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venerdì 3 gennaio 2020

VERSO SANREMO 2020: RIFLESSIONI SUL CAST DEI BIG, FRA SCOOP CLAMOROSI E ANNUNCI PRECOCI. AMADEUS SULLA FALSARIGA DI BAGLIONI (E CONTI)


Forse non tutti se ne sono accorti, ma ci siamo appena lasciati alle spalle giornate fra le più caotiche nella storia del Festival di Sanremo. Oramai i fatti sono noti: il 6 gennaio era la data fissata per l'annuncio ufficiale del cast dei Big. In una puntata speciale della trasmissione "I soliti ignoti" Amadeus avrebbe reso noto il "listone" più atteso dell'anno, con annessa partecipazione alla serata dei 22 artisti prescelti, così come espressamente indicato nel regolamento della rassegna numero 70. Proprio il regolamento, tuttavia, lasciava incredibilmente spazio alla possibilità di fughe di notizie anche clamorose, ed era apparso chiarissimo fin dalla pubblicazione sul sito della Rai. Perché l'annuncio era previsto per il 6, ma gli inviti da parte del direttore artistico sarebbero partiti con largo anticipo, fra il 16 dicembre e il 3 gennaio; senza dimenticare che già prima di Natale Amadeus aveva lasciato intendere di aver ultimato la selezione e compiuto le sue scelte definitive.  
BRUCIATI DA "CHI" - C'era dunque un periodo - cuscinetto, una zona temporale "grigia" in cui sarebbero potuti venir fuori nomi di ammessi ed esclusi: cosa che si è puntualmente verificata. Il settimanale "Chi", con uno scoop oggettivamente epocale firmato Gabriele Parpiglia, ha diffuso in anteprima l'elenco completo dei partecipanti nella categoria regina. Un solo errore: il 22esimo posto era dato in ballottaggio fra Samuele Bersani e i Kolors, mentre la casella è stata occupata da Alberto Urso. Colpaccio analogo era stato compiuto da "Striscia la notizia" nel dicembre '93 riguardo ai Campioni di Sanremo '94, ma solo con un paio di ore d'anticipo rispetto all'annuncio di Pippo Baudo. Ora, io personalmente non nutro grande stima nei confronti del direttore di "Chi" Alfonso Signorini, ma se il responsabile di un giornale si ritrova fra le mani una notizia simile ha il diritto - dovere di pubblicarla. Le colpe sono delle solite gole profonde, che non hanno saputo mantenere un riserbo moralmente doveroso (ma assai difficile da mettere in pratica nell'era del web e delle informazioni che viaggiano a velocità supersonica), e come detto, di un regolamento che presentava evidenti punti di debolezza. 
CHE FRITTATA! - A frittata ormai fatta, Amadeus ha deciso di rivelare il cast in una intervista a Repubblica, ossia in una maniera irrituale e ben poco istituzionale, diciamo pure assai discutibile e destinato a lasciare non poche scorie polemiche. L'evento televisivo del 6 gennaio è stato così parzialmente "bruciato": l'appeal della serata sarà rappresentato soltanto dall'estrazione dei biglietti vincenti della Lotteria Italia e, riguardo al Festivalone, dalla comunicazione dei titoli dei brani, sempre che nel frattempo non comincino a circolare anche quelli... Un bel pasticcio, non c'è che dire: ancor più grave perché, lo ripetiamo, del tutto prevedibile. Fra l'altro, danno collaterale di infima importanza, è saltato anche il mio pezzo di previsioni sui possibili partecipanti, una tradizione consolidata del blog, la cui uscita era prevista nella giornata di ieri. L'avevo ripetutamente rinviato anche perché questa volta, oggettivamente, non avrei aggiunto molto a quanto già raccontato altrove da altri. 
Quando ho cominciato a scrivere questi articoli in cui cercavo di indovinare la griglia di partenza del Festival, basandomi sia su dati oggettivi sia su mie personalissime considerazioni artistiche, erano in pochi a fare altrettanto. Negli ultimi anni, e quest'anno soprattutto, la "caccia al big sanremese" ha invece raggiunto livelli parossistici: già da ottobre, se non prima, testate (soprattutto online) con variabili livelli di credibilità hanno fornito aggiornamenti, anticipazioni, voci sui candidati alla kermesse. Fa piacere, perché vuol dire che Sanremo è tornato pienamente attrattivo, fa notizia e sa far discutere quasi tutto l'anno, benché qualche firma prestigiosa ancora dodici mesi fa parlasse di "evento che si esaurisce nel giro di una settimana e poi scompare dalle cronache": certo, certo, come no... 
IL "CASO DONNE" - Dopo questa lunga ma doverosa premessa, veniamo alla sostanza dei fatti. Sanremo 2020 ha ormai completato il cartellone dei cantanti in concorso. Nei giorni della rassegna avremo modo di parlare delle otto Nuove proposte (per motivi di famiglia, non ho potuto commentare in questa sede la serata dicembrina dedicata ai giovani), mentre, come sempre, l'elenco dei campioni ha suscitato varie reazioni avverse. Per quanto mi riguarda, storco il naso solo per due aspetti: in primis la penuria di concorrenti donne, che da qualche anno a questa parte è una costante e ora è diventata ufficialmente un problema. Non voglio nemmeno prendere in considerazione l'ipotesi di un maschilismo sanremese dilagante: stiamo parlando di una competizione che in varie edizioni, alcune anche recenti, ha esaltato la cosiddetta "altra metà del cielo" fino a proporre dei podi totalmente al femminile, come quello del 2012 (Emma - Arisa - Noemi). Escluso dunque, fino a prova indiscutibilmente contraria, il pregiudizio di genere, resta da domandarsi il perché: proposte mediocri delle cantanti? O scelta di campo prevalentemente artistica, che ha privilegiato determinati stili musicali nei quali le cantanti italiane non sono finora emerse in maniera convincente? 
ORA O MAI PIU': CHE FINE HANNO FATTO? - Secondo aspetto discutibile, la totale assenza di rappresentanti della trasmissione (condotta da Amadeus) "Ora o mai più", che ha ripescato e riportato alla ribalta personaggi protagonisti di fugaci successi negli ultimi decenni e poi piombati nel dimenticatoio. Molti di questi si erano messi in lista per partecipare alla gara rivierasca, e c'è chi non ha fatto mistero della propria delusione (Lisa, ad esempio). Non li biasimo: a che serve una trasmissione del genere, se per questi cantanti le luci dei riflettori rimangono accese solo per le poche settimane di durata dello show, e spesso per questioni che hanno a che fare più col gossip che col mondo delle sette note (vedasi la lunga polemica Rettore - Donatella Milani)? E "dopo", cosa succede? D'accordo, alcuni hanno trovato una valvola di sfogo attraverso "Tale e quale show", ma non è propriamente la stessa cosa. Con Amadeus padrone di casa e gestore del Festivalone, non era proprio possibile riservare una casella del cast a uno di loro? In passato si è fatto in modo di trovare più volte posto per il vincitore di X Factor (Mengoni, Nathalie, Fragola, Galiazzo), un talent che oltretutto non aveva alcun legame diretto con la manifestazione ligure, laddove invece molti dei partecipanti a "Ora o mai più" avevano vissuto la loro effimera gloria proprio grazie ai passaggi all'Ariston...
COME BAGLIONI - Vediamo invece chi ce l'ha fatta: il listone, onestamente, non mi pare malvagio, anche se non sposta molto i termini della questione rispetto all'ultima edizione griffata  Baglioni, il quale a sua volta aveva seguito e allargato il solco tracciato da Carlo Conti con la sua ultima direzione, quella del 2017. In parole povere: profondo ringiovanimento dei ranghi, primo piano per i generi sulla cresta dell'onda, stop alle proposte di marca prettamente "sanremese", ossia eccessivamente tradizionaliste, spazi ridotti ai minimi termini per i veterani. Sanremo 2020 è questo, e assomiglia terribilmente a Sanremo 2019, al punto che la principale rivelazione (assieme a Mahmood) della passata rassegna, ossia Achille Lauro, si ripresenta in gara, e potrebbe persino nutrire qualche timida ambizione di successo finale, visti i consensi riscossi in questi mesi. Ritornano anche  Enrico Nigiotti, che presentò la struggente ballata "Nonno Hollywood", e Rancore, questa volta senza Daniele Silvestri (la loro "Argento vivo" è rimasta un gioiellino purtroppo incompreso a livello commerciale). Salvo qualche eccezione, mancano i supervip che in questo primo scorcio di secolo hanno dominato le classifiche di vendita e fatto il pienone nei concerti, ma l'anno scorso c'erano Nek, Renga e Il Volo e i risultati furono modesti, quindi non è il caso di fare troppo gli schizzinosi... 
CHI IN PRIMA FILA? - Un vero e proprio favorito, l'asso pigliatutto in grado di sbaragliare il campo, non pare esserci, ma di certo parte in prima fila Francesco Gabbani, per il quale il successo internazionale di "Occidentali's karma" è stato, alla lunga, più un peso che una spinta, visto che non è più riuscito a tornare a quei livelli; accanto a lui l'attesa Levante, cantautrice originale, ispirata, dalla scrittura moderna e dalla spiccata personalità, il debuttante di lusso Piero Pelù, autentico pezzo da novanta, presenza di indubbia attrattiva che, vivaddio, si degna finalmente di mettersi in gioco dopo alcune ospitate senza rischi, e poi Marco Masini, che celebra i trent'anni dal debutto sanremese e che nelle ultime partecipazioni (2015 e 2017) ha sempre offerto produzioni di qualità.
La risicata quota vintage è completata da Irene Grandi, Michele Zarrillo (che non compare mai fra i papabili e poi spesso e volentieri piazza l'allungo decisivo per inserirsi nel lotto) e, se vogliamo, Le Vibrazioni, sia pur di curriculum più recente, mentre non c'è traccia dei super-veterani, degli Al Bano e compagnia tanto per intenderci, e all'alba del 2020 era anche ora; si vorrebbe comunque far presenziare il cantante pugliese con Romina nelle vesti di ospiti e francamente non se ne comprendono ragioni e necessità, visto che all'Ariston fuori concorso ci sono già stati di recente e visto che hanno appena partecipato allo show di San Silvestro di Rai Uno: al Festival, tanto più nell'edizione del settantennale, ci vogliono presenze uniche, eccezionali e di spicco, non minestre riscaldate, delle quali tornerò a parlare in chiusura. 
I CONTEMPORANEI - Poi, come detto, tanta contemporaneità: giovani, ex talent (troppi...) e rap (ma, almeno così sembra, poca trap). Ecco dunque Riki e Giordana Angi (incompresa all'Ariston nel 2012, si è presa una bella rivincita ad Amici), Anastasio e Alberto Urso, mentre Elodie ha reciso ormai da tempo il cordone ombelicale con la trasmissione di Maria De Filippi percorrendo una strada professionale ricca di soddisfazioni. Come Levante, è anch'essa una delle cantanti di ultima generazione capaci di riempire la scena, riuscendo a svettare non solo per doti vocali ma anche per fascino complessivo e "fisicità" (il che non è affatto un peccato). Poi il discusso rapper Junior Cally, che ad occhio e croce dovrà recitare quel ruolo di "scheggia impazzita" ricoperto l'anno scorso da Achille Lauro, nel frattempo diventato alquanto mainstream, mentre dal mondo indie emergono i Pinguini Tattici Nucleari, che cercheranno di ripetere il boom dello Stato Sociale. 
I RAGAZZI DEL VIVAIO E I "JOLLY" - Il vivaio sanremese è tutto sommato ben rappresentato: oltre ai citati Gabbani, Angi e Nigiotti (anche se gli ultimi due hanno avuto una gavetta più laboriosa), ci sono anche il raffinato Gualazzi e Diodato, "penna" con idee e stile interessanti, vena poetica dai tratti malinconici e riflessivi, ragazzo quotatissimo nell'ambiente ma non ancora riuscito a spiccare definitivamente il volo. Dulcis in fundo le presenze più originali, insolite, inaspettate: Paolo Jannacci, figlio d'arte e musicista di indubbio valore, tutto da scoprire nel tempio dell'orecchiabilità canora; il duo formato dall'estroso Morgan e da Bugo, poliedrico cantautore fuori dai circuiti commerciali; quell'Elettra Lamborghini che non può non far storcere il naso ai puristi (e li capiamo), ma che in fondo ci riporta a quelle bizzarrie sanremesi dei tempi che furono, con partecipanti più vicini al mondo dello spettacolo e del glamour che a quello più strettamente canzonettistico; tutto questo senza dimenticare che, piaccia o meno, la bella ereditiera ha conquistato di recente diverse certificazioni FIMI con una serie di brani in stile reggaeton - latino. 
ESCLUSI E MINESTRE RISCALDATE - Spiace per gli esclusi all'ultimo tuffo, come Bersani, The Kolors e, forse, Mietta. Spiace per l'ormai cronica idiosincrasia di Sanremo verso i reduci degli anni Novanta (la stessa Mietta, appunto, o Mariella Nava che pare si fosse presentata in trio con Rossana Casale e Grazia Di Michele, o il vincitore dell'ultimo "Ora o mai più" Paolo Vallesi), o ancora per altre proposte qualitative (si è parlato ad esempio di un duetto Silvia Mezzanotte - Dionne Warwick) forse considerate di scarsa presa per l'asfittico mercato discografico d'oggidì. Ma le chiacchiere stanno a zero, non conoscendo le canzoni di chi è rimasto fuori né, soprattutto, quelle degli ammessi. Sul Sanremo - show, finora, poche notizie e non certo entusiasmanti: passi per l'esercito di donne che dovranno affiancare nella conduzione Amadeus, una buona trovata purché venga loro riservato un ruolo più che attivo, ma che nel 2020 il Festivalone debba ancora affidarsi ai visti e stravisti Fiorello e Benigni per fare audience è sintomo quantomeno di carenza di idee nuove e vincenti. Il direttore artistico aveva promesso un ritorno delle grandi vedettes d'oltrefrontiera, e personalmente gradirei, perché danno spessore allo spettacolo e ne aumentano l'eco: svanita Lady Gaga, finora l'unico sicuro è Lewis Capaldi. Attendiamo fiduciosi qualcosa di più. 

domenica 12 febbraio 2017

FESTIVAL DI SANREMO 2017: IL PAGELLONE DEI "CAMPIONI". PAOLA TURCI SU TUTTI


Il classico pagellone dei Big chiude la settimana sanremese del blog. Cantanti e canzoni sono elencati in ordine di classifica, dal primo in giù. 
FRANCESCO GABBANI - "Occidentali's karma": il vincitore del Festival riesce in un'impresa titanica: bissare un tormentone a soli dodici mesi di distanza. Quello di quest'anno pare inoltre più elaborato e complesso rispetto ad "Amen". Il testo, pur sferzante e ironico, è tutt'altro che demenziale e nonsense, l'arrangiamento è curatissimo, contemporaneo ma con vaghe reminiscenze di un qualche sound anni Ottanta, almeno così mi è parso. VOTO: 8. 
FIORELLA MANNOIA - "Che sia benedetta": brano dalla scrittura cantautoriale, tutto sommato classicheggiante, che trova il suo valore aggiunto nel testo e nell'interpretazione moderatamente enfatica della "rossa", protagonista di un ritorno convincente sul palco dell'Ariston. Poteva anche vincere, ma in fondo è giusto che il trofeo sia andato a un brano e a un interprete più "futuribili". VOTO: 7. 
ERMAL META - "Vietato morire": ecco un altro emergente che, dopo solo un anno, ha ottenuto una fragorosa conferma, restando fedelissimo allo stile che lo impose nelle Nuove proposte. Testo crudo e diretto nelle strofe, con aperture alla speranza nel refrain e nella chiusa, su un tappeto sonoro incalzante, a tratti drammatico, in un mix fra parole e musica efficace e al passo coi tempi. Anche lui sarebbe stato un degno vincitore. VOTO: 8. 
MICHELE BRAVI - "Il diario degli errori": devo essere sincero: non mi ha convinto all'inizio e non mi convince tuttora. A parte il fatto che non è un "Campione", ha sfoderato una buona tenuta del palco e una voce di grana notevole, ma il pezzo mi pare tutto sommato banale nella tessitura musicale, e il testo, pur dicendo cose anche "pesanti" e scavando nel vissuto, non brilla per maturità compositiva. Il quarto posto è un premio eccessivo. Michele è probabilmente il primo Youtuber a farsi largo con onore nella categoria regina di Sanremo. Anche questo è un segno dei tempi. VOTO: 5,5. 
PAOLA TURCI - "Fatti bella per te": per quanto mi sforzi, non riesco a trovare alcuna sbavatura nella splendida performance sanremese di "Paoletta". Impeccabile e trascinante nelle sue esibizioni, e con una canzone del tutto in linea coi gusti e le tendenze attuali, dal ritmo energico e sostenuto, con un testo profondo e che va dritto al cuore, un inno alla bellezza delle donne nel senso più pieno e ampio del termine, una bellezza che vola al di sopra del tempo che passa e degli incidenti della vita. Un'altra artista che avrebbe meritato il massimo alloro, e non sarebbe stato un premio alla carriera, perché, lo ripetiamo, la canzone è "à la page" e lei è ancora in pista con vigore e tante idee. VOTO: 9. 
SERGIO SYLVESTRE - "Con te": il ragazzone ha messo la sua possanza interpretativa al servizio di un brano fin troppo antico nella costruzione, direi "sanremese" nel senso più "nostalgico" del termine, impreziosito dal coretto gospel nel finale. Ma per puntare alla vittoria, e a una lunga carriera canora, ci vuole qualcosa di più ficcante. VOTO. 6+. 
FABRIZIO MORO - "Portami via": il Moro delle ballad poetiche, intense e sentimentali è quello che si fa preferire. Con questa, rinfresca il ricordo della bella "Eppure mi hai cambiato la vita" che portò fino al terzo posto a Sanremo 2008. La sua particolarissima grinta vocale, che spezza l'andamento inizialmente soffuso del brano, dà il tocco in più. VOTO: 7.
ELODIE - "Tutta colpa mia": lo interpreto come un dichiarato, palese omaggio alla più tipica canzone "da Sanremo". Erano anni, vado a memoria, che su quel palco non si ascoltavano proposte in cui la parola "amore" fosse presente in maniera così massiccia e ridondante: forse dai tempi di "Amore amore" di Marisa Sannia, edizione '84, ma quella era composizione ben più leggerina. Elodie ha comunque ben impressionato, riuscendo ad unire perizia tecnica a calore della voce, al contrario di altri ragazzi usciti dai talent, perfettini ma che non trasmettono emozioni. E' una su cui insistere. VOTO: 6 +.  
BIANCA ATZEI - "Ora esisti solo tu": in vistosa crescita, al secondo tentativo sanremese. Voliamo al di sopra delle critiche e dei dubbi (legittimi) sulla sua autentica caratura di Big, e parliamo di una prestazione tutto sommato dignitosa e di una canzone, pur se non originalissima, di grande effetto, grazie alla sapienza di Kekko Silvestre nel cesellare pezzi che "arrivano" subito; affascinante la salita di tono e l'esplosione nel ritornello. Nulla di eccezionale, insomma, ma si fa ascoltare senza scandalo. VOTO. 6,5. 
SAMUEL - "Vedrai": il backgrund del frontman dei Subsonica si riconosce subito, in questo brano contemporaneo pur se debitore di sonorità a cavallo fra ventesimo e ventunesimo secolo. Una ventata di ritmo in una edizione in cui anche molti cantanti emergenti hanno riscoperto la morbidezza delle melodie all'italiana. L'ingresso nella top ten finale non era scontato. VOTO: 7. 
MICHELE ZARRILLO - "Mani nelle mani": un buon ritorno dopo anni duri anche sul piano personale (un serio problema di salute ottimamente superato), una canzone totalmente nel suo stile romantico, ben costruita ma che necessita di più di un ascolto. Ha un difetto: manca del "colpo in più" da Serie A, quello che avrebbe potuto riportare Michele al top del gradimento come, ad esempio, capitò a Fausto Leali col boom di "Io amo", giunto dopo un lungo periodo oscuro. Ma la luce dell'artista ispirato non si è comunque spenta.  Continuerà a far innamorare giovani e meno giovani. VOTO: 6,5. 
LODOVICA COMELLO - "Il cielo non mi basta": ha pagato dazio all'emozione nelle prime uscite, per poi venire fuori alla distanza, fino all'ineccepibile performance nella serata finale. Mi aspettavo da lei una canzone più frizzante, anche pensando al suo precedente singolo "Non cadiamo mai", invece ha sposato una linea melodica tradizionale ma di taglio tutto sommato in linea coi tempi, con l'apertura nel ritornello che dà al tutto la giusta dose di cantabilità. Proposta quindi non trascendentale, ma con una sua dignità. La ragazza vale e ne sentiremo parlare a lungo. VOTO: 6 +. 
MARCO MASINI - "Spostato di un secondo": pezzo meno immediato e diretto di quello che ce lo ripropose su ottimi livelli nell'edizione 2015, ma che alla lunga viene comunque fuori. La costruzione del brano è tutt'altro che banale, con quel racconto di vita quasi a perdifiato nelle strofe e col sostegno del solito refrain di ottima presa. Masini è uno che, pur non tradendo mai la sua linea compositiva, cerca sempre di inserire qualche moderato guizzo innovativo nelle sue produzioni, riesce a non restare indietro pur senza rinnegarsi. VOTO: 6,5. 
CHIARA - "Nessun posto è casa mia": come accennato nell'articolo di questa mattina, più della canzone, di stampo classico e di una certa eleganza ma non particolarmente penetrante, conta la prestazione della giovane, che ha mostrato maggiore maturità e consapevolezza artistica, in definitiva una maggiore credibilità che ha spazzato via certi dubbi del passato, legati soprattutto a una certa "freddezza" nel proporsi. Vale la pena investire su di lei. VOTO: 6,5. 
ALESSIO BERNABEI - "Nel mezzo di un applauso": non è un fuoriclasse né lo sarà mai, ma c'è stato un accanimento eccessivo nei suoi confronti. La proposta mi è parsa pure un tantinello migliore rispetto a quella  del 2016. E' una dance che funziona, un genere nel quale Alessio sta specializzandosi. Nulla di male. VOTO: 6 +. 
CLEMENTINO - "Ragazzi fuori": il livello è lo stesso dell'anno scorso, discreto e nulla più. Impegno di grana grossa, fra retorica e buoni sentimenti, niente cattiveria da rapper. La canzone inizia col refrain, che si fissa così più facilmente in testa. VOTO: 6. 

ELIMINATE
AL BANO - "Di rose e di spine": una romanza di matrice tradizionale, costruita apposta per esaltare le doti vocali del veterano pugliese che, però, nella prima uscita non è stato particolarmente a fuoco, per poi migliorare. VOTO: 6 -. 
GIUSY FERRERI - "Fa talmente male": con quelle di Gabbani, Turci, Samuel e Bernabei, la canzone più radiofonica dell'edizione. Funzionerà, ed è strano che non abbia funzionato anche nella settimana festivaliera: forse qualche intoppo di esecuzione la sera del debutto, ma la proposta è di gran sostanza e un posticino nella finalissima l'avrebbe meritato. VOTO: 7. 
GIGI D'ALESSIO - "La prima stella": melodia old style senza particolari slanci, tipicamente "dalessiana", ma con un testo sentito e commovente. Una decina d'anni fa sarebbe stata da podio, ma farà la sua strada fuori dall'Ariston. VOTO: 5,5. 
RON - "L'ottava meraviglia": sottovalutato. Il refrain è all'altezza delle sue espressioni migliori del passato, struggente ed evocativo. Era da finale. VOTO: 6,5. 
NESLI E ALICE PABA - "Do retta a te": buon impasto vocale per una proposta convenzionale, orecchiabile, che fa molto Sanremo anni Novanta ma che è apparsa tutto sommato di scarsa consistenza. VOTO: 5,5. 
RAIGE E GIULIA LUZI - "Togliamoci la voglia":  testo audace e accoppiata che funziona sia come mix di voci sia come resa complessiva sul palco, ma sound solo in apparenza moderno, in realtà un rap all'acqua di rose un tantino obsoleto. VOTO: 5,5. 

martedì 7 febbraio 2017

SANREMO 2017: UN FESTIVAL AVANTI ANNI LUCE RISPETTO ALLA MEDIA DELLA RAI. MANNOIA IN POLE POSITION, MA OCCHIO AI GIOVANI TERRIBILI...


Sanremo 2017? Un Festival "straniero" in terra televisiva generalista. L'impressione è maturata negli ultimi giorni, dando uno sguardo alle tante trasmissioni Rai che nell'occasione diventano monotematiche, parlando dell'evento ligure fin quasi allo sfinimento. Spiego meglio, riallacciandomi alla lettura che avevo già dato in dicembre di questa edizione della kermesse, l'ultima della prima serie firmata da Carlo Conti (perché fra qualche anno ci sarà una seconda serie, ci scommetterei): un Festival con un cast di Big coraggioso, per certi versi azzardato, alla luce dell'ampia fiducia concessa alla nouvelle vague della canzone italiana. Completo ora il ragionamento: è un Festival anni luce avanti rispetto a quello raccontato e vagheggiato nelle trasmissioni di Rai 1, ancorate a un modello Sanremo che definirei non solo pre Baudo, ma anche pre Ravera (organizzatore principe negli anni Ottanta) e perfino pre Salvetti (il patron che salvò la rassegna dalla scomparsa a metà anni Settanta), un Sanremo che non esiste più, superato dalla naturale evoluzione dell'estetica musicale e "catodica".
RAI 1 FUORI DAL TEMPO - Dalla mattina al tardo pomeriggio, sull'ammiraglia Rai, Sanremo 2017 è soprattutto Al Bano, e il resto un riempitivo o poco più; la sigla è sempre "Perché Sanremo è Sanremo", nonostante sia stata messa in soffitta da una decina d'anni circa; i poveri cittadini intervistati per le vie della città rivierasca (un classico dei servizi in esterna di questo periodo, sai che fantasia), ricordano le canzoni preferite citando sempre le stesse: "Felicità", "Volare" e poco altro, gli opinionisti si lamentano del fatto che larga parte dei Big siano di scarsa popolarità. Ma sono trasmissioni fuori dal tempo: un appassionato di musica leggera che sia almeno mediamente informato sull'attuale panorama pop nostrano non può non conoscere almeno il 99 per cento dei partecipanti. Conti ha fatto quel che ha potuto, col materiale avuto a disposizione (fra chi si è presentato e chi è stato probabilmente cercato direttamente da lui): avremo in gara una recente dominatrice delle charts come Giusy Ferreri, giovani prodotti del vivaio sanremese già affermati come Gabbani e Meta (autore per tanti big, fra cui Renga e Mengoni), Samuel che ha mietuto successi coi Subsonica, Lodovica Comello che è una teen idol la cui notorietà si estende ben oltre i confini nazionali, ma è anche showgirl a tutto tondo (cantante, attrice, presentatrice), e poi gli ultimi reduci dai talent, Elodie e Sylvestre, entrambi con due dischi d'oro all'attivo, che non saranno molto ma, insomma, buttali via... E', in buona sostanza, un cartellone allineato alla realtà canora odierna, nonostante tutte le riserve e i rimpianti per chi poteva e doveva esserci e non c'è. 
CORPO ESTRANEO - Ecco perché Sanremo sembra quasi un corpo estraneo in casa Rai. E' una trasmissione più moderna, fresca, contemporanea, rispetto alla mentalità e alla cultura di settore che emergono prepotentemente dai vari talk dell'azienda, e anche rispetto alle caratteristiche generali degli altri spettacoli prodotti dall'ente tv di Stato: è uno show che è pure diventato social, da qualche anno, che sta scoprendo le potenzialità offerte dal web e che, soprattutto, porta all'Ariston artisti che piacciono ai giovani, adempiendo con ciò al proprio dovere, che è quello di stare al passo coi tempi, recependo gli indirizzi del mercato e casomai anticipando tendenze, non quello di confezionare cast fuori dalla realtà, obsoleti, nostalgici, per il solo gusto di compiacere il pubblico più attempato, che sarà anche la fascia principale dell'audience di Rai 1, ma la cui conservazione non può andare a discapito della ricerca di nuovi spettatori. 
NON SOLO MANNOIA - E dunque, si mettano l'animo in pace le varie Eleonora Daniele et similia, Sanremo 2017 non si esaurirà con l'esibizione di Al Bano. Favorita sembra essere un'altra veterana, Fiorella Mannoia, per la quale da qualche giorno i critici sono in brodo di giuggiole. Verdetto che non mi sorprenderebbe, ma la "rossa" si troverà di fronte una vasta concorrenza: basandosi sui giudizi di chi ha potuto ascoltare in anteprima i brani, daranno battaglia soprattutto i "radiofonici" Ferreri e Gabbani, i testi impegnati e sofferti di Meta e Turci, un Masini che al Festival si presenta sempre con pezzi di spessore, una Chiara ringalluzzita dal tocco magico di Mauro Pagani, un Sylvestre con una suggestiva interpretazione di un brano scritto anche da Giorgia. Da tenere d'occhio, per la grande presa popolare, la citata Comello e D'Alessio. Ma altre sorprese potrebbero arrivare dall'ascolto delle canzoni che sarà, come è giusto che sia, fondamentale. 
OSPITI ITALIANI, REALTA' DA ACCETTARE - Da qualche anno, il Festivalone vive anche una "contraddizione" interna, quella fra gli italiani in gara e gli italiani "superospiti". Da che esiste questo blog, mi sono sempre espresso negativamente su tale disparità di trattamento, ma credo che a questo punto sia il caso di alzare bandiera bianca. La situazione è ormai cristallizzata, i nostri artisti fuori concorso sono diventati un elemento cardine della struttura sanremese, e pare siano accettati di buon grado anche da chi invece è chiamato a cimentarsi con la competizione. Sanremo 2017 vedrà sfilare Tiziano Ferro con Carmen Consoli, Giorgia, Zucchero. A parte quest'ultimo, gli altri potevano tranquillamente figurare in lizza senza scandalo, ma tant'è. 
Non si può più tornare indietro, un po' perché i grossissimi nomi fanno comunque audience, e soprattutto perché a questo punto avere anche solo un "super" fra i concorrenti significherebbe "drogare" la gara, toglierle pathos, con un vincitore annunciatissimo come è a volte accaduto in passato. Ci vorrebbero almeno tre - quattro assi in concorso, tutti in una volta: innalzerebbero l'appeal e il livello qualitativo dello rassegna e farebbero splendere di luce riflessa anche gli altri partecipanti, lasciando comunque incertezza sul risultato finale. Ma pare un obiettivo irrealizzabile, e allora è giusto che Sanremo confermi la vocazione acquisita dagli anni Ottanta in poi: lanciare giovani, rilanciare qualche veterano un po' "spompato", consacrare emergenti in rampa di lancio o big di fresco conio, dare ampia visibilità a tutta quella classe media di cantanti che è composta da professionisti degnissimi, i quali però troppo spesso non trovano spazio sui media, oscurati dallo sparuto gruppetto di grossi e inflazionatissimi vip sbanca hit parade. 

domenica 15 febbraio 2015

FESTIVAL DI SANREMO 2015: IL PAGELLONE DEI VENTI "CAMPIONI"


Una finestra tra le stelle - ANNALISA: tenderà anche al convenzionale e al banale, l'autore Kekko Silvestre, ma non si può negare che attraversi un periodo di buonissima ispirazione, e a chi piacciono i Modà non può non piacere questo gradevolissimo brano dalla melodia accattivante, costruito con grande furbizia, immediato sia nella strofa sia nell'inciso. E il giovane talentino savonese lo interpreta con voce sicura e buona padronanza della scena. VOTO: 7,5. 
Il solo al mondo - BIANCA ATZEI: di... Kekko in Kekko, questa composizione pare invece un po' più deboluccia. E' un classicone sanremese senza slanci particolari, di quelli che, solitamente, nascono e muoiono sul palco dell'Ariston. Il ritornello a ugola spiegata non basta a far recuperare terreno, soprattutto se la voce è quella acerba, impersonale e poco convincente di Bianca. A proposito della quale rimarrà per sempre un interrogativo: in base a quale criterio è stata inserita nel girone dei Campioni? VOTO: 5. 
Adesso e qui (nostalgico presente) - MALIKA AYANE: etereo, soffuso, con un arrangiamento morbido, quasi accennato, per mettere maggiormente in risalto i (moderati) virtuosismi vocali dell'interprete italo - marocchina. E' un brano che esce alla distanza, pagando un po' anche un testo in certi passaggi ermetico, ma la frase "silenzi per cena" è già un cult sanremese. Buon crescendo sul finale. VOTO: 7,5. 
Vita d'inferno - BIGGIO & MANDELLI: occorre essere benevoli nei loro confronti. Hanno omaggiato Cochi e Renato con assoluta discrezione, senza la pretesa di volersi in qualche modo avvicinare ai mostri sacri. Non sarà stata un'alzata di genio alla Elio e le Storie tese, ma un divertissement sano e senza voli pindarici, godibile e arricchito da una giustamente ridondante coreografia in scena. Volgarità ridotta al minimo sindacale, revival di un cabaret che fu. VOTO: 6 +. 
Un attimo importante - ALEX BRITTI: Alex si è ripresentato su buonissimi livelli, dopo qualche anno di oscurantismo e di duetti non propriamente azzeccati. Nel pieno solco del suo stile, ha portato un pezzo carico di atmosfera, romantico, sognante e ricco di sonorità, con una soluzione testuale azzeccata (la ripetizione della frase "Guardami, toccami, stringimi") e spruzzate di chitarra rock. Un'opera più vivace e innovativa di altre del suo repertorio. VOTO: 7. 
Straordinario - CHIARA: il brano è strutturato con perizia, una melodia tradizionale riletta in chiave contemporanea, adatta ad esaltare i sempre più sicuri mezzi vocali della cantante veneta. Peccato, peccato davvero per quella sensazione di "già sentito" che accompagna, è innegabile, parte del refrain, e della quale già si è discusso ampiamente in questi giorni. Peccato perché quando ascolti una canzone nuova, la cosa più fastidiosa è avvertire echi che arrivano da lontano. Insomma, un'occasione parzialmente sprecata. VOTO: 6 di stima. 
Il mondo esplode tranne noi - DEAR JACK: perché rischiare? Reduci da trionfi oceanici nei palazzetti e nelle charts, le ultime creature "defilippiane" rimangono giustamente fedeli alla linea sfornando un motivo pop (con blande venature rockeggianti) che non brilla per originalità ma che tutto sommato emerge con dignità e vigore giovanile, in un contesto festivaliero che strizza l'occhio al bel canto d'antan. Il ritornello è fra i più azzeccati della rassegna. VOTO: 6,5. 
Io sono una finestra - GRAZIA DI MICHELE E MAURO CORUZZI: interpretazione sentita e sofferta da parte di Coruzzi, poetica ispirata, realistica e non banale quella con cui l'autrice ha dipinto questa storia di vita dolente ma non autocommiserativa. E' un tipo di duetto che a Sanremo in genere funziona, soprattutto se accompagnato dalla giusta intensità. VOTO: 6,5. 
Voce - LARA FABIAN: prima artista straniera in gara al Festival "in solitaria" dai tempi di Luis Miguel, ha forse pagato una popolarità relativa presso il pubblico nostrano e qualche difficoltà interpretativa con la lingua italiana. La canzone è di quelle, solenni e costruite su una voce possente, che tanto andavano negli anni Novanta: forse un po' retrò, ma sostenuta da una ritmica incalzante e, in definitiva, convincente. In finale non avrebbe sfigurato. VOTO: 6,5. 
Siamo uguali - LORENZO FRAGOLA: Immaturo per la ribalta più impegnativa del panorama leggero italiano, ulteriore dimostrazione di come passare, nel giro di pochi giorni, da X Factor a Sanremo sia un azzardo per tutti, o quasi (di Mengoni non ne nascono tutti i giorni). Il brano si regge su un inciso abbastanza trascinante, è una composizione tutto sommato "à la page", ma che non coinvolge fino in fondo e alla quale sembra mancare un guizzo particolare, una "trovata", per decollare del tutto. VOTO. 6-. 
Un vento senza nome - IRENE GRANDI: ha rischiato, l'Irek, portando un brano distante da una amplissima fetta del suo repertorio, un brano soft e riflessivo, di impatto non immediato ma di gran pregio compositivo ed eleganza, che esalta la versatilità e la maturità interpretativa dell'artista toscana, sempre più bella, oltretutto, ogni anno che passa. VOTO: 7+.
Sogni infranti - GIANLUCA GRIGNANI: peccato davvero per la vocalità ridotta al lumicino che ha in pratica "bruciato" la prima esibizione del cantautore. Dopo, è venuto fuori un pezzo assolutamente dignitoso, non troppo distante dalle migliori espressioni anni Novanta di questo tormentato cantante, una ballad dall'arrangiamento DOC ma con un testo più "corposo" e consapevole. Probabile che riesca a percorrere una buona strada lontano dall'Ariston. VOTO: 6,5. 
Grande amore - IL VOLO: stilisticamente datati, ma comunque non è un peccato proporre una linea melodica di stampo tradizionale e, in parte, nazionalpopolare. E' la canzone sanremese per antonomasia: crescendo rossiniano, grande apertura sul ritornello, amore a go go. E voci oggettivamente di grana sopraffina. Il merito è anche quello di aver rinverdito i fasti del filone pop lirico, un po' fermo a Bocelli dopo i tentativi ormai lontani di Alessandro Safina e Piero Mazzocchetti, risoltisi in clamorosi buchi nell'acqua. VOTO: 7 +.
Che giorno è - MARCO MASINI: è tornato sulla Riviera Ligure in forma smagliante. La canzone ha una struttura a metà strada fra il classico e il contemporaneo, c'è la sua impronta stilistica ma anche una ventata di freschezza portata dalla giovane Federica Camba, e una soluzione ritmica di gran presa, che parte dal refrain per impregnare ben presto l'intera composizione, diventandone il leit motiv. Sempre coinvolgente ed emozionante l'interpretazione live del vincitore di Sanremo 2004. VOTO: 8. 
Oggi ti parlo così - MORENO: forse il pezzo più schiettamente rap nella storia di Sanremo (per quanto il Festival non vanti un repertorio molto nutrito, relativamente a questo ambito musicale, e quindi pochi termini di paragone). Essenziale, anzi, "crudo e diretto", come ripete il ragazzino genovese in quell'inciso che si ficca subito in testa. Certo, il rap duro e puro è qualcosa di diverso, ma è segno di intelligenza riuscire a produrre un compromesso "in salsa festivaliera" che non mortifichi il genere d'origine e che, anzi, tragga il meglio dalla commistione con sonorità maggiormente leggere. VOTO: 7. 
Fatti avanti amore - NEK: con Britti, Masini, Irek e in parte Grignani, anche il buon Filippo ha saputo tenere altissimo il nome della generazione di mezzo, i ragazzi degli anni Novanta rientrati al Festival dopo un'assenza più o meno prolungata. E' sua la proposta più al passo coi tempi, assai più di quelle dei giovanissimi Dear Jack e Fragola, dance allo stato puro, martellante, per una canzone orecchiabilissima, costruita per volare negli airplay e per restare a lungo nella memoria. VOTO: 8. 
Buona fortuna amore - NESLI: questa ballata rock - mantica ha in fondo una sua validità, anche se ci mette un po' ad "arrivare". A lasciare perplessi è la metamorfosi dell'artista, che va a cercare collocazione nel già affollato universo dei cantanti pop, dove emergere è certo più difficile, di questi tempi, che come esponente rap e hip hop. Nesli è abbastanza credibile nei panni del rocker "addolcito", anche se come performer lascia francamente un po' a desiderare. Voto: 6+. 
Come una favola - RAF: il grande deluso, del quale si è già ampiamente parlato. Ascoltata e riascoltata, la canzone non è affatto male, siamo sinceri. Un suggestivo lentone per romanticoni, l'ideale nel periodo di San Valentino, pianoforte e archi a go go. Un pezzo sanremese con griffe d'autore, una di quelle composizioni che, in edizioni nemmeno troppo lontane, avrebbero sbaragliato il campo. A volte è questione di fortuna (le condizioni fisiche non l'hanno troppo aiutato), a volte dipende esclusivamente dai volubili umori delle giurie. Non è il caso di prendersela troppo. VOTO: 6/7. 
Libera - ANNA TATANGELO: un'altra melodia priva di fiammate innovative, ma tutto sommato ben confezionata, forse il brano più "da Festival" nell'architettura, stile assolutamente italiano. Canzone positiva e rasserenante, partenza su toni dolci e poi discreti slanci ritmici. VOTO: 6,5.  
Sola - NINA ZILLI: questa è la Nina che vogliamo! Alla larga da eccessive contaminazioni col pop all'acqua di rose, sicura di sé e fedele alle sue origini. Un blues - soul puro e ispirato, con orchestrazione eccellente e arrangiamento pieno di sfumature: l'opera più ricca e variopinta fra quelle ammesse in gara quest'anno. Voce piena e rotonda. Una canzone magari non facilissima da canticchiare, ma che si ascolta con enorme piacere. VOTO: 7,5. 

SANREMO 2015, CRONACA DI UN TRIONFO ANNUNCIATO: VINCE IL VOLO IN UN FESTIVAL IN SALSA ANNI OTTANTA


Sanremo 2015 è stato un Festival in versione anni Ottanta, lo si è detto più volte. E' stato tale nello spirito, nella linea musicale, nello stile di conduzione. Quasi inevitabile, dunque, che lo fosse anche nella assoluta prevedibilità del verdetto finale. Già: proprio come in quella decade controversa, punteggiata da trionfi annunciatissimi sul palco dell'Ariston (dal Fogli dell'82 al trio Morandi - Ruggeri - Tozzi dell'87, per citare i due esempi più eclatanti), ieri sera il rituale della proclamazione dei vincitori ha alfine snocciolato il nome di gran lunga più gettonato, quello del Volo, la cui rincorsa verso la medaglia d'oro, partita già un minuto dopo l'annuncio del cast in dicembre, ha preso via via consistenza e incontrato strada facendo la crescente benevolenza di pubblico e critica, soprattutto dei media generalisti che hanno tirato la volata ai tre ex bambini prodigio sposandone la causa, a partire dalle celebrazioni della loro performance al concerto natalizio in Senato, davanti all'allora Presidente della Repubblica Napolitano. 
NEK A UN PASSO - Non che il pathos sia mancato, giusto in extremis. Il Volo ha prevalso col 39 per cento delle preferenze staccando Nek di soli quattro punti: decisivo, e anche questo era ampiamente in preventivo, l'incidenza del televoto, che ha spinto le tre creaturine di Antonella Clerici con un poderoso 56 per cento. E' un successo che non desta soverchie emozioni, ma che nemmeno fa scandalo, visto che "Grande amore" è pezzo assolutamente inserito nel solco della più pura tradizione rivierasca, ma con un arrangiamento comunque al passo coi tempi, di sicura presa, e sostenuto da una interpretazione oggettivamente mostruosa di questi ragazzi che del resto, se mietono successi intercontinentali, qualcosa varranno, a meno che all'estero non siano tutti rintronati e gli unici veri intenditori di musica leggera risiedano entro i confini del Bel (?) Paese; tutto ciò, al netto delle giuste considerazioni sul marchio "retrò" che si portano dietro, da non interpretare necessariamente in chiave negativa. Ma è tutta la classifica finale ad aver un suo senso compiuto, tale da non prestare il fianco a recriminazioni di sorta: qualche organo di stampa d'alto prestigio si è inventato, ieri sera, un Nek favorito, considerando quindi la sua medaglia d'argento una parziale delusione. Ovviamente le cose non stavano così, il buon Filippo è entrato nel novero dei papabili solo negli ultimi giorni, ma le sue reali quotazioni mai hanno avvicinato quelle del Volo: il secondo posto è anzi un risultato eccezionale, perché solitamente i pezzi a fortissimo impatto radiofonico ottengono fortuna e riconoscimenti quando il sipario del Festivalone si è già chiuso da giorni. 
CLASSIFICA LOGICA - Tutto o quasi, dicevamo, nella graduatoria conclusiva trova una sua logica: il terzo posto di Malika, partita lenta con un brano non immediato ma che si è lasciato scoprire, nella sua intima bellezza, passo dopo passo. Il quarto di Annalisa, che continua nel suo percorso di crescita e che ha servito con trasporto, intensità e professionalità la convincente composizione romantico - pop di Kekko Silvestre. E poi Masini sesto (poteva puntare al podio, ma la concorrenza era nutrita), Grignani che si è arrampicato fino all'ottavo, riuscendo a dare dignità a un pezzo che al debutto non aveva saputo valorizzare, complice una vocalità non all'altezza; ma anche il nono di Nina Zilli, con uno di quei magnifici virtuosismi musicali che da sempre, a Sanremo, rimangono intruppati nelle posizioni di centroclassifica. 
QUEI BRAVI RAGAZZI DEI NOVANTA - E' stato, tutto sommato, il Festival della riscossa di quella che io amo chiamare la "generazione di mezzo" della nostra canzone, i ragazzi nati e affermatisi negli anni Novanta. I nuovi veterani che hanno, si spera definitivamente, preso il posto di quelli spompatissimi dei Sessanta, già in larga parte fuori tempo vent'anni fa eppure tenuti artisticamente in vita, contro ogni logica discografica, fino ai Festival dell'altro ieri (Al Bano e Patty Pravo erano ancora in gara nel 2011, per dire). I Britti e i Grignani, i Raf e le Grandi, per tacere di Nek, si sono infine ripresi una ribalta che spettava loro di diritto, e, pur con diverse sfumature, l'hanno comunque onorata: chi rimanendo ostinatamente fedele a se stesso (su tutti Alex e Filippo), chi azzardando la svolta soft (Irene, che infatti ha faticato a far breccia), chi, come Raf, puntando su un classicone dolce e "sanvalentinesco" che non è giunto in tempo al cuore degli ascoltatori, ma che ha in fondo un suo perché, proseguendo il discorso intrapreso a inizio secolo con la più consistente "Infinito", e che non mancherà di far commuovere ed emozionare i suoi fans e, soprattutto, le sue fans. 
CANZONI DA FISCHIETTARE, MA ANCHE DA ASCOLTARE - Questo Sanremo numero 65 ha mostrato, a conti fatti, una proposta musicale di discreto pregio. Nulla davvero che faccia gridare al miracolo, ma un soddisfacente quantitativo di opere che hanno le potenzialità per farsi ricordare, quantomeno a medio termine. Sanremo della medietà, ma non in senso di... mediocritas: una rassegna da sette pieno, senza eccellenze ma anche senza obbrobri. L'orecchiabilità assoluta, quella da primo ascolto che è impresa difficilissima da mettere a segno, l'hanno centrata forse i soli Giovanni Caccamo e Nek, altri pezzi hanno avuto bisogno di ascolti più numerosi ma alla fine si sono imposti. Purtroppo, a Sanremo e dintorni domina da sempre il tormentone, un po' ottuso, della canzone che si deve per forza canticchiare il giorno dopo, sotto la doccia o facendosi la barba, per definirsi riuscita. Ma una canzone pop non è solo questo: è bello e giusto che ci siano brani "à la carte", pronti da fischiettare, ma c'è anche l'assoluta dignità di quelle composizioni che magari nessuno di noi canterebbe, e che però si fanno ascoltare volentieri. Al primo gruppo appartengono i già citati Caccamo e Nek, ma anche Masini, Annalisa, Moreno e il Volo; al secondo la Ayane, la Grandi e la Zilli: quando i pezzi di queste tre "prime donne" passeranno in radio, sarà sempre un piacere fermarsi qualche minuto a gustarli e ad apprezzarli.

                                                Annalisa: a un passo dal podio

GALA VINTAGE - Finalissima dal sapore vintage, come da linea editoriale impressa da Conti e dal suo staff di autori. Forse non è stato ricordato troppe volte in questi giorni, ma Sanremo 2015 è stato davvero il Festival del ritorno in primo piano della musica: già ampiamente esaltati nelle settimane scorse l'aumento del numero dei Big in lizza e la collocazione dei giovani in prime time, aggiungiamo qui che negli ultimi anni ci eravamo purtroppo abituati a serate conclusive spesso ridotte all'osso, quanto a numero di concorrenti. Se con Fazio si erano già fatti passi avanti (quattordici campioni in finale), dal 2009 al 2012 la gara del sabato aveva visto darsi battaglia appena dieci cantanti, con conseguenti salti mortali per riempire artificiosamente un gala che deve comunque occupare quattro ore di palinsesto.
ITALIANI IN GARA! - Ieri gli extra non sono comunque mancati: tanti ospiti come nei Festival più luccicanti. Di Sanremo 2015 si può dire che sia stata azzeccata la selezione delle vedettes internazionali, canore e non: Ed Sheeran è uno dei protagonisti della hit parade d'oggidì, e Will Smith (ieri con Margot Robbie) è un volto di Hollywood mai banale e sempre disponibile a fare spettacolo, al di là della mera promozione del film in uscita. I dubbi, casomai, sono aumentati sul versante degli italiani fuori concorso: se Ruggeri ha portato un poetico omaggio a Jannacci, Faletti e Gaber, scevro di retorica e malinconia, la performance di Gianni Nannini è stata obiettivamente di una mediocrità disarmante, con errori tecnici inconcepibili per una professionista di tale spessore: avesse sbagliato certi attacchi uno qualsiasi degli artisti in gara, sai i frizzi e i lazzi? Per quanto mi riguarda, il tormentone continua e continuerà, più martellante che mai: basta coi superospiti italiani, se vogliono venire, che vengano in gara, come ha fatto il buon Raf, uno che ha venduto milioni di dischi in giro per il mondo. 
RAI - MEDIASET, ZELIG UBER ALLES - Sanremo 2015 ha scritto un altro capitolo della pax televisiva Rai - Mediaset. Concorrenza berlusconiana quasi assente, come ormai da anni, e del resto conviene a tutti: perché ormai il cast dei cantanti rivieraschi è sempre più pieno di ragazzi di Amici (quest'anno la bravissima Annalisa, i Dear Jack, ma anche Nigiotti e Amara), ma non solo. Conti ha infatti attinto a piene mani da Zelig: i frizzanti Boilers ospiti fissi, e ieri, sorpresa in extremis a tarda ora, Marta e Gianluca, quelli dello "Speed date", protagonisti di uno sketch piacevolissimo, ben più di quello, tutto sommato banale, di Giorgio Panariello. Assieme a Virginia Raffaele e Luca & Paolo, hanno salvato il versante comico di un Sanremo che, per il resto, i sorrisi li ha strappati in altra maniera, ad esempio attraverso le estemporanee uscite della svampita Arisa. Ciò non significa che sia stato un Sanremo triste: le cupezze della ditta Fazio & Gramellini sono lontane, per fortuna. E' stato, semplicemente, un Festival centrato sulla musica, con poche variazioni sul tema. 
FESTIVAL IMMORTALE, VETRINA TV - Già, ma perché il Festival, verosimilmente, non morirà mai? Semplicemente, perché è vitale per la Rai tv. Lo si era già capito negli ultimi anni, ma chi in queste sere ha avuto la pazienza di guardare "tutto", non cambiando canale nemmeno durante gli intervalli, si sarà fatto un'idea ben chiara: il Sanremone è una fondamentale vetrina promozionale per una fetta consistente e importante del palinsesto dell'ente di Stato. Serve per promuovere fiction nuove di zecca ("Braccialetti rossi 2", "L'Oriana". "La freccia del sud" su Mennea), i nuovi spettacoli  ("Notti sul ghiaccio" e "The Voice"), persino film in prima visione ("Il principe abusivo", la settimana dopo l'ospitata all'Ariston di Siani), o a rilanciare prodotti interni un po' svalutati da una falsa partenza (l'improbabile "Forte forte forte").
Spot mandati a ripetizione per cinque sere, e passaggi anche all'interno del Festival stesso: quale trasmissione potrebbe mai sostituire una simile potenza di fuoco pubblicitario? Per tacere degli inserzionisti, che pagano felicemente fior di euro. Chiaro che il merito di questo colossale giro d'affari sia della manifestazione stessa, più in salute che mai, un caso da studiare: da 65 anni, pur fra alti e bassi, è sempre in testa alle preferenze del pubblico, non solo italiano. Mentre, televisivamente parlando, attorno a lei tutto muore o cambia, la rassegna ligure a volte si rinnova, più frequentemente ritrova le radici, a volte deborda verso lo show e altre ritrova la sua essenza canora, ma continua a tenere incollati davanti allo schermo milioni di telespettatori. Chi ne auspica la sparizione o il ridimensionamento vive, almeno per il momento, fuori dal mondo. 

sabato 14 febbraio 2015

FESTIVAL DI SANREMO 2015, LA QUARTA SERATA: CADE RAF, SALGONO MALIKA E IRENE, TRIONFANO CACCAMO E... VIRGINIA RAFFAELE

                                          Malika Ayane: quotazioni in rialzo per lei

E così, giusto al culminar della quarta serata, anche il Festival del "volemose bene" e delle eliminazioni in scala ridotta ha fatto per la prima volta lo sguardo truce e preteso la più eclatante delle vittime sacrificali. All'una di notte, la notizia: Raf saluta la compagnia, è fuori dalla finalissima. Faceva parte della ristretta cerchia dei favoriti, e invece non potrà nemmeno provare a... tarpare le ali del Volo. Per il povero Raffaele non è stata una settimana facile, bastava guardarlo in volto per capirlo. In condizioni di salute precarie (una mattinata in ospedale, ieri, per curare una tosse che quasi gli impediva di parlare), ha dovuto faticare non poco per portare a conclusione le sue tre performance all'Ariston. Al di là di questo, come già avevo segnalato fin dalla recensione alla seconda serata, la sua "Come una favola" non appare propriamente una di quelle canzoni in grado di lasciare un segno profondo nella storia della musica: pur gradevole e classicheggiante, manca di quella forza d'impatto che era lecito attendersi, per una rentrée in grande stile in Riviera dopo ben 24 anni di assenza. E però, con appena quattro eliminazioni in ballo, tutti pensavamo che un posticino nel gala del sabato sarebbe comunque riuscito a strapparlo. Rimane la gratitudine per un artista di fama internazionale, non meno superbig di Biagio Antonacci o della Nannini che vedremo stasera, e che però ha accettato di rimettersi in gioco sul palco più difficile, rifiutando comode passerelle senza rischi. Chapeau. 
RIENTRANO BRITTI E MORENO - Per il resto, nessuna grossa sorpresa: come era facilmente prevedibile, Moreno è rientrato nel gruppone degli eletti, assieme a un Britti che sta un po' dividendo critica e appassionati, ma che ha indubbiamente portato a Sanremo un pezzo di grande atmosfera e ottimamente arrangiato. Sorprendono un po' le qualificazioni di Nesli e di una Bianca Atzei che ha forse la composizione più debole del "tris" firmato Kekko Silvestre: le era superiore, pur se non di molto, "Libera" affidata ad Anna Tatangelo, che invece stasera non ci sarà e alla quale, forse, stanno un po' troppo nuocendo questi continui ondeggiamenti fra uno stile musicale e un altro: è interprete di quasi impossibile collocazione e mai del tutto convincente in ogni genere col quale si cimenta, salvo sporadiche eccezioni.
IDIOTI BRAVI COMUNQUE - Giusto premio per la Di Michele e Coruzzi, con quel sofferto, poetico e incisivo racconto di vita che è "Io sono una finestra", pochi rimpianti per Biggio & Mandelli, che hanno in fondo svolto alla perfezione il compito loro richiesto, portare un po' di caos organizzato su un palco che, quanto a scossoni ilari e ridanciani, quest'anno sta invero un po' mostrando la corda. Peccato per Lara Fabian, unica straniera in concorso: più che una canzone un po' datata (ma meno retrò di quella del Volo, per dire), ha pagato forse qualche difficoltà con la lingua italiana che ha reso non del tutto comprensibili alcuni passaggi del testo. 
NEK E MASINI DA PODIO - La serata del primo redde rationem ha mostrato i Campioni in condizioni discretamente scintillanti: davvero poche le sbavature di esecuzione, lo stesso Raf, pur con i problemi prima esposti, è parso in chiaro crescendo, così come un Grignani che, migliorando la propria vocalità, ha saputo dare un senso a una canzone magari non eccelsa ma di buona sostanza. Ancora più emozionante, rispetto all'esordio, la prestazione di Masini. Ormai la gerarchie paiono abbastanza delineate: fermo restando che continuo a vedere come improbabile una mancata medaglia d'oro per il Volo, nel gruppo di chi può insediarne il primato ci sono l'ultraradiofonico Nek (che ritorno all'Ariston!), il citato Masini, l'eterea Malika Ayane con l'elegantissima "Adesso e qui" e l'impeccabile Annalisa che ha indossato alla perfezione l'accattivante abito canoro confezionato per lei da Silvestre. Al ruolo di outsider potrebbe aspirare Irene Grandi, che avevo parzialmente accomunato a Raf come esponente di spicco del gruppo "occasioni mancate": ribadendo che preferisco l'Irek rockeggiante del passato, è comunque apprezzabile questa nuova svolta soft (non la prima, nella sua carriera: ricordate "Dolcissimo amore"?), affidata a un pezzo non facile ma che riesce a conquistare attraverso qualche ascolto in più, un brano ispirato, dolente, dall'incedere malinconico. 
CACCAMO MARTELLANTE E RADIOFONICO - La gara fra i Giovani ha espresso un degno vincitore: il mio favorito, l'avevo scritto, era Enrico Nigiotti, ma in questa competizione i sorteggi hanno avuto un ruolo decisivo, e l'abbinamento in semifinale fra il cantautore toscano e Giovanni Caccamo significava che uno dei massimi papabili al trionfo avrebbe comunque dovuto abbandonare anticipatamente la tenzone. Del resto, "Ritornerò da te" è uno dei motivi più freschi, vitali, immediati sfornati da questo Sanremo, uno di quelli che già ti martellano in testa, che voleranno negli airplay e che probabilmente si ricorderanno a distanza di qualche anno. Era pressoché impossibile che non conquistasse un piazzamento di pregio: Caccamo ha oltretutto interpretato il suo pezzo con piglio da veterano, sfoderando una voce limpida, sicura, senza cedimenti. E se Amara può dire di avere ottenuto anche più del previsto arrivando alla serata del venerdì, la sorpresissima sono stati i Kutso, con uno stile canoro allegrotto e caciarone che solitamente non incontra grossi consensi presso la platea seriosa del Festivalone, e che invece sono stati a un passo dal gradino più alto del podio.
THE AVENER "CLANDESTINO" - E' stata una serata piena di troppe cose, alcune francamente superflue, in primis un Gabriele Cirilli che poteva tranquillamente aggirare la paura dell'aereo rimanendo inchiodato in quel di Palermo, dove era stato impegnato la sera prima per uno spettacolo. E poi The Avener, una delle attrazioni internazionali di questo Festival, confinato a ora tardissima per una performance breve e quasi impercettibile, attorno alla quale Carlo Conti ha inutilmente cercato di creare un entusiasmo posticcio: è parsa un'ospitata simile a quelle che gli stranieri si concedevano a Sanremo negli anni Ottanta, arrivando trafelati a cantare il pezzo in promozione per poi sparire nel giro di una manciata di minuti. Ma oggi i tempi dovrebbero essere cambiati, e ventiquattr'ore prima i Saint Motel avevano ricevuto ben diverso trattamento... 
BRAVO SAMMY, VIRGINIA SUPERSTAR - Poco emozionante Giovanni Allevi, al contrario di Sammy Basso, il ragazzo affetto da sindrome di invecchiamento precoce che ha dato una lezione di vita a tutti, con la sua positività e la voglia di guardare avanti, nonostante tutto, con speranza e genuina fiducia. Abbastanza cordiale l'ospitata di Antonio Conte, dal quale mi sarei però aspettato un richiamo più forte e deciso alla necessità di far rinascere calore e affetto attorno a una Nazionale azzurra sempre più bistrattata e boicottata dal calcio dei club. La vincitrice "morale" della serata è stata in definitiva Virginia Raffaele, finalmente tornata in tv dopo un esilio troppo lungo e francamente inspiegabile: talento fra i più puri della nouvelle vague comica tricolore, ha "spadellato" da par suo la solita Ornella Vanoni ormai priva di freni inibitori, cattiva e irriverente, ed è poi tornata alle origini con la macchietta della telefonista e dei suoi effetti vocali distorti e stranianti, la genialata che anni fa la fece conoscere al grande pubblico. Ha tante altre frecce al proprio arco: avrebbe meritato più spazio, da sottrarre magari a comparsate tristi come quelle degli Anania, di Massimo Ferrero o di Angelo Pintus: la speranza è di rivederla all'Ariston già l'anno prossimo, con un ruolo più corposo e stabile. "Virginia for Sanremo", insomma. 

venerdì 13 febbraio 2015

FESTIVAL DI SANREMO 2015, LA TERZA SERATA: NOIA COVER, STRAFALCIONI DI CONTI E LA VERA SATIRA DI LUCA & PAOLO

                                             Spandau Ballet: ritorno emozionante         

E' stata la serata di Sanremo più "contiana", quella andata in onda ieri. A metà strada fra "I migliori anni" e "Tale e quale show", ossia evergreen della canzone italiana rilette da artisti di oggi. Inevitabile che facesse breccia, e alla grande, presso il pubblico ultra - tradizionalista di Rai Uno, stabilendo un nuovo boom di ascolti che, a questo punto, sancisce definitivamente il successo di questo Festivalone targa 65. Per quanto mi riguarda, quello delle cover è un genere che proprio non riesce ad emozionarmi: preferisco da sempre le versioni originali, i rifacimenti di pezzi storici che davvero mi hanno entusiasmato, da quando seguo la musica, si possono contare sulle dita di una mano (ne cito uno a caso: "Un'estate fa" dei Delta V, correva l'anno 2001). 
NIENTE DUETTI PER LE COVER - La serata "intervallo" della rassegna ligure è da sempre la più pericolosa: si rischiano brutti cali di tensione, da parte dei protagonisti, che conseguenti intoppi nel corretto svolgimento del gala, e ieri qualcosa è accaduto, in questo senso, lo vedremo tra poco. E' una serata nata da quando la kermesse ha parzialmente modificato il suo DNA, passando da gara canora tout court a spettacolo per il piccolo schermo: prima, fino agli anni Novanta, non sarebbe stata neppure concepibile, perché il concorso fra canzoni inedite doveva giustamente essere sempre e comunque al centro dell'attenzione. 
E' una serata, anche, che dal mio punto di vista può assumere autentico appeal solo se strutturata in una certa maniera: cioè con l'esecuzione delle cover, sì, ma ancor meglio delle canzoni in gara in versione riveduta e corretta, da parte dei concorrenti accompagnati sul palco da artisti ospiti. In passato è accaduto spesso, era la cosiddetta "serata dei duetti", che solitamente raccoglieva consensi anche in occasione dei Festival meno felici sul piano dell'audience. Quest'anno le ospitate erano espressamente previste dal regolamento, ma, in pratica, l'unica ad avvalersene è stata Malika Ayane, con la presenza discreta del suo autore Pacifico. Un peccato, perché sarebbe venuta fuori una puntata - evento con potenzialità esplosive. 
OTTIMI NEK, MASINI E FABIAN - Così, ci si è dovuti accontentare di ricercare, fra le varie "riletture" dei classici, quella meglio riuscita o più innovativa. Di certo originalissimo è stato Moreno, con "Una carezza in un pugno" in salsa reggae ed ovvie venature rap. Accanto a lui, hanno ben figurato Nek, giustamente premiato in chiusura, che ha interpretato con energia "Se telefonando", Marco Masini che ha omaggiato con intensità ed emozione il buon Francesco Nuti e la sua bella "Sarà per te", la voce possente di Annalisa in "Ti sento" e quella piena di feeling di Lara Fabian in "Sto male". 
IRENE ROCK, DI MICHELE - PLATINETTE RIDANCIANI - Su buoni livelli anche Irene Grandi, che ha ritrovato il suo spirito finemente rock ravvivando "Se perdo te", e una eterea Chiara in "Il volto della vita". Abbastanza fedeli alla linea originale dei pezzi scelti i Dear Jack ( "Io che amo solo te"), Il Volo ("Ancora"), la Tatangelo ("Dio, come ti amo") e Malika ("Vivere"), tutti apprezzabili, mentre Biggio e Mandelli hanno reso in versione più seriosa, vagamente swing, la scanzonata "E' la vita la vita". I più simpatici? Di Michele e Platinette, che han quasi fatto di "Alghero" uno sketch a tutto tondo, certo più divertente di quello messo in piedi ventiquattr'ore prima da Angelo Pintus... Tutto questo, mentre il povero Luigi Tenco non ha trovato degna celebrazione nel generoso ma modestissimo tentativo di Bianca Atzei in "Ciao amore, ciao" (Grignani, con "Vedrai vedrai", è parso se non altro più in forma vocalmente). 
CACCAMO - BRANCALE, SCONTRO FRA TITANI - Il pathos? Decisamente assente, a meno che chi segue da appassionato il Festival  non fosse davvero interessato a sapere chi si sarebbe imposto in questa artificiosa competizione fra cover. Le emozioni autenticamente sanremesi sono rimaste così confinate nella prima mezz'ora di trasmissione, con gli ultimi due quarti di finale della gara fra le Nuove proposte. Qui si è consumata la prima ingiustizia, figlia di un abbinamento infelice: mettere contro Giovanni Caccamo e Serena Brancale è stato un delitto, un po' come quel Real Madrid - Napoli (il Napoli d Maradona) al primo turno della Coppa Campioni 1987... Due potenziali vincitori di categoria costretti a "scannarsi" in anticipo: non era possibile lasciar fuori il siciliano, portatore di uno dei brani più freschi e di impatto dell'intera manifestazione, pezzi dei Big compresi, ma Serena è un'artista jazz già matura, e sono convinto di non espormi a brutte figure se le pronostico un avvenire radioso, quantomeno nella nicchia musicale che predilige. Più "povero" il confronto fra Amara e Rakele: ha vinto la cantante toscana con "Credo", la proposta più tradizionale fra le otto in gara, composizione che continua a non convincermi del tutto. Qui Carlo Conti ha sfiorato la figuraccia epocale, alzando il braccio di Amara ma proclamando vincitrice la giovanissima napoletana. 
LE GAFFE DI CONTI - E' stato bravo a rimediare con una simpatica arrampicata sugli specchi ("Visto che la sfida è stata equilibrata, ho voluto dare soddisfazione a entrambe", o qualcosa del genere), ma certo la gaffe c'è stata, simile a un celebre scivolone di Milly Carlucci in una passata edizione di Miss Italia.  E non è stato l'unico inciampo di serata del "bravo presentatore", che, ad esempio, non ha saputo districarsi con un minimo di inglese nell'intervista coi Saint Motel (fra l'altro penalizzati da un microfono mal funzionante), e non ha colto il riferimento degli Spandau Ballet al loro lutto per la morte di Steve Strange. Lo avevo già accennato ieri: se un difetto va trovato, nello stile di conduzione dell'anchorman toscano, è il fatto di andare avanti come un mulo mostrandosi talvolta poco ricettivo alle battute e ai tentativi di coinvolgimento da parte degli ospiti sul palco. 
Commovente ritrovare, ospite a sorpresa, un più maturo e rockeggiante Federico Paciotti, a inizio secolo ragazzino imberbe nelle file dei teneri e gradevoli Gazosa. L'eccelsa Samantha Cristoforetti, come scritto tre giorni fa, era già stata televisivamente "prosciugata" da Fazio, e non ha aggiunto nulla di particolarmente originale: così, risulta solo una medaglia appuntata sul petto del Festival, una presenza che non poteva mancare nel massimo evento mediatico nostrano, ma è stata un'intervista molto istituzionale, senza squilli. E' migliorata Emma, piaciuta soprattutto per le "faccette buffe" dopo certe sue battutine sovente autocritiche (però avrei aspettato a dire "Preferivo essere qui in gara  e non come presentatrice", frase che infatti il suo collega ha accolto con freddezza), mentre Arisa, infortunata a una gamba e sotto analgesico, è parsa vagamente groggy, e ne ha guadagnato in simpatia e autoironia... 
LA GIUSTA ASPREZZA DI LUCA E PAOLO - Ieri sera il "Corriere della sera" online ha titolato "finalmente si ride". Non ho letto però l'articolo, spero che il riferimento non fosse alla passerella di Massimo Ferrero. Cosa ci sia di divertente nel suo clownesco modo di porsi non riesco a capirlo, per tacere dei suoi pregressi personali a cui già ho fatto cenno nei giorni scorsi: non voglio dedicare troppo spazio al personaggio (che si credeva Armstrong nel '68, visto che non ne voleva sapere di abbandonare la scena, solo che lui non aveva alcun buon pezzo jazz da proporci...). Rimane una considerazione amarissima: da "Grande show di Ferrero" a "Ferrero sfonda anche al Festival", fino a "Ferrero mai banale", i media sportivi sono tutti incantati da questa persona, come ipnotizzati collettivamente: del resto sia l'uno che gli altri sono specchi fedeli dell'irreversibile declino di credibilità del nostro football. Ma non sono tanto convinto che tutti i tifosi sampdoriani siano contenti di essere rappresentati pubblicamente in questa maniera. 
Comicità, ecco: all'Ariston l'hanno finalmente portata Luca e Paolo. Comicità dura, satira pungente e a tratti cattiva (secondo i canoni italiani, ovviamente: all'estero, Stati Uniti in primis, si fa ben di "peggio", senza stare a scomodare il francese Charlie Hebdo): la canzone sugli artisti scomparsi non era offensiva verso questi ultimi, ma un feroce attacco ai media generalisti (e a chi li segue) ormai in larga parte dediti alla spettacolarizzazione della morte e del dolore, nonché al vizio di fare figli e figliastri anche davanti ai decessi (in tale ottica va letta la battuta, per quanto perfida, su "quel cantante grasso del Banco del Mutuo Soccorso", ovviamente il compianto Francesco Di Giacomo, mancato quasi nel disinteresse generale). Puntuta anche la scenetta "politically incorrect" sui matrimoni gay. Poche storie: il duo genovese ha confermato uno stato di grazia che dura ormai da almeno un lustro, fra creatività di scrittura e assoluta padronanza della scena. 

giovedì 12 febbraio 2015

FESTIVAL DI SANREMO 2015, LA SECONDA SERATA: MASINI VINCITORE DI TAPPA, BENE ZILLI, SCONTATO TRIONFO PER IL VOLO

                                                 Marco Masini: un bel ritorno

Se persino due fuoriclasse delle sette note come Raf e Irene Grandi giocano col freno a mano tirato, diventa sempre più improbabile che il Volo possa trovare un qualche ostacolo nella sua corsa sicura verso il trionfo di sabato. L'avevo scritto alla vigilia: per arginare il pronostico ultra - favorevole ai tre giovani tenori, occorreva un brano - capolavoro o giù di lì, e ritenevo fosse principalmente nelle corde dei due sopracitati artisti. I quali però, è evidente, non sono riusciti a tirarlo fuori dal loro cassetto in occasione di questo Sanremo 2015. Intendiamoci: "Come una favola" di Raf e "Un vento senza nome" di Irene sono due canzoni gradevoli, di buona fattura, ma che non sfondano al primo ascolto, non lasciano subito il segno; e poi, diciamocelo, sono composizioni "a rischio zero", cioè non particolarmente coraggiose: lenti melodici e romantici che potranno anche entrare nel repertorio dei due cantanti e conquistare il pubblico, alla lunga, ma che difficilmente resteranno nella storia del Festivalone (felice di essere smentito, naturalmente). 
MASINI E ZILLI PROMOSSI - Marco Masini, lui sì, ha fatto centro. Altro fiero rappresentante della "nuova generazione dei veterani" (i ragazzi degli anni Ottanta - Novanta, una volta pensionati i reduci dei Sessanta, troppo a lungo prezzemolini all'Ariston), ha proposto una "Che giorno è" brillante,  ispirata, con soluzioni ritmiche e testuali estremamente incisive (scritta fra gli altri da Federica Camba, autrice di spessore). Non so se possa bastare a creare qualche problema ai ragazzi di "Ti lascio una canzone", ma occhio: l'esperienza di due anni fa alla "Canzonissima" di Carlo Conti ha mostrato che il cantautore toscano è molto forte in sede di televoto. 
In ogni caso, la palma di "vincitore di tappa" può essere attribuita a lui, in una seconda serata festivaliera che ha proposto, relativamente ai Big, un buon livello musicale, pur se nel segno di quella medietà cui si è fatto riferimento in questi giorni: ossia nulla di davvero brutto, ma anche scarsi slanci innovativi, la tendenza a non strafare e andare sul sicuro, restando in particolare abbracciati alla più consolidata tradizione sanremese. Mi piace comunque sottolineare l'azzeccata performance di Nina Zilli, che nel 2012 mi aveva deluso con una "Per sempre" banalotta, e che stavolta ha invece sfornato, di suo pugno, un buon blues, ispirato e interpretato col giusto piglio.  
VOLO UBER ALLES - Visto che è stato più volte "evocato" nelle righe precedenti, parliamo dunque del Volo: hanno fatto ciò che ci si aspettava. Melodia declinata in chiave discretamente moderna, slanci tenorili, inciso a ugole spiegate ma dalla struttura non propriamente scontata, amore a profusione, toni solenni e a tratti drammatici: è un mix che a Sanremo fa quasi sempre centro, soprattutto in assenza di proposte alternative di peso autentico. Non mi è dispiaciuta Anna Tatangelo, che ha cantato con professionalità una "Libera" serena, morbida e rassicurante, di stampo assolutamente tradizionale dopo le recenti audacie di "Muchacha" (ma anche del "Bastardo" che colpì a Sanremo 2011): non a caso, dopo essersi tolta il cognome per una sola, breve estate, è tornata a sfoderarlo con orgoglio sulla Riviera Ligure: bizzarrie da artista? Oscuri progetti di marketing dei discografici? Boh. 
BRAVI... IDIOTI, MORENO DEVE RISALIRE - L'altro pezzo griffato Silvestre, "Il solo al mondo", per il momento è scivolato via come acqua fresca, affidato alla acerba personalità  di Bianca Atzei (sfido: perché sia stata inserita fra i Big rimane un mistero poco gaudioso), Lorenzo Fragola è parso discretamente radiofonico ma penalizzato da un'esecuzione live minata dall'emozione. Meritano sostanziale benevolenza Biggio & Mandelli: il tributo a cabarettisti d'antan è evidente, Cochi e Renato in primis , ma è una citazione ben fatta, ferma restando l'inavvicinabilità dei modelli originali. Insomma, diciamocelo: fra i tanti "non cantanti" che hanno sfilato negli anni sul palco dell'Ariston in gara, quella dei due Soliti Idioti non è stata certo la proposta peggiore. Piuttosto, sorprende la caduta in "zona retrocessione" di Moreno: personaggio al quale non ho risparmiato critiche in passato, ma che nella circostanza ha portato uno dei brani più schiettamente rap nella storia di Sanremo, ben costruito e che si ficca subito in testa. Sorprendente anche perché è forse il primo (vado a memoria) dei reduci da talent a ritrovarsi a rischio eliminazione: ma sarei pronto a scommettere che venerdì le nubi sulla testa del genovese si diraderanno rapidamente. 

                                             Anna Tatangelo: non male, dopotutto

GIOVANI DA SEGUIRE - La serata era stata aperta dai "quarti di finale" della gara fra le Nuove proposte: eliminazione diretta, meccanismo rapido e crudele, ma in fondo il Sanremone è o non è una tenzone canora? E del resto, le canzoni dei giovani sono "nell'aria" già da diverse settimane, chi era interessato ha avuto modo di ascoltarle più volte e crearsi una propria opinione (vantaggio non concesso, giustamente, ai Big). Certo gli abbinamenti contano molto, magari Chanty avrebbe prevalso contro Kaligola e i Kutso non avrebbero avuto vita facile contro Enrico Nigiotti. Alla fine l'han spuntata questi ultimi due: nessuna sorpresa per il cantautore toscano, che ho già indicato come massimo papabile per il successo finale (anche se dal vivo non ha reso al massimo), mentre non era facile pronosticare il passaggio del turno della bizzarra e dissacrante band, con la caciarona e gioiosa "Elisa". Beh, meglio così: Chanty ha una voce che vale ma deve magari modernizzare un po' il suo stile, Kaligola mostra già una discreta maturità compositiva, fa specie che lui sia finito subito fuori mentre il ben più banale Rocco Hunt l'anno scorso abbia addirittura vinto, ma son cose che succedono nel mondo dello spettacolo. 
BOILERS E PINTUS, COMICI DI PIANETI DIVERSI - Sul piano dello show, è parsa una serata condotta a tratti col freno a mano tirato, quasi che gli eccellenti risultati di audience del debutto abbiano creato una sorta di effetto "congelamento", la voglia di non andare oltre il compitino ché tanto ormai il pericolo flop è scansato. Ma attenzione: al Festival non si può mai dire mai fino alla notte inoltrata del sabato... Ancora impalpabili le "tre grazie" di Conti, lo stesso padrone di casa è sembrato troppo sbrigativo in certe circostanze e poco partecipe delle gag degli ospiti (soprattutto con Nibali e quella "misteriosa" bicicletta portata in scena quando il campione già non c'era più, ma anche con Edoardo Leo, chiamato solo in extremis sul palco per affiancare Amendola e Argentero nella promozione del film "Noi e la Giulia"). 
Sempre su ottimi livelli i Boilers, è sorta invece spontanea una domanda: ma Angelo Pintus è un comico? Lo avevo già bocciato sonoramente per la sua performance nel film "Tutto molto bello", oltreché per i suoi pregressi in certe trasmissioni Mediaset, ma ero stato messo sul chi va là dalla notizia di trionfi oceanici nei teatri italiani. Alla luce dei quali mi sorgono inquietanti dubbi sulla capacità di una fetta di pubblico di valutare il reale spessore artistico di un cabarettista. Lo sketch di Pintus non è stato uno sketch: non ha fatto ridere, punto e basta, se non per l'usuratissima imitazione di Pizzul, bella forza. Preferisco pensare che il ragazzo fosse in una serata negativa, ma gli interrogativi restano, e tanti. 
SPLENDIDA CHARLIZE - Di ben altro spessore l'ospitata di Charlize Theron, splendida, elegante, fascinosa, una vera star a tutto tondo, nel senso "hollywoodiano" del termine. Il fustaccio Antonacci, abbigliato in maniera discutibile, ha perlomeno omaggiato da par suo Pino Daniele (troppo fugace, invece, il ricordo di Mango, affidato a un balletto di Rocio Morales), mentre si conferma azzeccata la scelta delle vedettes del pop internazionale: hanno ben figurato i Marlon Roudette e soprattutto Conchita Wurst, la cui canzone "Heroes" è un evidente omaggio a David Bowie. La vincitrice dell'ultimo Eurovision Song Contest ha voce e presenza scenica, barba o non barba... Giusto il tributo a Pino Donaggio, che però poteva evitarsi il riferimento inelegante alla sua partner Jody Miller (nemmeno citata per nome) che interpretò "Io che non vivo" al Festival del '65. Rimane una domanda a martellarmi il cervello: dopo aver visto che nell'iniziativa "Tutti cantano Sanremo" gli ospiti propongono, come è logico, evergreen del passato festivaliero, perché alla famiglia Anania è stato consentito di citare un pezzo ("Gli occhi verdi dell'amore") che con Sanremo non c'entra un fico secco? 

lunedì 8 luglio 2013

MUSIC SUMMER FESTIVAL: FESTIVALBAR IN VERSIONE 2.0?


Il caro, vecchio Festivalbar è improvvisamente rinato a nuova vita, resuscitando in... versione 2.0? Andiamo con ordine. La buona notizia è che dal grigiore dei palinsesti Mediaset degli ultimi anni è spuntata, come un fiore nel deserto, una kermesse canora che, nei suoi tratti essenziali, ricorda molto da vicino i "raduni canzonettistici" che affollavano i nostri canali televisivi nell'età dell'oro degli anni Ottanta e Novanta. Per il Music Summer Festival - Tezenis Live, rassegna in quattro puntate partita giovedì scorso su Canale 5, il termine di paragone più plausibile col passato, per come è strutturato l'evento, è proprio la gloriosa e mai abbastanza rimpianta creatura di Vittorio Salvetti. Diciamo subito che, in linea di massima, non si può non plaudire all'iniziativa: la musica italiana aveva disperatamente bisogno di una nuova vetrina promozionale sul piccolo schermo, laddove, fino all'anno scorso, una volta consumato il rito istituzional - celebrativo (io premio te, tu premi me e via così) dei Wind Music Awards, i nostri cantanti si trovavano... televisivamente appiedati, costretti a percorrere altre e certo più impervie vie per giungere al cuore del pubblico e dare visibilità alle loro più recenti produzioni anche durante la stagione calda.  
COME I FESTIVALBAR DEGLI OTTANTA - Oltretutto, anche se verosimilmente chi lo ha ideato non se ne è accorto, il Music Summer Festival è molto più vicino ai Festivalbar di vero culto, ossia quelli delle prime edizioni "berlusconiane" a cavallo della metà degli anni Ottanta, che non all'ultima versione della storica manifestazione, quella andata in pensione nel 2008 e che si caratterizzava per essere una semplice passerella di artisti italiani e stranieri, senza una competizione vera e propria e con vincitori decretati  dall'organizzazione senza classifiche e votazioni popolari. Al MSF, come a quei lontani Festivalbar targati eighties, invece la gara c'è, anche se riservata  ai giovani e ai DJ (come all'epoca c'erano il Discoverde, sezione nuove proposte, e la categoria Deejay-star, disfida fra artisti che proponevano musica dance e che lanciò personaggi come Carrara e Valerie Dore), e ci sono perfino gli intermezzi comici (nelle prime edizioni trasmesse su Canale 5, 1983 e 1984, facevano spesso capolino sul palco i vari cabarettisti di casa alla  Fininvest, da Gigi Sabani a Gigi e Andrea). 
FORMAT EFFICACE - Insomma, senza volerlo, chi ha ideato e organizzato il Music Summer Festival gli ha dato un sapore vintage assai più sostanzioso di quanto emerga a prima vista. E il buon impatto televisivo di un format vicino a certi schemi del passato dimostra che i discorsi sui tempi che sono cambiati, e con essi le modalità di fruizione del prodotto musicale sul piccolo schermo, lasciano un po' il tempo che trovano. E poi, quali sarebbero le nuove modalità di fruizione? Le noiose feste "governative" della discografia come i WMA (peraltro quest'anno salvati da un maggiore coraggio nell'allestimento del cast, cosa che avevo sottolineato sul blog)? E lasciamo fuori dal discorso il Festival di Sanremo, che ha un radicamento talmente forte e una... costituzione così sana e robusta da poter resistere a crisi, cambi generazionali, stravolgimenti dei gusti, ma che nella maniera in cui è  attualmente impostato non sempre aiuta la musica, riempito com'è di elementi extra che con la canzone c'entrano come i cavoli a merenda (nell'ultima edizione c'è stato un po' più di rigore in tal senso, per fortuna).
IL TRIBUTO AI TALENT - Il nuovo format di cui non si può non tener conto è di certo quello dei talent show: così, i giovani in gara al MSF vengono giudicati dai colleghi big, una sorta di supergiuria di qualità che dovrebbe risultare assai più affidabile di quelle allestite in anni recenti al Festivalone ligure, caratterizzate dalla presenza di vip che non potevano certo esser definiti sommi esperti delle sette note... Il tributo ai talent porta però anche alcune contraddizioni: vedere Antonio Maggio, trionfatore fra i giovani a Sanremo, ancora costretto a cimentarsi nella categoria degli esordienti, e per contro un "Amico di Maria", Moreno, essere introdotto sul palco di Roma fra fanfare e squilli di tromba e collocato fra i super divi fuori concorso, beh, stona un po', anche se dalla sua parte ci sono i riscontri di vendita, effettivamente notevoli.

                                      Moreno, protagonista al Music Summer Festival

LE SOLITE FACCE - Il vero tallone d'Achille del Music Summer Festival non è stato questo, a ben vedere, e nemmeno lo squilibrio di valori fra i due presentatori, con una Alessia Marcuzzi fin troppo gigioneggiante ma tutto sommato padrona della situazione (anche lei, del resto, rappresenta un trait d'union con un'altra epoca felice del Festivalbar e della musica tv, la seconda metà dei Novanta) alla quale ha fatto da contraltare un Simone Annichiarico totalmente pesce fuor d'acqua, privo di slancio e freddo come un ghiacciolo. No, il vero "buco nero" della manifestazione è rappresentato dalla solita ristrettezza di vedute nella composizione del cast dei big. Certo, fa sempre piacere vedere all'opera gente come Gianna Nannini ed Eros Ramazzotti, e del resto sono fondamentali per assicurare all'evento una adeguata audience. Però, gira che ti rigira, la sfilata catodica è riservata sempre ai soliti nomi (i due citati, Zucchero, Pino Daniele...): personaggi che non hanno certo bisogno di promozione, perché sono fra i pochi artisti italiani ancora in grado di fare sistematicamente il vuoto nelle hit parade. Voglio dire, giusto che ci siano per impreziosire lo spettacolo, ingiusto che si punti quasi tutto sulla loro presenza togliendo spazio ad altri che, invece, di promozione e passaggi tv avrebbero bisogno come il pane, al contrario dei "divi". 
I DIMENTICATI - Faccio alcuni esempi: nelle scorse settimane, hanno dato alle stampe le loro nuove opere cantanti di assoluto valore come Alexia, Marco Masini, i Velvet, Fabrizio Moro, Enrico Ruggeri, Paola e Chiara, Erica Mou (rivelazione di Sanremo 2012),  Niccolò Fabi, Antonella Lo Coco, Federica Camba, Anna Tatangelo. Veterani, giovani, big di fresco conio e qualche rappresentante di quella generazione di mezzo degli anni Novanta troppo presto accantonata, diciamo pure "pensionata" a livello mediatico ed esclusa dal grande giro dei passaggi tv. E' la classe media della nostra musica leggera, professionisti di talento e di discreto seguito che magari non sbancheranno le classifiche (però qualcuno di loro lo ha fatto, in passato) ma che meritano visibilità e necessitano di un sostegno maggiore rispetto a quello dato agli onnipresenti mostri sacri. Poiché il cartellone del Music Summer Festival è in evoluzione, magari qualcuno dei sopra citati comparirà nelle prossime tre serate, e sarò il primo ad esserne felice. Per il momento, non posso che registrare questo "strabismo" artistico degli organizzatori, che puntano a vincere facile con cantanti dall'appeal internazionale innegabile (ma che rischiano di inflazionarsi) e non hanno il coraggio di fare accomodare al tavolo anche il  resto della popolosa (e meritevole) fauna canzonettistica nostrana.
IL RAP E I SUOI NUOVI PROFETI - Di originale, nella serata romana andata in onda giovedì scorso, c'è stato l'ampio spazio riservato agli esponenti del mondo rap in tutte le sue sfaccettature e contaminazioni: una presenza financo sovrabbondante, ma anche qui c'è poco da scandalizzarsi. Se il criterio di scelta è stato quello... commerciale, non si poteva fare altro: dando un occhio alla classifica di Sorrisi e Canzoni della settimana scorsa, nella top ten dei cd più venduti ci sono quattro artisti catalogabili in questa categoria: Moreno, Fedez, Gué Pequeno e Coez, tutti presenti sul palco del Music Summer Festival. Queste rassegne canore devono avere la capacità di anticipare certe tendenze ma anche di registrare fedelmente quelle già sulla cresta dell'onda: e questo è il momento del rap, piaccia o no, anche se questa improvvisa deflagrazione di un genere non propriamente alla portata di tutte le orecchie, con conseguente sovraesposizione televisiva, porta con sé il rischio di una rapida saturazione. 

lunedì 21 gennaio 2013

"I MIGLIORI ANNI" E IL RILANCIO DI CANZONISSIMA: UN'OCCASIONE DA NON SPRECARE


Apriti cielo! Dopo anni all'insegna di un sostanziale immobilismo, di un vuoto creativo che aveva portato al logorio di una formula già di per sé non propriamente originale, "I migliori anni" si è ripresentato al pubblico  di Rai Uno in veste rinnovata e persino tentando l'azzardo di una difficile scommessa. Intendiamoci: il new look dell'ormai tradizionale "show-nostalgia" non sarebbe in sé nulla di rivoluzionario, sul piano della costruzione televisiva dello stesso, anzi; però c'è un clamoroso répechage che rappresenta un indubbio atto di coraggio: il ritorno di "Canzonissima". Lo spettacolo di Carlo Conti ruota in effetti attorno a una vera e propria gara fra otto Big della musica italiana, impegnati a proporre una serie di brani evergreen della nostra canzone, con duelli il cui esito viene deciso dal pubblico in teatro e con una giuria esterna chiamata ad aggiungere i propri voti per determinare la classifica finale di ogni puntata. Insomma, una tenzone fra cantanti in piena regola: rispetto al passato, le obsolete cartoline voto sono state sostituite dalle preferenze esprimibili via Internet sul sito della trasmissione.
IL TENTATIVO DI MORANDI - Di un "recupero" dello storico show musicale del sabato sera (e poi della domenica pomeriggio), defunto nel 1975 dopo anni di gloria autentica in cui giunse a rivaleggiare col Festival di Sanremo in termini di popolarità, si parlava invero da parecchio tempo. Nel 2010 parve cosa fatta, e a occuparsi del rilancio sarebbe dovuto essere Gianni Morandi. Poi, ufficialmente per motivi di budget, l'idea venne malinconicamente accantonata. Ma "Canzonissima" è sempre stata il... convitato di pietra della tv italiana in tutti questi decenni. Un marchio leggendario che era stato "pensionato" al primo refolo di vento contrario, uno show cult che diede un contributo decisivo al decollo della Rai, un autentico romanzo popolare che per settimane appassionava e teneva col fiato sospeso schiere di telespettatori. Un format mai dimenticato e tuttavia tremendamente scomodo, perché difficile da rimettere in pista, in un contesto profondamente mutato sul piano dell'estetica "catodica" e dei gusti del pubblico.
COLLOCAZIONE IDEALE - Si è così scelta una strada prudente, di natura sperimentale: ok alla resurrezione di Canzonissima, che però non godrà, per il momento, di vita propria, ma cercherà di riemergere "protetta" dall'insegna, sicura e accogliente, di uno dei format più riusciti dell'ultimo decennio Rai. Del resto, il motto de "I migliori anni" pare essere sempre stato "torniamo all'antico e sarà un progresso", anche se il suo deus ex machina, Carlo Conti, ha sempre negato di ispirarsi a un oltranzismo nostalgico, quanto alla salvaguardia di una certa memoria storica collettiva, benché in operazioni del genere il confine fra questi due... orientamenti ideologici non possa che essere labile e indefinito. In ogni caso, era quella la sede ideale per riportare sul piccolo schermo la leggendaria gara tra cantanti. 
La formula dell'esecuzione di vecchi successi, per la verità, in televisione suona come un déjà vu piuttosto stucchevole. In tutti i varietà, a tutte le ore del giorno, spunta fuori il cantante di turno a intonare un suo cavallo di battaglia o qualche cover, scelta nell'ambito di un repertorio che risulta essere spesso assai limitato, quasi come se la storia della canzone leggera italiana si reggesse solo su quei dieci - venti brani riproposti ad libitum fino alla nausea. Nel caso de "I migliori anni", però, tale scelta programmatica va valutata diversamente, in quanto non fine a se stessa, semplice (e modesta) variazione sul tema di un canovaccio spettacolare che stava cominciando a mostrare la corda, bensì funzionale al rilancio del progetto Canzonissima, progetto che invece, analizzato come "corpo autonomo" rispetto allo show in cui si trova inserito, pare poggiare su solide basi.

                                     Paola e Chiara nel cast de "I migliori anni"

CAST DI QUALITA' - Il cast dei concorrenti è infatti di qualità medio-alta: l'elenco comprende, in rigoroso ordine alfabetico, Alexia, Luca Barbarossa, Karima, Marco Masini, Mietta, Paola e Chiara, Povia ed Enrico Ruggeri. Come si vede, non si è ceduto alla tentazione di mettere in piedi una compagnia di vecchi dinosauri delle sette note, peccato in cui, tanto per dire, troppe volte è caduto anche il Festival di Sanremo in anni recenti. Si tratta in larga parte di artisti di quella "generazione di mezzo" di cui tante volte ho parlato (cantanti emersi e affermatisi fra la fine degli anni Ottanta e durante i Novanta), eccezion fatta per due veterani come Ruggeri e Barbarossa, i cui picchi di successo non risalgono però certo a epoche... antidiluviane, e, sul fronte apposto, per due prodotti della musica italiana anni  Duemila, il contestato Povia e Karima, una fuoriclasse che ancora non ha trovato la giusta consacrazione. Personaggi ben presenti nel cuore della gente, ancora con un senso a livello di mercato discografico, magari in cerca di rilancio ma non certo da rottamare. Nomi di sicuro appeal.
GLI INEDITI - Vecchi successi rivisitati, come detto: televisivamente, lo spettacolo potrà tenere sulla lunga distanza solo se il repertorio di brani sarà più ampio e variegato rispetto alla limitatezza di cui si diceva poco sopra. In tal senso, la prima puntata della sfida ha lasciato qualche speranza, pensando a un pezzo non banale e non ipersfruttato come "Non credere" di Mina, affidato alla sapiente voce di Alexia. L'opportunità, concessa a uno dei Big in ciascuna delle puntate, di presentare al pubblico un inedito (sabato scorso è toccato a Povia) è ciò che più avvicina questo revival alla Canzonissima che fu. Un'occasione di visibilità e di promozione veramente ghiotta per i cantanti. E anche un chiaro messaggio lanciato agli addetti ai lavori: questo esperimento, questa Canzonissima... 2.0, potrebbe tornare molto utile all'industria musicale italiana. 
L'UTILITA' DI UNA NUOVA CANZONISSIMA - Sanremo a parte, le rassegne canore, osteggiate dai più ma in realtà formidabili volani per la crescita del mercato del disco negli anni d'oro, sono oggi quasi del tutto scomparse. Eppure avrebbero ancora una loro utilità, anzi forse più che in passato: la musica in tv ha spazi sempre più esigui, laddove la crisi del mercato necessiterebbe invece di vetrine promozionali sostanziose, sul piano qualitativo e quantitativo. Insomma, una via di mezzo fra l'eccesso di manifestazioni degli anni Sessanta e Ottanta e il quasi nulla attuale dovrà pure esserci, no?
Una gara come quella partita sabato, con gli opportuni aggiustamenti, rappresenterebbe un toccasana per tutto l'ambiente. Quali aggiustamenti? Beh, ad esempio la collocazione a ridosso del Festivalone è penalizzante sul piano strettamente commerciale: i dischi lanciati dagli otto de "I migliori anni" entreranno in concorrenza diretta con quelli che, fra qualche settimana, spiccheranno il volo dall'Ariston.  Ecco perché un progetto come la nuova Canzonissima avrebbe più logica in quella che resta la sua "casella temporale" storica: autunno - inizio inverno, da ottobre a gennaio, per spingere il mercato nel periodo delle festività natalizie. E avrebbe ancor più senso se gli inediti, da un certo momento in poi, diventassero protagonisti assoluti della gara, proprio come avveniva un tempo. Ma per ora è il caso di accontentarsi. L'azzardo di Conti e della sua squadra merita fiducia: a sostenerlo, un'impalcatura spettacolare collaudata e fin troppo tradizionale, come detto all'inizio: dagli ospiti prezzemolino (quel Massimo Ranieri la cui presenza sugli schermi Rai sta entrando in concorrenza con quella di Al Bano, per frequenza di esposizione) alla comicità di Frassica, ferma a vent'anni fa. Elementi triti e ritriti ma che il pubblico generalista del primo canale sembra sempre gradire.