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mercoledì 10 febbraio 2016

SANREMO 2016, LA PRIMA SERATA: CONTI BAUDIANO, VIRGINIA SUPER, ELTON E LAURA EMOZIONANTI, ROCCO HUNT IN POLE POSITION

                                                    Rocco Hunt: ha convinto 

Non basta certo il solo, primo ascolto per valutare la bontà o la mediocrità delle canzoni sanremesi. E' bastata invece la sola prima serata del Festivalone per capire quanto sia stata azzeccata la scelta della Rai di confermare Carlo Conti sulla tolda di comando. I buonissimi ascolti del debutto, certo, ma non è solo una questione di meri dati numerici, perché la settimana è lunga e potrà benissimo esserci un calo fisiologico, così come è da tenere in considerazione il "pericolo" Juventus - Napoli per la finale di sabato. Ma per una volta andiamo oltre l'Auditel: la Rai ha fatto centro perché Carlo Conti è ormai padrone assoluto della kermesse. In senso buono, ovviamente: nessuna "dittatura", ma semplicemente la capacità di gestire con mano ferma e senza cedimenti la più complessa e delicata macchina spettacolare della tv italiana. E' alla seconda esperienza, l'anchorman toscano, ma pare un veterano, pare essere nato su quel palco: il paragone con Pippo Baudo, numero uno degli anfitrioni rivieraschi, ormai ci sta a pieno titolo, fatte salve le differenze di personalità fra i due. 
VIRGINIA E ANNA - L'impronta di Conti è visibilissima: lo show scorre via con buon ritmo, si arriva oltre la mezzanotte senza avvertire quella stanchezza dovuta a pause e tempi morti eccessivi, che invece abbondavano in tante edizioni precedenti. Show godibile e di buon gusto, con sana alternanza fra concorrenti e ospiti e un solo siparietto gratuito e dimenticabile, quello a notte fonda con Kasia Smutniak e Anna Foglietta in promozione del nuovo film: peraltro la mia personale adorazione per la Foglietta fa passare la cosa in secondo piano, tanto più che abbiamo anche potuto scoprire la notevoli doti canore della ragazza, alle prese con la sua canzone di Sanremo preferita, "Un'emozione da poco"... A proposito di miti personali, Virginia Raffaele potrebbe anche recitare l'elenco telefonico (un po' come si diceva qualche anno fa di Giorgia) ma risulterebbe ugualmente bravissima e sul pezzo: quella di Sabrina Ferilli è un'altra caricatura riuscita, l'ennesima della sua ormai lunga collezione, con qualche alto e basso nelle battute (non è facile tenere il palco per un'intera serata con un unico personaggio) ma nel complesso di buon livello. 
NOEMI, STADIO, RUGGERI E ARISA: NON MALE - Sulle canzoni in gara, come accennato in apertura, è opportuno sospendere il giudizio. Non so se l'organizzazione del Festival si muova come accadeva in passato, quando, a quel che si racconta, spesso le composizioni migliori venivano gettate in pista nella seconda serata per mantenere vivo l'interesse del pubblico, dal momento che l'ouverture, in automatico, convoglia sempre davanti al video milioni di spettatori a prescindere dai contenuti. Non che quanto ascoltato ieri sia da buttare, anzi: al primo impatto non ho avvertito la sensazione di trovarmi davanti a qualche potenziale evergreen, ma diversi pezzi mi hanno favorevolmente colpito. Ad esempio Noemi, con "La borsa di una donna", ha portato all'Ariston un Marco Masini dalla poetica particolarmente felice, ma non sorprende del tutto il piazzamento dell'artista in "zona pericolo" (ossia nelle ultime quattro posizioni), perché il brano non è immediatissimo e perché forse la brava "rossa" era un po' emozionata e non ha reso al cento per cento. I veterani Stadio e Ruggeri sono ancora in piena ispirazione: si son presentati con proposte più moderne e al passo coi tempi, per dire, di quella del ventenne Lorenzo Fragola, che mi è parso attestarsi su una prudenziale linea melodica in perfetto stile sanremese. Abbastanza orecchiabili pur se non innovativi i Dear Jack col nuovo vocalist Leiner Riflessi, mentre Arisa non sorprende più con la sua voce limpida, cristallina, senza sbavature: "Guardando il cielo" ha un testo interessante e un sound piacevole, anche se, di primo acchito, sembra mancare di un ritornello di grandissima efficacia. 
ROCCO HUNT PUNTA AL COLPACCIO - "Semplicemente" dei Bluvertigo è canzone di discreta fattura, ma ha scontato l'afonia di Morgan, di cui in effetti ricordavo alcune difficoltà vocali in certe recenti apparizioni: la speranza è che possa risolvere la situazione come avvenne per Grignani l'anno scorso, partito male e poi risollevatosi strada facendo; il contrario sarebbe un peccato perché, ripetiamo, l'opera proposta ha una sua dignità, pur non attingendo vette particolari di genio. Giuliano Sangiorgi ha saputo dare una veste non troppo banale e piuttosto elegante a "Via di qui", che comunque porta Deborah Iurato e Giovanni Caccamo nel solco dei classici duetti in stile festivaliero. Spiace per Irene Fornaciari, che continua a incontrare strane difficoltà nel far breccia presso il grande pubblico: anche stavolta parte ad handicap (anche lei è fra le ultime quattro), nonostante un brano teso ed emozionante come "Blu", nello stile di una precedente apparizione sanremese, quella del 2010 con "Il mondo piange". Gira che ti rigira, il più autorevole candidato al successo finale messo in mostra dalla prima serata potrebbe essere Rocco Hunt, che ho trovato enormemente maturato rispetto al retorico esordio di due anni fa: ancora impegno sociale, ma messo in musica con maggior perizia tecnica, e un ritmo trascinante. Altri "papabili" espressi dalla soirée d'apertura sono di certo gli Stadio, con la loro classe infinita. 
SULLE ALI DELLA NOSTALGIA - Per il resto, i picchi emozionali della serata sono stati tre: in primis l'ouverture nel segno della nostalgia, con la carrellata di tutti i vincitori sanremesi, un'emozione che non tutti possono comprendere. Personalmente, dai primi anni Ottanta in poi ogni filmato mi ha riportato alla memoria precisi momenti della mia vita, perché Sanremo può essere anche questo, può ravvivare ricordi, farli riaffiorare, sottolineare eventi belli e meno belli della nostra esistenza. Peccato che alcune clip non fossero di provenienza sanremese, come quelle del 1967, 1973 e 1976: chi si occupa del Festivalone sa che le registrazioni di quelle edizioni sono al momento irreperibili nell'archivio Rai, speriamo che la cosa venga sanata al più presto. Identiche sensazioni avrà senz'altro suscitato in molti miei coetanei il breve recital di Laura Pausini: perché noi quarantenni l'abbiam vista nascere artisticamente, e chiunque capisse un po' di musica si era reso ben conto, già nel '93, che non sarebbe stato un fuoco di paglia, anche se il sottoscritto di certo mai avrebbe pronosticato per lei successi planetari. 
SOLO MUSICA PER ELTON - Di grande efficacia la performance di Elton John, con un Conti bravo a tenere rigorosamente la conversazione su tematiche strettamente musicali: le polemiche e le discussioni senza fine lasciamole ai politicanti e ai giornalisti a caccia di effimeri scoop. Caspita, solo in Italia accade di avere sul palco un fuoriclasse di prima grandezza come Elton rischiando di buttare tutto in vacca parlando di faccende private: all'Ariston, per fortuna, non è accaduto. Menzione d'onore per Rocco Tanica, momentaneamente fuori dagli Elii per regalarci un'edicola certo più briosa di quella di Gianni Ippoliti, un classico dei Sanremo baudeschi, mentre speriamo che la divertente coppia di sposini "in Salamoia" Marta Zoboli - Gianluca De Angelis, già ammirata fugacemente l'anno scorso in chiusura di Festival, possa avere più spazio nelle prossime serate. Meglio loro, sicuramente, di Aldo, Giovanni e Giacomo, che potevan proporre qualcosa di nuovo invece della solita solfa di "Pdor figlio di Kmer". 

domenica 13 dicembre 2015

SANREMO 2016: UN CAST DI BIG SU MISURA PER IL MERCATO. E NON C'E' UN VINCITORE ANNUNCIATO...

                                          Enrico Ruggeri torna in gara a Sanremo

"Un Festival giovane e per i giovani", disse Maria Giovanna Elmi introducendo la rassegna sanremese del lontano 1978. Altri tempi, tempi più grami di quelli attuali per il Festivalone, senza ombra di dubbio. Eppure, quello slogan si adatta perfettamente al cast di Big reso noto poche ora fa dal "patron" Carlo Conti, durante l'ormai rituale appuntamento all'Arena di Massimo Giletti. Il listone dei venti "vip" si presta, come raramente è avvenuto nel passato recente, a un'infinità di considerazioni e riflessioni che coinvolgono l'essenza stessa dell'evento Sanremo.
SANREMO SUL MERCATO - Festival giovane e per i giovani, quello del 2016, proprio così: al passo coi tempi, senza se e senza ma. E' forse uno dei cast maggiormente allineati alle tendenze di mercato dell'intera storia della kermesse, sicuramente il più appiattito sulle esigenze dell'industria musicale da quando lo show è stato preso in gestione diretta dalla Rai tv. Tanti reduci dai talent, anche se penso sia doveroso distinguere fra chi da quei vivai è venuto fuori tempo fa e nel frattempo si è costruito un percorso indipendente (Annalisa, Noemi) e chi invece è ancora troppo "fresco" di nascita artistica per non venire istintivamente accostato ai vari "Amici" e "X Factor" (Fragola, Dear Jack, Bernabei). 
Poi, ragazzi un po' cresciutelli ma che fanno musica assolutamente moderna, come Neffa, ben due rappresentanti di quell'universo rap che non sembra conoscere ridimensionamenti (Clementino, uno degli esclusi dell'anno passato, e Rocco Hunt), un paio di veterani ancora a pieno regime (fra dischi e concerti) e nel cuore di molti appassionati, ossia Stadio e Ruggeri, e un solo "mostro sacro", quella Patty Pravo che è ormai più che altro un'icona di glorie passate (anche i suoi ultimi passaggi sanremesi, ben tre dopo l'exploit di "E dimmi che non vuoi morire", non hanno lasciato traccia) ma che è giusto, in fondo, possa celebrare i suoi cinquant'anni di carriera sul palco più importante della canzone nostrana. 
IL FESTIVAL E L'INDUSTRIA - Due le obiezioni già orecchiate qua e là: "cast imposto dalla discografia" e "la tv schiaccia la musica". Troppi commentatori sembrano cadere dal pero: Sanremo è sempre stato un formidabile strumento promozionale, una vetrina per sostenere l'industria di settore, perché proporre buone canzoni, scoprire giovani in gamba, rivitalizzare artisti col fiato corto e confermarne altri già in rampa di lancio, significa contribuire a migliorare lo stato di salute di tutto quel fragile apparato che è la musica leggera italiana (col suo indotto). La discografia serve a Sanremo (tanto è vero che la rassegna ha conosciuto i suoi anni peggiori quando gli industriali si sono defilati), ma Sanremo serve moltissimo alla discografia, che non a caso dopo i fremiti di ribellione del 2003 - 2004 è tornata ad appoggiare massicciamente l'evento. E con il cast 2016 l'unità di intenti raggiunge il suo apice: a prescindere dalle partner femminili di Conti, i cui nomi sono ancora avvolti nel mistero, e dal prestigio degli ospiti italiani e stranieri che faranno da cornice, con cantanti come quelli selezionati dall'anchorman toscano sarà pressoché impossibile fallire il duplice obiettivo di una buona audience e di una felice resa commerciale dei cd, a meno di non trovarsi di fronte a composizioni inesorabilmente brutte, e allora... 
I NUOVI VIVAI - Insomma, quelli che vedremo all'Ariston dal 9 febbraio prossimo sono una piccola ma qualificata rappresentanza degli artisti sulla cresta dell'onda, ovviamente con diverse gradazioni di popolarità. Solo un direttore artistico folle vi avrebbe potuto rinunciare. "Prodotti televisivi"? Forse, ma non è colpa loro se, in tempi recenti, le migliori produzioni pop leggere sono arrivate dai famigerati talent, che sono oggi ciò che era un tempo Castrocaro. Riguardo al serbatoio di Sanremo Giovani, è notorio che ultimamente abbia segnato il passo (sul piano dei risultati concreti di vendita, non del valore di molti esordienti visti in gara), e anzi va dato atto a Conti di aver comunque inserito fra i Big un Giovanni Caccamo che non ha sfondato nei negozi, piuttosto che dare per l'ennesima volta via libera all'ultimo vincitore di X Factor. 
IL SANREMO RADIOFONICO - Per anni si è rimproverato al Festivalone di essere troppo retrò e poco "radiofonico": ora che, da qualche anno, la radiofonicità è in larga parte assicurata, c'è chi richiede un ritorno a un passato in cui Sanremo aveva smarrito la rotta, proponeva musica spesso senza futuro e artisti ormai senza nulla da dire. Assurdo. Nel dettaglio, Annalisa e soprattutto Lorenzo Fragola sono stati fra gli emergenti più gettonati del 2015, Arisa torna due anni dopo la vittoria con credenziali ancora robuste, Noemi e Dolcenera sono sempre sulla cresta dell'onda, anche se stranamente l'ultimo album della cantante pugliese ha avuto per il momento riscontri inferiori alle aspettative: eppure si tratta di una performer eccellente, e propone un sound contemporaneo, non banale, coraggioso. Forse sarebbe stato opportuno sceglierne uno solo fra i Dear Jack e il loro ex frontman Alessio Bernabei, ma ritorniamo al discorso fatto precedentemente sul "peso" commerciale e sull'impatto mediatico di alcuni volti, fermo restando che la "conditio sine qua non" dev'essere comunque una canzone di buona presa: cioè, fra due composizioni ugualmente belle, la sensazione è che venga selezionata quella proposta dal personaggio più à la page. Crudele, e non necessariamente condivisibile: ma comprensibile. Sanremo ha attraversato quasi settant'anni di mari in tempesta, ed è rimasto indenne anche perché ha saputo giocare, di volta in volta, le carte necessarie per restare a galla. 
I RITORNI DI SCANU E ZERO ASSOLUTO - Arriva la grande occasione per Deborah Iurato (in coppia con Caccamo) e per una Michielin che avevamo inserito fra le più papabili, grazie al boom fatto registrare dai suoi duetti con Fedez. Sentire Neffa fa sempre piacere e, anzi, dovrebbe offrirsi con maggiore prodigalità, mentre non desta scandalo nemmeno il ripescaggio di Valerio Scanu e degli Zero Assoluto: per qualcuno si tratta di "giovani già vecchi", in realtà sono nel momento ideale per tentare di reinserirsi con successo nel giro degli artisti da classifica. Il discusso trionfatore di Sanremo 2010 ha vissuto un importante ritorno di visibilità con l'affermazione a Tale e Quale Show; il duo Maffucci - De Gasperi negli ultimi anni non è stato con le mani in mano, ha continuato a produrre musica e a esibirsi dal vivo, si è messo alla prova in altri campi (hanno fatto gli scrittori e i conduttori radiofonici e televisivi) e possiede le potenzialità per ritornare in primo piano nel circuito mainstream. 
I VETERANI E IRENE - Detto del gradito ritorno di Ruggeri (fuori gara nel 2015) e degli Stadio, sperando che la deliziosa vena compositiva di Curreri e compagnia sia intatta, i colpi di genio e di follia sono rappresentati da Morgan coi ritrovati Bluvertigo e da Elio e Le Storie Tese, che già meriterebbero l'Oscar a prescindere per il titolo del brano, "Vincere l'odio"... Unica scelta davvero imprevedibile, quella di Irene Fornaciari: nulla contro di lei, che anzi non mi è mai dispiaciuta nelle sue precedenti uscite rivierasche, ma è un'artista la cui carriera non è mai decollata pienamente; non certo una big a tutto tondo, insomma. Occhio però: non è mai troppo tardi. 
CHI MANCA - Questo è quanto. In attesa che qualche grande escluso faccia sentire la propria voce (ma Syria e Umberto Napolitano hanno, giustamente, preso la non ammissione con grande filosofia), c'è da rimarcare l'amarezza per l'assenza di alcuni superbig che hanno deciso di anticipare di poche settimane, rispetto al Festival, l'uscita dei loro nuovi lavori. Perché ad esempio Alessandra Amoroso, eterna chimera sanremese, ha ritenuto di non poter aspettare un mesetto scarso, facendo a meno della formidabile vetrina dell'Ariston? Lo stesso dicasi per Emma e per i Modà, che han dato alle stampe i loro album da pochissime settimane. 
Per il resto, ognuno ha il suo criterio personale di scelta, il suo cast perfetto, e guai a chi lo critica: io, ad esempio, avrei cercato di ritagliare qualche spazio per un paio di reduci degli anni Novanta e per almeno altrettanti giovani"alternativi", uno Zibba o una Levante, o anche una Erica Mou, per intenderci. Ma il livello è comunque decorosissimo, e oltretutto non c'è nessuno che possa vantare titoli autenticamente superiori agli altri. L'equilibrio regna sovrano, per la prima volta dopo tante edizioni anche solo tentare un pronostico è pressoché impossibile. Dovessi azzardare un pokerissimo, direi Dolcenera, Noemi, Arisa, Annalisa ed Elio, ma ci vorrebbe davvero la sfera di cristallo. 

venerdì 12 dicembre 2014

VERSO SANREMO 2015: CONTI PORTA A VENTI I BIG IN GARA, E' UN RITORNO ALL'ANTICO

                                Carlo Conti: il suo Festival torna nell'alveo della tradizione

La prima mossa di Carlo Conti sullo scacchiere di Sanremo è vincente. Dopo anni di cast striminziti, i Big in concorso salgono da sedici a venti. Una quota partecipanti così elevata non si vedeva dai tempi della "gestione Pippo Baudo", e non è affatto casuale, come vedremo, il richiamo a quel capitolo tutto sommato glorioso della storia del Festival. "Note d'azzurro", ossia il sottoscritto, non può che essere soddisfatto della novità, già nell'aria da alcuni giorni ma che non era attesa in tali proporzioni (si parlava infatti di un innalzamento a diciotto concorrenti nella categoria regina): la mia posizione in merito traspare, grosso modo, dal novanta per cento dei post che ho dedicato alla tenzone rivierasca dal 2011 ad oggi. Anni, si diceva, caratterizzati da cast ridotti al lumicino: appena quattordici posti a disposizione per i cosiddetti "campioni", nelle ultime quattro edizioni. 
POCHI CANTANTI, TROPPI EXTRA - Una gara in scala ridotta, con effetti negativi evidenti soprattutto quando il meccanismo delle eliminazioni conduceva alla finalissima un drappello davvero sparuto di artisti: una decina, col risultato che il resto del gala conclusivo veniva in qualche maniera riempito con ospitate improponibili, spesso avulse dal contesto prettamente canoro dell'evento, o con comparsate promozionali di personaggi Rai. Era un piccolo grande tradimento dell'essenza stessa della rassegna sanremese, la cui funzione è, da sempre, quella di vetrina delle migliori novità proposte dal panorama musicale leggero nostrano, quando l'inverno volge al termine e la primavera incombe: e il tradimento avveniva proprio in un periodo di acuta crisi del mercato discografico italiano, che per superare il momento difficile avrebbe avuto bisogno anche (non solo) di kermesse col format del Festivalone di un tempo, quello in cui si concedeva spazio a un numero assai ampio di cantanti. 
BAUDO E RAVERA - I tempi di Baudo, come sottolineato in apertura. Ma anche gli anni Ottanta di Gianni Ravera, anni di un Sanremo vincente e rigoroso, che non "deragliava mai", che era ancora gara di canzoni assai più che show televisivo tout court. Proprio negli anni gestiti dal patron forse più celebre, l'innalzamento della quota partecipanti era una piacevole tradizione della vigilia: i big ammessi alla gara risultavano sempre più numerosi di quelli che l'organizzazione aveva inizialmente annunciato. Il record, in tal senso, venne stabilito nel 1982: da otto che dovevano essere quasi raddoppiarono, divenendo quattordici. Per l'elevato numero di proposte e per lo spessore qualitativo delle stesse, si premurava di far sapere chi aveva operato la selezione dei brani; per soddisfare gli appetiti di qualche casa discografica in più o per ottenere in cambio ospiti stranieri di prestigio, ribattevano certi giornalisti maligni: quale che fosse il motivo, alla fine i vantaggi per la musica di casa nostra risultavano indubbi, perché salire sul palco dell'Ariston significava accrescere esponenzialmente o rinverdire la propria popolarità, entrare nel giro promozionale delle trasmissioni tv e delle radio, garantirsi buone vendite di dischi o, nella peggiore delle ipotesi, un bel bottino di serate live. 
SOSTEGNO ALLA DISCOGRAFIA ITALIANA - Vantaggi che oggi assumono valore anche maggiore, addirittura "vitale", alla luce della difficile congiuntura di mercato. Incredibile che ci si arrivi solo oggi. "E' un modo per sostenere e promuovere ancora di più la musica italiana", ha spiegato Carlo Conti, che è riuscito a smuovere acque da troppo tempo stagnanti e che ha mostrato coraggio non indifferente. Perché con questa modifica regolamentare Sanremo torna all'antico, a una riscoperta delle radici che però è stata sempre rigettata, nell'ultimo lustro, per paura dell'Auditel: è convinzione dei padroni del vapore televisivo che il pubblico del Duemila non apprezzi più le gare canore "all'antica", mal sopporta di vedere sul piccolo schermo una mera successione di cantanti. Ma forse è solo questione di abitudine, perché il telespettatore medio prende quel che gli si dà, non si spiegherebbe altrimenti il successo pluriennale fatto registrare da certe inguardabili trasmissioni trash. Del resto, le risultanze in termini di audience dell'edizione 2014 hanno  lanciato un segnale opposto: se c'è qualcosa di difficile da tollerare è un Sanremo pieno di corpi estranei, di sovrastrutture spettacolari superflue e di dubbia presa, con gli artisti in gara costretti troppo spesso a cedere le luci della ribalta, che invece all'Ariston spetterebbero loro di diritto, sempre. 
GIOVANI IN PRIME TIME - Il nuovo direttore artistico ha forzato il blocco e si richiama alla tradizione baudiana, soprattutto: perché, se Ravera aveva il vantaggio di operare in un'epoca in cui le competizioni canzonettistiche "a struttura classica" non erano considerate di difficile digeribilità, Baudo riuscì invece a conservare la centralità della gara in un Sanremo già contaminato con gli stilemi del varietà generalista, già contenitore in cui veniva immesso di tutto e di più. E' dunque con quel modo di concepire il Festivalone che la gestione Conti va idealmente a saldarsi: nel medesimo contesto si inserisce l'altra grande novità delle ultime ore, il ritorno delle Nuove Proposte a un orario di esibizione più consono: da troppo tempo relegate a notte fonda, quest'anno avranno addirittura l'onore del prime time.
Per quel poco che può valere, altra "vittoria" di Note d'Azzurro, che su questo tasto ha pigiato fino allo sfinimento. Ma è più che altro, questa come quella dei venti Big, una vittoria della ragionevolezza: se il vivaio di Sanremo è fondamentale per il futuro della rassegna e della musica italiana nel suo complesso, che senso aveva maltrattarlo con mortificanti collocazioni in scaletta, quasi fosse un fastidio, una pratica da sbrigare in tutta fretta per lasciar posto all'attore americano, al ballerino, al declamatore di poesie o all'esperto d'arte? 
I DUBBI - Poi, per carità, non è tutto oro quel che luce. Una prima rapida analisi dei brani dei giovani, ad esempio, non mi ha trasmesso sensazioni di entusiasmo, ma mi riprometto di tornare sull'argomento dopo una serie di ulteriori ascolti. E, tornando ai big, bene per i "venti", ma oltre al contenitore più capiente occorre ora un contenuto gradevole: guai, ad esempio, se l'allargamento venisse sfruttato per buttare nel calderone proposte di scarso appeal musicale e utili solo per catturare la platea televisiva.
Se dobbiamo basarci sui nomi circolati in questi giorni, e su quelli comunque più papabili per la corsa a un posto nel cast (si legga, in proposito, quanto da me scritto nell'articolo della settimana scorsa), potrebbe venir fuori un listone tutt'altro che malvagio; e se da un lato ci sono due - tre candidature che mi fanno rabbrividire (in senso negativo), dall'altro è probabile che spuntino in extremis altrettanti personaggi di cui nessun "previsore" aveva parlato, come è tradizione: l'anno passato, addirittura, una buona metà dei concorrenti Campioni spiazzò del tutto gli esperti, risultando assolutamente inattesa. Ma di questo parleremo prestissimo, diciamo fra un paio di giorni. Va infine detto che, permanendo nel regolamento la formula ad eliminazione, mette persino un po' di tristezza pensare che solo quattro Big su venti non arriveranno alla finale: a questo punto, sarebbe stato più giusto promuoverli in blocco, ma non si poteva rinunciare totalmente al pathos delle "qualificazioni", che in passato ha sempre fatto notevole presa sul pubblico. 

lunedì 17 marzo 2014

GENOA: "IL FUTURO E' UN'IPOTESI", FRA GLORIOSE SCONFITTE E SCENARI SOCIETARI "FLUTTUANTI"

                                             Così Pirlo ha condannato il Genoa 

Genoa - Juventus 0-1. Era da tempo che non mi accadeva di... inalberarmi così per una sconfitta della mia squadra del cuore. L'anno scorso, per dire, vissi la lenta discesa agli inferi dell'orrido grifone di Del Neri con rassegnazione, più che con rabbia. Quasi un olimpico distacco, confortato da una certezza di fondo: era una compagine così scombiccherata, quella, così priva di gioco e di animus pugnandi, che la zona retrocessione le calzava a pennello, e lo scrissi anche qui su "Note d'azzurro". Ieri sera no: la punizione di "Von Karajan" Pirlo, così lo ha definito in radiocronaca diretta Francesco Repice di "Tutto il calcio", è stata una stilettata che brucia, brucia ancora, a quasi ventiquattr'ore di distanza. Da un lato è positivo: significa che il calcio italiano, malato grave, in crisi tecnica e di credibilità internazionale, è ancora in grado di regalare emozioni forti a chi lo vive con passione genuina. Ma prevale comunque l'amaro in bocca, dovuto, oltre al ko, alla constatazione che, a realtà medio - piccole come quella genovese, per cogliere la soddisfazione effimera di bloccare il perfetto ingranaggio bianconero non basta nemmeno giocare un match su standard quasi "europei". 
VOLTARE LE SPALLE ALLA FORTUNA - Mi si dirà: ma l'hai visto lo score stagionale della Vecchia Signora? Come poteva pretendere di far risultato, la squadra undicesima nella stessa classifica, con meno della metà dei punti della capolista? Ebbene, lo score lo conosco benissimo, è impressionante, una cosa mai vista in Italia: ventiquattro vittorie, tre pareggi e una sconfitta, il celebre capitombolo di Firenze maturato non in seguito a una sfida giocata peggio dei viola, ma per un quarto d'ora di follia, uno di quei black out che, alle grandi squadre, capitano giusto una volta all'anno. Ma il ruolino di marcia bianconero, per come si stava svolgendo la sfida di Marassi, aveva assunto un'importanza del tutto relativa: molto semplicemente, il Genoa stava giocando meglio dell'augusto avversario. Agonismo financo sopra le righe, ritmi elevati, brillantezza fisica, manovra di qualità e palle gol: forse solo il Verona, al di fuori del novero delle grandi, era stato in grado di far vedere in tal misura le stelle al team di Conte. 
Però, paradossalmente, non mi va di unirmi al coro di chi grida alla sconfitta ingiusta: fallire un paio di facili occasioni a tu per tu con Buffon e buttargli addirittura fra le braccia il rigore che poteva regalare "La vittoria dell'anno" (un rigore contro la Juve: evento da segnare sul calendario), il successo da raccontare con orgoglio ai nipotini e a chi non c'era, significa semplicemente voltare le spalle alla fortuna, che sembrava davvero disposta a confortare col suo... beneplacito la serata di grazia dell'undici gasperiniano. Il rigore dell'anno affidato a Calaiò, uno che nella rinascita genoana di questo campionato ha recitato, sostanzialmente, il ruolo di comparsa: a ben vedere, basterebbe questa scelta infelicissima a giustificare la resa finale.
PRESTAZIONE RIPETIBILE? - Un'occasione così, contro una Signora stanca, poco lucida, priva di Tevez, con tre quarti di scudetto già in tasca e concentrata più che altro sul ritorno di Europa League, resterà probabilmente irripetibile. Il popolo rossoblù, solitamente ipercritico nei confronti della squadra tanto amata, l'ha presa bene, fin troppo, e ha già inserito questa partita nella galleria dei match storici del Grifone, per qualità e intensità della prestazione. A partire da un assunto elementare e inflazionato: se si gioca così contro la Juve, lo si può fare anche contro le altre, e in quel caso di partite se ne perderanno ben poche. In realtà, come direbbe Enrico Ruggeri, al momento "Il futuro è un'ipotesi" e nulla più, perché sulle "gloriose sconfitte" raramente si costruiscono progetti vincenti e perché nel calcio due più due raramente fa quattro: il calciofilo dimentica presto, ma io, ad esempio, ricordo ancora perfettamente la splendida prestazione del Genoa di De Canio, sempre al Ferraris, contro una Juventus non molto diversa da quella di ieri sera: gol di Immobile, raddoppio mancato un'infinità di volte, primo tempo che poteva terminare tre a zero e partita che invece si concluderà... 1-3. Da quella straordinaria e sfortunata dimostrazione di gioco non sbocciò alcunché: strada facendo, il Genoa si dimostrò una delle realtà meno competitive del torneo, dovette passare attraverso due cambi di allenatore e una rivoluzione d'organico al mercato di gennaio per salvare la ghirba in extremis. 

                                  Gasperini: sta costruendo un Genoa nuovo e frizzante

UN GENOA CREDIBILE - Certo, oggi la situazione appare diversa: paragonare questo Genoa a quello dell'anno scorso è, in effetti, eresia pura. Il Genoa 2012/13 era un ensemble senza capo né coda, povero di talento e senza una linea tecnica precisa. Quello di oggi ha ritrovato antiche certezze, una nuova  e fresca credibilità: Gasperini, con grande fatica, pare infine esser riuscito a imporvi il suo marchio di fabbrica. E' una squadra con un'anima, con una filosofia di gioco, col gusto della sfida a viso aperto, senza paura. E' una squadra giovane e molto italiana, e non è poco in questa Serie A così ottusamente esterofila da risultare irritante. 
E' un Grifone, anche, con una forte connotazione azzurra: ad Antonelli e al veterano Gilardino si è aggiunto il ragazzino terribile Perin, mentre Bertolacci continua a crescere e nelle ultime gare sta emergendo, per personalità, precisione e pulizia di gioco, il centrocampista Sturaro, altro prodotto della locale "cantera". E ora, come detto, comincia a riconoscersi l'impronta di Gasperson, la stessa che, nel 2009, portò un Genoa decisamente più dotato, sul piano della classe pura, a un passo da una Champions League che sarebbe stata oltremodo meritata. Tutto questo per dire che, oggi, i presupposti parrebbero diversi rispetto a dodici mesi fa, che quanto visto ier sera potrebbe essere davvero un ponte gettato verso un futuro un tantino più ricco di soddisfazioni. Ma una discreta squadra può diventare una buona squadra (non diciamo grande) se acquista concretezza e, soprattutto, se sa battersi con eguale intensità con colossi e con peones. In altre parole, in prospettiva contano poco le prestazioni di spessore con Juve, o Inter o Fiorentina, se poi viene il braccino come col Chievo, otto giorni fa, o come in un derby ampiamente alla portata. Cattiveria (calcistica) e continuità di gioco e di mentalità, ci vogliono: non è di gloriose sconfitte che si nutrono il palmarés e la storia di un club. E dunque, il luminoso futuro sognato dai supporters è ancora del tutto ipotetico. Comincerà a prender forma già da domenica prossima?
STRAVOLGIMENTI SOCIETARI... FORSE - Ma soprattutto: sarà ancora Preziosi a guidare questo  nuovo corso dai connotati assai poco chiari? Negli ultimi sette giorni, due illustri firme di due prestigiosi quotidiani cittadini hanno suonato incessantemente la grancassa mediatica su un passaggio di proprietà, in casa Genoa, ormai alle porte. Uno di essi aveva parlato addirittura di "ore decisive per la cessione della società" (roba di una settimana fa, ma non aveva specificato il numero di ore, va detto...), annunciando che questo Genoa - Juventus sarebbe stato l'ultimo match vissuto dal Joker come proprietario del club. Non è accaduto, e già questo basterebbe per inserire la notizia nel novero ormai ampio delle bufale calcistiche nazionali, anche sulla scorta delle decise e reiterate smentite della dirigenza. Poi, magari, alla lunga qualcosa si concretizzerà, e me lo auguro sinceramente per gli estensori di questo presunto scoop, "prime firme" la cui credibilità, in caso contrario, subirebbe un colpo che non potrebbe né dovrebbe lasciare indifferenti i lettori. 
Insomma, ci abbiamo fatto il callo. Poi magari chi lancia queste "bombe" (nell'accezione inventata anni fa da Maurizio Mosca e Aldo Biscardi) dice di farlo per il bene del Genoa, salvo sottolineare, nei propri articoli, che, caspiterina, "la fuga di notizie potrebbe aver rovinato le intenzioni degli acquirenti", fuga di notizie da loro stessi alimentata... E neanche si capisce, se si vuole davvero il bene del Genoa favorendo quindi l'arrivo di facoltosi investitori, l'utilità di rigirare continuamente il coltello nella piaga di una situazione finanziaria e debitoria rossoblù che, da mesi, viene descritta come drammatica, con una certa approssimazione nell'affrontare tematiche economiche che richiederebbero competenza e lunga opera di documentazione: roba da "Il Sole 24 ore", insomma, non da pagine sportive di quotidiani locali. Nel recente passato ci sono state società professionistiche di Serie A che si sono viste infliggere punti di penalizzazione in classifica per ritardi nei pagamenti degli stipendi: il Genoa, al momento, ci risulta eroghi regolarmente gli emolumenti, ha investito in un nuovo centro sportivo nella periferia cittadina e ha appena acquisito una nuova sponsorizzazione per la propria casacca. Non naviga nell'oro, insomma, ma credo che siano altri i sodalizi che debbono tremare per il loro futuro. Vedremo come andrà, con la precisazione che, giornalisticamente, questa telenovela mi appassiona quanto un romanzo di  Fabio Volo...

lunedì 21 gennaio 2013

"I MIGLIORI ANNI" E IL RILANCIO DI CANZONISSIMA: UN'OCCASIONE DA NON SPRECARE


Apriti cielo! Dopo anni all'insegna di un sostanziale immobilismo, di un vuoto creativo che aveva portato al logorio di una formula già di per sé non propriamente originale, "I migliori anni" si è ripresentato al pubblico  di Rai Uno in veste rinnovata e persino tentando l'azzardo di una difficile scommessa. Intendiamoci: il new look dell'ormai tradizionale "show-nostalgia" non sarebbe in sé nulla di rivoluzionario, sul piano della costruzione televisiva dello stesso, anzi; però c'è un clamoroso répechage che rappresenta un indubbio atto di coraggio: il ritorno di "Canzonissima". Lo spettacolo di Carlo Conti ruota in effetti attorno a una vera e propria gara fra otto Big della musica italiana, impegnati a proporre una serie di brani evergreen della nostra canzone, con duelli il cui esito viene deciso dal pubblico in teatro e con una giuria esterna chiamata ad aggiungere i propri voti per determinare la classifica finale di ogni puntata. Insomma, una tenzone fra cantanti in piena regola: rispetto al passato, le obsolete cartoline voto sono state sostituite dalle preferenze esprimibili via Internet sul sito della trasmissione.
IL TENTATIVO DI MORANDI - Di un "recupero" dello storico show musicale del sabato sera (e poi della domenica pomeriggio), defunto nel 1975 dopo anni di gloria autentica in cui giunse a rivaleggiare col Festival di Sanremo in termini di popolarità, si parlava invero da parecchio tempo. Nel 2010 parve cosa fatta, e a occuparsi del rilancio sarebbe dovuto essere Gianni Morandi. Poi, ufficialmente per motivi di budget, l'idea venne malinconicamente accantonata. Ma "Canzonissima" è sempre stata il... convitato di pietra della tv italiana in tutti questi decenni. Un marchio leggendario che era stato "pensionato" al primo refolo di vento contrario, uno show cult che diede un contributo decisivo al decollo della Rai, un autentico romanzo popolare che per settimane appassionava e teneva col fiato sospeso schiere di telespettatori. Un format mai dimenticato e tuttavia tremendamente scomodo, perché difficile da rimettere in pista, in un contesto profondamente mutato sul piano dell'estetica "catodica" e dei gusti del pubblico.
COLLOCAZIONE IDEALE - Si è così scelta una strada prudente, di natura sperimentale: ok alla resurrezione di Canzonissima, che però non godrà, per il momento, di vita propria, ma cercherà di riemergere "protetta" dall'insegna, sicura e accogliente, di uno dei format più riusciti dell'ultimo decennio Rai. Del resto, il motto de "I migliori anni" pare essere sempre stato "torniamo all'antico e sarà un progresso", anche se il suo deus ex machina, Carlo Conti, ha sempre negato di ispirarsi a un oltranzismo nostalgico, quanto alla salvaguardia di una certa memoria storica collettiva, benché in operazioni del genere il confine fra questi due... orientamenti ideologici non possa che essere labile e indefinito. In ogni caso, era quella la sede ideale per riportare sul piccolo schermo la leggendaria gara tra cantanti. 
La formula dell'esecuzione di vecchi successi, per la verità, in televisione suona come un déjà vu piuttosto stucchevole. In tutti i varietà, a tutte le ore del giorno, spunta fuori il cantante di turno a intonare un suo cavallo di battaglia o qualche cover, scelta nell'ambito di un repertorio che risulta essere spesso assai limitato, quasi come se la storia della canzone leggera italiana si reggesse solo su quei dieci - venti brani riproposti ad libitum fino alla nausea. Nel caso de "I migliori anni", però, tale scelta programmatica va valutata diversamente, in quanto non fine a se stessa, semplice (e modesta) variazione sul tema di un canovaccio spettacolare che stava cominciando a mostrare la corda, bensì funzionale al rilancio del progetto Canzonissima, progetto che invece, analizzato come "corpo autonomo" rispetto allo show in cui si trova inserito, pare poggiare su solide basi.

                                     Paola e Chiara nel cast de "I migliori anni"

CAST DI QUALITA' - Il cast dei concorrenti è infatti di qualità medio-alta: l'elenco comprende, in rigoroso ordine alfabetico, Alexia, Luca Barbarossa, Karima, Marco Masini, Mietta, Paola e Chiara, Povia ed Enrico Ruggeri. Come si vede, non si è ceduto alla tentazione di mettere in piedi una compagnia di vecchi dinosauri delle sette note, peccato in cui, tanto per dire, troppe volte è caduto anche il Festival di Sanremo in anni recenti. Si tratta in larga parte di artisti di quella "generazione di mezzo" di cui tante volte ho parlato (cantanti emersi e affermatisi fra la fine degli anni Ottanta e durante i Novanta), eccezion fatta per due veterani come Ruggeri e Barbarossa, i cui picchi di successo non risalgono però certo a epoche... antidiluviane, e, sul fronte apposto, per due prodotti della musica italiana anni  Duemila, il contestato Povia e Karima, una fuoriclasse che ancora non ha trovato la giusta consacrazione. Personaggi ben presenti nel cuore della gente, ancora con un senso a livello di mercato discografico, magari in cerca di rilancio ma non certo da rottamare. Nomi di sicuro appeal.
GLI INEDITI - Vecchi successi rivisitati, come detto: televisivamente, lo spettacolo potrà tenere sulla lunga distanza solo se il repertorio di brani sarà più ampio e variegato rispetto alla limitatezza di cui si diceva poco sopra. In tal senso, la prima puntata della sfida ha lasciato qualche speranza, pensando a un pezzo non banale e non ipersfruttato come "Non credere" di Mina, affidato alla sapiente voce di Alexia. L'opportunità, concessa a uno dei Big in ciascuna delle puntate, di presentare al pubblico un inedito (sabato scorso è toccato a Povia) è ciò che più avvicina questo revival alla Canzonissima che fu. Un'occasione di visibilità e di promozione veramente ghiotta per i cantanti. E anche un chiaro messaggio lanciato agli addetti ai lavori: questo esperimento, questa Canzonissima... 2.0, potrebbe tornare molto utile all'industria musicale italiana. 
L'UTILITA' DI UNA NUOVA CANZONISSIMA - Sanremo a parte, le rassegne canore, osteggiate dai più ma in realtà formidabili volani per la crescita del mercato del disco negli anni d'oro, sono oggi quasi del tutto scomparse. Eppure avrebbero ancora una loro utilità, anzi forse più che in passato: la musica in tv ha spazi sempre più esigui, laddove la crisi del mercato necessiterebbe invece di vetrine promozionali sostanziose, sul piano qualitativo e quantitativo. Insomma, una via di mezzo fra l'eccesso di manifestazioni degli anni Sessanta e Ottanta e il quasi nulla attuale dovrà pure esserci, no?
Una gara come quella partita sabato, con gli opportuni aggiustamenti, rappresenterebbe un toccasana per tutto l'ambiente. Quali aggiustamenti? Beh, ad esempio la collocazione a ridosso del Festivalone è penalizzante sul piano strettamente commerciale: i dischi lanciati dagli otto de "I migliori anni" entreranno in concorrenza diretta con quelli che, fra qualche settimana, spiccheranno il volo dall'Ariston.  Ecco perché un progetto come la nuova Canzonissima avrebbe più logica in quella che resta la sua "casella temporale" storica: autunno - inizio inverno, da ottobre a gennaio, per spingere il mercato nel periodo delle festività natalizie. E avrebbe ancor più senso se gli inediti, da un certo momento in poi, diventassero protagonisti assoluti della gara, proprio come avveniva un tempo. Ma per ora è il caso di accontentarsi. L'azzardo di Conti e della sua squadra merita fiducia: a sostenerlo, un'impalcatura spettacolare collaudata e fin troppo tradizionale, come detto all'inizio: dagli ospiti prezzemolino (quel Massimo Ranieri la cui presenza sugli schermi Rai sta entrando in concorrenza con quella di Al Bano, per frequenza di esposizione) alla comicità di Frassica, ferma a vent'anni fa. Elementi triti e ritriti ma che il pubblico generalista del primo canale sembra sempre gradire. 

lunedì 13 febbraio 2012

FESTIVAL DI SANREMO: I GIOIELLI NASCOSTI DEGLI ANNI DUEMILA - I BIG (1)

Gli storici del Festival di Sanremo parlano, non a torto, degli anni Duemila come dell'epoca in cui, all'interno delle kermesse rivierasca, l'aspetto televisivo ha preso nettamente il sopravvento su quello più squisitamente musicale, che dovrebbe invece rappresentare l'essenza della manifestazione. Ciò non ha impedito che in gara, in questo decennio, venissero presentate canzoni di elevata qualità, in qualche caso gioielli autentici: purtroppo, il nuovo format dell'evento, il cui l'obiettivo finale è principalmente l'Auditel e in cui pertanto la fanno da padroni ospiti non cantanti, lustrini, paillettes e accessori vari, ha fatto il più delle volte passare in secondo piano tali perle. 
Con questo post, e con quello successivo, intendo quindi rendere giustizia a tali composizioni, con l'ovvia premesse che la scelta effettuata è strettamente personale (ho sempre pensato che le bellezza di una canzone sia frutto di una valutazione al 70 - 80 per cento soggettiva e solo per la restante percentuale fondata su valutazioni eminentemente tecniche). 

Partiamo dal 2000, il secondo Festival dell'era Fabio Fazio, considerato uno dei migliori di sempre sul piano della proposta musicale, con un cast molto più vicino alla realtà del mercato discografico italiano di quanto non lo sia stato in diverse altre edizioni a carattere più marcatamente "nazionalpopolare". Desidero riportare alla memoria proprio la proposta di una delle cantanti più "commerciali" dell'epoca, e quindi alla fine un po' penalizzata nella classifica finale. Mietta era ancora una delle artiste italiane più amate e popolari, una che tuttavia non amava fossilizzarsi in un solo genere, per quanto remunerativo, e che non si è mai tirata indietro di fronte alla possibilità di sperimentare vie nuove, anche a scapito delle vendite di dischi. Quell'anno presentò un pezzo orecchiabilissimo e ben strutturato, "Fare l'amore". 




Nel 2001 i Bluvertigo ci regalarono un autentico tuffo negli anni Ottanta: la loro "L'assenzio" risente fortemente, volutamente, quasi a mo' di citazione, di certo sound d'Oltremanica del periodo eighties, e il richiamo ai Depeche Mode è evidente. 




Nello stesso anno, Syria, sempre bistrattatissima dalla critica, e non sempre a ragione, sorprese con un pezzo struggente, dedicato a una persona amata che purtroppo non è più su questa terra. Sound trascinante anche se non propriamente originale, ma testo di una delicatezza e di una poesia che andrebbero assolutamente rivalutate. Ecco "Fantasticamenteamore". 




2002: riflettori su Mariella Nava, cantautrice sempre ispirata, apprezzatissima da tanti colleghi che hanno beneficiato dei suoi testi. Da un po' di tempo lontano dalla grande ribalta, e qualche anno fa minacciò addirittura il ritiro dopo l'ennesima esclusione da un Sanremo. Quell'anno cambiò pelle rispetto al suo stile sempre delicato e soffuso, si presentò con un'immagine più frizzante e con una ballata autobiografica e dal sound movimentato e allegro. 




Stesso anno, e fra i Big comparvero per la prima e unica volta i Gazosa, vincitori fra i Giovani l'anno precedente. Dopo il tormentone estivo "www.mipiacitu" non ci si aspettava granché, invece ecco arrivare questa "Ogni giorno di più" tutt'altro che banale. Verrà anche usata per una pubblicità, se non sbaglio, di un prodotto per bambini. 



2003: un cast ottimo penalizzato da ascolti non all'altezza (frutto di unì'impostazione spettacolare troppo dispersiva). Fra i Big, Nino D'Angelo, all'apice della maturità artistica, offrì al pubblico questo drammatico brano dall'insolita costruzione, dialogo  fra un camorrista e la sua coscienza. 




Ancora 2003, per un intenso e ispirato duello fra Andrea Mirò e il compagno Enrico Ruggeri: "Nessuno tocchi Caino" è un inno per nulla retorico contro la pena di morte. 



Chiudiamo l'ampia panoramica su questa edizione con l'addio alle scene (e alla vita) di Giuni Russo, con una elegante e sofisticata "Morirò d'amore".