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venerdì 3 gennaio 2020

VERSO SANREMO 2020: RIFLESSIONI SUL CAST DEI BIG, FRA SCOOP CLAMOROSI E ANNUNCI PRECOCI. AMADEUS SULLA FALSARIGA DI BAGLIONI (E CONTI)


Forse non tutti se ne sono accorti, ma ci siamo appena lasciati alle spalle giornate fra le più caotiche nella storia del Festival di Sanremo. Oramai i fatti sono noti: il 6 gennaio era la data fissata per l'annuncio ufficiale del cast dei Big. In una puntata speciale della trasmissione "I soliti ignoti" Amadeus avrebbe reso noto il "listone" più atteso dell'anno, con annessa partecipazione alla serata dei 22 artisti prescelti, così come espressamente indicato nel regolamento della rassegna numero 70. Proprio il regolamento, tuttavia, lasciava incredibilmente spazio alla possibilità di fughe di notizie anche clamorose, ed era apparso chiarissimo fin dalla pubblicazione sul sito della Rai. Perché l'annuncio era previsto per il 6, ma gli inviti da parte del direttore artistico sarebbero partiti con largo anticipo, fra il 16 dicembre e il 3 gennaio; senza dimenticare che già prima di Natale Amadeus aveva lasciato intendere di aver ultimato la selezione e compiuto le sue scelte definitive.  
BRUCIATI DA "CHI" - C'era dunque un periodo - cuscinetto, una zona temporale "grigia" in cui sarebbero potuti venir fuori nomi di ammessi ed esclusi: cosa che si è puntualmente verificata. Il settimanale "Chi", con uno scoop oggettivamente epocale firmato Gabriele Parpiglia, ha diffuso in anteprima l'elenco completo dei partecipanti nella categoria regina. Un solo errore: il 22esimo posto era dato in ballottaggio fra Samuele Bersani e i Kolors, mentre la casella è stata occupata da Alberto Urso. Colpaccio analogo era stato compiuto da "Striscia la notizia" nel dicembre '93 riguardo ai Campioni di Sanremo '94, ma solo con un paio di ore d'anticipo rispetto all'annuncio di Pippo Baudo. Ora, io personalmente non nutro grande stima nei confronti del direttore di "Chi" Alfonso Signorini, ma se il responsabile di un giornale si ritrova fra le mani una notizia simile ha il diritto - dovere di pubblicarla. Le colpe sono delle solite gole profonde, che non hanno saputo mantenere un riserbo moralmente doveroso (ma assai difficile da mettere in pratica nell'era del web e delle informazioni che viaggiano a velocità supersonica), e come detto, di un regolamento che presentava evidenti punti di debolezza. 
CHE FRITTATA! - A frittata ormai fatta, Amadeus ha deciso di rivelare il cast in una intervista a Repubblica, ossia in una maniera irrituale e ben poco istituzionale, diciamo pure assai discutibile e destinato a lasciare non poche scorie polemiche. L'evento televisivo del 6 gennaio è stato così parzialmente "bruciato": l'appeal della serata sarà rappresentato soltanto dall'estrazione dei biglietti vincenti della Lotteria Italia e, riguardo al Festivalone, dalla comunicazione dei titoli dei brani, sempre che nel frattempo non comincino a circolare anche quelli... Un bel pasticcio, non c'è che dire: ancor più grave perché, lo ripetiamo, del tutto prevedibile. Fra l'altro, danno collaterale di infima importanza, è saltato anche il mio pezzo di previsioni sui possibili partecipanti, una tradizione consolidata del blog, la cui uscita era prevista nella giornata di ieri. L'avevo ripetutamente rinviato anche perché questa volta, oggettivamente, non avrei aggiunto molto a quanto già raccontato altrove da altri. 
Quando ho cominciato a scrivere questi articoli in cui cercavo di indovinare la griglia di partenza del Festival, basandomi sia su dati oggettivi sia su mie personalissime considerazioni artistiche, erano in pochi a fare altrettanto. Negli ultimi anni, e quest'anno soprattutto, la "caccia al big sanremese" ha invece raggiunto livelli parossistici: già da ottobre, se non prima, testate (soprattutto online) con variabili livelli di credibilità hanno fornito aggiornamenti, anticipazioni, voci sui candidati alla kermesse. Fa piacere, perché vuol dire che Sanremo è tornato pienamente attrattivo, fa notizia e sa far discutere quasi tutto l'anno, benché qualche firma prestigiosa ancora dodici mesi fa parlasse di "evento che si esaurisce nel giro di una settimana e poi scompare dalle cronache": certo, certo, come no... 
IL "CASO DONNE" - Dopo questa lunga ma doverosa premessa, veniamo alla sostanza dei fatti. Sanremo 2020 ha ormai completato il cartellone dei cantanti in concorso. Nei giorni della rassegna avremo modo di parlare delle otto Nuove proposte (per motivi di famiglia, non ho potuto commentare in questa sede la serata dicembrina dedicata ai giovani), mentre, come sempre, l'elenco dei campioni ha suscitato varie reazioni avverse. Per quanto mi riguarda, storco il naso solo per due aspetti: in primis la penuria di concorrenti donne, che da qualche anno a questa parte è una costante e ora è diventata ufficialmente un problema. Non voglio nemmeno prendere in considerazione l'ipotesi di un maschilismo sanremese dilagante: stiamo parlando di una competizione che in varie edizioni, alcune anche recenti, ha esaltato la cosiddetta "altra metà del cielo" fino a proporre dei podi totalmente al femminile, come quello del 2012 (Emma - Arisa - Noemi). Escluso dunque, fino a prova indiscutibilmente contraria, il pregiudizio di genere, resta da domandarsi il perché: proposte mediocri delle cantanti? O scelta di campo prevalentemente artistica, che ha privilegiato determinati stili musicali nei quali le cantanti italiane non sono finora emerse in maniera convincente? 
ORA O MAI PIU': CHE FINE HANNO FATTO? - Secondo aspetto discutibile, la totale assenza di rappresentanti della trasmissione (condotta da Amadeus) "Ora o mai più", che ha ripescato e riportato alla ribalta personaggi protagonisti di fugaci successi negli ultimi decenni e poi piombati nel dimenticatoio. Molti di questi si erano messi in lista per partecipare alla gara rivierasca, e c'è chi non ha fatto mistero della propria delusione (Lisa, ad esempio). Non li biasimo: a che serve una trasmissione del genere, se per questi cantanti le luci dei riflettori rimangono accese solo per le poche settimane di durata dello show, e spesso per questioni che hanno a che fare più col gossip che col mondo delle sette note (vedasi la lunga polemica Rettore - Donatella Milani)? E "dopo", cosa succede? D'accordo, alcuni hanno trovato una valvola di sfogo attraverso "Tale e quale show", ma non è propriamente la stessa cosa. Con Amadeus padrone di casa e gestore del Festivalone, non era proprio possibile riservare una casella del cast a uno di loro? In passato si è fatto in modo di trovare più volte posto per il vincitore di X Factor (Mengoni, Nathalie, Fragola, Galiazzo), un talent che oltretutto non aveva alcun legame diretto con la manifestazione ligure, laddove invece molti dei partecipanti a "Ora o mai più" avevano vissuto la loro effimera gloria proprio grazie ai passaggi all'Ariston...
COME BAGLIONI - Vediamo invece chi ce l'ha fatta: il listone, onestamente, non mi pare malvagio, anche se non sposta molto i termini della questione rispetto all'ultima edizione griffata  Baglioni, il quale a sua volta aveva seguito e allargato il solco tracciato da Carlo Conti con la sua ultima direzione, quella del 2017. In parole povere: profondo ringiovanimento dei ranghi, primo piano per i generi sulla cresta dell'onda, stop alle proposte di marca prettamente "sanremese", ossia eccessivamente tradizionaliste, spazi ridotti ai minimi termini per i veterani. Sanremo 2020 è questo, e assomiglia terribilmente a Sanremo 2019, al punto che la principale rivelazione (assieme a Mahmood) della passata rassegna, ossia Achille Lauro, si ripresenta in gara, e potrebbe persino nutrire qualche timida ambizione di successo finale, visti i consensi riscossi in questi mesi. Ritornano anche  Enrico Nigiotti, che presentò la struggente ballata "Nonno Hollywood", e Rancore, questa volta senza Daniele Silvestri (la loro "Argento vivo" è rimasta un gioiellino purtroppo incompreso a livello commerciale). Salvo qualche eccezione, mancano i supervip che in questo primo scorcio di secolo hanno dominato le classifiche di vendita e fatto il pienone nei concerti, ma l'anno scorso c'erano Nek, Renga e Il Volo e i risultati furono modesti, quindi non è il caso di fare troppo gli schizzinosi... 
CHI IN PRIMA FILA? - Un vero e proprio favorito, l'asso pigliatutto in grado di sbaragliare il campo, non pare esserci, ma di certo parte in prima fila Francesco Gabbani, per il quale il successo internazionale di "Occidentali's karma" è stato, alla lunga, più un peso che una spinta, visto che non è più riuscito a tornare a quei livelli; accanto a lui l'attesa Levante, cantautrice originale, ispirata, dalla scrittura moderna e dalla spiccata personalità, il debuttante di lusso Piero Pelù, autentico pezzo da novanta, presenza di indubbia attrattiva che, vivaddio, si degna finalmente di mettersi in gioco dopo alcune ospitate senza rischi, e poi Marco Masini, che celebra i trent'anni dal debutto sanremese e che nelle ultime partecipazioni (2015 e 2017) ha sempre offerto produzioni di qualità.
La risicata quota vintage è completata da Irene Grandi, Michele Zarrillo (che non compare mai fra i papabili e poi spesso e volentieri piazza l'allungo decisivo per inserirsi nel lotto) e, se vogliamo, Le Vibrazioni, sia pur di curriculum più recente, mentre non c'è traccia dei super-veterani, degli Al Bano e compagnia tanto per intenderci, e all'alba del 2020 era anche ora; si vorrebbe comunque far presenziare il cantante pugliese con Romina nelle vesti di ospiti e francamente non se ne comprendono ragioni e necessità, visto che all'Ariston fuori concorso ci sono già stati di recente e visto che hanno appena partecipato allo show di San Silvestro di Rai Uno: al Festival, tanto più nell'edizione del settantennale, ci vogliono presenze uniche, eccezionali e di spicco, non minestre riscaldate, delle quali tornerò a parlare in chiusura. 
I CONTEMPORANEI - Poi, come detto, tanta contemporaneità: giovani, ex talent (troppi...) e rap (ma, almeno così sembra, poca trap). Ecco dunque Riki e Giordana Angi (incompresa all'Ariston nel 2012, si è presa una bella rivincita ad Amici), Anastasio e Alberto Urso, mentre Elodie ha reciso ormai da tempo il cordone ombelicale con la trasmissione di Maria De Filippi percorrendo una strada professionale ricca di soddisfazioni. Come Levante, è anch'essa una delle cantanti di ultima generazione capaci di riempire la scena, riuscendo a svettare non solo per doti vocali ma anche per fascino complessivo e "fisicità" (il che non è affatto un peccato). Poi il discusso rapper Junior Cally, che ad occhio e croce dovrà recitare quel ruolo di "scheggia impazzita" ricoperto l'anno scorso da Achille Lauro, nel frattempo diventato alquanto mainstream, mentre dal mondo indie emergono i Pinguini Tattici Nucleari, che cercheranno di ripetere il boom dello Stato Sociale. 
I RAGAZZI DEL VIVAIO E I "JOLLY" - Il vivaio sanremese è tutto sommato ben rappresentato: oltre ai citati Gabbani, Angi e Nigiotti (anche se gli ultimi due hanno avuto una gavetta più laboriosa), ci sono anche il raffinato Gualazzi e Diodato, "penna" con idee e stile interessanti, vena poetica dai tratti malinconici e riflessivi, ragazzo quotatissimo nell'ambiente ma non ancora riuscito a spiccare definitivamente il volo. Dulcis in fundo le presenze più originali, insolite, inaspettate: Paolo Jannacci, figlio d'arte e musicista di indubbio valore, tutto da scoprire nel tempio dell'orecchiabilità canora; il duo formato dall'estroso Morgan e da Bugo, poliedrico cantautore fuori dai circuiti commerciali; quell'Elettra Lamborghini che non può non far storcere il naso ai puristi (e li capiamo), ma che in fondo ci riporta a quelle bizzarrie sanremesi dei tempi che furono, con partecipanti più vicini al mondo dello spettacolo e del glamour che a quello più strettamente canzonettistico; tutto questo senza dimenticare che, piaccia o meno, la bella ereditiera ha conquistato di recente diverse certificazioni FIMI con una serie di brani in stile reggaeton - latino. 
ESCLUSI E MINESTRE RISCALDATE - Spiace per gli esclusi all'ultimo tuffo, come Bersani, The Kolors e, forse, Mietta. Spiace per l'ormai cronica idiosincrasia di Sanremo verso i reduci degli anni Novanta (la stessa Mietta, appunto, o Mariella Nava che pare si fosse presentata in trio con Rossana Casale e Grazia Di Michele, o il vincitore dell'ultimo "Ora o mai più" Paolo Vallesi), o ancora per altre proposte qualitative (si è parlato ad esempio di un duetto Silvia Mezzanotte - Dionne Warwick) forse considerate di scarsa presa per l'asfittico mercato discografico d'oggidì. Ma le chiacchiere stanno a zero, non conoscendo le canzoni di chi è rimasto fuori né, soprattutto, quelle degli ammessi. Sul Sanremo - show, finora, poche notizie e non certo entusiasmanti: passi per l'esercito di donne che dovranno affiancare nella conduzione Amadeus, una buona trovata purché venga loro riservato un ruolo più che attivo, ma che nel 2020 il Festivalone debba ancora affidarsi ai visti e stravisti Fiorello e Benigni per fare audience è sintomo quantomeno di carenza di idee nuove e vincenti. Il direttore artistico aveva promesso un ritorno delle grandi vedettes d'oltrefrontiera, e personalmente gradirei, perché danno spessore allo spettacolo e ne aumentano l'eco: svanita Lady Gaga, finora l'unico sicuro è Lewis Capaldi. Attendiamo fiduciosi qualcosa di più. 

domenica 10 febbraio 2019

SANREMO 2019: FINALE A SORPRESA PER UN FESTIVAL CONTROCORRENTE. NON SCANDALOSO IL SUCCESSO DI MAHMOOD, DELUSIONE PER NEK E TURCI


Ecco dunque la sorpresissima. Alzi la mano chi aveva previsto il trionfo di Mahmood. Io no, sinceramente, e del resto scripta manent. I favoriti erano quei "sei più uno" che avevo citato nei precedenti post (Ultimo, Volo, Irama, Nek, Arisa, Bertè e Cristicchi): l'exploit di "Soldi" è senz'altro uno degli esiti più clamorosi di sempre, nella storia del Festivalone. Per trovare una conclusione altrettanto stupefacente, spiazzante, inattesa, bisogna forse risalire al Sanremo del 1997, alla vittoria dei Jalisse. Dopo, si sono registrate altre medaglie d'oro insolite, penso agli Avion Travel del 2000 o alla coppia Giò Di Tonno - Lola Ponce del 2008, ma si trattava comunque di artisti big, con dignitosissime carriere alle spalle. Il ragazzo italo-egiziano, pur arrivando da diversi anni di "praticantato", è comunque alle prime armi sulle ribalte musicali che contano: il suo percorso sanremese può essere assimilato a quello di Annalisa Minetti, che nel '98 vinse il venerdì le Nuove proposte, si trovò sbalzata nella categoria regina e al sabato sbaragliò nuovamente il campo; la differenza è che, per questa 69esima edizione, la sezione Giovani è stata dirottata nell'anticipo di dicembre, un ridimensionamento che, come già sottolineato, ha tolto importante visibilità mediatica al vivaio rivierasco. In tal senso, si può dire che l'affermazione di Mahmood compensi almeno in parte l'ingiusto trattamento riservato agli emergenti, portando alla ribalta proprio un fresco esponente di quella categoria che un tempo era il vanto della kermesse, e oggi è invece vissuta quasi come un peso. 
VERDETTO CHE CI STA - Onestamente, trovo questo risultato assai meno scandaloso di altri maturati in passato: penso ai citati allori conquistati da Minetti e Di Tonno - Ponce, ma anche a quelli di Marco Carta e Valerio Scanu, che ancora gridano vendetta. Il pezzo di Mahmood mi ha colpito da subito: mai avrei pensato non dico al primo posto, ma nemmeno a un ingresso sul podio; lo accreditavo più che altro di un grosso successo lontano dall'Ariston, ossia vendite, streaming, rotazione radiofonica, perché è un brano fra i più contemporanei dell'edizione, dalla costruzione originale e valorizzato dalla particolarissima vocalità dell'interprete; un brano però martellante, con quelle trovatine testuali (le ripetizioni ossessive di "Come va, come va" e "Soldi, soldi", o il battito di mani) che servono a imprimere una canzone nella mente.
BUON MECCANISMO DI VOTAZIONE - Un'opera che, dicono i primi dati diffusi da mamma Rai, è stata spinta all'affermazione dalle due giurie "d'élite", ossia quella degli esperti (così è definita nel regolamento ufficiale, anche se in diretta è stata ribattezzata "d'onore") e quella della sala stampa, mentre i televotanti da casa si erano espressi massicciamente a favore di Ultimo. Trovo però che le polemiche abbiano poco senso: era peggio col Totip o con la classifica finale affidata esclusivamente agli sms. Il sistema di votazione attualmente in vigore, col suo complesso meccanismo di percentuali, pesi e contrappesi, calcolo di medie e quant'altro, è forse il più equo possibile, al momento. Modera il peso dei ragazzini e dei fans sfegatati che smanettano sugli smartphone, senza però dare un peso eccessivo ai suddetti esperti, che in un paio di edizioni passate hanno invece fatto il bello e il cattivo tempo sancendo verdetti giustamente discussi. Poi tutto è perfettibile, due cose in particolare: gli esperti dovrebbero essere veri addetti ai lavori, ossia musicisti, autori, compositori; riguardo alla giuria della sala stampa, se ne potrebbe fare tranquillamente a meno: i giornalisti dovrebbero valutare le canzoni sulle loro testate di appartenenza, e non condizionare l'esito della gara ligure.
ULTIMO DELUSO, MA SI RIFARA' - Ultimo l'ha presa male, e posso anche capirlo. Aveva un pezzo trasversale, scritto con un linguaggio diretto che arriva ai giovanissimi ma costruito su un impianto tradizionale che può indubbiamente piacere anche a un pubblico più agée, e oltretutto ieri sera ha davvero dato fondo a tutte le sue energie, con la migliore delle performance da lui offerte in questa settimana. Non vale la pena di incupirsi per un secondo posto che poteva essere primo, il giovanotto lo capirà col tempo: a Sanremo conta più il dopo che il durante, ossia gli esiti commerciali e i riscontri di popolarità, che non la graduatoria sul palco ligure. Il gradino più basso del podio rappresenta invece il massimo cui potesse aspirare Il Volo, e i tre ragazzi lo hanno capito, accettando il verdetto con sportività e, anzi, rallegrandosene. Sarà la tranquillità di avere comunque le spalle coperte da un curriculum artistico granitico e sempre ricco di prospettive... Fatto sta che "Musica che resta", canzone iperclassica nell'impostazione e con l'immancabile esplosione di voci nel refrain, ha una sua precisa dignità ma ricalca in buona parte lo schema vincente di "Grande amore", trionfante quattro anni fa; proposta scarsamente coraggiosa, dunque, per la quale il primato sarebbe stato eccessivo. 
BERTE': VA BENE IL QUARTO POSTO - A proposito di delusioni e contestazioni: francamente inaccettabile la reazione del pubblico dell'Ariston al quarto posto di Loredana Bertè. Anche in questo caso, il passato ci ha mostrato di peggio: andando a memoria, ricordo i fischi e le urla che accolsero l'esclusione di Renato Zero dal podio di Sanremo '93. Ma attorno alla cantante calabrese era stato scritto una sorta di romanzo con lieto fine forzato che, alla lunga, è stato francamente seccante: pareva scontato, e perfino doveroso, che dovesse ricevere un premio, o un posto sul podio. Ebbene poteva starci, ma anche no. "Cosa ti aspetti da me" è stata forse la proposta più felice del suo fitto e avventuroso cammino festivaliero, penso a incidenti di percorso come "Angeli & Angeli" del '95 o "Dimmi che mi ami" del 2002, canzone anche carina ma penalizzata da enormi problemi di esecuzione. Da qualche tempo, Loredana ha ritrovato una forma vocale più che accettabile, e lo ha dimostrato anche in questi giorni, ma da qui a far passare il suo pezzo per un capolavoro ci sta di mezzo il mare. Un'opera gradevole che, come nel caso del Volo, ha trovato a parer mio la giusta collocazione in graduatoria. 
NEK: ASSURDO PIAZZAMENTO - Ben altri sono stati colpi di scena di una finalissima a tratti imprevedibile, nello svolgimento e nelle conclusioni. Il diciannovesimo posto di Nek era oggettivamente impensabile: una bocciatura sonora per un artista che, dopo il poderoso rilancio ottenuto nel 2015 con la doppietta "Fatti avanti amore" e cover di "Se telefonando", puntava senza mezzi termini alla vittoria. Vittoria che a parer mio non sarebbe stata scandalosa, perché "Mi farò trovare pronto" ha la stessa forza d'impatto dell'inedito presentato nel primo Festival targato Conti, ed è stato accompagnato da una brillantezza e una sicurezza nella tenuta del palco che avrebbero davvero meritato miglior sorte. Accanto alla vittoria di Mahmood, è forse questa la più grande sorpresa di Sanremo 2019. Più nella logica delle cose il modesto piazzamento di Renga, con un brano in crescendo, interpretato al solito in maniera convincente, ma privo di quel tocco in più in grado di farlo spiccare su altre sue precedenti produzioni; "Aspetto che torni" è comunque di buona fattura, una ballata moderna con un testo tutt'altro che banale, che dovrebbe entrare senza problemi nel repertorio dell'ex Timoria. 
ARISA IN DIFFICOLTA', TURCI MERITAVA DI PIU' - Dispiace per Arisa, cantante che, al di là delle simpatiche bizzarrie del personaggio, nell'ultimo decennio ha conquistato la stima di tanti in virtù delle sue doti canore d'eccezione, voce cristallina, senza cedimenti. Ebbene, ieri sera questa perfezione si è dissolta: la povera Rosalba è incappata in una prestazione pessima, quasi in debito di ossigeno, e mi addolora sinceramente. Si è saputo poi che era febbricitante ed è stata quasi eroica ad affrontare la ribalta: si consolerà pensando di essersi resa forse più umana, e dopotutto la sua "Mi sento bene", così leggera e orecchiabile, dovrebbe avere lunga vita anche nelle settimane post festivaliere. Delusione anche per il sedicesimo posto di Paola Turci: "L'ultimo ostacolo" ha acquisito credibilità ascolto dopo ascolto, melodia malinconica a sostegno di un sentitissimo testo d'amore paterno, fra rimpianto e speranza: per lei, qualche difficoltà di canto per via di un ritornello impegnativo, ma anche un look sensazionale che ha messo in mostra un fisico ancora splendido e delle gambe indimenticabili. Sanremo è anche questo, no? 
CRISTICCHI, SILVESTRI, GHEMON: OPERE DI PREGIO - Cristicchi e Silvestri, quinto e sesto nella graduatoria definitiva, hanno fatto incetta di premi collaterali, e questo era invece prevedibilissimo. Per il cantautore romano siamo nei pressi del capolavoro, per una "Argentovivo" straniante, ruvida, vieppiù valorizzata dal lungo intervento del rapper Rancore. Simone ha portato una composizione delicata, di struggente poetica, anch'essa a suo modo originale, in quanto si regge quasi esclusivamente su un testo di altissimo livello, mettendo in secondo piano l'impianto musicale, ridotto all'essenziale. Alla lunga è venuto fuori Ghemon con la sua "Rose viola", pezzo di raffinate atmosfere; se proprio vogliamo stare a discutere di piazzamenti, fra i primi dieci avrebbe dovuto starci lui invece di Achille Lauro, che non ho trovato neppure tanto fuori dagli schemi; refrain martellante, citazioni a go go di grossi personaggi della musica, dello spettacolo, dello sport: cosa c'è di più convenzionale? 
NIGIOTTI E NEGRITA PROMOSSI - Mi ha piacevolmente colpito il morbido rock dei Negrita, con un testo di protesta che arriva al cuore e alla testa senza ricorrere a parole eccessivamente dure e taglienti, mentre l'ingresso nella top ten è un meritato premio per Nigiotti, e per la sua splendida dedica al nonno e a un mondo più genuino e a misura d'uomo, che ieri sera l'ha portato alla commozione. Nei bassifondi sono invece rimasti i giovanissimi Federica Carta e Shade, che però, scommetto, si rifaranno sul mercato. E questo dovrebbe proprio essere un Festival in grado di far vendere molti dischi, di ottenere visualizzazioni notevoli sulle piattaforme video, perché è stato costruito proprio per centrare questi obiettivi: sfondare sul piano commerciale, lasciare un segno nelle classifiche, traguardo che col primo Baglioni era stato raggiunto solo in minima parte. 
FESTIVAL - RIVOLUZIONE - Sanremo ha perso punti in termini di audience, ed era da mettere in preventivo: a bocce ferme, rileggetevi il cast, e ditemi quante volte, in passato, si è avuto più coraggio nello sparigliare a tal punto le carte di una manifestazione così saldamente ancorata alla tradizione. Quasi la metà dei nomi in concorso erano, questo è sicuro, sconosciuti o semisconosciuti al grande pubblico, quello che in linea di massima segue Rai 1; averli portati in prima serata, nell'evento musicale, televisivo e di costume dell'anno, è stato qualcosa di autenticamente rivoluzionario. Un patrimonio innovativo che non andrà assolutamente dilapidato, un solco sul quale occorrerà insistere chiunque sia il prossimo direttore artistico (da non escludere un Baglioni tris). Innovazione e audacia anche nei dettagli del linguaggio musicale: un po' di turpiloquio in più, ma senza esagerare, tanti riferimenti più o meno velati al sesso (nudità e far l'amore si sono sprecati, senza che nessuno se ne scandalizzasse). Ed è stato anche un Sanremo molto parlato e meno cantato, col definitivo sdoganamento del rap, che, ripeto, può piacere o non piacere ma è la realtà più "à la page" dell'attuale panorama canoro nostrano. 
IL FUTURO? SERENA E AMADEUS - Tutto questo contribuisce a rendere sostanzialmente positivo il bilancio del Festival 2019, facendo passare in secondo piano gli impacci della conduzione, Bisio e Raffaele col freno a mano tirato (con la povera Virginia costretta a tirar fuori in extremis le vecchie imitazioni per ravvivare un po' il palco), la scarsa vena degli autori. La sensazione è che il gruppo di lavoro scelto dal direttore artistico non abbia avuto il tempo materiale per mettere insieme un copione decente, e si sia aggrappato al pilota automatico dell'esperienza; ma il modello Festival del ventunesimo secolo richiede qualcosa di più, in tal senso. Sono tuttavia problemi contingenti e facilmente risolvibili, magari col ricorso a padroni di casa più brillanti e più adatti alla bisogna. Nomi per il futuro? Già fatti qui sul blog in tempi assolutamente non sospetti. La precedenza spetta a Serena Rossi e Amadeus, in attesa che maturi Federico Russo o che si trovi qualche altro "battitore libero" imprevedibile, un attore tipo il buon Santamaria ammirato nella sua apparizione di qualche giorno fa. Vedremo. 

sabato 14 febbraio 2015

FESTIVAL DI SANREMO 2015, LA QUARTA SERATA: CADE RAF, SALGONO MALIKA E IRENE, TRIONFANO CACCAMO E... VIRGINIA RAFFAELE

                                          Malika Ayane: quotazioni in rialzo per lei

E così, giusto al culminar della quarta serata, anche il Festival del "volemose bene" e delle eliminazioni in scala ridotta ha fatto per la prima volta lo sguardo truce e preteso la più eclatante delle vittime sacrificali. All'una di notte, la notizia: Raf saluta la compagnia, è fuori dalla finalissima. Faceva parte della ristretta cerchia dei favoriti, e invece non potrà nemmeno provare a... tarpare le ali del Volo. Per il povero Raffaele non è stata una settimana facile, bastava guardarlo in volto per capirlo. In condizioni di salute precarie (una mattinata in ospedale, ieri, per curare una tosse che quasi gli impediva di parlare), ha dovuto faticare non poco per portare a conclusione le sue tre performance all'Ariston. Al di là di questo, come già avevo segnalato fin dalla recensione alla seconda serata, la sua "Come una favola" non appare propriamente una di quelle canzoni in grado di lasciare un segno profondo nella storia della musica: pur gradevole e classicheggiante, manca di quella forza d'impatto che era lecito attendersi, per una rentrée in grande stile in Riviera dopo ben 24 anni di assenza. E però, con appena quattro eliminazioni in ballo, tutti pensavamo che un posticino nel gala del sabato sarebbe comunque riuscito a strapparlo. Rimane la gratitudine per un artista di fama internazionale, non meno superbig di Biagio Antonacci o della Nannini che vedremo stasera, e che però ha accettato di rimettersi in gioco sul palco più difficile, rifiutando comode passerelle senza rischi. Chapeau. 
RIENTRANO BRITTI E MORENO - Per il resto, nessuna grossa sorpresa: come era facilmente prevedibile, Moreno è rientrato nel gruppone degli eletti, assieme a un Britti che sta un po' dividendo critica e appassionati, ma che ha indubbiamente portato a Sanremo un pezzo di grande atmosfera e ottimamente arrangiato. Sorprendono un po' le qualificazioni di Nesli e di una Bianca Atzei che ha forse la composizione più debole del "tris" firmato Kekko Silvestre: le era superiore, pur se non di molto, "Libera" affidata ad Anna Tatangelo, che invece stasera non ci sarà e alla quale, forse, stanno un po' troppo nuocendo questi continui ondeggiamenti fra uno stile musicale e un altro: è interprete di quasi impossibile collocazione e mai del tutto convincente in ogni genere col quale si cimenta, salvo sporadiche eccezioni.
IDIOTI BRAVI COMUNQUE - Giusto premio per la Di Michele e Coruzzi, con quel sofferto, poetico e incisivo racconto di vita che è "Io sono una finestra", pochi rimpianti per Biggio & Mandelli, che hanno in fondo svolto alla perfezione il compito loro richiesto, portare un po' di caos organizzato su un palco che, quanto a scossoni ilari e ridanciani, quest'anno sta invero un po' mostrando la corda. Peccato per Lara Fabian, unica straniera in concorso: più che una canzone un po' datata (ma meno retrò di quella del Volo, per dire), ha pagato forse qualche difficoltà con la lingua italiana che ha reso non del tutto comprensibili alcuni passaggi del testo. 
NEK E MASINI DA PODIO - La serata del primo redde rationem ha mostrato i Campioni in condizioni discretamente scintillanti: davvero poche le sbavature di esecuzione, lo stesso Raf, pur con i problemi prima esposti, è parso in chiaro crescendo, così come un Grignani che, migliorando la propria vocalità, ha saputo dare un senso a una canzone magari non eccelsa ma di buona sostanza. Ancora più emozionante, rispetto all'esordio, la prestazione di Masini. Ormai la gerarchie paiono abbastanza delineate: fermo restando che continuo a vedere come improbabile una mancata medaglia d'oro per il Volo, nel gruppo di chi può insediarne il primato ci sono l'ultraradiofonico Nek (che ritorno all'Ariston!), il citato Masini, l'eterea Malika Ayane con l'elegantissima "Adesso e qui" e l'impeccabile Annalisa che ha indossato alla perfezione l'accattivante abito canoro confezionato per lei da Silvestre. Al ruolo di outsider potrebbe aspirare Irene Grandi, che avevo parzialmente accomunato a Raf come esponente di spicco del gruppo "occasioni mancate": ribadendo che preferisco l'Irek rockeggiante del passato, è comunque apprezzabile questa nuova svolta soft (non la prima, nella sua carriera: ricordate "Dolcissimo amore"?), affidata a un pezzo non facile ma che riesce a conquistare attraverso qualche ascolto in più, un brano ispirato, dolente, dall'incedere malinconico. 
CACCAMO MARTELLANTE E RADIOFONICO - La gara fra i Giovani ha espresso un degno vincitore: il mio favorito, l'avevo scritto, era Enrico Nigiotti, ma in questa competizione i sorteggi hanno avuto un ruolo decisivo, e l'abbinamento in semifinale fra il cantautore toscano e Giovanni Caccamo significava che uno dei massimi papabili al trionfo avrebbe comunque dovuto abbandonare anticipatamente la tenzone. Del resto, "Ritornerò da te" è uno dei motivi più freschi, vitali, immediati sfornati da questo Sanremo, uno di quelli che già ti martellano in testa, che voleranno negli airplay e che probabilmente si ricorderanno a distanza di qualche anno. Era pressoché impossibile che non conquistasse un piazzamento di pregio: Caccamo ha oltretutto interpretato il suo pezzo con piglio da veterano, sfoderando una voce limpida, sicura, senza cedimenti. E se Amara può dire di avere ottenuto anche più del previsto arrivando alla serata del venerdì, la sorpresissima sono stati i Kutso, con uno stile canoro allegrotto e caciarone che solitamente non incontra grossi consensi presso la platea seriosa del Festivalone, e che invece sono stati a un passo dal gradino più alto del podio.
THE AVENER "CLANDESTINO" - E' stata una serata piena di troppe cose, alcune francamente superflue, in primis un Gabriele Cirilli che poteva tranquillamente aggirare la paura dell'aereo rimanendo inchiodato in quel di Palermo, dove era stato impegnato la sera prima per uno spettacolo. E poi The Avener, una delle attrazioni internazionali di questo Festival, confinato a ora tardissima per una performance breve e quasi impercettibile, attorno alla quale Carlo Conti ha inutilmente cercato di creare un entusiasmo posticcio: è parsa un'ospitata simile a quelle che gli stranieri si concedevano a Sanremo negli anni Ottanta, arrivando trafelati a cantare il pezzo in promozione per poi sparire nel giro di una manciata di minuti. Ma oggi i tempi dovrebbero essere cambiati, e ventiquattr'ore prima i Saint Motel avevano ricevuto ben diverso trattamento... 
BRAVO SAMMY, VIRGINIA SUPERSTAR - Poco emozionante Giovanni Allevi, al contrario di Sammy Basso, il ragazzo affetto da sindrome di invecchiamento precoce che ha dato una lezione di vita a tutti, con la sua positività e la voglia di guardare avanti, nonostante tutto, con speranza e genuina fiducia. Abbastanza cordiale l'ospitata di Antonio Conte, dal quale mi sarei però aspettato un richiamo più forte e deciso alla necessità di far rinascere calore e affetto attorno a una Nazionale azzurra sempre più bistrattata e boicottata dal calcio dei club. La vincitrice "morale" della serata è stata in definitiva Virginia Raffaele, finalmente tornata in tv dopo un esilio troppo lungo e francamente inspiegabile: talento fra i più puri della nouvelle vague comica tricolore, ha "spadellato" da par suo la solita Ornella Vanoni ormai priva di freni inibitori, cattiva e irriverente, ed è poi tornata alle origini con la macchietta della telefonista e dei suoi effetti vocali distorti e stranianti, la genialata che anni fa la fece conoscere al grande pubblico. Ha tante altre frecce al proprio arco: avrebbe meritato più spazio, da sottrarre magari a comparsate tristi come quelle degli Anania, di Massimo Ferrero o di Angelo Pintus: la speranza è di rivederla all'Ariston già l'anno prossimo, con un ruolo più corposo e stabile. "Virginia for Sanremo", insomma. 

giovedì 12 febbraio 2015

FESTIVAL DI SANREMO 2015, LA SECONDA SERATA: MASINI VINCITORE DI TAPPA, BENE ZILLI, SCONTATO TRIONFO PER IL VOLO

                                                 Marco Masini: un bel ritorno

Se persino due fuoriclasse delle sette note come Raf e Irene Grandi giocano col freno a mano tirato, diventa sempre più improbabile che il Volo possa trovare un qualche ostacolo nella sua corsa sicura verso il trionfo di sabato. L'avevo scritto alla vigilia: per arginare il pronostico ultra - favorevole ai tre giovani tenori, occorreva un brano - capolavoro o giù di lì, e ritenevo fosse principalmente nelle corde dei due sopracitati artisti. I quali però, è evidente, non sono riusciti a tirarlo fuori dal loro cassetto in occasione di questo Sanremo 2015. Intendiamoci: "Come una favola" di Raf e "Un vento senza nome" di Irene sono due canzoni gradevoli, di buona fattura, ma che non sfondano al primo ascolto, non lasciano subito il segno; e poi, diciamocelo, sono composizioni "a rischio zero", cioè non particolarmente coraggiose: lenti melodici e romantici che potranno anche entrare nel repertorio dei due cantanti e conquistare il pubblico, alla lunga, ma che difficilmente resteranno nella storia del Festivalone (felice di essere smentito, naturalmente). 
MASINI E ZILLI PROMOSSI - Marco Masini, lui sì, ha fatto centro. Altro fiero rappresentante della "nuova generazione dei veterani" (i ragazzi degli anni Ottanta - Novanta, una volta pensionati i reduci dei Sessanta, troppo a lungo prezzemolini all'Ariston), ha proposto una "Che giorno è" brillante,  ispirata, con soluzioni ritmiche e testuali estremamente incisive (scritta fra gli altri da Federica Camba, autrice di spessore). Non so se possa bastare a creare qualche problema ai ragazzi di "Ti lascio una canzone", ma occhio: l'esperienza di due anni fa alla "Canzonissima" di Carlo Conti ha mostrato che il cantautore toscano è molto forte in sede di televoto. 
In ogni caso, la palma di "vincitore di tappa" può essere attribuita a lui, in una seconda serata festivaliera che ha proposto, relativamente ai Big, un buon livello musicale, pur se nel segno di quella medietà cui si è fatto riferimento in questi giorni: ossia nulla di davvero brutto, ma anche scarsi slanci innovativi, la tendenza a non strafare e andare sul sicuro, restando in particolare abbracciati alla più consolidata tradizione sanremese. Mi piace comunque sottolineare l'azzeccata performance di Nina Zilli, che nel 2012 mi aveva deluso con una "Per sempre" banalotta, e che stavolta ha invece sfornato, di suo pugno, un buon blues, ispirato e interpretato col giusto piglio.  
VOLO UBER ALLES - Visto che è stato più volte "evocato" nelle righe precedenti, parliamo dunque del Volo: hanno fatto ciò che ci si aspettava. Melodia declinata in chiave discretamente moderna, slanci tenorili, inciso a ugole spiegate ma dalla struttura non propriamente scontata, amore a profusione, toni solenni e a tratti drammatici: è un mix che a Sanremo fa quasi sempre centro, soprattutto in assenza di proposte alternative di peso autentico. Non mi è dispiaciuta Anna Tatangelo, che ha cantato con professionalità una "Libera" serena, morbida e rassicurante, di stampo assolutamente tradizionale dopo le recenti audacie di "Muchacha" (ma anche del "Bastardo" che colpì a Sanremo 2011): non a caso, dopo essersi tolta il cognome per una sola, breve estate, è tornata a sfoderarlo con orgoglio sulla Riviera Ligure: bizzarrie da artista? Oscuri progetti di marketing dei discografici? Boh. 
BRAVI... IDIOTI, MORENO DEVE RISALIRE - L'altro pezzo griffato Silvestre, "Il solo al mondo", per il momento è scivolato via come acqua fresca, affidato alla acerba personalità  di Bianca Atzei (sfido: perché sia stata inserita fra i Big rimane un mistero poco gaudioso), Lorenzo Fragola è parso discretamente radiofonico ma penalizzato da un'esecuzione live minata dall'emozione. Meritano sostanziale benevolenza Biggio & Mandelli: il tributo a cabarettisti d'antan è evidente, Cochi e Renato in primis , ma è una citazione ben fatta, ferma restando l'inavvicinabilità dei modelli originali. Insomma, diciamocelo: fra i tanti "non cantanti" che hanno sfilato negli anni sul palco dell'Ariston in gara, quella dei due Soliti Idioti non è stata certo la proposta peggiore. Piuttosto, sorprende la caduta in "zona retrocessione" di Moreno: personaggio al quale non ho risparmiato critiche in passato, ma che nella circostanza ha portato uno dei brani più schiettamente rap nella storia di Sanremo, ben costruito e che si ficca subito in testa. Sorprendente anche perché è forse il primo (vado a memoria) dei reduci da talent a ritrovarsi a rischio eliminazione: ma sarei pronto a scommettere che venerdì le nubi sulla testa del genovese si diraderanno rapidamente. 

                                             Anna Tatangelo: non male, dopotutto

GIOVANI DA SEGUIRE - La serata era stata aperta dai "quarti di finale" della gara fra le Nuove proposte: eliminazione diretta, meccanismo rapido e crudele, ma in fondo il Sanremone è o non è una tenzone canora? E del resto, le canzoni dei giovani sono "nell'aria" già da diverse settimane, chi era interessato ha avuto modo di ascoltarle più volte e crearsi una propria opinione (vantaggio non concesso, giustamente, ai Big). Certo gli abbinamenti contano molto, magari Chanty avrebbe prevalso contro Kaligola e i Kutso non avrebbero avuto vita facile contro Enrico Nigiotti. Alla fine l'han spuntata questi ultimi due: nessuna sorpresa per il cantautore toscano, che ho già indicato come massimo papabile per il successo finale (anche se dal vivo non ha reso al massimo), mentre non era facile pronosticare il passaggio del turno della bizzarra e dissacrante band, con la caciarona e gioiosa "Elisa". Beh, meglio così: Chanty ha una voce che vale ma deve magari modernizzare un po' il suo stile, Kaligola mostra già una discreta maturità compositiva, fa specie che lui sia finito subito fuori mentre il ben più banale Rocco Hunt l'anno scorso abbia addirittura vinto, ma son cose che succedono nel mondo dello spettacolo. 
BOILERS E PINTUS, COMICI DI PIANETI DIVERSI - Sul piano dello show, è parsa una serata condotta a tratti col freno a mano tirato, quasi che gli eccellenti risultati di audience del debutto abbiano creato una sorta di effetto "congelamento", la voglia di non andare oltre il compitino ché tanto ormai il pericolo flop è scansato. Ma attenzione: al Festival non si può mai dire mai fino alla notte inoltrata del sabato... Ancora impalpabili le "tre grazie" di Conti, lo stesso padrone di casa è sembrato troppo sbrigativo in certe circostanze e poco partecipe delle gag degli ospiti (soprattutto con Nibali e quella "misteriosa" bicicletta portata in scena quando il campione già non c'era più, ma anche con Edoardo Leo, chiamato solo in extremis sul palco per affiancare Amendola e Argentero nella promozione del film "Noi e la Giulia"). 
Sempre su ottimi livelli i Boilers, è sorta invece spontanea una domanda: ma Angelo Pintus è un comico? Lo avevo già bocciato sonoramente per la sua performance nel film "Tutto molto bello", oltreché per i suoi pregressi in certe trasmissioni Mediaset, ma ero stato messo sul chi va là dalla notizia di trionfi oceanici nei teatri italiani. Alla luce dei quali mi sorgono inquietanti dubbi sulla capacità di una fetta di pubblico di valutare il reale spessore artistico di un cabarettista. Lo sketch di Pintus non è stato uno sketch: non ha fatto ridere, punto e basta, se non per l'usuratissima imitazione di Pizzul, bella forza. Preferisco pensare che il ragazzo fosse in una serata negativa, ma gli interrogativi restano, e tanti. 
SPLENDIDA CHARLIZE - Di ben altro spessore l'ospitata di Charlize Theron, splendida, elegante, fascinosa, una vera star a tutto tondo, nel senso "hollywoodiano" del termine. Il fustaccio Antonacci, abbigliato in maniera discutibile, ha perlomeno omaggiato da par suo Pino Daniele (troppo fugace, invece, il ricordo di Mango, affidato a un balletto di Rocio Morales), mentre si conferma azzeccata la scelta delle vedettes del pop internazionale: hanno ben figurato i Marlon Roudette e soprattutto Conchita Wurst, la cui canzone "Heroes" è un evidente omaggio a David Bowie. La vincitrice dell'ultimo Eurovision Song Contest ha voce e presenza scenica, barba o non barba... Giusto il tributo a Pino Donaggio, che però poteva evitarsi il riferimento inelegante alla sua partner Jody Miller (nemmeno citata per nome) che interpretò "Io che non vivo" al Festival del '65. Rimane una domanda a martellarmi il cervello: dopo aver visto che nell'iniziativa "Tutti cantano Sanremo" gli ospiti propongono, come è logico, evergreen del passato festivaliero, perché alla famiglia Anania è stato consentito di citare un pezzo ("Gli occhi verdi dell'amore") che con Sanremo non c'entra un fico secco? 

domenica 8 febbraio 2015

VERSO SANREMO 2015: UN PRIMO GIUDIZIO SULLE NUOVE PROPOSTE


Sarà l'anno del rilancio in grande stile, per la sezione "Nuove proposte" del Festival di Sanremo? Da un punto di vista meramente organizzativo, pare proprio di sì. Dopo tanti, troppi anni di semiclandestinità, con le voci emergenti della nostra canzone costrette a cantare a orari da vampiri, compresse fra i big in gara e i cosiddetti superospiti (molti dei quali fuori luogo e fuori contesto), Carlo Conti ha deciso di restituire centralità al vivaio della kermesse rivierasca: gli otto giovani apriranno addirittura le serate, esibendosi in "prime time". Incredibile ci sia voluto così tanto tempo per arrivarci, quando era evidente l'assurdità di una collocazione in palinsesto così penalizzante; curioso che ad assumersi il rischio di questa scelta sia stato il più rassicurante dei presentatori attualmente su piazza. Ma in effetti, di quale rischio stiamo parlando, se per tanti anni, soprattutto negli Ottanta, toccò proprio agli esordienti far da apripista alle serate festivaliere, senza che ciò causasse alcuna incrinatura all'edificio sanremese?
MEGLIO DEL PREVISTO - Sul piano della qualità, debbo dire di aver rivisto in parte i miei giudizi, che al primo impatto con gli otto brani in concorso non erano stati particolarmente lusinghieri. Ora, dopo aver metabolizzato le opere attraverso diversi ascolti, non si può non rilevare che qualcosa di buono ci sia. Come livello complessivo, mi pare di percepire un arretramento rispetto all'edizione 2014: non vedo all'orizzonte progetti solidi e personalità svettanti come fu nel caso di Zibba, The Niro, Diodato e anche Filippo Graziani, ma non mancano i talenti su cui si può lavorare con pazienza, cercando di portarne qualcuno al successo vero. 
ARRANGIAMENTI MODERNI, IDEE ANTICHE - In linea di massima, si nota una grande ricercatezza negli arrangiamenti, talmente ben fatti da mascherare idee di base non sempre (anzi, raramente) originalissime. Quasi tutti i concorrenti strizzano l'occhio alla tradizione italiana, ma hanno almeno il merito di leggerla in chiave abbastanza moderna. Manca, allo stato delle cose, il personaggio in grado di aprire un capitolo autenticamente inedito nel panorama, tutto sommato stagnante, del pop nostrano. Nessuna scopiazzatura, intendiamoci, ma un sostanziale rivolgersi a modelli di fresco successo. Non è un modus operandi particolarmente produttivo, in generale: tentare di inserirsi in nicchie di mercato già sature è, di questi tempi, impresa disperata. Auguri a tutti, ma non sarà facile. Ora, uno sguardo sintetico ad ogni singola produzione. 
"Credo" - Amara: non è sicuramente la proposta più innovativa. Impronta classicheggiante, fortemente melodica, con rimandi allo stile interpretativo di Noemi e alla linea compositiva di certe opere recenti di Giusy Ferreri. Voce di notevole impatto, ma è una di quelle canzoni che rischia di nascere e morire sul palco dell'Ariston, nel giro di pochi giorni.
"Galleggiare" - Serena Brancale: qui siamo su livelli piuttosto alti. Brano raffinato, con atmosfere di jazz purissimo, come raramente se n'è ascoltato dalle parti di Sanremo (forse solo Rossana Casale ci si era avvicinata, ma restando comunque legata a sonorità più schiettamente pop). La tipica canzone poco festivaliera, non facile da assimilare. E scarsamente radiofonica, per usare un termine tanto in voga di recente, ma in questo caso, è proprio il caso di dirlo, chi se ne frega? E' una bella canzone e tanto basta. 
"Ritornerò da te" - Giovanni Caccamo: qui rientriamo nell'alveo della tradizione. E' il brano forse più orecchiabile del lotto, con un ritornello facile facile che si stampa subito in testa, ma la veste sonora è moderna e accattivante. Può puntare alla vittoria. 
"Ritornerai" - Chanty: direttamente dalla Tanzania, una voce avvolgente e sensuale al servizio di un "lento ritmato", una canzone che non brilla per elementi innovativi, anzi: lo schema è il più classico che ci sia. Il valore aggiunto lo danno l'intensa interpretazione e un arrangiamento curato, ricco di sfumature, al passo coi tempi. 
"Oltre il giardino" - Kaligola: poteva mancare l'angolo del rap? Naturalmente no, ma è un'opera che va valutata con sostanziale benevolenza. Rap all'acqua di rose, d'accordo, e in una certa misura ingenuo, con un tributo al Frankie Hi NRG di "Quelli che benpensano" nella costruzione del brano. Il testo è impegnato (storia e disagio di un uomo ai margini della società) ma concepito con più realismo, maggior vena poetica e meno retorica rispetto all'analoga operazione che diede a Rocco Hunt il trionfo di categoria dodici mesi fa.
"Elisa" - Kutso: il pezzo più controcorrente fra gli otto in lizza. Divertissement puro, ritmi forsennati concentrati in un tempo assai ristretto (il motivo dura poco più di due minuti e mezzo), testo senza freni inibitori. E la voce solista ricorda un po' il Sarcina delle Vibrazioni, ma lo stile, allegro e scanzonato, è agli antipodi. 
"Qualcosa da decidere" - Enrico Nigiotti: sul mio personale taccuino, il più autorevole candidato al successo finale. Il pezzo maggiormente contemporaneo nella struttura, pur se pare di percepire alcune atmosfere anni Novanta. Tradizionale senza essere banale, orecchiabile il giusto, altamente radiofonico, l'unico con una certa impronta cantautoriale.
"Io non lo so cos'è l'amore" - Rakele: in parte si può ripetere il discorso fatto per Chanty: pezzo di stampo classico ma "vestito" con le sonorità di un arrangiamento attualissimo, ricco e coinvolgente. Quest'opera ha qualcosa in più, grazie a un'atmosfera soffusa e alla voce morbida e calda dell'interprete campana.