio arrivò in Liguria nel '99 all'indomani di un Festival, quello del trio Vianello - Pivetti - Herzigova, che ottenne una buona audience ma che trapanò l'acqua sul piano musicale; il savonese ebbe quindi carta bianca o quasi per cambiare pelle all'evento. 
SANREMO FUTURIBILE - Il triennio "contiano", si diceva, ha portato in dote alla kermesse ligure molto di più dell'immediato consenso popolare, e l'ho già spiegato in più di un articolo della settimana scorsa: il Festival è entrato finalmente in una nuova era, si è aperto al nuovo in tutte le sue sfaccettature, alla gioventù dei suoi protagonisti, alla contemporaneità nel modo di concepire lo spettacolo, alla tecnologia con lo sfruttamento delle più avanzate piattaforme digitali. Non si può tornare indietro, da una gestione come questa. Chi arriverà sul ponte di comando, dovrà avere prima di tutto il coraggio dell'umiltà, ossia riconoscere l'immenso lavoro fatto dal predecessore e cercare di non snaturare la macchina - Sanremo, che ha bisogno di ritocchi e aggiustamenti, non di sconvolgimenti. Perché la "formula Conti" ha prodotto un Sanremo quasi ideale, rispettoso della tradizione ma proiettato in avanti, aspetto quest'ultimo che è emerso particolarmente con l'edizione appena conclusa. 
DE FILIPPI? IDEA SUGGESTIVA MA DI ARDUA APPLICAZIONE - Eccoci dunque al punto: chi, dopo il toscanaccio? La scelta è meno facile di quel che sembri, il quadro intricato assai. Ad esempio, la tendenza degli ultimi anni, assolutamente condivisibile, è parsa quella di affidarsi a risorse interne Rai, di utilizzare il potenziale di idee e talento dell'azienda; tuttavia, proprio l'ultimo Festival ha visto schierarsi in palcoscenico, accanto al vero "gran cerimoniere", il volto simbolo della concorrenza Mediaset, nonché figura di grande rilievo e influenza anche nel mondo discografico, visto il ruolo centrale conquistato negli anni da "Amici", il talent griffato Maria De Filippi. 
Ergo, mai dare le cose per scontate. E a proposito di volti Mediaset, quella della stessa Maria è una ipotesi da prendere in considerazione, anche se affidarle il ruolo organizzativo più importante sarebbe un salto in avanti un tantino azzardato, da parte dell'ente tv di Stato: qualcosa di più di una semplice pax televisiva, un notevole stravolgimento delle consuetudini della concorrenza catodica. Senza contare poi che per Maria si creerebbe una situazione di notevole imbarazzo, visto che ormai la presenza in gara a Sanremo di giovani provenienti dal suo "vivaio canoro" è la normalità.
PERPLESSITA' SU BONOLIS - Si è parlato molto di Paolo Bonolis, che rimane una candidatura attendibilissima ma che personalmente mi lascia un po' perplesso. Vero, i suoi due Festival (2005 e 2009) sono stati due successi, entrambi storicamente fondamentali, perché giunti a resuscitare la kermesse dopo edizioni deludenti al punto da averne messo in discussione l'esistenza stessa. Nel frattempo, però, il popolare conduttore ha intrapreso una strada televisiva essenzialmente legata a un intrattenimento fin troppo leggero e caciarone: legittimo, ci mancherebbe, ma il Sanremo, per come è diventato in questi anni, avrebbe bisogno di qualcosa di più, o comunque di diverso. Da ricordare comunque che, in entrambe le occasioni citate, accanto a Bonolis fu presente la fondamentale figura di Gianmarco Mazzi: quest'ultimo gestì il Festivalone anche dal 2010 al 2012, e fu il primo a portare una decisa ventata di rinnovamento nell'obsoleto e stanco carrozzone rivierasco, a traghettarlo nel ventunesimo secolo, rinfrescando gli schemi dello show e favorendo il progressivo svecchiamento del cast di cantanti.
DA MAZZI A CECCHETTO, LE SCELTE POSSIBILI - Ecco, quella di Mazzi, manager contestato ma sempre vincente in Riviera, sarebbe una figura da prendere seriamente in considerazione, nonostante al termine della sua ultima esperienza, nel 2012, avesse detto di aver esaurito le idee applicabili al Festivalone. Ma in cinque anni si cambia e di idee possono esserne spuntate di nuove.... Oltretutto, risolverebbe un problema non da poco, quello di dover reperire un padrone di casa che possa occuparsi anche della direzione artistica, in particolare delle selezione di artisti e canzoni. Carlo Conti, e prima di lui Pippo Baudo, avevano i titoli per farlo, essendo uomini di musica oltre che di tv, ciascuno con la propria cultura e il proprio percorso. Ma non vedo nessun professionista in giro con caratteristiche simili: Federico Russo, forse, ma è un po' troppo giovane e inesperto per accollarsi il doppio ruolo (organizzatore e presentatore); l'identikit più attendibile, in tale ottica, sarebbe quello di Amadeus, che oltretutto nell'ultimo anno ha saputo ritagliarsi spazi sempre più ampi come anchorman di buona presa. Da tenere d'occhio... Tornando invece a personaggi chiamati ad esercitare unicamente il ruolo di direttore artistico, nomi interessanti potrebbero essere quelli di Mauro Pagani, Pino Donaggio (che l'hanno già fatto in passato) o, perché no, Linus e Claudio Cecchetto, più volte giurati di qualità all'Ariston (e Claudio anche presentatore del Festival per tre volte, all'inizio degli anni Ottanta).
NO A GILETTI. FRIZZI E I GIOVANI - Da escludere recisamente, per il ruolo di conduttore, Massimo Giletti: fa un altro tipo di televisione (che mi piace zero, ma non è questo il punto), lo vedo inconciliabile con la manifestazione ligure. Di Fabrizio Frizzi ho più volte scritto: il suo momento d'oro fu negli anni Novanta (col travolgente successo di "Scommettiamo che...", in coppia con Milly Carlucci), ma all'epoca le porte di Sanremo gli furono sbarrate prima dal lungo regno di Baudo, poi da scelte discutibili della Rai che preferì puntare su volti Mediaset come Mike Bongiorno e Raimondo Vianello. Negli ultimi anni ha acquisito spigliatezza e sicurezza, però continuo a vederlo poco adatto a gestire una macchina complessa come quella della rassegna canora: gli manca l'esperienza recente di un grosso show, a parte Telethon, che è sicuramente un impegno improbo ma ha caratteristiche del tutto diverse da Sanremo. Esperienza che invece possiede Milly Carlucci, grazie alla pluriennale guida di "Ballando con le stelle".
Tornando ai giovani, non è che ve ne siano molti in rampa di lancio: si è parlato prima di Federico Russo, il più vicino alla meta festivaliera (ne ha curato l'anteprima in occasione della recente edizione), poi ci sarebbero Alessandro Cattelan e il bravo Nicola Savino, mentre Mika, pur reduce dall'ottima affermazione col suo show su Rai 2, mi pare una candidatura al momento un tantino rischiosa. Fiorello? Grossissimo nome, inutile dirlo, ma con l'incognita di una certa idiosincrasia per il piccolo schermo, ove le sue apparizioni sono sempre centellinate, e per lo stesso Festival, dove, dopo la parziale delusione del 1995 (quando partì favorito per arrivare "solo" quinto), si è fatto vedere solo un paio di volte come ospite. E un istrione così sarebbe di certo uno spettacolo nello spettacolo, che però concentrerebbe tutta l'attenzione su di lui, sviandola dal concorso, ciò che invece Sanremo deve cercare di evitare.
BAUDO: PRO E CONTRO - Capitolo Baudo: da solo o abbinato ad altri, mi pare francamente da escludere. Come conduttore non lo vedo più in grado di reggere oltre venti ore di diretta in cinque giorni, più conferenze stampa e altri impegni collaterali; come direttore artistico... Beh, son passati nove anni dalla sua ultima comparsa in tale ruolo, e non fu un buon Festival, forse mai come in quel momento vicino alla sparizione, dopo il rischio corso negli anni Settanta.
Da allora, Sanremo è cambiato profondamente nella sua struttura di spettacolo, ed è cambiato il panorama pop italiano, con riflessi profondi anche sulla composizione del cast di partecipanti alla kermesse. Non sono sicuro che il Pippo nazionale possa essere in grado di recepire e fare propri tali profondi fremiti di rinnovamento: dal 2008 ad oggi ha fatto pochino, in Rai (non per colpa sua, sia chiaro, quanto per scelte editoriali), e quel poco lo ha visto nella trincea della difesa della "bella televisione che fu", come dimostra ampiamente la sua ultima "Domenica in...", all'insegna della nostalgia e dei canoni, rispettabilissimi, del varietà e dell'entertainment del passato.
Non è neanche detto che affiancargli co - organizzatori giovani e rampanti sia la scelta migliore, perché il Baudo degli anni più gloriosi (i Novanta) ha sempre gestito il colosso Festival in primissima persona, imprimendovi la sua firma a chiare lettere, mettendoci tantissimo di suo, come era giusto che fosse; poi, nelle sue ultime quattro edizioni (2002, 2003, 2007 e 2008) era tornato a farsi affiancare da una commissione di esperti per la selezione dei brani, mentre a livello televisivo quei Sanremo avevano comunque avuto un'impronta sostanzialmente classicheggiante, liturgica, da "Messa cantata", come lui stesso amava definirla. Ma come detto, dopo quanto accaduto in questi anni e soprattutto la settimana scorsa, non si può tornare indietro. Il che non vuol dire che non possa accadere, anzi: la storia di Sanremo purtroppo è stata spesso questo, un passo avanti e due indietro. Ma proprio ora che il Festivalone ha finalmente trovato una nuova dimensione e una precisa collocazione nel panorama musicale e mediatico nazionale, sarebbe un grave errore.

AGGIORNAMENTO: giusto per rendere esauriente questo primo quadro d'assieme, amici su Facebook mi suggeriscono come ulteriore alternativa il ritorno di Gianni Morandi. Certo plausibile, ma con qualche riserva: nel 2011-2012 rappresentava una stuzzicante novità in chiave di conduzioni sanremesi, e comunque era un cantante che poco tempo prima aveva dimostrato buona adattabilità al piccolo schermo (dopo altre felici esperienze in tal senso a cavallo fra gli anni Settanta e gli Ottanta). Oggi quella duplice spinta propulsiva non avrebbe più grosso peso. Altra cosa: Morandi da solo nel doppio ruolo o, come all'epoca, affiancato dalla rassicurante figura di Mazzi, citato in questo articolo? In ogni caso è una candidatura che ci sta, anche alla luce degli ottimi consensi di audience registrati a suo tempo, pur se, come presentatore, non mi fece delirare per l'entusiasmo. Vedremo. 

martedì 9 febbraio 2016

"SANREMO ALL'INFERNO E RITORNO", IL MIO PRIMO LIBRO: LA CRISI DEL FESTIVAL NEGLI ANNI SETTANTA E IL RITORNO IN AUGE


L'inizio del 66esimo Festival di Sanremo coincide per me con un momento particolarmente importante. Nulla di eclatante, per carità, ma comunque la realizzazione di un progetto a cui tenevo e al quale ho lavorato per circa un anno, quasi segretamente (lo sapevano in pochi), nelle poche ore (spesso notturne) concesse dagli impegni lavorativi e dalle problematiche di tipo familiare che mi hanno afflitto; sottraendo tempo anche al blog, ve ne sarete accorti e ne ho parlato nel pezzo di inizio 2016. Oggi comincia dunque l'ennesimo Festivalone, e, per una coincidenza del tutto casuale ma assai gradita, vede la luce quello che io definisco "il mio primo esperimento letterario". Si tratta di un e-book (il cartaceo arriverà forse in seguito, se ci saranno riscontri almeno discreti) dal titolo "Sanremo all'inferno e ritorno: quando il Festival entrò in crisi"; il sottotitolo è "1973 - 1986: gli anni più bui della rassegna e il luccicante rilancio". Non sono necessarie troppe spiegazioni, credo: si tratta di un saggio - racconto dedicato al cupo tunnel imboccato dalla kermesse negli anni Settanta; un excursus storico per capire le ragioni di quella caduta verticale, o almeno provarci, e per illustrare come avvenne, passo dopo passo, la faticosa risalita fino alla ritrovata grandeur riconquistata nel decennio successivo. 
PROSPETTIVA DIVERSA - Un'impresa un po' folle, la mia, che partì da una simpatica sfida con un amico, anch'egli appassionato "sanremofilo", il quale mi disse: ormai sulla storia del Festival è stato scritto di tutto e di più, non c'è nulla da scoprire. Ecco, io invece pensavo che qualcosa di nuovo si potesse scrivere, ma a un patto: trovare una prospettiva diversa, inedita, dalla quale narrare il passato della manifestazione. La prospettiva diversa era molto semplice: concentrarsi su un periodo storico ristretto ma particolarmente significativo, e cercare di approfondirlo. E' quello che ho fatto: del resto, gli anni più "sfortunati" del Sanremo mi hanno sempre incuriosito enormemente, tanto che già quand'ero studente universitario mi capitò di trascorrere diversi pomeriggi in biblioteca a sfogliare quotidiani d'epoca nel tentativo di reperire notizie su quelle travagliate edizioni. 
VIDEO INTROVABILI - Sono edizioni anche misteriose, quelle in analisi, soprattutto perché, relativamente al periodo dal 1973 al 1975, manca documentazione video: la Rai pare non aver conservato copia delle trasmissioni, o quantomeno le registrazioni non sono state ancora rinvenute nel suo immenso archivio; Sanremo 1976, invece, è stato alfine recuperato tramite un'emittente spagnola, che l'ha messo in onda di recente, ma solo nella versione per l'Eurovisione (mancante cioè di tutta la parte finale, fra ospiti stranieri e proclamazione dei vincitori). Non restavano dunque che i giornali, peraltro non sempre prodighi di informazioni, anche perché, calando il prestigio del Festival, calava pure lo spazio informativo ad esso dedicato. 
COSA C'E' NEL LIBRO - Alla fine, comunque, qualcosa di buono credo di essere riuscito a metterlo insieme. Cosa c'è di nuovo, in "Sanremo all'inferno e ritorno", rispetto ad altri volumi dedicati alla storia della kermesse? Beh, diverse cose: innanzitutto, per ciascuna delle quattordici edizioni prese in esame, ho dedicato ampio spazio alla fase organizzativa delle stesse. Le aspre battaglie fra gli impresari in lotta per aggiudicarsi la gestione della gara canora (che faceva ancora gola, nonostante fosse in ribasso), i progetti da loro presentati... Ho anche gettato un occhio sul "contesto canoro" extra festivaliero di ogni anno, con uno sguardo particolare sulle altre rassegne che precedevano e seguivano il Festivalone ligure, alcune popolarissime, altre oggi dimenticate e durate lo spazio di poche stagioni. 
Poi, per ogni Sanremo preso in considerazione, il racconto dell'evento, nel quale ho cercato di inserire il maggior numero di dettagli inediti, ossia finora mai comparsi in altri libri sul tema, o comunque mai approfonditi: per fare un esempio, uno solo dei tanti, la gara per eleggere la giovane collaboratrice di Claudio Cecchetto sul palco di Sanremo '82, gara che mise in lizza tante esordienti poi destinate a carriere assai prestigiose. E ancora, per ciascun Festival ho provato a tratteggiare una sorta di "Sanremo virtuale", il Sanremo che poteva essere e che non fu: ospiti che non intervennero, presentatori che... non presentarono, e soprattutto consistenti liste di cantanti esclusi dal cast nella fase di selezione, cosa che spero non offenda nessuno; del resto non è assolutamente motivo di vergogna non essere ammessi al Festival, e in ogni caso si tratta di nomi che ebbero ampio rilievo sulla stampa dell'epoca. Riguardo invece a cantanti e canzoni effettivamente ammessi in concorso, non mancano annotazioni critiche, positive e negative, ma tutte comunque scritte nel pieno rispetto della dignità professionale degli artisti, almeno spero.
ATTO D'AMORE - Questo è quanto: mi auguro solo che le imprecisioni siano ridotte al lumicino. Nonostante le numerose riletture, mi sono accorto che qualcosa può sempre sfuggire, errori che si annidano malignamente fra le righe rendendosi invisibili, per poi spuntare fuori all'improvviso, come in un perfido nascondino. Del resto, per me è il primo libro, e posso assicurare che scrivere un volume intero (le pagine sono 195) non è assolutamente facile, soprattutto se l'editing lo si fa autonomamente. In ogni caso, "Sanremo all'inferno e ritorno" è principalmente un atto d'amore per il Festivalone: ne racconta la discesa agli inferi ma anche la resurrezione, evidenziando dunque le armi, i mezzi, le carte vincenti alle quali attinsero gli impresari dell'epoca (soprattutto Vittorio Salvetti e Gianni Ravera) per ridare vigore a un colosso esangue. L'opera è edita da Youcanprint, e nei prossimi giorni sarà in vendita nei principali store digitali, al prezzo di 3,99 euro. 

venerdì 20 settembre 2013

VERSO SANREMO 2014: FABIO FAZIO BATTE QUATTRO, FORMULA CHE VINCE NON SI CAMBIA?

                                          Fabio Fazio verso il suo quarto Festival

Questa volta non ci sono stati annunci in pompa magna e solenni conferenze stampa. No, nel 2013 anche un'istituzione come il Festival di Sanremo non si può più sottrarre alla dittatura di Twitter, il social network che pare costruito su misura per le esternazioni (più o meno interessanti) di vipponi e vippettini. Così, quello che era il segreto di Pulcinella da diversi mesi è diventato verità assoluta nei giorni scorsi, al culmine di uno scambio di "cinguettii" fra il direttore di Rai Uno, Giancarlo Leone, e Fabio Fazio: l'anchorman savonese sarà al timone della kermesse rivierasca anche nel 2014. 
LA VOGLIA DI CAMBIARE - Il "Fazio quater" è quanto di più scontato potesse esservi, ma in fondo è giusto così. C'è stato un periodo, in particolare nel primo decennio di questo secolo, in cui a Sanremo cambiare timoniere di anno in anno era diventata una regola quasi aurea. Cambiare, cambiare sempre, anche dopo un grande successo di pubblico e di critica: Bonolis per due volte (2005 e 2009) e Antonella Clerici (2010) passarono immediatamente la mano dopo edizioni trionfali. Una delle conseguenze più evidenti della deriva televisiva della manifestazione, sempre più spettacolo d'arte varia e sempre meno tenzone canora: la conduzione era diventata più importante dei cantanti e delle canzoni in gara, anzi non era più una semplice conduzione, doveva esserci un progetto artistico originale e articolato costruito addosso ai padroni di casa, che potesse sorprendere e spiazzare, e si era diffusa la convinzione che tale progetto e gli interpreti a cui affidarlo dovessero essere, possibilmente, diversi ogni volta. Volti nuovi e nuovi modi di declinare la liturgia sanremese, per solleticare l'attenzione del pubblico: così, filotti come quelli inanellati da Mike Bongiorno e Pippo Baudo (ma anche da Claudio Cecchetto, tre volte dal 1980 al 1982) sono diventati pressoché irripetibili.
PRESENTATORI PROTAGONISTI - Un equivoco nella costruzione dello show che tradisce lo spirito storico del Festival: all'Ariston i presentatori non dovrebbero mai oscurare con le loro gesta i partecipanti alla kermesse, e invece per troppo tempo si è lavorato più al pregio e alla visibilità della cornice che alla qualità del quadro, ossia al livello dei brani selezionati e al valore degli interpreti. Ecco, con Fazio quest'anno si è raggiunto un accettabile equilibrio fra le due cose: una presentazione non convenzionale e brillante (con la riproposizione in un contesto più istituzionale della collaudata coppia con la Littizzetto), ma che non ha oscurato l'essenza del Festival, ossia la musica, e l'ha anzi valorizzata e proposta in una chiave inedita, più "alta", rispetto al passato. 
IL BIS DI LUCIANA - Così, dopo un Sanremo 2013 che è stato un successo di audience, che ha riscosso i consensi dei critici (solitamente incontentabili quando analizzano il Festivalone), che ha rinfrescato l'immagine della kermesse modificandone il canovaccio spettacolare, strizzando l'occhio a espressioni artistiche meno pop e più ricercate, affidarsi di nuovo a Fazio era inevitabile e anzi auspicabile. La novità clamorosa, casomai, è la conferma, al suo fianco, della sua ormai consolidata "metà televisiva", Lucianina nostra. E' un elemento rivoluzionario che non tutti hanno colto: nella storia del Festival, anche quando i presentatori maschili, i Mike e i Pippo, rimanevano gli stessi per diversi anni di seguito, accanto a loro mutavano vorticosamente, continuamente, sistematicamente le partner femminili. Due sole eccezioni: Gabriella Farinon sul palco del Casinò nel '73 come nel '74, e un'altra storica annunciatrice Rai, Maria Giovanna Elmi, presente sia nel '77 sia nel '78.
Ma erano situazioni diverse: l'impegno richiesto per quelle edizioni era relativo (tre serate, oltretutto neanche lunghissime, e solo l'ultima trasmessa in tv), certo non paragonabile allo sforzo che comporta la gestione di un Sanremo del ventunesimo secolo, e comunque le due "signorine buonasera" erano pur sempre delle semplici collaboratrici dei presentatori principali. Peggio di loro tante altre venute prima e dopo, ragazze che, nonostante il battage pubblicitario che ne accompagnava la partecipazione al Festival, altro non erano che vallette, spiace dirlo: belle presenze buone per i flash dei fotografi, confinate in un cono d'ombra da compagni di palco troppo ingombranti o dalla loro inadeguatezza a un compito così improbo, o semplicemente dal maschilismo che per troppo tempo, e in parte anche oggi, ha infestato i palinsesti delle nostre emittenti. 
LA SQUADRA SI ALLARGA? - Con la Littizzetto si è svoltato anche in questo senso: presentazione nel segno dell'uguaglianza di genere, parità fra maschio e femmina, ed era ora. Il rischio è però una stanca ripetizione degli schemi spettacolari applicati per l'edizione 2013, una sovraesposizione del duo già presente settimanalmente sugli schermi: ecco perché, stando ai pochi rumors usciti dalle segrete stanze di viale Mazzini, il gruppo dei presentatori dovrebbe allargarsi ad altre presenze. Si sono fatti i nomi di Jovanotti (che il suo concerto trasmesso di recente da Rai Uno fosse una sorta di esperimento apripista, in vista di un più massiccio impegno di Lorenzo con la tv pubblica?), di Alex Del Piero, in seguito a una mezza frase pronunciata durante un'ospitata a "Che tempo che fa" nella scorsa primavera, di Geppi Cucciari, che con Luciana potrebbe far... diventare matto Fabio, e movimentare ancora più le cose sul palco.
PIU' GLAMOUR E LEGGEREZZA - Su tutto il resto, sul format dello spettacolo nel suo complesso e su quello della gara, nulla trapela, verosimilmente perché tutto resterà come prima. In questo senso, qualche riserva la avevo avanzata in tempi non sospetti, ossia durante e subito dopo Sanremo 2013: si era costruito un Festival fin troppo "alto" per i canoni tradizionali della manifestazione. Nulla di male, anzi, nel variare il registro dello spettacolo intercettando ambiti artistici meno "commerciali", ma con una impostazione del genere il rischio di passare dal serio al serioso è elevatissimo, e alla lunga non gioverebbe alla rassegna.
In parole povere: la via di mezzo, come in tutte le cose della vita, sarebbe l'ideale. Sanremo ha bisogno di quel tocco di glamour, di leggerezza, di "nazionalpopolare" che fa parte del suo DNA e che non stona, se mantenuto in dosi contenute (in certe edizioni, è vero, si è esagerato in tal senso). Insomma, pop e impegno, semplicità e ricercatezza a braccetto. Tradotto in termini pratici, un cast che preveda qualche cantante "di facile presa" (il termine non va assolutamente letto con accezione negativa)  e un pizzico di easy listening in più; ma da alleggerire sarebbe soprattutto il parco ospiti: d'accordo i direttori d'orchestra, d'accordo i musicisti di nicchia, ma la storia sanremese è stata scritta anche da presenze epiche di vedettes del pop rock internazionale, che sono poi quelle che si fanno ricordare anche a distanza di decenni: ecco, scritturare qualche divetto da classifica del momento non sarebbe male, anche se mi rendo conto che qui il problema è soprattutto di natura economica.
SUGGERIMENTI - Poi ci sarebbero le modifiche che chiedo da tempo, e che prescindono dalla filosofia di base ("d'élite" o "popolare") dello spettacolo: in primis l'aumento quantitativo dei Big (fra i quali, per inciso, dovrebbero trovar spazio diversi esponenti del mondo rap, che piaccia o no è il fenomeno del 2013). In Rai si sono fissati su quattordici concorrenti, ma, senza arrivare agli eccessi degli anni Ottanta (24 o addirittura 26 in lizza), sinceramente non vedo quale danno possa procurare l'aggiunta di due miseri posti: garantendo visibilità e promozione ad altri due artisti, si farebbero contenti loro e si darebbe respiro a chi attorno ad essi lavora. Sarebbe oltremodo doveroso, visto che ogni anno le richieste di partecipazione giungono in numero elevatissimo e i musi lunghi post selezione sono sempre troppi.
Stesso discorso per la sezione giovani, otto sono davvero una miseria, una competizione ridotta ai minimi termini e che meriterebbe ben altro trattamento: in primis un maggiore rilievo durante le serate, come venne fatto nel 2009. Invece di continuare a confinare questi ragazzi ad orari assurdi, perché non prendere esempio dai Festival di Aragozzini, durante i quali gli esordienti si esibivano alternati ai Big? Tutti discorsi fatti e rifatti, qui su Note d'Azzurro. Vedremo: dopo il nulla quasi assoluto dei mesi estivi, ancora qualche settimana e comincerà l'inevitabile girandola di voci e indiscrezioni.