Powered By Blogger
Visualizzazione post con etichetta Cerci. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cerci. Mostra tutti i post

lunedì 11 aprile 2016

GENOA IN SALVO: LA FIRMA DI GASPERINI, CERCI MEGLIO DI PEROTTI

                                              Cerci: vero rinforzo per il Grifo

Quota quaranta punti è raggiunta, il Genoa è fuori dalle secche. Sono sincero, come sempre: a gennaio, al culmine dell'orribile sequela di cinque sconfitte consecutive (con la... ciliegina sulla torta dell'ingiustificabile eliminazione in Coppitalia per mano dell'Alessandria, a Marassi), non avrei mai scommesso su una salvezza "virtuale" messa in cassaforte con così ampio anticipo. Recito dunque il mea culpa, e del resto è facile vedere orizzonti cupi quando si accumulano così tanti segnali negativi come avvenne in quel periodo: partite perse dopo aver meritato di vincere (Bologna), gol decisivi sbagliati a porta vuota o giù di lì (Lazovic nel derby), acciacchi a catena e squalifiche di uomini decisivi (Pavoletti, Perotti). 
Sembrava la classica stagione stregata, anche per le zavorre lasciate in eredità da un'estate tormentata: la qualificazione europea svanita per mancata licenza, nuovi acquisti di fuorivia che, settimana dopo settimana, trapanavano l'acqua in maniera sempre più evidente, e un Gasperini che pareva aver perso i suoi... poteri magici, come dimostrava il gioco della squadra, appannato come raramente era capitato durante la sua lunga permanenza in Liguria. Già, Gasperson: senza far torto a nessuno, mai come quest'anno appare chiara, evidente, lampante la sua impronta sul raggiungimento dell'obiettivo prefissato. Perché ha ricostruito il morale di una truppa psicologicamente rasa al suolo da quell'inizio di inverno, ha ricaricato e motivato giocatori reduci da mesi difficili e tratto il massimo da elementi non propriamente eccezionali; perché, infine, ha saputo incrementare il rendimento del complesso proprio quando sono venuti a mancare due apparenti pilastri, il Pavoletti lanciato verso l'azzurro e poi appiedato da un lungo infortunio, e quel Perotti sulla cui importanza, peraltro, si è francamente ricamato un po' troppo. 
IL PEROTTI SOVRASTIMATO - La partenza per Roma dell'agile fantasista aveva provocato crisi di disperazione fra molti tifosi e pessimismo cosmico presso diversi addetti ai lavori, che ritenevano l'argentino figura chiave per la manovra offensiva rossoblù. Personalmente, il Perotti visto quest'anno non mi ha mai convinto, e del resto i dati oggettivi, quelli che più contano nel calcio, parlano di un'incidenza minima sulla classifica da parte sua. Alessio Cerci, suo sostituto quasi testuale sul piano della classe pura (no, non è una bestemmia) e su quello tattico, è stato più decisivo in un paio di mesi che non Diego in tutto il girone d'andata. Questa è la cruda verità, piaccia o non piaccia: sul fatto che poi Perotti, una volta nella Capitale, si sia scatenato con gol, tiri, assist e una presenza costante nel vivo dell'azione che qui non si vedeva da tempo, preferisco sorvolare. E' pur vero che il contesto tecnico giallorosso è nettamente superiore rispetto a quello del Grifone, oltre ad essere più stimolante quanto a traguardi da inseguire, ma non è che in casa Genoa si piangesse miseria o vi fosse penuria di talento: da Perin a Burdisso, da Izzo ad Ansaldi, da Laxalt a Rincon, da Dzemaili a Pavoletti, mi pare non ci fosse da strapparsi i capelli per la disperazione, perché gente che parlava il suo medesimo linguaggio  calcistico ce n'è anche qui. Forse era solo questione di carattere, scarsa adattabilità alle situazioni difficili, ciò che distingue gli ottimi calciatori dai campioni e dai fuoriclasse. 
MERCATO DI GENNAIO OK - Perotti sotto zero, dunque, mentre Cerci e Suso hanno spinto il Vecchio Balordo lontano dalle fiamme dell'inferno. Ecco la conferma a una mia vecchia teoria: fra le tante brutture del football italiano d'oggi, il mercato di riparazione piazzato a gennaio è una delle poche cose da salvare. Se fatto con criterio, può consentire di rimediare agli errori agostani, anche ai più clamorosi, e di rimettere in sesto una barca che fa acqua da tutte le parti. E' successo sotto il Cupolone, col citato Perotti e con l'indemoniato El Shaarawy, gioiello ritrovato a cui si aggrappa la fragile (sul piano delle risorse in prima linea) Nazionale di Conte: è accaduto, più modestamente, sotto la Lanterna, dove i due ex milanisti hanno dato sprint e imprevidibilità nei sedici metri finali, col supporto, alle spalle, dell'impagabile Luca Rigoni, sostanza, intelligenza tattica e colpi da bomber consumato sotto porta, la classe operaia che va davvero in paradiso. 
CERCI NELL'ANNO BUONO - Cerci è uno di quei calciatori che fa quasi innervosire, per il patrimonio di talento sprecato. Aveva tutto per sfondare ad alti livelli, invece è rimasto imprigionato in quel limbo che ha inghiottito tanti calciatori nostrani venuti alla ribalta nel primo decennio del secolo, ragazzi che sembravano destinati a spaccare il mondo e invece entreranno nei libri di storia del pallone come grandi incompiuti. Alessio fece grandi partite in azzurro, durante la gestione Prandelli, ne ricordo soprattutto una col Brasile in amichevole (un 2-2 in cui i nostri avrebbero meritato la vittoria), al Torino recitò un ruolo fondamentale nell'innalzare Immobile in vetta alla classifica cannonieri di Serie A, fu quindi giustamente selezionato per il Mondiale 2014, dove fallì come quasi tutti, ma avendo a disposizione un minutaggio estremamente ridotto. Anche al Milan, quest'anno, le cose sono andate male, a lui e ad altri attesi protagonisti, ma in rossoblù, prima di fermarsi per un infortunio, ha prodotto gol e assist fondamentali, anche trasformando con freddezza rigori pesanti come macigni. 
GASPERINI, IL MIGLIORE - Al di là del contributo dei singoli (l'esperienza internazionale di Ansaldi e Rincon, il dinamismo di Laxalt, la crescita di Izzo, l'utilità di Munoz, un Perin di nuovo da Nazionale), sono da sottolineare, dunque, l'impennata sul piano mentale e della personalità, e la capacità del trainer di serrare le fila e di tenere saldo il timone in un ambiente fin troppo fumantino, anche per via dei rapporti tesi fra lo stesso mister e alcuni esponenti della tifoseria. Insomma, nonostante una stagione all'insegna delle vacche magre, dopo quella della ritrovata grandeur e dell'Europa conquistata "solo" sul campo, il Genoa in versione 2016 merita ugualmente l'elogio pieno, per la perentorietà con cui è riemerso da mazzate che avrebbero abbattuto anche un toro. E vien da pensare a cosa sarebbe stato, di questa "temporada", senza quello sciagurato scivolone col Carpi, secondo me la svolta negativa, un tonfo talmente assurdo che non poteva non lasciare tracce pesanti. 
GENOA CHIAMA ITALIA - Pazienza: è già un successo poter puntare al raggiungimento delle prime dieci posizioni, il massimo a cui questa squadra potesse aspirare in partenza, e guardare al derby della penultima giornata come una mera occasione per stabilire le gerarchie cittadine, e non come un "mors tua vita mea"; il tutto, sulla scorta di un rendimento interno da alta classifica (nove vittorie a Marassi, come in tutto il campionato scorso), il Ferraris tornato fortino. Senza tralasciare un particolare: questo team ha ritrovato un'anima italiana, dopo le eccessive concessioni al'esterofilia dell'ultimo anno; Perin, Izzo, Rigoni, Cerci, Pavoletti, tutti decisivi, alcuni con prospettive azzurre assai concrete. Avere un cuore azzurro è importante, in questi tempi grigi per il vivaio nazionale. E il Genoa è il papà del calcio italiano, deve tenere alta questa bandiera oltremodo sgualcita. 
DOMANI? MEGLIO COL GASP... - Il futuro? Col Genoa, il futuro cambia vorticosamente, ogni anni si riparte con tantissime novità non tutte gradite, non tutte necessarie (anche se ultimamente un filo conduttore si trova, uno zoccolo duro in spogliatoio si è formato): dunque, è inutile tormentarsi con ipotesi di partenze illustri e arrivi non all'altezza. Certo, l'unico autentico elemento di continuità, una garanzia pressoché totale per la sopravvivenza ai massimi livelli, è Gasperini, che ha ripetuto fino alla noia di aver fatto la sua scelta l'anno scorso (prolungando il contratto), chiarendo però di aver bisogno di una società credibile e di un presidente forte, ciò che dal giugno scorso in poi, col pasticciaccio Uefa, le incognite di bilancio, le trattative per la vendita del club non andate in porto, francamente non si percepisce. Non si possono nemmeno chiamare pretese, le sue: sono i requisiti minimi per poter continuare a lavorare fruttuosamente. Chiaro che il Genoa sopravviverebbe anche senza Gasp (che non può essere eterno), ma, dopo l'ennesimo capolavoro, Preziosi può permettersi di lasciarsi sfuggire il trainer che più ha capito la piazza (senza per questo blandirla), l'ambiente societario e le sue dinamiche, che sa gestire mirabilmente il gruppo e valorizzare tutti i giocatori valorizzabili, offrendo anche scampoli di buonissimo calcio? 

mercoledì 19 novembre 2014

INTORNO A ITALIA - ALBANIA: GIOVANI VIZIATI (O FORSE NO), LA FESTOSA INVASIONE DI GENOVA E LA SATIRA DI "MILANO FINANZA"

                                           Conte è preoccupato per il futuro azzurro

Lo sfogo pre Albania di Antonio Conte davanti ai microfoni Rai è, prima di ogni cosa, un piccolo capolavoro giornalistico: dimostra come sia ancora possibile realizzare delle interviste di spessore in un'epoca sconfortante per i media tricolori, boccheggianti fra omologazione dell'informazione e ossequi spudorati al potente di turno. Merito dell'intervistatore (Bruno Gentili), ma merito soprattutto del cittì, che ha saputo dire cose non banali come di rado capita nell'ambiente calcistico, campione del mondo di frasi fatte. Dopodiché, della sua filippica si può discutere senza prendere tutto per oro colato. 
SFATICATI? - Sa un po' di faciloneria, questo improvviso attacco concentrico (poche ore prima, aveva sparato a zero il trainer "albanese" De Biasi) contro i giovani calciatori italiani viziati e lavativi (mia interpretazione delle loro parole, credo non lontana dalla realtà). Senza più la fame atavica dei nostri padri, senza più la voglia e la gioia di faticare. Massimo rispetto per due professionisti che il pallone nostrano lo respirano da una vita (o lo hanno respirato, nel caso del mister ex Torino), e che sulla scorta di tale esperienza sicuramente non parlano a vanvera, però la tesi non mi convince del tutto. I "fancazzisti", per usare un colorito termine oggi assai in voga, sono esistiti in tutte le epoche e in tutti gli ambiti lavorativi, con diverse percentuali: ma mi vien difficile credere che questo imborghesimento abbia toccato solo i ragazzi dello Stivale, visto che gli agi della modernità, dai videogiochi agli smartphone ai tablet cui proprio De Biasi ha fatto riferimento, sono assai diffusi anche in molti altri Paesi, penso all'ultratecnologica Germania, che però ha vinto l'ultimo torneo iridato e che si trova nel pieno di una magnifica fioritura di talentuosi pedatori. 
LE VERE ORIGINI DELLA CRISI - Ritengo che la crisi nasca altrove, e che sia cominciata quando i massimi responsabili del nostro calcio hanno dato la peggiore interpretazione possibile della sentenza Bosman, imbottendo progressivamente le prime squadre (ma anche i settori giovanili) di calciatori stranieri di dubbia qualità, se non di qualità modestissime, abbandonando quasi totalmente gli investimenti sul vivaio locale. Il carico da novanta l'hanno aggiunto proprio i nostri celebrati allenatori, dando scarsissima fiducia (leggasi minutaggio) agli italiani in sboccio, che han finito per intristirsi in panca, in tribuna o nelle categorie inferiori.
Quello che voglio dire è che sì, forse gli "azzurrabili" di questa ultima generazione si sarebbero ugualmente dimostrati non all'altezza, ma non è stato dato loro modo di giocare ad armi pari con gli stranieri: perché senza poter fare esperienza di campo, crescere, sbagliare e imparare dagli errori, ecco, maturare e diventare calciatori veri è onestamente difficile, diciamocelo. La sensazione è che un'intera generazione, quella che sarebbe dovuta esplodere più o meno dopo il Mondiale 2006, sia stata bruciata sull'altare di queste follie tecniche e gestionali: e che non fosse una "nidiata" da buttare lo dimostra il fatto che, alla lunga, gente come Parolo, o Astori, o Candreva, o Antonelli un posto al sole è riuscita in qualche modo a ritagliarselo; ed è pacifico che avrebbero potuto assumere uno spessore calcistico anche maggiore, diventare campioni a tutto tondo, se le grandi società avessero puntato più sollecitamente su di loro. 
IMMOBILISMO AI VERTICI - Conte si aspettava una maggior partecipazione collettiva da parte di tutti, così ha detto. Ci si è focalizzati sull'accusa di scarsa predisposizione al lavoro nei confronti delle nuove leve, ma i danni combinati dai "padroni del vapore" sono sotto gli occhi di tutti, così come è evidente l'immobilismo (prevedibilissimo) che sta caratterizzando la nuova reggenza federale, dalla quale non giungono notizie di atti formali e sostanziali (al di là dei proclami) per un concreto rilancio del movimento. Sbatta i pugni sul tavolo di Tavecchio, il Commissario Tecnico: pretenda innanzitutto almeno una (se non due) amichevoli fra dicembre e febbraio (quattro mesi di sosta, roba da matti), faccia lui stesso da pungolo agli sparagnini tecnici di club, forzi loro la mano, lanciando i giovanissimi prima ancora che questi emergano concretamente in campionato, come fece Prandelli dopo Euro 2012 portando in Nazionale Perin e De Sciglio, quasi vergini di esperienza in Serie A. Il fumantino mister ex Juve è stato preso anche per dare una scossa a un ambiente cloroformizzato: lo faccia, anche bruscamente, perché non c'è tempo da perdere. E se ha notato deficit fisici dei suoi giocatori rispetto agli avversari esteri, si chieda perché fino a una decina di anni fa eravamo all'avanguardia sul fronte della preparazione atletica, mentre oggi soffriamo il ritmo di tutti. Colpa solo della nostra allergia agli allenamenti? 

                                           Bertolacci: ottimo esordio in Nazionale

RAGAZZI IN GAMBA - Dopodiché, sono sicuro che i giovani, sentendosi responsabilizzati e valorizzati, avvertendo fiducia (e pazienza) attorno a loro, non tirino indietro il piede in campo né risparmino il fiato in allenamento. Alcuni di questi lo hanno dimostrato a Marassi: quella contro l'Albania è stata la classica amichevole "utile", succosa, che una traccia sul futuro azzurro la lascerà, sol che la si voglia seguire. Bertolacci ha giocato una gran gara a centrocampo: svelto, sempre nel vivo dell'azione, propositivo, capace di smistare e lanciare di prima, vicino al gol con una delle sue fiondate dalla distanza; Antonelli ha coperto la fascia sinistra con diligenza e discreta applicazione nelle due fasi, Okaka è entrato in campo con piglio aggressivo e ha siglato il gol vittoria; anche il ritrovato Acerbi, nei pochi minuti avuti a disposizione, si è bellamente disimpegnato in difesa; per altre stelline nascenti come Perin e Gabbiadini, che ieri han fatto da comparse, parla il rendimento elevatissimo in campionato, mente è stato un peccato che nemmeno al Ferraris si sia potuto vedere all'opera Rugani, in una retroguardia che ha manifestato più di un impaccio. Sicuri che la Nazionale del 2015 possa fare a meno di questi giovanotti? E si è rivisto persino un Cerci super volitivo, che ovviamente dovrà dire la sua anche all'Atletico Madrid ma che, se non altro, ha avuto l'unico atteggiamento mentale possibile, quello di chi sa di aver già perso troppe occasioni per continuare a cincischiare in un oscuro limbo.
AMICHEVOLE SOPPORTATA - Italia - Albania è filata via così, fra speranze azzurre vagamente rifiorite ed entusiasmo dei nostri ospiti, in un clima quasi Mundial, con quello stadio gonfio di tifosi "rossi". A Genova, è stata una partita più sopportata che accolta con benevolenza: persino prestigiose firme locali si sono schierate nettamente contro un evento ritenuto fuori luogo in una città doppiamente ferita dalle alluvioni. Io, la mia l'avevo detta due settimane fa in questo post, chiedendo, ovviamente inascoltato, che fosse la Federcalcio ad "offrire" il match alla popolazione genovese, facendosi carico dell'acquisto dei biglietti.
Era un'idea come un'altra, accompagnata da un po' di personale perplessità su una forma di beneficenza che non mi ha mai convinto del tutto; di certo non una feroce opposizione, la mia, alla realizzazione di una kermesse che, alla fine, è risultata ben riuscita. Fuori luogo, quelle sì, le polemiche di certi tifosi rossoblucerchiati sulla convocazione per presunta "ruffianeria" di tanti idoli locali: ma Samp e Genoa sono quarta e sesto in classifica, e sono due delle poche squadre di Serie A che puntano ancora su un .nucleo centrale di italiani, molti dei quali giovani; se uno più uno fa due, Conte ha fatto una scelta piacevolmente obbligata, vista la qualità e la quantità del materiale umano offerto dai due sodalizi della Lanterna. 
VOLGARITA' - Ancor più fuori luogo la "puntura di spillo" satirica offerta in mattinata ai suoi lettori da "Milano Finanza", pubblicazione presumibilmente diretta a sofisticati uomini d'affari: in prima pagina, sotto il titoletto "Il rompispread", la seguente frasetta: "Italia - Albania a Genova. Ospiti favoriti: coi gommoni sono esperti". Ritorniamo da dove eravamo partiti: questo è un altro capolavoro giornalistico, capolavoro del cattivo gusto. E a proposito dello stato desolante dell'informazione italiana, ci sono almeno tre domande da porsi: in base a quali criteri vengono scelti i collaboratori di giornali presumibilmente prestigiosi? Chi controlla le pagine, affinché non vadano in stampa certe scempiaggini? E se chi ha fatto i controlli ha ritenuto passabile questa "battuta", quale strano concetto dell'ironia e del sarcasmo possiede? Quesiti che, come sempre, rimarranno senza risposta.


lunedì 10 novembre 2014

VERSO ITALIA - CROAZIA: BALOTELLI, CERCI E MORETTI, QUELLE CONVOCAZIONI INSPIEGABILI

                                                  Cerci ai tempi felici del Toro

Fare la tara alle convocazioni in azzurro è molto spesso un esercizio di sterile accademia. Perché la Nazionale non è una selezione All Stars, di quelle che per troppo tempo sono andate di moda nel football del secolo scorso, scimmiottamento delle usanze di altri sport di squadra, raffazzonate accozzaglie dei migliori giocatori del momento messi insieme per disputare improbabili amichevoli di fronte a pochi spettatori. No, la Nazionale, per progetto e filosofia, è qualcosa di assai più serio, molto più assimilabile a un club: certo, in linea di massima deve farvi parte la crema del movimento calcistico locale, ma non sono frequenti i casi in cui riescono a figurarvi elementi magari non di eccellenza sul piano della classe pura, ma utili al cittì di turno per caratteristiche tattiche, disponibilità al sacrificio, importanza psicologica e morale all'interno dello spogliatoio. Dal Casiraghi dell'era Sacchi (portato ai Mondiali americani nel periodo più infelice della sua carriera, quanto a capacità di inquadrare la porta avversaria) al Giaccherini prandelliano, gli esempi si sprecano. 
Però, a volte, capire è veramente difficile. In vista dell'impegno europeo con la Croazia a Milano, e della successiva amichevole benefica (ma dallo scarsissimo appeal tecnico, va onestamente riconosciuto) con l'Albania a Genova, Conte ha inserito nel suo listone Balotelli, Cerci e Moretti, e francamente, per quanto ci si sforzi, non si riescono a scovare motivazioni valide per giustificare tali scelte. La... benevolenza critica di "Note d'azzurro" nei confronti del "Mario non più super" è conosciuta dai miei pochi lettori e non è il caso di spiegarla per l'ennesima volta: mi corre solo l'obbligo di ricordare che questa estate, dopo lo scempio Mondiale, avevo auspicato un momentaneo allontanamento dal Club Italia del fumantino attaccante siculo - bresciano, perlomeno fino al momento in cui egli non avesse dimostrato, con la bontà delle prestazioni e con un miglioramento dell'atteggiamento in campo, di meritare un ritorno nel gruppo. 
Ebbene, non mi pare che questi primi mesi al Liverpool abbiano fatto registrare passi importanti di Balo verso la tanto sospirata maturazione, anzi: i problemi caratteriali sono ben lungi dall'essere risolti (lui non si aiuta, e nessuno pare aver voglia di aiutarlo, già scritto anche questo), il suo rendimento è modesto e la sua incidenza sulle alterne vicende dei Reds pressoché nulla. Situazione ancor più buia per Cerci, la cui luce di abile palleggiatore e buon fromboliere si è spenta col rigore calciato fra le mani di Rosati in quel Fiorentina - Torino di fine campionato, un 2 a 2 che aveva fatto sfumare il sogno europeo dei granata, poi rifiorito esclusivamente per... questioni burocratiche. Da allora, una Coppa del Mondo disastrosa (scarso minutaggio e difficoltà insormontabili nel saltare l'uomo, la sua principale caratteristica), e un ruolo da comparsa nell'Atletico Madrid, poche presenze e tanta panchina. E Moretti? Un difensore non più di primo pelo, ignorato dai predecessori di Conte nella fase migliore della sua carriera, ossia ai tempi della positiva esperienza di Valencia; quest'anno, un primo scorcio di stagione da sufficienza piena, ma nulla di trascendentale, solo ciò che dovrebbe essere la normalità per un medio difensore di una media Serie A. 
Certo, tre casi che meritano letture differenti. Non esiste alcuna giustificazione tecnica per il ripescaggio del buon Alessio, mentre per Mario, lo si sa, il discorso è da sempre assai più complesso. Anche se non tutti sono disposti a riconoscerlo, si tratta pur sempre di uno dei maggiori talenti espressi dall'avaro calcio italiano dell'ultimo decennio, e in azzurro ha uno score di tutto rispetto: in tre stagioni da titolare ha messo a segno tredici gol, quasi tutti decisivi: non molti dei suoi più illustri predecessori son riusciti a fare di meglio. Comprensibile, dunque, che un CT alla prese con un momento delicato del nostro vivaio, e un conseguente laborioso ricambio generazionale, abbia una certa fretta di recuperare alla causa un talentuoso mattocchio che, se adeguatamente disciplinato, potrebbe ancora risultare fondamentale. Ma, ripeto, occorreva un segnale concreto da parte del ragazzo, segnale che invece non è arrivato: doveva essere questa la base per un credibile rilancio di Balotelli, tanto più che, alla luce delle buone prove offerte da Immobile, Zaza e Pellè, non vi era alcuna necessità estrema di accelerare il reinserimento. 
Per quanto riguarda il difensore dei granata, invece, non resta che allargare le braccia sconsolati: sia detto con il massimo rispetto, ma è un elemento di seconda fascia che, nei tempi ormai lontani delle vacche grasse (nel senso di abbondanza di "azzurrabili") non avrebbe mai trovato spazio nella selezione nazionale; oggi, con l'assenza di Bonucci, gli acciacchi di Astori e Romagnoli, i vari Bianchetti e Biraghi non ancora pronti per il grande salto, si è costretti a certe scelte di ripiego che intristiscono assai. La speranza è che, fra San Siro e Marassi, possa finalmente conoscere l'esordio il bravo Rugani, uno dei pochi prospetti di autentico valore in un reparto che un tempo, in Italia, sfornava a getto continuo calciatori di assoluta affidabilità. 

martedì 2 settembre 2014

DOPO IL CALCIOMERCATO: ITALIA COLONIZZATA. FRA I GIOIELLINI AZZURRI SOLO BONAVENTURA SALE DI GRADO

                                             Bonaventura: farà grande il Milan? 

Meno male che questa doveva essere l'estate in cui porre le basi per il rilancio del vivaio nostrano. Certo, a parole, come sempre. Perché a calciomercato finalmente chiuso un elemento balza agli occhi, ben più dei colpi annunciati e mai realizzati ("Falcao non va alla Juve": ma va?) e dei pedatori d'oltrefrontiera spacciati per fenomeni: solo uno dei "ragazzi italiani", inserendo in questa categoria quei calciatori giovani o ancora relativamente giovani facenti parte del "giro azzurro", è stato oggetto di vero interesse da parte dei nostri club di vertice. Stiamo parlando di Giacomo Bonaventura, gioiellino dell'Atalanta, sulle cui tracce si è lanciato in extremis il Milan (nei giorni precedenti c'era forse stato un timido tentativo dell'Inter), abile a battere in poche ore la concorrenza del Verona. Spiace per gli orobici,  ma per "Jack" è il giusto premio: ha già dimostrato, soprattutto nell'ultima stagione, di meritare ampiamente una chance di primo livello, prolungarne ulteriormente l'anticamera in una "media" sarebbe stato delittuoso, considerato che il trequartista ha già 25 anni, non è quindi propriamente un fuoriclasse in sboccio. 
GIOVANI AI MARGINI - E già: Bonaventura, e poi il vuoto o quasi: ci sarebbe da citare Bernardeschi, al quale auguro tutto il bene possibile, ma che per il momento sembra destinato a partire dalle retrovie nella Fiorentina (felice di essere smentito, nel caso). Gli altri prodotti rampanti di casa nostra sono rimasti ai margini del mercato. La "pista Borini" attribuita all'Inter si è volatilizzata nel giro di un paio di giorni, dei 23 della rosa azzurra in Brasile il solo Parolo (comunque un ventinovenne) ha cambiato casacca restando nel nostro Paese (dal Parma alla Lazio). I tanti virgulti in cerca di affermazione si sono trovati di fronte una freddezza generalizzata: Baselli è ancora a Bergamo, Berardi e Zaza (quest'ultimo neo nazionale) trascineranno il rinforzato Sassuolo a una presumibilmente facile salvezza, Gabbiadini sarà ancora un punto di forza della Sampdoria dove però difficilmente avrà ulteriori opportunità di crescita e di miglioramento, e dove oltretutto è stato raggiunto da Alessio Romagnoli, uno dei difensori più promettenti dell'ultima covata made in Italy, giovanotto che la Roma ha pensato bene di "esiliare" proprio quando avrebbe potuto rischiare puntando (anche) su di lui per colmare il vuoto lasciato da Benatia. E meno male che il Genoa ha resistito alla corte di Bologna e Catania per Antonino Ragusa, che è arrivato a potersi giocare l'occasione della vita in Serie A e invece rischiava di essere immediatamente dirottato al piano di sotto, per un esiziale e inutile prolungamento di gavetta. 
PIENI DI STRANIERI - Mi ero ripromesso, quest'estate, di salvare sul mio pc le immagini delle home page dei quotidiani sportivi italiani, giorno per giorno, per documentare lo sconsolante andamento del mercato. Non ce l'ho fatta, lo sconforto ha preso il sopravvento, ma fidatevi: le prime pagine online erano costantemente piene di improponibili nomi stranieri che solleticavano l'appetito delle nostre grandi. Purtroppo molti di questi appetiti si sono poi tradotti in reali acquisti (o prestiti: di soldi ne girano sempre meno). 
Il quadro è allarmante: in questi mesi sono approdati nell'ex Bel Paese quasi ottanta nuovi stranieri (e parliamo solo di massima serie). Non male, se pensiamo agli alti lamenti levatisi dopo la sconfortante spedizione Mundial pilotata da Prandelli. Che ci sia da rinforzare la rosa o da coprire un buco, si punta invariabilmente sul mercato d'oltrefrontiera, il nostro vivaio e le nostre serie minori sono ormai sistematicamente ignorati. 
COMAN SI', CRISTANTE NO - Fra i club di primo piano, Napoli e Fiorentina sono avviati a superare l'Inter, quanto a esterofilia: trovare un "azzurrabile" fra le loro fila è impresa ai limiti dell'impossibile, tanto che mi viene persino da capire (ma non giustificare) il crescente nervosismo di Insigne, un concentrato di classe pura non valorizzato a dovere sotto il Vesuvio. E nelle retrovie si è adattato persino il Verona, in cui il solo italiano destinato a partire titolare sembra essere lo stagionatissimo Toni. Il tutto mentre la squadra guida del nostro scalcinato movimento, dicasi la Juventus, pur avendo in giro per la Penisola diversi talenti in rampa di lancio (il già citato Berardi, ad esempio) preferisce affidarsi a un Under 21 francese, Coman, ovviamente subito titolare alla partenza del campionato. E lo stesso Milan, "benemerito" per l'acquisto di Bonaventura, dirotta però in Portogallo un'altra grossissima speranza del nostro football, Cristante.
Questo è un altro punto dolente: i giovani stranieri sembrano sempre più pronti dei nostri. Secondo alcuni perché, semplicemente, sono più forti. Ovviamente è una favoletta, e io, scusatemi, non ci sto più: la scuola italiana è da sempre una delle più prolifiche e competitive, la differenza rispetto al passato è che c'è meno pazienza verso i nostri babies, e che soprattutto gli spazi per loro si sono drasticamente ridotti, anche nei settori giovanili. I motivi di questo ossessivo, patologico rivolgersi al mercato di fuorivia sono più economici che tecnici, è chiaro. Lo dimostra il fatto che invece, all'estero, al "prodotto italiano" ci credono ancora: hanno lasciato la compagnia Balotelli, Immobile e Cerci (povero Toro...), oltre al Cristante di cui si è appena detto. 
CI VUOLE UN ESEMPIO DA SEGUIRE - Resta il fatto che se qualcuno non comincia a dare l'esempio, in un momento oltretutto favorevolissimo per una ripartenza in grande stile dei vivai, è notte fonda, e quella che ho definito in un precedente articolo "deriva ungherese", cioè il rischio che il nostro calcio declini repentinamente e irrimediabilmente come accaduto a quello magiaro, è davvero dietro l'angolo. In tal senso, meritano il massimo sostegno squadre come Cagliari, Genoa, Sampdoria, Sassuolo, che continuano a puntare su un forte nucleo nostrano (ma anche il solito Milan, via, unica fra le big con diversi azzurri di prospettiva in rosa), mentre mi aspettavo sinceramente più coraggio dal nuovo CT Conte, magari con una convocazione spiazzante tipo quella post Euro 2012 di Prandelli, che chiamò "pivellini" come Perin e De Sciglio, a corto o all'asciutto di esperienza in Serie A. Se poi stiamo ad aspettare il neo presidente federale Tavecchio stiamo freschi: vedremo quali saranno i suoi provvedimenti salvacalcio (dei quali, a quasi un mese dall'elezione, ancora non vi è traccia nemmeno a parole): il rischio di trovarci di fronte a un simil Renzi (tante chiacchiere e zero fatti) è concreto. Vedremo. 

domenica 13 aprile 2014

IL GENOA CHE LAVORA PER IL FUTURO E AFFONDA NEL PRESENTE: COSI' IL GRIFONE E' DI NUOVO UN REBUS

                                                 Gilardino: altro gol inutile

Virtualmente salvi, certo. E' vero che la sicurezza matematica non c'è ancora, ma la classifica sanno leggerla tutti, così come l'andamento lento di chi sta sul fondo. Insomma, bene, bravi, bis, ma, cari ragazzi del Genoa Cfc, la vita, anzi il campionato, continua. Eppure non sembrerebbe, perché il Grifone non c'è più. Sotto la patina di proclami bellicosi e ottimisti da parte dei giocatori (durante la settimana e lontano dal campo, preferibilmente in occasione di fiere, feste e/o manifestazioni assortite, o meglio ancora via Twitter...), sotto l'ingannevole velo di autocompiacimento per le incoraggianti prestazioni sfoderate contro grandi (Juventus) o ex grandi (Milan), c'è una cruda realtà fatta di cinque sconfitte nelle ultime sette gare, di tre k.o. consecutivi nelle ultime uscite, e di un finale di gara da... radiazione dall'albo del calcio, nella sciagurata trasferta in casa del Torino. 
REBUS - Il ruolino di marcia recente dovrebbe già essere sufficiente a gettare acqua sul fuoco dei fin troppo facili entusiasmi. In realtà il Genoa è di nuovo un rebus. Un rebus diverso da quello, amarissimo e indigesto, delle ultime stagioni, vissute nel segno della modestia tecnica e sul filo del precipizio, ma pur sempre un mistero. Scrivo a caldo, dopo l'assurda sconfitta dell'Olimpico torinese. Assurda ma non sorprendente, per chi conosce bene pregi e difetti rossoblù; non si contano, infatti, i punti persi quest'anno dalla squadra di Gasperini negli ultimissimi minuti di gioco, quando non in pieno recupero: prima di oggi ci sono state la punizione in extremis di Pirlo, il rigore in extremis di Paloschi e, andando a ritroso, le prodezze in extremis dell'Atalantino De Luca e del cagliaritano Sau: vittorie o pareggi che, nel giro di pochi secondi, gli ultimi a disposizione degli avversari, si sono trasformati in cocenti sconfitte. 
Basterebbe questo a delineare un chiarissimo problema di tenuta mentale della squadra, che non è quasi mai in grado di gestire un vantaggio minimo o comunque una situazione di favore; non è in grado di far girare la palla, di tenere ritmi bassi, di spezzare il gioco, di stringere le maglie difensive, oppure di continuare ad aggredire gli avversari, di pressarli per tenerli lontani dall'area; non è in grado, alle corte, di mantenere fino in fondo quel pizzico di concentrazione necessaria a non passare, nel giro di un minuto, da uno 0-1 a un 2-1: quella solidità mentale che qualsiasi compagine di Serie A, anche la più rabberciata, dovrebbe avere. Come sia stato possibile consentire a Immobile e a Cerci, fino a quel momento inconsistenti, di arrivare al tiro con tale irrisoria facilità nei concitati istanti finali, rimarrà un mistero ben poco gaudioso.  Non è questione di fortuna: le partite durano 90 minuti più recupero e vanno giocate fino in fondo, segnare negli ultimi secondi vale esattamente quanto farlo al 13', al 27' o al 73'. 
TRAGICOMICO - Cose da Genoa, dicono i tifosi. Balle: sono, semplicemente, cose da squadre immature, modeste, lacunose. Però pensavo di non doverle più vedere, certe scene tragicomiche. C'è un precedente che solo chi è dotato di memoria di ferro può ricordare: un Treviso - Genoa, in Serie B, torneo 1997/98: liguri  che arrivano in vantaggio di un gol al novantesimo e che, al termine dei tre minuti di recupero, si ritrovano scavalcati e sconfitti con lo stesso punteggio di poche ore fa. Ma quello era un  Genoa in gravi ambasce, il Genoa che Spinelli aveva ceduto a Gianni Scerni, avviandone un quinquennio da incubo sul piano calcistico e finanziario. Quello di oggi è un club discretamente solido (checché ne dicano i profeti di sventura in servizio permanente effettivo sui giornali, personaggi che si atteggiano ad esperti economisti senza avere la necessaria competenza specifica), con una rosa di giocatori di buon livello, alcuni addirittura nazionali, altri che nelle  varie rappresentative ci sono stati nel passato, altri ancora che vantano curricula di tutto rispetto. Eppure, l'approccio è troppo spesso troppo soft, accademico, privo di "garra", come si dice in Sudamerica. 

                           Immobile: lontano da Genova si è riscoperto bomber inesorabile

QUALE SUPREMAZIA CITTADINA? - Hai voglia a cianciare di supremazia cittadina: questa squadra è riuscita nell'impresa di farsi recuperare dalla Samp la bellezza di nove punti, a far data dall'esordio di Mihajilovic sulla panchina blucerchiata. Nulla è compromesso, ma il trend a questo punto pare purtroppo ben definito. La squadra non reagisce, poche storie, e manca di concretezza, di cattiveria: quando gioca bene spesso e volentieri perde, quando gioca male perde sempre e comunque. Sul Genoa in versione Gasperini mi sono più volte espresso in termini lusinghieri, il blog me ne è testimone: ma nell'ultimo post sull'argomento, dopo l'ingiusto capitombolo con la Juventus, avevo anche ammonito che un futuro di buon livello non può essere edificato sulle "gloriose sconfitte", che per crescere occorre mantenere intensità agonistica e di gioco, trovare cattiveria e pragmatismo anche nelle partite in apparenza più abbordabili. Mentalità da squadra adulta, in sintesi, e ovviamente risultati, perché, non è un mistero, vincere aiuta a vincere, crea entusiasmo e convinzione; altrimenti, concludevo, il radioso futuro vagheggiato dai tifosi è destinato a rimanere una mera ipotesi, e nulla più. 
IMMATURI - Ecco, al momento le cose non hanno preso una piega diversa da quella temuta. Il Genoa, domenica dopo domenica, si sta confermando squadra immatura, incostante, inaffidabile, troppo preda di sbalzi di umore e di vuoti di memoria, di ripetuti black out agonistici, per poter ambire a un salto di qualità. Dopo alcune prove positive, si affloscia come un soufflé mal cotto, si adagia su inesistenti allori. Può darsi che, in questo senso, Gasperini e la società stiano avendo le risposte che desideravano: si lavora per il futuro, è il leit motiv di queste ultime settimane. Il tecnico, si è scritto, userà le ultime gare della stagione per mettere alla prova tutti gli elementi della rosa, anche quelli che han giocato meno, per vedere chi meriterà la conferma e chi no. Sarà. Fosse davvero così, gli esiti fin qui emersi non sono incoraggianti: senza i lungodegenti Antonini, Matuzalem e Kucka, senza le prodezze sotto porta di Gilardino e quelle fra i pali di Perin, questo è un team che pare davvero in balìa degli eventi, leggerino tatticamente e caratterialmente, nel quale i tanti giovani promettenti non trovano adeguato sostegno in veterani fuori giri (su tutti Burdisso, accolto come un dio e fin qui autentica delusione del mercato invernale: altro che nazionale argentina...). 
PRESENTE E FUTURO - Ma poi, ha senso sperimentare a campionato in corso, col rischio di smarrire coesione, linearità tattica e consistenza qualitativa, collezionando figure barbine? Il Grifone aveva già destato indignazione per l'orrendo secondo tempo del Bentegodi con l'Hellas, ma oggi ha toccato il fondo, avendo evidentemente creduto che il gol di Gila rappresentasse il triplice fischio dell'arbitro. Tutto questo sarebbe accettabile se fosse la garanzia dell'esistenza di un vero progetto per il 2014/2015: ma è lecito attendersi una cosa del genere, da una società che negli anni ha avuto proprio negli stravolgimenti di mercato il suo tratto distintivo?
E' pur vero che a partire dall'estate scorsa qualcosa è cambiato, pare esserci una strategia un po' più lineare, una volontà di costruire qualcosa di più solido e duraturo, e Gasperini sembra davvero voglia farsi garante di un discorso a lunga scadenza, ma nel calcio di oggi, soprattutto per realtà medio piccole come quella genovese, parlare di giocatori sotto esame per il futuro, dire "vediamo come gioca questo, e se va bene ce lo teniamo" non ha molto senso: i calciatori vanno e vengono quasi a loro piacimento, basta un procuratore un po' insistente o una società un po' più danarosa che bussa alla porta, ogni stagione occorre ricominciare quasi daccapo. Questo vale a maggior ragione per i campioni: che senso avrebbe, ad esempio, pensare di costruire qualcosa attorno a Perin e a Gilardino (sperando caldamente che restino, sia chiaro), quando nemmeno la Juve è sicura di poter trattenere Pogba e Vidal?  Tutto questo, sorvolando sul fatto che non è comunque dalle gare di fine stagione, senza grossi traguardi in palio, che è possibile valutare la reale caratura di un pedatore. 
Insomma, sia nelle stanze societarie, sia in panca, sia in campo, questo finale di stagione andava, anzi, va gestito diversamente, con più realismo e minore "strabismo", nel senso che non credo sia impossibile tenere un occhio alle esigenze di prospettiva e un altro occhio a quelle immediate. Il campionato va onorato fino in fondo. Non ci sono più stimoli? Allibisco. Tre anni fa era bastato poco: a salvezza raggiunta, Preziosi chiese di battere tutte le squadre in lotta per non retrocedere (Brescia, Lecce e Samp), in modo tale da non creare sospetti o anche solo dubbi sull'impegno dei rossoblù, e i ragazzi di Ballardini eseguirono, diligentemente. Quest'anno il piccolo derby cittadino non basta, come motivazione? 

giovedì 6 marzo 2014

VERSO IL MONDIALE: ITALIA, LA GRANDE BRUTTEZZA. AZZURRI UMILIATI DALLA SPAGNA

                           Prandelli pensieroso: poco tempo e tanto da fare per il Mondiale...

Spagna - Italia di ieri sera va ad arricchire la già abbondante collezione di "amichevoli horror" che, praticamente da sempre e con poche eccezioni, caratterizzano le vigilie mondiali azzurre. Dal test match con la Jugoslavia a Roma prima di Argentina '78, uno 0 a 0 con "generose" dosi di fischi per i nostri, alla resa parigina con la Francia di Platini nel febbraio '82, quattro mesi prima della gloriosa avventura spagnola; dal ko napoletano contro gli stessi francesi nel febbraio '94, in una serata all'insegna del non gioco nostrano, a quello in Repubblica Ceca nel maggio 2002, presagio nefasto dell'amara esperienza nippo - coreana. Seguo la Nazionale da quasi trent'anni, e oramai ci ho fatto il callo, a queste dimostrazioni di... impotenza pre iridata dei nostri baldi rappresentanti. Però non mi rassegno: otto anni fa, giusto di questi tempi, lo scintillante 4 a 1 rifilato alla Germania in quel di Firenze dimostrò che è possibile, nel bel mezzo della stagione di club, interpretare una gara senza punti in palio col piglio giusto, perché le fondamenta di una buona Coppa del Mondo vanno gettate con largo anticipo e anche perché "vincere aiuta a vincere", mentre questa pallida Italia non fa bottino pieno da sei mesi e cinque partite, non proprio il massimo per approcciarsi a Brasile 2014. 
ITALIETTA - Ecco, magari non si pretendeva una vittoria azzurra al Vicente Calderon, ma qualcosa di più del vuoto pneumatico messo in mostra sì. L'ultimo confronto vero con la Spagna, quello della Confederations Cup nel giugno scorso, aveva dimostrato che le distanze fra le due rappresentative si erano un tantino accorciate. La sfida di poche ore fa non poteva fornire altri ragguagli in tal senso, soprattutto perché Prandelli l'ha affrontata con una formazione che, sicuramente, non sarà quella titolare destinata a esordire al Mundial (e meno male). Ciò non toglie che il complesso messo in campo avesse il dovere tecnico e morale di dare di più. 
I novanta minuti di Madrid hanno mostrato al mondo intero un'Italia piccola piccola: costantemente in sofferenza di fronte alle folate offensive iberiche, incapace di sfoderare manovre e palleggio efficaci a centrocampo, evanescente o quasi in attacco, a parte un paio di soluzioni estemporanee dovute all'estro dei singoli: il palo di Cerci in apertura al culmine di un'azione personale del torinista, e il bel sinistro alto di poco di Osvaldo su splendido assist di tacco di Marchisio. Poi il nulla, fino a un tentativo di Immobile a una manciata di minuti dal termine. Nel mezzo, tanta Spagna, una Spagna che ci ha inflitto una lezione per certi versi anche più umiliante di quella di Kiev 2012: perché ha disposto del nostro undici in scioltezza, quasi in souplesse, e avrebbe potuto ottenere un altro largo punteggio se non avesse sprecato l'impossibile in fase conclusiva: clamorosi soprattutto gli errori di Fabregas e David Silva, per il resto Buffon ci ha messo tre pezze provvidenziali ma ha anche "ciccato" l'intervento sulla botta decisiva di Pedro. 
PALETTA E POCO ALTRO - E' parso un confronto fra una big e una rappresentativa di calibro medio - basso, e ciò è inaccettabile, anche per una sfida amichevole. Impotenza e vacuità tattica: non una trama degna di tal nome; imprecisione a go go in ogni fase del gioco, con errori di misura nei passaggi quasi da bassa Serie A, tanto che persino il subentrante Pirlo si è ben presto intristito in un contesto tecnico desolante; spinta sulle fasce inesistente. Un pianto, nel quale è fin troppo facile individuare i pochi da salvare: diciamo in primis Paletta, che ha fatto il difensore vecchio stampo, bravo a francobollare, spietato nell'anticipo, il che però non ha impedito alla nostra retroguardia di ballare costantemente (d'accordo, zero protezione da parte del centrocampo) e di incassare un gol risultato alla fine decisivo. 
Di certo, con l'italo - argentino, si è scoperto un buon ricambio per un reparto i cui titolari, Barzagli, Bonucci e Chiellini, se in forma e ben sostenuti dal collettivo garantiscono comunque già adeguata copertura. Meritevole di segnalazione anche il buon rientro di De Sciglio, attento dietro e determinato nel tentare di appoggiare una manovra offensiva quasi inesistente (ma non certo per colpa sua); e infine, come detto, qualche buona accelerazione di Cerci, che ha brillato solo a sprazzi ma che è uno che sa saltare l'uomo, merce sempre più rara, ahimé, nel nostro calcio. 
FISICAMENTE A TERRA, PERCHE'? - Non basta, non può bastare, per quello che era l'ultimo test prima delle convocazioni per il Mondiale brasiliano. "Il divario fra le due squadre è stato soprattutto fisico, in questo momento loro stanno meglio", ha più o meno detto Prandelli a caldo. Ma ha senso, tutto questo? Ha senso che i giocatori di due Paesi calcisticamente avanzati, nel momento clou delle rispettive stagioni agonistiche di club, si trovino in condizioni atletiche così lontane fra di loro? No, e del resto appena dodici mesi fa eravamo qui a glorificare un'altra amichevole dei nostri, di segno totalmente opposto, quel 2 a 2 col Brasile conquistato da un Club Italia fisicamente pimpante e voglioso di far gioco, al punto da averci fatto credere che avesse imboccato la strada della definitiva maturazione.

                                  Verratti: lui e altri giovani meriterebbero più fiducia

TEST UTILE - Non mi si venga a dire, però, che quella con la Spagna è stata un'amichevole "inutile e forse dannosa", come si poteva leggere ieri sul sito - blog del glorioso Guerin Sportivo. Prima di un Mondiale (o di un Europeo) ogni amichevole è fondamentale, perché aggiunge sempre qualcosa, anche quando sembra aver solo tolto: quest'ultima ha fatto venir meno qualche incrollabile certezza del nostro gruppo, perché perdere e subire una lezione di gioco così pesante non fa bene all'autostima;  il discorso ritorna, ancora una volta, a quel trionfale Italia - Germania del 2006 e all'importanza che ebbe (assieme alla precedente vittoria in terra olandese) per far crescere personalità internazionale e voglia di ben figurare della truppa lippiana. Ma, mettiamola così, è meglio avere consapevolezza dei propri limiti e cercare di correggerli piuttosto che andare avanti con false certezze che del resto, nei quasi due anni post Europeo, si sono spesso scontrate con la dura realtà dei fatti.
FLORENZI, INSIGNE E VERRATTI, ALTRO CHE THIAGO MOTTA... - E cosa ha aggiunto invece, Spagna - Italia, al bagaglio di esperienze azzurre? In primis la solare evidenza che senza De Rossi, Pirlo e Balotelli (ma aggiungiamoci anche il Bonucci spesso autoritario in rappresentativa) questa squadra perde una larghissima percentuale delle proprie potenzialità; in seconda battuta, la constatazione di quanto sia doveroso discutere sull'effettiva utilità, per la Nazionale, della presenza in campo di Thiago Motta, il cui contributo è quasi sempre impalpabile. Rimane anche l'amarezza nell'osservare una prudenza sempre più marcata, da parte di Prandelli, nel ricorso ai giovani.
"Spazio alla linea verde" era stata la filosofia del primo biennio del cittì, mentre ora che sarebbe il momento di alzare il tiro dello svecchiamento, di puntare ancor più la prua verso l'avvenire, di sfidare un calcio italiano sempre più rivolto agli stranieri e ai "grandi vecchi", ecco che Destro e Immobile vengono gettati nella mischia quando ormai raddrizzare la partita era pura utopia, Verratti e Insigne rimangono malinconicamente ai margini, Florenzi (fra i migliori centrocampisti della Serie A) non figura nemmeno nella lista dei convocati. E' una Nazionale che, dopo gli slanci del periodo 2010-2012, sembra essersi convertita al piccolo cabotaggio, ho scritto spesso nei mesi scorsi, e lo dimostra anche questo atteggiamento oltremodo sparagnino, il puntare su soldatini senza lampi come Thiago  o su esperti oriundi come Paletta, mostrando nei confronti dei suddetti ragazzini terribili la poca pazienza che viene spesso (e giustamente) rimproverata ai tecnici dl club. 

giovedì 27 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: IL CAVANI TERZINO E I TREMORI DELL'ITALIA

                                            Cavani, uomo ovunque dell'Uruguay

Cosa resterà di questo Brasile - Uruguay 2013, introdotto da un'attesa francamente sopra le righe, alimentata più dalle sue implicazioni storiche che dall'attualità legata alla Confederations Cup? Non di certo il gioco, che ha attinto livelli degni soltanto dopo una prima mezz'ora di memorabile bruttezza. L'istantanea che consegnerà agli annali la gara di Belo Horizonte sarà invece quella dell'impagabile Cavani, uno dei bomber più prolifici del globo, impegnato a giocare da terzino - stopper, scudo davanti alla propria area o addirittura all'interno della stessa, alle prese con chiusure, anticipi, tackles terrificanti ma corretti ed efficaci; il tutto, per poi andare a siglare la rete del provvisorio (e meritato, a quel momento) 1-1. Personalmente non conoscevo questa dimensione da "universale" del centravanti del Napoli (fino a quando?): un po' troppo universale, se devo dire la mia, perché costringere un giocatore letale nei sedici metri finali a sgobbare in ogni settore del terreno di gioco non mi pare, onestamente, una grandissima alzata di ingegno.
QUALE DISEGNO TATTICO? - Cosa è accaduto perché Cavani si trovasse a giostrare a tutto campo, finendo così per limitare il suo apporto alla prima linea? Quando si assiste a certe... bizzarrie, le cose sono due: o c'è una certa confusione tattica, con giocatori costretti a sbattersi anche ben oltre i limiti del proprio ruolo per andare a coprire certe lacune di schema, e non crediamo sia stato così per l'Uruguay di ieri sera, perché Tabarez è un trainer che non sa cosa sia l'improvvisazione; oppure il disegno strategico è chiarissimo ed è votato a un pragmatico "difendiamoci in massa e cerchiamo lo spiraglio per ripartire". Alla fine, credo sia andata così, e ciò non torna comunque ad onore della Celeste, che ha i mezzi, e lo ha dimostrato sporadicamente anche nella circostanza, per fare male, molto male agli avversari: alla fine della fiera, le sue occasioni da gol sono state, per quantità e pericolosità, sullo stesso livello di quelle dei brasiliani.
BRASILE TROPPO TESO - Gli "orientales" hanno invece preferito un approccio sparagnino, forse ulteriormente frenati dal rigore tirato malissimo dal decadente Forlan in avvio di gara; così, invece di ammirare le luminarie offensive di Suarez e del Matador, ci siamo dovuti limitare ad applaudire gli impeccabili, per tempismo e pulizia, interventi difensivi di Diego Lugano e di Godin, oltre a quelli già celebrati del buon Edinson. Una grande occasione persa, in definitiva, per gli ospiti, al cospetto di un Brasile di certo assai concreto ma ancora una volta non trascendentale, e per lunghi tratti inspiegabilmente frenato dalla tensione.
Possibile che tutto questo ricamare sulla tragedia del Maracanà del 1950 abbia creato negli auriverdes una sorta di inconscio blocco psicologico? Eppure, dopo di allora la Seleçao ha avuto modo di vendicare ripetutamente quell'affronto, e in contesti di certo più importanti della Confederations: penso in primis alla semifinale mondiale del 1970, o alla gara decisiva per l'assegnazione della Copa America 1989, che oltretutto si svolse proprio nel medesimo Maracanà, il teatro della precedente disfatta... Fatto sta che il team di Felipe Scolari, a livello offensivo, continua a vivere solo degli accecanti sprazzi di Neymar (da una sua giocata di folgorante bellezza è scaturito il gol dell'opportunista Fred) e a farsi forte di una indiscutibilmente buona organizzazione difensiva, mentre a livello propositivo non ci siamo ancora, la manovra in fase di costruzione continua ad essere troppo scarna e alterna, e si vedono qua e là delle lacune persino nel tocco di palla, che pure per i brasiliani dovrebbe essere qualcosa di scontato.

                               El Shaarawy: lo vedremo finalmente in campo dall'inizio? 

RISCHIO GOLEADA? - Intanto, la vigilia azzurra sta trascorrendo tra poche speranze e tanti, troppi, tremori. C'è chi avverte addirittura aria di goleada. Vista la disparità di rendimento fra Italia e Spagna in questa Confederations, visto soprattutto il divario atletico che va ad aggiungersi a quello di gioco, verrebbe quasi voglia di non dar torto ai disfattisti, che del resto hanno dalla loro solide argomentazioni. Prandelli e i suoi sono però consapevoli di non potersi permettere un'altra batosta, dodici mesi dopo Kiev, e si regoleranno di conseguenza. Altre volte, in passato, è capitato alla nostra rappresentativa di accostarsi a sfide di alto livello in posizione di chiara soggezione: si potrebbe citare l'epica gara col Brasile del 1982, ma mi sembra troppo banale; preferisco tornare con la mente a due semifinali europee, quella del 2000 in casa dell'Olanda e quella dell'anno scorso, contro una Germania che marciava a ritmi da rullo compressore. In entrambi i casi l'Italia partiva largamente dietro, nei pronostici, ma poi riuscì a venirne fuori alla grande, seppure attraverso modalità diametralmente opposte. 
Certo, il match di questa sera presenta caratteristiche diverse da quelle di quei trionfali precedenti, e, ahinoi, in gran parte sfavorevoli a Buffon e soci. L'esordio ad Euro 2012, e volendo anche l'amichevole dell'agosto precedente a Bari, hanno dimostrato che l'Italia può giocarsela, contro l'Invincibile Armada spagnola di questi anni, ma a una condizione: godere di una condizione atletica buona se non ottimale. E' questa la grande incognita, perché del serbatoio di benzina in riserva dei nostri prodi abbiamo parlato diffusamente nei giorni scorsi. E' anche vero, però, che l'ultima mezz'ora del match col Brasile ha mostrato un'Azzurra in progresso fisico, un po' più pimpante, il necessario per riprendere baldanza e piglio aggressivo, per alzare il baricentro del gioco e mettere in difficoltà i padroni di casa. Se il trend di crescita verrà confermato, pensando che magari la preparazione sia stata calibrata proprio in previsione di un lungo percorso in Confederations, c'è la possibilità di tenere testa agli uomini di Del Bosque, che per un tempo hanno visto i sorci verdi contro i dinamici nigeriani. 
DIFESA A TRE? - Conterà, e molto, anche la tattica. L'1 a 1 all'Europeo giunse adottando la difesa a tre che, tuttavia, non convinse appieno, soprattutto nel match successivo con la Croazia, e che non a caso Prandelli ben presto abbandonò, tornando ad affidarsi al modulo a quattro dietro che, in effetti, è stato quello che maggiori soddisfazioni gli ha dato in azzurro. Possibile che si torni a quell'esperimento, ma sarebbe una variante strategica delicata, un cambiamento strutturale dell'impianto di gioco, forse non la formula ideale da azzardare in un'occasione così impegnativa. Personalmente, resterei ancorato alla tradizione, schierando davanti a Buffon una linea Maggio - Barzagli - Bonucci - De Sciglio, casomai dandole protezione ulteriore con un De Rossi più... rintanato del solito, in posizione da centromediano all'antica, diga di un centrocampo che dovrà tessere gioco  e verticalizzare con rapidità sull'asse Pirlo - Montolivo.
ATTACCO SENZA RIFERIMENTI CENTRALI: FOLLIA? - Le novità le riserverei semmai alla prima linea, ove mi affiderei a un trittico di sguscianti e leggeri folletti, senza dare agli spagnoli il riferimento fisso di una punta centrale, come potrebbe esserlo Gilardino. Ad esempio, Giaccherini e Cerci a svariare con El Shaarawy, il quale avrebbe il compito di accentrarsi, ogni volta che ve ne fosse la possibilità, per diventare centravanti atipico, non essendolo di ruolo e di vocazione ma avendo l'intelligenza tattica, la duttilità, la classe e la forza penetrativa per andare a riempire sia pure estemporaneamente tale... casella sul terreno di gioco.  Il Faraone, del resto, è stato l'inesorabile terminale offensivo del Milan prima dell'avvento di Balotelli: che, per l'appunto, questa sera non ci sarà, il che potrebbe in parte ricreare l'assetto rossonero nel quale emerse prepotentemente il giovane savonese. Assenza pesantissima, forse determinante, quella di Balo, ma anche una grande occasione in termini di progettualità, perché troppo rischioso sarebbe ancorare i futuri destini offensivi della Nazionale ai soli estri di Supermario ed è necessario varare soluzioni alternative.
Audaci fantasie, le mie, in ogni caso: probabile che il cittì adotti uno schieramento più abbottonato e assai meno "rivoluzionario". Certo, per lui il dilemma è di quelli non da poco: badare al sodo oltre ogni limite, cercando cioè non solo di puntare alla vittoria, ma anche, nel caso le cose volgessero al peggio, di scongiurare punteggi troppo penalizzanti come quello dell'anno scorso, o giocarsela fino in fondo senza sconfessare lo spirito della squadra, uno spirito, come detto più e più volte, da sempre propositivo e votato all'offesa più che alla difesa? 

mercoledì 12 giugno 2013

ITALIA - HAITI, GLI AZZURRI AL LUMICINO E LA DOMANDA DI SEMPRE: E' GIUSTO PREOCCUPARSI?

                                    Giaccherini: Contro Haiti gol a tempo di record

Mettiamola così: al di là del lodevolissimo intento benefico (il terremoto di tre anni fa ha lasciato ferite che chissà quando si rimargineranno), l'amichevole di ieri sera fra Italia e Haiti valeva soprattutto per il suo significato "vintage". Un remake, a 39 anni di distanza, del primo e unico confronto fra le due rappresentative: correva l'anno 1974, gli azzurri debuttarono nel primo dei due Mondiali disputati in terra tedesca proprio contro i caraibici, vinsero solo 3 a 1 e la mancata goleada (che avrebbero potuto realizzare tranquillamente, se Chinaglia e compagni non avessero troppo scialacquato sotto porta) di fatto precluse loro il passaggio del primo turno (eliminati dall'Argentina per differenza reti), in un torneo al quale si erano invece presentati come una delle squadre da battere. Mettiamola così, dicevo, perché se dovessimo analizzare la sfida di Rio de Janeiro sul piano prettamente tecnico cadrebbero le braccia, al di là del rilievo sul gol record di Giaccherini, il più veloce nella storia del calcio azzurro. 
TEST ATTENDIBILE? - Sia chiaro, è sempre arduo attribuire una patente di attendibilità a partite come questa: la sensazione è di aver assistito a uno di quei galoppi amichevoli  che precedono i tornei importanti (e la Confederations Cup che si aprirà sabato lo è, se ne parlerà a breve su questo blog), partite senza sugo, disputate senza voglia e col freno a mano tirato: esempio classico, quello Sporting Braga - Italia di pochi giorni antecedente il Mundial del 1982, gara che l'Italia di Bearzot giocò talmente male da far esclamare all'allora presidente federale Federico Sordillo: "Se la nostra Nazionale è questa è inutile andare alla kermesse iridata, meglio tornare subito a casa". Però non è neanche giusto minimizzare totalmente, e del resto anche il cittì Prandelli ha ammesso che la figura non è stata di quelle da tramandare ai posteri con orgoglio. Di certo, Haiti ha rappresentato un banco di prova un tantino più probante di quel San Marino che rimane, spiace dirlo, una realtà inconsistente a livello internazionale, e che poche settimane fa a Bologna i nostri travolsero, oltre che con quattro reti, con un florilegio di tiri e occasioni da gol (ne contai una quindicina abbondante). 
ITALIA (ANCORA) SVUOTATA - Per questo, le preoccupazioni sono lecite. Sono cambiati gli uomini, ma nessun miglioramento vi è stato rispetto alla dimessa recita di Praga: Si è vista un'Italia svuotata fisicamente e mentalmente, senza ritmo, dinamismo, agilità, terribilmente lenta di gambe e di testa, priva di  apprezzabili idee di gioco; si è vista, soprattutto, una certa abulia, un impegno ridotto al minimo sindacale e forse anche meno, ma questa, pur se discutibile sul piano sportivo, è la cosa che inquieta meno, perché si sa che le motivazioni rifioriscono per incanto quando un calciatore italiano si trova di fronte agli impegni che contano. 
Casomai, va detto che dell'approccio della nostra massima rappresentativa a certi confronti ritenuti abbordabili avevo già severamente parlato pochi mesi fa, ai tempi della prestazione in quel di Malta, una prestazione indecorosa sul piano della qualità del gioco, con rischi assurdi (rigore neutralizzato da Buffon) e col risultato salvato soltanto da un Balotelli all'epoca in gran vena. Scrissi così:  "Sappiano, gli azzurri, che non sempre ti gira bene, non sempre i rigori si riescono a neutralizzare anche se ci si chiama Buffon e non sempre ci sarà un Balotelli in stato di grazia, capace di trasformare in gol la quasi totalità dei pochi palloni che gli capitano sui piedi". Ecco, è infine capitato che certi acuti personali non siano più stati sufficienti a mascherare le magagne del collettivo, e che Davide abbia fatto il colpaccio contro Golia: per fortuna era solo un'amichevole, ma si spera che questo 2-2, una figuraccia "da almanacco", abbia smosso qualcosa nell'animo dei nostri prodi azzurri, convincendoli che ogni sfida vada affrontata col piglio del killer instinct, senza pensare che in ogni caso la superiore caratura consentirà di portare a casa il risultato. 
PREOCCUPANTE O NO? - Ecco, l'analisi della partita di ieri sera potrebbe terminare qui. Andare oltre significherebbe addentrarsi in un terreno minato. La domanda, da decenni, è sempre la stessa: quanto vanno prese per oro colato le indicazioni, inquietanti o meno, di certi collaudi pre Mondiali, pre Europei o, in questo caso, pre Confederations? Non esiste risposta univoca. Prima abbiamo citato l'allenamento col Braga del 1982, ma l'esempio più fresco rimane la disfatta con la Russia che precedette il nostro "quasi trionfale" Europeo polacco - ucraino: nell'uno e nell'altro caso, sembravano non esservi speranze per gli azzurri, che invece in pochi giorni risorsero e disputarono dei tornei da incorniciare. Altre volte, però, le negative prestazioni della vigilia trovarono conferma negli impegni ufficiali: l'Italia del Trap perse male, al di là dello 0 a 1 finale, contro la Repubblica Ceca nel 2002, prima di partire per il Mondiale nippo - coreano che, lo sappiamo, regalò solo amarezze; e la seconda, pallida "Azzurra" di Lippi si avviò al disastro sudafricano sulle ali di una mortificante sconfitta col Messico, nell'ex Heysel di Bruxelles. 
L'IMPORTANZA DEL RITIRO - E allora, come distinguere fra indicazioni fallaci e segnali attendibili? L'unica certezza è che un buono o un cattivo torneo si costruiscono nel ritiro di preparazione, nel quale lo staff tecnico si trova a dover gestire situazioni delicatissime, equilibri precari, problematiche molteplici: in quella sede, occorre si cementi alla perfezione, se già non è presente, la coesione del gruppo, occorre che vengano smaltite nel più breve tempo possibile le scorie psico- fisiche lasciate dalla stagione di club, e che i giocatori recuperino una condizione atletica e mentale almeno discreta, da far poi ulteriormente lievitare man  mano che ci si avvicina agli impegni decisivi. E' poi necessario che il cittì azzecchi sia le scelte tecniche (convocazioni prima, formazioni poi) sia quelle tattiche, e che gli uomini a sua disposizione sposino senza perplessità e mugugni sia le une sia le altre. Conta poi anche la fortuna: perché se i giocatori, soprattutto quelli decisivi, proprio nelle settimane del torneo incocciano nel loro periodo d'oro, nessun traguardo è precluso, se invece (per condizioni di forma, bioritmi e quant'altro) cadono nel momento peggiore dell'anno, allora non c'è verso di dare una svolta alla situazione. 
Ecco perché non bisogna né drammatizzare, né nascondere la testa sotto la sabbia. I cinque giorni che mancano al debutto potrebbero bastare a rimettere in piedi i nostri stanchi e corrucciati eroi, ma anche no. Di certo, va detto, non è lecito attendersi prestazioni debordanti da formazioni, come quella messa in campo ieri sera da Prandelli, che potremmo definire benevolmente "raffazzonate", ossia formate da elementi che solitamente non sono titolari e che insieme non avevano mai giocato: manca l'amalgama, manca l'idea di squadra, d'accordo, ma, lo si è detto, i problemi emersi contro Haiti sono stati di altra natura. Nell'auspicio che il gruppo azzurro recuperi brillantezza, una rinfrescata all'undici cristallizzatosi come titolare non guasterebbe in ogni caso: si trovi, se possibile, un angolino a De Sciglio e a Cerci, e si valuti l'apporto che un Diamanti e un Aquilani finalmente integro potrebbero dare, in termini di dinamismo e idee,  a un centrocampo e a una trequarti ultimamente a corto di fiato e di inventiva. 

giovedì 23 maggio 2013

BILANCIO TECNICO DELLA SERIE A, PARTE SECONDA: RIMANDATI E BOCCIATI. MILAN IN CHIAROSCURO, DISASTRO INTER E PESCARA


                                    Balotelli: il terzo posto del Milan è soprattutto suo

Sulla nostra immaginaria lavagna della Serie A appena conclusa, dopo i "buoni" è il momento dei "cattivi". Prima di loro, però, c'è una "terra di mezzo" ove collocare le squadre che male non hanno fatto, ma che per i più svariati motivi hanno chiuso la stagione lasciandoci un retrogusto amarognolo. E prima ancora dell'analisi delle singole compagini, fra gli aspetti controversi di natura generale vorrei inserire, e la cosa non deve sorprendere, il superamento di quota mille nel numero di gol totali realizzati in stagione (1003, per l'esattezza): un limite stratosferico che mai era stato varcato dal ritorno della massima divisone a 20 partecipanti, ossia dall'annata 2004/05.
LA QUALITA' E' UN'ALTRA COSA - Mi preme qui ribadire un concetto già espresso in passato: tanti gol non significano in automatico grande spettacolo e buon calcio. Del resto, basta osservare buona parte dei match del nostro svalutatissimo torneo per rendersene conto. Chi ama  davvero il football, non può gioire assistendo a partite da pallottoliere frutto di svarioni tattici collettivi o di errori singoli, questi ultimi dettati da carenze tecniche e di tenuta mentale. La storia non dice bugie, e racconta che il pallone nostrano era più competitivo quando si segnava meno, non perché gli attaccanti fossero più scarsi (anzi...), ma perché c'erano difensori "educati al mestiere", frutti copiosi di una scuola che era il nostro vanto e che invece negli anni Duemila si è inaridita, anche se non del tutto prosciugata. 
MILAN - Torniamo alla lavagna e alla citata terra di mezzo, nella quale non può non trovare posto il Milan. Che ha artigliato in extremis il posto per i preliminari Champions e, soprattutto, si è reso protagonista di una formidabile risalita, dai margini della zona pericolo al podio. Ma è stata una stagione fatta più di scuri che di chiari: il gioco raramente ha raggiunto vette degne di nota, i rossoneri sono stati molto operai nel cuore della manovra (anche perché di fini palleggiatori e di autentici creativi là in mezzo c'è il solo Montolivo, artefice peraltro di una eccellente stagione), e la riscossa è stata affidata, ancor più che ai tempi di Ibrahimovic, agli spunti dei campioni della prima linea. La nota lieta è che si è trattato di campioni giovani e italiani, la potenziale coppia di golden boy della Nazionale per molti anni a venire: di El Shaarawy, del suo devastante impatto sul torneo, del suo calarsi con totale disinvoltura in un ambiente complicato ed esigente come quello rossonero, scrissi già in sede di bilancio del girone di andata; nel ritorno, il Faraone è parzialmente rientrato nei ranghi, vuoi perché per un giovanotto non dev'essere facile cantare e portare la croce da solo per mezzo campionato, vuoi per l'irruzione di Balotelli che ha preteso la scena ed è diventato l'ovvia primadonna. Chi ancora ne discute la statura di campione assoluto farebbe meglio a guardare i fatti: senza i suoi guizzi da implacabile terminale offensivo, senza la sua freddezza nei momenti decisivi e dal dischetto, la Champions il Milan l'avrebbe guardata col binocolo. 
A proposito di rigori, non si può nascondere la testa sotto la sabbia di fronte alla messe di penalty che, nella seconda parte del torneo, hanno sorretto i rossoneri nei momenti difficili: penalty a volte estremamente discutibili come quelli, decisivi, con Udinese e Siena, a fronte di altri... non dati gli avversari, come i due (e forse tre) negati a Marassi al Genoa, nel grottesco match di cui parlai in questo post. Ripeto quanto già scritto allora e in precedenti circostanze: in mancanza di prove contrarie, assurdo avanzare dubbi sulla buona fede degli arbitri, ma doveroso sottolinearne sia la scarsa preparazione sia la sudditanza psicologica nei confronti delle grandi, giunta ormai a livelli inaccettabili, perché di mezzo c'è l'attendibilità tecnica del torneo. Insomma, rossoneri in... chiaroscuro: fra le note liete, da aggiungere l'esplosione di De Sciglio, versatile laterale sinistro già a suo agio in azzurro, e il citato Montolivo che finalmente è uscito dal guscio indossando i panni del califfo della fascia centrale, con personalità, sostanza, intuizioni decisive e gol pesanti. Da questi due campioni, dai due dell'attacco e dal sempre convincente Abate dovrà ripartire un Milan più italiano, ancor più "verde" e con un ulteriore iniezione di talento. 
CAGLIARI - Limitandoci alle vicende agonistiche, il campionato del Cagliari meriterebbe solo lodi sperticate. Dopo i black out prolungati della fase ascendente, dopo le voci di smobilitazione a gennaio subito rientrate, il girone di ritorno ha proposto i rossoblù in versione indiavolata: Daniele Conti è tornato a prendere per mano la squadra nei momenti delicati, Astori si è riappropriato delle sue ormai consuete misure di fondamentale pedina difensiva, Pinilla si è confermato bomber puntale ancorché poco reclamizzato, Sau ha incantato per brillantezza ed inesorabilità sotto porta e Ibarbo ha regalato accelerazioni e scatti poderosi e fruttuosi. Persino il portiere Agazzi è giunto a toccare la Nazionale, anche se, crediamo, in maniera effimera. Però il pasticciaccio Is Arenas è qualcosa che non può essere cancellato: giocare quasi l'intero campionato  davanti a spalti vuoti o semivuoti per ragioni... burocratiche, o addirittura in campi lontani trasformati in terreni casalinghi sempre e solo sul piano burocratico, è una sconfitta, una delle tante sconfitte recenti del calcio italiano. Non può, non deve esistere un football senza pubblico "dal vivo". Poi, sul modo in cui è stata gestita la situazione sul piano regolamentare sia dalla società che dagli organi istituzionali, il giudizio lo lasciamo ai posteri, ma rimane un senso di improvvisazione che non fa onore a nessuna delle parti in causa. 
ROMA - Continuo a considerare quello dei giallorossi come uno dei migliori organici allineatisi ai nastri di partenza, ecco perché il sesto posto finale non può esser considerato positivo. Oltretutto è stato centrato in rimonta, ai danni di una Lazio che ha di certo lasciato un segno più profondo nella storia positiva di questo torneo, in quanto a vivacità di manovra e a momenti di spettacolo. Zeman, che stimo, ha fatto danni, inutile negarlo. Col suo calcio portato all'eccesso, fatto di luminarie offensive non protette da adeguata copertura, e di un rapporto difficoltoso coi big di spogliatoio, ha vistosamente trapanato l'acqua. Andreazzoli ha fatto il possibile per raddrizzare la baracca, ma questa Roma è rimasta una sostanziale incompiuta, pur avendo i mezzi per poter ambire almeno a un terzo posto.

                                         Cerci: la Serie A ha trovato un campione vero
       
INTER E PESCARA, MATITA... BLU ELETTRICO - Da nerazzurri e biancazzurri le pagine più tristi di questa Serie A. Fallimento su tutta la linea per l'Inter, mai così brutta da quasi vent'anni a questa parte. La sequenza di sconfitte del girone di ritorno resterà un marchio indelebile, e i continui riferimenti di Stramaccioni ai bei tempi della vittoria sulla Juve e del quasi aggancio alla vetta sono risibili: perché quella fiammata è durata non più di due mesi, essendo stata preceduta da un altro periodo non propriamente brillante. Gli infortuni in serie, è vero: qui non c'entra il tecnico, ma va anche detto che se così tanti giocatori finiscono ko e per periodi così lunghi, non può essere solo colpa della malasorte. Rimane un interrogativo sportivamente drammatico: Mourinho o non Mourinho, il cui abbandono a triplete conquistato è per me un falso problema, come è stato possibile, da parte di professionisti strapagati, attuare un così repentino depauperamento tecnico di una rosa che si era issata sul tetto d'Italia, d'Europa e del mondo? Come è stato possibile vendere così male e comprare ancora peggio? La ricostruzione dovrà essere radicale, costerà denaro ma necessiterà anche di tanto acume in sede di scelte e di valutazioni di mercato plausibili, acume che in questi tre anni è stato usato in maniera molto parsimoniosa.
E che dire del Pescara? No, nessuna indulgenza verso la piccola realtà di provincia che, dopo tanti anni di assenza, si è ritrovata in un contesto troppo più grande di lei. Il girone di ritorno è stato uno spettacolo triste e imbarazzante, con diciassette sconfitte (!), gol incassati in quantità industriale, resa incondizionata di fronte a quasi tutti gli avversari, partite che alla fine sembravano le galoppate di allenamento infrasettimanali. La squadra non era competitiva, ma qualcosa di più di questo bottino ridotto all'osso era alla portata, giovani rampanti come Perin e Caprari e stranieri di spessore come Weiss non meritavano di affondare in una situazione simile. I dirigenti pescaresi dovranno inventarsi qualcosa di clamoroso per far dimenticare questa pagina nera come la pece, l'iscrizione al campionato di Serie A di una squadra materasso come pochissime altre volte era accaduto nella storia del girone unico (forse solo l'Ancona 2003/04 su livelli più bassi). 
SGUARDO D'ASSIEME SULLA ZONA PERICOLO - Poche annotazioni sui bassifondi. Il Toro ha ritardato fin quasi all'estremo limite una salvezza che ad un certo punto pareva scontata. Strano campionato, il suo: quando ha giocato più sulla forza e sul pragmatismo che sulla classe pura, che pure in prima linea non gli mancava, ha messo in cascina fieno decisivo; quando ha trovato anche il filo di un gioco plausibile e gradevole, con recite di grana fine anche contro molte grandi, ha cominciato a uscire dal campo con le pive nel sacco. Per sua fortuna, il vantaggio accumulato  era tale che son bastati alcuni pareggini nel finale per assestare la graduatoria. Di positivo, oltre alle già citate espressioni di gioco (le gare di ritorno contro Napoli, Juve e Milan), la consacrazione di Cerci: il calcio italiano ha trovato un campione vero, da Nazionale. Arrivato tardi alla ribalta, come Diamanti, del quale si spera possa ripercorrere in pieno le orme, senza più disperdere il suo cristallino talento.
Detto che del Genoa scriveremo a parte in questi giorni, pollice verso per il Palermo, la cui retrocessione porta a chiare lettere la firma di Zamparini. Beffardo persino il ripescaggio in extremis di Sannino, che per qualche settimana aveva riacceso una fioca luce rosanero in una stagione all'insegna dell'oscurità più totale: beffardo e controproducente sul piano societario, perché ha finito con lo sconfessare il mastodontico impegno profuso dal club in sede di mercato invernale, quando i siculi avevano dato vita, analogamente ai rivali del Genoa, a un sostanzioso potenziamento in tutti i reparti.
Bene, andate a rivedervi le formazioni delle partite giocate durante il Sannino bis, e valutate quanti dei rinforzi di gennaio, e per quanto tempo, sono stati schierati in campo. Vedrete che il mister rientrante ha preferito puntare in larga parte, salvo alcune eccezioni, sui suoi fedelissimi, sui giocatori che si era ritrovato in ritiro l'estate scorsa. La verità è che non basta giocar bene un mesetto per riscattare i disastri di un anno intero: il verdetto finale è ineccepibile, e dispiace che colpisca una delle più belle realtà "alternative" alle grandi, fra quelle emerse nell'ultimo quinquennio di A.
In chiusura, una Sampdoria modestissima quanto a espressioni tecniche, dimostrazione plastica di come un allenatore possa davvero portare un quid in più e fare impennare il rendimento di una squadra: con Rossi in panca, è arrivata una mini striscia positiva, all'inizio del girone di ritorno, durante la quale i blucerchiati hanno sfoderato una praticità di gioco, una capacità di trarre il massimo dalle non numerose occasioni create (l'apoteosi, in tale senso, nella gara con la Roma), che hanno consentito loro di portarsi fuori dalle secche. Poi, i nodi son tornati al pettine e nel finale Gastaldello e compagni han giocato col fuoco, con prestazioni di rara mollezza (in primis quella col Palermo), fallendo l'obiettivo della vendetta sul Genoa dopo la retrocessione di due anni fa, e mettendosi in sicurezza matematica solo a due turni dalla fine. Ma, nonostante i patetici peana di tanta stampa locale, l'organico era davvero lacunoso, di più era difficile fare. Quanto a Icardi, ha tutte le caratteristiche del mezzo bluff: averlo issato a nuovo fenomeno grazie a un gol regalatogli da Buffon e a una quaterna rifilata all'improponibile Pescara è persino irritante, per il lettore / spettatore neutrale. Vedremo cosa gli riserverà il futuro, ma al momento non ci sentiremmo di pronosticargli una carriera che non sia quella di un buon attaccante o poco più. 

mercoledì 27 marzo 2013

L'ITALIA DOPO MALTA: L'ENNESIMA GOLEADA MANCATA E LA SUGGESTIONE TOTTI

                                                   Esultanza azzurra a Malta

Fino agli anni Novanta, un risultato e una prestazione della Nazionale come quelli di ieri sera a Malta avrebbero destato scandalo e indignazione, presso la stampa specializzata. I lettori più... anziani ricorderanno l'impressionante coro di critiche che si sollevò dopo una vittoria, identica nel punteggio, del non ancora leggendario team di Bearzot in Lussemburgo nel 1980, e quello ancor più virulento in seguito a uno striminzitissimo 2 a 1 colto proprio a Malta a fine 1992 dagli uomini di Arrigo Sacchi. Altri tempi, davvero. Del resto, io stesso avevo intitolato uno dei primissimi articoli di questo blog "Le goleade non fanno per noi": mi riferii, all'epoca, al deludente, e per certi versi imbarazzante, 1 a 0 firmato da Cassano (oltretutto in dubbio offside) sul terreno dei semidilettanti delle isole Far Oer. 
IDIOSINCRASIA - Quel post lo potrei riscrivere oggi, pressoché identico. E' ormai acclarato che la nostra massima rappresentativa abbia una naturale idiosincrasia alle vendemmiate contro le compagini di basso livello. Quasi una tara ereditaria. Mentre le altre grandi d'Europa non perdono occasione, giustissimamente, per infierire su avversarie tecnicamente in ambasce (ultimo esempio, l'8 a 0 dell'Inghilterra a San Marino), i nostri prodi si limitano al compitino, allo stretto indispensabile per portar via i tre punti e, nella fattispecie, proseguire relativamente tranquilli la marcia di avvicinamento al Mondiale brasiliano. 
L'Italia, negli ultimi vent'anni, ne ha giocate un'infinità di partite del genere, contro formazioni modestissime. I critici si sono rassegnati e prendono atto, accettando persino dichiarazioni oltremodo discutibili come quelle che il cittì Prandelli rilasciò alla vigilia del match di andata coi maltesi a Modena (guarda caso, altro risicato 2 a 0): "Fare tanti gol non mi è mai piaciuto: preferisco vincere segnando poche reti, ma giocando bene". Quasi una giustificazione preventiva alla cronica incapacità dei nostri di far breccia nelle maglie, serrate quanto si vuole ma non certo insuperabili, di queste generose rappresentative che, nonostante gli innegabili progressi tecnici e soprattutto tattici, rimangono sostanzialmente impresentabili ad alto livello internazionale. 
NULLA OFFENSIVO - Il problema è che l'Italia non solo non riesce a goleare, ma nemmeno a giocar bene. E' vero che sfoderare del buon calcio è difficile contro compagini toste e copertissime, ma stiamo parlando di Malta, con tutto il rispetto. La prova dei nostri al Ta' Qali è stata di una povertà tale da doverci far arrossire. Lentezza esasperante nella manovra (emblematico l'atteggiamento di Pirlo che, nonostante il controllo non proprio asfissiante dei rivali, non ha saputo regalare una verticalizzazione o un passaggio illuminante degno della sua fama), a tratti permeata di una insopportabile sufficienza, errori banali in appoggio, scarsa o nulla incisività in avanti. Due gol e un paio di buone occasioni (sinistro dalla distanza di Balotelli, incursione di Montolivo con pallonetto sopra la traversa) nella prima frazione, il vuoto spinto o quasi nella ripresa, eccezion fatta per una bella progressione di Abate chiusa però con un cross fiacco. E produrre il nulla in attacco in 45 minuti, contro una squadra come quella di Pietro Ghedin, è francamente roba da far accapponare la pelle, così come rischiare l'inverosimile nelle prime battute, dal rigore neutralizzato da Buffon alla traversa, entrambe le occasioni firmate da Mifsud. 
COMPITINO - Queste cose penso di poterle dire in tutta libertà, perché "Note d'azzurro" è sempre stato vicino alla Nazionale di Prandelli, sottolineandone in tempi non sospetti i progressi, le belle prove, le qualità che in molti hanno scoperto in colpevole ritardo. Una prestazione come quella di poche ore fa sarebbe allarmante, ma in questo caso credo che le preoccupazioni vadano un po' stemperate. Si è visto infatti, in maniera piuttosto palese, che le difficoltà di manovra dei nostri sono state indotte da un approccio mentale totalmente sbagliato, e non da limiti di gioco. In parole povere, mi è parso di cogliere la palese volontà di non strafare, di limitarsi al compitino: pesava ancora lo stress mentale e atletico del durissimo, e gratificante, impegno col Brasile, mentre già bussa alle porte il turno di campionato anticipato al sabato di Pasqua. Non è il massimo della maturità, ma nel serratissimo calcio di oggi è diventato un atteggiamento comprensibile, e allora via così: sappiano però, gli azzurri, che non sempre ti gira bene, non sempre i rigori si riescono a neutralizzare anche se ci si chiama Buffon e non sempre ci sarà un Balotelli in stato di grazia, capace di trasformare in gol la quasi totalità dei pochi palloni che gli capitano sui piedi. 
DA GINEVRA LA SQUADRA DEL FUTURO - Questa settimana azzurra lascia comunque frutti importanti: il più concreto è rappresentato dai tre punti maltesi, buonissimi per la classifica nel girone. E tuttavia, sono i paradossi del calcio, la sfida più importante tra le due affrontate è risultata quella senza alcuna posta in palio. Non era scontato, nonostante l'avversaria fosse il Brasile: i nostri erano infatti reduci da un'altra amichevole di lusso, quella contro l'Olanda, affrontata con ben altro spirito, e che su queste pagine non mi astenni dal condannare. Contro la Seleçao è stata invece gara vera, senza ritrosie e calcoli al risparmio che spesso emergono, più o meno inconsciamente, in partite di questa natura. E i nostri, l'abbiam già scritto qui, hanno superato l'esame più terribile a pieni voti, mostrando gioco, atteggiamento, personalità e mentalità da grande squadra, consacrando il talento di Supermario e lasciando intravedere le notevoli potenzialità di De Sciglio e Cerci. Un ricordo che non verrà certo annacquato dalla scialba prova della Valletta.

                                 Totti con Del Piero: coppia d'oro azzurra del passato                                         

TOTTI? PENSIAMOCI BENE... - La Nazionale del futuro è quella di Ginevra, e non ha certo bisogno di aggrapparsi alle suggestioni di un malinconico ripescaggio di Totti. Che in Brasile arriverebbe a 38 anni suonati, carico di usura e di acciacchi pregressi, un giocatore che non è quasi mai stato autenticamente decisivo per le sorti azzurre neppure nel suo periodo di maggior fulgore agonistico, ossia nella prima metà del decennio scorso, con la sola luminosa eccezione del'ottimo Europeo del 2000, roba che ormai si perde nella notte dei tempi dei ricordi. Un giocatore di valore assoluto ma sostanzialmente sopravvalutato: gli unici anni in cui ha goduto di autentica considerazione internazionale sono stati proprio quelli compresi fra il 2000 e il 2004: nel frattempo, però, era già arrivato il deludente Mondiale coreano, seguito dall'orrido Euro 2004, gettato via con lo sputo a Poulsen. Da allora, tante prodezze nel cortiletto di casa, ossia in un campionato italiano sempre meno competitivo, e sostanziale calma piatta fuori dei confini. In più, tanti gesti discutibili che non rientrano propriamente nel cliché del campione immenso ammannitoci nelle ultime settimane dalla stampa, anche da quella più insospettabile, come lo stimatissimo Guerin Sportivo. 
Oltre a questo, Totti è uscito volontariamente dal giro della Nazionale, più o meno sei anni fa: non è un reato e verosimilmente in quel momento aveva i suoi buoni motivi per fare delle scelte: era reduce da un infortunio gravissimo, che superò a malapena poco prima del vittorioso Mondiale in Germania, e gli va senz'altro riconosciuto che all'epoca forzò i tempi di recupero proprio per non mancare l'appuntamento con la kermesse iridata; ma la Nazionale mantiene ancora un valore che va al di là, molto al di là di quello di una normale squadra di club, e da essa non dovrebbe essere concesso fare dentro e fuori secondo le proprie esigenze. Rifletta su questo Prandelli, ricordandosi che nel suo gruppo esistono già le risorse offensive per fare un torneo più che dignitoso in Sudamerica, e ricordando che proprio questo nostalgismo a oltranza, questo voler ritornare costantemente sui miti del passato, sull'usato neppure più tanto sicuro oltreché bolso, ha rappresentato per anni un freno enorme alla crescita della Nazionale. Un immobilismo che proprio la brillante e futuribile gestione azzurra dell'ex tecnico fiorentino ha spazzato via con ottimi risultati. Tornare al passato, in questo caso, non sarebbe affatto un progresso, oltre a rappresentare una contraddizione programmatica.