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mercoledì 18 novembre 2015

CLUB ITALIA VERSO EURO 2016: BELGIO E ROMANIA RIDIMENSIONANO GLI AZZURRI

                                         Marchisio: gol su rigore contro la Romania

E' stato il più tragico intermezzo internazionale calcistico che io ricordi. E scrivo "calcistico" perché il pallone, questa volta, ne è stato suo malgrado protagonista diretto. Prima la strage sventata allo Stade de France, poi la non ancora chiarita minaccia di ieri ad Hannover. Due amichevoli di lusso, Belgio - Spagna e Germania - Olanda, cancellate: la speranza è che certi provvedimenti drastici siano frutto del momento particolare, dei giorni post attentati in cui il quadro della situazione non ha ancora contorni definiti e si devono mettere a punto i nuovi parametri di sicurezza, che saranno ovviamente, d'ora in poi, particolarmente rigorosi. Lo spero, perché se si comincia a sospendere e annullare eventi sportivi ad ogni pié sospinto ci si incammina su una strada pericolosa e piena di incognite. Chiaramente la vita umana viene prima di ogni cosa, e del resto tutti noi nei mesi a venire dovremo essere più attenti e prudenti in ogni fase delle nostre giornate, ma senza concedere troppo campo a chi fa del terrore la propria filosofia di vita. So che a parole sembra tutto facile, ma è l'unica via: a giugno, proprio in Francia, ci sarà Euro 2016, e quella kermesse non potrà trasformarsi in un corollario di partite non disputate. Sarebbe la fine, anche se non si deve nemmeno giungere all'eccesso opposto, agli incontri di calcio disputati poche ore dopo i bombardamenti, come accadeva in Italia durante la Seconda guerra mondiale. 
Proviamo dunque a parlare di football. La nostra Nazionale, in fondo, è stata fortunata, riuscendo a portare a termine entrambi gli impegni in calendario. Non era scontato, e il fatto che ieri a Bologna il minuto di silenzio, forse per la prima volta, sia stato finalmente un minuto di silenzio autentico, senza i consueti, fastidiosi applausi per le vittime di turno, dimostra quanto i luttuosi eventi di Parigi abbiamo lasciato un segno veramente profondo in tutta la comunità internazionale. I calciatori, dal canto loro, si sono comportati da professionisti seri, facendo il loro dovere in campo e regalando momenti di serenità al pubblico: non altro gli si chiede, in fondo. 
TEST PROBANTI CON ESITO DELUDENTE - Le risultanze tecniche e gli spunti di riflessione non sono mancati. Quale peso attribuirgli è il problema che, da sempre, pongono le gare senza posta concreta in palio. Per il Club Italia, forse, sarebbe stato meglio restare al felice esito, di gioco e di risultati, delle ultime due uscite ufficiali, contro Azerbaigian e Norvegia. Ma non si può, perché Belgio e Romania erano due test estremamente probanti, e i nostri mentalmente erano presenti a loro stessi, hanno affrontato entrambe le gare con lo spirito giusto e non con la testa al campionato. Proprio per questo, i troppi campanelli d'allarme suonati vanno tenuti nella massima considerazione. Il bilancio complessivo è ampiamente in rosso: è vero, potevamo uscire imbattuti dall'Heysel (sempre quello è, anche se ha cambiato nome e si è rifatto il trucco) e battere la Romania. 
Due risultati che ci stavano, per il livello delle nostre prestazioni: non averli conseguiti torna a nostro esclusivo demerito. Per circa settanta minuti gli azzurri hanno tenuto bellamente testa, in campo avverso, alla rappresentativa numero uno al mondo (ranking FIFA alla mano), legittimando ampiamente il fulmineo vantaggio di Candreva; poco prima e poco dopo l'1 a 2 hanno avuto, con Eder e Pellè, palle gol nitidissime; hanno giocato con buona disinvoltura, in particolare percuotendo le corsie laterali con apprezzabile efficacia, e mostrando persino una precisione di palleggio che è sovente mancata, negli ultimi anni; c'è stata sofferenza autentica solo nella parte iniziale della ripresa, prima del crollo in dirittura d'arrivo che ha consegnato agli almanacchi un 1-3 bugiardo e oltremodo severo. Invece a Bologna, dopo un primo tempo da arrossire, è arrivato un provvidenziale cambio di marcia che ha portato i nostri a capovolgere meritatamente il risultato, ma per l'ennesima volta è stato fallito il colpo del ko, con immancabile beffa finale fra il tripudio degli oltre 4mila romeni del Dall'Ara. 
TENUTA FISICA, POCA CONCRETEZZA ED ERRORI DIETRO - I problemi emersi, a ben guardare, sono quelli di sempre. Sul piano atletico, l'incapacità di mantenere ritmi alti con continuità, e il verificarsi di troppo frequenti cedimenti fisici alla distanza (a Bruxelles, nel finale, gli uomini di Conte sono letteralmente spariti e il punteggio poteva diventare addirittura più pesante); sul piano del gioco, alla ormai cronica prodigalità offensiva si è aggiunto il ritorno di quei tremori in terza linea che avevano macchiato la fase conclusiva della gestione Prandelli. Alla Romania, tanto per dire, i ragazzi di Conte hanno concesso due gol su quattro conclusioni pericolose, e in entrambe le circostanze i tentennamenti dei nostri difensori sono stati esiziali: scontro Darmian - Barzagli che ha dato il via libera a Stancu per lo 0-1, goffo tentativo di parata di Sirigu per la ribattuta decisiva di Andone. 
Quattro giorni prima, i Diavoli Rossi avevano pareggiato con Vertonghen lasciato libero di colpire di testa a centro area (su calcio d'angolo!), per poi mettere la freccia con De Bruyne, in seguito a un pasticcio di Bonucci, che dovrebbe essere il punto cardine della nostra retroguardia. Ce n'è abbastanza per essere preoccupati. Soprattutto dal momento che, lo ripetiamo, in avanti la concretezza è ancora un miraggio. A Bologna El Shaarawy ha avuto due occasioni clamorose, Marchisio ci ha provato con una bella fiondata da fuori in chiusura di prima frazione (per poi cogliere su rigore il meritato successo personale), imitato nella ripresa da Parolo; delle occasioni di Pellè ed Eder in Belgio si è già detto, e non sono state le uniche, se pensiamo ad altri tentativi andati a vuoto di Candreva, Florenzi e dello stesso Faraone. 
TANTI DUBBI E POCHE CERTEZZE - Proprio per questo non c'è da stare tranquilli: quando si gioca tutto sommato su livelli apprezzabili e si torna a casa con un pugno di mosche, vuol dire che i margini di miglioramento, per quanto esistenti, non sono poi enormi. In ogni caso, qualche certezza questi due test l'hanno pur lasciata: Florenzi e Candreva al top, ad esempio, non possono assolutamente restare fuori dall'undici titolare, ed El Shaarawy si sta lentamente riappropriando delle misure di un tempo, quantomeno come capacità di movimentare la manovra offensiva (la precisione sotto porta è invece ancora uno sbiadito ricordo di quella fulminante parentesi rossonera). Davanti a Buffon, sperando che quello di Bonucci sia solo un momentaneo appannamento, Chiellini continua a non brillare, e tutto il movimento calcistico italiano deve mordersi le mani nel vedere Rugani, il più dotato dei giovani difensori nostrani, ai margini di una Juventus in cui, vista la stagione ormai chiaramente di transizione, potrebbe e dovrebbe esserci lo spazio per qualche sperimentazione (nemmeno troppo ardita perché, lo ripetiamo, il ragazzo ex Empoli è una certezza). Speriamo in una ulteriore crescita di Romagnoli e in un ritorno in auge di Astori: altre alternative in mezzo non ve ne sono, puntare ancora su Ranocchia sarebbe davvero un salto nel buio. 
PEPITO E MANOLO - Nella fascia centrale, Verratti è diventato ormai indispensabile, Bonaventura reclama una chance, mentre qualche metro più avanti si tratterà di trovare spazio per Insigne, Berardi (che all'azzurro ci tengono eccome) e Bernardeschi. Sempre più lontana l'eventualità di una rinascita sul breve periodo di Balotelli, rimane la speranza di un recupero alla causa di Pepito Rossi, ipotesi tutt'altro che peregrina, mentre merita senz'altro un più ampio minutaggio l'inesorabile Gabbiadini (ieri in gol poco dopo l'ingresso in campo): affrontare Euro 2016 con la coppia di punta Pellè - Eder, dignitosa e nulla più, ci escluderebbe a priori dal grosso giro, a meno di non trovare più puntuali rifornitori di palle gol e incrementare al massimo l'efficacia sotto porta della nostra nutrita batteria di potenziali incursori. 

lunedì 7 settembre 2015

CLUB ITALIA: CON LA BULGARIA BUON GIOCO, MA L'ATTACCO LANGUE. NESSUNO LO AMMETTE, MA BALOTELLI E' INDISPENSABILE

                                              De Rossi: gol ed espulsione per lui

Buona la seconda? Potremmo dire di sì, a patto di non esser troppo schizzinosi. Anzi, una visione largamente ottimistica della situazione azzurra mi spingerebbe ad affermare di avere assistito, ieri sera, alla miglior prestazione dell'Italia di Antonio Conte dai tempi dell'esordio settembrino del 2014, con quelle due brillanti affermazioni su Olanda (in amichevole) e Norvegia, quella stessa Norvegia imprevedibilmente assurta al ruolo di mina vagante del nostro girone europeo, con concrete chances di qualificazione al torneo francese del giugno 2016. 
ATTACCO SOTTO ZERO - Ebbene sì: contro la Bulgaria, a Palermo, tutt'altra musica rispetto al fiasco fiorentino di giovedì. Si è vista una squadra equilibrata, organizzata, volitiva. Un undici con le idee sufficientemente chiare e in grado di ridurre a sostanziale impotenza i non irresistibili avversari, davvero pericolosi solo in un paio di circostanze (assolo di Mitsanski nel primo tempo e tiraccio centrale da fuori di Milanov in chiusura: in entrambe le occasioni ci ha pensato un Buffon reattivo e decisivo come ai bei tempi). Onestamente, anche per il più arcigno dei critici sarebbe impossibile bocciare un team che ha saputo costruirsi una decina di palle gol nitide nell'arco dei novanta minuti. E' luogo comune del football dire che l'importante sia crearle, le occasioni, ché tanto prima o poi le reti arriveranno. Vero in larga parte, ma non del tutto: minacciare ripetutamente la porta avversaria significa aver prodotto una manovra efficace, significa avere un progetto di gioco e saperlo tradurre in pratica: significa, in poche parole, essere una squadra "viva". Ma la prodigalità nei sedici metri finali, la pervicacia con cui si sono fallite opportunità anche clamorose, rappresentano la fotografia definitiva, e impietosa, di una congiuntura storica fra le più sfavorevoli di sempre, quanto a qualità delle nostre presunte "bocche da fuoco".
BALO - PEPITO - FARAONE: ERA QUESTA LA STORIA... - Scarsa prontezza di riflessi, incapacità di intuire in anticipo il passaggio del compagno, mancanza di precisione o di potenza in fase di tiro: al Barbera i nostri uomini di attacco hanno sfoggiato il campionario completo della più assoluta modestia offensiva. Eppure, gli Dei del pallone avevano scritto un'altra storia, per questa Nazionale degli anni Dieci: una storia i cui protagonisti dovevano essere il devastante Balotelli, il guizzante e tecnico Pepito Rossi, il furetto El Shaarawy. Il destino ha deciso diversamente, per tutta una serie di motivi. Piangersi addosso è inutile, sperare in un recupero di elementi utili alla causa è invece doveroso. 
In attesa di verificare la tenuta fisica del puntero fiorentino, torno a insistere sul "Mario non più super", come lo definii l'anno scorso: rimango convinto che, anche solo al cinquanta per cento della condizione fisica e psicologica, da solo possa riassumere, e forse anche incrementare, il potenziale d'attacco sciorinato (si fa per dire) in questi due impegni europei dai vari Eder, Pellè, Zaza e Gabbiadini. Per il neo (ehm) milanista parla il ruolino di marcia in azzurro, fatto di tredici gol disseminati in tre stagioni, quasi tutti belli, e soprattutto quasi tutti decisivi. L'abbiamo (momentaneamente?) perso soprattutto per colpe sue, ma anche per responsabilità di trainer e dirigenti che non si sono mostrati in grado di "educare" un ragazzone indubbiamente esuberante e fuori dagli schemi, ma non certo un atleta "dissipato" come se ne sono visti in passato. Ripeto: un Balotelli vero anche solo per metà ieri avrebbe chiuso la pratica bulgara in men che non si dica. 
ZAZA E PELLE', NON BENE - Dopodiché, è chiaro, il talento esiste anche al di là dei grandi assenti: Gabbiadini, in particolare, è un ragazzo dai piedi buoni e dalle doti balistiche notevoli, e meriterebbe più spazio. Continua invece a lasciarmi perplesso una prima linea incentrata su un Pellè che si muove tanto ma è raramente lucido; sempre in attesa del riscatto di Immobile, che non può aver perso il suo guizzo sotto rete, ieri ha gettato al vento un'ottima chance Zaza, parso fuori fase nelle poche occasioni in cui è stato chiamato in causa. 
DE SCIGLIO RISORTO - Il meglio, a Palermo, è venuto dalle retrovie: terza linea sicura con un Bonucci rivisto nella duplice veste di... serratura difensiva e punto di partenza delle controffensive, e fasce percosse dalle sollecitazioni di Darmian (più attento in copertura) e soprattutto di un ritrovato De Sciglio, la più piacevole sorpresa del match, abile nelle chiusure, inizialmente restìo a sganciarsi per poi invece proporsi in numerose discese, alcune chiuse con cross di buona fattura. Parolo e Verratti (il parigino con maggiore continuità) hanno fatto interdizione con altissimo profitto, filtrando e rallentando il gioco quando necessario, e questo spiega la quasi inesistente pericolosità dei bulgari, mentre De Rossi, rigore doppiamente trasformato a parte, non ha particolarmente brillato, trovando anche il modo di scadere in una reazione da debuttante (stile Sturaro all'Euro Under 21) con conseguente espulsione.  
EL SHAARAWY SULLA BUONA STRADA - In avanti, creatività affidata a un Candreva diventato un po' monocorde col passare dei minuti (ma rimane elemento da cui non si può prescindere, anche se deve assumersi maggiori responsabilità in fase di tiro) e soprattutto a El Shaarawy, uno dei tre "gioielli smarriti" di cui si diceva poco sopra, di certo il più vicino al recupero completo. Ha fatto il diavolo a quattro sulla sinistra, ha giocato per sé e per i compagni, e tuttavia anche lui sembra aver smarrito il senso del gol che ne caratterizzò la splendida, prima parte di esperienza in rossonero (non a caso proprio in quei mesi trovò anche il primo e unico acuto azzurro, in amichevole con la Francia): ma è evidente che il Faraone sia uno su cui vale la pena insistere. E chissà che alla lunga non possa finalmente ricomporsi il tridente con Balo e Pepito, per riallacciare i fili di una vicenda bruscamente interrotta.

martedì 13 maggio 2014

MONDIALI 2014, IL LISTONE AZZURRO DEI TRENTA: PEPITO ROSSI SI', GILARDINO NO. QUELL'ANTICO PENTIMENTO DI POZZO E IL CODICE ETICO SENZA SENSO

                                         Rossi: ha ritrovato il campo, il gol e l'azzurro

Questa storia dei trenta pre convocati in vista del Mondiale non sarebbe andata giù al grande Vittorio Pozzo. Il Commissario Unico due volte iridato, colui al quale il calcio italiano non è mai stato in grado di intitolare neppure uno stadio, adottò un criterio in tutto e per tutto simile a quello oggi codificato dalla FIFA, per la selezione degli azzurri che avrebbero dovuto partecipare alla Coppa del Mondo del 1934: scrematura progressiva di un gruppo allargato di giocatori, che a poche settimane dall'inizio del torneo giunse a quota trenta elementi, per l'appunto, per poi essere definitivamente ridotto a ventidue (tanti, allora e per molto tempo ancora, potevano essere i convocati per la fase finale della kermesse). Procedura di cui Pozzo si pentì amaramente, per ragioni tecniche e umane: si crearono tensioni eccessive, aspettative esagerate in certi atleti e attorno ad essi, inevitabili musi lunghi fra gli esclusi, e un clima di incertezza generale, con conseguente logorio mentale, in chi, a pochi giorni dall'evento, ancora non sapeva se vi avrebbe partecipato o meno. Poi le cose andarono benissimo (Italia campione del mondo), ma l'allenatore si ripromise di non ricorrere più a un sistema del genere. 
NO DIAMANTI, NO FLORENZI - Ottant'anni dopo, siamo qui a parlare delle stesse cose. Abbiamo il maxi listone dei trenta (più uno: Mirante per eventuale emergenza portieri) per Brasile 2014, per i ventitrè definitivi occorrerà aspettare fino al 2 giugno. Certo, restare sulla corda fino alla fine può essere un bene, soprattutto per i più giovani, ma la fragile psicologia dei calciatori ha in linea di massima bisogno di certezze, come detto sopra. Convocazioni con poche sorprese, quelle di Cesare Prandelli: perché che Diamanti si fosse giocato ogni chance di partecipare all'avventura era chiaro fin dalla sua partenza per la Cina.
Personalmente, me ne farò una ragione: buon giocatore, Alino, ma non propriamente il campione di statura internazionale che sarebbe servito al Club Italia per fare il salto di qualità, e del resto il suo curriculum azzurro parla chiaro: qualche buona prestazione (con il picco a Euro 2012, match con l'Inghilterra) ma mai i guizzi sovente sciorinati nel più abbordabile contesto della Serie A nostrana. Allo stesso modo, era nell'aria l'esclusione di Florenzi, e qui francamente una ragione non riesco a farmela: fra i migliori giovani emersi nelle ultime due stagioni, protagonista di buon livello nell'ottima annata giallorossa, centrocampista tuttofare con ottimi tempi di inserimento sotto rete, positivo anche in recenti apparizioni in rappresentativa. Pensare che l'avrei visto addirittura fra i possibili undici titolari...
IL RETAGGIO DELLA CONFEDERATIONS - Spero, e credo, che le scelte del trainer siano state una diretta conseguenza degli stage di qualche settimana fa, durante i quali fu monitorata con attenzione la condizione atletica dei prescelti, e venne fatto capire che lo stato fisico in prossimità della Coppa del Mondo avrebbe avuto un ruolo chiave per le convocazioni definitive, anche più che per edizioni precedenti del torneo: la sensazione, in tal senso, è che lo staff azzurro abbia fatto tesoro della traumatica esperienza del 2013 in Confederations, quando portammo in Brasile una Nazionale sfiatata, quasi sempre in riserva, tanto che il terzo posto finale ebbe quasi del miracoloso. 
Una valutazione di questo genere è l'unica che possa dare un senso alla cancellazione, dall'orizzonte azzurro, del citato Florenzi, dello sfortunatissimo Criscito (già privato ingiustamente dell'Europeo, due anni fa) o, per dire, di Gilardino. Lo stagionato bomber può aver pagato il calo netto accusato dal Genoa negli ultimi mesi e la conseguente diminuzione della sua prolificità sotto rete (quattro gol nelle ultime tredici gare), nonché qualche rigore sbagliato di troppo (al Mundial servono uomini glaciali dagli undici metri...), ma il Gila si è dovuto sbattere in un contesto tattico ingrato, in pratica unica punta a tenere testa alle retroguardie avversarie, un lavoro immane che gli ha prosciugato le energie. Aveva comunque tempo per rientrare in forma, e la sua esperienza (sarebbe stato il suo terzo e, presumibilmente, ultimo Mondiale) avrebbe fatto comodo, per tacere del peso decisivo avuto in fase di qualificazione, col preziosissimo gol - vittoria realizzato alla Bulgaria. Peccato. 
PEPITO C'E'! - In attacco non dovrebbero esserci comunque problemi: di Balotelli, imprescindibile sotto ogni punto di vista, parleremo diffusamente avvicinandoci al torneo, e al suo fianco ci sono i giovani virgulti Immobile, Insigne (rivitalizzato da un finale di stagione sugli scudi) e Destro, il quale peraltro potrebbe lasciare il posto a Giuseppe Rossi. Su Pepito tanto si è scritto, ma alla fine solo un argomento varrà: se i medici, quelli della Nazionale e soprattutto quelli che lo hanno curato in questi mesi, scioglieranno ogni dubbio e ogni timore sulla sua tenuta fisica, sulla ripresa, sul rischio di ricadute, allora non potrà non far parte della spedizione, rimanendo a tutt'oggi il partner più attendibile del Mario non più Super, di cui costituisce ideale completamento. In caso contrario, meglio stia a casa a completare il recupero lontano dagli stress brasiliani. 

                                    Gilardino: non è entrato fra i trenta di Prandelli

LACUNE IN RETROGUARDIA - Nessuna sorpresa al centro, dove pure han rischiato grosso Montolivo e soprattutto Marchisio, reduci da una stagione in chiaroscuro, mentre è meritatissima la promozione di Parolo, splendido califfo di quel Parma che, domenica, potrebbe acciuffare una meritata qualificazione europea: non mi stupirei di vederlo anche nel gruppo dei ventitré eletti. Detto che andrà in Brasile con pieno merito Perin (il ballottaggio con Scuffet non ci sarebbe mai dovuto essere, poche partite di spessore del friulano non possono esser messe sullo stesso piano di un intero campionato ad alto rendimento del grifoncino), i problemi sono dietro, soprattutto a sinistra e al centro: a sinistra si punterà tutto su un De Sciglio non sempre convincente in stagione, ma talento purissimo (fu tra i migliori azzurri in Confederations, dodici mesi fa) col solo Pasqual a fargli da chioccia, mentre ci si è dimenticati di Criscito e Antonelli, quest'ultimo inspiegabilmente già da mesi sparito dai radar del cittì. Insomma, fascia mancina un po' sguarnita, mentre al centro, fra un Paletta che ha cominciato a perder colpi proprio dopo l'approdo in azzurro e un Ranocchia in crescita, non c'è comunque molto da stare allegri e ci si aggrappa pur sempre al trio Juve Barzagli, Bonucci (titolari in pectore) e Chiellini. 
IL FALLIMENTO DEL CODICE ETICO - Già, Chiellini, pietra dello scandalo delle ultime ore, per via della gomitata con maxi squalifica in campionato. Perché alla fine, in fondo, ha pure ragione chi sottolinea che non si possa sacrificare uno dei nostri migliori difensori, oltretutto veterano azzurro, sull'altare di remore morali legate a una semplice scorrettezza di gioco. Ma allora che si dica, una volta per tutte, che il codice etico ha sostanzialmente fallito. Concepito in maniera tale da lasciare eccessiva discrezionalità decisionale al commissario tecnico, e da prestare il fianco a critiche continue e inevitabili per tutti i distinguo di questi anni, per quanto operati in buona fede. Ha fallito anche perché le punizioni, che nel corso del tempo ci sono pur state per i "ribelli",  non sono servite a calmare i bollenti spiriti di nessuno. Lo stesso difensore juventino, De Rossi e Balotelli conservano il loro carattere fumantino, ma, sia pur con diverso peso e diverse sfumature, sono dei pilastri di questa nostra Italia, le loro mattane (finché, ripeto, rimangono mattane di gioco) non possono tenerli lontani dal Brasile. 
Come scrisse qualche anno fa Adalberto Bortolotti, prima firma del Guerin Sportivo, per un caso analogo, "alla Nazionale servono i gol, non le buone maniere". Scarno e cinico, ma vero, in fondo. Il rischio di rimanere in dieci o in nove durante i Mondiali per qualche intemperanza dei nostri? Confido che Prandelli e gli elementi più "pacati" del suo gruppo sappiano catechizzare a dovere i discoli, i quali dal canto loro dovranno capire da soli (sono adulti e vaccinati) di essere di fronte all'appuntamento della vita, e di non poterlo sprecare per qualche gratuito colpo di testa.
Per cambiare davvero l'andazzo bisognerebbe cambiare dalle fondamenta la mentalità del sistema calcio italiano, educare i calciatori fin dall'inizio del loro percorso, fin dall'età dei Pulcini. Nel frattempo, le regole ci sono già: le squalifiche, le multe in denaro e i codici comportamentali e di educazione all'interno dello spogliatoio. Oppure esempi, ma esempi veri: il codice etico e i suoi cavilli potrebbero essere serenamente sostituiti con il video qui sotto, da mandare a memoria; un minuto scarso più che sufficiente per far capire ai nostri "mattocchi" un po' maleducati cosa il tifoso sano si aspetta dal calcio e dai suoi protagonisti. A proposito: grazie, Samaras. 



martedì 7 gennaio 2014

DA PEPITO ROSSI A FRANCESCO LODI, STORIE AMARE DI INIZIO 2014

                                          Pepito Rossi: ancora guai fisici per lui

Un anno fa, più o meno di questi tempi, avevo scritto un post per celebrare il ritorno in Italia, grazie al fiuto della Fiorentina, di Giuseppe Rossi. Un acquisto in prospettiva, poiché Pepito era ancora ai box per smaltire gli ultimi, laboriosi postumi dell'ennesimo grave infortunio, ma non era necessario essere profeti per capire che, una volta rimesso a nuovo, lo sgusciante attaccante avrebbe impresso a chiare lettere il proprio marchio sulla nostra Serie A, come si è puntualmente verificato nella stagione in corso. Una stagione che ci ha fatto scoprire un Rossi nuovo, bomber persino più implacabile di quello che eravamo abituati a vedere: fromboliere inesorabile e puntuale, quasi volesse recuperare a suon di gol il troppo tempo perduto in giro per ospedali e infermerie. Oggi, a distanza di mesi, mi ritrovo a dover nuovamente scrivere del golden boy azzurro: è, dovendo far ricorso a un luogo comune fra i più abusati, il classico articolo "che non avrei mai voluto scrivere". 
LA SFORTUNA ESISTE... - Pepito è di nuovo ko, dopo l'intervento scomposto del livornese Rinaudo nel primo match del 2014. Sempre lo stesso ginocchio destro, martoriato già da due gravissimi infortuni. Uno schiaffo a chi si ostina a sostenere che no, fortuna e sfortuna non esistono, che ogni essere umano si crea da solo il proprio destino, bello o brutto che sia. Certo, come no: e torti e favori arbitrali a fine stagione si compensano, e gli asini volano, e via dicendo... Il fatto che non vi sia stata un'altra rottura dei legamenti è consolante soprattutto per le prospettive di carriera del ragazzo, che in caso contrario avrebbe davvero corso il rischio di vedere compromessa la sua futura attività agonistica. Le buone notizie però, a quanto pare, si fermano qui: lo stop sarà lungo, e così la Fiorentina, che in estate aveva messo in piedi un attacco monstre con lo stesso Rossi e con Mario Gomez, ora si ritrova di fatto... spuntata. Difficilmente il talento nato negli States potrà dare ancora un contributo significativo al team di Montella in questa stagione, mentre, ed è la cosa che più mi preme, diventa a rischio anche la partecipazione al Mundial brasiliano, proprio ora che Prandelli sembrava aver trovato la formula giusta per la prima linea, col viola affiancato a Balotelli. 
COME TOTTI O COME PABLITO? - In questi giorni un po' tutti provano a farsi coraggio, e a farlo a Giuseppe, ricordando un episodio in tutto e per tutto simile: il grave infortunio di Totti, in un match contro l'Empoli, pochi mesi prima di Germania 2006. Lippi lo aspettò e lo portò al Mondiale, dove il romanista arrivò al 30 - 40 per cento di forma e diede, in verità, un apporto assai limitato. La speranza è che Rossi in Brasile possa arrivarci al top della condizione o giù di lì, perché è un elemento fondamentale per la nostra Nazionale, più di quanto lo fosse il Pupone per la solida Italia poi trionfatrice a Berlino. E allora, un paragone di miglior auspicio potrebbe essere con l'altro Rossi "storico" del calcio azzurro, il Pablito che nel cuor ci sta: anche se per motivi radicalmente diversi (squalifica di due anni per il discusso coinvolgimento nel calcioscommesse) anche lui si rese disponibile per la squadra di Bearzot solo poche settimane prima del mondiale spagnolo del 1982. Aveva giocato soltanto le ultime tre partite di campionato con la Juventus, era ancora imballato, l'ombra dello spietato attaccante che fu, ma recuperò brillantezza in tempo per entrare nella leggenda del football planetario. Ecco, sarebbe bello che, "da Rossi a Rossi", Pepito seguisse in toto le orme di Pablito. In fondo, mancano quasi sei mesi, non è pochissimo. Ce la puoi fare, Giusé!
LODI, CHE DELUSIONE - Altra storia amara, per quanto radicalmente diversa, quella di Francesco Lodi. Chi segue "Note d'azzurro" sa quanta speranza io riponessi in lui: fin dall'estate scorsa, ho scritto che al Genoa era arrivato un campione autentico, uno che poteva far fare un salto di qualità importantissimo alla squadra e, con Gilardino, alzare l'asticella delle ambizioni del Grifone. L'inizio era stato pure incoraggiante, con quella splendida punizione a siglare il definitivo 3 a 0 nel derby: gol non decisivo, ma di quelli che comunque restano nella memoria collettiva. Ecco, di fatto quello è stato l'ultimo (l'unico?) atto di presenza di Lodi a Genova. Problemi di natura personale, forse sentimentale, si è detto e scritto: vox populi e tam tam fra i tifosi, ossia dicerie che possono anche essere vere ma alle quali mi dà sempre un po' fastidio dar credito, in quanto mai supportate da prove concrete e spessissimo, in altri casi del passato, rivelatesi del tutto prive di fondamento. E comunque non è compito mio, né dei giornalisti né dei tifosi, entrare nella sfera privata di un calciatore. 
APPORTO INCONSISTENTE - Io giudico solo ciò che vedo sul terreno di gioco: per quattro mesi, Lodi, colui che doveva prendere in mano le redini del gioco genoano, non si è di fatto mai visto. Per nulla incisivo in campo, e poi spesso relegato in panchina o in tribuna. Con Gasperini, il suo apporto era diventato del tutto ininfluente, il suo ritorno a Catania subito in avvio di calciomercato è parso quasi una liberazione sia per lui, sia per il Genoa. Attenzione però:  non siamo di fronte a uno dei tanti casi di giocatori validissimi che sotto la Lanterna, sponda rossoblù, non hanno reso anche per cause ambientali e per disagi tattici (da Veloso a Rafinha, da Toni al primo Gilardino, per citare esempi recentissimi,).
Nel caso di Lodi, mi sento di poter dire che la colpa sia stata solo sua, perché nel Genoa di quest'anno, più equilibrato  e meglio costruito rispetto al recente passato, le condizioni per un proficuo inserimento vi erano tutte, e perché altrimenti non si spiega la duplice metamorfosi: da potenziale Nazionale in quel di Catania a modesto mestierante a Genova, e di nuovo calciatore vero poche ore dopo il suo ritorno in terra etnea: ieri contro il Bologna, gara volitiva, assist gol per Bergessio e 2 a 0 siglato in prima persona su rigore. In pratica, in novanta minuti ha fatto più di quanto mostrato in quattro mesi in Liguria. E, dopo la rete, solito florilegio di baci a tatuaggi e canotte assortite, come se nulla fosse successo. Insomma, una delusione sotto tutti i punti di vista. Per essere campioni veri il talento non basta: ci vuole anche il carattere, la capacità di superare gli impacci psicologici e le difficoltà di ambientamento. Senza contare che, ormai, neppure i brasiliani soffrono più di saudade, i tempi di Eloi sono lontanissimi, per fortuna. Addio, senza rimpianti, da un ex estimatore. 

mercoledì 20 novembre 2013

LA NAZIONALE AZZURRA DOPO GERMANIA E NIGERIA: CHE ITALIA VEDREMO AL MONDIALE?

                                         Esultanza azzurra dopo il pari coi tedeschi

Che sarà di noi in Brasile? Giunti al termine di questo 2013 premondiale, è il momento di tirare le prime somme azzurre, e non è facile, perché l'anno e mezzo post europeo, che doveva chiarire definitivamente le idee sulle effettive potenzialità della nostra Nazionale, ha invece ingarbugliato la matassa in una misura che non era facile prevedere. Ci si attendeva una crescita spontanea, una maturazione rigogliosa, dopo le succulente promesse fatte balenare fino alla medaglia d'argento continentale di Kiev, poi le cose sono andate diversamente. Cominciamo dal fondo, ossia da ciò che ci ha lasciato l'ultimo duplice impegno amichevole tedesco - nigeriano.  
DUE BEI SECONDI TEMPI - Di positivo, delle sfide di Milano e Londra, restano due secondi tempi di grana buona, seppur dalle caratteristiche diametralmente opposte. Con la Germania, la ripresa ha mostrato un'Italia più arcigna, determinata, "cattiva", brava a chiudere e a ripartire, dopo gli sbandamenti della prima frazione. Nel dettaglio dei singoli, segni di ripresa da parte di Marchisio, tornato a far sentire il suo peso negli inserimenti offensivi, e di Montolivo, benché il suo apporto si sia quasi esclusivamente limitato all'interdizione, mentre confortante, per la continuità nelle due fasi, è stato il rientro di Criscito dopo la lunga assenza, per certi versi inaccettabile (grave infortunio a parte). Con lui e col prossimo recupero di De Sciglio, il problema del terzino sinistro dovrebbe avviarsi a soluzione, con buona pace degli encomiabili Pasqual, Antonelli e del declinante Balzaretti. Viceversa, in terra inglese, dopo l'intervallo si è vista un'Azzurra arrembante, capace di costruire palle gol in serie ma, purtroppo, di sprecarne buona parte. Un altro gradito ritorno, quello di Parolo, ha avuto tante luci ma anche qualche ombra: onnipresente, continuo e inesauribile, utile in copertura e bravo a liberarsi al tiro, ha mostrato però scarsissima lucidità nelle conclusioni, fallendo, palo a parte, un paio di banalissime occasioni da distanza ravvicinata. 
CANDREVA E GIACCHERINI VERSO IL BRASILE - Dal canto loro, Candreva e Giaccherini, le due sorprese della Confederations, stanno continuando ad esprimersi su livelli notevoli e ben difficilmente Prandelli negherà loro un posto fra i 23, nonostante il laziale perseveri nel manifestare una idiosincrasia al tiro a rete che risulta incomprensibile, avendo nei piedi il potenziale per fare malissimo (emblematica un'azione del primo tempo con la Nigeria, quando si è venuto a trovare con un ampio spazio per fare esplodere il destro e invece ha continuato a tenere palla e a cincischiare, consentendo infine ai nigeriani di neutralizzare il pericolo). L'intesa Rossi - Balotelli, sulla quale si appuntavano gli interessi del cittì, è migliorabile ma già buona: l'azione che ha portato al vantaggio a Londra, costruita sull'asse fra il milanista e il viola, ha fatto risplendere tutte le doti del duo: potenza fisica, controllo di palla, capacità di far salire la squadra e ispirare il gioco offensivo da parte di Mario; tempismo, velocità e precisione sotto rete per Pepito. A tutto ciò occorre dare continuità, ma al momento, nell'opzione tattica con l'attacco a due punte, questa coppia rappresenta l'unica soluzione plausibile: fino a pochi mesi fa avrei scommesso sul fatto che il posto di Rossi sarebbe toccato al El Shaarawy, ma l'involuzione del Faraone è stata colossale, pur se i mezzi non gli mancano per uscire dal limbo in cui è stato cacciato anche dalla difficile situazione del Milan. 
INVOLUZIONE POST EUROPEA - Tutto questo per quel riguarda la stretta attualità, Poi, come detto, c'è da tracciare un primo bilancio della fase premondiale, che però ha già molto di definitivo, in quanto prima delle convocazioni per il torneo iridato resta una sola amichevole (a marzo, in casa della Spagna per un altro tentativo di rivincita): è vero, ci sono ancora partite in abbondanza di campionato e coppe europee, ma serviranno solo a chiarire le idee sulle ultime sei - sette maglie da assegnare per il Brasile, mentre al momento non è sorto nessun nuovo astro in grado di far saltare il banco con una stagione sopra le righe. E 'stato dunque, come si diceva, un anno e mezzo contraddittorio, che non ha aiutato granché Prandelli. La bella Italia del suo primo biennio di gestione, frizzante, propositiva, senza paura, capace di tenere pallino, di creare gioco ed occasioni, si è via via annacquata e intristita. Ha vivacchiato sulle posizioni acquisite, ha forse tentato di diventare grande percorrendo la strada del pragmatismo, del fare risultato con pochi fronzoli e molta concretezza, ma vi è riuscita solo in parte. 
DIFESA IN AMBASCE - Il pragmatismo desiderato si è spesso rivelato, alla prova del campo, un affannoso aggrapparsi al golletto di vantaggio (vedi match decisivo con la Bulgaria) o un arroccarsi attorno alla difesa per evitare il tracollo (vedi la gara di Praga con la Repubblica Ceca). Non è certo questo che intendiamo per "squadra concreta": oltretutto, la nostra è una compagine che, in questa fase storica, non può pensare di impostare il suo gioco su un atteggiamento attendista, sulla copertura, in quanto la sua terza linea sta attraversando un prolungato momento di difficoltà. A far data dalla sciagurata amichevole con Haiti, lo score, inquietante, racconta di 22 reti subite in 13 gare, cifre che non sono certo da Nazionale di prima fascia. Blindate le corsie laterali (i citati Criscito e De Sciglio a sinistra, Maggio e Abate dall'altra parte), i problemi sono al centro: Barzagli e Bonucci sono  di alto livello, il problema è la continuità che li ha fatti incorrere, dalla Confederations in poi, in alcuni svarioni non degni della loro fama. Ranocchia sta recuperando le posizioni perdute, Ogbonna non pare ancora pronto, Chiellini ha ampia esperienza, coraggio e personalità ma anche una certa ruvidezza che fuori dei confini italiani non sempre viene perdonata (come accaduto nell'ultimo Real - Juve al Bernabeu).

                                              Criscito: ritorno convincente

Visto che gli uomini della retroguardia sono grosso modo gli stessi del primo biennio prandelliano, caratterizzato invece da una soddisfacente impermeabilità, è chiaro che il problema non stia tanto nella qualità degli uomini, né in un improvviso imbrocchimento degli stessi, quanto in sbalzi di rendimento eccessivi imputabili anche alla diminuita solidità complessiva della squadra, che da troppo tempo, lo ripeto, balbetta football con poche luci e molte ombre. Se il centrocampo torna a fare ciò che ha fatto egregiamente fino alla finale europea con la Spagna, cioè far girare palla, tessere trame, produrre gioco e tenere il controllo della gara, la retroguardia risulterà più protetta e, giocoforza, recupererà sicurezza; se invece continuerà a funzionare a singhiozzo e a lasciare troppo campo ad avversari anche modesti, le sofferenze dietro rimarranno, e nel contesto iridato verranno pagate a caro prezzo.
CENTROCAMPO DA RIDISEGNARE - Ferma restando l'imprescindibilità di De Rossi, uomo ovunque in grado di dare equilibrio a tutto il complesso, la sensazione è che il ritorno alla formula di Euro 2012, con Thiago Motta di nuovo titolare, non sia stata un gran trovata: nell'attesa di un pieno recupero di Montolivo, uomo chiave della gestione Prandelli non sempre esaltato come avrebbe meritato, la zona nevralgica ha bisogno della linfa giovanile, della vitalità, della corsa e dell'eclettismo dell'ottimo Florenzi di questa splendida stagione romanista, così come, qualche metro più avanti, bisognerà cercare di ritagliare uno spazio per Insigne, il quale, Rossi a parte, rappresenterebbe una variabile importante per una manovra offensiva ancora troppo legata agli estri di Supermario. Si è preso atto, come da secoli sottolineato su questo blog, che lo schieramento a quattro dietro è il più congeniale a questa squadra, dopodiché è giusto avere a disposizione più opzioni tattiche, ma sarebbe anche opportuno virare con decisione su una, massimo due formule, perché anche la continua sperimentazione di strategie ha fatto forse perdere un po' la bussola al team azzurro.
PROSPETTIVE MONDIALI - Dopo un avvio di stagione poco entusiasmante, e la perdita (grave e sottovalutata dai grandi media) della testa di serie, l'Italia è scivolata nelle gerarchie planetarie. Al momento è da quarto di finale, non di più, il che vuol dire poco o nulla, perché la Coppa del mondo spesso cambia le carte in tavola. Bisognerà presentarsi al top in quel mese, curare la preparazione in maniera più efficace di quanto sia stato fatto per la Confederations, azzeccare le convocazioni, creare l'atmosfera giusta nel gruppo, un calibrato mix fra serenità e voglia di stupire. Realismo, ci vuole, ma non pessimismo: preso atto di questa involuzione registrata a partire dalla seconda metà del 2012, ci son però tante sicurezze: c'è un'Italia che nei due appuntamenti più importanti fra quelli finora affrontati (Europeo e torneo premondiale l'estate scorsa) ha mostrato mentalità vincente, arrivando fino in fondo; c'è un gruppo non fenomenale ma di buon livello, che ha centrato quasi tutti gli obiettivi (a parte la citata testa di serie Mundial), a volte andando anche oltre le aspettative: un gruppo fatto di tanti buoni giocatori (e una rosa ampia in cui pescare, non poco in questi tempi di esterofilia spinta), di due - tre giovani interessanti e di altrettanti fuoriclasse di statura mondiale, i "vecchi" De Rossi e Pirlo e l'ultimo grido Balotelli. I citati secondi tempi con Germania e Nigeria, il ritrovato gusto del gioco e alcune scintillanti manovre di prima in velocità viste in entrambe le gare, fanno capire che le basi ci sono, non sono andate perdute, si tratta solo di rimettere a punto tutto il meccanismo. Forza e coraggio! 

martedì 3 settembre 2013

LE PAGELLE DEL CALCIOMERCATO 2013/14 - PRIMA PARTE: DALL'ATALANTA ALLA LAZIO

                                         Tevez, il fuoriclasse che mancava alla Juve

ATALANTA - Sono arrivati Yepes e Migliaccio, ossia garanzia di concretezza e affidabilità (e di grande eclettismo tattico, nel caso dell'ex palermitano), e Baselli è qualcosa di più di una promessa, centrocampista in grado di dispensare geometrie e buone invenzioni, ma il vero colpo è stato la conferma dei migliori delle ultime stagioni: da Consigli a Cigarini, da Lucchini a Denis e all'ultimo arrivato Livaja. Su tutti il genietto Bonaventura, che nell'anno che conduce al Mundial avrà uno stimolo in più per far bene: rimanere nel gruppo di Prandelli e, possibilmente, varcare l'oceano... Squadra sufficientemente solida in terza linea, buon mix di qualità e quantità nella zona nevralgica, potenziale esplosivo in avanti: salvezza fuori discussione, diremmo più che altro centroclassifica con possibilità di qualche inserimento a sorpresa in zona Europa League. 
BOLOGNA - Indebolito. I vuoti lasciati dalle partenze di due colonne come Taider e Gilardino non sono stati adeguatamente riempiti: in particolare, Rolando Bianchi è un discreto fromboliere, ma neanche lontanamente paragonabile all'attaccante della Nazionale, anche se la vicinanza di Diamanti potrebbe aumentarne la produttività e l'incisività nei momenti che contano. Ecco, tutto ruota attorno ad Alino: ha il Brasile nel mirino ed è pronto a una stagione monstre, ma non potrà togliere sempre le castagne dal fuoco da solo, e in questo Bologna il rischio di predicare nel deserto è elevato. Le certezze sono Morleo, Natali, Sorensen e Konè: francamente un po' poco, se non esploderà qualcuna delle new entry di fuorivia (Cristaldo, Cech, Laxalt...). E la porta chiede un guardiano affidabile: Agliardi e Curci non lo sono mai stati, difficilmente lo diventeranno adesso. 
CAGLIARI - Calma piatta, ed è un bene. Come ci riesca non è dato sapersi, ma anche quest'anno Cellino ha trattenuto sull'isola i suoi richiestissimi gioielli. E col sempre più autoritario Astori a comandare la difesa, Nainggolan e Conti a far legna e produrre manovre plausibili nel mezzo, Sau e Ibarbo a mettere a ferro e fuoco le linee difensive avversarie, centrare una tranquilla permanenza non dovrebbe essere un problema. Con il problema stadio in via di risoluzione (si torna al Sant'Elia), l'unica incognita potrebbe essere rappresentata dalle motivazioni dei big, che magari, dopo anni a lavorare nell'ombra, avrebbero desiderato recitare su palcoscenici più remunerativi. 
CATANIA - Dura, durissima ripetere le prodezze della passata stagione. Hanno salutato la compagnia due colossi autentici come Lodi, califfo di centrocampo, e Gomez, "spariglia - carte" offensivo, mentre è saltato in extremis il trasferimento in Qatar del folletto Barrientos. I sostituti? Tachtsidis, centrale potenzialmente di gran valore ma reduce da un'annata con più chiari che scuri, e Leto, scommessa argentina. Incognite autentiche, che potrebbero sfondare ma anche trapanare l'acqua, così come un salto nel buio va considerato anche il cavallo di ritorno Maxi Lopez, sfiorito a Genova e da ricostruire psicologicamente. Plasil? Cinque - sei anni fa sarebbe stato un acquisto extralusso, oggi deve dimostrare di non aver perso lo smalto internazionale di motorino illuminato della zona nevralgica. Certo, rimangono certezze come Andujar, numero uno della rappresentativa argentina, il veterano Legrottaglie, Izco, il cervello Almiron,  il centravanti Bergessio e il citato Barrientos, ma questi ultimi gireranno sempre a mille senza i due "super" di cui si è detto sopra? La permanenza in categoria potrebbe essere più sofferta del previsto, l'Europa è stato un sogno fuggevolmente accarezzato pochi mesi fa e destinato a rimanere tale. 
CHIEVO - Anche qui, come a Cagliari, non si è praticamente mossa foglia riguardo alla composizione della rosa, però è cambiato il manico, con un Sannino ansioso di riguadagnare il terreno perduto dopo l'impasse di Palermo, della quale ha avuto peraltro poche responsabilità (con lui in panca, il rendimento dei siciliani è stato più che accettabile, il disastro si è consumato in sua assenza). Il mercato ha portato l'esterno Lazarevic, talentino di scuola Genoa da anni in rampa di lancio, e il giovanissimo attaccante Improta, anche lui in orbita rossoblù e fresco di debutto con gol nell'Under 21. Sulla carta arrivi di secondo piano, che potrebbero però ritagliarsi spazi importanti strada facendo. Per il resto si riparte dal blocco storico: Puggioni e Sardo, Dainelli e Frey, Rigoni ed Hetemaj: nulla di eccezionale, che però l'anno scorso è bastato per la salvezza, anche perché davanti Thereau e Paloschi hanno saputo mirabilmente sintetizzare la scarna produzione di gioco del complesso. Ecco, alla vena del francese e dell'ex milanista sono affidate in larga parte le chance di sopravvivenza dei clivensi. 
FIORENTINA - La squadra entra nell'orbita scudetto sulle ali di una campagna di rafforzamento sontuosa, ancorché "squilibrata", e soprattutto di un 2012/13 esaltante sul piano dei risultati e del gioco prodotto, scintillante e moderno, con Montella "mini Guardiola" nostrano. La forza è nell'attacco, che con Gomez e Rossi trova due punte di statura mondiale. A loro sostegno un centrocampo scolpito nel granito, miscela esplosiva di forza fisica e raffinatezza tecnica: Aquilani, Borja Valero, Pizarro, Ambrosini, Ilicic, roba di lusso: filtro, ordine tattico e fantasia per far decollare la manovra verso vette di assoluta qualità; in più, due esterni devastanti come Cuadrado e il ritrovato Pasqual. Campagna "squilibrata", si diceva: la difesa non pare in effetti all'altezza del resto della compagine: Gonzalo Rodriguez e Savic danno buone garanzie, ma è un po' pochino, specie pensando che dietro a loro c'è un portiere come Neto, non certo un'iradiddio. Tanto valeva tentare un recupero del buon Viviano... In conclusione: per il tricolore è ancora presto, ma è attrezzata per cominciare a respirare l'aria dei quartieri altissimi.

                                             Gomez, nuovo puntero viola
   
GENOA - L'inizio di stagione è stato oggettivamente agghiacciante, ma insisto nel mio ottimismo, perché non si può, come ha fatto la Gazzetta dello sport un paio di settimane fa, considerare "depotenziata" una compagine che ha in rosa due nazionali (Antonelli e Gilardino), uno che nel gruppo di Prandelli potrebbe starci senza scandalo (Lodi), uno che azzurro lo è stato di recente e dà ancora buona affidabilità (Gamberini), due giovani azzurrini fra i più promettenti (Perin e Bertolacci) e altri elementi di categoria che danno da sempre ampie garanzie di continuità di rendimento (Manfredini, Portanova, Matuzalem). Il ritorno di Gila e l'acquisto di Lodi sono due colpi che, li avessero messi a segno squadre di più alto rango "economico", se ne sarebbe parlato per giorni: il bomber vorrà difendere con le unghie e coi denti il posto in Nazionale, l'ex Catania è un vero e proprio uomo - squadra, un costruttore di gioco in grado di creare una quantità potenzialmente infinita di soluzioni offensive. Antonini porta esperienza e versatilità, Vrsaljiko ha fatto un precampionato eccellente, mostrando grande efficacia in copertura come negli sganciamenti. E Perin ha il carattere e la spavalderia per non risentire delle tempeste pescaresi, con in più la chioccia Bizzarri a proteggergli le spalle. Sono infine arrivati i tanto sospirati esterni alti, Stoian e Centurion, interessanti prospetti ma non certezze assolute. Liverani in panca è un azzardo, ma il materiale per migliorare ampiamente la deludente posizione dell'anno scorso c'è, eccome. A dir poco discutibile, in chiusura di mercato, la gestione del caso Gilardino (parte, non parte, vuole andare, non vuole andare: uno dei punti fermi della rosa rimasto in bilico fino all'ultimo secondo...). 
INTER - Non è da scudetto, e la campagna acquisti non è stata all'altezza di una squadra che avrebbe il dovere di cancellare le brutture dell'ultimo, orrido torneo. Gli unici arrivi di autentica sostanza sono quelli di Campagnaro e Taider, comunque gente che non porta un'impennata qualitativa autenticamente significativa. I Rolando e i Wallace, i Belfodil e gli Icardi sono classe media e nulla più, stupisce in particolare il can can mediatico attorno agli ultimi due, attaccanti normali e che devono ancora dimostrare tutto: la speranza, in tal senso, è che Milito torni in piena efficienza e che Palacio rimanga ai suoi consueti livelli, e poi che Ranocchia si riappropri delle sue misure di difensore tempista e inflessibile e che i vari Juan Jesus, Guarin e Kovacic esplodano. L'autentico fuoriclasse della compagnia è il neo trainer Mazzarri, uno in grado di trarre il 110 per cento da ogni gruppo che gli viene messo a disposizione: soprattutto in lui sono riposte le speranze di un veloce riavvicinamento ai valori di vertice del nostro calcio. 
JUVENTUS - Poco da dire: forte era, forte è ancor di più dopo questo calciomercato. Tevez è un campione autentico che dovrebbe risolvere gli imbarazzi offensivi di natura... europea della Vecchia Signora, Ogbonna e Llorente due alternative di gran lusso, in particolare l'ex torinista sgomiterà per ritagliarsi un posto al sole, essendo un altro degli azzurrabili per Brasile 2014: la vicinanza di colossi autentici del reparto come Barzagli, Bonucci e Chiellini dovrebbe favorirne una ulteriore crescita in personalità ed efficacia. Il precampionato ha portato l'esplosione definitiva del satanasso Pogba, centrocampista moderno e universale come la certezza Vidal, mentre c'è un Marchisio che deve recuperare un po' di terreno dopo una fase non felice, soprattutto sul piano della brillantezza atletica. E poi tante certezze, da Buffon e Pirlo e a Lichtsteiner, un Vucinic che accanto a Tevez dovrebbe esaltarsi e affinare la mira, Giovinco e Quagliarella pronti a cogliere scampoli micidiali. Sì, sarà difficile portarle via lo scudo. 
LAZIO - Marchetti e Candreva ripartono da una stagione mostruosa, che li ha proiettati su livelli di eccellenza assoluta. Ci sono ancora le star Hernanes e Klose, il dinamico tuttofare Lulic (l'uomo della Coppa Italia), la rivelazione Onazi, ed è arrivato il nazionale argentino Biglia, centrocampista di gran sostanza, che assieme a Ledesma va a formare una cerniera di enorme peso. Si attende il recupero del giovane e quotato Felipe Anderson, mentre sussiste qualche dubbio (confermato dal doppio cappotto di marca juventina) sulla tenuta di una difesa che, portierone a parte, si aggrappa ancora a Dias e Biava, da tempo affidabilissimi ma non eterni. In sintesi, può migliorare il piazzamento dell'ultimo anno, ma non puntare al bersaglio grosso. 

mercoledì 16 gennaio 2013

GIUSEPPE ROSSI IN... VIOLA: LA SERIE A RITROVA UN CAMPIONE VERO


Il calcio italiano sta per riabbracciare uno dei suoi più grandi campioni, apripista internazionale e portabandiera dei giovani talenti nostrani faticosamente emersi nei primi anni Duemila. La Fiorentina ha riportato in Serie A Giuseppe Rossi, e, al di là delle tante voci, spifferi e indiscrezioni destinate a susseguirsi nei prossimi giorni, e spesso destinate a sfociare nel nulla, quello messo a segno dai toscani resterà uno dei colpi più importanti, se non il più importante in assoluto, del mercato di gennaio 2013. Un'operazione che va al di là del suo significato contingente per il club dei Della Valle, ossia di investimento sul futuro più che di rinforzo per il campionato in corso: Rossi, lo ricordiamo, è tuttora ai box per via di una lesione ai legamenti del ginocchio destro, di tornare in campo se ne parlerà, forse, fra febbraio e marzo, probabilmente troppo tardi per dare un contributo sostanzioso alla rincorsa Champions del team di Montella, ultimamente fattasi un po' più affannosa.  No, il ritorno di Giuseppe è qualcosa di più: significa riallacciare il filo di un discorso che era stato brutalmente interrotto dal destino, un discorso... "azzurro" prima ancora che "viola". 
L'AZZURRO DEL FUTURO - E sì: sembra passato un secolo, eppure, prima delle esplosioni di Balotelli ed El Shaarawy, era proprio il talentino italo - americano ad incarnare più di ogni altro il futuro del calcio italiano, la speranza più concreta a cui aggrapparsi per una Nazionale in grado di mantenersi ad elevati livelli di competitività. Rossi, il baby prodigio del Manchester United; Rossi, che assaggiò il nostro massimo campionato solo per una mezza stagione, la seconda metà del torneo 2006/07, più che sufficiente per trascinare, coi suoi nove gol, il Parma a una salvezza che pareva davvero problematica, dopo i miseri dodici punti del girone di andata. Rossi che poi se ne andò in Spagna, al rampante Villarreal dei tempi, continuando a infilare portieri nella Liga e in Europa.
Il compianto Enzo Bearzot lo soprannominò "Pepito", per accostarlo in qualche modo a un altro grande Rossi che fece le sue fortune da CT azzurro, il Pablito del '78 e dell'82. Due fuoriclasse d'attacco per certi aspetti simili, ma diversi nella sostanza tecnica: entrambi rapidi e guizzanti, ma il Rossi del Duemila non ha certo l'inimitabile rapinosità sotto porta, i riflessi fulminei, la capacità di cogliere in una frazione di secondo l'attimo fuggente del gol che possedeva il suo illustre predecessore. In compenso, è un giocatore più manovriero, dal raggio d'azione più ampio (Paolo viveva essenzialmente per dare il meglio nei sedici metri finali, anche se i suoi movimenti senza palla e le sue intuizioni per i compagni erano nettare per la riuscita del gioco offensivo), dotato di maggiori soluzioni per il tiro a rete, compresa la conclusione dalla lunga distanza. Come classe complessiva nei piedi, beh, diciamo che più o meno siamo sugli stessi livelli, elevati assai per entrambi... 
LIPPI E IL MONDIALE MANCATO - Per Pepito la Nazionale maggiore era un traguardo inevitabile: arrivò a metà 2009, giusto in tempo per giocare da protagonista (due reti per lui) la Confederations Cup, peraltro chiusasi negativamente per l'Italia. Quell'Italia campione del mondo in carica che Lippi non seppe rinnovare adeguatamente in vista della kermesse iridata del 2010: Rossi avrebbe dovuto rappresentare un punto fermo del processo di svecchiamento, e invece non superò la pre-convocazione e venne lasciato a casa, oltretutto al culmine di una delle sue stagioni migliori. Uno dei tanti, inammissibili errori compiuti dal cittì nella preparazione della spedizione in Sudafrica, con risultati che, ahimè, tutti ricordiamo. Pepito venne poi, come logica voleva, ripescato da Prandelli per il suo progetto di rilancio azzurro, e il ragazzo si mise in ottima evidenza proprio nella fase in cui la nuova Italia, dopo i primi mesi sperimentali, cominciò a "sbocciare", diciamo dalla famosa amichevole di Dortmund con la Germania del febbraio 2011, da me più volte citata in questo blog (fu lui, non a caso, a realizzare la rete del pareggio). 
COME ROBY BAGGIO - Ecco, questo era stato Giuseppe Rossi, il nuovo Golden boy del calcio italiano, l'uomo a cui affidare, tanto per cominciare, le speranze di una buona riuscita ad Euro 2012, se la sfortuna non si fosse accanita su di lui a partire dall'autunno del 2011, fra gravi infortuni e tremende ricadute. Riprendere dopo una tale odissea non è facile per nessuno, e le incognite sono tante; la domanda classica è: sarà ancora quello di prima? Ci vorranno settimane di rodaggio e di paziente attesa, in casa viola lo sanno. Ma la medicina ha fatto passi da gigante, il giocatore è clinicamente guarito, deve solo ritrovare pian piano i ritmi agonistici e superare le ovvie paure dei primi ruvidi approcci coi difensori.
Ce la può fare: pensi all'esempio di un altro ragazzo all'apparenza timido, spaurito e indifeso, ma nella realtà forte come un leone caratterialmente e fisicamente: Roby Baggio, anche lui perseguitato da gravi incidenti nella prima parte della carriera e in quella finale, ma sempre poderosamente risorto, forte come e più di prima. Sì, la Fiorentina ha fatto un affare e del resto, prima o poi, la Dea Bendata deve pur rivolgere uno sguardo di favore ai suoi figli un po' più tartassati. E in chiave azzurra, il rientro di Pepito accrescerebbe il ventaglio di carte offensive a disposizione di Prandelli, nell'attesa che Balotelli trovi finalmente pace interiore ed esteriore. Bentornato Pepito: prenditi il tempo che ti serve, e poi facci sognare come ai vecchi tempi. 

giovedì 5 luglio 2012

DOPO EURO 2012 - DOSSIER ITALIA: E' DAVVERO L'ORA DEI GIOVANI

                                      Cesare Claudio Prandelli: sarà ancora azzurro

Il dolceamaro dopo - Europeo azzurro si è aperto con una buona notizia: Prandelli resta sulla panchina italiana. Bene così: dopo le dichiarazioni dei giorni scorsi del nostro cittì, si rischiava seriamente una ripetizione della traumatica vicenda Zoff. Il riferimento è a ciò che accadde all'indomani di Euro 2000, quando Dino - Mito lasciò la Nazionale dopo la famosa sconfitta con la Francia al golden goal (ma lo fece per motivi extracalcistici, legati a tristi dichiarazioni berlusconiane, almeno così disse), e la nostra squadra vide bruscamente interrotta la sua crescita impetuosa e apparentemente inarrestabile: quell'Italia, nata fra mille diffidenze, strada facendo aveva trovato una inquadratura perfetta e un assetto funzionale, e soprattutto si era formata al suo interno quella impagabile "aurea bearzottiana", quel clima di totale e assoluta dedizione alla causa, fedeltà e fiducia nella figura del tecnico, unità di intenti e solidità di spogliatoio che fu una delle basi del trionfo mondiale dell'82. 
CIRO, PERCHE'? - 2000 e 2012, uomini e situazioni diverse ma al contempo simili, e per fortuna con epilogo diverso. Giusto così: non si lasciano i progetti a metà, soprattutto se questi progetti sono bene avviati. E il pensiero, al proposito, non può non correre alla scelta di Ciro Ferrara: artefice di un lavoro di eccelsa qualità alla guida dell'Under 21 azzurra, che però ha deciso di mollare (oltretutto a qualificazione europea non ancora raggiunta, ma non è questo il punto) per tornare a sedersi sulla panchina di un club, nella fattispecie la Sampdoria. Non è un evento di poco conto: il richiamo della Serie A è parso irresistibile all'ex difensore di Napoli e Juve, un'opportunità da mettere assolutamente davanti alla possibilità di modellare e far crescere i giovani talenti italiani del futuro. 
Fuori discussione il ruolo della società blucerchiata, che giustamente ha fatto i suoi interessi e si è assicurata un tecnico che evidentemente stima; qui si sta parlando della mentalità che continua a pervadere tutto il movimento calcistico italiano, caratterizzando anche quei suoi rappresentanti, come appunto Ferrara, che dovrebbero essere preposti alla difesa e alla valorizzazione delle selezioni nazionali, e che invece le Nazionali le mettono sempre in fondo alla lista delle priorità. 
GIOVANI E NAZIONALE AL PRIMO POSTO - Perché il punto focale, per il futuro azzurro, è proprio questo, un nervo scoperto evidenziato dai tormenti pre - finale di Prandelli e dal cambio di rotta di Ciro (al quale, a scanso di equivoci, auguro i migliori successi in quel di Genova). Da anni, ormai, gli interessi del calcio di club hanno preso largamente il sopravvento su quelli delle Nazionali, in tutto il mondo. Però c'è modo e modo, e qui da noi francamente si è esagerato: eppure, in un momento di crisi come questo, un momento in cui le nostre società hanno perso competitività finanziaria (e conseguentemente sportiva) sul palcoscenico internazionale, l'unica scelta di buonsenso sarebbe quella di un rilancio in grande stile dei settori giovanili, e il loro conseguente sfruttamento per innalzare il valore tecnico delle rappresentative azzurre, in primis la maggiore. Ma il buon senso da tempo non abita più né in Federazione, né in Lega.  
NON SIAMO SECONDI IN EUROPA - Se Prandelli ha deciso di restare dopo tanti tentennamenti, la speranza è che lo abbia fatto in seguito a opportune rassicurazioni ricevute: il meraviglioso secondo posto europeo, che resterà nella memoria e negli albi d'oro con evidenza ben maggiore rispetto alla scoppola rimediata in finale, non equivale, lo sappiamo bene, a un secondo posto del calcio italiano nella sua globalità di sistema. Certo, non è una novità: tante volte la squadra azzurra ha ottenuto risultati superiori al valore contingente del nostro football, l'esempio più lampante è quello di Spagna '82: Paolo Rossi e compagni in trionfo a Barcellona e a Madrid, i club italiani sistematicamente eliminati nei primi turni delle Coppe e il nostro massimo campionato considerato uno dei meno spettacolari del Vecchio Continente. E' altresì innegabile che qualcuno ha sicuramente esagerato nel dare patenti di decadenza, mediocrità o addirittura scarsezza al pallone di casa nostra, perché in fondo la classifica UEFA parla chiaro: non saremo più i primi, ma siamo pur sempre nei primi cinque. 
ABETE, FAI SUL SERIO? - Tornando a bomba: non si è deciso di rilanciare i vivai dopo la batosta di Sudafrica 2010, tanto che Prandelli ha dovuto fare i salti mortali per trovare dei giovani che fossero davvero pronti per il massimo palcoscenico continentale. Lo si riuscirà a fare adesso, sulle ali di una "quasi vittoria" che rischia invece di far addormentare tutti sugli allori? Abete ha dato segni di risveglio, a parole, ma c'è da fidarsi? La citata Under di Ferrara e l'ultima stagione calcistica, in A e soprattutto in B, han portato alla ribalta verdi talentini su cui varrebbe davvero la pena puntare: perché le qualità ci sono e sono evidenti, certo devono essere svezzati, va data loro la possibilità di confrontarsi col calcio di alto livello, di sbagliare e di imparare dai propri errori. Impossibile in un football iper professionalizzato come il nostro, si dice: falso, perché in altri "football iper professionalizzati" lo si è fatto, con coraggio e convinzione: Germania, soprattutto, e Spagna sono un esempio, come lo fu la Francia degli anni Novanta.

                                     Destro: uno dei cardini della Nazionale del futuro


ALTRA ONDATA DI STRANIERI... - Io continuo a pensare che la svolta epocale potrà esserci solo commissariando questa Federazione e pensionando questa Lega. Un atto di forza, perché se speriamo che si possa cambiare in quattro e quattr'otto la mentalità di chi regge le sorti del calcio italiano, vertici istituzionali e di società, stiamo freschi. Mentre Prandelli lanciava da Kiev il suo grido di dolore, i nostri presidenti e i loro direttori sportivi erano già impegnati nella solita caccia al "fenomeno parastatale" di fuorivia: un'altra ondata di brasiliani, argentini e chi più ne ha più ne metta, giovani privi di esperienza ad alto livello e mai visti all'opera sui palcoscenici europei, sta per abbattersi sul nostro campionato. 
Come non detto, si potrebbe concludere. E titolari subito, a zavorrare i loro nuovi club di appartenenza e ad abbassare ulteriormente il tasso qualitativo del nostro torneo, già seriamente pregiudicato dalle importazioni degli ultimi anni. Eppure, questa ricerca al di fuori dei confini diventa sempre più difficoltosa: spesso, non appena una nostra squadra adocchia uno straniero, si inseriscono nella trattativa i nuovi ricchi del calcio mondiale, dai russi agli arabi, che puntualmente riescono a portarsi a casa l'oggetto del desiderio, alla faccia dei nostri squattrinati presidenti. Ma nemmeno questa frustrante situazione riesce a farli desistere dal forsennato inseguimento di rinforzi (?) oltreconfine. 
Un po' di colpa l'hanno anche i tifosi, parliamoci chiaro: passi avanti non ne hanno fatti, dai primi anni Ottanta, quando vennero riaperte le frontiere e i campioni stranieri sembravano davvero delle divinità. Ancora oggi, girando per il web, trovi appassionati che vanno in brodo di giuggiole non appena l'esperto di calciomercato di turno gli sventola davanti il possibile acquisto di qualche improbabile nome esotico. Quegli stessi tifosi sono ancora convinti che Destro sia un bluff, solo perché ogni tanto sbaglia quei gol che, alla sua età, sbagliava anche Vialli, per dire. Davvero non riesco a spiegarmi quest'ansia esterofila da parte dell'utente calcistico, e questo continuo sottovalutare e sminuire le risorse della nostra scuola calcistica, che fra alti e bassi rimane di primo piano. 
SUBITO DENTRO I GIOVANI - Alle corte: in una situazione del genere, urge prendere di petto il problema. La Nazionale maggiore tornerà in campo ad agosto, contro l'Inghilterra. Non sarà disponibile la colonna portante della squadra argento europeo, il blocco juventino, in quei giorni impegnato a Pechino per la Supercoppa italiana. Ebbene, si colga la palla al balzo per un gesto concreto e significativo: si sperimenti, lanciando fra i titolari i giovani emersi prepotentemente nell'ultima stagione, e non invece ricorrendo a seconde e terze scelte di campionato come fece Donadoni per il suo debutto contro la Croazia, dopo il Mondiale 2006.
Si dia un seguito alla rivoluzionaria pre - convocazione europea (di cui avevo parlato qui), quella che aveva portato in Nazionale addirittura un giocatore di B, l'ottimo Verratti. Si forzi la mano ai vertici del calcio e ai dirigenti dei club, adottando un modus operandi già sovente utilizzato con l'Under 21: cioè si dia fiducia e ampio minutaggio azzurro ai nostri ragazzi prima che lo facciano le società, in modo che queste ultime, hai visto mai, si scuotano e prendano esempio. E se proprio le nostre società non ci sentono, che questi ragazzi se ne vadano in massa all'estero, dove invece c'è chi li apprezza e li valorizza (si parla di sirene francesi, ovviamente PSG, per Verratti, e russe per Astori).
E PER ITALIA - INGHILTERRA DI AGOSTO... - Un esempio di formazione per la sfida canicolare con gli inglesi: Sirigu, Abate, Ranocchia, Astori, Ogbonna, Nocerino, Schelotto, Verratti, Montolivo, Destro, Borini. Possibili alternative di lusso: Acerbi, Insigne ed El Shaarawy. Un eccesso? No, per quanto mi riguarda. E' un test, probante e impegnativo ma pur sempre un test, l'ideale per cominciare a fare immergere questi ragazzi (con l'opportuna guida di alcune "chiocce" presenti in Polonia e Ucraina) nel clima delle grandi sfide, senza correre il rischio di bruciarli. La trovo un'opportunità unica, persino facile, con pochissime controindicazioni. Poi, rientreranno i bianconeri e tornerà protagonista Balotelli (e, si spera, anche Giuseppe Rossi), e si potranno tenere in rosa i debuttanti facendoli crescere con calma, inserendoli nell'undici titolare gradualmente, consentendo così un approccio non traumatico col calcio d'élite: ma intanto saranno lì, a disposizione e già pronti al 70-80 per cento. Un po' di coraggio ci vuole: altrimenti, come per la generazione dei Montolivo e dei Giovinco, quando i giovanissimi di oggi avranno 26-27 anni saremo ancora ad aspettare che esplodano, e li chiameremo "emergenti". Mai più! 

giovedì 3 maggio 2012

VERSO EURO 2012: QUALI SARANNO I CONVOCATI DI PRANDELLI?



Mentre sta spegnendosi nella tristezza una delle più squallide edizioni della Serie A, inquinata da veleni di ogni tipo, funestata da violenza, tensioni, scandali e quant'altro, con classifiche sub judice per via delle inchieste in corso, attendiamo come una boccata di ossigeno le prove della nostra Nazionale a Euro 2012, nella speranza che gli azzurri possano contribuire a dare una ripulita alla compromessa immagine internazionale del nostro calcio. Manca poco più di un mese all'evento, cerchiamo allora di... anticipare le mosse del CT Prandelli, azzardando qualche pronostico sui magnifici ventitré che saranno chiamati a difendere i colori italiani.
PORTIERI - Qui le scelte paiono già abbastanza delineate. Nonostante la paperissima col Lecce, roba da torneo amatoriale, Buffon rimane il numero uno indiscusso, anche se, complici gli infortuni e gli anni che passano, le prodezze da "miglior guardiano al mondo" sono ormai un ricordo. Dietro di lui c'è De Sanctis, affidabile dodicesimo, mentre il terzo a rigor di logica dovrebbe essere Sirigu, protagonista di un'ottima stagione nelle file del Paris Saint Germain e quindi arricchito anche da un'importante esperienza all'estero in una squadra di caratura internazionale. Marchetti, dopo l'anno di pausa forzata, è tornato ai livelli pre Sudafrica 2010 e ha tolto molte castagne dal fuoco alla Lazio, Viviano ha recuperato prima del previsto dal grave infortunio di inizio stagione e, passato al Palermo, a sprazzi ha fatto balenare le doti che gli avevano consentito di inserirsi con merito nel giro azzurro, ma per entrambi il tentativo di ritorno nel gruppo è rimandato alle qualificazioni mondiali. 
DIFENSORI - A destra Maggio, da anni uno dei migliori esterni europei per continuità di rendimento, pilastro del Napoli (non reclamizzato come il famoso trio delle meraviglie dell'attacco partenopeo), dovrà guardarsi dalla concorrenza dello straripante Abate, che col Milan ha trovato la stagione della consacrazione; a sinistra, nel biennio di eliminatorie continentali si è ottimamente distinto Balzaretti, inesauribile sul piano fisico e continuo in fase di spinta, ma il campionato russo dovrebbe restituire a Prandelli un Criscito (scudettato con lo Zenit San Pietroburgo) più maturo e determinato del ragazzino troppo spesso timido visto all'opera nel suo primo scorcio di carriera azzurra.
Al centro si dovrebbe partire con Ranocchia, che rimane il più talentuoso della nuova generazione di difensori italiani, anche se ha pagato con un brusco calo di rendimento la deludente stagione dell'Inter, e con Chiellini, che in mezzo rimane sempre una garanzia mentre ha perso l'abitudine a giostrare sulla fascia mancina. Dietro di loro, tre giocatori che si contendono verosimilmente due posti: Bonucci sembrava in ribasso, ma nella parte finale della stagione si è ripreso e ha ritrovato anche la micidiale efficacia sotto porta; c'è Barzagli che è tornato ai fasti palermitani, pedina imprevedibilmente fondamentale per la Juve, ma c'è anche l'emergente Ogbonna, perfettamente a proprio agio nel debutto di Genova contro gli States. Difficile dire chi la spunterà, ma il giovane torinista noi non lo lasceremmo a casa, può diventare un cardine del prossimo biennio e cominciare a fare esperienza all'Europeo non potrà che fargli bene. Non ci sarà spazio per Astori, ma rimane un buon prospetto: se tutto va bene, se ne riparlerà dopo l'estate.

                                          Marchisio, punto fermo del centrocampo azzurro

CENTROCAMPISTI - Gli intoccabili sono Pirlo (fenomenale la sua stagione juventina, la speranza è che non arrivi in Polonia eccessivamente spremuto), lo straripante Marchisio, prototipo del centrocampista moderno, dinamico, di buon fisico e ottima tecnica, generoso e abilissimo negli inserimenti, e un Montolivo che, nel tormentato torneo della Fiorentina, ha mostrato una personalità in crescendo, e nel ciclo azzurro di Prandelli ha raramente deluso. L'uomo nuovo è Nocerino, motorino inesauribile, uomo di quantità ma, quest'anno, anche formidabile realizzatore: impossibile rinunciarvi. Ci sarà spazio per Thiago Motta, pedina tattica di grande utilità, e per De Rossi, che se in forma e mentalmente libero può ritrovare le sue migliori misure.  Difficile, anche se non impossibile, possa trovare un angolino Aquiliani, che pure nelle sue presenze in azzurro non ha mai demeritato: la sua stagione milanista è stata tutto sommato discreta, d'accordo, ma ancora una volta ha mancato l'appuntamento col salto di qualità che, pure, i suoi mezzi tecnici gli consentirebbero. Non ci sembra abbia attualmente le potenzialità per incidere in una grande competizione come l'Europeo. Crede ancora nella convocazione Mauri, che pur fra mille triboli (infortuni e voci sul calcioscommesse) ha forse disputato il suo miglior campionato, condito di assist e gol.

                                             Il giovane Borini, rivelazione stagionale
                                             
ATTACCANTI - Gravissimo il forfait di Giuseppe Rossi, uno dei pochi giocatori in grado di dare alla manovra offensiva la classica marcia in più, oltretutto dall'alto di una già considerevole esperienza internazionale. Recuperato invece Cassano, il quale peraltro, una volta superato brillantemente il serio problema cardiaco, si trova davanti all'ultimo bivio della sua carriera: vista anche l'età non più verdissima, o svolta adesso, diventando finalmente decisivo e risolutivo (cosa che mai gli è successa, agli alti livelli), o mai più.
Stante l'indisponibilità di Pepito, e per scongiurare il rischio di doversi affidare solo alle mutevoli lune del barese, la speranza è che Prandelli non si lasci prendere troppo la mano dal "codice etico" rinunciando alla  convocazione di Balotelli, che, fra mattane e comportamenti da immaturo (peraltro sovente ingigantiti ad arte dai media), resta il nostro terminale offensivo potenzialmente più devastante: fisico che spacca, personalità in rilievo e colpi di classe e di istinto in grado di sbloccare le partite più spinose. Ad occhio e croce, dovrebbe rivelarsi assai utile lo splendido Giovinco, fantasista - fromboliere, protagonista di un'annata monstre che lo ha visto trascinatore del Parma, balzato soprattutto grazie a lui a livelli di rendimento impensabili, visti gli evidenti limiti tecnici della squadra gialloblù. E Pazzini? Ha sempre fatto parte del progetto prandelliano, ma la sua stagione è stata al limite dell'imbarazzante: nonostante ciò, sarebbe oltremodo sorprendente vederlo fuori dal listone dei ventitré.
Mentre pare prematuramente tramontata la stella di Osvaldo, l'uomo dell'ultima ora sarà quasi sicuramente Fabio Borini, la più grande rivelazione della Serie A 2011/12, fattosi trovare prontissimo al primo vero impatto col calcio che conta e assai positivo anche al primo assaggio di Nazionale, nell'amichevole di Marassi con gli americani. Non ci stupiremmo di vederlo addirittura schierato titolare, se non in avvio di torneo quantomeno nel prosieguo. Rimarrebbe un posto a disposizione, sempre che Prandelli non decida invece di allargare la schiera dei difensori e dei centrocampisti: se lo giocheranno, crediamo, Matri, spesso chiamato dal cittì ma declinante nella Juve del girone di ritorno, e l'impagabile Di Natale, cannoniere di classe e spaventosa prolificità, il quale peraltro non ha partecipato alle qualificazioni europee ("Lo conosco bene, so quanto vale", la spiegazione standard del tecnico per giustificarne le mancate convocazioni nel biennio) e inoltre, nei precedenti grandi tornei a cui ha preso parte (Euro 2008 e Sudafrica 2010), ha mostrato di non avere grandissimo spessore internazionale, quanto a personalità ed efficacia. E tuttavia, per quello che sta continuando a fare in patria un'ultima chance la meriterebbe. Staremo a vedere... 

giovedì 1 marzo 2012

DOPO ITALIA - STATI UNITI: LA NAZIONALE PEGGIORE, URGONO BALOTELLI E ROSSI

Irritante, più che preoccupante. E' questa la sensazione, comunque sgradevole, lasciata dalla Nazionale "genovese", fallimentare su tutti i fronti, checché ne dica un Prandelli ottimista forse solo per... necessità mediatica.  Irritante, perché è mancato totalmente l'approccio mentale alla gara. Su questo blog, si è più volte scritto che l'attuale rappresentativa azzurra è sì inferiore a tante edizioni del passato, ma è comunque un buon gruppo, con individualità di assoluto spessore, nonostante il momento un po' così della scuola italiana; non essendo squadra di fenomeni, tuttavia, non può permettersi di affrontare una qualsivoglia gara senza rabbia, voglia, concentrazione: in quel caso può perdere o fare figuracce con chiunque. 
NON SONO PIU' CENERENTOLE - Non che gli Stati Uniti fossero gli ultimi arrivati, per carità. Nel corso degli anni Duemila la loro crescita calcistica è stata sensazionale, con punte di eccellenza nel Mondiale 2002 (quarti di finale) e in quello del 2010 (ottavi di finale): nelle due circostanze, tanto per dire, risultati superiori a quelli contemporaneamente ottenuti dalla nostra Nazionale, fermatasi agli ottavi in Corea e addirittura al primo turno in Sudafrica. Insomma, affrontare gli americani oggi non è come quando li si affrontava venti o trenta anni fa. Ciò non toglie che si tratti di compagine comunque abbordabile, da parte di un'Italia in condizioni perlomeno decenti. 
L'ITALIA PIU' BRUTTA - Torniamo dunque al punto di partenza. Non riesco a interpretare la soddisfazione finale del CT se non come dichiarazione di facciata, per evitare lo svilupparsi di inopportune tensioni all'avvicinarsi di un appuntamento importantissimo per il nostro calcio, un Europeo dal quale non ci aspettiamo una vittoria, ma di certo un pieno riscatto di risultati e di immagine dopo lo scempio lippiano all'ultimo Mondiale. Oppure si è trattato di una reazione sincera ma "drogata" da quanto avvenuto nell'ultimo quarto d'ora, l'unica fase giocata dai nostri, se non con ordine e lucidità, quantomeno con rabbia e voglia di fare. Per il resto, sul prato di Marassi miracolosamente rimesso a nuovo in poche ore (ma quanto durerà? Visti i precedenti, non è che ci sia molto da sperare) gli azzurri hanno fornito la loro prestazione forse peggiore, da quando questa rappresentativa è "sbocciata", ossia da quel pareggio amichevole in Germania che personalmente ho sempre considerato il vero punto di partenza di questa fase di rinascita. Da allora, ed era il febbraio 2011, la nuova Italia aveva quasi costantemente espresso caratteristiche ben precise: aggressività, voglia di imporre il proprio gioco, voglia di cercare la trama ben elaborata, a volte anche a scapito della concretezza; e poi, personalità via via sempre più in rilievo anche al cospetto di avversari di primo piano (i tedeschi o la Spagna) o in ambienti infuocati (in Serbia nell'autunno scorso). 
Ieri sera, nulla di tutto ciò si è visto: una partenza incoraggiante, con Matri che portava scompiglio davanti a Howard, poi un'occasionissima per Thiago Motta, che da posizione centrale concludeva di potenza addosso al portiere; uno di quegli episodi che possono decidere in negativo una gara: se fosse entrato quel pallone, la squadra avrebbe forse giocato con maggiore scioltezza e portato a casa il risultato, ma non può valere come scusante, visto che dopo quell'opportunità costruire qualcosa di decente in zona gol è diventato pressoché impossibile. Come spesso accade ai nostri, quando si trovano di fronte a difese spicce e ben rimpolpate cadono in confusione e, complice la mancanza di fantasia, non riescono a trovare uno spiraglio che sia uno. Da questo punto di vista, tutto prevedibile, tutto già visto, con in più l'aggravante della caduta sistematica nella trappola del fuorigioco (sette volte in tutto il match, anche se in un'occasione Giovinco è stato forse fermato a sproposito), segno di scarsa capacità di leggere la partita sia da parte di chi stava in campo, sia da parte del tecnico. 
Ma, al di là dell'aspetto tattico, si è visto proprio, lo ripeto, l'atteggiamento mentale sbagliato: squadra "loffia", poco reattiva, troppo lenta nell'elaborazione e nell'esecuzione delle poche idee gettate nella contesa; poco concentrata, e lo stesso Buffon, pur non essendosi macchiato di "papera" autentica, non è parso un fulmine di guerra sul diagonale precisissimo ma tutt'altro che forte di Dempsey, che è valso la vittoria agli States (a proposito: sperimentare per sperimentare, non si poteva concedere una prova a Sirigu, che tanto bene sta facendo nel Paris Saint Germain?). Che il problema sia stato anche e soprattutto di questa natura, lo dimostra l'arrembante quarto d'ora finale, quando, pur senza lucidità e con troppo disordine, i nostri si sono scossi dal torpore gettandosi in avanti all'arma bianca e, con un pizzico di precisione in più, avrebbero potuto cogliere quantomeno il pari. Che sarebbe stato meritato soprattutto dai nuovi entrati, i quali hanno letteralmente rivitalizzato la squadra. 
PROSPETTIVE TATTICHE - E qui si entra nel discorso tattico, da fare in prospettiva: perché nel finale della gara di Genova si è visto che questa compagine non può assolutamente fare a meno di Montolivo, che sarà discontinuo ma ieri ha subito illuminato la scarna manovra nostrana, con un tiro dal limite a lato di pochissimo e un bell'assist per De Rossi. Lo stesso De Rossi, recuperato fisicamente e mentalmente, rimane ancora, per spessore tecnico e mentale, un uomo chiave del centrocampo e della squadra, mentre occorre riflettere sul ruolo di Thiago Motta (troppo a ridosso delle punte non rende). Le fasce sono state un altro tasto dolente: Maggio più intraprendente ma enormemente impreciso, Criscito al solito troppo timido in Nazionale, dove ha mostrato finora sì e no il 30-40 per cento delle sue potenzialità. Nel finale, Abate ha portato spinta e agonismo sulla destra, mentre dall'altra parte le prestazioni fin qui fornite da Balzaretti dovrebbero quantomeno garantirgli la partenza da titolare, a Euro 2012. Al centro, Ogbonna ha mostrato piedi ancora da educare, ma coraggio e personalità, nonché buona concretezza in copertura. Da insistere su di lui, in ogni caso fondamentale il recupero di Ranocchia. 
LE DOLENTI NOTE DELL'ATTACCO - L'allarme rosso, al momento, è per l'attacco. Qui però bisogna intendersi: questa Italia non può assolutamente rinunciare a Balotelli, e l'averlo tenuto fuori per rispettare uno strano codice etico dopo che il ragazzo aveva già scontato una lunga e salutare squalifica in Inghilterra (e dopo che nemmeno una reprimenda verbale è stata riservata, per dire, a Buffon, dopo le sue infelici uscite post Milan - Juve) ha avuto il sapore del tafazzismo. Mario è fondamentale, così come diventa quasi... vitale recuperare Giuseppe Rossi, più di Cassano: senza il furetto del Villarreal, a parer mio le chances di far bene in Polonia e Ucraina calano di molto. Tutto il resto è opinabile: Pazzini sta scontando il momento no della sua squadra,altrimenti un gol come quello sbagliato a Napoli domenica per lui sarebbe solitamente di una facilità disarmante: ritrovando serenità, ritroverà pure il fondo della rete; Matri può essere una buona alternativa, Giovinco ieri ha fatto tanto movimento e altrettanta confusione, ma è stato di gran lunga il più deciso e incisivo nei primi scoraggianti 70-75 minuti azzurri. L'ingresso di Borini è stato una sferzata di vitalità e di .... tremori per la difesa "stars and stripes": come detto, il ragazzo ha il piglio del veterano e tanta fame, e il fatto che stia vivendo una inattesa annata di grazia lo deve far tenere in grande considerazione: potrebbe essere una di quelle sorprese "last minute" che spesso sono risultate decisive nella storia mondiale ed europea degli azzurri. 

domenica 9 ottobre 2011

UN'ITALIA "QUASI" EUROPEA

Per mezz'oretta, è stata già un'Italia da Europeo: spietata, autoritaria, sicura di sé, in poche parole "adulta". Partite come quella di venerdì sera al Marakanà rappresentano la dimostrazione di quali ancora siano, nonostante la cattiva gestione politica e finanziaria, i disagi dei vivai e l'invasione straniera che sta soffocando le nuove leve nostrane, le enormi potenzialità del nostro movimento calcistico, della nostra scuola. Si badi, non si sta parlando qui della caratura tecnica della squadra azzurra: ho già scritto, e lo ribadisco, che abbiamo avuto, eccome, Nazionali più forti di questa. Il riferimento è alle risorse di talento e di classe in dote al nostro calcio, che in una congiuntura così critica come quella attuale hanno comunque permesso un rinnovamento dei ranghi tale da portarci a una resurrezione fragorosa, a poco più di un anno da uno dei più colossali disastri nella storia della nostra rappresentativa. 
Quindici mesi fa, subito dopo il Mondiale, i più pessimisti parlavano di anno zero per il nostro calcio, i più ottimisti dicevano che, pur dovendosi attendere un miglioramento, sarebbe stato difficile rivedere l'Italia su livelli decenti in tempi brevi. La squadra di Prandelli, invece, ha bruciato le tappe. Il 2011 è stato un anno di esami superati: c'era quello, fondamentale, della qualificazione europea, perché puoi crescere finché vuoi ma se non ottieni risultati tutto viene vanificato; e poi c'era quello, ben più importante in prospettiva, della valutazione della caratura internazionale del gruppo azzurro. Caratura internazionale ridotta ai minimi storici dalla seconda, sciagurata gestione Lippi.
Dopo gli impacci della prima fase della nuova era, culminata nell'orrida amichevole di Klagenfurt con la Romania (saggio di non gioco all'ennesima potenza), il test di febbraio a Dortmund con i tedeschi ha fatto scattare la scintilla: al cospetto di una delle Nazionali al momento più forti al mondo (dopo il Mondiale, la conferma nello strepitoso ruolino di marcia nel girone di qualificazione europeo, fatto di sole vittorie), i nostri hanno sfoderato gli artigli, giocando a testa alta e senza paura e strappando un meritato pareggio in rimonta. Il gruppo ha assunto una fisionomia tecnica e tattica definita e ha visto sbocciare prepotentemente la propria personalità, liberandosi nel contempo dell'enorme carico psicologico ereditato dai disastri mondiali: dopo, tutto è venuto di conseguenza. Le vittorie in Slovenia e Ucraina, l'affermazione agostana sulla Spagna, il successo qualificazione ostinatamente inseguito e alfine raggiunto nel retour match con gli sloveni a Firenze e, a coronamento, il pari di Belgrado. Tutti risultati ottenuti mai rinunciando al gioco, che magari procede a strappi e non sempre attinge vette di eccellenza, ma c'è, si vede, e si vede la volontà della squadra di voler manovrare, costruire, senza più affidarsi a soluzioni caotiche ed estemporanee. 
Torniamo dunque al punto di partenza: al Marakanà, la prima mezz'ora è stata giocata su livelli che, già da ora, ci consentirebbero di affrontare il viaggio in Polonia e Ucraina con legittime speranze. Autorevolezza, concretezza, carattere. Giocatori senza più tremarella al cospetto dei grandi impegni internazionali (la crescita impetuosa di Marchisio ne è il miglior emblema), capaci di reggere alla pressione di un ambiente caldo e ostile con la forza dei nervi distesi. Si dirà: con la qualificazione in tasca si gioca più tranquilli. Già, ma con la qualificazione in tasca si può anche andare su certi campi a sbracare e a prendere sonori ceffoni. In circostanze ambientali oggettivamente sfavorevoli e contro una compagine comunque di buona grana tecnica, i nostri hanno esercitato un predominio tattico e di manovra evidente, a tratti irretendo perfino l'avversario. 
Poi, non essendo ancora al livello delle grandi, è chiaro che non potesse durare. Germania  e Spagna, già qualificate, hanno vinto sui campi di grosse squadre che si giocavano tutto o quasi, Turchia  e Repubblica Ceca. A noi, questo killer instinct ancora manca, ma la sensazione è che stia prendendo forma. Il resto l'ha fatto la furia serba, di fronte alla quale del resto sono andate in difficoltà, in passato, anche compagini azzurre più scafate di quella attuale (penso all'Italia del Trap del 2003, evocata nel mio precedente post, o a quella bearzottiana che nell'81, da quelle parti, soffrì le pene dell'inferno, uscendo indenne grazie alle prodezze di Zoff). 
Rimane, a parte il punto, un patrimonio prezioso da salvaguardare. Un patrimonio di mentalità e personalità. E qualche problema tattico e tecnico da risolvere: Chiellini, ad esempio, è meglio che ritorni al centro, perché sulla fascia non è più in grado di fornire quello sprint nelle proiezioni che sanno dare Criscito e Balzaretti. Il centrocampo si sta rivelando la sorpresa più piacevole di questa Italia: è necessario però che gravi meno lavoro sulle spalle di questo splendido Pirlo,  e che Montolivo si assuma più responsabilità e lavori più palloni: ha le doti per diventare un autentico califfo della zona nevralgica, è cresciuto molto ma da lui è lecito attendersi ancora di più. Detto di un Marchisio cursore e incursore devastante, c'è un attacco che deve concretizzare di più: a Belgrado si poteva andare sul 2-0, Rossi in azzurro continua a sbagliare troppo sotto porta, ma il suo contributo di vivacità e di soluzioni offensive resta fondamentale. Abbinarlo ad attaccanti leggeri come Cassano però non è il massimo, secondo me: Pazzini e Balotelli meritano la maglia da titolare, Matri rimane una eccellente alternativa e il cittì crede molto in Osvaldo, a proposito del quale non si comprendono le perplessità sulle sue origini: il ragazzo è italo - argentino e ha già fatto parte della nostra Under 21, perché mai non potrebbe giocare nella rappresentativa maggiore? 
In vista di Pescara, ha ragione il tecnico a non voler rivoluzionare la formazione, per non rischiare l'effetto Cipro (l'ultima partite delle ultime eliminatorie mondiali, che Lippi, già qualificato, affrontò con un undici inedito rischiando una sconfitta storica, prima che Gilardino gli togliesse le castagne dal fuoco), ma c'è la necessità di far crescere l'esperienza internazionale di giocatori che potranno venir utili, come Sirigu, Astori, Aquiliani e Giovinco.