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mercoledì 20 novembre 2013

LA NAZIONALE AZZURRA DOPO GERMANIA E NIGERIA: CHE ITALIA VEDREMO AL MONDIALE?

                                         Esultanza azzurra dopo il pari coi tedeschi

Che sarà di noi in Brasile? Giunti al termine di questo 2013 premondiale, è il momento di tirare le prime somme azzurre, e non è facile, perché l'anno e mezzo post europeo, che doveva chiarire definitivamente le idee sulle effettive potenzialità della nostra Nazionale, ha invece ingarbugliato la matassa in una misura che non era facile prevedere. Ci si attendeva una crescita spontanea, una maturazione rigogliosa, dopo le succulente promesse fatte balenare fino alla medaglia d'argento continentale di Kiev, poi le cose sono andate diversamente. Cominciamo dal fondo, ossia da ciò che ci ha lasciato l'ultimo duplice impegno amichevole tedesco - nigeriano.  
DUE BEI SECONDI TEMPI - Di positivo, delle sfide di Milano e Londra, restano due secondi tempi di grana buona, seppur dalle caratteristiche diametralmente opposte. Con la Germania, la ripresa ha mostrato un'Italia più arcigna, determinata, "cattiva", brava a chiudere e a ripartire, dopo gli sbandamenti della prima frazione. Nel dettaglio dei singoli, segni di ripresa da parte di Marchisio, tornato a far sentire il suo peso negli inserimenti offensivi, e di Montolivo, benché il suo apporto si sia quasi esclusivamente limitato all'interdizione, mentre confortante, per la continuità nelle due fasi, è stato il rientro di Criscito dopo la lunga assenza, per certi versi inaccettabile (grave infortunio a parte). Con lui e col prossimo recupero di De Sciglio, il problema del terzino sinistro dovrebbe avviarsi a soluzione, con buona pace degli encomiabili Pasqual, Antonelli e del declinante Balzaretti. Viceversa, in terra inglese, dopo l'intervallo si è vista un'Azzurra arrembante, capace di costruire palle gol in serie ma, purtroppo, di sprecarne buona parte. Un altro gradito ritorno, quello di Parolo, ha avuto tante luci ma anche qualche ombra: onnipresente, continuo e inesauribile, utile in copertura e bravo a liberarsi al tiro, ha mostrato però scarsissima lucidità nelle conclusioni, fallendo, palo a parte, un paio di banalissime occasioni da distanza ravvicinata. 
CANDREVA E GIACCHERINI VERSO IL BRASILE - Dal canto loro, Candreva e Giaccherini, le due sorprese della Confederations, stanno continuando ad esprimersi su livelli notevoli e ben difficilmente Prandelli negherà loro un posto fra i 23, nonostante il laziale perseveri nel manifestare una idiosincrasia al tiro a rete che risulta incomprensibile, avendo nei piedi il potenziale per fare malissimo (emblematica un'azione del primo tempo con la Nigeria, quando si è venuto a trovare con un ampio spazio per fare esplodere il destro e invece ha continuato a tenere palla e a cincischiare, consentendo infine ai nigeriani di neutralizzare il pericolo). L'intesa Rossi - Balotelli, sulla quale si appuntavano gli interessi del cittì, è migliorabile ma già buona: l'azione che ha portato al vantaggio a Londra, costruita sull'asse fra il milanista e il viola, ha fatto risplendere tutte le doti del duo: potenza fisica, controllo di palla, capacità di far salire la squadra e ispirare il gioco offensivo da parte di Mario; tempismo, velocità e precisione sotto rete per Pepito. A tutto ciò occorre dare continuità, ma al momento, nell'opzione tattica con l'attacco a due punte, questa coppia rappresenta l'unica soluzione plausibile: fino a pochi mesi fa avrei scommesso sul fatto che il posto di Rossi sarebbe toccato al El Shaarawy, ma l'involuzione del Faraone è stata colossale, pur se i mezzi non gli mancano per uscire dal limbo in cui è stato cacciato anche dalla difficile situazione del Milan. 
INVOLUZIONE POST EUROPEA - Tutto questo per quel riguarda la stretta attualità, Poi, come detto, c'è da tracciare un primo bilancio della fase premondiale, che però ha già molto di definitivo, in quanto prima delle convocazioni per il torneo iridato resta una sola amichevole (a marzo, in casa della Spagna per un altro tentativo di rivincita): è vero, ci sono ancora partite in abbondanza di campionato e coppe europee, ma serviranno solo a chiarire le idee sulle ultime sei - sette maglie da assegnare per il Brasile, mentre al momento non è sorto nessun nuovo astro in grado di far saltare il banco con una stagione sopra le righe. E 'stato dunque, come si diceva, un anno e mezzo contraddittorio, che non ha aiutato granché Prandelli. La bella Italia del suo primo biennio di gestione, frizzante, propositiva, senza paura, capace di tenere pallino, di creare gioco ed occasioni, si è via via annacquata e intristita. Ha vivacchiato sulle posizioni acquisite, ha forse tentato di diventare grande percorrendo la strada del pragmatismo, del fare risultato con pochi fronzoli e molta concretezza, ma vi è riuscita solo in parte. 
DIFESA IN AMBASCE - Il pragmatismo desiderato si è spesso rivelato, alla prova del campo, un affannoso aggrapparsi al golletto di vantaggio (vedi match decisivo con la Bulgaria) o un arroccarsi attorno alla difesa per evitare il tracollo (vedi la gara di Praga con la Repubblica Ceca). Non è certo questo che intendiamo per "squadra concreta": oltretutto, la nostra è una compagine che, in questa fase storica, non può pensare di impostare il suo gioco su un atteggiamento attendista, sulla copertura, in quanto la sua terza linea sta attraversando un prolungato momento di difficoltà. A far data dalla sciagurata amichevole con Haiti, lo score, inquietante, racconta di 22 reti subite in 13 gare, cifre che non sono certo da Nazionale di prima fascia. Blindate le corsie laterali (i citati Criscito e De Sciglio a sinistra, Maggio e Abate dall'altra parte), i problemi sono al centro: Barzagli e Bonucci sono  di alto livello, il problema è la continuità che li ha fatti incorrere, dalla Confederations in poi, in alcuni svarioni non degni della loro fama. Ranocchia sta recuperando le posizioni perdute, Ogbonna non pare ancora pronto, Chiellini ha ampia esperienza, coraggio e personalità ma anche una certa ruvidezza che fuori dei confini italiani non sempre viene perdonata (come accaduto nell'ultimo Real - Juve al Bernabeu).

                                              Criscito: ritorno convincente

Visto che gli uomini della retroguardia sono grosso modo gli stessi del primo biennio prandelliano, caratterizzato invece da una soddisfacente impermeabilità, è chiaro che il problema non stia tanto nella qualità degli uomini, né in un improvviso imbrocchimento degli stessi, quanto in sbalzi di rendimento eccessivi imputabili anche alla diminuita solidità complessiva della squadra, che da troppo tempo, lo ripeto, balbetta football con poche luci e molte ombre. Se il centrocampo torna a fare ciò che ha fatto egregiamente fino alla finale europea con la Spagna, cioè far girare palla, tessere trame, produrre gioco e tenere il controllo della gara, la retroguardia risulterà più protetta e, giocoforza, recupererà sicurezza; se invece continuerà a funzionare a singhiozzo e a lasciare troppo campo ad avversari anche modesti, le sofferenze dietro rimarranno, e nel contesto iridato verranno pagate a caro prezzo.
CENTROCAMPO DA RIDISEGNARE - Ferma restando l'imprescindibilità di De Rossi, uomo ovunque in grado di dare equilibrio a tutto il complesso, la sensazione è che il ritorno alla formula di Euro 2012, con Thiago Motta di nuovo titolare, non sia stata un gran trovata: nell'attesa di un pieno recupero di Montolivo, uomo chiave della gestione Prandelli non sempre esaltato come avrebbe meritato, la zona nevralgica ha bisogno della linfa giovanile, della vitalità, della corsa e dell'eclettismo dell'ottimo Florenzi di questa splendida stagione romanista, così come, qualche metro più avanti, bisognerà cercare di ritagliare uno spazio per Insigne, il quale, Rossi a parte, rappresenterebbe una variabile importante per una manovra offensiva ancora troppo legata agli estri di Supermario. Si è preso atto, come da secoli sottolineato su questo blog, che lo schieramento a quattro dietro è il più congeniale a questa squadra, dopodiché è giusto avere a disposizione più opzioni tattiche, ma sarebbe anche opportuno virare con decisione su una, massimo due formule, perché anche la continua sperimentazione di strategie ha fatto forse perdere un po' la bussola al team azzurro.
PROSPETTIVE MONDIALI - Dopo un avvio di stagione poco entusiasmante, e la perdita (grave e sottovalutata dai grandi media) della testa di serie, l'Italia è scivolata nelle gerarchie planetarie. Al momento è da quarto di finale, non di più, il che vuol dire poco o nulla, perché la Coppa del mondo spesso cambia le carte in tavola. Bisognerà presentarsi al top in quel mese, curare la preparazione in maniera più efficace di quanto sia stato fatto per la Confederations, azzeccare le convocazioni, creare l'atmosfera giusta nel gruppo, un calibrato mix fra serenità e voglia di stupire. Realismo, ci vuole, ma non pessimismo: preso atto di questa involuzione registrata a partire dalla seconda metà del 2012, ci son però tante sicurezze: c'è un'Italia che nei due appuntamenti più importanti fra quelli finora affrontati (Europeo e torneo premondiale l'estate scorsa) ha mostrato mentalità vincente, arrivando fino in fondo; c'è un gruppo non fenomenale ma di buon livello, che ha centrato quasi tutti gli obiettivi (a parte la citata testa di serie Mundial), a volte andando anche oltre le aspettative: un gruppo fatto di tanti buoni giocatori (e una rosa ampia in cui pescare, non poco in questi tempi di esterofilia spinta), di due - tre giovani interessanti e di altrettanti fuoriclasse di statura mondiale, i "vecchi" De Rossi e Pirlo e l'ultimo grido Balotelli. I citati secondi tempi con Germania e Nigeria, il ritrovato gusto del gioco e alcune scintillanti manovre di prima in velocità viste in entrambe le gare, fanno capire che le basi ci sono, non sono andate perdute, si tratta solo di rimettere a punto tutto il meccanismo. Forza e coraggio! 

martedì 3 settembre 2013

LE PAGELLE DEL CALCIOMERCATO 2013/14 - SECONDA PARTE: DAL LIVORNO AL VERONA E... LA MIA GRIGLIA DI PARTENZA

                                   Benitez, un fuoriclasse della panchina per il Napoli

LIVORNO - Telaio complessivamente debole, anche se l'innesto in extremis di Emeghara potrebbe portare una buona dote di punti in più, purché il nigeriano sia lo stesso che l'anno scorso per alcuni  mesi ha tenuto a galla il Siena prima di cedere nel finale (confermarsi è sempre difficile, dopo un exploit da scheggia impazzita totalmente sconosciuta alla concorrenza). E Biagianti è elemento di quantità che sa cosa vuol dire battersi nei bassifondi. In ogni caso, gli spunti interessanti non mancano, in primis la fiducia decretata a Bardi, portierino reduce da un Europeo Under 21 coi fiocchi, e ad altri giovani di fulgide promesse come Cristante, cervello di centrocampo con le stimmate del campioncino, e il difensore Piccini. Per il resto, ci sono le star in miniatura che hanno messo in riga tante compagini di Serie B, Paulinho e Siligardi, Gemiti e Belingheri, gente tutta da verificare al cospetto dei colossi del nostro calcio. Insomma, sarà acuta sofferenza fino alla fine. Anche il manico è una scommessa, ma Nicola, vecchio cuore genoano, ha la verve e la preparazione per inventare contromisure atte ad attutire l'impatto con le big. 
MILAN - Merita fiducia e rispetto perché, unica fra le big assieme alla Juve, ha puntato con decisione su un nucleo centrale italiano, giovane e... azzurro. Abate e De Sciglio sui fianchi della difesa, Poli e Montolivo a comandare i giochi nel mezzo dividendosi fra interdizione e costruzione, Balotelli ed El Shaarawy a spalleggiarsi in avanti. Nel dettaglio: l'eclettico De Sciglio ha già dimostrato in Confederations Cup di essere una garanzia per il futuro, ed ha ancora ampi margini di miglioramento (soprattutto nella precisione sui cross); Montolivo ha disputato una eccellente stagione rossonera, acquisendo personalità e cattiveria agonistica, ed è ora un elemento duttile e dinamico. E poi Saponara, ultimo grido della scuola italiana, estro e incisività dalla trequarti in su. In prima linea, Mario è uno che ti rivolta come un guanto le partite da solo, il Faraone deve ritrovarsi sul piano mentale, perché ha i mezzi tecnici e l'intelligenza tattica per convivere con l'ingombrante compagno di linea senza che il suo rendimento ne risenta. In mezzo a tanto ben di Dio, l'arrivo del declinante Kakà risulta quasi secondario: grande colpo promozionale, ma il brasiliano ne dovrà mangiare di polvere per avvicinare i livelli sublimi toccati ai tempi della sua prima militanza meneghina: da almeno due anni non batte chiodo. I punti deboli del Milan sono in difesa: Abbiati perde colpi, la barriera centrale (Zapata, Silvestre, Mexès) non è da compagine che punta al titolo. Però il pluridecorato team rossonero resta una mina vagante che, in caso di défaillance delle favoritissime, potrebbe riservare qualche sorpresa. 
NAPOLI - Gli addii dei colossi Mazzari e Cavani sono stati assorbiti come meglio non si poteva. Benitez è una guida di valore mondiale, ha conquistato trofei e coppe europee, ha idee e carisma. Campagna acquisti di primo piano: Reina e in subordine Rafael blindano la porta, Albiol si affianca a Cannavaro jr. per cementare una difesa marmorea, e in avanti Higuain non farà rimpiangere l'uruguaiano, anzi, ha nei piedi, per classe, curriculum e abitudine a battersi su palcoscenici importanti, la possibilità di fare addirittura meglio dell'illustre predecessore. E poi le conferme: dall'inesauribile Maggio ad Armero e Zuniga, dal geometrico Inler (al quale però si chiede una maggiore presenza nel vivo del gioco, al di là delle sue sempre gradite bombe dalla distanza) a un Insigne che ha il piglio del veterano e la sfrontatezza del giovane che vuole arrivare ad ogni costo. Col genietto vicecampione europeo Under 21 a riempire di estro e dinamismo il fronte offensivo e con le micidiali scorribande di Hamsik, fuoriclasse autentico e sottostimato, questo Napoli si candida ad alternativa più credibile alla corazzata juventina. 
PARMA - Assisteremo all'ennesima resurrezione di Cassano? Se sì, è un Parma che può ambire a migliorare il piazzamento dell'anno passato, senza però farsi soverchie illusioni. Senza voler essere blasfemi, potrebbe risultare più utile l'acquisto di Gargano, uomo di gran sostanza in grado di aumentare la solidità del centrocampo e di dare equilibrio a tutto il complesso. I restanti movimenti di mercato sono marginali, soprattutto in riferimento a Felipe e Acquah, che per diversi motivi hanno segnato il passo nelle ultime stagioni, così come Cassani che nella breve esperienza genoana è parso a tratti un ex, ma che merita fiducia se non altro per il suo passato non troppo lontano di nazionale azzurro. Poi Munari, che è un buon centrocampista di quantità, ma non sposta granché gli equilibri. Molto più rassicurante la presenza di chi è rimasto: gente come Mirante e Lucarelli che rende sufficientemente solida la difesa, Gobbi a presidiare con sicurezza la fascia sinistra, Parolo che porta ordine tattico e buoni inserimenti in avanti, le incursioni di Sansone e un Amauri che deve riconfermarsi sui discreti livelli dell'ultimo torneo, cosa non facile visto che la continuità non è mai stata il suo forte.

                                      Toni: ha steso il Milan alla prima giornata

ROMA - Mercato schizofrenico. Partenza lanciata e indubbio rafforzamento: Con De Sanctis finalmente un portiere di prima fascia, corsie laterali a cinque stelle col ritorno di Maicon a far coppia con  Balzaretti, difesa chiusa al centro dai vari Castan, Burdisso, lo statuario Benatia e il promettente Jedvaj, abile nelle due fasi. Nel cuore della manovra, la conferma di De Rossi, imprescindibile faro del gioco ed elemento universale, di grandiosa efficacia in tutte le zone del campo (copertura, costruzione e finalizzazione) e la rinnovata fiducia al motorino Florenzi, con la ciliegina sulla torta di Strootman, fra i più quotati centrocampisti europei e nazionale olandese. Poi la marcia indietro, soprattutto sul fronte offensivo: ok per il monumento Totti, il cui apporto è però destinato ad assottigliarsi col passare del tempo, mentre si tenterà il rilancio di Destro dopo un'annata complessivamente opaca; passi anche l'addio a Osvaldo, ormai in conflitto aperto con l'ambiente, ma la cessione di Lamela, craque di statura mondiale, grida vendetta. Borriello e Gervinho sono validi surrogati, ma occorrerebbe qualcosa in più, perché nelle prime due giornate la squadra ha mostrato un potenziale devastante e sarebbe un peccato se rimanesse un'incompiuta. L'arrivo di Ljajic  e la crescita di Pjanic, jolly avanzati di qualità ed estro, dovrebbero comunque consentire a Garcia di sperimentare soluzioni offensive originali e molteplici, per un tourbillon difficile da disinnescare.
SAMPDORIA - Le note liete vengono dalla fiducia data a tre potenziali stelline di domani: Salamon, ma soprattutto l'eclettico difensore Regini (centrale o esterno sinistro) e Gabbiadini, sinistro al fulmicotone, attaccante d'area e di manovra già in orbita Juve. Poi la conferma delle bandiere Palombo e Gastaldello, garanzia di continuità di rendimento, di Costa e di un De Silvestri che, dalla convocazione - premio in azzurro per l'amichevole con l'Argentina (non ve n'erano i presupposti tecnici, nonostante il crescendo mostrato nella parte finale della scorsa stagione), dovrà trarre linfa per riavvicinarsi ai vertici toccati quando era una delle migliori speranze del football nostrano. Per il resto c'è poco da stare allegri: la perdita di Romero non sarebbe di per sé grave, visto il rendimento italiano del "guardameta" argentino, ma al momento la porta non ha un difensore pienamente affidabile, se non esploderanno Da Costa o Fiorillo e visto il fallimento della caccia a Sorrentino e ad altri papabili. Centrocampo arricchito dal dinamismo di Barillà ma drammaticamente a corto di inventiva e attacco che deve sperare nella consacrazione del citato Manolo, mentre Eder in Serie A ha sempre alternato buone cose a lunghe pause. Insomma, niente illusioni: sarà corsa salvezza, forse anche più affannosa rispetto al campionato scorso. 
SASSUOLO - Intrigante. Intendiamoci, la permanenza è l'unico obiettivo realistico e non sarà facile assicurarsela, ma questa deb assoluta si presenza ai nastri di partenza con un roster accattivante. Missiroli, Berardi e l'ultimo arrivato Zaza erano un lusso per la cadetteria e in A trovano un palcoscenico più adatto ai loro mezzi, mentre la sostanza delle bandiere Terranova e Magnanelli, gente abituata a lottare, dovrebbe emergere anche su un palcoscenico più impegnativo. Gran colpo l'arrivo di Marrone: testa e polmoni, contrasti efficaci, piedi e idee buone per costruire trame apprezzabilissime, ma anche l'eclettismo giusto per fare bene come difensore, avrà finalmente lo spazio che raramente trovava alla Juve. E poi il prestito di Schelotto, che vuole tornare a macinare chilometri sulla destra e a creare ottime variazioni sul tema offensive, per dimostrare di essere ancora da prima fascia. Fra tutti gli altri rinforzi, più ancora di Rossini e Kurtic il più utile sarebbe stato Acerbi, bloccato da un tumore: la speranza è che possa superare presto l'ostacolo per riscattare l'ultima annata, che ne ha messo in dubbio le chance di inserirsi fra i migliori difensori italiani dell'ultima leva. Floro Flores è punta incisiva, ma deve ritrovarsi: negli ultimi mesi a Genova è parso svuotato fisicamente e mentalmente.

                       Il neo romanista Strootman: potrebbe diventare una delle stelle del torneo

TORINO - Tantissimi movimenti, ma forse è stato più fumo che arrosto. Perché, ad esempio, la difesa ha conservato il ruvido Glik ma perso due pilastri come Gillet e Ogbonna, e sulla carta i sostituti potrebbero farli rimpiangere: Padelli non è un fulmine di guerra in porta, Bovo è reduce da due stagioni mortificanti e Moretti può fare il suo, ma non è più brillante come un tempo, in particolare se impiegato da terzino. Meglio nel mezzo, dove Bellomo porta piedi buoni, fantasia e concretezza, e poi c'è pur sempre l'impagabile Brighi a reggere le file della manovra. Le speranze di condurre in porto la salvezza con un po' di anticipo rispetto all'anno scorso sono riposte soprattutto nell'attacco, superiore come qualità complessiva agli altri due reparti: Immobile non è il giovanotto spaesato visto all'opera sotto la Lanterna nell'ultima annata e lo dimostrerà, Cerci è ormai un campione fatto e finito, esterno sgusciante, estroso, dinamico e preciso sotto porta, per nulla disposto a mollare.... l'osso della maglia azzurra.
UDINESE - Banale dirlo ma... squadra che vince non si cambia. Con la medesima spina dorsale dell'ultimo campionato, Domizzi e Danilo, Pinzi e Basta, Pereyra e Lazzari, Di Natale e Muriel, e la guida sicura di Guidolin, difficilmente i friulani resteranno lontani dall'alta classifica. In particolare, lecito attendersi da Di Natale un altro torneo monstre, perché il traguardo dei mondiali non è impossibile (anche se personalmente la ritengo una eventualità assai remota). Peccato per la consueta idiosincrasia alle coppe, un "vulnus" alla bella realtà bianconera che, oltretutto, causa nocumento a tutto il movimento calcistico italico (leggasi ranking Uefa).
VERONA - C'è un che di stuzzicante, in questo Hellas che rivede la Serie A dopo tanto, troppo tempo. Al di là della partenza col botto (le prime giornate di campionato sono spesso inattendibili, sul piano dei verdetti), il materiale per mettersi al sicuro c'è, e si può persino ambire al ruolo di mina vagante. Fra i nuovi il carisma e la generosità di Donati e il gioiello Toni, per il quale l'unica incognita è la tenuta fisica: se rinvia ancora il declino, può portare in dote una messe importante di reti, e col Milan lo ha già dimostrato. Jankovic ha lasciato Genova senza rimpianti, è giocatore tecnico e capace di giocate sopraffine ma anche di lunghissime e irritanti pause: quale versione ne vedremo al Bentegodi? Iturbe è un prospetto di cui da anni si dice un gran bene, agile fantasista tutto da verificare all'impatto col ruvido football nostrano, Donadel un portaborracce che assicura polmoni e sudore. Per il resto, del gruppo che ha portato alla promozione, c'è attesa attorno al totem difensivo Maietta, a un Albertazzi che deve recuperare il tempo perduto, ad Halfredsson e Martinho.
GRIGLIA DI PARTENZA, IN FILA PER QUATTRO - Prima fila (zona scudetto): Juventus, Napoli, Fiorentina, Milan; seconda fila (zona Europa League): Roma, Lazio, Inter, Udinese; terza fila (tranquillità): Atalanta, Parma, Cagliari, Genoa; quarta fila (salvezza senza grossi patemi): Catania, Torino, Sampdoria, Verona; quinta fila (alto rischio): Sassuolo, Bologna, Chievo, Livorno.

venerdì 16 agosto 2013

ITALIA - ARGENTINA, OVVERO UN'OCCASIONE SPRECATA

                                         De Rossi: meglio nel mezzo che in difesa

E' consentito un pizzico di (innocua) cattiveria nel mare di buonismo che ha avvolto i giorni di Italia - Argentina? Ecco, lasciatemelo dire: la settimana azzurra così com'è stata concepita, all'insegna di celebrazioni, udienze e benedizioni papali, ulivi piantati nel bel mezzo del prato dell'Olimpico e quant'altro, non ha rappresentato il modo migliore di approcciarsi a un test potenzialmente probante come quello contro la Selecciòn di Sabella. Del resto era prevedibile: i più "anziani" ricorderanno l'amichevole con la Svizzera dell'ottobre 1982, sempre  a Roma, pochi mesi dopo il trionfo Mundial. Anche all'epoca, nei giorni precedenti, grandi feste, la visita al Quirinale per il saluto di Pertini, premiazioni, medaglie: poi, al momento di scendere in campo, squadra svuotata e fuori fase, con la testa altrove perché fino a quel momento a tutto aveva pensato fuorché all'impegno agonistico, e puntuale figuraccia, ossia sconfitta interna alla prima uscita dopo l'impresa spagnola. 
Siamo dunque davanti all'ennesima occasione persa: si affrontava una delle rappresentative più competitive del momento (fanno testo la classifica Fifa, la qualificazione mondiale quasi raggiunta e il tasso di classe elevatissimo), opportunità unica per crescere, acquisire personalità internazionale, sperimentare uomini nuovi e alternative tattiche. Ma non c'erano la testa, la concentrazione necessarie, lo spirito per fare tutto questo, o almeno provarci: inevitabile, quando a una partita vengono attribuiti significati extracalcistici così profondi (ed encomiabili, per carità), tali da far passare in secondo piano, se non annullare, il contenuto tecnico della sfida. 
COME IL GIUBILEO DEL 2000 - Chiariamo: nulla di male (anzi) nel desiderio di omaggiare il nuovo, acclamatissimo Pontefice, abbinando all'occasione un colossale spot per la fratellanza e per una interpretazione più umana e meno affaristica dello sport professionistico; ma se lo scopo era questo, sarebbe bastato allestire un match - esibizione come quello dell'ottobre 2000, in occasione del Giubileo, fra la Nazionale di Trapattoni e una All Stars di stranieri del nostro campionato: un incontro a carattere accademico, dal tasso agonistico pressoché nullo e senza uno straccio di emozione, senza falli e senza palle gol. Se invece si mette in calendario, ad aprire la stagione che condurrà alla Coppa del Mondo, un'amichevole di tale spessore, è delittuoso non sfruttarla adeguatamente. Liquidiamo subito il discorso relativo alla preparazione ancora approssimativa dei nostri: valeva anche per i biancocelesti, che sono invece parsi di un altro pianeta. Ma il divario di valori fra Italia e Argentina non è quello visto all'Olimpico romano, anzi, azzardo e dico che al momento attuale il divario non esiste proprio, i sudamericani non sono più forti degli italiani, lo testimoniano il rendimento medio e i risultati colti dall'Azzurra negli anni di gestione prandelliana. 
LO SPIRITO DI DUE ANNI FA - Più che altro, mercoledì scorso è balzata agli occhi la differenza con un'altra amichevole ferragostana, quella con la Spagna a Bari, due anni fa. Una splendida prestazione di Montolivo e compagni, coronata da un meritato e prestigioso successo. Si respirava un'aria inebriante, attorno a quella Nazionale: l'aria frizzante e vitale che accompagna le giovani squadre in sboccio, protese al raggiungimento di traguardi importanti. Era un'Italia che stava diventando grande, dopo gli impacci delle prime uscite ufficiali post Sudafrica, che stava acquisendo uno status internazionale di tutto rispetto, che ai risultati aveva imparato ad abbinare un gioco di buona qualità e uno spirito sbarazzino nell'affrontare anche gli impegni più duri. A dimostrazione del fatto che certe amichevoli non sono inattendibili, se affrontate con l'atteggiamento giusto, gli incoraggianti segnali emersi in quella notte pugliese vennero poi confermati nelle sfide ufficiali, in un crescendo che portò la nostra selezione a uno splendido e inatteso secondo posto a Euro 2012. 
Oggi, due anni dopo, quel clima di fiducia e di speranza, quella tensione al miglioramento continuo, non si percepiscono più, o comunque sono molto annacquati. Spiace dirlo, ma le sensazioni trasmesse dall'incontro di due giorni fa sono le stesse lasciate da buona parte delle sfide azzurre della stagione post Europei: la Nazionale, una volta riconquistato un buono standard di prestigio mondiale, pare essersi fermata, non riesce a compiere l'ultimo passo verso l'acquisizione di una dimensione da "grande squadra". Vivacchia, certo più che dignitosamente, sui livelli faticosamente raggiunti nel. primo biennio, e da lì non sembra più in grado di spostarsi. Lo testimonia il fatto che da un anno denunciamo gli stessi limiti, le stesse défaillance di una compagine che non ha ancora trovato una inquadratura tattica stabile, che continua a concedere troppo in difesa e che in avanti non riesce a concretizzare in proporzione alla mole di gioco creata, mancando drammaticamente di killer instinct, soprattutto al cospetto dei colossi del football planetario. E ciò fa rabbia, perché il gruppo di Prandelli ha dimostrato, anche dopo Kiev, che i mezzi tecnici e mentali per compiere il definitivo salto di qualità li avrebbe eccome, basti pensare  alle prestazioni di marzo contro il Brasile e di giugno in Confederations con la Spagna. Per tutto il resto, la stagione 2012/13 ha regalato un tran tran accettabile (le sfide mondiali contro Armenia e Danimarca, l'esordio brasiliano contro il Messico) e tanti, troppi appuntamenti che hanno fatto arrossire, pur venendo confortati da risultati positivi (i due incontri con Malta, quello in Repubblica Ceca, la fortunosa affermazione sul Giappone...). 

                                            Osvaldo: molto fumo e poco arrosto

IL TEMPO STRINGE - Il gala con l'Argentina non ha fatto altro che inserirsi in questo trend piatto e inquietante. Sì, inquietante, perché il piccolo cabotaggio di cui sopra potrebbe anche bastare nel settembre di fuoco che attende i nostri, ma non ci giureremmo fino in fondo: la qualificazione  a Brasile 2014 è ancora da conquistare, e Bulgaria e Repubblica Ceca ci han già fatto soffrire nei match di andata. Ma anche ammesso che si riuscisse a "scollinare" con successo questo duplice impegno (e io credo di sì, a scanso di equivoci), dopo ci vorrà qualcosa di più, e il tempo per limare i limiti congeniti di questa nostra rappresentativa, bella ma a volte un po' troppo leggerina, comincia ad assottigliarsi. Ecco perché, e ritorniamo al punto di partenza, appuntamenti di sostanza come quello dell'Olimpico si dovrebbero ben altrimenti sfruttare, al di là del loro significato simbolico. 
I DUBBI SU DE ROSSI E VERRATTI - Peccato, perché gli spunti di interesse non mancavano, in primis il ricorso a De Rossi come centrale in una difesa a quattro e le chiavi del centrocampo di fatto consegnate a Verratti. Gli esiti non sono stati esaltanti: il romanista ha offerto buoni spunti individuali, ma il rendimento collettivo del reparto non è parso affatto beneficiare della sua presenza, anzi. Il buon Daniele può tornare utile, in posizione arretrata, solo come perno di una terza linea a tre, nel quale può fungere tatticamente da centromediano metodista all'antica o da libero moderno come poteva essere il compianto Scirea, altrimenti è meglio restituirlo alla zona nevralgica, dove in azzurro è spesso un'iraddiddio, visto che la difesa può contare su interpreti testuali del ruolo di sicuro affidamento, dai titolari Barzagli, Bonucci e Chiellini (per quanto quest'ultimo viva sempre sul confine fra pulizia di gioco e fallosità, e non rappresenti pertanto il massimo della sicurezza) agli attuali rincalzi Ogbonna, Astori e Ranocchia. 
Capitolo Verratti, un "beniamino" di questo blog: su Note d'azzurro ne ho sempre sottolineato il talento e l'importanza per il futuro del Club Italia, in qualità di maggiore indiziato a prendere in mano le redini del centrocampo nell'ormai imminente "dopo Pirlo". Con onestà, debbo però sottolineare che finora, con la  maglia della Maggiore, il giovanotto del PSG non ha mai convinto appieno, e quella con l'Argentina è stata forse la sua prova peggiore, soprattutto per timidezza tattica: Montolivo, per dire, pur non brillando ha fatto meglio di lui, con alcuni spunti degni di nota in copertura e in fase di impostazione. Insomma, è vero che Verratti finora di spazi non ne ha avuti moltissimi, ma è anche doveroso attendersi da lui, in questa stagione, una decisa impennata di personalità e di rendimento. Quella che ha già manifestato Insigne, con un atteggiamento propositivo e intraprendente e un gol che ne sintetizza la sua sicurezza da veterano, in uno scampolo di partita che ne ha certificato l'imprescindibilità per la Nazionale di oggi e di domani. 
ANTONELLI DA RIVEDERE - Sul resto, poco da dire: Antonelli è cresciuto strada facendo, sfiorando anche il gol del pari in un finale in cui peraltro tutta la squadra italiana ha preso a girare a ritmi accettabili, ma in precedenza aveva... brillato per scarsa incisività e approssimazione di tocco. Merita comunque un'altra chance. Centrocampo in soggezione costante, e prima linea che dovrà lavorare molto per ovviare alla doppia assenza, a Palermo con la Bulgaria, di Balotelli e Osvaldo: peraltro l'italo - argentino, rientrato come previsto nel giro azzurro (qualcuno aveva sostenuto che la sua esclusione punitiva dalla Confederations Cup ne avrebbe sancito l'addio definitivo al Club Italia), ha fatto molto fumo e poco arrosto, riuscendo raramente a liberarsi per il tiro. Sempre più urgente il recupero psicologico di El Shaarawy, mentre attendiamo da questa annata pre Mundial anche il decollo definitivo di Borini e di Destro e il rilancio in grande stile di Pepito Rossi. La splendida prova di Marchetti, infine, alimenta un interrogativo già più volte posto su queste pagine: perché dare così poco spazio ai "secondi" di Buffon, che avrebbero bisogno di fiducia e di minutaggio internazionale per essere  pronti alla bisogna in caso di malaugurate flessioni o forfait del titolarissimo? 

venerdì 22 marzo 2013

ITALIA, LA CRESCITA CONTINUA: ESAME BRASILE SUPERATO A PIENI VOTI

                                             Balotelli: ha dato il pari all'Italia

Italia - Brasile di ieri sera è stata, forse, la partita - manifesto più emblematica della filosofia ispiratrice della gestione azzurra targata Prandelli. Praticare un calcio d'iniziativa, produrre una consistente mole di gioco, cercare sempre, per quanto possibile, di aggredire l'avversario, di tenere pallino. Lo abbiamo visto fare tante volte, dal 2010 in poi, alla nostra Nazionale, ma, certo, riuscirci contro la mitologica Seleçao ti lascia in bocca un sapore particolare. Dolce, dolcissimo, inutile dirlo. Lo si è scritto tante volte, su questo blog: la crescita, la maturazione di una squadra che aspira a diventare grande, passa anche attraverso certi test amichevoli, a dispetto di chi è sempre più fermamente convinto che, nel calcio d'oggidì, i match senza punti in palio non abbiano alcuna attendibilità tecnica. 
ESAMI IMPORTANTI - Nossignori: se l'Italia uscita a pezzi dal Mondiale sudafricano è riuscita ad arrampicarsi fino all'argento europeo, nel luglio scorso, lo deve anche al brillante superamento di impegni amichevoli di alto spessore, come le sfide con Germania (febbraio 2011) e Spagna (agosto dello stesso anno), citate innumerevoli volte da queste parti. E ora, l'ottima prestazione di Ginevra contro i pentacampeon può, deve rappresentare un ulteriore passo, forse il più consistente, nel cammino verso l'acquisizione di una dimensione da "potenza mondiale" del football. 
E' vero, al momento quella di Scolari non pare una rappresentativa all'altezza di tante illustrissime antenate (compresa quella che lo stesso Felipao guidò, quasi contro ogni pronostico, al trionfo iridato del 2002). Ma è compagine che ha ampi margini di miglioramento e che può comunque contare su elementi di spessore assoluto. E' squadra di rango (anche se al momento il solo Neymar può considerarsi un fuoriclasse in pectore), che anche nelle serate meno felici sa trovare il modo di ferire l'avversario, se è vero che in Svizzera, contro di noi, ha concretizzato la quasi totalità delle palle gol costruite. 
SPAVALDERIA AZZURRA - La prova, tanto severa, è stata superata dai nostri in primis sotto il profilo della personalità. Era forse dalla leggendaria partita del Sarrià, nel 1982, che non si vedeva una selezione italiana affrontare il rivale più temuto al mondo con tanta spavalderia, senza alcun timore reverenziale, con la voglia evidente di fare risultato pieno. Dopo quell'epico Mundial spagnolo ci sono stati altri confronti, ma nella maggior parte di essi, penso soprattutto ai due affrontati dalla decadente Italia lippiana nel 2009, aveva prevalso un atteggiamento prudente quando non tremebondo, con esiti sconfortanti che sono ancora nella nostra memoria. Nemmeno il famoso 3-3 del '97, al Torneo di Francia, può essere messo sullo stesso piano del 2-2 di poche ore fa: è vero, fu una gara affrontata con buonissimo piglio dalla formazione di Cesare Maldini, ma a tenere in mano le redini del gioco fu, per larga parte del confronto, il Brasile, che creò tantissimo e ci mise ripetutamente in difficoltà, lasciando comunque intravedere, pur fra qualche smagliatura, la sua superiorità nei confronti di Del Piero e compagni. 
ITALIA SUGLI SCUDI - Il canovaccio del match ginevrino è stato del tutto diverso: è stata l'Italia a tenere banco, quasi dall'inizio alla fine. Ha avuto occasioni nel primo tempo come nel secondo, inizialmente ha optato per una manovra più elaborata, per una tessitura di centrocampo quasi "spagnola", è stata scossa dall'immeritato uno - due brasiliano ma non è crollata, e nella ripresa ha addirittura alzato il ritmo, sveltendo la manovra e trovando quella concretezza sotto porta che nelle ultime uscite (soprattutto quella parmense con la Francia) era apparsa un po' annacquata. E' vero, gli auriverdes hanno comunque trovato il modo di farci tremare, ma solo perché, soprattutto nella prima frazione, hanno avuto la possibilità di liberare la loro classe, la loro corsa, la loro rapidità di esecuzione negli ampi spazi che i nostri un po' avventatamente lasciavano loro, traditi dalla voglia di strafare, di sfatare finalmente la lunga tradizione negativa. In parole povere, un Brasile costretto ad agire quasi esclusivamente in contropiede, contro un'Italia arrembante: il capovolgimento totale di tradizioni tattiche storicamente cristallizzate ma, per la verità, un po' impolverate e legate ormai a vieti luoghi comuni, se è vero che dai tempi dell'era Bearzot l'Italia non ha quasi mai più giocato un calcio prettamente difensivo (eccezion fatta per il già citato interregno maldiniano), mentre i maestri del Sudamerica hanno spesso mietuto successi mettendo da parte il fioretto e facendosi meno belli a vedersi  e più "ispidi", come nel 1994 negli Stati Uniti. 

                                            Ottimo esordio per il granata Cerci
                               
DE ROSSI BANDIERA - Intendiamoci: nessuna esaltazione assoluta, perché malgrado tutto l'Italia di Ginevra non è stata perfetta, limitatamente ai primi 45 minuti. Lo si è detto, troppo esitante nel verticalizzare, e troppo farfallona in retroguardia. Ma altrettanto onestamente va riconosciuto che i "più" hanno superato abbondantemente i "meno". In difesa la conferma dell'assoluta statura internazionale di Barzagli, più affidabile oggi di quando è diventato campione del mondo, sette anni fa: sicuro, tempista, abile nel rilanciare. De Sciglio, pur fra qualche inevitabile sbavatura, ha mostrato di poter essere un prospetto su cui contare a occhi chiusi, per carattere e concentrazione. E Bonucci si è confermato efficacissimo nelle sue... apparizioni offensive, andando a un passo dal gol del 3 a 2.  
Solo conferme dalla zona nevralgica, dove semmai si è visto un Montolivo un po' più timido rispetto alle ultime convincenti prestazioni, più faticatore che tessitore e incursore, mentre Giaccherini ha regalato il consueto fervore e l'intraprendenza negli inserimenti che ne stanno caratterizzando buona parte di questa stagione, anche in bianconero. Discorso a parte per Daniele De Rossi, destinato comunque a entrare nella storia del calcio nostrano come una delle bandiere più rappresentative di un'epoca: 13 gol in quasi dieci anni (il quattordicesimo che gli viene attribuito, quello del 2 a 0 alla Francia a Euro 2008, fu in realtà una netta autorete) sono una cifra d'altri tempi per un centrocampista; aggiungiamoci il suo rendimento quasi sempre elevato, anche più che in maglia romanista, quelle sue fasi di gioco micidiali per tempra, aggressività, lucidità, capacità di trascinare i compagni, di cui anche ieri sera ci ha fornito un impeccabile saggio, e avremo il ritratto dell'azzurro perfetto. 
SUPERMARIO, CERCI E GLI ALTRI - In avanti, nulla che già non si sapesse su Balotelli: chi continua ancora a metterne in dubbio la caratura dovrebbe forse farsi un esamino di coscienza. E, come era prevedibile, il suo ritorno in Italia, la possibilità di giocare e allenarsi quotidianamente con altri compagni di Nazionale (con uno, soprattutto, il "gemello" El Shaarawy) lo ha ritemprato, restituendogli l'inesorabilità vista all'ultimo Europeo, il gusto per la giocata da urlo eppure mai fine a se stessa. Riguardo ai gol sbagliati, al momento restano un dettaglio, sul quale il giovanissimo Mario ha tempo per lavorare e aggiustare la mira. Degli altri, più del Faraone, comunque ben disposto al sacrificio e utile nei rientri, è assai piaciuto un Cerci che non mi aspettavo così incisivo, così nel vivo del gioco, al suo debutto in azzurro. Un'arma tattica importante in più per il domani, anche se resta più che altro un'alternativa a un reparto che ha già tante efficaci frecce al proprio arco. E, a proposito di alternative, persino le fugaci apparizioni di Poli e Antonelli possono fare ben sperare, per voglia, applicazione e intraprendenza; e, in questa fase, è anche importante che la famiglia azzurra si allarghi; più alternative plausibili ci sono al blocco dei titolari, più vi è la possibilità di andar lontano. E anche questa, a bene vedere, è una vittoria di Prandelli: aver creato un gruppo ampio e pieno di "benzina verde", in una fase congiunturale in cui lanciare nuove leve, ai massimi livelli del nostro football, pareva diventata impresa impossibile. Invece, i nostri giovanotti ci sono, e non tremano nemmeno di fronte al mito brasiliano.