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martedì 24 maggio 2016

VERSO EURO 2016: LA DURA VITA DEL CT. LE SCELTE AZZARDATE DI CONTE, I QUATTRO TOTEM JUVE E GLI ESTERNI DECISIVI

                                         Conte pensieroso: sarà un Europeo durissimo... 

D'accordo, quello del commissario tecnico è un mestiere ingrato, perché, come recitava il titolo di una recente fiction Rai di successo, "come fai sbagli". Tuttavia, a volte sembra che gli stessi allenatori azzurri si divertano a sfidare il comune buon senso, con decisioni all'apparenza inspiegabili. Certo, il momento è fra i più stranianti nella storia della nostra Nazionale: sta per iniziare l'avventura europea, e penso di poter dire che mai il Club Italia si era accostato a un grande evento internazionale in vesti così dimesse, e in un clima di così dilagante sfiducia; ma sta anche terminando l'avventura di Antonio Conte, primo caso conclamato di cittì "in scadenza". Quale impatto emotivo sul gruppo possa avere questo disimpegno anticipato, al momento non è dato sapersi. 
STAGE INUTILE - Nelle pre - convocazioni per Euro 2016, il nostro "quasi ex" trainer non si è mostrato particolarmente audace, e non ha neanche brillato per coerenza con certe prese di posizione passate. Il brevissimo stage dei "nuovi" organizzato la settimana scorsa si è rivelato, alla fine, come un inutile giro d'orizzonte, un premio per alcuni dei prospetti più interessanti prodotti dall'ultima Serie A, essendo servito a tirar fuori dal cilindro il solo torinista Benassi, protagonista di un campionato a tratti sontuoso, e il compagno di club Zappacosta (Rugani era nell'aria da tempo, e da settembre sarà imprescindibile), mentre sono state bocciate altre candidature piuttosto credibili. All'inizio della stagione in corso, Conte aveva dichiarato: "Se perdurano situazioni di azzurri che non giocano nei propri club, la Nazionale diventa a rischio. Questo preferisco dirlo, spiace ai giocatori e a me, ma bisogna tenerne conto: chi non gioca  nella propria squadra non può pensare di venire in Nazionale". Un modus operandi che, qui su Note d'Azzurro, ho criticato fin da tempi non sospetti: addirittura dopo il precedente Europeo, quando ancora sulla panca azzurra sedeva Prandelli, invitai il tecnico a muoversi in senso opposto, ossia a forzare la mano agli allenatori di club convocando giovani che trovavano poco spazio nelle rispettive squadre; un'utopia, sicuramente, forse una provocazione, ma mi pareva un modo plausibile per cercare di uscire dal circolo vizioso che ha portato i calciatori italiani ad avere minutaggi sempre più ridotti, in formazioni imbottite di stranieri. La posizione di Conte era tuttavia assolutamente legittima, e comprensibile dal punto di vista di un selezionatore che ha bisogno di mettere in campo giocatori rodati: alla luce di queste premesse, però, dovrebbe spiegarci la presenza, fra i trenta in pre allarme, di gente come Sirigu, Rugani, Sturaro e Zaza, ragazzi che in stagione han giocato poco o comunque hanno rivestito quasi sempre ruoli secondari, con pochi e isolati exploit. 
SCELTE INCOMPRENSIBILI - Intendiamoci, fa piacere soprattutto per i tre giovani juventini citati: ammesso e non concesso che rientrino fra i 23 definitivi, sarebbe lodevole aggregarli al gruppo per cominciare ad abituarli ai climi arroventati delle grandi disfide internazionali e trovarli più pronti quando, da settembre in poi, ci sarà da lottare disperatamente per contendere alla Spagna (no, dico, alla Spagna) un posto al Mondiale 2018. Però le premesse programmatiche erano altre: si porta Sirigu, quasi inoperoso nella stagione al Paris Saint Germain, e si lascia a casa la speranza Sportiello, che era forse preferibile a Marchetti, il quale in azzurro non ha mai dato totali garanzie di affidabilità (per poi aggregare al gruppo il friulano Meret, scelta senza alcun fondamento tecnico); si convoca Zaza, oppure l'inesistente Eder del girone di ritorno, oppure un Immobile che, pur con qualche timido accenno di ripresa, ha in fondo trapanato l'acqua anche quest'anno, e si lasciano a casa i due migliori bomber italiani espressi dalla stagione, Belotti (neanche preso in considerazione) e il devastante Pavoletti visto in maglia Genoa, rispedito in Liguria dopo i pochi giorni a Coverciano, e che, pur privo di esperienza europea, avrebbe potuto rappresentare la carta a sorpresa come lo fu, ad esempio, il Rossi del 1978 (il paragone non è sul piano della classe pura, intendiamoci). Per tacere della fiducia quasi cieca concessa a elementi ormai in riserva come Thiago Motta e Montolivo. 
SPAZIO AI FEDELISSIMI - Inutile prendersela più di tanto, è sempre stato così e così sarà sempre:  Sacchi e Trapattoni, in passato, rinunciarono a cuor leggero a Signori e a Roby Baggio (e ne pagarono lo scotto con brucianti eliminazioni, se è per quello...). Anche Conte non è sfuggito al vizietto della fedeltà oltre ogni limite: si punta cioè sui propri pretoriani, pur se reduci da mesi anonimi o poco felici, rinunciando ad avventurarsi nei territori inesplorati rappresentati dagli esponenti della nouvelle vague. Si dirà: la fedeltà al gruppo storico fu l'arma vincente di Bearzot; vero solo in parte: il Vecio, nel '78, inserì in un telaio collaudato quel paio di pedine nuove di zecca (il citato Rossi e Cabrini) che gli fecero fare il definitivo salto di qualità; viceversa, il Trap di Euro 2004 puntò su elementi sfiatati e in involuzione lasciando a casa Gilardino, all'epoca ultimo grido in fatto di centravanti, e dovette fare le valigie dopo sole tre partite. 
I NOSTRI TOTEM - Rimango comunque del parere che questo Club Italia abbia poche ma significative frecce al proprio arco, a patto che sappia ben sfruttarle. Il declino è più sul piano quantitativo che su quello qualitativo, nel senso che il bacino da cui attingere si sta sempre più restringendo, ed è un declino che riguarda solo alcuni ruoli. Dobbiamo aggrapparci alle nostre poche certezze: così, al momento risulta difficile che Conte non riproponga in azzurro il possente quartetto difensivo del quinto scudetto bianconero: Buffon - Barzagli - Bonucci - Chiellini è il totem attorno al quale tutto ruoterà; giocando a tre dietro, si potranno schierare laterali bassi piuttosto offensivi che saranno in grado di appoggiare efficacemente il lavoro degli esterni alti. 
ESTERNI CRUCIALI - Non è un caso che, diramando la lista dei convocati, sia stata introdotta la dicitura, mai usata prima, "centrocampisti ed esterni". Gli elementi di fascia, cioè, acquisiscono dignità di ruolo autonoma, senza venire inglobati in gruppi generici. E' naturale, perché i giocatori di questo tipo sono quasi l'emblema del football moderno, sempre più determinanti negli schemi offensivi delle squadre con il loro tourbillon, i movimenti senza palla, gli assist, gli inserimenti. Proprio loro, gli esterni, saranno dunque la nostra seconda àncora di salvezza: dietro, i quattro colossi targati Juve, dalla trequarti in avanti e sui lati gli elementi più dotati di talento in una rosa di caratura non eccelsa. I Candreva, gli El Shaarawy, gli Insigne, i Bernardeschi dovranno darci quel quid in più per ovviare alle limitate risorse degli uomini di punta, magari col sostegno di chi arriva da dietro, gente come Florenzi e Giaccherini, oppure il rivitalizzato De Sciglio ammirato nella finale di Coppitalia, utile nelle due fasi come potrebbe esserlo Darmian. Le nostre sorti francesi, soprattutto quelle offensive, si decideranno in queste zone del campo, e sono legate a questi uomini.

mercoledì 14 ottobre 2015

VERSO EURO 2016 - DOPO ITALIA - NORVEGIA 2-1: UNA NAZIONALE DI "NON FENOMENI" CHE E' LO SPOT MIGLIORE PER IL NOSTRO CALCIO

                                          Pellè: suo il gol vittoria contro la Norvegia

Non sarà una Nazionale di "fenomeni", come invece si affannava a urlare Antonio Conte dopo il gol del sorpasso alla Norvegia firmato da Pellè, ma quella ammirata ieri è sicuramente un'Italia di cui ha disperatamente bisogno il movimento calcistico nostrano, per uscire dal grigiore involutivo in cui si è avvitato da un lustro (o giù di lì) a questa parte. Perché, riprendendo un discorso accennato nel mio precedente post, non è più tempo di piangerci addosso, imprecando al declino del nostro vivaio (peraltro non naturale, ma causato da politiche e strategie assai discutibili) e alla superiorità di altri Paesi. Dobbiamo mettere in campo coraggio, intraprendenza, gettare il cuore oltre l'ostacolo. L'Azzurra della notte romana questo ha fatto: è andata al di là dei suoi oggettivi limiti, evidenti ma non drammatici come da qualcuno dipinti, e ha sfruttato al massimo le sue risorse di talento, dinamismo, carattere, centrando una vittoria purtroppo inutile ai fini del conseguimento della testa di serie europea, ma di incalcolabile importanza per tanti, tantissimi motivi. 
CRESCITA CONTINUA - Nel giugno scorso, commentando la triste chiusura della stagione (sconfitta in amichevole col Portogallo), avevo auspicato un autunno all'insegna... del poker, ossia quattro successi nelle ultime quattro gare di qualificazione al torneo francese. Le vittorie sono arrivate, ma a confortare sono soprattutto le risultanze tecniche fornite dal gruppo azzurro in questi due mesi. E' stato un crescendo magari non rossiniano, ma di certo significativo per le prospettive che ci apre a medio termine: partiti dalla fallimentare recita contro Malta, piegata con una rete irregolare, i nostri hanno gradatamente ritrovato una dimensione assolutamente dignitosa. Già nel match coi bulgari la prova era stata incoraggiante, pur se parzialmente rovinata dall'incresciosa prodigalità sotto porta, ma le ultime due gare hanno mostrato quel che da tempo il Club Italia non era stato più in grado di offrire: prima la tranquilla gestione della partita di Baku, disputata con buona aggressività e col controllo pressoché assoluto del gioco, poi il baldanzoso assalto all'arma bianca contro una Norvegia che, vincendo, avrebbe addirittura conquistato il primo posto nel raggruppamento. 
OLTRE I PROPRI LIMITI - La sfida che ha chiuso il nostro girone è stata anche la miglior prestazione di questi primi tredici mesi di reggenza "contiana", se escludiamo l'entusiasmante ma effimero galoppo al debutto in amichevole con l'Olanda, oggi rasa al suolo da un turno eliminatorio imbarazzante. Effimera invece non dovrebbe esserlo, la dimostrazione di forza con cui ieri sono stati piegati gli scandinavi, quantomeno perché, come detto, parrebbe il naturale sviluppo di un miglioramento lento, graduale, ma evidente. Giocasse sempre così, l'Italia non presterebbe il fianco a critiche di sorta, di questi tempi: versatilità tattica, piglio propositivo, buona tenuta atletica, continuità di pressione, una pressione che a tratti è divenuta martellante. Andare oltre i propri limiti, si diceva; i limiti qualitativi nostri li conosciamo, e sono concentrati soprattutto in retroguardia e in avanti. Tali carenze hanno due conseguenze: si concedono agli avversari percentuali realizzative altissime (ieri la Norvegia un tiro e un gol, grosso modo), mentre in prima linea si deve creare tantissimo e concludere un'infinità di volte, prima di trovare l'agognata segnatura (e non è nemmeno detto che ci si riesca sempre). Chiaro che, in un tale quadro, l'intensità, l'esprimersi costantemente su ritmi elevati, sia fondamentale se si vuol nutrire qualche speranza di fare risultato: ieri è accaduto, e i frutti son stati alfine colti. 
FLORENZI IMPRESCINDIBILE - Inutile, come detto, imprecare ai vuoti generazionali. Davanti non abbiamo stoccatori inesorabili, si sa: li avessimo, a Roma avremmo chiuso il primo tempo con un vantaggio del tutto rassicurante. Pellè, pur sempre nel vivo dell'azione, ha confermato di non essere il terminale ideale per una selezione con ambizioni europee (ben quattro occasioni mancate, tre di testa e una di destro): mi ricorda un po' la generosità dell'ultimo Graziani azzurro, che però non era l'uomo cardine del reparto ma faceva da spalla a Paolo Rossi...  Anche Eder ha fallito una colossale opportunità a tu per tu con l'ottimo Nyland, che già in precedenza aveva deviato in corner un preciso diagonale dalla distanza di Soriano; nel conto va anche messo un gol misteriosamente annullato a Florenzi, messo davanti alla porta vuota da Candreva. Lo stesso Florenzi ha poi siglato il pari su dormita difensiva dei norvegesi e, dopo una fuga sulla destra, scodellato il traversone per il sinistro vincente (e il riscatto in extremis) di Pellè, dimostrando di essere elemento imprescindibile per questa compagine: eclettico, veloce, utile in ogni fase di gioco, incisivo sotto porta. Il tutto, mentre percuotevano le fasce laterali con apprezzabile continuità sia Darmian sia un De Sciglio non sempre preciso al cross, ma inesauribile, efficace in copertura e sempre pronto ad appoggiare l'azione offensiva: quasi sui livelli che, ai tempi della Confederations Cup 2013, mi fecero azzardare paragoni irriverenti con certi grandi del passato. 
GIOVINCO MAI COSI' IN PALLA - Palle gol anche per Candreva e per Giovinco, con l'ex juventino che sta smentendo alcuni luoghi comuni relativi alla scarsa attendibilità di alcuni tornei esteri: ha fatto più nelle ultime due gare, giocate da "militante" nella lega  MLS, che in tante anonime comparsate nel corso della gestione Prandelli. Un'altra arma da non sottovalutare, il piccolo Sebastian, per lo spuntato attacco azzurro; ma la fatica con cui sono stati colti i tre punti in una gara pur dominata in lungo e in largo non deve far dimenticare che questa Italia ha bisogno di ben altro, se vuole lasciare un segno tangibile a Euro 2016 (il che potrebbe voler dire arrampicarsi almeno fino ai quarti di finale): Balotelli e Pepito Rossi sono da reinserire al più presto, magari fin dalle prossime amichevoli, Insigne deve trovare spazio, va lanciato Berardi e... rilanciato Zaza, che ha dato importanti segnali di risveglio nell'ultima uscita internazionale della Juve. Insomma, la squadra va potenziata e migliorata, i mezzi per farlo sono limitati ma esistono. L'importante sarà conservare lo spirito, psicologico e tattico, gettato nella pugna poche ore fa: se è vero, e lo è, che una rappresentativa nazionale è lo specchio fedele dello stato di salute di un movimento calcistico assai più di club imbottiti di stranieri, ebbene, l'immagine riflessa da questo specchio ci piace assai, pur con tutti i suoi difetti. Se l'Italia del pallone è quella della notte romana, abbiamo ancora delle speranze. 

lunedì 1 luglio 2013

CONFEDERATIONS CUP: AZZURRI, I PIU' E I MENO. LE COSE DA FARE DI QUI AI MONDIALI


                                               De Sciglio: promosso a pieni voti

Il bilancio azzurro della Confederations Cup tende decisamente più al chiaro che allo scuro. Eppure, Prandelli e i suoi ragazzi tornano a casa con una valigia zeppa di contraddizioni: perché se il terzo posto conclusivo può essere considerato il premio ideale, né troppo generoso né troppo avaro, alla luce dell'altalenante rendimento mostrato nelle cinque gare, è comunque un bronzo che lascia spazio a più di un rimpianto, guardando alle ultime tre uscite. Già, perché i nostri, le poche volte che si sono potuti avvalere di una discreta brillantezza atletica, hanno mostrato di essere molto vicini alle massime espressioni del football mondiale: l'ultima mezz'ora col Brasile giocata in lucido forcing e con piglio sbarazzino, la Spagna euromondiale presa a pallonate (mi si perdoni il gergo da bar sport...) per un tempo e poi controllata comunque agevolmente, prima del crollo fisico nei supplementari, e dulcis in fundo la prima frazione della finalina con l'Uruguay, giocata in maniera tatticamente impeccabile e con buona fluidità offensiva, tanto che un 2 a 0 all'intervallo ( si pensi alle occasioni mancate da Candreva ed El Shaarawy) non sarebbe stato bugiardo...
PREPARAZIONE DA RIVEDERE - Qui iniziano le dolenti note. Perché le eccellenti fasi di gioco prima descritte sono state quasi del tutto vanificate da troppo esigue riserve di energie. Ecco dunque l'interrogativo: dove saremmo potuti arrivare, con il serbatoio della benzina pieno? Sia la Spagna sia l'Uruguay si sono potute "riappropriare" di partite da cui l'Italia le aveva perentoriamente cacciate fuori solamente grazie al nostro calo nella seconda parte degli incontri. Il fatto che l'esito conclusivo sia stato diametralmente opposto nei due casi rientra nella...  logica illogica dei rigori di spareggio, che, lo ripeto, per me rimangono una colossale lotteria.
Il problema non è di poco conto: l'impressione è che la preparazione atletica azzurra di questa Confederations non sia stata condotta in maniera impeccabile, perché, parliamoci chiaro, il caldo torrido, l'umidità e la stagione fitta di impegni sono handicap che hanno accompagnato tutte le rappresentative più prestigiose in lizza, parse tutte enormemente più pimpanti della nostra, la quale, parole del cittì, ieri pomeriggio a partita inoltrata avrebbe avuto necessità di sette - otto cambi: inaccettabile. Qualcosa non ha funzionato, dunque, e guai se la cosa si ripetesse fra dodici mesi. 
MANCA SEMPRE IL KILLER INSTINCT - Al di là di questo, anche nei periodi di maggiore brillantezza fisica ha fatto capolino un limite congenito della Nazionale di Prandelli, già emerso troppe volte in passato: la mancanza di killer instinct, l'incapacità di chiudere il conto nel momento in cui si è in vantaggio (Messico, Uruguay), o di trarre almeno una rete dell'enorme mole di lavoro offensivo costruita (Spagna). Senza cattiveria, senza praticità, non si può essere considerati una grande squadra, e questa Azzurra ancora non lo è. Per diventarlo, deve dunque abbattere quest'ultima barriera, e deve anche, come avevo anticipato nei giorni scorsi, rinfrescare un po' i suoi ranghi.
Per quanto le indicazioni del torneo brasiliano debbano essere prese col beneficio d'inventario sul piano della valutazione dei singoli, stante lo stato atletico deficitario di molti, ci sono però delle posizioni da analizzare con attenzione: Maggio e Chiellini, ad esempio, hanno chiuso in vistoso crescendo, ma in precedenza si sono mostrati spesso impacciati, approssimativi in giocate anche semplici, e tale discontinuità di rendimento, sinonimo di inaffidabilità sulla lunga distanza, non è propriamente il massimo su cui puntare per un torneo articolato e complesso come il Mondiale. Aquilani, che pure ieri è parso dignitoso in un contesto, quello italiano della parte conclusiva della finalina, assolutamente dimesso, continua ad essere troppo timido nell'approccio, un "né carne né pesce" tattico e tecnico, un uomo che non sposta equilibri e non aggiunge alcun quid, così come, davanti, un Giovinco sempre velleitario, sempre avulso dal gioco. Anche Montolivo ha raramente brillato, limitandosi a un lavoro di quantità con pochi spunti in fase creativa, ma per lui il discorso è diverso: la lunga e positiva militanza azzurra e la buonissima annata rossonera depongono a suo favore, però guai ad abbassare la guardia... 
LARGO AGLI UNDER - Ma occhio anche alle indicazioni positive: perché ad esempio Giaccherini e Candreva, visti a tratti letteralmente straripanti, dovrebbero avere un posto garantito fra i 23 per Brasile 2014, ma sono giocatori che, essendo giunti solo di recente ai vertici del rendimento, dovranno fornire importanti conferme nel corso della prossima stagione. Discorso diverso per gente come Barzagli, De Rossi (straordinario uomo ovunque anche ieri, prima che le energie gli mancassero definitivamente) o Pirlo, che da dimostrare hanno ben poco e che fra un anno, a meno di imprevisti, saranno nel gruppo, ma hanno bisogno di alternative già pronte, anche per il logorio dovuto all'età non più verdissima. Per questo, continuo a pensare che almeno quattro o cinque degli Under di Mangia avrebbero dovuto essere in Sudamerica, e non in Israele, ma l'ingresso stabile in rosa di Verratti, Florenzi, Insigne, Borini, e, perché no, Donati, non è più rinviabile, così come saranno da tenere d'occhio alternative quali Ranocchia, Ogbonna, Poli, Bonaventura e Sau. Insomma, ampliare la rosa dei "titolari possibili" per evitare di cadere in certi pericolosi equivoci del passato, come quando, alla vigilia dei mondiali '74, si riteneva di avere un'Italia altamente competitiva, sulla scorta di alcuni illusori risultati conquistati nel 1973, mentre il declino degli eroi di Messico '70 era già in corso e non si provvide a rinfrescare drasticamente il telaio della formazione. 
BUFFON, EL SHAARAWY E... - Eccessiva la tempesta scatenatasi su Buffon, non impeccabile in alcuni interventi ma spesso decisivo nella stagione azzurra, per tacere dei tre penalty neutralizzati ieri. Però perché non dare spazio a Sirigu nemmeno nella finale per il terzo posto? Quando potranno fare minutaggio internazionale i successori designati di Gigi? De Sciglio ha confermato, al di là del rigore fallito che non fa testo, di avere acquisito personalità da veterano: difende con profitto e spinge con continuità, un pizzico di precisione in più sui cross e sarà quasi perfetto, fermo restando che col rientro di Criscito potrebbe essere dirottato a destra e formare una coppia di esterni bassi di assoluto valore.
Infine, El Shaarawy: inutile farsi domande su quale sia il suo effettivo problema, solo chi è all'interno degli staff di Milan e Nazionale può saperlo, le cose che si leggono in giro per il web sono solo squallide illazioni di gente che deve avere una vita ben triste.... Difficoltà di maturazione? Può succedere (come per Santon qualche anno fa, prima lanciatissimo e poi rientrato nei ranghi, salvo riemergere solo di recente), ma allora bisognerà lavorare di cesello soprattutto sul piano psicologico, perché il savonese è un talento dalle enormi potenzialità e va salvaguardato a qualsiasi costo. Contro l'Uruguay, ha mostrato inspiegabili deficit di concentrazione che gli hanno fatto sbagliare giocate elementari, ma anche qualche confortante ritorno di fiamma offensivo, con due occasionissime mancate di poco e l'ultimo rigore trasformato con freddezza. 

domenica 23 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: ITALIA CANTIERE APERTO, BRASILE BUONO MA NON ECCELSO

                                      Fred segna di potenza il terzo gol brasiliano

Il secondo tempo di Brasile - Italia ha confermato un dato che dovrebbe essere lapalissiano per chi mastica calcio da anni, e che però molti addetti ai lavori, anche referenziati, tendono a dimenticare quando sono chiamati ad analizzare prestazioni di squadre e singoli, lasciandosi travolgere dall'impressione dell'ultimo momento: la condizione fisica è talmente vitale, nel football d'oggidì, da poter letteralmente trasfigurare il volto di un team, a seconda che essa manchi o meno. Quella di Prandelli non è (ancora) una grande Nazionale; è però una buonissima Nazionale, eppure in almeno tre delle sue più recenti uscite (Repubblica Ceca, Haiti, Giappone) è parsa un'accozzaglia di elementi men che mediocri, una rappresentativa di seconda fascia europea o forse peggio: palleggio approssimativo, errori elementari di tocco, passaggi sbagliati, idee di gioco latitanti, mobilità nulla e smagliature tattiche in ogni zona del campo. Ma si vedeva lontano un miglio che era una squadra sulle gambe, in riserva di energie; nella mezz'ora finale del match di ieri a Salvador de Bahia,  recuperata come d'incanto un minimo di brillantezza atletica, ecco i nostri prodi riavvicinarsi al livello cui ci avevano abituati negli ultimi tre anni, ecco di nuovo quella voglia di fare gioco, di spingere, di prendere l'iniziativa, di cercare il gol (trovandolo anche, e non è cosa da poco). 
BRASILE PIU' FORTE, MA NON DI MOLTO... - Così, per un terzo di partita e contro l'avversario più difficile fra quelli fin qui incontrati, si è vista la migliore Italia di questa sua Confederations Cup ad handicap. Non è stata sufficiente, per tutta una serie di motivi, che vedremo di analizzare brevemente. Innanzitutto, il Brasile attuale è più forte dei nostri: non di molto, attenzione, ma lo stretto necessario per prevalere in un confronto giocato, oltretutto, sul terreno amico. La Seleçao in versione 2013 è una compagine collaudata, con un progetto tecnico già sufficientemente delineato pur se, diciamola tutta, non trascendentale. Come scritto nel mio precedente post, è una formazione "europea" ma nel senso deteriore del termine, perché ha una manovra fin troppo scarna, fondata su una difesa solida ma capace anche di far ripartire l'azione (soprattutto in David Luiz), su un centrocampo a corto di inventiva autenticamente brasiliana e su una trequarti - prima linea in cui ci si affida in gran parte alle luminarie di un Neymar che, peraltro, mostra ancora una certa fragilità caratteriale (leggasi falli in serie) quando, come ieri, si trova a doversi confrontare con difensori un po' più ruvidi di quelli con cui, evidentemente, ha avuto a che fare fino ad oggi nel campionato locale. 
CANTIERE AZZURRO - E' però bastato questo Brasile, buono ma non eccelso, per avere la meglio sull'Italia. Italia che, a differenza del gruppo di  Scolari, in questo 2013 si trova ad essere un cantiere aperto. La squadra che ci ha condotti quasi sul tetto d'Europa è ben lungi dall'aver esaurito il suo ciclo, ma, lo ribadiamo, ha bisogno di alcuni innesti rivitalizzanti, di forze fresche; e ha sopratutto necessità di sposare un'idea tattica chiara e definitiva, a cui ancorarsi  e sulla quale fare eventualmente variazioni sul tema a seconda delle situazioni e degli avversari. Per questa avventura in Sudamerica, Prandelli ha deciso di sperimentare la formula a un'unica punta che continua a lasciarmi perplesso, e i motivi li ho ampiamente illustrati nei miei precedenti interventi. Avere il solo Balotelli davanti, per quanto in efficienza sia il buon Mario, mortifica e limita la vocazione offensiva di una Nazionale nata, lo si è detto, per praticare gioco d'iniziativa e non per speculare. 
GIACCHERINI NON BASTA - Tale modulo, per rendere al massimo, necessiterebbe di una batteria di incursori fra le linee brillanti, continui, dall'altissimo rendimento, ciò che in questa Confederations non si è visto, con la sola, sorprendente e luminosa eccezione di un indiavolato Giaccherini, verso il quale non ho mai nascosto le mie perplessità e sul quale ora non ho alcun problema a ricredermi: se si dovesse giudicare solo sulla base di questo torneo, lo juventino avrebbe un posto assicurato per Brasile 2014, in realtà sarà decisiva la prossima stagione di club; l'impressione è, tuttavia, che si tratti di uno di quegli elementi mai troppo tollerati da critica e tifosi e però ritenuti fondamentali dal cittì di turno, penso al Giampiero Marini di Bearzot, come esempio fra i più eclatanti. Tornando al modulo, si è visto ieri sera che, se la squadra non è mentalmente, fisicamente e tatticamente pronta a sostenerlo in pieno, rischia di crearsi l'effetto "coperta corta", anche nei momenti in cui il complesso riesce a esprimersi su buoni livelli dalla trequarti in su: con buona parte degli azzurri furiosamente protesi alla ricerca del pareggio, infatti, il Brasile è potuto andare a nozze negli spazi larghi, come la più banale delle squadre contropiediste, e chiudere il match con uno scarto di gol che, francamente, non meritava. 
CENTROCAMPO A CORTO DI ALTERNATIVE - Fragilità, ecco: è la sensazione che ha fornito la nostra rappresentativa, e le motivazioni sono tutte racchiuse nei ragionamenti sopra esposti. Identità tattica non ancora definita, forma fisica tutt'altro che eccezionale pur se in leggera crescita, e soprattutto necessità di nomi nuovi: se si concedono così tante chances agli avversari, e una così alta percentuale di realizzazione, non è solo colpa della difesa (che, comunque, non può assolutamente prescindere dal miglior Barzagli): il centrocampo senza De Rossi e Pirlo scade enormemente di tono, sia in fase di filtro che di impostazione, nella capacità di rallentare il gioco come in quella di renderlo più rapido e di verticalizzare; e, accertato che soprattutto il bianconero non è eterno, mai come ieri si è avvertita la mancanza di alternative valide per la nostra cerniera centrale, alcune delle quali sono peraltro state dirottate in Israele per un torneo che non ha aggiunto nulla alla loro caratura internazionale, ma è un discorso già fatto... 
DE SCIGLIO SUPER, BUFFON... MENO - Scendendo nel dettaglio delle prestazioni dei singoli, si è rivisto il De Sciglio a tratti debordante della gara d'esordio, che mi aveva indotto al paragone col Cabrini debuttante ad Argentina '78, di cui non mi pento: un De Sciglio sempre disponibile alla discesa e alla percussione, ma stavolta enormemente attento in fase difensiva, quasi senza sbavature. Buone cose, sul piano del coraggio e dell'intraprendenza, ha mostrato Candreva, e si è mosso bene El Shaarawy nello scarso minutaggio avuto a disposizione. Fra i bocciati, piazzerei l'inconsistente Aquilani, al di là di una dignitosa opera di contenimento, un Diamanti dal quale ci si aspetterebbero ben altre iniziative per vivacizzare la prima linea, e, ebbene sì, un Buffon tutt'altro che esente da colpe sul secondo e sul quarto gol brasiliani. Anche in questo caso, come per la défaillance... messicana di Barzagli, tenderei a non drammatizzare e a non urlare al declino incipiente del portierone, che ha disputato una stagione azzurra pressoché perfetta, togliendoci in più di un'occasione (a Malta, a Praga e mercoledì scorso col Giappone, per fare tre esempi) le castagne dal fuoco. Una serata storta può capitare a tutti. 

lunedì 17 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: L'ITALIA IMPERFETTA DI BALOTELLI E LA SPAGNA A NOZZE CONTRO IL FANTASMA DELL'URUGUAY

                                                 Balotelli: in gol col Messico

Un'Italia imperfetta come il suo alfiere, quel Balotelli che segna, di classe e di potenza, il gol della vittoria sul Messico e poi non trova di meglio che beccarsi l'ennesima ammonizione gratuita per la solita, inutile, esultanza a petto nudo. Un'Italia imperfetta e però capace di andare oltre i propri limiti e di trarre il massimo dai propri attuali punti di forza. Una squadra matura e cinica, dunque, base di partenza essenziale per compiere il non facile tragitto da "buona compagine" a "grande compagine". L'importante era "scollinare" questo primo impegno in Confederations: e ciò che conta, nelle gare di esordio di questi tornei a media e lunga gittata, non è tanto il giocar bene, quanto fare risultato (possibilmente pieno) e lasciare intravedere segnali incoraggianti in vista del prosieguo del cammino. 
GRAN LAVORO NEL MEZZO - Bene, è quanto accaduto ieri: aspettarsi una Nazionale scintillante e in palla dopo le strascicate prestazioni con cechi e haitiani era utopia, ma il salto di qualità c'è stato, eccome. Per un tempo si è vista un'Italia dinamica, propositiva, aggressiva. Impressionante, in particolare, la mole di lavoro svolta dal centrocampo: se De Rossi si è limitato a una prestazione di puro sacrificio, facendo diga davanti alla difesa e centellinando gli sganciamenti, Pirlo e Montolivo hanno lavorato un'infinità di palloni, quasi sempre con profitto, e Giaccherini ha sfoderato la sua miglior prova in azzurro, con una serie di devastanti inserimenti che, benché non sempre accompagnati dalla necessaria lucidità, hanno comunque fatto più volte saltare il dispositivo difensivo messicano. Nella zona nevralgica, il solo Marchisio è apparso sottotono, confermando di attraversare un delicato momento atletico: più in generale, in Nazionale raramente si è visto il Marchisio che ha fatto le fortune della Juve negli ultimi anni, il centrocampista tutto sostanza e mortifero nei sui blitz in prima linea, eppure l'innovativa formula adottata ieri da Prandelli ben si sarebbe prestata a sciogliere le briglie alle fregole offensive del bianconero.
ATTACCO A UNA PUNTA: SE C'E' MARIO... - Uno schema, quello dell'unico attaccante sostenuto da una batteria di incursori, che può rivelarsi pienamente funzionale solo a due condizioni: che gli incursori siano fisicamente brillanti e continui nella loro azione, e che la punta unica sia... Balotelli. Già, perché solo un uomo con la classe, la straripanza atletica, la visione di gioco e la varietà di soluzioni offensive di Supermario può reggere il peso di un modulo tattico che, in prima linea, dipende soprattutto da lui, dal suo stato di forma, dai suoi movimenti, dalle sue intuizioni. Altrimenti, credo rimanga sempre preferibile il format a due punte che tante soddisfazioni ha portato all'Italia prandelliana  in questi primi tre anni, sia sul piano dei risultati sia su quello della qualità della manovra. 
DE SCIGLIO COME IL CABRINI ARGENTINO - Tornando all'esordio del Maracanà, si è visto, ed eravamo stati facili profeti, un De Sciglio a tratti incontenibile, attento (e a volte fin troppo disinvolto...) in copertura, puntuale negli sganciamenti, ficcante nelle discese: una gara che, per certi versi, ha ricordato gli entusiasmanti primi vagiti azzurri di un suo illustre predecessore, il Cabrini di Argentina '78, buttato nella mischia all'ultimo momento e subito decisivo per rendere più fresco e imprevedibile il gioco della Nazionale di Bearzot. La promozione (credo definitiva, a rigor di logica) del giovanissimo milanista ha riportato al centro Chiellini, e i risultati si sono visti: lo juventino si è espresso su livelli che, con la maglia della rappresentativa, da tempo non toccava, quasi sempre puntuale nelle chiusure e negli anticipi, ruvido il giusto, punto fermo di una retroguardia che ha invece conosciuto l'imprevedibile giornata nera di Barzagli, responsabile numero uno del penalty che ha portato al momentaneo pari messicano di Chicharito Hernandez. I latini dicevano "Semel in anno, licet insanire": il toscano ha disputato, in bianconero e in azzurro, una stagione monstre, praticamente priva di sbavature, si è trattato del primo svarione dopo mesi e mesi, credo sia giusto perdonarglielo, nella quasi assoluta sicurezza che la cosa non si ripeterà. 
PIRLO NEL TEMPIO DEL CALCIO - Chiusura per Pirlo: è proprio vero che i fuoriclasse trovano motivazioni supplementari quando sono chiamati a esibirsi su palcoscenici di primo piano. Lo si è detto in un recente post, il nuovo Maracanà ha perso il fascino dello storico "stadio dei 200mila", ma rimane pur sempre, seppur "snaturato", uno dei templi del football mondiale. Abbiamo visto dunque Andrea calarsi nell'impegno col piglio del leader, sciorinare palleggi d'alta scuola, tessere calibratissime trame offensive e, soprattutto, scatenarsi in un florilegio di tiri, su azione e  da fermo. Il primo di questi, una delle sue punizioni a effetto, giunto mentre il pubblico brasiliano ne invocava a gran voce il nome, quasi a pregustarne la prodezza, ha fruttato la rete dell'uno a zero. Pirlo, fra un anno al Mondiale, sarà trentacinquenne: è vero che i tempi sono cambiati, che la... vita media del calciatore si è allungata, ma tremano i polsi al solo pensiero che questo genio del calcio possa cominciare il proprio declino nel momento meno propizio. Lo so, può sembrare fuori luogo e antipatico fare questi ragionamenti dopo aver assistito a una prestazione come quella di ieri sera, ma è un timore che è giusto avere, soprattutto se un progetto importante e complesso come quello di Brasile 2014 vede proprio in Pirlo uno degli uomini cardine, elemento imprescindibile per la buona riuscita della spedizione. 
SPAGNA: FU VERA GLORIA? - Ci sarà modo di tornare sull'argomento. Di certo, e torniamo al punto di partenza, Andrea ha rappresentato la perfezione in un'Italia, lo si è detto, imperfetta. Un'Italia il cui successo non deve indurre a troppo ottimistici vaticini (da mettere in conto anche la forma del tutto precaria di un Messico fiaccato da una serie di recenti impegni a distanza ravvicinata), ma che consentirà di certo di lavorare con maggiore serenità. Certo, vista la Spagna schienare nottetempo l'Uruguay, la distanza dagli iberici rimane ancora notevole. 
Nulla di nuovo dalle parti delle Furie Rosse: la solita ragnatela straniante e stordente gli avversari (e, debbo dirlo, a volte anche il pubblico, specie a quell'ora tarda...), ma anche una qualità tecnica sopraffina, un tocco di palla e una precisione nei passaggi che rimarranno nella leggenda di questo sport. Sussiste qualche dubbio: un Uruguay troppo brutto per essere vero, talmente brutto che non meritava nemmeno il gol della bandiera, trovato nel finale da Suarez con una deliziosa punizione. La Nazionale quarta nel mondo nel 2010 e campione del Sudamerica in carica non si è vista, in quel di Recife: il dubbio, dicevo, è dunque che molte squadre giochino contro la Spagna partendo già mentalmente battute, e assumendo atteggiamenti consequenziali sul piano tattico e agonistico, perché sulla superiorità iberica siamo d'accordo, ma la differenza fra i due team non è così abissale come visto nei novanta minuti di ieri. L'Italia di Prandelli, per dire, un anno fa all'esordio Europeo affrontò i supercampioni  con ben altro piglio, e i risultati alla fine si videro. Anche per Iniesta e compagnia, insomma, prima di trarre conclusioni sulla loro permanente invincibilità sarà il caso di aspettare altri più probanti test: se ne riparlerà in semifinale, visto che i prossimi ostacoli si chiamano, con tutto il rispetto, Tahiti e Nigeria. 

mercoledì 12 giugno 2013

ITALIA - HAITI, GLI AZZURRI AL LUMICINO E LA DOMANDA DI SEMPRE: E' GIUSTO PREOCCUPARSI?

                                    Giaccherini: Contro Haiti gol a tempo di record

Mettiamola così: al di là del lodevolissimo intento benefico (il terremoto di tre anni fa ha lasciato ferite che chissà quando si rimargineranno), l'amichevole di ieri sera fra Italia e Haiti valeva soprattutto per il suo significato "vintage". Un remake, a 39 anni di distanza, del primo e unico confronto fra le due rappresentative: correva l'anno 1974, gli azzurri debuttarono nel primo dei due Mondiali disputati in terra tedesca proprio contro i caraibici, vinsero solo 3 a 1 e la mancata goleada (che avrebbero potuto realizzare tranquillamente, se Chinaglia e compagni non avessero troppo scialacquato sotto porta) di fatto precluse loro il passaggio del primo turno (eliminati dall'Argentina per differenza reti), in un torneo al quale si erano invece presentati come una delle squadre da battere. Mettiamola così, dicevo, perché se dovessimo analizzare la sfida di Rio de Janeiro sul piano prettamente tecnico cadrebbero le braccia, al di là del rilievo sul gol record di Giaccherini, il più veloce nella storia del calcio azzurro. 
TEST ATTENDIBILE? - Sia chiaro, è sempre arduo attribuire una patente di attendibilità a partite come questa: la sensazione è di aver assistito a uno di quei galoppi amichevoli  che precedono i tornei importanti (e la Confederations Cup che si aprirà sabato lo è, se ne parlerà a breve su questo blog), partite senza sugo, disputate senza voglia e col freno a mano tirato: esempio classico, quello Sporting Braga - Italia di pochi giorni antecedente il Mundial del 1982, gara che l'Italia di Bearzot giocò talmente male da far esclamare all'allora presidente federale Federico Sordillo: "Se la nostra Nazionale è questa è inutile andare alla kermesse iridata, meglio tornare subito a casa". Però non è neanche giusto minimizzare totalmente, e del resto anche il cittì Prandelli ha ammesso che la figura non è stata di quelle da tramandare ai posteri con orgoglio. Di certo, Haiti ha rappresentato un banco di prova un tantino più probante di quel San Marino che rimane, spiace dirlo, una realtà inconsistente a livello internazionale, e che poche settimane fa a Bologna i nostri travolsero, oltre che con quattro reti, con un florilegio di tiri e occasioni da gol (ne contai una quindicina abbondante). 
ITALIA (ANCORA) SVUOTATA - Per questo, le preoccupazioni sono lecite. Sono cambiati gli uomini, ma nessun miglioramento vi è stato rispetto alla dimessa recita di Praga: Si è vista un'Italia svuotata fisicamente e mentalmente, senza ritmo, dinamismo, agilità, terribilmente lenta di gambe e di testa, priva di  apprezzabili idee di gioco; si è vista, soprattutto, una certa abulia, un impegno ridotto al minimo sindacale e forse anche meno, ma questa, pur se discutibile sul piano sportivo, è la cosa che inquieta meno, perché si sa che le motivazioni rifioriscono per incanto quando un calciatore italiano si trova di fronte agli impegni che contano. 
Casomai, va detto che dell'approccio della nostra massima rappresentativa a certi confronti ritenuti abbordabili avevo già severamente parlato pochi mesi fa, ai tempi della prestazione in quel di Malta, una prestazione indecorosa sul piano della qualità del gioco, con rischi assurdi (rigore neutralizzato da Buffon) e col risultato salvato soltanto da un Balotelli all'epoca in gran vena. Scrissi così:  "Sappiano, gli azzurri, che non sempre ti gira bene, non sempre i rigori si riescono a neutralizzare anche se ci si chiama Buffon e non sempre ci sarà un Balotelli in stato di grazia, capace di trasformare in gol la quasi totalità dei pochi palloni che gli capitano sui piedi". Ecco, è infine capitato che certi acuti personali non siano più stati sufficienti a mascherare le magagne del collettivo, e che Davide abbia fatto il colpaccio contro Golia: per fortuna era solo un'amichevole, ma si spera che questo 2-2, una figuraccia "da almanacco", abbia smosso qualcosa nell'animo dei nostri prodi azzurri, convincendoli che ogni sfida vada affrontata col piglio del killer instinct, senza pensare che in ogni caso la superiore caratura consentirà di portare a casa il risultato. 
PREOCCUPANTE O NO? - Ecco, l'analisi della partita di ieri sera potrebbe terminare qui. Andare oltre significherebbe addentrarsi in un terreno minato. La domanda, da decenni, è sempre la stessa: quanto vanno prese per oro colato le indicazioni, inquietanti o meno, di certi collaudi pre Mondiali, pre Europei o, in questo caso, pre Confederations? Non esiste risposta univoca. Prima abbiamo citato l'allenamento col Braga del 1982, ma l'esempio più fresco rimane la disfatta con la Russia che precedette il nostro "quasi trionfale" Europeo polacco - ucraino: nell'uno e nell'altro caso, sembravano non esservi speranze per gli azzurri, che invece in pochi giorni risorsero e disputarono dei tornei da incorniciare. Altre volte, però, le negative prestazioni della vigilia trovarono conferma negli impegni ufficiali: l'Italia del Trap perse male, al di là dello 0 a 1 finale, contro la Repubblica Ceca nel 2002, prima di partire per il Mondiale nippo - coreano che, lo sappiamo, regalò solo amarezze; e la seconda, pallida "Azzurra" di Lippi si avviò al disastro sudafricano sulle ali di una mortificante sconfitta col Messico, nell'ex Heysel di Bruxelles. 
L'IMPORTANZA DEL RITIRO - E allora, come distinguere fra indicazioni fallaci e segnali attendibili? L'unica certezza è che un buono o un cattivo torneo si costruiscono nel ritiro di preparazione, nel quale lo staff tecnico si trova a dover gestire situazioni delicatissime, equilibri precari, problematiche molteplici: in quella sede, occorre si cementi alla perfezione, se già non è presente, la coesione del gruppo, occorre che vengano smaltite nel più breve tempo possibile le scorie psico- fisiche lasciate dalla stagione di club, e che i giocatori recuperino una condizione atletica e mentale almeno discreta, da far poi ulteriormente lievitare man  mano che ci si avvicina agli impegni decisivi. E' poi necessario che il cittì azzecchi sia le scelte tecniche (convocazioni prima, formazioni poi) sia quelle tattiche, e che gli uomini a sua disposizione sposino senza perplessità e mugugni sia le une sia le altre. Conta poi anche la fortuna: perché se i giocatori, soprattutto quelli decisivi, proprio nelle settimane del torneo incocciano nel loro periodo d'oro, nessun traguardo è precluso, se invece (per condizioni di forma, bioritmi e quant'altro) cadono nel momento peggiore dell'anno, allora non c'è verso di dare una svolta alla situazione. 
Ecco perché non bisogna né drammatizzare, né nascondere la testa sotto la sabbia. I cinque giorni che mancano al debutto potrebbero bastare a rimettere in piedi i nostri stanchi e corrucciati eroi, ma anche no. Di certo, va detto, non è lecito attendersi prestazioni debordanti da formazioni, come quella messa in campo ieri sera da Prandelli, che potremmo definire benevolmente "raffazzonate", ossia formate da elementi che solitamente non sono titolari e che insieme non avevano mai giocato: manca l'amalgama, manca l'idea di squadra, d'accordo, ma, lo si è detto, i problemi emersi contro Haiti sono stati di altra natura. Nell'auspicio che il gruppo azzurro recuperi brillantezza, una rinfrescata all'undici cristallizzatosi come titolare non guasterebbe in ogni caso: si trovi, se possibile, un angolino a De Sciglio e a Cerci, e si valuti l'apporto che un Diamanti e un Aquilani finalmente integro potrebbero dare, in termini di dinamismo e idee,  a un centrocampo e a una trequarti ultimamente a corto di fiato e di inventiva. 

mercoledì 27 marzo 2013

L'ITALIA DOPO MALTA: L'ENNESIMA GOLEADA MANCATA E LA SUGGESTIONE TOTTI

                                                   Esultanza azzurra a Malta

Fino agli anni Novanta, un risultato e una prestazione della Nazionale come quelli di ieri sera a Malta avrebbero destato scandalo e indignazione, presso la stampa specializzata. I lettori più... anziani ricorderanno l'impressionante coro di critiche che si sollevò dopo una vittoria, identica nel punteggio, del non ancora leggendario team di Bearzot in Lussemburgo nel 1980, e quello ancor più virulento in seguito a uno striminzitissimo 2 a 1 colto proprio a Malta a fine 1992 dagli uomini di Arrigo Sacchi. Altri tempi, davvero. Del resto, io stesso avevo intitolato uno dei primissimi articoli di questo blog "Le goleade non fanno per noi": mi riferii, all'epoca, al deludente, e per certi versi imbarazzante, 1 a 0 firmato da Cassano (oltretutto in dubbio offside) sul terreno dei semidilettanti delle isole Far Oer. 
IDIOSINCRASIA - Quel post lo potrei riscrivere oggi, pressoché identico. E' ormai acclarato che la nostra massima rappresentativa abbia una naturale idiosincrasia alle vendemmiate contro le compagini di basso livello. Quasi una tara ereditaria. Mentre le altre grandi d'Europa non perdono occasione, giustissimamente, per infierire su avversarie tecnicamente in ambasce (ultimo esempio, l'8 a 0 dell'Inghilterra a San Marino), i nostri prodi si limitano al compitino, allo stretto indispensabile per portar via i tre punti e, nella fattispecie, proseguire relativamente tranquilli la marcia di avvicinamento al Mondiale brasiliano. 
L'Italia, negli ultimi vent'anni, ne ha giocate un'infinità di partite del genere, contro formazioni modestissime. I critici si sono rassegnati e prendono atto, accettando persino dichiarazioni oltremodo discutibili come quelle che il cittì Prandelli rilasciò alla vigilia del match di andata coi maltesi a Modena (guarda caso, altro risicato 2 a 0): "Fare tanti gol non mi è mai piaciuto: preferisco vincere segnando poche reti, ma giocando bene". Quasi una giustificazione preventiva alla cronica incapacità dei nostri di far breccia nelle maglie, serrate quanto si vuole ma non certo insuperabili, di queste generose rappresentative che, nonostante gli innegabili progressi tecnici e soprattutto tattici, rimangono sostanzialmente impresentabili ad alto livello internazionale. 
NULLA OFFENSIVO - Il problema è che l'Italia non solo non riesce a goleare, ma nemmeno a giocar bene. E' vero che sfoderare del buon calcio è difficile contro compagini toste e copertissime, ma stiamo parlando di Malta, con tutto il rispetto. La prova dei nostri al Ta' Qali è stata di una povertà tale da doverci far arrossire. Lentezza esasperante nella manovra (emblematico l'atteggiamento di Pirlo che, nonostante il controllo non proprio asfissiante dei rivali, non ha saputo regalare una verticalizzazione o un passaggio illuminante degno della sua fama), a tratti permeata di una insopportabile sufficienza, errori banali in appoggio, scarsa o nulla incisività in avanti. Due gol e un paio di buone occasioni (sinistro dalla distanza di Balotelli, incursione di Montolivo con pallonetto sopra la traversa) nella prima frazione, il vuoto spinto o quasi nella ripresa, eccezion fatta per una bella progressione di Abate chiusa però con un cross fiacco. E produrre il nulla in attacco in 45 minuti, contro una squadra come quella di Pietro Ghedin, è francamente roba da far accapponare la pelle, così come rischiare l'inverosimile nelle prime battute, dal rigore neutralizzato da Buffon alla traversa, entrambe le occasioni firmate da Mifsud. 
COMPITINO - Queste cose penso di poterle dire in tutta libertà, perché "Note d'azzurro" è sempre stato vicino alla Nazionale di Prandelli, sottolineandone in tempi non sospetti i progressi, le belle prove, le qualità che in molti hanno scoperto in colpevole ritardo. Una prestazione come quella di poche ore fa sarebbe allarmante, ma in questo caso credo che le preoccupazioni vadano un po' stemperate. Si è visto infatti, in maniera piuttosto palese, che le difficoltà di manovra dei nostri sono state indotte da un approccio mentale totalmente sbagliato, e non da limiti di gioco. In parole povere, mi è parso di cogliere la palese volontà di non strafare, di limitarsi al compitino: pesava ancora lo stress mentale e atletico del durissimo, e gratificante, impegno col Brasile, mentre già bussa alle porte il turno di campionato anticipato al sabato di Pasqua. Non è il massimo della maturità, ma nel serratissimo calcio di oggi è diventato un atteggiamento comprensibile, e allora via così: sappiano però, gli azzurri, che non sempre ti gira bene, non sempre i rigori si riescono a neutralizzare anche se ci si chiama Buffon e non sempre ci sarà un Balotelli in stato di grazia, capace di trasformare in gol la quasi totalità dei pochi palloni che gli capitano sui piedi. 
DA GINEVRA LA SQUADRA DEL FUTURO - Questa settimana azzurra lascia comunque frutti importanti: il più concreto è rappresentato dai tre punti maltesi, buonissimi per la classifica nel girone. E tuttavia, sono i paradossi del calcio, la sfida più importante tra le due affrontate è risultata quella senza alcuna posta in palio. Non era scontato, nonostante l'avversaria fosse il Brasile: i nostri erano infatti reduci da un'altra amichevole di lusso, quella contro l'Olanda, affrontata con ben altro spirito, e che su queste pagine non mi astenni dal condannare. Contro la Seleçao è stata invece gara vera, senza ritrosie e calcoli al risparmio che spesso emergono, più o meno inconsciamente, in partite di questa natura. E i nostri, l'abbiam già scritto qui, hanno superato l'esame più terribile a pieni voti, mostrando gioco, atteggiamento, personalità e mentalità da grande squadra, consacrando il talento di Supermario e lasciando intravedere le notevoli potenzialità di De Sciglio e Cerci. Un ricordo che non verrà certo annacquato dalla scialba prova della Valletta.

                                 Totti con Del Piero: coppia d'oro azzurra del passato                                         

TOTTI? PENSIAMOCI BENE... - La Nazionale del futuro è quella di Ginevra, e non ha certo bisogno di aggrapparsi alle suggestioni di un malinconico ripescaggio di Totti. Che in Brasile arriverebbe a 38 anni suonati, carico di usura e di acciacchi pregressi, un giocatore che non è quasi mai stato autenticamente decisivo per le sorti azzurre neppure nel suo periodo di maggior fulgore agonistico, ossia nella prima metà del decennio scorso, con la sola luminosa eccezione del'ottimo Europeo del 2000, roba che ormai si perde nella notte dei tempi dei ricordi. Un giocatore di valore assoluto ma sostanzialmente sopravvalutato: gli unici anni in cui ha goduto di autentica considerazione internazionale sono stati proprio quelli compresi fra il 2000 e il 2004: nel frattempo, però, era già arrivato il deludente Mondiale coreano, seguito dall'orrido Euro 2004, gettato via con lo sputo a Poulsen. Da allora, tante prodezze nel cortiletto di casa, ossia in un campionato italiano sempre meno competitivo, e sostanziale calma piatta fuori dei confini. In più, tanti gesti discutibili che non rientrano propriamente nel cliché del campione immenso ammannitoci nelle ultime settimane dalla stampa, anche da quella più insospettabile, come lo stimatissimo Guerin Sportivo. 
Oltre a questo, Totti è uscito volontariamente dal giro della Nazionale, più o meno sei anni fa: non è un reato e verosimilmente in quel momento aveva i suoi buoni motivi per fare delle scelte: era reduce da un infortunio gravissimo, che superò a malapena poco prima del vittorioso Mondiale in Germania, e gli va senz'altro riconosciuto che all'epoca forzò i tempi di recupero proprio per non mancare l'appuntamento con la kermesse iridata; ma la Nazionale mantiene ancora un valore che va al di là, molto al di là di quello di una normale squadra di club, e da essa non dovrebbe essere concesso fare dentro e fuori secondo le proprie esigenze. Rifletta su questo Prandelli, ricordandosi che nel suo gruppo esistono già le risorse offensive per fare un torneo più che dignitoso in Sudamerica, e ricordando che proprio questo nostalgismo a oltranza, questo voler ritornare costantemente sui miti del passato, sull'usato neppure più tanto sicuro oltreché bolso, ha rappresentato per anni un freno enorme alla crescita della Nazionale. Un immobilismo che proprio la brillante e futuribile gestione azzurra dell'ex tecnico fiorentino ha spazzato via con ottimi risultati. Tornare al passato, in questo caso, non sarebbe affatto un progresso, oltre a rappresentare una contraddizione programmatica. 

venerdì 22 marzo 2013

ITALIA, LA CRESCITA CONTINUA: ESAME BRASILE SUPERATO A PIENI VOTI

                                             Balotelli: ha dato il pari all'Italia

Italia - Brasile di ieri sera è stata, forse, la partita - manifesto più emblematica della filosofia ispiratrice della gestione azzurra targata Prandelli. Praticare un calcio d'iniziativa, produrre una consistente mole di gioco, cercare sempre, per quanto possibile, di aggredire l'avversario, di tenere pallino. Lo abbiamo visto fare tante volte, dal 2010 in poi, alla nostra Nazionale, ma, certo, riuscirci contro la mitologica Seleçao ti lascia in bocca un sapore particolare. Dolce, dolcissimo, inutile dirlo. Lo si è scritto tante volte, su questo blog: la crescita, la maturazione di una squadra che aspira a diventare grande, passa anche attraverso certi test amichevoli, a dispetto di chi è sempre più fermamente convinto che, nel calcio d'oggidì, i match senza punti in palio non abbiano alcuna attendibilità tecnica. 
ESAMI IMPORTANTI - Nossignori: se l'Italia uscita a pezzi dal Mondiale sudafricano è riuscita ad arrampicarsi fino all'argento europeo, nel luglio scorso, lo deve anche al brillante superamento di impegni amichevoli di alto spessore, come le sfide con Germania (febbraio 2011) e Spagna (agosto dello stesso anno), citate innumerevoli volte da queste parti. E ora, l'ottima prestazione di Ginevra contro i pentacampeon può, deve rappresentare un ulteriore passo, forse il più consistente, nel cammino verso l'acquisizione di una dimensione da "potenza mondiale" del football. 
E' vero, al momento quella di Scolari non pare una rappresentativa all'altezza di tante illustrissime antenate (compresa quella che lo stesso Felipao guidò, quasi contro ogni pronostico, al trionfo iridato del 2002). Ma è compagine che ha ampi margini di miglioramento e che può comunque contare su elementi di spessore assoluto. E' squadra di rango (anche se al momento il solo Neymar può considerarsi un fuoriclasse in pectore), che anche nelle serate meno felici sa trovare il modo di ferire l'avversario, se è vero che in Svizzera, contro di noi, ha concretizzato la quasi totalità delle palle gol costruite. 
SPAVALDERIA AZZURRA - La prova, tanto severa, è stata superata dai nostri in primis sotto il profilo della personalità. Era forse dalla leggendaria partita del Sarrià, nel 1982, che non si vedeva una selezione italiana affrontare il rivale più temuto al mondo con tanta spavalderia, senza alcun timore reverenziale, con la voglia evidente di fare risultato pieno. Dopo quell'epico Mundial spagnolo ci sono stati altri confronti, ma nella maggior parte di essi, penso soprattutto ai due affrontati dalla decadente Italia lippiana nel 2009, aveva prevalso un atteggiamento prudente quando non tremebondo, con esiti sconfortanti che sono ancora nella nostra memoria. Nemmeno il famoso 3-3 del '97, al Torneo di Francia, può essere messo sullo stesso piano del 2-2 di poche ore fa: è vero, fu una gara affrontata con buonissimo piglio dalla formazione di Cesare Maldini, ma a tenere in mano le redini del gioco fu, per larga parte del confronto, il Brasile, che creò tantissimo e ci mise ripetutamente in difficoltà, lasciando comunque intravedere, pur fra qualche smagliatura, la sua superiorità nei confronti di Del Piero e compagni. 
ITALIA SUGLI SCUDI - Il canovaccio del match ginevrino è stato del tutto diverso: è stata l'Italia a tenere banco, quasi dall'inizio alla fine. Ha avuto occasioni nel primo tempo come nel secondo, inizialmente ha optato per una manovra più elaborata, per una tessitura di centrocampo quasi "spagnola", è stata scossa dall'immeritato uno - due brasiliano ma non è crollata, e nella ripresa ha addirittura alzato il ritmo, sveltendo la manovra e trovando quella concretezza sotto porta che nelle ultime uscite (soprattutto quella parmense con la Francia) era apparsa un po' annacquata. E' vero, gli auriverdes hanno comunque trovato il modo di farci tremare, ma solo perché, soprattutto nella prima frazione, hanno avuto la possibilità di liberare la loro classe, la loro corsa, la loro rapidità di esecuzione negli ampi spazi che i nostri un po' avventatamente lasciavano loro, traditi dalla voglia di strafare, di sfatare finalmente la lunga tradizione negativa. In parole povere, un Brasile costretto ad agire quasi esclusivamente in contropiede, contro un'Italia arrembante: il capovolgimento totale di tradizioni tattiche storicamente cristallizzate ma, per la verità, un po' impolverate e legate ormai a vieti luoghi comuni, se è vero che dai tempi dell'era Bearzot l'Italia non ha quasi mai più giocato un calcio prettamente difensivo (eccezion fatta per il già citato interregno maldiniano), mentre i maestri del Sudamerica hanno spesso mietuto successi mettendo da parte il fioretto e facendosi meno belli a vedersi  e più "ispidi", come nel 1994 negli Stati Uniti. 

                                            Ottimo esordio per il granata Cerci
                               
DE ROSSI BANDIERA - Intendiamoci: nessuna esaltazione assoluta, perché malgrado tutto l'Italia di Ginevra non è stata perfetta, limitatamente ai primi 45 minuti. Lo si è detto, troppo esitante nel verticalizzare, e troppo farfallona in retroguardia. Ma altrettanto onestamente va riconosciuto che i "più" hanno superato abbondantemente i "meno". In difesa la conferma dell'assoluta statura internazionale di Barzagli, più affidabile oggi di quando è diventato campione del mondo, sette anni fa: sicuro, tempista, abile nel rilanciare. De Sciglio, pur fra qualche inevitabile sbavatura, ha mostrato di poter essere un prospetto su cui contare a occhi chiusi, per carattere e concentrazione. E Bonucci si è confermato efficacissimo nelle sue... apparizioni offensive, andando a un passo dal gol del 3 a 2.  
Solo conferme dalla zona nevralgica, dove semmai si è visto un Montolivo un po' più timido rispetto alle ultime convincenti prestazioni, più faticatore che tessitore e incursore, mentre Giaccherini ha regalato il consueto fervore e l'intraprendenza negli inserimenti che ne stanno caratterizzando buona parte di questa stagione, anche in bianconero. Discorso a parte per Daniele De Rossi, destinato comunque a entrare nella storia del calcio nostrano come una delle bandiere più rappresentative di un'epoca: 13 gol in quasi dieci anni (il quattordicesimo che gli viene attribuito, quello del 2 a 0 alla Francia a Euro 2008, fu in realtà una netta autorete) sono una cifra d'altri tempi per un centrocampista; aggiungiamoci il suo rendimento quasi sempre elevato, anche più che in maglia romanista, quelle sue fasi di gioco micidiali per tempra, aggressività, lucidità, capacità di trascinare i compagni, di cui anche ieri sera ci ha fornito un impeccabile saggio, e avremo il ritratto dell'azzurro perfetto. 
SUPERMARIO, CERCI E GLI ALTRI - In avanti, nulla che già non si sapesse su Balotelli: chi continua ancora a metterne in dubbio la caratura dovrebbe forse farsi un esamino di coscienza. E, come era prevedibile, il suo ritorno in Italia, la possibilità di giocare e allenarsi quotidianamente con altri compagni di Nazionale (con uno, soprattutto, il "gemello" El Shaarawy) lo ha ritemprato, restituendogli l'inesorabilità vista all'ultimo Europeo, il gusto per la giocata da urlo eppure mai fine a se stessa. Riguardo ai gol sbagliati, al momento restano un dettaglio, sul quale il giovanissimo Mario ha tempo per lavorare e aggiustare la mira. Degli altri, più del Faraone, comunque ben disposto al sacrificio e utile nei rientri, è assai piaciuto un Cerci che non mi aspettavo così incisivo, così nel vivo del gioco, al suo debutto in azzurro. Un'arma tattica importante in più per il domani, anche se resta più che altro un'alternativa a un reparto che ha già tante efficaci frecce al proprio arco. E, a proposito di alternative, persino le fugaci apparizioni di Poli e Antonelli possono fare ben sperare, per voglia, applicazione e intraprendenza; e, in questa fase, è anche importante che la famiglia azzurra si allarghi; più alternative plausibili ci sono al blocco dei titolari, più vi è la possibilità di andar lontano. E anche questa, a bene vedere, è una vittoria di Prandelli: aver creato un gruppo ampio e pieno di "benzina verde", in una fase congiunturale in cui lanciare nuove leve, ai massimi livelli del nostro football, pareva diventata impresa impossibile. Invece, i nostri giovanotti ci sono, e non tremano nemmeno di fronte al mito brasiliano.