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venerdì 16 agosto 2013

ITALIA - ARGENTINA, OVVERO UN'OCCASIONE SPRECATA

                                         De Rossi: meglio nel mezzo che in difesa

E' consentito un pizzico di (innocua) cattiveria nel mare di buonismo che ha avvolto i giorni di Italia - Argentina? Ecco, lasciatemelo dire: la settimana azzurra così com'è stata concepita, all'insegna di celebrazioni, udienze e benedizioni papali, ulivi piantati nel bel mezzo del prato dell'Olimpico e quant'altro, non ha rappresentato il modo migliore di approcciarsi a un test potenzialmente probante come quello contro la Selecciòn di Sabella. Del resto era prevedibile: i più "anziani" ricorderanno l'amichevole con la Svizzera dell'ottobre 1982, sempre  a Roma, pochi mesi dopo il trionfo Mundial. Anche all'epoca, nei giorni precedenti, grandi feste, la visita al Quirinale per il saluto di Pertini, premiazioni, medaglie: poi, al momento di scendere in campo, squadra svuotata e fuori fase, con la testa altrove perché fino a quel momento a tutto aveva pensato fuorché all'impegno agonistico, e puntuale figuraccia, ossia sconfitta interna alla prima uscita dopo l'impresa spagnola. 
Siamo dunque davanti all'ennesima occasione persa: si affrontava una delle rappresentative più competitive del momento (fanno testo la classifica Fifa, la qualificazione mondiale quasi raggiunta e il tasso di classe elevatissimo), opportunità unica per crescere, acquisire personalità internazionale, sperimentare uomini nuovi e alternative tattiche. Ma non c'erano la testa, la concentrazione necessarie, lo spirito per fare tutto questo, o almeno provarci: inevitabile, quando a una partita vengono attribuiti significati extracalcistici così profondi (ed encomiabili, per carità), tali da far passare in secondo piano, se non annullare, il contenuto tecnico della sfida. 
COME IL GIUBILEO DEL 2000 - Chiariamo: nulla di male (anzi) nel desiderio di omaggiare il nuovo, acclamatissimo Pontefice, abbinando all'occasione un colossale spot per la fratellanza e per una interpretazione più umana e meno affaristica dello sport professionistico; ma se lo scopo era questo, sarebbe bastato allestire un match - esibizione come quello dell'ottobre 2000, in occasione del Giubileo, fra la Nazionale di Trapattoni e una All Stars di stranieri del nostro campionato: un incontro a carattere accademico, dal tasso agonistico pressoché nullo e senza uno straccio di emozione, senza falli e senza palle gol. Se invece si mette in calendario, ad aprire la stagione che condurrà alla Coppa del Mondo, un'amichevole di tale spessore, è delittuoso non sfruttarla adeguatamente. Liquidiamo subito il discorso relativo alla preparazione ancora approssimativa dei nostri: valeva anche per i biancocelesti, che sono invece parsi di un altro pianeta. Ma il divario di valori fra Italia e Argentina non è quello visto all'Olimpico romano, anzi, azzardo e dico che al momento attuale il divario non esiste proprio, i sudamericani non sono più forti degli italiani, lo testimoniano il rendimento medio e i risultati colti dall'Azzurra negli anni di gestione prandelliana. 
LO SPIRITO DI DUE ANNI FA - Più che altro, mercoledì scorso è balzata agli occhi la differenza con un'altra amichevole ferragostana, quella con la Spagna a Bari, due anni fa. Una splendida prestazione di Montolivo e compagni, coronata da un meritato e prestigioso successo. Si respirava un'aria inebriante, attorno a quella Nazionale: l'aria frizzante e vitale che accompagna le giovani squadre in sboccio, protese al raggiungimento di traguardi importanti. Era un'Italia che stava diventando grande, dopo gli impacci delle prime uscite ufficiali post Sudafrica, che stava acquisendo uno status internazionale di tutto rispetto, che ai risultati aveva imparato ad abbinare un gioco di buona qualità e uno spirito sbarazzino nell'affrontare anche gli impegni più duri. A dimostrazione del fatto che certe amichevoli non sono inattendibili, se affrontate con l'atteggiamento giusto, gli incoraggianti segnali emersi in quella notte pugliese vennero poi confermati nelle sfide ufficiali, in un crescendo che portò la nostra selezione a uno splendido e inatteso secondo posto a Euro 2012. 
Oggi, due anni dopo, quel clima di fiducia e di speranza, quella tensione al miglioramento continuo, non si percepiscono più, o comunque sono molto annacquati. Spiace dirlo, ma le sensazioni trasmesse dall'incontro di due giorni fa sono le stesse lasciate da buona parte delle sfide azzurre della stagione post Europei: la Nazionale, una volta riconquistato un buono standard di prestigio mondiale, pare essersi fermata, non riesce a compiere l'ultimo passo verso l'acquisizione di una dimensione da "grande squadra". Vivacchia, certo più che dignitosamente, sui livelli faticosamente raggiunti nel. primo biennio, e da lì non sembra più in grado di spostarsi. Lo testimonia il fatto che da un anno denunciamo gli stessi limiti, le stesse défaillance di una compagine che non ha ancora trovato una inquadratura tattica stabile, che continua a concedere troppo in difesa e che in avanti non riesce a concretizzare in proporzione alla mole di gioco creata, mancando drammaticamente di killer instinct, soprattutto al cospetto dei colossi del football planetario. E ciò fa rabbia, perché il gruppo di Prandelli ha dimostrato, anche dopo Kiev, che i mezzi tecnici e mentali per compiere il definitivo salto di qualità li avrebbe eccome, basti pensare  alle prestazioni di marzo contro il Brasile e di giugno in Confederations con la Spagna. Per tutto il resto, la stagione 2012/13 ha regalato un tran tran accettabile (le sfide mondiali contro Armenia e Danimarca, l'esordio brasiliano contro il Messico) e tanti, troppi appuntamenti che hanno fatto arrossire, pur venendo confortati da risultati positivi (i due incontri con Malta, quello in Repubblica Ceca, la fortunosa affermazione sul Giappone...). 

                                            Osvaldo: molto fumo e poco arrosto

IL TEMPO STRINGE - Il gala con l'Argentina non ha fatto altro che inserirsi in questo trend piatto e inquietante. Sì, inquietante, perché il piccolo cabotaggio di cui sopra potrebbe anche bastare nel settembre di fuoco che attende i nostri, ma non ci giureremmo fino in fondo: la qualificazione  a Brasile 2014 è ancora da conquistare, e Bulgaria e Repubblica Ceca ci han già fatto soffrire nei match di andata. Ma anche ammesso che si riuscisse a "scollinare" con successo questo duplice impegno (e io credo di sì, a scanso di equivoci), dopo ci vorrà qualcosa di più, e il tempo per limare i limiti congeniti di questa nostra rappresentativa, bella ma a volte un po' troppo leggerina, comincia ad assottigliarsi. Ecco perché, e ritorniamo al punto di partenza, appuntamenti di sostanza come quello dell'Olimpico si dovrebbero ben altrimenti sfruttare, al di là del loro significato simbolico. 
I DUBBI SU DE ROSSI E VERRATTI - Peccato, perché gli spunti di interesse non mancavano, in primis il ricorso a De Rossi come centrale in una difesa a quattro e le chiavi del centrocampo di fatto consegnate a Verratti. Gli esiti non sono stati esaltanti: il romanista ha offerto buoni spunti individuali, ma il rendimento collettivo del reparto non è parso affatto beneficiare della sua presenza, anzi. Il buon Daniele può tornare utile, in posizione arretrata, solo come perno di una terza linea a tre, nel quale può fungere tatticamente da centromediano metodista all'antica o da libero moderno come poteva essere il compianto Scirea, altrimenti è meglio restituirlo alla zona nevralgica, dove in azzurro è spesso un'iraddiddio, visto che la difesa può contare su interpreti testuali del ruolo di sicuro affidamento, dai titolari Barzagli, Bonucci e Chiellini (per quanto quest'ultimo viva sempre sul confine fra pulizia di gioco e fallosità, e non rappresenti pertanto il massimo della sicurezza) agli attuali rincalzi Ogbonna, Astori e Ranocchia. 
Capitolo Verratti, un "beniamino" di questo blog: su Note d'azzurro ne ho sempre sottolineato il talento e l'importanza per il futuro del Club Italia, in qualità di maggiore indiziato a prendere in mano le redini del centrocampo nell'ormai imminente "dopo Pirlo". Con onestà, debbo però sottolineare che finora, con la  maglia della Maggiore, il giovanotto del PSG non ha mai convinto appieno, e quella con l'Argentina è stata forse la sua prova peggiore, soprattutto per timidezza tattica: Montolivo, per dire, pur non brillando ha fatto meglio di lui, con alcuni spunti degni di nota in copertura e in fase di impostazione. Insomma, è vero che Verratti finora di spazi non ne ha avuti moltissimi, ma è anche doveroso attendersi da lui, in questa stagione, una decisa impennata di personalità e di rendimento. Quella che ha già manifestato Insigne, con un atteggiamento propositivo e intraprendente e un gol che ne sintetizza la sua sicurezza da veterano, in uno scampolo di partita che ne ha certificato l'imprescindibilità per la Nazionale di oggi e di domani. 
ANTONELLI DA RIVEDERE - Sul resto, poco da dire: Antonelli è cresciuto strada facendo, sfiorando anche il gol del pari in un finale in cui peraltro tutta la squadra italiana ha preso a girare a ritmi accettabili, ma in precedenza aveva... brillato per scarsa incisività e approssimazione di tocco. Merita comunque un'altra chance. Centrocampo in soggezione costante, e prima linea che dovrà lavorare molto per ovviare alla doppia assenza, a Palermo con la Bulgaria, di Balotelli e Osvaldo: peraltro l'italo - argentino, rientrato come previsto nel giro azzurro (qualcuno aveva sostenuto che la sua esclusione punitiva dalla Confederations Cup ne avrebbe sancito l'addio definitivo al Club Italia), ha fatto molto fumo e poco arrosto, riuscendo raramente a liberarsi per il tiro. Sempre più urgente il recupero psicologico di El Shaarawy, mentre attendiamo da questa annata pre Mundial anche il decollo definitivo di Borini e di Destro e il rilancio in grande stile di Pepito Rossi. La splendida prova di Marchetti, infine, alimenta un interrogativo già più volte posto su queste pagine: perché dare così poco spazio ai "secondi" di Buffon, che avrebbero bisogno di fiducia e di minutaggio internazionale per essere  pronti alla bisogna in caso di malaugurate flessioni o forfait del titolarissimo? 

lunedì 1 luglio 2013

CONFEDERATIONS CUP: AZZURRI, I PIU' E I MENO. LE COSE DA FARE DI QUI AI MONDIALI


                                               De Sciglio: promosso a pieni voti

Il bilancio azzurro della Confederations Cup tende decisamente più al chiaro che allo scuro. Eppure, Prandelli e i suoi ragazzi tornano a casa con una valigia zeppa di contraddizioni: perché se il terzo posto conclusivo può essere considerato il premio ideale, né troppo generoso né troppo avaro, alla luce dell'altalenante rendimento mostrato nelle cinque gare, è comunque un bronzo che lascia spazio a più di un rimpianto, guardando alle ultime tre uscite. Già, perché i nostri, le poche volte che si sono potuti avvalere di una discreta brillantezza atletica, hanno mostrato di essere molto vicini alle massime espressioni del football mondiale: l'ultima mezz'ora col Brasile giocata in lucido forcing e con piglio sbarazzino, la Spagna euromondiale presa a pallonate (mi si perdoni il gergo da bar sport...) per un tempo e poi controllata comunque agevolmente, prima del crollo fisico nei supplementari, e dulcis in fundo la prima frazione della finalina con l'Uruguay, giocata in maniera tatticamente impeccabile e con buona fluidità offensiva, tanto che un 2 a 0 all'intervallo ( si pensi alle occasioni mancate da Candreva ed El Shaarawy) non sarebbe stato bugiardo...
PREPARAZIONE DA RIVEDERE - Qui iniziano le dolenti note. Perché le eccellenti fasi di gioco prima descritte sono state quasi del tutto vanificate da troppo esigue riserve di energie. Ecco dunque l'interrogativo: dove saremmo potuti arrivare, con il serbatoio della benzina pieno? Sia la Spagna sia l'Uruguay si sono potute "riappropriare" di partite da cui l'Italia le aveva perentoriamente cacciate fuori solamente grazie al nostro calo nella seconda parte degli incontri. Il fatto che l'esito conclusivo sia stato diametralmente opposto nei due casi rientra nella...  logica illogica dei rigori di spareggio, che, lo ripeto, per me rimangono una colossale lotteria.
Il problema non è di poco conto: l'impressione è che la preparazione atletica azzurra di questa Confederations non sia stata condotta in maniera impeccabile, perché, parliamoci chiaro, il caldo torrido, l'umidità e la stagione fitta di impegni sono handicap che hanno accompagnato tutte le rappresentative più prestigiose in lizza, parse tutte enormemente più pimpanti della nostra, la quale, parole del cittì, ieri pomeriggio a partita inoltrata avrebbe avuto necessità di sette - otto cambi: inaccettabile. Qualcosa non ha funzionato, dunque, e guai se la cosa si ripetesse fra dodici mesi. 
MANCA SEMPRE IL KILLER INSTINCT - Al di là di questo, anche nei periodi di maggiore brillantezza fisica ha fatto capolino un limite congenito della Nazionale di Prandelli, già emerso troppe volte in passato: la mancanza di killer instinct, l'incapacità di chiudere il conto nel momento in cui si è in vantaggio (Messico, Uruguay), o di trarre almeno una rete dell'enorme mole di lavoro offensivo costruita (Spagna). Senza cattiveria, senza praticità, non si può essere considerati una grande squadra, e questa Azzurra ancora non lo è. Per diventarlo, deve dunque abbattere quest'ultima barriera, e deve anche, come avevo anticipato nei giorni scorsi, rinfrescare un po' i suoi ranghi.
Per quanto le indicazioni del torneo brasiliano debbano essere prese col beneficio d'inventario sul piano della valutazione dei singoli, stante lo stato atletico deficitario di molti, ci sono però delle posizioni da analizzare con attenzione: Maggio e Chiellini, ad esempio, hanno chiuso in vistoso crescendo, ma in precedenza si sono mostrati spesso impacciati, approssimativi in giocate anche semplici, e tale discontinuità di rendimento, sinonimo di inaffidabilità sulla lunga distanza, non è propriamente il massimo su cui puntare per un torneo articolato e complesso come il Mondiale. Aquilani, che pure ieri è parso dignitoso in un contesto, quello italiano della parte conclusiva della finalina, assolutamente dimesso, continua ad essere troppo timido nell'approccio, un "né carne né pesce" tattico e tecnico, un uomo che non sposta equilibri e non aggiunge alcun quid, così come, davanti, un Giovinco sempre velleitario, sempre avulso dal gioco. Anche Montolivo ha raramente brillato, limitandosi a un lavoro di quantità con pochi spunti in fase creativa, ma per lui il discorso è diverso: la lunga e positiva militanza azzurra e la buonissima annata rossonera depongono a suo favore, però guai ad abbassare la guardia... 
LARGO AGLI UNDER - Ma occhio anche alle indicazioni positive: perché ad esempio Giaccherini e Candreva, visti a tratti letteralmente straripanti, dovrebbero avere un posto garantito fra i 23 per Brasile 2014, ma sono giocatori che, essendo giunti solo di recente ai vertici del rendimento, dovranno fornire importanti conferme nel corso della prossima stagione. Discorso diverso per gente come Barzagli, De Rossi (straordinario uomo ovunque anche ieri, prima che le energie gli mancassero definitivamente) o Pirlo, che da dimostrare hanno ben poco e che fra un anno, a meno di imprevisti, saranno nel gruppo, ma hanno bisogno di alternative già pronte, anche per il logorio dovuto all'età non più verdissima. Per questo, continuo a pensare che almeno quattro o cinque degli Under di Mangia avrebbero dovuto essere in Sudamerica, e non in Israele, ma l'ingresso stabile in rosa di Verratti, Florenzi, Insigne, Borini, e, perché no, Donati, non è più rinviabile, così come saranno da tenere d'occhio alternative quali Ranocchia, Ogbonna, Poli, Bonaventura e Sau. Insomma, ampliare la rosa dei "titolari possibili" per evitare di cadere in certi pericolosi equivoci del passato, come quando, alla vigilia dei mondiali '74, si riteneva di avere un'Italia altamente competitiva, sulla scorta di alcuni illusori risultati conquistati nel 1973, mentre il declino degli eroi di Messico '70 era già in corso e non si provvide a rinfrescare drasticamente il telaio della formazione. 
BUFFON, EL SHAARAWY E... - Eccessiva la tempesta scatenatasi su Buffon, non impeccabile in alcuni interventi ma spesso decisivo nella stagione azzurra, per tacere dei tre penalty neutralizzati ieri. Però perché non dare spazio a Sirigu nemmeno nella finale per il terzo posto? Quando potranno fare minutaggio internazionale i successori designati di Gigi? De Sciglio ha confermato, al di là del rigore fallito che non fa testo, di avere acquisito personalità da veterano: difende con profitto e spinge con continuità, un pizzico di precisione in più sui cross e sarà quasi perfetto, fermo restando che col rientro di Criscito potrebbe essere dirottato a destra e formare una coppia di esterni bassi di assoluto valore.
Infine, El Shaarawy: inutile farsi domande su quale sia il suo effettivo problema, solo chi è all'interno degli staff di Milan e Nazionale può saperlo, le cose che si leggono in giro per il web sono solo squallide illazioni di gente che deve avere una vita ben triste.... Difficoltà di maturazione? Può succedere (come per Santon qualche anno fa, prima lanciatissimo e poi rientrato nei ranghi, salvo riemergere solo di recente), ma allora bisognerà lavorare di cesello soprattutto sul piano psicologico, perché il savonese è un talento dalle enormi potenzialità e va salvaguardato a qualsiasi costo. Contro l'Uruguay, ha mostrato inspiegabili deficit di concentrazione che gli hanno fatto sbagliare giocate elementari, ma anche qualche confortante ritorno di fiamma offensivo, con due occasionissime mancate di poco e l'ultimo rigore trasformato con freddezza. 

mercoledì 19 giugno 2013

DA KIEV A GERUSALEMME, SPAGNA SEMPRE TROPPO FORTE. MA CHE BELLA LA GIOVANE ITALIA DI MANGIA!

                                            Borini: gol all'Olanda e alla Spagna

Una dolcissima maledizione. E' quella che ha perseguitato il calcio azzurro negli ultimi due anni: essere sempre l'ultimo ostacolo a frapporsi fra la Spagna e un trofeo. Essere gli ultimi a cedere, gli ultimi irriducibili avversari delle Furie Rosse... più furiose che mai: essere i più bravi in Europa, dopo di loro, sia fra i giovani sia fra gli... adulti. Da Kiev 2012 a Gerusalemme 2013 la musica, in buona sostanza, non è cambiata: il problema è che quando arrivi fino in fondo, e ti guadagni il diritto a sfidare gli "stratosferici", è altissimo il rischio di incorrere in piccole grandi figuracce.
L'anno scorso, per i ragazzi di Prandelli, la figuraccia fu soprattutto nel punteggio, per una squadra che aveva già fatto più di quanto ci si potesse aspettare arrampicandosi fino alla finale continentale, e che però si approcciò male a quel fascinoso impegno, e lo gestì ancor peggio in corso d'opera (ai tempi, ne scrissi così). Oggi, lo smacco per la nostra Under 21 è stato più che altro sul piano del gioco, e a tal proposito non devono... esaltare più di tanto i soli due gol di differenza maturati alla fine fra le due rappresentative, visto che nelle battute conclusive i fenomeni di Lopetegui han rallentato il ritmo e sposato una sterile accademia, consentendo ai nostri di farsi sotto e di chiudere comunque con sommo onore la loro avventura. 
DUE ARGENTI ONOREVOLI - Vicecampioni: c'è chi, in passato, ha deriso questa espressione ("Chi sarebbero i vicecampioni? Quelli che fanno gli onori di casa quando i campioni vanno in bagno?", scrisse un bel dì un celeberrimo opinionista). La realtà è chiaramente diversa: in certi tornei, raggiungere la semifinale è un grossissimo successo, e tutto ciò che viene in più, dopo, è tanto di guadagnato. Una medaglia d'argento vale tantissimo, perché in finale ci si è comunque arrivati, e una finale può essere decisa anche da eventi aleatori, che c'entrano solo in parte con i meriti e i valori tecnici. I due argenti azzurri 2012 - 2013, poi, valgono ancora di più: i nostri rappresentanti di ieri e di oggi hanno ceduto contro due compagini che sono espressione del momento in assoluto più felice, prospero, efficace di sempre del football spagnolo. Non è una questione di sistemi di gioco, di modo di stare in campo, di ragnatele di passaggi e di tiki taka: è il materiale umano che è di prim'ordine. Classe sopraffina, palleggio ai limiti della perfezione, intelligenza tattica, velocità, capacità di far correre il pallone. Un esempio di cosa voglia dire plasmare con sapienza i campioni  del domani. Certo, poi ci vuole anche fortuna, perché i grandi cicli, nello sport, li fanno i fuoriclasse: ma se è vero che gli Iniesta e gli Xavi non nascono tutti i giorni, forse il calcio spagnolo rappresenterà un'eccezione anche in questo, visto che i Thiago Alcantara e gli Isco che stanno emergendo sembrano avviati a ripercorrere le orme degli illustri e pluridecorati colleghi. 
UNA DELLE PIU' BELLE UNDER AZZURRE - Recriminazioni per l'Italia, dunque? Beh, la sensazione, al di là delle piccole défaillance contingenti, degli errori difensivi, dei cali atletici e via dicendo,  è che, a Gerusalemme come a Kiev, fosse impossibile capovolgere il rapporto di forza. La Nazionale di Mangia, come un anno fa quella di Prandelli, aveva, questo sì, i mezzi per rendere meno netta la sconfitta (il 2 a 4, lo ripetiamo, è comunque dignitosissimo), meno evidente la differenza di valori, ma sempre sconfitta sarebbe stata. L'unico rimpianto è, semmai, di carattere storico: questa Under azzurra, lo dico senza tema di smentite, è una delle più forti di tutti i tempi. Forse solo la splendida compagine del grande Azeglio Vicini, biennio 1984 - '86, si può considerare superiore a questa, sul piano del tasso di classe, della personalità, della quantità di elementi di valore assoluto. E' una squadra, questa, che avrebbe stravinto buona parte degli Europei di categoria disputatisi fino al 2009, ossia prima della deflagrazione di questa generazione di fenomeni in maglia rossa, con la quale ha avuto la sfortuna di condividere la sua traiettoria agonistica. 
Il team impostato da Ciro Ferrara (che errore abbandonare il lavoro coi giovani!) e perfezionato dall'ex tecnico del Palermo ha comunque segnato una cesura importante, nell'accidentato percorso recente del calcio italiano: perché ha imposto ai nostri club di prima fascia una parziale inversione di tendenza, dopo anni di ostracismo ai prodotti del nostro vivaio in favore dell'esperienza di ultratrentenni imbolsiti o del dubbio talento di stranieri improbabili. Sono talmente validi, questi ragazzi, che alcuni di loro sono riusciti a ritagliarsi, pur fra mille diffidenze, posti da titolare in Serie A (per non parlare degli "emigranti di lusso" Verratti e Borini). Hanno giocato molto, nelle ultime due stagioni, ma ancora non abbastanza, se si pensa invece all'esperienza addirittura internazionale già maturata da diversi elementi delle Furie Rosse. Ma nella prossima stagione, ad esempio, come potrà Insigne non diventare un uomo cardine del nuovo Napoli di Benitez?

                                      Mangia: ottimo lavoro alla guida dell'Under 21 

BARDI, BIANCHETTI, VERRATTI E... - La classe pura, il dinamismo, l'estro messo al servizio della squadra: doti che il folletto napoletano ha nitidamente fatto balenare nel corso della spedizione israeliana, fin quando le condizione fisica lo ha sorretto. E l'Euro Under 21 ci ha fatto scoprire anche un Bardi reattivo e capace di decisive prodezze (soprattutto contro l'Inghilterra e poi ieri, a limitare il passivo). La difesa, che veniva considerata la parte debole della fuoriserie azzurra, ha mostrato ieri un Bianchetti inesauribile, tempista, sempre presente a coprire le falle che la manovra spagnola inevitabilmente apriva nel tessuto della nostra squadra, mentre nelle gare precedenti Donati e Caldirola avevano sfoderato puntualità e autorevolezza nelle due fasi. Nel mezzo, per un Florenzi onnipresente (anche ieri, prima di cedere alla fatica, è stato fra i più continui e aggressivi, tanto da ritrovarsi sui piedi due palle gol) e un Marrone visto sciorinare visione di gioco, precisione e predisposizione al sacrificio prima di essere cancellato da un infortunio nel match iniziale, qualche perplessità ha destato Verratti: intendiamoci, Europeo sufficiente, ma lo si è visto sempre troppo "rintanato" a ridosso della difesa, troppo preso a fare filtro, mentre lui è un centrocampista completo che dovrebbe caricarsi sulle spalle il peso della manovra anche in fase di impostazione. Per un lavoro di pura quantità bastano anche elementi con piedi meno "nobili". 
Rimango del parere che per il campioncino del Paris Saint Germain, come per Florenzi, come per lo stesso Insigne, avrebbe avuto più logica la partecipazione alla spedizione della Maggiore per la Confederations: un'esperienza essenziale per cominciare a inserirsi nel gruppo dei grandi, e vivere atmosfere, problematiche  e situazioni tecniche simili a quelle di un Mondiale, osservando da vicino campioni fatti e finiti e cominciando a ritagliarsi spazi preziosi sul terreno di gioco. Comunque per loro è solo questione di settimane, così come dovrebbe presto rientrare nel giro prandelliano quel Borini già parte della rosa azzurra a Euro 2012 e in lenta risalita dopo i tanti infortuni: per lui, due gol nelle ultime due gare in Israele, pur con un'autonomia ridotta. Altri seguiranno: occhio a quelli già citati e anche al guizzante e fantasioso Saponara, che avrà l'occasione Milan, e a Gabbiadini, dalla sventola mancina potente e mortifera. 
SPAGNA, DITTATURA DEL GIOCO - In definitiva, un'Italia che trova nel secondo posto continentale la sua collocazione ideale, al momento il massimo a cui potesse aspirare. Per capire come fosse impossibile salire sul gradino più alto, una semplice riflessione: il team di Devis Mangia ha quasi sempre giocato, in questo biennio, un calcio frizzante, gradevole, di iniziativa, ha attaccato e creato occasioni (emblematica la sfida con l'Inghilterra in questa fase finale della competizione, o, andando indietro, i due spareggi con la Svezia o la trionfale amichevole in Olanda). Ebbene, contro la Spagna è stato costretto a disporsi secondo l'antica tradizione italiana, lavorando in copertura e cercando di ripartire con fulminei contropiede, gioco riuscito pienamente solo due volte e che ha fruttato il gol di Immobile e l'occasionissima di Florenzi. Nulla di disdicevole, anzi, ma comunque una forzatura, la necessità di adattarsi al tipo di partita imposta da avversari superiori, contro i quali fare calcio aggressivo e d'attacco è pressoché impossibile, per il semplice fatto che lo attuano loro ed eseguono lo spartito in modo tale da prendersi in toto la scena, tenendo salde in mano le redini e lasciando ai dirimpettai pochi spiragli, limitati nel tempo e nello spazio d'azione, per imbastire frettolosamente una qualche manovra diversiva. Avidi di gioco e di gol, gli iberici, desiderosi di occupare quasi... militarmente il campo, di menare le danze dall'inizio alla fine. Per disinnescarli occorre essere perfetti, e sperare che, per una volta, loro non lo siano. Ma verrà il tempo. 

giovedì 7 febbraio 2013

BRUTTA ITALIA IN OLANDA: RIPARTIRE DAL "VECCHIO" BUFFON E DALLO SCRICCIOLO VERRATTI

                                Osvaldo: fra le poche note liete azzurre ad Amsterdam 

Possono bastare dieci minuti all'arma bianca per riscattare una partita che più grigia non sarebbe potuta essere? No, ragionevolmente no, anche se quel finale in cui gli azzurri han messo a ferro e fuoco l'area olandese è valso perlomeno a rompere l'incantesimo statistico, scongiurando in extremis la sesta sconfitta consecutiva in amichevole, un'onta francamente inaccettabile per la squadra vicecampione d'Europa pur trattandosi di partite senza nulla di concreto in palio. L'1 a 1 di Amsterdam soddisfa dunque le esigenze degli almanacchi, mentre rappresenta un passo falso clamoroso sul piano della qualità della prestazione, nonché su quello dell'immagine che, negli ultimi due anni, la Nazionale italiana ha saputo trasmettere al mondo intero. 
AZZURRI AI MINIMI TERMINI - Guai, in occasioni del genere, a farsi condizionare dal risultato positivo, e soprattutto dall'ultima impressione, quella lasciata dagli assalti finali alla porta Oranje, coronati dal gol gioiello di Verratti. Dieci minuti, o giù di lì, sono solo una debole fiammella accesasi in un'ora e mezza di buio pressoché totale. Parliamoci chiaro: una partita così brutta, l'Italia non la giocava probabilmente dagli albori dell'era Prandelli, penso ad esempio allo squallido 1 a 1 di Klagenfurt con la Romania. Non ha funzionato alcunché o quasi, e fino ai fuochi d'artificio sul filo del rasoio era emersa solo la grandezza di Buffon, uno a cui occorre solo augurare di percorrere fino in fondo l'identica parabola agonistica dell'illustre predecessore Dino Zoff: chi Iddio lo conservi ancora a lungo su certi standard, il buon Gigi, rimasto da solo per larga parte del match ad opporsi alle bordate olandesi: unico a tenerci in partita, sventando almeno tre palle gol, unico ad aver interpretato questa sfida col piglio giusto, il piglio del professionista che, ovviamente entro i limiti dettati dagli stimoli e dalla consistenza della posta in palio, non deve far distinzione fra impegno amichevole e incontro coi tre punti in palio. 
LE AMICHEVOLI SONO UN IMPICCIO? - C'è chi dirà che, nel pieno della stagione agonistica, col campionato che sta entrando nel vivo e la ripresa delle Coppe ormai alle porte, questi "test match" risultino più un impiccio che altro, per i calciatori. Storia vecchia, che l'ardore agonistico dell'Olanda ha smentito in corso d'opera e della cui infondatezza, del resto, gli stessi azzurri hanno dato dimostrazione più volte, anche in tempi recenti (ultimi esempi, le gare di Dortmund contro la Germania nel febbraio 2011, o contro la Spagna a Bari nell'agosto dello stesso anno, e persino quella di pochi mesi fa con la Francia a Parma, persa immeritatamente). Non esiste una regola in tal senso, se non quella che la concentrazione massima, per partite di questo genere, a volte è presente e a volte no. Dipende da tanti fattori, non necessariamente dalle distrazioni provenienti dai club. Resta il fatto che si è trattato di un'occasione buttata via, un autobus perso sulla strada della maturazione, del perfezionamento del profilo internazionale del gruppo. 
FALLIMENTARI - Quasi nulla ha funzionato, dicevamo, a partire da una difesa costantemente in affanno, più sul piano collettivo che su quello individuale: perché Astori, ad esempio, non ha fatto male, offrendo alcune chiusure effettuate con gran tempismo, ma è mancato il sincronismo nei movimenti di tutto il reparto. Centrocampo di carta velina, nel filtro come in fase di rilancio e impostazione, tanto che la costruzione del gioco d'attacco, per larghissimi tratti dell'incontro, semplicemente non è esistita. E la prima linea, soprattutto in Balotelli ed El Shaarawy, ha risentito di questa assoluta inconsistenza della manovra, rimanendo abbandonata a se stessa e affidandosi a sporadici spunti individuali quasi costantemente frustrati da una retroguardia arancione rimpolpata e rinvigorita, nemmeno lontana parente della banda del buco di Euro 2012. Più in generale, il modulo 4-3-3, per la verità piuttosto "spurio" visto il tridente atipico con Candreva, non mi pare il più funzionale per una rappresentativa cresciuta e consolidatasi percorrendo altre strade tattiche. Ma è stato l'atteggiamento complessivo sul terreno di gioco ad essere da squadra modesta, involuta, svogliata, priva di personalità: timorosi in ogni fase del gioco, i nostri, rinunciatari e remissivi, tanto da consentire più volte agli avversari di giungere senza contrasto fino ai limiti dell'area, dove Van Persie, Lens e compagni venivano poi affrontati senza decisione e con scarsa reattività. 
Insomma, una partitaccia che, oltre ai citati Buffon e Astori, di buono ha mostrato solo l'intraprendenza di Abate nelle sue sgroppate offensive, retaggio di un passato da esterno alto ai tempi dell'Under 21, inserimenti peraltro non supportati da adeguata precisione in fase di cross, e un Balotelli che, pur al 30 per cento delle proprie possibilità, è stato l'unico, nel desolante primo tempo, a minacciare la porta di Krul con un destro potente ma impreciso. Sugli altri, meglio stendere il classico velo pietoso. Poi, i i tanti cambi e la svolta, tardiva sul piano del gioco ma efficace ai fini del risultato: Florenzi ha portato intraprendenza e coraggio, Diamanti tanto movimento anche se, alla resa dei conti, poca lucidità e incidenza nulla in avanti, mentre Osvaldo e Gilardino sono andati a costituire una coppia estemporanea ma imprevedibilmente efficace, col romanista a sfiorare due volte la marcatura di testa e il bolognese a chiamare il portiere a una deviazione prodigiosa su tocco ravvicinato. 
GILA C'E'! - Gila non è il futuro di questa nostra Nazionale, ma la mini - prestazione di stasera è importante per la sua autostima, e rappresenta in fondo una sonora, simbolica rivincita nei confronti di chi troppo frettolosamente, alle prime avversità, appiccica etichette di "giocatore in declino" o "da pensione". Già nella disgraziata parentesi genoana, prima dell'infortunio, aveva mostrato la sua grandezza di centravanti completo, abile a far gol ma anche a giocare per i compagni, a tenere su la squadra, a creare varchi e fornire assist. A Bologna, pur in un contesto complessivamente modesto, si è ritrovato, dopodiché è chiaro che il domani azzurro passa principalmente attraverso Supermario, il Faraone e altri giovanotti, magari anche quel Borini appena riemerso da un lungo stop. Ma, dietro le quinte, lui c'è ancora, pronto per mortiferi blitz part time. 
VERRATTI, BATTESIMO DEL GOL - Da Amsterdam, Prandelli riporta in patria una sola, autentica gemma, il battesimo del gol di Verratti, talento purissimo che ancora fatica a uscire dal bozzolo in azzurro, che dispensa le sue geometrie con discontinuità (ma, del resto, con discontinuità viene utilizzato, e in spezzoni di gara non è che si possa sempre dare il meglio di sé, soprattutto quando si ricopre un ruolo così delicato), ma che non si risparmia e sa votarsi al sacrificio, se necessario, vista la capacità di far legna e interdizione. Un bel segnale, il suo sinistro morbido e chirurgico a fil di sirena, l'unico di una serata che non ha dato né lustro all'albo d'oro, né indicazioni importanti e definitive al cittì. Un'Olanda - Italia che, in definitiva, non aggiunge nulla al percorso di formazione del gruppo azzurro sulla strada di Brasile 2014. Un'occasione gettata alle ortiche, lo ribadiamo.
SPERIMENTARE - Forse è sbagliata la concezione di fondo: ai tempi della gestione Bearzot, c'era un famosissimo e bravo giornalista, Gualtiero Zanetti, che contestava il trainer perché, nelle amichevoli, schierava quasi sempre i titolari, gli stessi, noti e stranoti, che disputavano le gare ufficiali, da Zoff a Cabrini, da Scirea a Tardelli, da Causio a Paolo Rossi; la celebre prima firma del Guerin Sportivo (e opinionista della Domenica Sportiva) sosteneva che nei test match sarebbe stato più giusto sperimentare, cercare alternative valide ai mostri sacri della prima squadra. Ecco, forse ora come ora il criterio da seguire sarebbe questo. Si badi, non come regola aurea, ma adatta al momento storico, alla contingenza che sta vivendo la nostra selezione: all'alba del 2013, la Nazionale ha ormai una sua fisionomia sufficientemente definita, delineatasi in due anni e mezzo di gare ad alto livello e sublimatasi in un ottimo Europeo. E' una squadra che, per l'80 - 90 per cento della sua abituale formazione tipo, può tranquillamente reggere fino al Mondiale, necessitando solo di alcuni ritocchi e di un gruzzolo di "titolari aggiunti". Bene, si utilizzino allora questi test match in tal senso, dando ampio spazio alle attuali seconde linee: sugli esiti tecnici e tattici non garantiamo, ma lo spirito giusto per affrontare l'impegno non mancherà, e i subentrati di questa sera, con la loro voglia e la loro aggressività, lo hanno dimostrato in maniera inequivocabile. 

giovedì 5 luglio 2012

DOPO EURO 2012 - DOSSIER ITALIA: E' DAVVERO L'ORA DEI GIOVANI

                                      Cesare Claudio Prandelli: sarà ancora azzurro

Il dolceamaro dopo - Europeo azzurro si è aperto con una buona notizia: Prandelli resta sulla panchina italiana. Bene così: dopo le dichiarazioni dei giorni scorsi del nostro cittì, si rischiava seriamente una ripetizione della traumatica vicenda Zoff. Il riferimento è a ciò che accadde all'indomani di Euro 2000, quando Dino - Mito lasciò la Nazionale dopo la famosa sconfitta con la Francia al golden goal (ma lo fece per motivi extracalcistici, legati a tristi dichiarazioni berlusconiane, almeno così disse), e la nostra squadra vide bruscamente interrotta la sua crescita impetuosa e apparentemente inarrestabile: quell'Italia, nata fra mille diffidenze, strada facendo aveva trovato una inquadratura perfetta e un assetto funzionale, e soprattutto si era formata al suo interno quella impagabile "aurea bearzottiana", quel clima di totale e assoluta dedizione alla causa, fedeltà e fiducia nella figura del tecnico, unità di intenti e solidità di spogliatoio che fu una delle basi del trionfo mondiale dell'82. 
CIRO, PERCHE'? - 2000 e 2012, uomini e situazioni diverse ma al contempo simili, e per fortuna con epilogo diverso. Giusto così: non si lasciano i progetti a metà, soprattutto se questi progetti sono bene avviati. E il pensiero, al proposito, non può non correre alla scelta di Ciro Ferrara: artefice di un lavoro di eccelsa qualità alla guida dell'Under 21 azzurra, che però ha deciso di mollare (oltretutto a qualificazione europea non ancora raggiunta, ma non è questo il punto) per tornare a sedersi sulla panchina di un club, nella fattispecie la Sampdoria. Non è un evento di poco conto: il richiamo della Serie A è parso irresistibile all'ex difensore di Napoli e Juve, un'opportunità da mettere assolutamente davanti alla possibilità di modellare e far crescere i giovani talenti italiani del futuro. 
Fuori discussione il ruolo della società blucerchiata, che giustamente ha fatto i suoi interessi e si è assicurata un tecnico che evidentemente stima; qui si sta parlando della mentalità che continua a pervadere tutto il movimento calcistico italiano, caratterizzando anche quei suoi rappresentanti, come appunto Ferrara, che dovrebbero essere preposti alla difesa e alla valorizzazione delle selezioni nazionali, e che invece le Nazionali le mettono sempre in fondo alla lista delle priorità. 
GIOVANI E NAZIONALE AL PRIMO POSTO - Perché il punto focale, per il futuro azzurro, è proprio questo, un nervo scoperto evidenziato dai tormenti pre - finale di Prandelli e dal cambio di rotta di Ciro (al quale, a scanso di equivoci, auguro i migliori successi in quel di Genova). Da anni, ormai, gli interessi del calcio di club hanno preso largamente il sopravvento su quelli delle Nazionali, in tutto il mondo. Però c'è modo e modo, e qui da noi francamente si è esagerato: eppure, in un momento di crisi come questo, un momento in cui le nostre società hanno perso competitività finanziaria (e conseguentemente sportiva) sul palcoscenico internazionale, l'unica scelta di buonsenso sarebbe quella di un rilancio in grande stile dei settori giovanili, e il loro conseguente sfruttamento per innalzare il valore tecnico delle rappresentative azzurre, in primis la maggiore. Ma il buon senso da tempo non abita più né in Federazione, né in Lega.  
NON SIAMO SECONDI IN EUROPA - Se Prandelli ha deciso di restare dopo tanti tentennamenti, la speranza è che lo abbia fatto in seguito a opportune rassicurazioni ricevute: il meraviglioso secondo posto europeo, che resterà nella memoria e negli albi d'oro con evidenza ben maggiore rispetto alla scoppola rimediata in finale, non equivale, lo sappiamo bene, a un secondo posto del calcio italiano nella sua globalità di sistema. Certo, non è una novità: tante volte la squadra azzurra ha ottenuto risultati superiori al valore contingente del nostro football, l'esempio più lampante è quello di Spagna '82: Paolo Rossi e compagni in trionfo a Barcellona e a Madrid, i club italiani sistematicamente eliminati nei primi turni delle Coppe e il nostro massimo campionato considerato uno dei meno spettacolari del Vecchio Continente. E' altresì innegabile che qualcuno ha sicuramente esagerato nel dare patenti di decadenza, mediocrità o addirittura scarsezza al pallone di casa nostra, perché in fondo la classifica UEFA parla chiaro: non saremo più i primi, ma siamo pur sempre nei primi cinque. 
ABETE, FAI SUL SERIO? - Tornando a bomba: non si è deciso di rilanciare i vivai dopo la batosta di Sudafrica 2010, tanto che Prandelli ha dovuto fare i salti mortali per trovare dei giovani che fossero davvero pronti per il massimo palcoscenico continentale. Lo si riuscirà a fare adesso, sulle ali di una "quasi vittoria" che rischia invece di far addormentare tutti sugli allori? Abete ha dato segni di risveglio, a parole, ma c'è da fidarsi? La citata Under di Ferrara e l'ultima stagione calcistica, in A e soprattutto in B, han portato alla ribalta verdi talentini su cui varrebbe davvero la pena puntare: perché le qualità ci sono e sono evidenti, certo devono essere svezzati, va data loro la possibilità di confrontarsi col calcio di alto livello, di sbagliare e di imparare dai propri errori. Impossibile in un football iper professionalizzato come il nostro, si dice: falso, perché in altri "football iper professionalizzati" lo si è fatto, con coraggio e convinzione: Germania, soprattutto, e Spagna sono un esempio, come lo fu la Francia degli anni Novanta.

                                     Destro: uno dei cardini della Nazionale del futuro


ALTRA ONDATA DI STRANIERI... - Io continuo a pensare che la svolta epocale potrà esserci solo commissariando questa Federazione e pensionando questa Lega. Un atto di forza, perché se speriamo che si possa cambiare in quattro e quattr'otto la mentalità di chi regge le sorti del calcio italiano, vertici istituzionali e di società, stiamo freschi. Mentre Prandelli lanciava da Kiev il suo grido di dolore, i nostri presidenti e i loro direttori sportivi erano già impegnati nella solita caccia al "fenomeno parastatale" di fuorivia: un'altra ondata di brasiliani, argentini e chi più ne ha più ne metta, giovani privi di esperienza ad alto livello e mai visti all'opera sui palcoscenici europei, sta per abbattersi sul nostro campionato. 
Come non detto, si potrebbe concludere. E titolari subito, a zavorrare i loro nuovi club di appartenenza e ad abbassare ulteriormente il tasso qualitativo del nostro torneo, già seriamente pregiudicato dalle importazioni degli ultimi anni. Eppure, questa ricerca al di fuori dei confini diventa sempre più difficoltosa: spesso, non appena una nostra squadra adocchia uno straniero, si inseriscono nella trattativa i nuovi ricchi del calcio mondiale, dai russi agli arabi, che puntualmente riescono a portarsi a casa l'oggetto del desiderio, alla faccia dei nostri squattrinati presidenti. Ma nemmeno questa frustrante situazione riesce a farli desistere dal forsennato inseguimento di rinforzi (?) oltreconfine. 
Un po' di colpa l'hanno anche i tifosi, parliamoci chiaro: passi avanti non ne hanno fatti, dai primi anni Ottanta, quando vennero riaperte le frontiere e i campioni stranieri sembravano davvero delle divinità. Ancora oggi, girando per il web, trovi appassionati che vanno in brodo di giuggiole non appena l'esperto di calciomercato di turno gli sventola davanti il possibile acquisto di qualche improbabile nome esotico. Quegli stessi tifosi sono ancora convinti che Destro sia un bluff, solo perché ogni tanto sbaglia quei gol che, alla sua età, sbagliava anche Vialli, per dire. Davvero non riesco a spiegarmi quest'ansia esterofila da parte dell'utente calcistico, e questo continuo sottovalutare e sminuire le risorse della nostra scuola calcistica, che fra alti e bassi rimane di primo piano. 
SUBITO DENTRO I GIOVANI - Alle corte: in una situazione del genere, urge prendere di petto il problema. La Nazionale maggiore tornerà in campo ad agosto, contro l'Inghilterra. Non sarà disponibile la colonna portante della squadra argento europeo, il blocco juventino, in quei giorni impegnato a Pechino per la Supercoppa italiana. Ebbene, si colga la palla al balzo per un gesto concreto e significativo: si sperimenti, lanciando fra i titolari i giovani emersi prepotentemente nell'ultima stagione, e non invece ricorrendo a seconde e terze scelte di campionato come fece Donadoni per il suo debutto contro la Croazia, dopo il Mondiale 2006.
Si dia un seguito alla rivoluzionaria pre - convocazione europea (di cui avevo parlato qui), quella che aveva portato in Nazionale addirittura un giocatore di B, l'ottimo Verratti. Si forzi la mano ai vertici del calcio e ai dirigenti dei club, adottando un modus operandi già sovente utilizzato con l'Under 21: cioè si dia fiducia e ampio minutaggio azzurro ai nostri ragazzi prima che lo facciano le società, in modo che queste ultime, hai visto mai, si scuotano e prendano esempio. E se proprio le nostre società non ci sentono, che questi ragazzi se ne vadano in massa all'estero, dove invece c'è chi li apprezza e li valorizza (si parla di sirene francesi, ovviamente PSG, per Verratti, e russe per Astori).
E PER ITALIA - INGHILTERRA DI AGOSTO... - Un esempio di formazione per la sfida canicolare con gli inglesi: Sirigu, Abate, Ranocchia, Astori, Ogbonna, Nocerino, Schelotto, Verratti, Montolivo, Destro, Borini. Possibili alternative di lusso: Acerbi, Insigne ed El Shaarawy. Un eccesso? No, per quanto mi riguarda. E' un test, probante e impegnativo ma pur sempre un test, l'ideale per cominciare a fare immergere questi ragazzi (con l'opportuna guida di alcune "chiocce" presenti in Polonia e Ucraina) nel clima delle grandi sfide, senza correre il rischio di bruciarli. La trovo un'opportunità unica, persino facile, con pochissime controindicazioni. Poi, rientreranno i bianconeri e tornerà protagonista Balotelli (e, si spera, anche Giuseppe Rossi), e si potranno tenere in rosa i debuttanti facendoli crescere con calma, inserendoli nell'undici titolare gradualmente, consentendo così un approccio non traumatico col calcio d'élite: ma intanto saranno lì, a disposizione e già pronti al 70-80 per cento. Un po' di coraggio ci vuole: altrimenti, come per la generazione dei Montolivo e dei Giovinco, quando i giovanissimi di oggi avranno 26-27 anni saremo ancora ad aspettare che esplodano, e li chiameremo "emergenti". Mai più! 

venerdì 15 giugno 2012

DIARIO EUROPEO: ITALIA IMMATURA E INCOMPIUTA, MA PUO' ANCORA SPERARE

                                          Mandzukic fredda Buffon: è il pari croato

L'Italia ha fallito la prova della maturità, e rimane, per ora, nel limbo delle "grandi incompiute", delle squadre da "vorrei ma non posso". Quel tipo di squadre di cui avevo fatto un ritratto a stagione in corso, riferendomi ai club nostrani incapaci di avanzare nelle Coppe: compagini che sciorinano spesso calcio di pregio, tatticamente anche scaltre e con buone individualità, ma alle quali manca sempre quel "quid" per coprire l'ultimo metro che le separa dal traguardo.
Ammetto di essere rimasto sorpreso e deluso: a chi paventava il fantasma di una chiusura di girone a rischio "biscotto", in stile Euro 2004, avevo ribattuto che la Nazionale azzurra versione 2012 dava molte più garanzie, sul piano del gioco e della mentalità, rispetto a quella bolsa e intristita dell'ultimo Trapattoni. E invece, al tirar delle somme, il copione del match con la Croazia ha ricalcato pedissequamente quello della seconda sfida del torneo di otto anni fa, contro la Svezia: dopo un primo tempo di spessore, spettacolare e ricco di occasioni, ma chiuso con un solo gol di vantaggio (di Cassano, all'epoca molto meno "soldatino" e infinitamente più scheggia impazzita, spessissimo letale sotto porta), la metamorfosi totale nella ripresa, con inevitabile pareggio - beffa conclusivo (il tacco acrobatico in stile karate di Ibrahimovic).  
Analogie inquietanti, con la speranza che il finale, questa volta, sia diverso. Rimane il fatto che i ragazzi di Prandelli abbiano gettato al vento un'occasione colossale. La Croazia è compagine "ispida", tecnicamente anche pregevole in alcune espressioni individuali: ma non è più forte di noi, e la prima frazione lo ha dimostrato. Nei 45 minuti iniziali ho ammirato l'Italia che mi aspettavo, che è poi l'Italia vista tante volte in questo biennio. Una squadra capace di prendere l'iniziativa anche contro avversari reputati e di qualità, di menare le danze creando gioco e occasioni; una squadra, però, che anche quando è "in palla" non sempre riesce a dare sufficiente continuità alla sua spinta, e che soprattutto non raccoglie in rapporto a quanto produce. 
BELL'ITALIA - Comunque non si poteva non essere contenti, all'intervallo, per volume di gioco sviluppato e per approccio alla gara: gli azzurri sapevano di dover vincere e si sono regolati di conseguenza, prendendo in mano il pallino, con una pausa nella fase centrale in cui è momentaneamente riemersa la Croazia. De Rossi ripeteva in parte la prova con gli spagnoli, giostrando in posizione più "alta" e concedendosi dunque più licenze, vista la minore pericolosità degli avversari; Marchisio era in formato Juve, con una illuminata recita a tutto campo e sontuosi inserimenti in avanti, mentre Pirlo, alla lunga, riusciva a liberarsi dell'asfissiante controllo "nemico" trovando spazi sempre maggiori per azionare il suo genio; persino Giaccherini trovava il modo di emergere con sganciamenti estremamente ficcanti, mentre dall'altro lato Maggio continuava a dispensare agonismo e corse a perdifiato, ma pure scarsa lucidità. 
Anche l'opera di contenimento era eccellente, con sbarramenti mobili e una copertura capillare, rabbiosa e attenta di tutto il terreno. Il team di Bilic era in soggezione e subiva pericoli copiosi: due volte Balotelli, due volte Marchisio e una Cassano mancavano occasioni ghiottissime, che alla lunga avrebbero suscitato enormi rimpianti. Si andava al riposo su uno striminzito 1 a 0, siglato per di più su palla inattiva da Pirlo, laddove almeno un'altra rete per i nostri ci sarebbe stata tutta. 
METAMORFOSI - Tutto bene, insomma, ma le partite, corre voce, durano novanta minuti. Per cui adesso si dovrà riflettere, e riflettere bene, sull'Italia vista dopo la pausa: un'Italia che non sapeva più aggredire come prima, che improvvisamente non trovava più gli spazi per manovrare e che andava a impantanarsi nel reticolato avversario, eluso invece ripetutamente e in agilità nel primo tempo. Calo fisico? "Braccino" da vittoria? Personalità inadatta a certi palcoscenici? Sta di fatto che la Croazia era libera di avanzare il baricentro costringendo i nostri ad arretrare progressivamente. Uno sbandamento difensivo completava il quadro, e dava il pari ai biancorossi su quella che, va detto obiettivamente, è stata una delle poche azioni autenticamente insidiose create da Modric e compagni. Ma senza la nostra improvvisa involuzione, i nostri avversari mai e poi mai sarebbero stati in grado di rimettere il naso fuori dalla tana: l'inerzia del match era chiaramente azzurra. 
Ecco, dunque, la bocciatura alla prova di maturità di cui si diceva in apertura. Dopo una prima frazione come quella di oggi, una squadra "adulta" e di autentica caratura internazionale deve saper gestire la situazione. Deve sfruttare adeguatamente la propria superiorità offensiva, e, se non ci riesce, deve almeno essere in grado di difendersi senza andare in affanno, senza concedere campo ad avversari buoni ma non eccelsi. Non si può andare in confusione alle prime avversità, smarrirsi completamente dopo aver subito un gol. Nel solco della brutta china presa, c'è stata certo anche un po' di sfortuna, ma l'auspicata crescita spontanea, dopo aver brillantemente superato il battesimo del fuoco spagnolo, è mancata clamorosamente. 
BISCOTTI? NO, GRAZIE - E adesso? Innanzitutto ci andrei piano coi de profundis. La Spagna non mi pare una squadra incline alle "torte": onora il calcio, e il bel gioco, sempre e contro chiunque, mai si snaturerebbe e si piegherebbe a calcoli di opportunismo e convenienza. A parte questo, un altro 2-2, cioè il risultato che ci sbatterebbe fuori, avrebbe il sapore dello sberleffo in faccia all'Uefa: davvero poco raccomandabile.
Certo, poi sta a noi: dobbiamo battere l'Eire, e mi si consenta di dire che mai avevo visto una compagine così male in arnese fra le finaliste dell'Europeo. Forse solo la Bulgaria del 2004, guarda il caso nostra compagna di sventura nel girone del "biscotto", può essere usata come metro di paragone. Ma questa selezione irlandese, per quanto hanno detto le prime due gare, per qualità di gioco e classe dei singoli non dovrebbe stare nemmeno tra le prime trenta del Continente, e non mi spiego come possa essere entrata fra le prime sedici. Non superarla sarebbe delittuoso, anche se, c'è da giurarci, spinti dalla loro panchina "italiana" gli irlandesi giusto al nostro cospetto tireranno fuori risorse impensabili, dopo ripetute umiliazioni: contro i verdi, la Spagna ha giocato come con un punching ball, li ha umiliati con un possesso palla stordente e con accelerazioni micidiali, ha danzato football d'autore in scioltezza in mezzo alle statue di sale della difesa e del centrocampo. Se avesse tenuto un ritmo anche solo un po' più alto, la Selecciòn avrebbe inflitto a Given e compagni una scoppola di proporzioni epocali.

                                        Trapattoni, CT di una brutta Irlanda


CHE BRUTTA EIRE! - Mai vista una tale povertà di schemi, una manovra così monocorde e limitata. E qui entra in gioco Trapattoni, il Trap amato e osannato dalla stampa nostrana (che in realtà ormai lo considera poco più che una macchietta, riprendendone e rilanciandone le conferenze stampa - show, ma non lo ammetterà mai, ipocrita com'è), un allenatore in declino che, non appena si trova a guidare una selezione nazionale in una grande competizione, comincia a dare il peggio di sé. Dopo aver affossato una delle rappresentative azzurre più qualitative di sempre, prima nel 2002 e poi nella versione riveduta e corretta del 2004, eccolo di nuovo, l'immarcescibile. Per carità, giocare contro la Spagna di oggi non è facile per nessuno, ma non un guizzo di fantasia, un'alzata di ingegno, una mossa tattica con cui anche solo provare a smuovere il piattume del gioco, sono arrivate dalla panchina. 
DIFESA A QUATTRO, E POI? - Ecco, non ho timore di dirlo, e pazienza se mi esporrò a brutte figure: l'Italia questa Eire non solo la deve battere, ma deve farlo con largo scarto. Con un primo tempo come quello di oggi, Prandelli non dovrebbe avere problemi a centrare l'obiettivo anche riproponendo la formazione di sempre. Che però secondo me dovrà essere ritoccata, come uomini e modulo: la relativa pericolosità dell'avversario dovrebbe fornire l'occasione per tornare alla difesa a quattro, che tante soddisfazioni ci ha dato dopo l'ultimo Mondiale, rilanciando Balzaretti sulla sinistra (oppure l'eclettico Ogbonna) e riportando la sostanza di De Rossi al centro, dove con la nuova - vecchia formula potrebbe riprendere quota Montolivo, che nel finale con la Croazia è stato l'unico a cercare con determinazione la verticalità e la conclusione (un tiro e un assist malamente sprecato). Insomma, torniamo all'antico e sarà un progresso, come si diceva una volta.
NO A DI NATALE PART TIME - Ma è in avanti che si giocano i nostri destini: se si crede in Di Natale, lo si lanci subito, invece di utilizzarlo come bomber part time (il giochino non sempre riesce, lo si è visto, e alla lunga è punitivo e limitante per il giocatore, oltre a diventare mossa prevedibile dagli avversari), magari dando respiro a un Cassano che peraltro, e non è una novità su questi palcoscenici internazionali, continua a essere poco incisivo, soprattutto in zona tiro. E poi c'è sempre un Giovinco scalpitante, anche se rimango del parere che Borini potrebbe dare a questa squadra quel tocco di freschezza, sfrontatezza  e risolutezza in più che sembra mancare nel momento topico della conclusione. Ma forse è tardi per tentare esperimenti così azzardati e rivoluzionari. 

sabato 2 giugno 2012

VERSO EURO 2012: L'ITALIA S'E' SMARRITA?

                                        Bonucci, pietra dello scandalo azzurra

Ogni volta che ci si avvicina a Mondiali o Europei, l'interrogativo è sempre lo stesso: quale attendibilità hanno i test amichevoli disputati nelle settimane e nei giorni immediatamente precedenti? In genere, coloro che "ne hanno viste tante" dicono non contino alcunché, citando a mo' di incontrovertibili esempi i deludenti approcci della nostra Nazionale ai Mondiali del '78 e dell'82, poi invece risoltisi con esito positivo, nel secondo caso addirittura trionfalmente. 
In realtà, non ci sono regole fisse, costanti storiche acclarate. Pensiamo ad esempio a come, due anni fa, la disastrosa (nel gioco e nel punteggio) amichevole di Bruxelles col Messico annunciò agli azzurri un Mondiale sudafricano fallimentare. Ecco perché, a pelle, tenderei a non sottovalutare le brutture messe in mostra ieri dall'Italia di Prandelli. 
BELLA ITALIA SMARRITA? - Una speranza ci sorregge: la Nazionale brillante, propositiva, foriera di speranza per il futuro ammirata nel biennio di qualificazioni non può essere svanita nel nulla. La sostanza c'è, l'ho scritto diverse volte. E allora cos'è successo? E' successo che a  Zurigo, nello 0 a 3 con la Russia, si sono visti i riflessi, sul campo, di una situazione di estremo disagio che ha avvolto e quasi fagocitato la preparazione azzurra di questi giorni. 
Il ritiro preparatorio è una fase importante e delicatissima: è in queste settimane, spesso e volentieri, che si creano le basi per il trionfo o per il fallimento della spedizione europea o mondiale. Nel ritiro si smaltiscono le tossine del campionato e delle coppe, si ricaricano le pile fisiche e soprattutto nervose, si mettono a punto le varianti tattiche, si cementa il gruppo e si valutano le caratteristiche dei singoli, sia sul piano tecnico che su quello umano. Ebbene, tutto ciò non credo sia stato fatto, o è stato fatto in maniera molto superficiale, in questa settimana a Coverciano. Perché sul Club Italia si è abbattuta una vera e propria tempesta: fra avvisi di garanzie recapitati o solo ventilati, irruzioni mattutine delle forze dell'ordine, polemiche su scommesse e tabaccai, uscite fuori luogo di Presidenti del Consiglio, e aggiungiamoci anche il terribile dramma del terremoto, non c'è stato un attimo di pace. Le conferenze stampa di giocatori e tecnico sono state illuminanti, in proposito: il calcio, gli avversari, le formazioni sono rimasti in sottofondo, in lontananza.
RIFLESSI SUL CAMPO - Cosa ci si poteva aspettare, dopo tutto ciò? Esattamente ciò che si è visto: una squadra scarica mentalmente e in riserva fisicamente, tatticamente squilibrata, con vuoti di concentrazione paurosi. Perché, se ci si allena poco e male, non si va lontano, specie contro avversari di spessore come la Russia di oggi. Qualcosa di quel gioco aggressivo e di iniziativa che ne aveva accompagnato la marcia nelle eliminatorie continentali, l'Italia in realtà l'ha mostrata, in avvio dei due tempi: due palle gol per Balotelli nella prima frazione, poi il momento migliore dei nostri dopo l'intervallo, ancora con Balotelli, Cassano, Marchisio e Pirlo vicini alla rete. Ma, prima e dopo, una serie incredibile di disattenzioni in copertura che hanno prodotto, per i russi, occasioni sontuose, tanto che il gol dell'1-0 di Kerzhakov, giunto proprio quando Montolivo e compagni sembravano aver sbrogliato il bandolo della matassa, è stato in fin dei conti un premio meritato. Dopo, l'incapacità dei nostri di cambiare ritmo, svagatezze continue dietro, sfilacciamenti tattici e soprattutto forza di reazione inesistente hanno prodotto il disastro nel punteggio che sappiamo. 
Correre ai ripari in otto giorni? Forse si può, forse no, anche in questo caso regole precise non ce ne sono. Può certamente esserci una risposta furente e vincente come quella dei tempi del "Bearzot e i suoi ragazzi contro tutti", ad Argentina '78 e Spagna '82, o quella dei "leoni azzurri contro Calciopoli" del 2006. In realtà, la situazione odierna pare più complessa, più delicata: rispetto a sei anni fa, l'unica similitudine sta nell'uragano giudiziario abbattutosi sul nostro calcio. Ma all'epoca il gruppo azzurro ne rimase sostanzialmente estraneo, oggi ci sono giocatori, giustamente o meno, coinvolti in varia misura e a vario titolo. 
A tal proposito, la gestione della situazione da parte di Prandelli (mal coadiuvato da una Federazione da tempo in debito di ossigeno) sta mostrando la corda: se si può ritenere giusto l'allontanamento di Criscito, per ragioni di opportunità (non siamo i primi, tutti noi italiani, a chiedere le dimissioni ai politici quando vengono raggiunti da avvisi di garanzia?), altrettanto doveva avvenire nei confronti di Bonucci, indagato anch'egli ma senza il... "pezzo di carta": le spiegazioni fornite dallo staff azzurro in proposito sono arrampicate sugli specchi, né più né meno, che chiunque abbia un minimo di buon senso non può che ritenere inaccettabili. E che dire dello sfogo del cittì poche ore prima di scendere in campo con la Russia? Minacciare un ridicolo ritiro da Euro 2012 (impraticabile quasi come lo stop al calcio auspicato da Monti) non serve unicamente ad accrescere la tensione all'interno del clan e attorno ad esso? 
CATTIVI PENSIERI - Insomma, troppi cattivi pensieri attorno a questa spedizione in Polonia, nata sotto pessimi auspici. La terza sconfitta consecutiva in amichevole, in confronto a tutto il resto, è la cosa che in fondo preoccupa di meno, ma è ugualmente un brutto viatico: non tanto per la sequenza di risultati, che tutto sommato assume solo un rilievo statistico (ripetiamo che, quando doveva vincere, questa Italia ha vinto, superando anche prove difficili in amichevole), quanto perché non fare risultato e non segnare per tanto tempo può insinuare nel gruppo i germi dell'insicurezza e dell'impotenza, che vanno ad aggiungersi al clima di precarietà totale generato dalla tempesta giudiziaria. 
LA SQUADRA PER EURO 2012 - Sul piano tattico, rimangono problemi irrisolti. Personalmente, e lo avevo lasciato intuire nel post in cui azzardavo pronostici sulla lista dei ventitrè, rinunciare a un Ranocchia che ha giocato buona parte delle qualificazioni e che rimane il nostro difensore più "futuribile", quanto a valore assoluto e potenzialità di crescita ulteriore, non mi è parsa una grande alzata di genio: non si butta via un giocatore per una sola annata storta, Bearzot in questo è stato maestro. In parte, lo stesso discorso lo si potrebbe fare per Pazzini, semidisastroso in campionato ma che il suo contributo alla qualificazione e alla crescita di questa Nazionale lo aveva dato eccome. 
Comunque, gli uomini non mancano per fare una figura dignitosa: fondamentale la crescita di tono di Balzaretti, Marchisio, Pirlo e Montolivo, fra i più positivi nel biennio, dopodiché si valutino le presenze di Abate, Ogbonna e Nocerino, gente che per qualità e voglia di emergere sarebbe ingiusto confinare in un cono d'ombra: gente che potrebbe dare consistenza e maggiore protezione al reparto arretrato, ove si attende con ansia il rientro di Chiellini, assolutamente fondamentale per questa squadra. Ma soprattutto si mescoli bene il cocktail d'attacco: abbiamo tante armi, e tanti piedi di notevole classe, che vanno sfruttati. 
Si abbia il coraggio di lanciare Borini e di sciogliere le briglie a Giovinco, se è il caso. Balotelli pare animato da un positivo sacro fuoco, concentrato e determinato come raramente lo si è visto a questi livelli: le poche cose buone della sfida coi russi sono venute da lui. E anche Cassano sembra tutto sommato ispirato, pur con le inevitabili pause di una condizione ancora minata dalla lunga sosta.
Insomma, sul piano della qualità, tecnica e atletica, esistiamo ancora, eccome. Ma ora, se si tiene alla buona riuscita di questa spedizione, devono tutti moltiplicare gli sforzi: gli azzurri sul campo di allenamento e guardandosi dentro, per trovare quelle risorse "di testa" che tante volte hanno mostrato di avere, i dirigenti ergendo un cordone sanitario autentico attorno alla squadra, come sapevano fare bene, in passato, gli Artemio Franchi e i Federico Sordillo: perché la sensazione è che finora questo gruppo, in primis il suo giovane e inesperto tecnico, siano stati lasciati in balìa degli eventi avversi: il modo migliore per preparare una sconfitta... 

mercoledì 16 maggio 2012

VERRATTI E GLI ALTRI: LO SGUARDO DI PRANDELLI VERSO IL FUTURO AZZURRO

                                            Marco Verratti, "fiocco azzurro" a sorpresa

Le pre - convocazioni di Cesare Prandelli in vista di Euro 2012 sono state qualcosa di più di un semplice primo elenco di... "papabili azzurrabili". Forse a qualcuno è sfuggito, ma si è trattato di un passaggio autenticamente epocale per il nostro calcio. Un listone azzurro così spiazzante, rivoluzionario, evocativo di scenari futuri non lo si vedeva da tempo: non fu tale nemmeno quando, invece, tutti si aspettavano un qualcosa di sconvolgente, un taglio radicale col passato, ossia dopo il disastro lippiano di Sudafrica 2010. 
Spiego meglio: con questa "convocatoria" (come si dice in Spagna), Prandelli ha lanciato un messaggio fondamentale, un messaggio che vale in parte per l'ormai prossimo impegno in Polonia ed Ucraina, ma che al contempo lo supera, proiettandosi ben oltre. Il messaggio è che, per il calcio italiano, è davvero giunta l'ora di svoltare, di costruire il futuro. E costruire un futuro degno, per un movimento come il nostro, in flessione tecnica, in crisi finanziaria e del tutto allo sbando sul piano logistico e organizzativo, significa prima di tutto spalancare le porte ai giovani, e farlo davvero, non con contentini e spezzoni di partita, ma costruendo una Nazionale nuova, fresca, piena di benzina verde. 
VOLTI NUOVI PER L'OGGI E PER IL DOMANI - Ecco, nei convocati per lo stage pre - Europeo c'è quella che, nelle intenzioni del cittì e nei voti di tutti, sarà l'ossatura della Nazionale da settembre in poi, quella che dovrà sgomitare in un difficile girone di qualificazione (da molti sottovalutato, ma ne riparleremo) per farsi largo fino a Brasile 2014. Compaiono dunque nomi che si potevano prevedere, come quelli di Ogbonna, già da diverse partite nel giro azzurro, e di Borini, la rivelazione stagionale in Serie A, uno che potrebbe recitare un ruolo di rilievo già nella manifestazione continentale di giugno; ma, al loro fianco, fanno capolino volti che pensavamo di trovare in gruppo solo dopo l'estate: Schelotto e Destro, certo, ma soprattutto il nome più spiazzante, più sorprendente in assoluto. 
VERRATTI, CASO UNICO - E già, perché alzi la mano chi si attendeva la chiamata del pescarese Marco Verratti. Già da qualche anno, la presenza sempre più invasiva di stranieri nei nostri club di A (stranieri in larga parte modesti, non mi stancherò mai di sottolinearlo) ha costretto i selezionatori della rappresentative giovanili a rivolgersi, per la formazione delle loro squadre, al torneo di B, dove spesso e volentieri trovano posto e minuti per giocare i ragazzi italiani chiusi nelle gerarchie interne delle compagini di vertice. Prandelli ha fatto un passo oltre, sdoganando questo forzato modus operandi ed estendendolo anche alla Selezione maggiore. E lo ha fatto sapendo bene che con ciò non arrecherà alcun nocumento alla solidità tecnica del gruppo: perché Verratti milita in cadetteria, certo, ma le cronache raccontano che è già giocatore da grandi palcoscenici. Ne parlano come un possibile nuovo Pirlo, ma a noi questi paragoni scomodi e ingombranti mai sono piaciuti: diciamo che si tratta di un "cervello" del centrocampo con le stimmate del grande, personalità, intelligenza tattica e versatilità, piedi estremamente sensibili, e per ora fermiamoci qui.  
I PRECEDENTI - Scelta comunque rivoluzionaria, si diceva: certo, nel passato più o meno recente altri giocatori "cadetti" hanno provato l'ebbrezza della convocazione in azzurro, ma erano casi diversi e meno "radicali". Ricordiamoci di Collovati, che nell'80-81 giocò in Nazionale e contemporaneamente in B col Milan, ma faceva parte del gruppo di Bearzot già da un paio d'anni; e ancor prima, Fulvio Bernardini avviò la sua selezione post Mondiale '74 convocando una marea di elementi, fra i quali tre militanti in B (Bertuzzo, Pirazzini e Facchi) e persino uno in C (Martelli), ma furono convocazioni un tantino provocatorie, quasi a voler "urlare" in modo clamoroso la necessità di svecchiare un gruppo ancora troppo legato alle stanche glorie di Messico '70; e furono, soprattutto, chiamate che, come era logico, non ebbero seguito.
Ci fu poi il caso degli juventini di Serie B, nel 2006/07, ma quella fu proprio una situazione particolare: sappiamo infatti che quei giocatori si erano ritrovati in seconda divisione a causa di Calciopoli, ma erano campioni d'Italia e del Mondo. E c'è stato, infine, il caso di Ogbonna, che però è entrato nel giro azzurro dopo aver già debuttato nella massima divisione. Calcio di Serie A che invece Verratti non ha ancora mai visto, così come ha solo appena assaggiato la Nazionale Under 21: ecco quindi la portata epocale di una convocazione che segna davvero un punto di svolta per il prosieguo della storia azzurra.

                                             Mattia Destro, grande stagione a Siena
                                             

PERCHE' SOLO ADESSO - In molti, come detto, si attendevano che Prandelli innovasse profondamente i ranghi già dopo il citato disastro sudafricano. Non ha potuto né voluto farlo: non ha potuto perché, soprattutto nel suo primo anno di gestione, troppo pochi sono stati i giovani capaci di emergere in maniera così prepotente da meritare di esser presi in considerazione; non ha voluto, perché comunque capì che il fallimento mondiale non era stato dovuto alla mediocrità del materiale umano a disposizione di Lippi: c'erano buoni giocatori che non erano in forma (fisica e psicologica) o che vennero stati usati male, ce n'erano altri (giovani e meno giovani) estremamente validi che il precedente tecnico aveva ingiustamente lasciato a casa, e con quelli si poteva cominciare a ricostruire qualcosa di positivo in chiave Europeo, come poi è effettivamente avvenuto.
Ma ora il vento è cambiato: le ultime edizioni di Serie A e Serie B hanno regalato una discreta fioritura di campioncini in sboccio, ed è giusto che ad essi venga subito data la possibilità di accumulare esperienza internazionale, per far sì che non si ripeta ciò che è avvenuto nell'ultimo decennio di calcio italiano, ossia ritrovarsi giocatori di 25 - 26 anni che vengono ancora considerati "promesse" e che si sono intristiti e ingrigiti in anni di panchina e di mancati contatti col football d'oltrefrontiera.
Per tutto questo, quelle di Verratti, Schelotto e Destro non rimarranno convocazioni premio: magari non andranno in Polonia, ma li ritroveremo più avanti, così come ad occhio e croce dovremmo ritrovare El Shaarawy, Astori (se già non farà parte del gruppo per Euro 2012), mentre potrebbero entrare in lizza i vari Bonaventura, Paloschi, Poli, quel Marrone che ha trovato pochissimo spazio nella Juve scudettata, ma che quando è stato chiamato in causa da Conte ha risposto alla grande e, tanto per gradire, ha chiuso la stagione con un gol nel giorno della festa; e ancora, dalla B, Insigne, Immobile, Florenzi, Donati, Capuano.... Tutta gente che deve dimostrare tantissimo, ma alla quale, lo ripetiamo, occorre dar fiducia da subito. Solo così il calcio italiano potrà tornare a fiorire. 

giovedì 1 marzo 2012

DOPO ITALIA - STATI UNITI: LA NAZIONALE PEGGIORE, URGONO BALOTELLI E ROSSI

Irritante, più che preoccupante. E' questa la sensazione, comunque sgradevole, lasciata dalla Nazionale "genovese", fallimentare su tutti i fronti, checché ne dica un Prandelli ottimista forse solo per... necessità mediatica.  Irritante, perché è mancato totalmente l'approccio mentale alla gara. Su questo blog, si è più volte scritto che l'attuale rappresentativa azzurra è sì inferiore a tante edizioni del passato, ma è comunque un buon gruppo, con individualità di assoluto spessore, nonostante il momento un po' così della scuola italiana; non essendo squadra di fenomeni, tuttavia, non può permettersi di affrontare una qualsivoglia gara senza rabbia, voglia, concentrazione: in quel caso può perdere o fare figuracce con chiunque. 
NON SONO PIU' CENERENTOLE - Non che gli Stati Uniti fossero gli ultimi arrivati, per carità. Nel corso degli anni Duemila la loro crescita calcistica è stata sensazionale, con punte di eccellenza nel Mondiale 2002 (quarti di finale) e in quello del 2010 (ottavi di finale): nelle due circostanze, tanto per dire, risultati superiori a quelli contemporaneamente ottenuti dalla nostra Nazionale, fermatasi agli ottavi in Corea e addirittura al primo turno in Sudafrica. Insomma, affrontare gli americani oggi non è come quando li si affrontava venti o trenta anni fa. Ciò non toglie che si tratti di compagine comunque abbordabile, da parte di un'Italia in condizioni perlomeno decenti. 
L'ITALIA PIU' BRUTTA - Torniamo dunque al punto di partenza. Non riesco a interpretare la soddisfazione finale del CT se non come dichiarazione di facciata, per evitare lo svilupparsi di inopportune tensioni all'avvicinarsi di un appuntamento importantissimo per il nostro calcio, un Europeo dal quale non ci aspettiamo una vittoria, ma di certo un pieno riscatto di risultati e di immagine dopo lo scempio lippiano all'ultimo Mondiale. Oppure si è trattato di una reazione sincera ma "drogata" da quanto avvenuto nell'ultimo quarto d'ora, l'unica fase giocata dai nostri, se non con ordine e lucidità, quantomeno con rabbia e voglia di fare. Per il resto, sul prato di Marassi miracolosamente rimesso a nuovo in poche ore (ma quanto durerà? Visti i precedenti, non è che ci sia molto da sperare) gli azzurri hanno fornito la loro prestazione forse peggiore, da quando questa rappresentativa è "sbocciata", ossia da quel pareggio amichevole in Germania che personalmente ho sempre considerato il vero punto di partenza di questa fase di rinascita. Da allora, ed era il febbraio 2011, la nuova Italia aveva quasi costantemente espresso caratteristiche ben precise: aggressività, voglia di imporre il proprio gioco, voglia di cercare la trama ben elaborata, a volte anche a scapito della concretezza; e poi, personalità via via sempre più in rilievo anche al cospetto di avversari di primo piano (i tedeschi o la Spagna) o in ambienti infuocati (in Serbia nell'autunno scorso). 
Ieri sera, nulla di tutto ciò si è visto: una partenza incoraggiante, con Matri che portava scompiglio davanti a Howard, poi un'occasionissima per Thiago Motta, che da posizione centrale concludeva di potenza addosso al portiere; uno di quegli episodi che possono decidere in negativo una gara: se fosse entrato quel pallone, la squadra avrebbe forse giocato con maggiore scioltezza e portato a casa il risultato, ma non può valere come scusante, visto che dopo quell'opportunità costruire qualcosa di decente in zona gol è diventato pressoché impossibile. Come spesso accade ai nostri, quando si trovano di fronte a difese spicce e ben rimpolpate cadono in confusione e, complice la mancanza di fantasia, non riescono a trovare uno spiraglio che sia uno. Da questo punto di vista, tutto prevedibile, tutto già visto, con in più l'aggravante della caduta sistematica nella trappola del fuorigioco (sette volte in tutto il match, anche se in un'occasione Giovinco è stato forse fermato a sproposito), segno di scarsa capacità di leggere la partita sia da parte di chi stava in campo, sia da parte del tecnico. 
Ma, al di là dell'aspetto tattico, si è visto proprio, lo ripeto, l'atteggiamento mentale sbagliato: squadra "loffia", poco reattiva, troppo lenta nell'elaborazione e nell'esecuzione delle poche idee gettate nella contesa; poco concentrata, e lo stesso Buffon, pur non essendosi macchiato di "papera" autentica, non è parso un fulmine di guerra sul diagonale precisissimo ma tutt'altro che forte di Dempsey, che è valso la vittoria agli States (a proposito: sperimentare per sperimentare, non si poteva concedere una prova a Sirigu, che tanto bene sta facendo nel Paris Saint Germain?). Che il problema sia stato anche e soprattutto di questa natura, lo dimostra l'arrembante quarto d'ora finale, quando, pur senza lucidità e con troppo disordine, i nostri si sono scossi dal torpore gettandosi in avanti all'arma bianca e, con un pizzico di precisione in più, avrebbero potuto cogliere quantomeno il pari. Che sarebbe stato meritato soprattutto dai nuovi entrati, i quali hanno letteralmente rivitalizzato la squadra. 
PROSPETTIVE TATTICHE - E qui si entra nel discorso tattico, da fare in prospettiva: perché nel finale della gara di Genova si è visto che questa compagine non può assolutamente fare a meno di Montolivo, che sarà discontinuo ma ieri ha subito illuminato la scarna manovra nostrana, con un tiro dal limite a lato di pochissimo e un bell'assist per De Rossi. Lo stesso De Rossi, recuperato fisicamente e mentalmente, rimane ancora, per spessore tecnico e mentale, un uomo chiave del centrocampo e della squadra, mentre occorre riflettere sul ruolo di Thiago Motta (troppo a ridosso delle punte non rende). Le fasce sono state un altro tasto dolente: Maggio più intraprendente ma enormemente impreciso, Criscito al solito troppo timido in Nazionale, dove ha mostrato finora sì e no il 30-40 per cento delle sue potenzialità. Nel finale, Abate ha portato spinta e agonismo sulla destra, mentre dall'altra parte le prestazioni fin qui fornite da Balzaretti dovrebbero quantomeno garantirgli la partenza da titolare, a Euro 2012. Al centro, Ogbonna ha mostrato piedi ancora da educare, ma coraggio e personalità, nonché buona concretezza in copertura. Da insistere su di lui, in ogni caso fondamentale il recupero di Ranocchia. 
LE DOLENTI NOTE DELL'ATTACCO - L'allarme rosso, al momento, è per l'attacco. Qui però bisogna intendersi: questa Italia non può assolutamente rinunciare a Balotelli, e l'averlo tenuto fuori per rispettare uno strano codice etico dopo che il ragazzo aveva già scontato una lunga e salutare squalifica in Inghilterra (e dopo che nemmeno una reprimenda verbale è stata riservata, per dire, a Buffon, dopo le sue infelici uscite post Milan - Juve) ha avuto il sapore del tafazzismo. Mario è fondamentale, così come diventa quasi... vitale recuperare Giuseppe Rossi, più di Cassano: senza il furetto del Villarreal, a parer mio le chances di far bene in Polonia e Ucraina calano di molto. Tutto il resto è opinabile: Pazzini sta scontando il momento no della sua squadra,altrimenti un gol come quello sbagliato a Napoli domenica per lui sarebbe solitamente di una facilità disarmante: ritrovando serenità, ritroverà pure il fondo della rete; Matri può essere una buona alternativa, Giovinco ieri ha fatto tanto movimento e altrettanta confusione, ma è stato di gran lunga il più deciso e incisivo nei primi scoraggianti 70-75 minuti azzurri. L'ingresso di Borini è stato una sferzata di vitalità e di .... tremori per la difesa "stars and stripes": come detto, il ragazzo ha il piglio del veterano e tanta fame, e il fatto che stia vivendo una inattesa annata di grazia lo deve far tenere in grande considerazione: potrebbe essere una di quelle sorprese "last minute" che spesso sono risultate decisive nella storia mondiale ed europea degli azzurri.