Powered By Blogger
Visualizzazione post con etichetta Gabbiadini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gabbiadini. Mostra tutti i post

venerdì 2 settembre 2016

BILANCIO DEL CALCIOMERCATO: LA JUVE E LE ALTRE. RINFORZATE, INDEBOLITE E STABILI

                                             Dani Alves: dal Barça alla Juve

La scena più triste: il conto alla rovescia televisivo la sera del 31 agosto, come un San Silvestro fuori stagione, e le porte della misteriosa "stanza degli affari" che si chiudono lasciando fuori i giornalisti in inutile fibrillazione. Uno strambo rituale che fa scadere la campagna trasferimenti a sagra di paese, specchio fedele, in fondo, di un calcio italiano che non sa rinnovarsi, non sa migrare verso una dimensione più moderna e futuristica, più in linea coi tempi del pallone business, rimanendo pigramente ancorato a tradizioni ormai passare di cottura. E sì che il calciomercato sarebbe anche un momento serio, i giorni in cui i club costruiscono le basi tecniche e finanziarie di un anno di lavoro. Una cornice dimessa per una sessione dimessa, in linea generale, visto che ha prodotto come unico risultato di rilievo l'allargamento del solco che separa la battistrada degli ultimi cinque tornei da tutte le altre. Proprio partendo da questo dato di fatto, invece delle solite pagelle squadra per squadra ho preferito stilare un bilancio dividendo le venti di A in fasce: chi si è rafforzato, chi si è indebolito, chi è rimasto stabile, le ingiudicabili. 
LE RINFORZATE - I meno giovani come me, ricorderanno che, dopo il Mundial '82, si parlò di Juve pigliatutto: la squadra campione in carica avrebbe schierato, ai nastri di partenza del nuovo campionato, sei campioni iridati, il recuperato Bettega che solo a causa di un grave infortunio non era entrato fra i ventidue di Bearzot, e in più Platini e Boniek, due delle stelle più luminose del torneo spagnolo; e invece la Signora non vinse lo scudetto. A maggio 2017 difficilmente finirà così, e per almeno due colossali differenze rispetto ad allora: all'epoca, i bianconeri si trovarono a battersi in un contesto enormemente più competitivo, con rivali di altissimo spessore tecnico, per quanto sulla carta inferiori; e soprattutto, le loro principali antagoniste non andarono a rinforzare il team di Trapattoni. 
Oggi, le due inseguitrici dell'anno passato hanno ceduto a Madama Higuain e Pjanic, senza compensare le perdite con sostituti di valore almeno simile. Oltre ai due citati, sono arrivati in casa Juventus campioni esperti come Dani Alves e Benatia, e prospetti di assoluto rilievo come Mandragora e Pjaca, senza dimenticare che in autunno inoltrato rientrerà un Marchisio sempre più "nevralgico" per i sincronismi tattici di Allegri. E' una squadra che guarda più al presente che al futuro, con molti atleti, anche fra i nuovi, carichi di primavere. Dato per scontato il larghissimo margine di vantaggio in patria, l'obiettivo è portare un deciso assalto alla Champions, con la semifinale come traguardo minimo (e sottolineiamo minimo), perché per i vari Buffon, Barzagli, Chiellini, oltre ai citati Alves e Pipita, il tempo stringe. 
Nonostante il pessimo avvio, il miglior mercato dopo i campioni d'Italia l'ha fatto l'Inter. Ansaldi, Banega, Candreva, Joao Mario, Gabigol: di questi tempi, nell'asfittico panorama nostrano, difficile pretendere di più. Discorso a parte per Ranocchia, rientrato alla base dopo la stagione da incubo in casa Sampdoria, ormai solo un pallido ricordo del prospetto di ottimo difensore ammirato a cavallo fra il primo e il secondo decennio del secolo. Il tardivo cambio di panchina, con De Boer arrivato da poche settimane, rischia di vanificare una campagna sontuosa, facendo perdere punti importanti nelle prime giornate, come sta già avvenendo. Molto bene anche il Torino: via Ventura, ma sono rimasti gli azzurri del futuro prossimo (Zappacosta, Baselli, Benassi, Belotti), Valdifiori al centro potrà tornare a tessere le trame di gioco che l'han reso famoso a Empoli, Ljajic  ha guizzi e inventiva anche se non ha mai brillato per continuità, e se Iago torna quello di Genova ci sarà un'altra freccia acuminata a disposizione di Mihajlovic. Dietro, gravi le perdite di Glik e Maksimovic, ma De Silvestri e Rossettini innervano comunque la difesa con sapienza tattica, muscoli ed esperienza, mentre Hart, per quanto non irreprensibile, offre forse qualche garanzia in più dell'ultimo Padelli. Di assoluto rilievo la campagna del Cagliari: Isla, Bruno Alves e Padoin sono giocatori più da quartieri alti che medi, Borriello ha ancora qualche cartuccia da sparare, Murru è atteso alla maturazione, Di Gennaro, Joao Pedro e Sau tornano sui palcoscenici che meritano. Gli isolani possono puntare alla parte sinistra della graduatoria. 

                                  Immobile, neo laziale: sarà decisivo come Candreva? 

LE "STABILI" - E' il settore più affollato. La Roma ha dato Pjanic all'acerrima rivale, ma recupera Strootman, la cui lunghissima assenza ha pesato eccome. Mario Rui e soprattutto Vermaelen sono discreti rinforzi difensivi, rimangono l'efficace eclettismo di Florenzi, i mortiferi inserimenti di Nainggolan (ottimo a Euro 2016) e la potenza di fuoco dalla trequarti in su, con una ricchezza di alternative tale da costringere El Shaarawy a dover ancora sgomitare per un posto da titolare, nonostante l'ottimo girone di ritorno disputato la stagione passata. Ma il crollo nel preliminare Champions potrebbe aver minato molte certezze; se la Lupa raccoglierà i cocci psicologici, il secondo posto sarà ancora alla portata. 
Menzione d'onore per il Genoa, che non ha smobilitato come in molti paventavano: Perin, Izzo, Rincon e soprattutto Pavoletti sono ancora sotto la Lanterna, De Maio e Ansaldi rappresentano sacrifici sopportabili, più doloroso quello di Suso, Ocampos si è mostrato finora piuttosto leggerino ma ha talento per esplodere. In più, Veloso è tornato in maniera inattesa in cabina di regia, sperando che questa seconda avventura genoana sia migliore della prima. In panca, Juric garantisce buona continuità con la gestione Gasperini, magari con maggiore elasticità tattica. Da rivedere qualcosa in difesa, ma la top ten della classifica svanita di un soffio a maggio stavolta può essere centrata. Pressoché identico il Chievo, che dovrà valorizzare i giovani Parigini e Inglese per rinfrescare un tessuto di squadra piuttosto datato, stabile la Lazio, per la quale non sarà semplice far fronte alla grave perdita di Candreva, ma che si consola con un Immobile che negli ultimi mesi ha dato decisi segnali di risveglio, e ha pur sempre in rosa i vari De Vrij, Lulic, Biglia, Cataldi, Parolo e Felipe Anderson, garanzie assolute; se poi Bastos e Lukaku non deludono, potrebbero aprirsi prospettive interessanti. 
Anche se per il rotto della cuffia, vanno inserite in questa fascia Milan, Sampdoria e Atalanta. I rossoneri hanno nel motore un Montella in più, se tornerà sui livelli fiorentini, e un Lapadula chiamato alla conferma dopo aver sfondato reti a ripetizione in B. Merita fiducia la colonia italiana: i giovani Donnarumma e Romagnoli, poi De Sciglio e Bonaventura ormai certezze anche per la Nazionale, e l'esperienza di Antonelli. Kucka il suo l'ha sempre fatto, mentre Montolivo e Bertolacci sono da ricostruire: in avanti, la certezza Bacca e un Suso che a Genova Gasperini ha forgiato in formato extra lusso, come aveva fatto con Niang. 
La Samp registra le gravissime perdite di De Silvestri e Soriano, ma ha recuperato la certezza Regini, ha preso un Cigarini che dovrebbe garantire ancora un buon contributo in fase di costruzione, e si ritrova in rosa un Muriel letteralmente rigenerato. Poi Giampaolo è uno che non fa mai del calcio banale. Peccato per la gestione del caso Cassano. In casa Atalanta, Paloschi vuol dire essersi assicurati un notevole bottino di gol, anche perché è rimasto Gomez; attesa la crescita di Andrea Conti, difensore di sicura prospettiva, è già esploso Kessie, ma sono partiti il citato Cigarini e De Roon, ed è tutto da verificare l'impatto di Gasperson fuori da casa Genoa, l'ambiente ideale per il coach piemontese. Se riesce a imporre le sue idee, i bergamaschi sono da salvezza abbastanza tranquilla. 

                                             Gabbiadini: eredità pesante per lui

LE INDEBOLITE - Anche qui per il rotto della cuffia, ma spiace mettere in questa categoria il Napoli. Del resto, quando si perde un bomber fenomenale come Higuain, 36 reti l'anno scorso, e non lo si rimpiazza in maniera pressoché testuale (fosse facile, mi si dirà...), le incognite sono enormi. Occorrerà trarre la massima efficacia offensiva dalla batteria di incursori, i vari Insigne, Mertens, Callejon e Hamsik, valorizzare come merita l'ottimo Gabbiadini e dar fiducia a Milik, punta generosa ma anche di discreta prolificità. I rinforzi ci sono e sono tanti: oltre al polacco, Maksimovic e Tonelli dietro, Diawara e Zielinski in mezzo, e il furetto Giaccherini che ha fatto faville all'Europeo e che pare impossibile non vedere fra i titolarissimi. Sei gol nelle prime due gare sono un ottimo biglietto da visita per il Ciuccio, ma allo stato delle cose è difficile credere che l'assenza del Pipita non si faccia sentire, alla lunga: se Sarri riuscirà a farvi fronte, beh, Panchina d'oro e una Nazionale di primo piano subito, per lui. 
Il Sassuolo è sempre competitivo, ha perso Vrsaljko e Sansone, due degli elementi più positivi dell'ultima stagione. Sembra aver finalmente a disposizione un Berardi maturo, ma gli altri movimenti sono stati marginali e non hanno cambiato lo spessore qualitativo di una squadra che sarà impegnata su due fronti. Occhio comunque a Sensi, giovane centrocampista di cui si dicono mirabilie. La Fiorentina ha salutato diversi elementi utili (Roncaglia, Basanta, Pasqual, Blaszczycowski, Marcos Alonso e soprattutto Pepito Rossi), ha resistito agli assalti a Kalinic (peraltro reduce da un deludente girone di ritorno) e inserito in extremis in retroguardia De Maio, responsabilizzerà ancor di più Bernardeschi, ma non è stato fatto alcun passo avanti per migliorare il rendimento degli ultimi campionati. 
L'Empoli ha ancora il genietto Saponara ed è gran cosa, davanti a lui i declinanti Maccarone e Gilardino, sulla fascia Pasqual e nel mezzo José Mauri, agile e dinamico, ancora in fase di sboccio; ma il mercato si è portato via Mario Rui, Tonelli, Zielinski e Paredes, mica poco, e poi non c'è più Giampaolo. Male il Bologna (via Zuniga, Rossettini, Diawara e soprattutto Giaccherini, ci si aggrappa all'esperienza di Gastaldello, alla gioventù di Masina, alla sostanza nel mezzo di Taider e Dzemaili e alla pericolosità sotto porta di Destro: un po' poco), malissimo il Palermo, fortemente ridimensionato dopo una salvezza soffertissima (Diamanti e tante incognite di fuorivia non bastano a compensare gli addii di Sorrentino, Lazaar, Maresca, Vazquez e Gila), e in più c'è la solita spada di Damocle di una guida tecnica ballerina, con Ballardini incredibilmente già dimissionario. 
LE "NON COLLOCABILI" - E' spesso difficile valutare il mercato delle neopromosse alle prese con un campionato... più grande di loro. Il Pescara non ha più Mandragora e Lapadula, protagonisti assoluti del grande salto, ma c'è ancora lo sgusciante Caprari, che sfonda adesso o mai più, e ci sono Cristante, una promessa da rilanciare ma ancora in tempo per dare l'assalto al calcio che conta, un Aquilani che vuol dimostrare di non essere finito, e un Oddo che è deus ex machina fra i più ispirati della nouvelle vague. L'approccio è stato incoraggiante sul piano del gioco e, in parte, dei risultati (a prescindere dalla vittoria a tavolino col Sassuolo). 
Meno sicurezze dà il Crotone, senza Juric e senza Budimir: gli assi nella manica di Nicola si chiamano Rosi, Palladino e i ragazzi perennemente in rampa di lancio Crisetig e Trotta. Auguri. Difficile da inquadrare anche l'Udinese: perso Di Natale, un totem assoluto, persa l'anima nostrana rappresentata da Domizzi e Pasquale, rimangono troppi salti nel buio stranieri, impossibili da valutare concretamente anche per chi conosce a menadito il mercato estero. Le certezze sono Danilo, Felipe, Widmer, Badu, Perica e Thereau. Per la permanenza in categoria dovrebbero bastare. 

mercoledì 18 novembre 2015

CLUB ITALIA VERSO EURO 2016: BELGIO E ROMANIA RIDIMENSIONANO GLI AZZURRI

                                         Marchisio: gol su rigore contro la Romania

E' stato il più tragico intermezzo internazionale calcistico che io ricordi. E scrivo "calcistico" perché il pallone, questa volta, ne è stato suo malgrado protagonista diretto. Prima la strage sventata allo Stade de France, poi la non ancora chiarita minaccia di ieri ad Hannover. Due amichevoli di lusso, Belgio - Spagna e Germania - Olanda, cancellate: la speranza è che certi provvedimenti drastici siano frutto del momento particolare, dei giorni post attentati in cui il quadro della situazione non ha ancora contorni definiti e si devono mettere a punto i nuovi parametri di sicurezza, che saranno ovviamente, d'ora in poi, particolarmente rigorosi. Lo spero, perché se si comincia a sospendere e annullare eventi sportivi ad ogni pié sospinto ci si incammina su una strada pericolosa e piena di incognite. Chiaramente la vita umana viene prima di ogni cosa, e del resto tutti noi nei mesi a venire dovremo essere più attenti e prudenti in ogni fase delle nostre giornate, ma senza concedere troppo campo a chi fa del terrore la propria filosofia di vita. So che a parole sembra tutto facile, ma è l'unica via: a giugno, proprio in Francia, ci sarà Euro 2016, e quella kermesse non potrà trasformarsi in un corollario di partite non disputate. Sarebbe la fine, anche se non si deve nemmeno giungere all'eccesso opposto, agli incontri di calcio disputati poche ore dopo i bombardamenti, come accadeva in Italia durante la Seconda guerra mondiale. 
Proviamo dunque a parlare di football. La nostra Nazionale, in fondo, è stata fortunata, riuscendo a portare a termine entrambi gli impegni in calendario. Non era scontato, e il fatto che ieri a Bologna il minuto di silenzio, forse per la prima volta, sia stato finalmente un minuto di silenzio autentico, senza i consueti, fastidiosi applausi per le vittime di turno, dimostra quanto i luttuosi eventi di Parigi abbiamo lasciato un segno veramente profondo in tutta la comunità internazionale. I calciatori, dal canto loro, si sono comportati da professionisti seri, facendo il loro dovere in campo e regalando momenti di serenità al pubblico: non altro gli si chiede, in fondo. 
TEST PROBANTI CON ESITO DELUDENTE - Le risultanze tecniche e gli spunti di riflessione non sono mancati. Quale peso attribuirgli è il problema che, da sempre, pongono le gare senza posta concreta in palio. Per il Club Italia, forse, sarebbe stato meglio restare al felice esito, di gioco e di risultati, delle ultime due uscite ufficiali, contro Azerbaigian e Norvegia. Ma non si può, perché Belgio e Romania erano due test estremamente probanti, e i nostri mentalmente erano presenti a loro stessi, hanno affrontato entrambe le gare con lo spirito giusto e non con la testa al campionato. Proprio per questo, i troppi campanelli d'allarme suonati vanno tenuti nella massima considerazione. Il bilancio complessivo è ampiamente in rosso: è vero, potevamo uscire imbattuti dall'Heysel (sempre quello è, anche se ha cambiato nome e si è rifatto il trucco) e battere la Romania. 
Due risultati che ci stavano, per il livello delle nostre prestazioni: non averli conseguiti torna a nostro esclusivo demerito. Per circa settanta minuti gli azzurri hanno tenuto bellamente testa, in campo avverso, alla rappresentativa numero uno al mondo (ranking FIFA alla mano), legittimando ampiamente il fulmineo vantaggio di Candreva; poco prima e poco dopo l'1 a 2 hanno avuto, con Eder e Pellè, palle gol nitidissime; hanno giocato con buona disinvoltura, in particolare percuotendo le corsie laterali con apprezzabile efficacia, e mostrando persino una precisione di palleggio che è sovente mancata, negli ultimi anni; c'è stata sofferenza autentica solo nella parte iniziale della ripresa, prima del crollo in dirittura d'arrivo che ha consegnato agli almanacchi un 1-3 bugiardo e oltremodo severo. Invece a Bologna, dopo un primo tempo da arrossire, è arrivato un provvidenziale cambio di marcia che ha portato i nostri a capovolgere meritatamente il risultato, ma per l'ennesima volta è stato fallito il colpo del ko, con immancabile beffa finale fra il tripudio degli oltre 4mila romeni del Dall'Ara. 
TENUTA FISICA, POCA CONCRETEZZA ED ERRORI DIETRO - I problemi emersi, a ben guardare, sono quelli di sempre. Sul piano atletico, l'incapacità di mantenere ritmi alti con continuità, e il verificarsi di troppo frequenti cedimenti fisici alla distanza (a Bruxelles, nel finale, gli uomini di Conte sono letteralmente spariti e il punteggio poteva diventare addirittura più pesante); sul piano del gioco, alla ormai cronica prodigalità offensiva si è aggiunto il ritorno di quei tremori in terza linea che avevano macchiato la fase conclusiva della gestione Prandelli. Alla Romania, tanto per dire, i ragazzi di Conte hanno concesso due gol su quattro conclusioni pericolose, e in entrambe le circostanze i tentennamenti dei nostri difensori sono stati esiziali: scontro Darmian - Barzagli che ha dato il via libera a Stancu per lo 0-1, goffo tentativo di parata di Sirigu per la ribattuta decisiva di Andone. 
Quattro giorni prima, i Diavoli Rossi avevano pareggiato con Vertonghen lasciato libero di colpire di testa a centro area (su calcio d'angolo!), per poi mettere la freccia con De Bruyne, in seguito a un pasticcio di Bonucci, che dovrebbe essere il punto cardine della nostra retroguardia. Ce n'è abbastanza per essere preoccupati. Soprattutto dal momento che, lo ripetiamo, in avanti la concretezza è ancora un miraggio. A Bologna El Shaarawy ha avuto due occasioni clamorose, Marchisio ci ha provato con una bella fiondata da fuori in chiusura di prima frazione (per poi cogliere su rigore il meritato successo personale), imitato nella ripresa da Parolo; delle occasioni di Pellè ed Eder in Belgio si è già detto, e non sono state le uniche, se pensiamo ad altri tentativi andati a vuoto di Candreva, Florenzi e dello stesso Faraone. 
TANTI DUBBI E POCHE CERTEZZE - Proprio per questo non c'è da stare tranquilli: quando si gioca tutto sommato su livelli apprezzabili e si torna a casa con un pugno di mosche, vuol dire che i margini di miglioramento, per quanto esistenti, non sono poi enormi. In ogni caso, qualche certezza questi due test l'hanno pur lasciata: Florenzi e Candreva al top, ad esempio, non possono assolutamente restare fuori dall'undici titolare, ed El Shaarawy si sta lentamente riappropriando delle misure di un tempo, quantomeno come capacità di movimentare la manovra offensiva (la precisione sotto porta è invece ancora uno sbiadito ricordo di quella fulminante parentesi rossonera). Davanti a Buffon, sperando che quello di Bonucci sia solo un momentaneo appannamento, Chiellini continua a non brillare, e tutto il movimento calcistico italiano deve mordersi le mani nel vedere Rugani, il più dotato dei giovani difensori nostrani, ai margini di una Juventus in cui, vista la stagione ormai chiaramente di transizione, potrebbe e dovrebbe esserci lo spazio per qualche sperimentazione (nemmeno troppo ardita perché, lo ripetiamo, il ragazzo ex Empoli è una certezza). Speriamo in una ulteriore crescita di Romagnoli e in un ritorno in auge di Astori: altre alternative in mezzo non ve ne sono, puntare ancora su Ranocchia sarebbe davvero un salto nel buio. 
PEPITO E MANOLO - Nella fascia centrale, Verratti è diventato ormai indispensabile, Bonaventura reclama una chance, mentre qualche metro più avanti si tratterà di trovare spazio per Insigne, Berardi (che all'azzurro ci tengono eccome) e Bernardeschi. Sempre più lontana l'eventualità di una rinascita sul breve periodo di Balotelli, rimane la speranza di un recupero alla causa di Pepito Rossi, ipotesi tutt'altro che peregrina, mentre merita senz'altro un più ampio minutaggio l'inesorabile Gabbiadini (ieri in gol poco dopo l'ingresso in campo): affrontare Euro 2016 con la coppia di punta Pellè - Eder, dignitosa e nulla più, ci escluderebbe a priori dal grosso giro, a meno di non trovare più puntuali rifornitori di palle gol e incrementare al massimo l'efficacia sotto porta della nostra nutrita batteria di potenziali incursori. 

venerdì 4 settembre 2015

CLUB ITALIA: CONTRO MALTA UNA VITTORIA IMBARAZZANTE. DENTRO I GIOVANI, SUBITO

                                             Pellè: terzo gol azzurro per lui

Ha ancora senso usare un termine impegnativo come "vergogna", per una mancata goleada contro una delle rappresentative più deboli del globo, piegata oltretutto solo grazie a una rete irregolare? Lo si è già scritto più volte su questo blog, negli ultimi anni: l'Italia non è più squadra da larghi punteggi. Gli ultimi quattro confronti con Malta, tutti giocati dal 2012 a ieri, hanno portato due successi per 2 a 0 e altrettanti per 1 a 0. E i più fedeli tifosi azzurri ricorderanno pure l'indecorosa vittoria in casa delle Far Oer, nel 2011, altro 1 a 0 sancito, anche quello, da un punto non valido (fuorigioco di Cassano). Sorvolerei invece sulla ormai proverbiale crescita fatta registrare da alcune nazionali "deboli". 
GLI INSEGNAMENTI DEI TRAINER ITALIANI... - Abbiamo visto a Firenze, in cosa consiste questa crescita: ancorati a una mediocrità tecnica sostanzialmente immutabile nel tempo, gli isolani hanno fatto mucchio difendendosi in undici nella loro metà campo e intasando gli spazi, sganciando sporadicamente il velocista Effiong in qualche pericoloso contropiede. Se questo è il progresso tattico, se questi sono gli insegnamenti che i nostri allenatori portano nei Paesi calcisticamente depressi, beh, molto si spiega sulla inarrestabile decadenza del pallone tricolore: dopodiché, ci tocca anche sentire il "nuovo" commentatore tecnico Rai, Giovanni Trapattoni, tessere le lodi del suo ex collaboratore Pietro Ghedin, ora cittì maltese (insieme firmarono uno dei periodi più disastrosi nella storia della nostra Nazionale). 
AZZURRI CON GROSSI LIMITI - Contro queste "squadre - ammucchiata" è difficile giocare da sempre, lo si sa, ma non dovrebbe esserlo al punto di dover inseguire il prezioso vantaggio fin quasi alla fine del match, e ottenerlo per di più con un colpo di mano. Vergogna no, dunque, ma un bel po' di imbarazzo sì, senza dubbio. Illudiamoci ancora per qualche giorno che l'alibi del "siamo ancora a inizio stagione" sia valido, ma vedere l'Italia, ormai ex grande potenza mondiale, ruminare football di discutibile qualità al cospetto di una selezione di quarta schiera non può che mettere tristezza. 
Del resto cosa può esserci di più triste di una compagine che, proprio quando avrebbe bisogno di una radicale rinfrescata di organico, rimane aggrappata alla compassata regia del decadente Pirlo? L'undici sceso in campo ieri era appesantito da limiti tecnici e dinamici evidenti: ormai non desta nemmeno più scandalo la quantità esorbitante di lanci e passaggi mal calibrati, di controlli sbagliati, di agganci mancati, di tiri sballati, oltre alla lentezza nell'elaborazione della manovra, all'incapacità di dar via la palla rapidamente, trovando in pochi secondi la soluzione giusta; sotto quest'ultimo profilo ha particolarmente deluso Bertolacci, mentre è lampante che l'Italia attuale non possa assolutamente prescindere da elementi come Florenzi e Candreva. Triste anche la continua ricerca di improbabili rigori, alfine punita dall'arbitro col cartellino giallo per l'incursore laziale, che ci ha provato in maniera un po' troppo plateale.
ATTACCO DISASTRO - Le idee continuano a latitare dalla trequarti in su, e la messa a punto di una funzionale formula offensiva è ancora di là da venire: Gabbiadini si è svegliato solo per mostrare quel meraviglioso sinistro a giro finito sotto l'incrocio dei pali, Eder si è mosso tanto e male, sbagliando anche un paio di facili conclusioni, Pellè ha cercato di essere sempre nel vivo dell'azione mostrando però grande imprecisione, rete (irregolare) a parte. Si diceva della mancata goleada: sarebbe tollerabile, fosse il frutto di una serie di opportunità mancate, ma non è stato purtroppo il caso dell'Italia di ieri. Che alla fine sei - sette palle gol le ha messe insieme, più che altro per inerzia, ma che non è mai riuscita, se non per brevissimi break di cinque minuti o poco più, a mettere in affanno i maltesi, a stringerli d'assedio, che sarebbe stato il minimo sindacale. Per questo, quella di ieri è stata sostanzialmente una prestazione da mani nei capelli. 
LINEA VERDE IMPRESCINDIBILE - E' un'Azzurra, si diceva, che ha un disperato bisogno di svecchiarsi, per trovare nuove risorse tecniche e nuove soluzioni tattiche. Non è più differibile l'inserimento di ragazzi come Zappacosta, Rugani, Romagnoli, Baselli, Berardi (quando guarirà) e Sturaro (a patto che smussi quegli angoli caratteriali che sono costati, a lui e a noi, l'Euro Under 21); l'Insigne di queste prime giornate di Serie A, poi, non meriterebbe una maglia da titolare? E si faccia un pensierino anche a Balotelli, bistrattato oltre i suoi demeriti: anche al 50 per cento della condizione, è in grado di garantire da solo il potenziale offensivo offerto dai tre schierati al Franchi. Dice Conte che chi gioca poco nei club non può pensare di andare in Nazionale: si ricordi del suo predecessore Prandelli, che diede un segnale forte convocando gente come Perin e De Sciglio, giovanotti all'asciutto o quasi di esperienze in campionato. E basandosi sul criterio enunciato nei giorni scorsi dal CT in conferenza stampa, uno come Rugani, di certo il migliore in assoluto dell'ultima leva per classe e personalità, rischierebbe di non vedere l'azzurro per tanto, troppo tempo.
NAZIONALI: MA QUALE CRISI? - Dopodiché, qualche riflessione generale: certi opinionisti di grana grossa asseriscono da anni che il calcio delle Nazionali sia in declino, senza portare prove che lo dimostrino e ignorando il clamoroso successo di pubblico e di sponsor delle ultime edizioni di Mondiali ed Europei. Dato uno sguardo fugace agli highlights delle gare di qualificazione europee di ieri sera, ho visto discrete quantità di spettatori in molti stadi del continente, anche per incontri non propriamente di cartello. Ad essere in crisi, dunque, crisi tecnica e di credibilità, non è il calcio delle Nazionali, ma la Nazionale italiana, che ieri, come tante altre volte nel recente passato, ha giocato in un impianto vuoto per tre quarti. Certo non è stata proprio da volpi la scelta di Firenze per un match di scarsissimo appeal: il Club Italia dovrebbe tornare a battere i campi di provincia, senza vergogna, e i dirigenti federali mostrare maggiore fantasia nella scelta delle sedi (ancora Firenze, e domenica ancora Palermo: perché?). 

mercoledì 25 marzo 2015

DOSSIER AZZURRI: DOPO QUATTRO MESI DI NULLA, L'ITALIA DI CONTE TORNA IN VERSIONE "STRANIERA"

                                        Eder in azzurro, una sola domanda: perché? 

Quattro mesi senza Nazionale. Una assurda eternità: colpa, certo, delle ulteriori restrizioni imposte dal nuovo calendario FIFA in tema di date per le amichevoli, ormai viste come fumo negli occhi. Colpa, soprattutto, dell'assoluta impotenza della nostra Federcalcio, che non è stata neppure in grado di imporre uno straccio di stage, solleticando il sempre meno latente malcontento del trainer Conte. Ma quest'ultimo punto desta ben poca sorpresa: l'inconsistenza della reggenza Tavecchio sul piano dell'autorevolezza e della capacità di governare era già evidente ben prima delle elezioni dello scorso agosto, tutto ciò che è accaduto dopo rientra in una drammatica normalità. 
ORIUNDI COME SE PIOVESSE - Quattro mesi senza azzurri, dopodiché l'Italia si ripresenta a Coverciano nella versione peggiore possibile, piegata alla logica dell'oriundismo (orribile termine da me testé coniato...). E dunque, per rilanciare le scolorite ambizioni della squadra rasa al suolo dalla Coppa del Mondo 2014, non si trova nulla di meglio che naturalizzare Eder e Vazquez, un brasiliano non più di primo pelo che sembra toccato dalla grazia (come tutta la sua Sampdoria) e un furetto argentino che da un paio d'anni sta facendo le fortune del Palermo. E cara grazia che Dybala, altro rosanero, fuoriclasse in pectore, abbia cortesemente declinato l'invito del Commissario Tecnico, perché giustamente sa di avere i mezzi per puntare alla Selecciòn biancoceleste, all'equipo del suo Paese. 
BACINO RISTRETTO - Ecco, sinceramente non mi pare una prospettiva allettante, quella di ritrovarmi con un Club Italia in versione dopoguerra, quando la Nazionale si aggrappava ai naturalizzati collezionando brutte figure in serie, in primis la clamorosa eliminazione dal Mondiale del '58 (ciò che accadeva negli anni Trenta è discorso diverso, per contesto storico, politico, calcistico, di leggi civili e di regolamenti sportivi).
Certo, il bacino da cui pescare è quello che è. Censurato giustamente Prandelli per la conduzione dell'infausta operazione iridata, va anche detto che nei primi tre anni di gestione fece obiettivamente miracoli, riuscendo a creare una rosa piuttosto ampia di azzurrabili, quasi tutti di buona affidabilità (e al 99 per cento "prodotti casalinghi"), e che fino a un certo punto risposero sul campo con buone prestazioni e risultati accettabili. Ma i miracoli non possono protrarsi all'infinito, e la Serie A di oggi ha ulteriormente ristretto le prospettive al nuovo cittì. 
Grazie all'imprescindibile Calcioitalia, aggiornatissimo almanacco del Guerin Sportivo, mi son tolto lo sfizio di buttare giù qualche statistica: sui circa 600 calciatori che compongono i roster delle 20 di A (cifra comprendente i Primavera, aggregati alla prima squadra per scaldare la panchina o i seggiolini in tribuna...), gli italiani sono circa 270, il 46 per cento del totale. Non sarebbe nemmeno terribile, come dato generale, visto l'andazzo degli ultimi anni, ma si sa che la Nazionale deve, preferibilmente, poter selezionare i suoi elementi nei club di alta classifica, o al limite in quelli di fascia media, per poter contare su atleti rodati alle sfide "che contano", meglio ancora se con buona esperienza internazionale. 
DI ITALIANI NE GIOCANO POCHI... - Ed è qui che la situazione si fa tragica. Altra analisi statistica, basata sulle formazioni messe in campo in campionato nei mesi di gennaio e febbraio: Fiorentina e Napoli, i due sodalizi che si stanno facendo onore in Europa League, schierano in media poco più di un italiano a gara (Pasqual, Aquiliani, Maggio, Gabbiadini: i nomi sono quelli, sostanzialmente). L'Inter è poco sotto la media di due (grazie a Santon, Ranocchia e D'Ambrosio che hanno trovato spesso spazio), la Roma poco sotto il quattro. Fra le grandi classiche, onore alla Juventus, con cinque italiani a match, lo zoccolo duro di nazionali che tutti conosciamo, ma anche al Milan, poco sopra il cinque, grazie soprattutto al coraggio mostrato nel mercato invernale, con gli arrivi di molti "virgulti" di casa nostra, da Bocchetti ad Antonelli a Destro, aggiuntisi ai vari De Sciglio, Montolivo, Poli ed El Shaarawy: una politica che finora non sta dando grossi frutti, ma i problemi rossoneri sono altri e ben più complessi... Caso stranissimo quello della Lazio: ha solo cinque "tricolori" in organico, ma ultimamente sono quasi sempre titolari, anche il giovanissimo Cataldi, fra i pochissimi nomi nuovi "made in Italy" emersi in questa grigia stagione. 
SI PESCA FRA LE "MEDIE" - Nelle società di fascia media la situazione migliora, ma non più di tanto: Genoa e Palermo, belle realtà della prima parte di stagione ora "annacquatesi" per varie ragioni, sono a un deludente 3,5, o giù di lì, di titolari nostrani: ciò deve suonare a condanna soprattutto del Grifone, che si era presentato ai nastri di partenza estivi con un gruppo dal forte cuore tricolore e che invece si è arreso, a gennaio, all'esterofilia dilagante, congedando Antonelli, Sturaro e Matri per i vari Bergdich, Laxalt e Niang (Borriello al momento è stato del tutto inconsistente, come era ampiamente prevedibile). 
Meglio i cugini sampdoriani, che sono sulla media del 6,5 di italiani in campo, e che anche da questo fattore, ne sono convinto, stanno traendo slancio per una "temporada" decisamente sopra le righe. Stessa media del Torino, dignitosissimo protagonista anche in Europa, mentre l'Udinese è ormai una multinazionale che non supera l'1,5 (Di Natale, Domizzi e poco altro), dopo che anche la valorizzazione del portierino Scuffet (l'anno scorso addirittura accostato alla Nazionale A) è stata gettata alle ortiche puntando su Karnezis. Scendendo, ci sarebbero i casi esemplari di Empoli (quasi otto titolari di media) e soprattutto Sassuolo (oltre dieci), che non a caso sono diventati serbatoi importanti per le nostre due principali rappresentative (maggiore e Under 21), ma è decisamente un'anomalia che per costruire il Club Italia ci si debba rivolgere a squadre in odor di salvezza. 
C'ERANO SPAZIO E TEMPO PER LAVORARE SUGLI ITALIANI - Ecco, questo è il desolante panorama in cui Conte si trova a dover agire. Meno alternative vi sono, più difficile è scovare calciatori di qualità, questo è certo. Ma niente paura, perché è stata trovata l'immediata soluzione: naturalizzare, naturalizzare senza sosta. Dopo Vazquez ed Eder, si fanno già i nomi di De Maio e Vecino. E sì, sanno veder davvero lungo, i responsabili del nostro calcio: eppure, in questo biennio soft, con la qualificazione europea pressoché scontata (ricordiamo sempre che a Francia 2016 saranno ammesse 24 finaliste), c'era tutto lo spazio per impostare un lavoro di prospettiva sui ragazzi di casa nostra, per far giocare, crescere con calma, "svezzare" e abituare ai confronti internazionali i giovani italiani che, fra mille difficoltà, stanno emergendo. Insistere sui Berardi e sui Zaza, sugli Immobile e sui Gabbiadini, ma anche sui Rugani e sui Romagnoli, molti dei quali ancora assurdamente confinati fra i babies di Di Biagio.

Immobile: insistere su di lui

SENZA PROSPETTIVE - Gli oriundi sono un tutto e subito (la cui efficacia, peraltro, è da dimostrare), un voler vivere alla giornata. E la levata di scudi quasi oceanica pro Conte, anche da parte di certa stampa "istituzionale", rattrista: perché certifica che la situazione è ormai irrecuperabile, che la trascuratezza dei vivai diventerà abbandono totale, che non c'è alcuna volontà di investire sui nostri talentini in erba, oltre al fatto che si vuole scindere qualsiasi legame fra calcio e territorio, e depotenziare il più genuino senso di appartenenza, che è fondamento della passione per il football.
Le grida di dolore sentite degli addetti ai lavori scadono a vuote dichiarazioni di facciata: ci si appella ai regolamenti, si parla di retorica superata, mentre si perdono di vista l'essenza, il significato, la ragion d'essere delle rappresentative: unico autentico traino dei movimenti calcistici nazionali (è una storia quasi secolare a dirlo), nonché sola attendibile cartina tornasole per valutare lo stato di salute degli stessi, con particolare riferimento alla prolificità dei vivai locali. Dato di fatto ancor più valido al giorno d'oggi, dal momento che il calcio di club di vertice è ormai popolato, l'abbiamo visto, da sodalizi "all stars", con rose gonfie di stranieri e pochi elementi "fatti in casa".
Ma di questo, evidentemente, non frega nulla a nessuno: si devono ottenere risultati (ma quali, ripeto? Una qualificazione europea che arriverebbe in ogni caso?), e li si possono ottenere solo con gli oriundi (forse). Però non venite a cianciare a vanvera di modernità, di globalizzazione e di Paesi esteri che fanno la stessa cosa, perché in Spagna e, soprattutto, Germania, è stato impostato un lavoro radicalmente diverso. Come al solito, qui da noi si manda a memoria solo una parte della lezione, e sovente la peggiore. E apertura alle istanze della società  multietnica non vuol dire trasformare una Nazionale in un club a tesseramento libero: perché i Balotelli, gli Okaka e gli Ogbonna sono cosa ben diversa dai sopracitati stranieri (sì, stranieri).
SI PUO' FARE ANCHE SENZA ORIUNDI - Le basi per migliorare, come sarebbe doveroso, la qualità del nostro serbatoio calcistico, oltretutto ci sarebbero. L'estate scorsa, dopo il disastro brasiliano, avevo pubblicato un listone di una cinquantina di papabili per la ricostruzione azzurra. Sono tutti in larga parte riproponibili, anche con qualche aggiunta. Sono la dimostrazione che la scuola italiana, nonostante i pesanti attacchi che le giungono da più parti, ha davvero un DNA forte, se riesce ancora a produrre elementi di discreta validità e che ancora di più potrebbero valere, se fosse dato loro modo di maturare. Fornisco qui una versione aggiornata di quell'elenco, da cui ho escluso infortunati lungodegenti (ad esempio Bernardeschi, e Insigne che è da poco ricomparso) e giocatori da troppo tempo in netto calo di rendimento (Balotelli, per dire): dateci un occhio, e poi ditemi se il Club Italia, nonostante tutto, ha davvero bisogno di Eder e Vazquez, per tacere di De Maio e Vecino.
PORTIERI: Sirigu, Buffon, Perin, Marchetti, Consigli.
DIFENSORI: Darmian, Bonucci, Romagnoli, Chiellini, Astori, Acerbi, Moretti, De Sciglio, Zappacosta, Criscito, Rugani, Donati, Tonelli, Santon, Pasqual, Antonelli. CHIOCCIA: Barzagli.
CENTROCAMPISTI: Florenzi, Verratti, Marchisio, Montolivo, Candreva, Parolo, Bonaventura, Bertolacci, Soriano, Baselli, Valdifiori, Poli, Verdi. CHIOCCE: De Rossi e Pirlo.
ATTACCANTI: Immobile, Gabbiadini, Destro, Berardi, Zaza, Pellè, Sansone, Okaka, Paloschi.
GIOVANI DA SEGUIRE: Izzo, Cataldi, Belotti, Verde, Crisetig, Cristante, Sturaro, Viviani, Mandragora. 

giovedì 27 marzo 2014

PRANDELLI CT AZZURRO FINO AL 2016: PUNTO DI PARTENZA PER RILANCIARE IL NOSTRO CALCIO?


E' talmente fiacca e vuota, nel nostro Paese, questa lunga vigilia del Mondiale brasiliano, che persino una notizia come la riconferma di Prandelli in sella alla Nazionale è transitata dalle pagine dei giornali senza colpo ferire, in un clima di sostanziale distacco e indifferenza. Eppure è un evento la cui portata, alla lunga, potrebbe valicare i confini dell'attività azzurra per coinvolgere il futuro dell'intero movimento calcistico nostrano. L'attuale cittì, dunque, guiderà il Club Italia anche nel biennio 2014 - 2016. In un football in cui i contratti firmati dagli allenatori hanno la consistenza della carta velina, legati a filo doppio ai risultati conseguiti nell'immediato più che alla programmazione a lungo termine, la Figc ha scelto, coraggiosamente, di sposare la strategia opposta, di guardare lontano, laddove la scelta di attendere l'esito della Coppa del Mondo avrebbe incontrato di certo più larghi consensi. 
COME SACCHI, MA NON COME DONADONI... - Non è la prima volta, intendiamoci: senza andare troppo indietro nel tempo, ricordiamoci di Arrigo Sacchi, confermato, non proprio a furor di popolo, dall'allora presidente federale Matarrese qualche mese prima di un Europeo '96 al quale, in effetti, ci accostammo da superfavoriti. Solo che la nostra rappresentativa, complici alcuni strafalcioni del vate di Fusignano, venne estromessa al primo turno. Sacchi sedette sulla panchina azzurra ancora per tre partite, alla ripresa autunnale, poi salutò la compagnia lasciando il posto a Cesare Maldini. Insomma, una riconferma un po' affrettata, col senno di poi. Atteggiamento opposto venne tenuto nei confronti del buon Donadoni, circondato da un clima di dilagante scetticismo alla vigilia di Euro 2008 nonostante una qualificazione centrata con autorità in un girone difficile (Francia, Scozia, Ucraina...): contratto in scadenza e vertici federali che pareva non vedessero l'ora di riabbracciare Marcello Lippi; Donadoni fece un Europeo dignitoso, superando a fatica il primo turno (ma in un raggruppamento di ferro con Olanda e, ancora, Francia) e cedendo nei quarti alla Spagna, futura campione di tutto, solo dopo i calci di rigore. Ma Abete e compagnia, senza esitazioni, richiamarono il CT iridato, ed ebbero il giusto castigo così come, purtroppo, lo avemmo anche noi appassionati, costretti ad assistere impotenti al prevedibile scempio sudafricano. 
OLTRE LA NAZIONALE - Insomma, mai una linea operativa univoca, da parte dei nostri padroni del vapore. Eppure, la particolare congiuntura che sta vivendo il pallone tricolore può giustificare quest'ultima scelta. Torniamo dunque al discorso di partenza: qui non si tratta più solo di programmare la futura attività della squadra azzurra fino al torneo continentale in Francia (dove approderemo senza ombra di dubbio: con 24 posti a disposizione, non qualificarsi sarà.... impossibilissimo). La sfida è un'altra, di portata ben più consistente: ridisegnare mentalità, modus operandi, strategie di tutto il movimento calcistico italiano. Limitatamente alle competenze di un allenatore di Nazionale, è ovvio, competenze che però, alla luce di questo rinnovo contrattuale, potranno essere interpretate in maniera più ampia. 
Alle corte: Prandelli dovrà prendere in mano le redini di una riscossa del decadente marchio "Calcioitalia", inteso come prodotto nostrano, come eccellenza del Paese, come bontà "a chilometro zero" di cui le maglie azzurre rappresentano, da sempre, l'immagine più popolare e vincente all'estero. Dovrà spingere, il buon Cesare, affinché si inizi l'opera di rilancio del vivaio locale: da qualche anno, per le convocazioni del commissario tecnico di turno, il campo di scelta è sempre più ridotto, fra organici di A zeppi di stranieri (perlopiù scadenti, non mi stancherò mai di ripeterlo) e giovani che faticano ad emergere, chiusi da veterani più modesti ma più "scafati", e quindi costretti, per non intristire in panca o in tribuna, a cercar gloria (si fa per dire) nelle categorie inferiori. Per le selezioni giovanili il problema, oramai, non si pone nemmeno più: si pesca a piene mani in B e in C.

                           Perin: uno dei migliori prospetti di una scuola che rischia di inaridirsi

PROGETTO GIOVANI - Ecco, con la recente riconferma Prandelli può, deve assumersi la responsabilità di diventare il vertice, il punto da cui partire per cambiare questo stato di cose, garante e braccio operativo di un rinnovamento profondo: perché inaridimento del vivaio significa progressiva perdita di competitività di tutto il sistema calcio Italia e, di riflesso, della Nazionale, che ne è la più genuina e veritiera espressione. Nel passato, recente e meno recente, l'ex trainer di Parma e Fiorentina ha lanciato spesso messaggi spiazzanti in tal senso: ricordo la particolare convocazione ferragostana post Europeo polacco - ucraino, quando vennero inseriti in gruppo persino giovanissimi come De Sciglio e Perin, con alle spalle pochissime presenze in Serie A: due giocatori, per inciso, che a distanza di due anni troveremo probabilmente nel listone dei 23 per il Brasile. E poi, poche settimane fa, lo stage aperto a tanti ragazzi "imberbi", anche della serie cadetta.
Qualcosa di più di semplici convocazioni sperimentali: personalmente, vi ho ravvisato quasi una velata volontà di dettare la linea, di smuovere la pigrizia mentale di tecnici e dirigenti di club, della serie "se non ci pensate voi a lanciare i giovani, io vi precedo, vi metto di fronte al fatto compiuto, li porto in azzurro anche se con poca esperienza e poi... la palla passa a voi". Questo atteggiamento dovrà diventare una regola, permeare ogni singola mossa del CT da qui in poi: magari partendo anche dalla Coppa del Mondo, visto che, come ho scritto spesso sul blog, la sensazione è che, ultimamente, anche da parte di Prandelli la pazienza nei confronti delle nuove leve non sia stata sempre massima, vedi l'accantonamento di Insigne e Florenzi (quest'ultimo uno dei migliori centrocampisti espressi dal campionato in corso) o la fiducia contingentata a Verratti.
Nell'estate 2012, a Europeo concluso, scrivevo così su "Note d'azzurro", e mi si perdonerà l'autocitazione: "In un momento di crisi come questo, un momento in cui le nostre società hanno perso competitività finanziaria (e conseguentemente sportiva) sul palcoscenico internazionale, l'unica scelta di buonsenso sarebbe quella di un rilancio in grande stile dei settori giovanili, e il loro conseguente sfruttamento per innalzare il valore tecnico delle rappresentative azzurre, in primis la maggiore". Siamo allo stesso punto, e anzi la situazione si è aggravata.
MODELLO TEDESCO - Non si può più rimandare la soluzione del problema, ed è giusto che Prandelli, con le spalle coperte da un contratto blindato, se ne faccia carico per quanto di sua competenza, non limitandosi a sporadiche dichiarazioni ma operando concretamente, magari con l'aiuto di una vera e propria task force che smuova le stagnanti acque del calcio tricolore. Ora ha l'autorità per dettare la linea. Perché nel prossimo biennio dovrebbero giungere a definitiva maturazione i gioiellini lanciata dalla splendida Under 21 2011 - 2013 vicecampione d'Europa: i già citati Florenzi, Insigne e Verratti, ma anche Donati, Marrone, Gabbiadini, Bertolacci, Borini, Fausto Rossi e, perché no, Bianchetti, Regini e Caldirola, mentre sono attese la resurrezione di El Shaarawy e la crescita di Berardi.
Con questi ragazzi, sul breve periodo è assicurato un buon ricambio generazionale e si potrebbe persino puntare al bersaglio grosso all'Europeo parigino, ma: 1) Devono giocare con continuità e ad alti livelli per acquisire esperienza e spessore internazionale; 2) Dopo di loro, rischia di aprirsi un vuoto pauroso se non si comincia a intervenire in profondità. Dopo il fiasco di Sudafrica 2010 si cianciò a lungo di ripartire dal modello tedesco, da quella Germania che, di fronte alla crisi generazionale degli anni Novanta, decise di lavorare sul lungo periodo reinventando il proprio calcio a partire dai settori giovanili, sfornando infine una rappresentativa verde, fresca e altamente competitiva. Ovviamente, nel Paese dei parolai, i proclami restarono tali. Prandelli, novello "CT a lunga scadenza", col suo operato può imprimere la svolta decisiva per uscire dall'impasse. E' un'occasione da non sprecare, forse l'ultima: lo aspetto alla prova. 

martedì 3 settembre 2013

LE PAGELLE DEL CALCIOMERCATO 2013/14 - SECONDA PARTE: DAL LIVORNO AL VERONA E... LA MIA GRIGLIA DI PARTENZA

                                   Benitez, un fuoriclasse della panchina per il Napoli

LIVORNO - Telaio complessivamente debole, anche se l'innesto in extremis di Emeghara potrebbe portare una buona dote di punti in più, purché il nigeriano sia lo stesso che l'anno scorso per alcuni  mesi ha tenuto a galla il Siena prima di cedere nel finale (confermarsi è sempre difficile, dopo un exploit da scheggia impazzita totalmente sconosciuta alla concorrenza). E Biagianti è elemento di quantità che sa cosa vuol dire battersi nei bassifondi. In ogni caso, gli spunti interessanti non mancano, in primis la fiducia decretata a Bardi, portierino reduce da un Europeo Under 21 coi fiocchi, e ad altri giovani di fulgide promesse come Cristante, cervello di centrocampo con le stimmate del campioncino, e il difensore Piccini. Per il resto, ci sono le star in miniatura che hanno messo in riga tante compagini di Serie B, Paulinho e Siligardi, Gemiti e Belingheri, gente tutta da verificare al cospetto dei colossi del nostro calcio. Insomma, sarà acuta sofferenza fino alla fine. Anche il manico è una scommessa, ma Nicola, vecchio cuore genoano, ha la verve e la preparazione per inventare contromisure atte ad attutire l'impatto con le big. 
MILAN - Merita fiducia e rispetto perché, unica fra le big assieme alla Juve, ha puntato con decisione su un nucleo centrale italiano, giovane e... azzurro. Abate e De Sciglio sui fianchi della difesa, Poli e Montolivo a comandare i giochi nel mezzo dividendosi fra interdizione e costruzione, Balotelli ed El Shaarawy a spalleggiarsi in avanti. Nel dettaglio: l'eclettico De Sciglio ha già dimostrato in Confederations Cup di essere una garanzia per il futuro, ed ha ancora ampi margini di miglioramento (soprattutto nella precisione sui cross); Montolivo ha disputato una eccellente stagione rossonera, acquisendo personalità e cattiveria agonistica, ed è ora un elemento duttile e dinamico. E poi Saponara, ultimo grido della scuola italiana, estro e incisività dalla trequarti in su. In prima linea, Mario è uno che ti rivolta come un guanto le partite da solo, il Faraone deve ritrovarsi sul piano mentale, perché ha i mezzi tecnici e l'intelligenza tattica per convivere con l'ingombrante compagno di linea senza che il suo rendimento ne risenta. In mezzo a tanto ben di Dio, l'arrivo del declinante Kakà risulta quasi secondario: grande colpo promozionale, ma il brasiliano ne dovrà mangiare di polvere per avvicinare i livelli sublimi toccati ai tempi della sua prima militanza meneghina: da almeno due anni non batte chiodo. I punti deboli del Milan sono in difesa: Abbiati perde colpi, la barriera centrale (Zapata, Silvestre, Mexès) non è da compagine che punta al titolo. Però il pluridecorato team rossonero resta una mina vagante che, in caso di défaillance delle favoritissime, potrebbe riservare qualche sorpresa. 
NAPOLI - Gli addii dei colossi Mazzari e Cavani sono stati assorbiti come meglio non si poteva. Benitez è una guida di valore mondiale, ha conquistato trofei e coppe europee, ha idee e carisma. Campagna acquisti di primo piano: Reina e in subordine Rafael blindano la porta, Albiol si affianca a Cannavaro jr. per cementare una difesa marmorea, e in avanti Higuain non farà rimpiangere l'uruguaiano, anzi, ha nei piedi, per classe, curriculum e abitudine a battersi su palcoscenici importanti, la possibilità di fare addirittura meglio dell'illustre predecessore. E poi le conferme: dall'inesauribile Maggio ad Armero e Zuniga, dal geometrico Inler (al quale però si chiede una maggiore presenza nel vivo del gioco, al di là delle sue sempre gradite bombe dalla distanza) a un Insigne che ha il piglio del veterano e la sfrontatezza del giovane che vuole arrivare ad ogni costo. Col genietto vicecampione europeo Under 21 a riempire di estro e dinamismo il fronte offensivo e con le micidiali scorribande di Hamsik, fuoriclasse autentico e sottostimato, questo Napoli si candida ad alternativa più credibile alla corazzata juventina. 
PARMA - Assisteremo all'ennesima resurrezione di Cassano? Se sì, è un Parma che può ambire a migliorare il piazzamento dell'anno passato, senza però farsi soverchie illusioni. Senza voler essere blasfemi, potrebbe risultare più utile l'acquisto di Gargano, uomo di gran sostanza in grado di aumentare la solidità del centrocampo e di dare equilibrio a tutto il complesso. I restanti movimenti di mercato sono marginali, soprattutto in riferimento a Felipe e Acquah, che per diversi motivi hanno segnato il passo nelle ultime stagioni, così come Cassani che nella breve esperienza genoana è parso a tratti un ex, ma che merita fiducia se non altro per il suo passato non troppo lontano di nazionale azzurro. Poi Munari, che è un buon centrocampista di quantità, ma non sposta granché gli equilibri. Molto più rassicurante la presenza di chi è rimasto: gente come Mirante e Lucarelli che rende sufficientemente solida la difesa, Gobbi a presidiare con sicurezza la fascia sinistra, Parolo che porta ordine tattico e buoni inserimenti in avanti, le incursioni di Sansone e un Amauri che deve riconfermarsi sui discreti livelli dell'ultimo torneo, cosa non facile visto che la continuità non è mai stata il suo forte.

                                      Toni: ha steso il Milan alla prima giornata

ROMA - Mercato schizofrenico. Partenza lanciata e indubbio rafforzamento: Con De Sanctis finalmente un portiere di prima fascia, corsie laterali a cinque stelle col ritorno di Maicon a far coppia con  Balzaretti, difesa chiusa al centro dai vari Castan, Burdisso, lo statuario Benatia e il promettente Jedvaj, abile nelle due fasi. Nel cuore della manovra, la conferma di De Rossi, imprescindibile faro del gioco ed elemento universale, di grandiosa efficacia in tutte le zone del campo (copertura, costruzione e finalizzazione) e la rinnovata fiducia al motorino Florenzi, con la ciliegina sulla torta di Strootman, fra i più quotati centrocampisti europei e nazionale olandese. Poi la marcia indietro, soprattutto sul fronte offensivo: ok per il monumento Totti, il cui apporto è però destinato ad assottigliarsi col passare del tempo, mentre si tenterà il rilancio di Destro dopo un'annata complessivamente opaca; passi anche l'addio a Osvaldo, ormai in conflitto aperto con l'ambiente, ma la cessione di Lamela, craque di statura mondiale, grida vendetta. Borriello e Gervinho sono validi surrogati, ma occorrerebbe qualcosa in più, perché nelle prime due giornate la squadra ha mostrato un potenziale devastante e sarebbe un peccato se rimanesse un'incompiuta. L'arrivo di Ljajic  e la crescita di Pjanic, jolly avanzati di qualità ed estro, dovrebbero comunque consentire a Garcia di sperimentare soluzioni offensive originali e molteplici, per un tourbillon difficile da disinnescare.
SAMPDORIA - Le note liete vengono dalla fiducia data a tre potenziali stelline di domani: Salamon, ma soprattutto l'eclettico difensore Regini (centrale o esterno sinistro) e Gabbiadini, sinistro al fulmicotone, attaccante d'area e di manovra già in orbita Juve. Poi la conferma delle bandiere Palombo e Gastaldello, garanzia di continuità di rendimento, di Costa e di un De Silvestri che, dalla convocazione - premio in azzurro per l'amichevole con l'Argentina (non ve n'erano i presupposti tecnici, nonostante il crescendo mostrato nella parte finale della scorsa stagione), dovrà trarre linfa per riavvicinarsi ai vertici toccati quando era una delle migliori speranze del football nostrano. Per il resto c'è poco da stare allegri: la perdita di Romero non sarebbe di per sé grave, visto il rendimento italiano del "guardameta" argentino, ma al momento la porta non ha un difensore pienamente affidabile, se non esploderanno Da Costa o Fiorillo e visto il fallimento della caccia a Sorrentino e ad altri papabili. Centrocampo arricchito dal dinamismo di Barillà ma drammaticamente a corto di inventiva e attacco che deve sperare nella consacrazione del citato Manolo, mentre Eder in Serie A ha sempre alternato buone cose a lunghe pause. Insomma, niente illusioni: sarà corsa salvezza, forse anche più affannosa rispetto al campionato scorso. 
SASSUOLO - Intrigante. Intendiamoci, la permanenza è l'unico obiettivo realistico e non sarà facile assicurarsela, ma questa deb assoluta si presenza ai nastri di partenza con un roster accattivante. Missiroli, Berardi e l'ultimo arrivato Zaza erano un lusso per la cadetteria e in A trovano un palcoscenico più adatto ai loro mezzi, mentre la sostanza delle bandiere Terranova e Magnanelli, gente abituata a lottare, dovrebbe emergere anche su un palcoscenico più impegnativo. Gran colpo l'arrivo di Marrone: testa e polmoni, contrasti efficaci, piedi e idee buone per costruire trame apprezzabilissime, ma anche l'eclettismo giusto per fare bene come difensore, avrà finalmente lo spazio che raramente trovava alla Juve. E poi il prestito di Schelotto, che vuole tornare a macinare chilometri sulla destra e a creare ottime variazioni sul tema offensive, per dimostrare di essere ancora da prima fascia. Fra tutti gli altri rinforzi, più ancora di Rossini e Kurtic il più utile sarebbe stato Acerbi, bloccato da un tumore: la speranza è che possa superare presto l'ostacolo per riscattare l'ultima annata, che ne ha messo in dubbio le chance di inserirsi fra i migliori difensori italiani dell'ultima leva. Floro Flores è punta incisiva, ma deve ritrovarsi: negli ultimi mesi a Genova è parso svuotato fisicamente e mentalmente.

                       Il neo romanista Strootman: potrebbe diventare una delle stelle del torneo

TORINO - Tantissimi movimenti, ma forse è stato più fumo che arrosto. Perché, ad esempio, la difesa ha conservato il ruvido Glik ma perso due pilastri come Gillet e Ogbonna, e sulla carta i sostituti potrebbero farli rimpiangere: Padelli non è un fulmine di guerra in porta, Bovo è reduce da due stagioni mortificanti e Moretti può fare il suo, ma non è più brillante come un tempo, in particolare se impiegato da terzino. Meglio nel mezzo, dove Bellomo porta piedi buoni, fantasia e concretezza, e poi c'è pur sempre l'impagabile Brighi a reggere le file della manovra. Le speranze di condurre in porto la salvezza con un po' di anticipo rispetto all'anno scorso sono riposte soprattutto nell'attacco, superiore come qualità complessiva agli altri due reparti: Immobile non è il giovanotto spaesato visto all'opera sotto la Lanterna nell'ultima annata e lo dimostrerà, Cerci è ormai un campione fatto e finito, esterno sgusciante, estroso, dinamico e preciso sotto porta, per nulla disposto a mollare.... l'osso della maglia azzurra.
UDINESE - Banale dirlo ma... squadra che vince non si cambia. Con la medesima spina dorsale dell'ultimo campionato, Domizzi e Danilo, Pinzi e Basta, Pereyra e Lazzari, Di Natale e Muriel, e la guida sicura di Guidolin, difficilmente i friulani resteranno lontani dall'alta classifica. In particolare, lecito attendersi da Di Natale un altro torneo monstre, perché il traguardo dei mondiali non è impossibile (anche se personalmente la ritengo una eventualità assai remota). Peccato per la consueta idiosincrasia alle coppe, un "vulnus" alla bella realtà bianconera che, oltretutto, causa nocumento a tutto il movimento calcistico italico (leggasi ranking Uefa).
VERONA - C'è un che di stuzzicante, in questo Hellas che rivede la Serie A dopo tanto, troppo tempo. Al di là della partenza col botto (le prime giornate di campionato sono spesso inattendibili, sul piano dei verdetti), il materiale per mettersi al sicuro c'è, e si può persino ambire al ruolo di mina vagante. Fra i nuovi il carisma e la generosità di Donati e il gioiello Toni, per il quale l'unica incognita è la tenuta fisica: se rinvia ancora il declino, può portare in dote una messe importante di reti, e col Milan lo ha già dimostrato. Jankovic ha lasciato Genova senza rimpianti, è giocatore tecnico e capace di giocate sopraffine ma anche di lunghissime e irritanti pause: quale versione ne vedremo al Bentegodi? Iturbe è un prospetto di cui da anni si dice un gran bene, agile fantasista tutto da verificare all'impatto col ruvido football nostrano, Donadel un portaborracce che assicura polmoni e sudore. Per il resto, del gruppo che ha portato alla promozione, c'è attesa attorno al totem difensivo Maietta, a un Albertazzi che deve recuperare il tempo perduto, ad Halfredsson e Martinho.
GRIGLIA DI PARTENZA, IN FILA PER QUATTRO - Prima fila (zona scudetto): Juventus, Napoli, Fiorentina, Milan; seconda fila (zona Europa League): Roma, Lazio, Inter, Udinese; terza fila (tranquillità): Atalanta, Parma, Cagliari, Genoa; quarta fila (salvezza senza grossi patemi): Catania, Torino, Sampdoria, Verona; quinta fila (alto rischio): Sassuolo, Bologna, Chievo, Livorno.

mercoledì 19 giugno 2013

DA KIEV A GERUSALEMME, SPAGNA SEMPRE TROPPO FORTE. MA CHE BELLA LA GIOVANE ITALIA DI MANGIA!

                                            Borini: gol all'Olanda e alla Spagna

Una dolcissima maledizione. E' quella che ha perseguitato il calcio azzurro negli ultimi due anni: essere sempre l'ultimo ostacolo a frapporsi fra la Spagna e un trofeo. Essere gli ultimi a cedere, gli ultimi irriducibili avversari delle Furie Rosse... più furiose che mai: essere i più bravi in Europa, dopo di loro, sia fra i giovani sia fra gli... adulti. Da Kiev 2012 a Gerusalemme 2013 la musica, in buona sostanza, non è cambiata: il problema è che quando arrivi fino in fondo, e ti guadagni il diritto a sfidare gli "stratosferici", è altissimo il rischio di incorrere in piccole grandi figuracce.
L'anno scorso, per i ragazzi di Prandelli, la figuraccia fu soprattutto nel punteggio, per una squadra che aveva già fatto più di quanto ci si potesse aspettare arrampicandosi fino alla finale continentale, e che però si approcciò male a quel fascinoso impegno, e lo gestì ancor peggio in corso d'opera (ai tempi, ne scrissi così). Oggi, lo smacco per la nostra Under 21 è stato più che altro sul piano del gioco, e a tal proposito non devono... esaltare più di tanto i soli due gol di differenza maturati alla fine fra le due rappresentative, visto che nelle battute conclusive i fenomeni di Lopetegui han rallentato il ritmo e sposato una sterile accademia, consentendo ai nostri di farsi sotto e di chiudere comunque con sommo onore la loro avventura. 
DUE ARGENTI ONOREVOLI - Vicecampioni: c'è chi, in passato, ha deriso questa espressione ("Chi sarebbero i vicecampioni? Quelli che fanno gli onori di casa quando i campioni vanno in bagno?", scrisse un bel dì un celeberrimo opinionista). La realtà è chiaramente diversa: in certi tornei, raggiungere la semifinale è un grossissimo successo, e tutto ciò che viene in più, dopo, è tanto di guadagnato. Una medaglia d'argento vale tantissimo, perché in finale ci si è comunque arrivati, e una finale può essere decisa anche da eventi aleatori, che c'entrano solo in parte con i meriti e i valori tecnici. I due argenti azzurri 2012 - 2013, poi, valgono ancora di più: i nostri rappresentanti di ieri e di oggi hanno ceduto contro due compagini che sono espressione del momento in assoluto più felice, prospero, efficace di sempre del football spagnolo. Non è una questione di sistemi di gioco, di modo di stare in campo, di ragnatele di passaggi e di tiki taka: è il materiale umano che è di prim'ordine. Classe sopraffina, palleggio ai limiti della perfezione, intelligenza tattica, velocità, capacità di far correre il pallone. Un esempio di cosa voglia dire plasmare con sapienza i campioni  del domani. Certo, poi ci vuole anche fortuna, perché i grandi cicli, nello sport, li fanno i fuoriclasse: ma se è vero che gli Iniesta e gli Xavi non nascono tutti i giorni, forse il calcio spagnolo rappresenterà un'eccezione anche in questo, visto che i Thiago Alcantara e gli Isco che stanno emergendo sembrano avviati a ripercorrere le orme degli illustri e pluridecorati colleghi. 
UNA DELLE PIU' BELLE UNDER AZZURRE - Recriminazioni per l'Italia, dunque? Beh, la sensazione, al di là delle piccole défaillance contingenti, degli errori difensivi, dei cali atletici e via dicendo,  è che, a Gerusalemme come a Kiev, fosse impossibile capovolgere il rapporto di forza. La Nazionale di Mangia, come un anno fa quella di Prandelli, aveva, questo sì, i mezzi per rendere meno netta la sconfitta (il 2 a 4, lo ripetiamo, è comunque dignitosissimo), meno evidente la differenza di valori, ma sempre sconfitta sarebbe stata. L'unico rimpianto è, semmai, di carattere storico: questa Under azzurra, lo dico senza tema di smentite, è una delle più forti di tutti i tempi. Forse solo la splendida compagine del grande Azeglio Vicini, biennio 1984 - '86, si può considerare superiore a questa, sul piano del tasso di classe, della personalità, della quantità di elementi di valore assoluto. E' una squadra, questa, che avrebbe stravinto buona parte degli Europei di categoria disputatisi fino al 2009, ossia prima della deflagrazione di questa generazione di fenomeni in maglia rossa, con la quale ha avuto la sfortuna di condividere la sua traiettoria agonistica. 
Il team impostato da Ciro Ferrara (che errore abbandonare il lavoro coi giovani!) e perfezionato dall'ex tecnico del Palermo ha comunque segnato una cesura importante, nell'accidentato percorso recente del calcio italiano: perché ha imposto ai nostri club di prima fascia una parziale inversione di tendenza, dopo anni di ostracismo ai prodotti del nostro vivaio in favore dell'esperienza di ultratrentenni imbolsiti o del dubbio talento di stranieri improbabili. Sono talmente validi, questi ragazzi, che alcuni di loro sono riusciti a ritagliarsi, pur fra mille diffidenze, posti da titolare in Serie A (per non parlare degli "emigranti di lusso" Verratti e Borini). Hanno giocato molto, nelle ultime due stagioni, ma ancora non abbastanza, se si pensa invece all'esperienza addirittura internazionale già maturata da diversi elementi delle Furie Rosse. Ma nella prossima stagione, ad esempio, come potrà Insigne non diventare un uomo cardine del nuovo Napoli di Benitez?

                                      Mangia: ottimo lavoro alla guida dell'Under 21 

BARDI, BIANCHETTI, VERRATTI E... - La classe pura, il dinamismo, l'estro messo al servizio della squadra: doti che il folletto napoletano ha nitidamente fatto balenare nel corso della spedizione israeliana, fin quando le condizione fisica lo ha sorretto. E l'Euro Under 21 ci ha fatto scoprire anche un Bardi reattivo e capace di decisive prodezze (soprattutto contro l'Inghilterra e poi ieri, a limitare il passivo). La difesa, che veniva considerata la parte debole della fuoriserie azzurra, ha mostrato ieri un Bianchetti inesauribile, tempista, sempre presente a coprire le falle che la manovra spagnola inevitabilmente apriva nel tessuto della nostra squadra, mentre nelle gare precedenti Donati e Caldirola avevano sfoderato puntualità e autorevolezza nelle due fasi. Nel mezzo, per un Florenzi onnipresente (anche ieri, prima di cedere alla fatica, è stato fra i più continui e aggressivi, tanto da ritrovarsi sui piedi due palle gol) e un Marrone visto sciorinare visione di gioco, precisione e predisposizione al sacrificio prima di essere cancellato da un infortunio nel match iniziale, qualche perplessità ha destato Verratti: intendiamoci, Europeo sufficiente, ma lo si è visto sempre troppo "rintanato" a ridosso della difesa, troppo preso a fare filtro, mentre lui è un centrocampista completo che dovrebbe caricarsi sulle spalle il peso della manovra anche in fase di impostazione. Per un lavoro di pura quantità bastano anche elementi con piedi meno "nobili". 
Rimango del parere che per il campioncino del Paris Saint Germain, come per Florenzi, come per lo stesso Insigne, avrebbe avuto più logica la partecipazione alla spedizione della Maggiore per la Confederations: un'esperienza essenziale per cominciare a inserirsi nel gruppo dei grandi, e vivere atmosfere, problematiche  e situazioni tecniche simili a quelle di un Mondiale, osservando da vicino campioni fatti e finiti e cominciando a ritagliarsi spazi preziosi sul terreno di gioco. Comunque per loro è solo questione di settimane, così come dovrebbe presto rientrare nel giro prandelliano quel Borini già parte della rosa azzurra a Euro 2012 e in lenta risalita dopo i tanti infortuni: per lui, due gol nelle ultime due gare in Israele, pur con un'autonomia ridotta. Altri seguiranno: occhio a quelli già citati e anche al guizzante e fantasioso Saponara, che avrà l'occasione Milan, e a Gabbiadini, dalla sventola mancina potente e mortifera. 
SPAGNA, DITTATURA DEL GIOCO - In definitiva, un'Italia che trova nel secondo posto continentale la sua collocazione ideale, al momento il massimo a cui potesse aspirare. Per capire come fosse impossibile salire sul gradino più alto, una semplice riflessione: il team di Devis Mangia ha quasi sempre giocato, in questo biennio, un calcio frizzante, gradevole, di iniziativa, ha attaccato e creato occasioni (emblematica la sfida con l'Inghilterra in questa fase finale della competizione, o, andando indietro, i due spareggi con la Svezia o la trionfale amichevole in Olanda). Ebbene, contro la Spagna è stato costretto a disporsi secondo l'antica tradizione italiana, lavorando in copertura e cercando di ripartire con fulminei contropiede, gioco riuscito pienamente solo due volte e che ha fruttato il gol di Immobile e l'occasionissima di Florenzi. Nulla di disdicevole, anzi, ma comunque una forzatura, la necessità di adattarsi al tipo di partita imposta da avversari superiori, contro i quali fare calcio aggressivo e d'attacco è pressoché impossibile, per il semplice fatto che lo attuano loro ed eseguono lo spartito in modo tale da prendersi in toto la scena, tenendo salde in mano le redini e lasciando ai dirimpettai pochi spiragli, limitati nel tempo e nello spazio d'azione, per imbastire frettolosamente una qualche manovra diversiva. Avidi di gioco e di gol, gli iberici, desiderosi di occupare quasi... militarmente il campo, di menare le danze dall'inizio alla fine. Per disinnescarli occorre essere perfetti, e sperare che, per una volta, loro non lo siano. Ma verrà il tempo.