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sabato 10 febbraio 2024

SANREMO 2024: LA SOLITA SERATA COVER, POCHI PICCHI DI BELLEZZA E TROPPE CONCESSIONI AL FACILE CONSENSO. ANNALISA E ANGELINA IL TOP CON VOLO E SANTI FRANCESI, NON SCANDALOSO IL PRIMATO DI GEOLIER

 


Lo scrivo e lo dico da anni: la serata cover è il più grande "buco nero" della gestione festivaliera targata Amadeus. Soprattutto perché è musicalmente un corpo estraneo alla gara di inediti, e però finisce con l'incidere tecnicamente sull'esito della gara stessa, una distorsione regolamentare a cui nessuno è mai riuscito a fornire una spiegazione artisticamente accettabile, semplicemente perché non ne esiste alcuna. Ma non è solo questo: c'è la sensazione che questo happening di indubbio fascino si muova all'interno di schemi fin troppo elastici, in cui tutto è consentito, con lacci e lacciuoli normativi ridotti al minimo sindacale. Il che sarebbe anche accettabile se, ripeto, rimanesse un concorso a sé stante, che esaurisce la sua funzione nella notte del venerdì (o del giovedì, come è successo in altre edizioni). 

Sul piano squisitamente musical-spettacolare, questa kermesse nella kermesse ha confermato tutti i suoi pochi pregi e i tanti difetti. Un kolossal animato da circa settanta fra cantanti e musicisti, con alcuni indubbi picchi di bellezza ma anche performance banali e dimenticabili e qualche furberia di troppo. Mi si dirà: ma è esattamente ciò che avviene, sempre, al Festival di Sanremo nel suo complesso. Vero solo in parte, perché almeno nel concorso canoro tutti partono più o meno alla pari, vale a dire con una canzone nuova di zecca e sconosciuta, che è ciò che conta nella tenzone ligure. Quando scatta il momento delle cover, invece, c'è chi rischia e si mette alla prova e chi va sul sicuro ammiccando eccessivamente al pubblico e, di conseguenza, ai votanti. 

Alle corte: veramente discutibile il karaoke simil Arena Suzuki con medley e pout pourri assortiti, ai limiti dell'inaccettabile l'autocelebrazione. Lo ripeterò allo sfinimento: è veramente grottesco che evergreen del pop italiano e internazionale vadano a incidere sul verdetto finale del Festivalone. Questo è il vero scandalo, non la vittoria di tappa di Geolier, che può essere discutibile come tanti altri primi posti nella storia della manifestazione, ma che rientra nel gioco spesso imperscrutabile delle giurie. Del resto il ragazzo di Secondigliano ha presentato, per la specifica occasione, un progetto dignitoso e con una linea ben precisa, un rapido excursus lungo i sentieri della trap e delle nuove frontiere sonore partenopee. Avrei preferito un'altra medaglia d'oro, ma meglio questo ensemble napoletano del best of di Renga e Nek, o di Sangiovanni che addirittura ha riproposto il suo precedente successo sanremese, "Farfalle", in versione spagnola (mai tante "mariposas" all'Ariston come quest'anno). E spiace che Geolier se la sia presa per i fischi, perché anch'essi vanno messi in preventivo in circostanze simili: non è che il pubblico in sala debba sempre e costantemente accettare pacificamente tutto, e il fischio è il modo più classico per manifestare il proprio disaccordo, da che mondo è mondo. Sennò certi atleti dovrebbero passare la vita a piangere, e del resto è accaduto, spesso e volentieri, anche nei teatri lirici, contro autentici mostri sacri del canto.

Senza sale gli omaggi di Rose Villain e The Kolors ai loro partners Gianna Nannini e Umberto Tozzi; meglio, per intensità, il duetto Vecchioni-Alfa in "Sogna ragazzo sogna", scelta azzeccata perché è un brano che, fin dal titolo, sa tanto di passaggio di consegne fra vecchia e nuova generazione canora. Il ragazzino genovese ha chiuso il pezzo con una strofa rappata scritta di suo pugno, una soluzione che è stata spesso praticata in questi anni di cover rivierasche e che personalmente trovo originale e azzeccata: lo stesso ieri, hanno (ben) fatto i Bnkr44 per dare una veste nuova a "Ma quale idea" di Pino D'Angiò,  rivisto con piacere a proprio agio sul palco, nonostante le difficoltà vocali. Personalmente, pur senza delirare per l'entusiasmo, ho apprezzato la rilettura sommessa e intimista di "Notte prima degli esami" da parte di Gazzelle e del bravo Fulminacci, che spero di rivedere in gara quanto prima, e anche il delicato omaggio di Mahmood a Dalla in "Com'è profondo il mare". Tutto sommato gradevole anche il duo Emma-Bresh, rispettoso del Tiziano Ferro originale, e all'insegna della totale spensieratezza la rimpatriata sanremese Gabbani-Mannoia, con lei che guardava lui con aria scettica mentre intonava "Occidentali's karma", reo di averle "soffiato" la medaglia d'oro nel 2017. 

Pollice in su per chi è stato coraggioso e non banale, si diceva. Il coraggio può essere declinato in tanti modi, a partire dalla scelta del brano da coverizzare fino al modo di metterlo in scena e di eseguirlo. Coraggio ha mostrato Ghali, che ha portato il suo universo musicale ricco di contaminazioni, il suo essere cittadino del mondo, con l'intro in lingua araba, ma anche profondamente italiano, con l'omaggio a Toto Cutugno. E coraggiosa è stata Angelina Mango, perché non è facile reinterpretare un evergreen di un padre prematuramente scomparso e amatissimo dagli appassionati: lei l'ha fatto riuscendo a dare di "La rondine" una lettura nuova, più delicata, di grande suggestione, impattante quanto l'originale. Probabilmente il top della serata, assieme ad altre tre performance che hanno raggiunto livelli di perfezione, forza emotiva e professionalità elevatissimi, ossia Annalisa e Rappresentante di lista in una "Sweet dreams" ricca di feeling, Il Volo con Stef Burns alle prese, nientemeno, con "Who wants to live forever", e i Santi Francesi, poco considerate rivelazioni di questa edizione, con una versione impeccabile dell'Hallelujah di Cohen, ben spalleggiati dalla sempreverde Skin. Di contro, assolutamente dimenticabile l'ennesima riproposizione, ad opera di Bigmama, Gaia, Sissi e La Nina, di una "Lady Marmalade" che negli ultimi vent'anni ci è stata propinata in tutte le salse in ogni tipo di trasmissione non solo Rai, una hit di grandissimo successo ma di cui mi sfugge il fascino talmente dirompente da imporne la necessità di inserirla nelle scalette di show, contenitori musicali e quant'altro, a ogni piè sospinto. 

In mezzo a una proposta così sovrabbondante, tutti gli elementi extra hanno avuto pochissimo spazio, ma merita la citazione una Arisa in superba forma fisica e soprattutto vocale, per la quale spero arrivino presto nuove canzoni in grado di valorizzarla e di riportarla al successo di qualche anno fa. Nessuna sorpresa per una Cuccarini a proprio agio nelle vesti di presentatrice che già tante volte ha indossato, anche all'Ariston, e che potrebbe essere un'idea per conduzioni future del Sanremone, chissà. Per i Jalisse è arrivato infine il ritorno all'Ariston, ma solo come contentino. E contenti loro, contenti tutti, ma diciamo che per ripartire davvero serve qualcosa di più. Non credo ai complotti contro di loro, e non credo nemmeno che dal '98 a oggi abbiano presentato solo brutte canzoni; bisogna che ci sia davvero l'occasione, il momento giusto per il rilancio, e non è facile individuarlo e intercettarlo, questo magic moment, soprattutto per chi è fuori dal grande giro discografico da tempo. Guardate quanto tempo hanno dovuto attendere Paola e Chiara... E stasera? Sarà difficile non trovare nella cinquina finale Geolier, Annalisa e Angelina, ma a notte fonda tutto si azzererà e molto potrà ancora accadere, anche se il consiglio, a chi non lo conosce, è di... cominciare a imparare il napoletano.

giovedì 8 febbraio 2024

SANREMO '24, LA SECONDA SERATA: VINCE GEOLIER, MA COLPISCE L'INTENSITA' DI IRAMA, CRESCE ANNALISA E SI CONFERMANO BERTE' E MAHMOOD. TRAVOLTA... TRAVOLTO DA UNO SKETCH POVERO DI IDEE E FANTASIA


 

Se esistono ancora dubbi sul proseguimento dell'esperienza sanremese di Amadeus (sarà il diretto interessato a sciogliere la riserva a Festival concluso, come è giusto che sia), quanto accaduto ieri sera con e attorno a John Travolta dovrebbe essere interpretato come un segnale che un'epoca sta per chiudersi, o quantomeno come un campanello d'allarme. Chiariamo subito: il fallimento totale di una singola ospitata non può certo essere motivo sufficiente per bocciare in toto una direzione artistica che ha accumulato meriti innumerevoli nel quinquennio (sì, mettiamoci anche l'edizione in corso). Il mio è un discorso di più ampio respiro, che riguarda più la "sceneggiatura" dello show che non la scelta delle canzoni in gara: la costruzione del terribile siparietto con la superstar d'Oltreoceano ha mostrato, in maniera inequivocabile, che le idee cominciano a latitare, che la stanchezza del gruppo di lavoro sta emergendo sempre più nitidamente. Perché Fiorello ha rappresentato spesso, in questi anni, l'ancora di salvezza, la scappatoia con la quale uscire brillantemente da situazioni spinose (ricordate la leggerezza con cui gestì lo scazzo Bugo-Morgan, per non parlare dell'abilità con cui si destreggiò nel clima pesante del teatro vuoto in era Covid?), ma non si può sempre sperare che la sua capacità di improvvisazione e il suo talento comico partoriscano sistematicamente la genialata di turno. Stavolta non è successo, ed è normale che la formula Ama-Fiore possa mostrare la corda dopo un lustro ai massimi livelli. 

Poi, certo, la questione è anche più complicata. Puntare su Fiorello e sulle sue idee finisce col risultare anche un alibi, perché dietro i due padroni di casa dovrebbe esserci una squadra di autori, profumatamente pagata per concepire qualcosa di più presentabile di quanto visto ieri, o comunque in grado di stoppare simili pseudo sketch prima che vadano in onda, capendone il potenziale nefasto. E dire, dopo, "vabbè, ma ci siamo divertiti" è un cavarsi di impiccio che sta cominciando a stufare, oltretutto mi pare che l'avesse sostenuto pure Blanco dopo la malriuscita performance floreale del 2023, quindi non insisterei su queste affermazioni. 

E ancora, tutto questo è il risultato di una scelta di fondo doppiamente sbagliata: la scelta di continuare a cercare vip internazionali del cinema che rarissimamente hanno portato un valore aggiunto alla kermesse (ricordo solo una bella intervista a Sharon Stone nel 2003, poi sicuramente qualcos'altro che mi sfugge, ma in ogni caso poche gocce in un mare di mediocrità), e il fatto di concludere certi contratti a immediato ridosso della rassegna, quindi con pochissimo tempo a disposizione per preparare qualcosa di raffinato, ben costruito, godibile. Peccato davvero, perché il tutto era iniziato in maniera anche azzeccata, con le domande di Giorgia, poi la degenerazione, con la scontata banalità delle canzoni cult da ballare e con l'imbarazzante "Qua qua dance". 

Che poi, intendiamoci, nulla contro la canzoncina di Romina Power che dominò la hit parade fra l'81 e l'82: mi spingo a dire che non c'è scandalo nel balletto "imposto" a Travolta, un divertissement che però avrebbe avuto senso in un altro contesto, inserito in un numero più lungo e articolato, in cui l'attore avrebbe dovuto avere spazio per muoversi su diversi registri, per fare cose serie e meno serie, per poi concludere con questa sorta di "svacco"; è stata invece il fulcro di una presenza di pochi minuti, alla quale, è vero, lo stesso protagonista, a disagio e poco incline ai sorrisi, non ha fornito nemmeno il minimo sindacale di verve. E anche questo è un punto interrogativo: d'accordo l'estrema tristezza della gag, ammessa a tarda notte dallo stesso Fiorello, ma John non era stato avvertito? E' stato colto di sorpresa? E se ne era a conoscenza, non poteva opporsi e dire "no, questa proprio non la faccio"? Misteri della televisione. In tutto questo, continuo a non trovare spiegazioni logiche alla scomparsa, dalla Riviera ligure, dei big del pop internazionale, che avrebbero in cambio una massiccia promozione e non dovrebbero nemmeno prestarsi a scenette senza sale, ma solo cantare uno o due pezzi. Ne basterebbero tre o quattro, di questi grossi nomi, nessuno pretende l'invasione degli anni Ottanta. 

Insomma, una macchia non da poco su una serata che aveva anche mostrato come un'ospitata possa essere realizzata con tutti i crismi e risultare perfino emozionante, grazie al ritorno di Giovanni Allevi che non si è limitato a suonare (bene, per quel che me ne capisco) il pianoforte, ma ha anche raccontato con voce tremante il suo viaggio attraverso la malattia, invitando alla speranza, senza vergognarsi di chiedere comprensione per eventuali incertezze esecutive e plaudendo ai medici e alla ricerca, in una triste epoca in cui i medici sono spesso vittime dell'odio social, a volte addirittura aggrediti fisicamente, e la ricerca oggetto di scherno e derisione da parte dei laureati all'università della vita. E visto che abbiamo cominciato parlando della parte extragara, ma l'attualità lo imponeva, diciamo che la seconda co-co Giorgia è stata impeccabile ma, mi è parso, leggermente meno a suo agio nel ruolo di presentatrice aggiunta rispetto a Mengoni, meno a briglia sciolta, preferendo dare il meglio di sé nelle sue due performance canore. Quanto ai concorrenti che introducono altri concorrenti, è un'idea anche carina ma che non aggiunge nulla al racconto del Festival, se non la dimostrazione plastica che ormai larga parte dei cantanti sanno disimpegnarsi senza eccessivi problemi anche in ruoli che professionalmente non gli appartengono; del resto, la storia televisiva recente parla chiaro, coi vari Ruggeri, Mika e Nek che hanno indossato senza intoppi le vesti degli anchorman. Altri (e altre) seguiranno, scommetto. 

Il secondo ascolto di metà dei brani in concorso ha permesso di schiarire parzialmente le idee, ma non al punto di capire quale potrebbe essere, sabato notte, il vincitore o la vincitrice assoluta. Conferme e sorprese, ma sorprese parziali: perché comunque si sapeva che Geolier avrebbe potuto contare su una massiccia spinta da parte di radio e televoto. Il pezzo ha indubbio sprint e pathos, è contemporaneo, martellante, anche variegato nell'arrangiamento e nell'architettura: può piazzarsi, ma non sarebbe, quanto a genere musicale, il mio trionfatore ideale. Convince sempre più Mahmood, che si rinnova nella continuità e, come accennato ieri, spinge senza compromessi su un linguaggio giovanilistico estremo che rischia di renderlo alieno e incomprensibile alla platea di mezza età. Ha guadagnato credibilità "Sinceramente" di Annalisa, che, come detto, non presenta trovatine acchiappa-ascolto clamorose ma ha una ritmica accattivante e passaggi testuali, come il "quando" ripetuto ossessivamente, che comunque ne fanno un'opera di sicura presa commerciale. 

Conferma per la Bertè, la cui autobiografia ha una costruzione un po' altalenante nella poetica, con parti mature e altre un po' più di grana grossa, mentre la struttura complessiva della canzone rimanda, decisamente, allo stile compositivo di tanta musica leggera anni Ottanta, quella che dentro e fuori Sanremo si appiccicava subito alle orecchie. Pollice in su per Irama, che ha sfoderato una intensa e, direi, splendida canzone d'amore, anche meno scontata rispetto a quella "Ovunque sarai" che tanti consensi gli aveva portato due anni fa. Non mi sorprende il suo secondo posto di serata, mentre non mi aspettavo il fatto che, nelle prime due cinquine di questo Festival, non comparissero i ragazzi del Volo, con un classicone più pop e meno lirico, di grande impatto ed eseguito magistralmente. Per i Kolors è già tormentone totale (devo essere sincero: stanotte, quando stava per essere svelata la prima posizione parziale, mi aspettavo di trovare loro in vetta, e non Geolier, ma non credo che la vittoria sanremese sia in testa ai pensieri di Stash e compagni). 

Tanta dance ma anche una rappresentanza tutt'altro che sparuta del melodico tradizionale. Detto dei convincenti Irama e Volo, non deludono sul piano interpretativo e dell'impasto vocale Renga e Nek, con una "Pazzo di te" forse un po' datata, mentre va riascoltato il non banale intimismo cantautorale di Gazzelle. Assolutamente trascinante l'Apnea di Emma, che pare più un brano da rassegne canore estive che da Sanremo, e proprio per questo potrebbe avere vita lunga. Abilmente confezionato per le radio e lo streaming "Il cielo non ci vuole" di Fred De Palma, col tocco di classe di alcuni inserti simil-sinfonici grazie al poderoso sostengo degli archi, ma in questo ambito stilistico si fanno preferire i "Diamanti grezzi" di Clara, con quella intro malinconica che sa tanto di Hooverphonic inizio secolo, spruzzate dello stile  di Mahmood e una generale gradevolezza all'ascolto, così come sta emergendo Bigmama, che porta all'Ariston uno dei refrain più efficaci. Si conferma lo spessore di "Onda alta", un testo impegnato amplificato da un ritmo sostenuto con toni quasi drammatici, un messaggio che può arrivare maggiormente ai cuori delle persone grazie all'utilizzo di una modalità espressiva apprezzata dalle nuove generazioni. Interessante è "Vai" di Alfa, con quel marcato stile country all'americana, ma è un brano su cui va sospeso il giudizio, visto che, da quel che si legge e si sente in giro, non brillerebbe propriamente di originalità. 

mercoledì 7 febbraio 2024

SANREMO 2024, LA PRIMA SERATA: MENO IMMEDIATEZZA E TROVATINE FURBE, MA QUALCHE POTENZIALE TORMENTONE C'E'. IL CORAGGIO DI ANGELINA E IL GIOVANILISMO SPINTO DI MAHMOOD



Sensazioni. Solo a quelle ci si può affidare, una volta superato lo scoglio del primo ascolto del pacchetto-canzoni offerto da Sanremo '24. Una mole imponente di nuove produzioni, succedutesi a ritmo sostenuto lungo uno spettacolo fiume snodatosi per oltre cinque ore televisive. E dunque, ditemi voi come si possa anche solo azzardare un giudizio, sia pur parziale, sui trenta pezzi del 74esimo puzzle rivierasco. Ecco, appunto, sarebbe un azzardo, e non invidio le certezze di chi già ha stilato le proprie pagelle a caldo. Operazione legittima, soprattutto nell'era dei social che richiede di essere sempre "sulla notizia" e di proporre il proprio commento prima degli altri. Legittima ma rischiosa, perché le valutazioni sui primi ascolti di una tale abbondanza di opere non possono che essere affrettate e superficiali, persino se escono dalla tastiera dei critici più smaliziati, non dico da parte di dilettanti come me, che dunque per il momento prudenzialmente mi astengo (anche perché, davvero, per quasi tutte le canzoni sono fermo a quanto sentito ieri sera "on stage"), e mi limito ad annotare, come detto, solo alcune sensazioni immediate avvertite durante la diretta. 

Balza alle orecchie l'assenza di un brano che si stagli nitidamente al di sopra degli altri, come era accaduto per "Due vite" l'anno passato e, in misura minore, per "Brividi" nel '22. Soprattutto quello di Mengoni, era, anzi è, un "pezzone" che tutti, dalla stampa specializzata ai semplici ascoltatori, avevano avuto gioco facile nel pronosticare vincitore fin da subito. Quest'anno non è così, e non è detto che sia un male, anzi, è vero il contrario, perché ciò conferma quanto da me scritto ieri, ossia l'esistenza di un equilibrio esasperato nei quartieri alti, destinato a incrinarsi parzialmente solo dopo le due serate intermedie di oggi e domani. Un equilibrio costruito su fondamenta abbastanza solide, perché quello che si percepisce è un livello sostanzialmente più che dignitoso, pur se non siderale, dell'offerta musicale. In molte canzoni, questo sì, si è avvertita maggiore ricercatezza e minore immediatezza, ed è ciò che ha forse penalizzato i Negramaro, raffinati e nostalgici, in sede di prima, parzialissima classifica; in altre, pur gradevoli, sembra di primo acchito mancare la trovatina furba che assicura i primi posti delle charts, ma anche questo può essere visto come qualcosa di positivo, e in particolare è parsa coraggiosa l'attesissima Annalisa, che non ha la frase tormentone stile "Dove vaaaaai" o "Ho visto lei che bacia lui", ma porta comunque un singolo di notevole impatto, che non dovrebbe faticare a piazzarsi sia all'Ariston che fuori. 

Sensazioni e prime impressioni, dicevamo: è piaciuta la sofisticata dance di Clara, la coerenza artistica di Angelina Mango con un genere che non scimmiotta nessuno e che a Sanremo ha sempre trovato pochissimo spazio, il sapore vintage che ha vagamente colorato di anni Ottanta l'autobiografica "Pazza" della Bertè, trionfatrice di tappa. Più di tutti mi hanno colpito Emma, con un brano di grande incisività radiofonica, e Mahmood, uno dei pochi per i quali ho potuto beneficiare di un secondo ascolto: dopo la parentesi romantica con Blanco, è tornato a cantare di sé e delle sue esperienze giovanili, lo stile è sempre quello ma capace di rinnovarsi costantemente, con un ritmo ipnotico e un uso del linguaggio più estremo di quello di tanti trapper, un vero e proprio slang giovanilistico infarcito di espressioni incomprensibili a chi abbia più di vent'anni. Suggestivo e d'atmosfera Diodato, vocalmente imponente Irama, nel solco della tradizione la sofferta ballad di Alessandra Amoroso, meno lirici e più pop i ragazzi del Volo, che si mantengono comunque nell'alveo dei canoni melodici sanremesi. E anche Mr. Rain, pur senza bambini a supporto, sembra avere le stimmate per ripetere con "Due altalene", almeno parzialmente, l'exploit dell'anno passato, con una composizione delicata e intimistica. 

Queste ultime annotazioni confermano quanto si sospettava ieri, ovvero che ci sarà pure stato un incremento delle proposte ad alto tasso ritmico, ma non mancano, come è ovvio e doveroso che sia, le canzoni di stampo prettamente melodico, vecchia scuola italiana. Riguardo al comparto dance, forse solo ora si apprezza compiutamente l'importanza della partecipazione e del piazzamento di Lazza nell'edizione 2023: la sua ritmica, le sue sonorità, paiono far capolino in diversi brani, e non tutti sono riusciti a rivestirle di abiti nuovi e originali: attenzione, perché non basta appiattirsi su certi modelli per ripeterne il successo. I Kolors, se non altro, rifanno un po' il verso a loro stessi e, ad occhio e croce, si sono assicurati un altro tormentone dopo "Italodisco", vedremo se ugualmente destinato a lunga gloria.

Preferisco dire poco o nulla su chi si è esibito fra mezzanotte e l'una inoltrata: mente annebbiata (la mia), impossibile cogliere pregi e difetti, anche se mi è parso di percepire del buono in Alfa, Gazzelle e Il Tre. Discorso a parte per Dargen D'Amico, con una "Onda alta" straniante, che fa ballare, trascina, ha facile presa e però tratta un tema spinoso, quello dei migranti e dell'inferno nel Mediterraneo. Bene ha fatto il funambolico artista a lanciare un appello per la pace a esibizione conclusa; una presa di posizione che si ritrova anche nel testo di Ghali, per una "Casa mia" che va riascoltata e soppesata per bene. 

Basta così, per ora. Qualche nota sullo spettacolo nel suo complesso, che ha offerto come unica sorpresa l'incursione di Ibrahimovic, di ritorno tre anni dopo la co-presentazione a teatro vuoto, Marco Mengoni ha giganteggiato come performer musicale e ha superato la prova come collaboratore di Amadeus, grazie ad alcuni semplici siparietti alimentati da un modo di fare da ingenuotto un po' a disagio nella grande kermesse. Una "intramuscolo" l'apparizione di Federica Brignone, di cui in questi termini non si avvertiva il bisogno, mentre anche Fiorello è andato sulla comicità "easy", con lo sketch del clone creato dall'intelligenza artificiale: si ride con poco, ma si ride, e al giorno d'oggi non tutti i comici di professione possono dire di sapere suscitare con tale abilità l'ilarità del pubblico. Ma tutto è sostanzialmente rimasto negli argini di una certa prevedibilità: certo, dopo l'apparizione del presidente della Repubblica dodici mesi fa, era difficile poter stupire, e allora ritorniamo a quanto si diceva ieri: la gara è tornata ad assumere centralità assoluta, sia pur diluita nell'arco di tante, troppe ore. Bene così.  Discorso a parte per la presenza della mamma di Giogiò Cutolo, il giovane musicista ucciso a Napoli, che ha suscitato emozione e commozione vere con una lettera al figlio perduto priva di odio e carica di ricordi e di voglia di giustizia. 

giovedì 4 marzo 2021

SANREMO 2021: IRAMA "SPACCA" E SI CANDIDA A SECONDO VINCITORE A DISTANZA DOPO IL VILLA DEL '55. BENE ANCHE MALIKA E RAPPRESENTANTE DI LISTA

 Dopo 66 anni, avremo di nuovo un vincitore di Sanremo "da remoto"? Nel '55 fu Claudio Villa, costretto a letto da un'influenza: nel corso della finale, la sua performance live fu sostituita dalla diffusione in sala dell'incisione di "Buongiorno tristezza". Questa volta potrebbe toccare a Irama, presente solo col filmato della (convincente) prova generale. Eventualità possibile, anche se non è il favorito numero uno, ma il terzo posto nella classifica demoscopica dei 26 Big al termine della seconda serata rende l'ipotesi tutt'altro che peregrina. Augurando al giovane cantante che lui e i suoi collaboratori escano indenni dall'incubo Covid, possiamo già parlare di una storia a lieto fine, quantomeno nel ristretto micromondo sanremese: da un'esclusione data ormai per certa, in punta di regolamento, al mantenimento in gara grazie alla mano tesa dal direttore artistico, fino al boom di consensi di ieri. Da parte mia, posso dire che sarebbe stato un peccato non vedere più in lizza "La genesi del tuo colore", una delle perle più pregiate del pacchetto di questa 71esima kermesse, ma ne parleremo più avanti. 

INSISTERE SULLA LINEA GIOVANE - Nel cuore della notte, prima della messa in onda dell'rvm di Irama, si sono esibiti in successione Random, Fulminacci, Willie Peyote e Gio Evan. Ecco, quello è stato il momento in cui ha fatto capolino l'effetto Sanremo '75, o anche '79, cioè una sfilata di concorrenti poco noti, se non ignoti, alla grande platea generalista. Ribadisco comunque la mia posizione in merito, con un paio di distinguo che esporrò a breve: lo svecchiamento e il rinnovamento del parco cantanti festivaliero, in atto da almeno un decennio, deve continuare, ed è stato giusto azzardare un cast così rivoluzionario, così distante dai canoni della kermesse ligure e dai gusti della platea over 40. Se in passato Sanremo come gara canora ha rischiato di implodere proprio per la refrattarietà quasi totale alla realtà musicale del Paese, le scelte artistiche di Amadeus rappresentano la miglior soluzione possibile per garantire una vita lunga e prosperosa alla manifestazione. 

Certi personaggi rappresentano, per talento e sostanza delle composizioni, il futuro della nostra canzone. Certo lanciarli in maniera così massiccia sull'ammiraglia Rai, nell'evento istituzionale per eccellenza, è un rischio, roba da equilibristi senza rete: ma è anche un investimento per l'avvenire, che darà frutti a medio termine e che, nel frattempo, deve mettere in conto un'emorragia di spettatori. Ecco, del discorso Auditel sanremese non ho mai parlato volentieri se non marginalmente, eppure, da che esiste "Note d'azzurro" avrei avuto ampiamente modo di inzupparci il biscotto, perché dal 2009 all'anno passato l'audience ha sempre visto trionfare Sanremo, con la sola eccezione del 2014, l'ultimo dei... quattro Fazio. Dodici anni di trionfi che rappresentano una discreta copertura assicurativa per l'avvenire del carrozzone rivierasco, e che consentono di parlare con serenità del flop di ascolti di questi giorni. 

FLOP AUDITEL: CAUSE E SOLUZIONI - Magari ci ritorneremo più dettagliatamente nel fine settimana, nelle giornate del bilancio. Ora posso solo fare alcune annotazioni. La prima: possibile che nessuno abbia pensato a quali danni avrebbe comportato andare in concorrenza con la Serie A, l'unico vero competitor in grado di sottrarre pubblico al colosso Sanremo? In passato ci pensarono e, semplicemente, saltarono la serata del mercoledì, anticipando la kermesse di un giorno. Non era difficile. Su tutto il resto si può discutere: d'accordo, la fronda anti festival, alimentata irresponsabilmente anche da alcune emittenti tv, ma spostare lo show ad aprile, maggio o giugno non avrebbe cambiato nulla. Perché la superficialità dei preconcetti non sarebbe stata scalfita, perché il populismo avrebbe trovato altri argomenti vacui per alimentare una pseudosolidarietà posticcia verso non si sa chi (o meglio, verso tutti ma non per chi lavora dentro e attorno alla macchina festival, loro sono dei paria della società che non meritano alcun riguardo, vero?). 

E poi comunque, in primavera, estate o autunno Sanremo 71 sarebbe stato sempre questo: stessa costruzione dello spettacolo, stesso cast di concorrenti e stesse canzoni in gara, stessi presentatori. E soprattutto niente pubblico in presenza, o forse poche decine di spettatori: quest'estate avremo Europei di calcio e Olimpiadi che si disputeranno nel metaforico gelo di impianti vuoti, e nessuno sta montando scioperi e boicottaggi per questo. Semplicemente, forse, è da rivedere la linea artistica riguardante il format televisivo dello spettacolo, e su questo ritorneremo. Ma la selezione di cantanti e canzoni no, è giusta quantomeno nell'idea di fondo e va portata avanti, al netto delle oscillazioni qualitative della proposta musicale, un anno meglio e un anno peggio, come è sempre stato. Con una postilla: focalizzarsi esclusivamente sul dato catodico ha senso, nel 2021, quando si può fruire qualsiasi prodotto tv, e quindi lo stesso Sanremo, anche in differita e attraverso innumerevoli piattaforme? 

GIO EVAN E RANDOM: ANCHE NO - Dicevo di un paio di distinguo riguardanti il cast dei Campioni. Perché ecco, va bene tutto, ma ad esempio Gio Evan è uno di quelli che, effettivamente, poteva davvero trovar posto fra le Nuove proposte. Musicalmente ha un background piuttosto scarno, la sua "Arnica" è anche un interessante sfogo autobiografico scritto con linguaggio attuale e realista, ma il cantante pare ancora un po' acerbo nel proporsi sul palco. Quanto a Random, ok la quota rapper, ma allora perché sceglierne uno che tradisce le radici per portare in concorso una canzoncina d'amore che mi aspetterei più da Zarrillo che da lui? Ecco, queste forse sono due caselle che potevano essere utilizzate diversamente: con un rapper che fa il rapper, e  con un altro veterano da affiancare alla spaurita Berti, andandolo magari a pescare nella galassia dei dimenticati anni Novanta, fra le varie Mietta, Nava, Alotta e compagnia. Mietta che fra l'altro, in occasione del recente Cantante mascherato, ha sfoderato una forma vocale e una poliedricità artistica davvero meritevoli dei migliori palcoscenici. Perché è stata dimenticata dallo showbiz? 

AYANE, IRAMA E RAPPRESENTANTE: TRIO SUPER - A proposito di Orietta Berti: d'accordo, fuori tempo e fuori mercato, ma prendiamo la sua presenza come un meritato tributo a un colosso della musica italiana, assente da troppo tempo dall'arengo sanremese quando molti suoi coetanei hanno occupato quasi manu militari quel palco nello stesso periodo. Comunque "Quando ti sei innamorato" è più pregevole, quantomeno, delle proposte presentate nelle sue ultime apparizioni precedenti, da "La barca non va più" a "America in", da "Futuro" a "Rumba di tango", brutta canzone, con tutto il rispetto per il compianto Giorgio Faletti. Più debole sul piano del prestigio dei nomi in gara, la seconda serata ha offerto però un miglioramento a livello di "immediata capacità impattante" dei pezzi. Balza fra i favoriti Malika Ayane, con un'opera ritmata e orecchiabile che prosegue il discorso intrapreso qualche anno fa con la bella e poco considerata "Stracciabudella", ottimi davvero i Rappresentante di lista, con un brano intenso, pienamente contemporaneo ma anche capace di non dimenticare certa buona tradizione italiana, e un ritornello che si ficca in testa. Sugli scudi, si è detto in apertura, anche Irama: la sua è una dance tesa, possente, persino inquietante in quel refrain "robo-metallizzato". In altri tempi si sarebbe detto "farà ballare l'Ariston": sarà per un'altra volta. 

GAIA E FULMINACCI DA SEGUIRE - Notevoli gli echi arabeggianti di una Gaia tutt'altro che banale, Fulminacci porta un cantautorato semplice, scarno ma sostanzialmente ben concepito e discretamente incisivo, Bugo ha abbandonato l'elettronica dell'accoppiata con Morgan ma suona ancora vintage, e tuttavia la sua "E invece sì" non ha pienamente convinto al primo ascolto, complice anche qualche difficoltà esecutiva di un artista interessante ma che non pare tagliato su misura per i live. Lo Stato Sociale ha gigioneggiato sul palco, la canzone rimembra Edoardo Bennato in certe parti, è ricca di fantasia e forse si avvicina di più al loro stile, rispetto a "Una vita in vacanza" che, benché caciarona, strizzava maggiormente l'occhio alla radiofonicità. Tanta carne al fuoco, forse troppa, nel polemico sfogo della "Mai dire mai" targata Willie Peyote, che comunque non passera inosservata, così come "Bianca luce nera" degli Extraliscio, commistione di stili di non facile digeribilità immediata. Infine, il capoclassifica del momento: Ermal Meta ha concepito una ballata elegante, ben scritta e struggente, anche se non brilla per originalità. E' il tipico prodotto della linea melodica sanremese, se giudicasse solo la demoscopica probabilmente vincerebbe a mani basse, ma...

SUPER ELODIE, MA PERCHE' SCHWAZER? - La gara dei giovani ha prodotto i quattro finalisti migliori: dopo Gaudiano e Folcast, ecco Wrongonyou e Davide Shorty. I più meritevoli, con qualche rimpianto per Greta Zuccoli, grande voce che ha pagato dazio con una proposta eccessivamente agée. Sul fronte della cornice, come sempre eccessiva e debordante (ecco un aspetto che andrà profondamente ritoccato in futuro), dato il giusto rilievo al Golden globe vinto dalla Pausini (traguardo storico, ricordiamocelo, conquistato da una ragazza partita da Sanremo) e all'omaggio a Ennio Morricone con la collaborazione del Volo, si è stagliata nitidamente su tutti Elodie. Oltre il fascino glamour e la sensualità c'è di più, ossia una performer a tutto tondo, che ha un bel futuro da presentatrice anche se preferirei continuare a vederla soprattutto nelle vesti di cantante. Il suo medley a incastro, con una sovrapposizione di pezzi di canzoni storiche da far venire il mal di testa, è stato geniale. Certo poteva evitare, all'una passata, la parentesi autobiografica con commozione incorporata, ma la si può perdonare, mentre difficile capire il senso della pur breve comparsata di Alex Schwazer, con una scelta di campo non richiesta e non dovuta da parte della tv di Stato. La vicenda non è ancora chiusa e ci sono molti aspetti da chiarire, lasciamo che la giustizia, sportiva e non, faccia il suo corso. Ottimo lo spazio nostalgia per i veterani Marcella, Leali e Cinquetti, trovata della... penultima ora. Un'idea da riproporre in avvenire, magari meno improvvisata e più strutturata in una serata ad hoc.

domenica 10 febbraio 2019

SANREMO 2019: FINALE A SORPRESA PER UN FESTIVAL CONTROCORRENTE. NON SCANDALOSO IL SUCCESSO DI MAHMOOD, DELUSIONE PER NEK E TURCI


Ecco dunque la sorpresissima. Alzi la mano chi aveva previsto il trionfo di Mahmood. Io no, sinceramente, e del resto scripta manent. I favoriti erano quei "sei più uno" che avevo citato nei precedenti post (Ultimo, Volo, Irama, Nek, Arisa, Bertè e Cristicchi): l'exploit di "Soldi" è senz'altro uno degli esiti più clamorosi di sempre, nella storia del Festivalone. Per trovare una conclusione altrettanto stupefacente, spiazzante, inattesa, bisogna forse risalire al Sanremo del 1997, alla vittoria dei Jalisse. Dopo, si sono registrate altre medaglie d'oro insolite, penso agli Avion Travel del 2000 o alla coppia Giò Di Tonno - Lola Ponce del 2008, ma si trattava comunque di artisti big, con dignitosissime carriere alle spalle. Il ragazzo italo-egiziano, pur arrivando da diversi anni di "praticantato", è comunque alle prime armi sulle ribalte musicali che contano: il suo percorso sanremese può essere assimilato a quello di Annalisa Minetti, che nel '98 vinse il venerdì le Nuove proposte, si trovò sbalzata nella categoria regina e al sabato sbaragliò nuovamente il campo; la differenza è che, per questa 69esima edizione, la sezione Giovani è stata dirottata nell'anticipo di dicembre, un ridimensionamento che, come già sottolineato, ha tolto importante visibilità mediatica al vivaio rivierasco. In tal senso, si può dire che l'affermazione di Mahmood compensi almeno in parte l'ingiusto trattamento riservato agli emergenti, portando alla ribalta proprio un fresco esponente di quella categoria che un tempo era il vanto della kermesse, e oggi è invece vissuta quasi come un peso. 
VERDETTO CHE CI STA - Onestamente, trovo questo risultato assai meno scandaloso di altri maturati in passato: penso ai citati allori conquistati da Minetti e Di Tonno - Ponce, ma anche a quelli di Marco Carta e Valerio Scanu, che ancora gridano vendetta. Il pezzo di Mahmood mi ha colpito da subito: mai avrei pensato non dico al primo posto, ma nemmeno a un ingresso sul podio; lo accreditavo più che altro di un grosso successo lontano dall'Ariston, ossia vendite, streaming, rotazione radiofonica, perché è un brano fra i più contemporanei dell'edizione, dalla costruzione originale e valorizzato dalla particolarissima vocalità dell'interprete; un brano però martellante, con quelle trovatine testuali (le ripetizioni ossessive di "Come va, come va" e "Soldi, soldi", o il battito di mani) che servono a imprimere una canzone nella mente.
BUON MECCANISMO DI VOTAZIONE - Un'opera che, dicono i primi dati diffusi da mamma Rai, è stata spinta all'affermazione dalle due giurie "d'élite", ossia quella degli esperti (così è definita nel regolamento ufficiale, anche se in diretta è stata ribattezzata "d'onore") e quella della sala stampa, mentre i televotanti da casa si erano espressi massicciamente a favore di Ultimo. Trovo però che le polemiche abbiano poco senso: era peggio col Totip o con la classifica finale affidata esclusivamente agli sms. Il sistema di votazione attualmente in vigore, col suo complesso meccanismo di percentuali, pesi e contrappesi, calcolo di medie e quant'altro, è forse il più equo possibile, al momento. Modera il peso dei ragazzini e dei fans sfegatati che smanettano sugli smartphone, senza però dare un peso eccessivo ai suddetti esperti, che in un paio di edizioni passate hanno invece fatto il bello e il cattivo tempo sancendo verdetti giustamente discussi. Poi tutto è perfettibile, due cose in particolare: gli esperti dovrebbero essere veri addetti ai lavori, ossia musicisti, autori, compositori; riguardo alla giuria della sala stampa, se ne potrebbe fare tranquillamente a meno: i giornalisti dovrebbero valutare le canzoni sulle loro testate di appartenenza, e non condizionare l'esito della gara ligure.
ULTIMO DELUSO, MA SI RIFARA' - Ultimo l'ha presa male, e posso anche capirlo. Aveva un pezzo trasversale, scritto con un linguaggio diretto che arriva ai giovanissimi ma costruito su un impianto tradizionale che può indubbiamente piacere anche a un pubblico più agée, e oltretutto ieri sera ha davvero dato fondo a tutte le sue energie, con la migliore delle performance da lui offerte in questa settimana. Non vale la pena di incupirsi per un secondo posto che poteva essere primo, il giovanotto lo capirà col tempo: a Sanremo conta più il dopo che il durante, ossia gli esiti commerciali e i riscontri di popolarità, che non la graduatoria sul palco ligure. Il gradino più basso del podio rappresenta invece il massimo cui potesse aspirare Il Volo, e i tre ragazzi lo hanno capito, accettando il verdetto con sportività e, anzi, rallegrandosene. Sarà la tranquillità di avere comunque le spalle coperte da un curriculum artistico granitico e sempre ricco di prospettive... Fatto sta che "Musica che resta", canzone iperclassica nell'impostazione e con l'immancabile esplosione di voci nel refrain, ha una sua precisa dignità ma ricalca in buona parte lo schema vincente di "Grande amore", trionfante quattro anni fa; proposta scarsamente coraggiosa, dunque, per la quale il primato sarebbe stato eccessivo. 
BERTE': VA BENE IL QUARTO POSTO - A proposito di delusioni e contestazioni: francamente inaccettabile la reazione del pubblico dell'Ariston al quarto posto di Loredana Bertè. Anche in questo caso, il passato ci ha mostrato di peggio: andando a memoria, ricordo i fischi e le urla che accolsero l'esclusione di Renato Zero dal podio di Sanremo '93. Ma attorno alla cantante calabrese era stato scritto una sorta di romanzo con lieto fine forzato che, alla lunga, è stato francamente seccante: pareva scontato, e perfino doveroso, che dovesse ricevere un premio, o un posto sul podio. Ebbene poteva starci, ma anche no. "Cosa ti aspetti da me" è stata forse la proposta più felice del suo fitto e avventuroso cammino festivaliero, penso a incidenti di percorso come "Angeli & Angeli" del '95 o "Dimmi che mi ami" del 2002, canzone anche carina ma penalizzata da enormi problemi di esecuzione. Da qualche tempo, Loredana ha ritrovato una forma vocale più che accettabile, e lo ha dimostrato anche in questi giorni, ma da qui a far passare il suo pezzo per un capolavoro ci sta di mezzo il mare. Un'opera gradevole che, come nel caso del Volo, ha trovato a parer mio la giusta collocazione in graduatoria. 
NEK: ASSURDO PIAZZAMENTO - Ben altri sono stati colpi di scena di una finalissima a tratti imprevedibile, nello svolgimento e nelle conclusioni. Il diciannovesimo posto di Nek era oggettivamente impensabile: una bocciatura sonora per un artista che, dopo il poderoso rilancio ottenuto nel 2015 con la doppietta "Fatti avanti amore" e cover di "Se telefonando", puntava senza mezzi termini alla vittoria. Vittoria che a parer mio non sarebbe stata scandalosa, perché "Mi farò trovare pronto" ha la stessa forza d'impatto dell'inedito presentato nel primo Festival targato Conti, ed è stato accompagnato da una brillantezza e una sicurezza nella tenuta del palco che avrebbero davvero meritato miglior sorte. Accanto alla vittoria di Mahmood, è forse questa la più grande sorpresa di Sanremo 2019. Più nella logica delle cose il modesto piazzamento di Renga, con un brano in crescendo, interpretato al solito in maniera convincente, ma privo di quel tocco in più in grado di farlo spiccare su altre sue precedenti produzioni; "Aspetto che torni" è comunque di buona fattura, una ballata moderna con un testo tutt'altro che banale, che dovrebbe entrare senza problemi nel repertorio dell'ex Timoria. 
ARISA IN DIFFICOLTA', TURCI MERITAVA DI PIU' - Dispiace per Arisa, cantante che, al di là delle simpatiche bizzarrie del personaggio, nell'ultimo decennio ha conquistato la stima di tanti in virtù delle sue doti canore d'eccezione, voce cristallina, senza cedimenti. Ebbene, ieri sera questa perfezione si è dissolta: la povera Rosalba è incappata in una prestazione pessima, quasi in debito di ossigeno, e mi addolora sinceramente. Si è saputo poi che era febbricitante ed è stata quasi eroica ad affrontare la ribalta: si consolerà pensando di essersi resa forse più umana, e dopotutto la sua "Mi sento bene", così leggera e orecchiabile, dovrebbe avere lunga vita anche nelle settimane post festivaliere. Delusione anche per il sedicesimo posto di Paola Turci: "L'ultimo ostacolo" ha acquisito credibilità ascolto dopo ascolto, melodia malinconica a sostegno di un sentitissimo testo d'amore paterno, fra rimpianto e speranza: per lei, qualche difficoltà di canto per via di un ritornello impegnativo, ma anche un look sensazionale che ha messo in mostra un fisico ancora splendido e delle gambe indimenticabili. Sanremo è anche questo, no? 
CRISTICCHI, SILVESTRI, GHEMON: OPERE DI PREGIO - Cristicchi e Silvestri, quinto e sesto nella graduatoria definitiva, hanno fatto incetta di premi collaterali, e questo era invece prevedibilissimo. Per il cantautore romano siamo nei pressi del capolavoro, per una "Argentovivo" straniante, ruvida, vieppiù valorizzata dal lungo intervento del rapper Rancore. Simone ha portato una composizione delicata, di struggente poetica, anch'essa a suo modo originale, in quanto si regge quasi esclusivamente su un testo di altissimo livello, mettendo in secondo piano l'impianto musicale, ridotto all'essenziale. Alla lunga è venuto fuori Ghemon con la sua "Rose viola", pezzo di raffinate atmosfere; se proprio vogliamo stare a discutere di piazzamenti, fra i primi dieci avrebbe dovuto starci lui invece di Achille Lauro, che non ho trovato neppure tanto fuori dagli schemi; refrain martellante, citazioni a go go di grossi personaggi della musica, dello spettacolo, dello sport: cosa c'è di più convenzionale? 
NIGIOTTI E NEGRITA PROMOSSI - Mi ha piacevolmente colpito il morbido rock dei Negrita, con un testo di protesta che arriva al cuore e alla testa senza ricorrere a parole eccessivamente dure e taglienti, mentre l'ingresso nella top ten è un meritato premio per Nigiotti, e per la sua splendida dedica al nonno e a un mondo più genuino e a misura d'uomo, che ieri sera l'ha portato alla commozione. Nei bassifondi sono invece rimasti i giovanissimi Federica Carta e Shade, che però, scommetto, si rifaranno sul mercato. E questo dovrebbe proprio essere un Festival in grado di far vendere molti dischi, di ottenere visualizzazioni notevoli sulle piattaforme video, perché è stato costruito proprio per centrare questi obiettivi: sfondare sul piano commerciale, lasciare un segno nelle classifiche, traguardo che col primo Baglioni era stato raggiunto solo in minima parte. 
FESTIVAL - RIVOLUZIONE - Sanremo ha perso punti in termini di audience, ed era da mettere in preventivo: a bocce ferme, rileggetevi il cast, e ditemi quante volte, in passato, si è avuto più coraggio nello sparigliare a tal punto le carte di una manifestazione così saldamente ancorata alla tradizione. Quasi la metà dei nomi in concorso erano, questo è sicuro, sconosciuti o semisconosciuti al grande pubblico, quello che in linea di massima segue Rai 1; averli portati in prima serata, nell'evento musicale, televisivo e di costume dell'anno, è stato qualcosa di autenticamente rivoluzionario. Un patrimonio innovativo che non andrà assolutamente dilapidato, un solco sul quale occorrerà insistere chiunque sia il prossimo direttore artistico (da non escludere un Baglioni tris). Innovazione e audacia anche nei dettagli del linguaggio musicale: un po' di turpiloquio in più, ma senza esagerare, tanti riferimenti più o meno velati al sesso (nudità e far l'amore si sono sprecati, senza che nessuno se ne scandalizzasse). Ed è stato anche un Sanremo molto parlato e meno cantato, col definitivo sdoganamento del rap, che, ripeto, può piacere o non piacere ma è la realtà più "à la page" dell'attuale panorama canoro nostrano. 
IL FUTURO? SERENA E AMADEUS - Tutto questo contribuisce a rendere sostanzialmente positivo il bilancio del Festival 2019, facendo passare in secondo piano gli impacci della conduzione, Bisio e Raffaele col freno a mano tirato (con la povera Virginia costretta a tirar fuori in extremis le vecchie imitazioni per ravvivare un po' il palco), la scarsa vena degli autori. La sensazione è che il gruppo di lavoro scelto dal direttore artistico non abbia avuto il tempo materiale per mettere insieme un copione decente, e si sia aggrappato al pilota automatico dell'esperienza; ma il modello Festival del ventunesimo secolo richiede qualcosa di più, in tal senso. Sono tuttavia problemi contingenti e facilmente risolvibili, magari col ricorso a padroni di casa più brillanti e più adatti alla bisogna. Nomi per il futuro? Già fatti qui sul blog in tempi assolutamente non sospetti. La precedenza spetta a Serena Rossi e Amadeus, in attesa che maturi Federico Russo o che si trovi qualche altro "battitore libero" imprevedibile, un attore tipo il buon Santamaria ammirato nella sua apparizione di qualche giorno fa. Vedremo. 

sabato 9 febbraio 2019

SANREMO 2019, LA QUARTA SERATA: TANTI DUETTI PREGEVOLI, MA POCHI QUELLI DAVVERO INCISIVI. BENE SYRIA, SAVORETTI E ALESSANDRO QUARTA


Subito un paio di ringraziamenti: a chi ha inventato la serata dei duetti, ossia Paolo Bonolis e Gianmarco Mazzi nel 2005, e a chi l'ha ripristinata dopo alcuni anni in... frigorifero, ossia l'attuale direttore artistico Baglioni. Perché è un happening meraviglioso, una scheggia impazzita che rompe la liturgia pur sempre presente anche in un Festival controcorrente come quello di quest'anno. E' tradizionalmente la serata più varia, brillante e imprevedibile delle cinque maratone sanremesi, e anche stavolta non è sfuggita alla regola. Il livello delle inedite performance è stato in generale più che discreto, spesso buono, in alcuni casi eccelso. Il discorso cambia un po' allorché si tratta di valutare il valore aggiunto che queste esibizioni hanno effettivamente apportato alle canzoni in gara: in tal senso, mi sento di poter dire che pochi duetti sono stati veramente incisivi, accrescendo l'appeal dei brani in misura evidente. 
BRANI CHE BRILLANO DI LUCE PROPRIA - Intendiamoci: ciò non è necessariamente un male. Significa che le proposte selezionate per Sanremo 2019 sono in buona parte in grado di brillare di luce propria, senza bisogno di nuove voci, nuovi arrangiamenti, tocchi di originalità; che ieri sera non sono mancati, ma sono stati sostanzialmente funzionali alla buona riuscita dello spettacolo nel suo complesso, più che della gara tout court. Cogliendo fior da fiore, ad esempio, è risultata eccellente la fusione fra le voci di Irama e Noemi, così come i vincitori dell'anno scorso, Fabrizio Moro ed Ermal Meta, sono entrati in punta di piedi nei pezzi di Ultimo e Cristicchi, senza snaturarli ma fornendo comunque un contributo prezioso. 
PRESENZE ININFLUENTI - Francesco Renga, per aumentare la forza d'impatto di una "Aspetto che torni" dignitosa me non con le stimmate dell'evergreen, avrebbe avuto bisogno di qualcosa di più del sommesso intervento dell'autore Bungaro e del sostegno prettamente coreografico di Eleonora Abbagnato e Friedemann Vogel, così come i rapper Gué Pequeno e Rocco Hunt hanno "sovrastrutturato" e appesantito i pezzi di Mahmood e Boomdabash, di gran lunga migliori nelle versioni originali. Godibili e riuscite le abbinate Turci - Beppe Fiorello e Zen Circus - Brunori Sas, ma ininfluenti per la resa finale delle canzoni, così come la presenza di Nada al fianco di Motta, duetto che pure ha conquistato il successo di tappa sulla base di un verdetto discutibile, visto che l'esibizione dei due non è certo stata la migliore, sul piano tecnico, e nemmeno quella più coinvolgente.
L'ITALIANO DI HADLEY E IL VIOLINO DI QUARTA - Più di colore che di peso autentico, ma comunque apprezzabili, le ospitate di Cristina D'Avena, impeccabile nell'inserirsi nel dialogo a due Federica Carta - Shade, e di Tony Hadley, che col suo italiano stentato ci ha riportato ai tempi di Mal dei Primitives e di Rocky Roberts, ma che ha se non altro reso ancor più pimpante e allegrotta "Mi sento bene" di Arisa: migliorasse un po' la pronuncia, potrebbe proporsi in concorso nei prossimi anni, visto il rapporto privilegiato con l'Italia e l'affetto che continua a riscuotere dalle nostre parti. Gira che ti rigira, un reale quid in più ai loro compagni di duo sono stati in pochi a portarlo: su tutti, mi sento di citare il portentoso violinista Alessandro Quarta, talento clamoroso e animale da palcoscenico, che ha dato nuovo vigore e nuove vesti sonore a "Musica che resta", buona composizione di stampo tradizionale ma in sé poco coraggiosa, visto che ha totalmente mantenuto i ragazzi del Volo nel solco di "Grande amore", trionfatrice del 2015. 
SYRIA, SAVORETTI E IL RITORNO DEI SOTTOTONO - Importante anche la presenza di Diodato e dei Calibro 35 per aumentare l'avvolgente atmosfera di "Rose viola" di Ghemon, così come gli inserimenti di Jack Savoretti in "Solo una canzone" degli Ex Otago, binomio tutto "genovese" (Jack, per chi non lo sapesse, è tifosissimo del Genoa): il cantante anglo-italiano ha aggiunto grinta a un pezzo fin troppo soffuso e romantico. Syria ha dato calore e intensità alla canzone di Anna Tatangelo (ed anche sensualità: Cecilia è una donna che migliora col passare degli anni sul piano della fisicità, al di là delle sue indiscusse e sottovalutate doti canore), la particolare vocalità di Manuel Agnelli è stata comunque utile a Daniele Silvestri e Rancore, anche se "Argentovivo" non aveva particolare bisogno di maquillage, perché siamo di fronte a qualcosa di molto vicino al capolavoro. Ultime annotazioni: il piano di Paolo Jannacci ha reso ancor più struggente la poetica dedica di Enrico Nigiotti al nonno recentemente mancato, mentre la presenza di Giovanni Caccamo, pur minimalista, ha fatto prendere quota al duo Pravo - Briga, fino a ieri sera oggetto piuttosto misterioso del 69esimo Festivalone, discorso in parte applicabile anche a D'Angelo - Cori, grazie ai quali c'è stata la clamorosa ricomparsa su una grande ribalta di Big Fish e Tormento dei Sottotono, diciotto anni dopo la non felicissima esperienza del 2001. Un tocco di vintage in un Sanremo ultramoderno. 
PILLOLE DI ANNA E MELISSA - In una serata monopolizzata dalla gara parallela dei duetti, poco spazio per il resto. Più del comunque notevole mini-show di Ligabue, ha colpito il monologo di Claudio Bisio sul rapporto padre - figlio: un parziale riscatto di una prestazione festivaliera fin qui grigia da parte del comico piemontese, anche grazie all'intervento di Anastasio, fresco vincitore di X Factor, talento vero. E' proprio il Sanremo dei rapper: chi lo avrebbe mai detto l'anno passato, quando questa realtà, che piaccia o meno è colonna portante della musica italiana di oggi, fu praticamente ignorata? Riuscite le pillole di presentazione affidate alle due fanciulle del Dopofestival, Anna Foglietta e la stellina nascente Melissa Greta Marchetto, bellezza particolare ma che buca lo schermo, ragazza dalla favella facile. E c'è stato finalmente il breve ma sentito ricordo della tragedia del Morandi, nel giorno in cui è iniziata la lunga opera di demolizione di ciò che resta del ponte maledetto. Attendiamo fiduciosi anche due parole di commemorazione per Giampiero Artegiani, sensibile cantautore scomparso nel giorno di apertura della kermesse e finora menzionato solo in sala stampa. 
CHI VINCERA'? MISTERO... - Poche righe per stasera: poche perché il pronostico è quasi impossibile. I nomi dei favoriti sono sempre gli stessi: ieri ho citato il sestetto Ultimo - Irama - Nek - Volo - Arisa - Bertè, con possibile inserimento di Cristicchi, e rimango fedele a quanto scritto, anche perché le parzialissime classifiche rese note in questi giorni non consentono di avere un quadro d'insieme su chi sta davanti, chi indietro, e quali distacchi ci sono. Si brancola nel buio, insomma: "Mistero", avrebbe detto il Ruggeri del 1993, ma proprio per questo la lunga finalona di stasera dovrebbe risultare ancor più appassionante. 

giovedì 7 febbraio 2019

SANREMO 2019, LA SECONDA SERATA: LO SPETTACOLO STENTA A DECOLLARE, APPESANTITO DAI SUPER OSPITI. IN GARA BENE NEK E NEGRITA


Le precarie sorti di Sanremo 2019 si reggono quasi unicamente sulle spalle dei cantanti in gara e dei loro pezzi. Qualche decennio fa sarebbe stata un'ovvietà, ma da un po' di tempo non lo è più: da quando, precisamente, il Festivalone ha mutato pelle trasformandosi da gara musicale a show musicale, arricchito cioè da numeri di varietà e da ospitate più o meno clamorose. Un evento mediatico che, insomma, affida il suo successo televisivo più alla cornice che al quadro: solo che quest'anno la cornice sta palesando una debolezza in parte inattesa, relativamente ai padroni di casa, e in parte largamente prevedibile, pensando allo stracco cast di stelle fuori concorso in passerella. 
LIEVE CRESCITA - Anche la seconda serata, pur facendo registrare una lieve crescita qualitativa del livello spettacolare, ha comunque messo a nudo scelte infelici sul piano autoriale e la sostanziale, totale inutilità dei siparietti coi cantanti italiani non in gara, a proposito dei quali sarebbe opportuno scatenare una vera e propria battaglia, ma ne accennerò più avanti. Il trio di conduttori continua a pagare dazio: sottotono il direttore artistico, più che mai aggrappato all'incerta, ennesima esecuzione dei suoi classici, frenato un Bisio che appare come il classico pesce fuor d'acqua, mentre Virginia riesce a strappare la sufficienza grazie al talento e al mestiere (di buona fattura la sua dissacrante versione della Carmen di Bizet), ma non si può negare che ci si attendesse qualcosa di più anche da lei. 
LA SORPRESA PIO-AMEDEO - Peraltro forse ci siamo abituati male: non è Sanremo il luogo in cui personaggi come Bisio e Raffaele possono dare libero sfogo al loro estro, tanto più se sono chiamati in primis ad esercitare il ruolo di padroni di casa. Se devi presentare, diminuisce lo spazio da dedicare a ciò che si sa far meglio: paradossalmente, ma neanche tanto, meglio un quarto d'ora da ospite in cui fornire ampi saggi delle proprie doti da mattatori o mattatrici. Non a caso Virginia fece benissimo tre anni or sono, quando la responsabilità della conduzione era in larga parte a carico di Carlo Conti; e non a caso l'intermezzo più riuscito di ieri sera è stato, a tarda ora, lo sketch irriverente e fuori dagli schemi di Pio e Amedeo. Nello scarso appeal della "sceneggiatura" della kermesse stanno incidendo le scelte autoriali di cui si diceva: perché riportare sul palco Favino prima e Hunziker poi è stato un doppio autogol. I due anfitrioni del 2018 hanno infatti messo ancor più a nudo i limiti di quelli di quest'anno, con due apparizioni brevi ma portatrici di brio e brillantezza in serate assai monotone: in particolare, il duetto Bisio - Michelle in "La lega dell'amore" è stato forse il momento più saporito di queste prime dieci ore di diretta, ritorno di fiamma dell'antica, comune militanza sullo scanzonato palco di Zelig. 
LACUNE AUTORIALI E PREMI ALLA CARRIERA DISCUTIBILI - Scarsa fantasia anche nell'utilizzo dell'icona Pippo Baudo: non c'era davvero niente di meglio che rispolverare il ricordo della "canzone del secolo" proclamata nell'85 per consentire poi a Baglioni di eseguire, per l'ennesima volta, "Questo piccolo grande amore"? A proposito della quale Pio e Amedeo non hanno forse tutti i torti (lo dico un po' per scherzo un po' sul serio...): bellissima, intramontabile, stupenda, ma il troppo stroppia (fermo restando che per me non è nemmeno la miglior composizione del cantautore romano, ma qui entriamo nel campo dei discutibilissimi gusti personali). Per chiudere questa catena di strafalcioni, e pazienza se mi attirerò qualche antipatia: era proprio necessario assegnare il premio alla carriera a Pino Daniele, oltretutto quasi di soppiatto e senza omaggiarlo con qualcuno dei suoi splendidi brani?
Mettendo da parte la malinconia per un fuoriclasse che ci ha lasciati troppo presto, e parlando in termini pratici, il compianto Daniele non ha mai messo piede a Sanremo in gara, e solo una volta in qualità di ospite. Fra chi invece ha concorso più volte, ottenendo anche notevoli successi, c'è ad esempio un altro campano, tal Peppino Di Capri, plurivincitore e pluripartecipante, che un riconoscimento di tal guisa lo meriterebbe senz'altro, così come altri personaggi che hanno fatto la storia di questa manifestazione, senza mai sottrarsi al brivido della tenzone canora. Non si tratta di fare gli snob e gli offesi verso chi dalla Riviera si è quasi sempre tenuto lontano, per scelta personale rispettabilissima: casomai è vero il contrario, ossia lo snobismo esiste verso tanti validissimi artisti che proprio grazie a Sanremo hanno costruito buona parte della loro carriera. Va bene Pino, insomma, per un trofeo che comunque non aggiunge alcunché alla sua grandezza, ma non dimentichiamoci di altri musicisti e cantanti amati e titolati (Zanicchi, Bobby Solo, Cinquetti, Don Backy, Leali, Fogli...).
NEK, VOLO E BERTE' PUNTANO IN ALTO - Serate come quelle di ieri e di oggi sono fondamentali per apprezzare maggiormente le caratteristiche e il livello delle opere in gara, dopo l'indigestione del gala di apertura. Le prime impressioni sono in buona parte confermate: Nek ha la canzone tormentone che può puntare alla vittoria, ma troverà temibili avversari nel Volo, che sono andati sul sicuro fornendo una versione riveduta e corretta di "Grande amore", italica melodia con spiegamento di voci nel ritornello, nel solco della tradizione sanremese, pertanto autorevole candidata all'alloro finale. Occhio però a Loredana Bertè, finalmente sul pezzo con una proposta d'autore, classica e moderna al contempo, e bene interpretata. Piace Arisa in vesti assai pimpanti e con echi di musical, oltretutto più umana del solito, avendo incontrato difficoltà di esecuzione forse per la prima volta nella sua lunga storia in Riviera. Difficoltà palesi anche per Paola Turci, frenata forse da malanni di stagione, ma la sua proposta non è male, anche se meno esplosiva e immediata della splendida "Fatti bella per te".
OTTIMO SILVESTRI, BENE I NEGRITA - Originale e ben scritta "Rose viola" di Ghemon, curioso il rock martellante di Achille Lauro, Silvestri ai massimi storici con un un racconto di vita teso, serrato, di quelli che lasciano l'amaro in bocca. Non orecchiabile, non radiofonico, ma non è detto che non possa godere di lunga e felice vita dopo i passaggi all'Ariston: di certo, entrerà a buon diritto nelle scalette dei live del cantautore, e credo gli porterà nuovi consensi. Non si sono avventurati per strade ardite i genovesi Ex Otago, con una ballatona romantica che sarebbe andata più che bene anche per i Festival anni Ottanta e Novanta (con la speranza che sabato il leader del gruppo ci sveli l'identità delle varie donne che abbraccia a fine performance), così come i Negrita, fedelissimi al loro stile ma assai convincenti con un morbido rock sostenuto da un testo di spessore, per un mix azzeccato che si imprime bene nella memoria. 
ABBASSO GLI OSPITI - Viva la gara, dunque, e più che mai abbasso gli ospiti italiani. Qualcuno mi dovrà spiegare, ma non riuscirà a convincermi, il senso di far venire Mengoni e Mannoia a presentare l loro più recenti o nuovi prodotti. Rispetto ai concorrenti, una disparità di trattamento inaccettabile, che la buona prova del vincitore del 2013, in ottima forma vocale, non può compensare: un'anomalia con esigenze più promozionali che spettacolari, alla quale il nuovo direttore artistico (se nuovo sarà) dovrà avere il coraggio di porre rimedio. Meglio allora, e lo avevo sottolineato già in fase di vigilia, il ritorno di Cocciante, che perlomeno un Sanremo lo ha fatto e lo ha vinto, nel '91, oltretutto sbaragliando una concorrenza monstre (Zero, Tozzi, Minghi, Bertoli... ), e che ha offerto un numero di peso, tratto dall'opera Notre Dame. Anche lui, però, sempre con la solita "Margherita" (oltretutto sbagliata da Baglioni nel duetto); ha un repertorio infinito, altre canzoni meravigliose: se al pubblico offri sempre le stesse cose trite e ritrite, si perde la voglia di scoprire il nuovo, si perdono gli stimoli per pretendere spettacoli più arditi e interessanti. 

mercoledì 6 febbraio 2019

SANREMO 2019: COMMENTO ALLA PRIMA SERATA. TROPPA CARNE AL FUOCO, PRESENTATORI A SCARTAMENTO RIDOTTO


Dopo la prima serata, una sola certezza, che è poi una piacevole conferma: di tutti i Sanremo succedutisi nel ventunesimo secolo, questo è senz'altro il più contemporaneo, il più rappresentativo dell'attuale scena musicale italiana, una vera full immersion nella realtà. Non è poco: in passato ci si è spesso riempiti la bocca con la parola "contemporaneità", che, alla prova dei fatti, nel cast era rappresentata da pochi volti affiancati ai soliti noti, giusto per dare il contentino alle nuove generazioni senza urtare più di tanto il pubblico tradizionale del Festivalone e dell'ammiraglia Rai. Gaudeamus, dunque, se pensiamo a certe definizioni taglienti date dai critici ad alcune edizioni che furono, da "Jurassic Sanremo" a "Fuga da Sanremo". Non si è cercato di rassicurare lo spettatore medio con la solita manciata di Al Bano, Cutugno e compagnia da tempo cantante: una scelta coraggiosa che va rispettata, tanto più nel momento in cui porta a un calo di audience che probabilmente era stato messo in preventivo da direttore artistico e vertici della tv di Stato. 
RAFFAELE E BISIO "FRENATI", SPETTACOLO PIATTO - Per il resto, abbiamo assistito a un'apertura interlocutoria, e non è stata certo la prima volta. Va detto che il format della serata era condizionante: si trattava di proporre, in un'unica lunga carrellata, tutte e 24 le canzoni in gara. Tante, troppe: probabilmente non ci si era più abituati. Da questo punto di vista, nonostante il taglio innovativo della proposta musicale, è stato invece messo in scena uno spettacolo old style: una serata modello "Sanremo di una volta", con una lunga successione di brani, senza troppi diversivi. Proprio per questo, non me la sentirei di bocciare in toto la qualità dello show: è vero, la sensazione è stata di un certo piattume generale, mancanza di guizzi in grado di far saltare sulla sedia i teleutenti. Ma non c'era la possibilità di spaziare troppo, e a pagarne lo scotto sono stati soprattutto i due "battitori liberi" alla presentazione, Virginia Raffaele e Claudio Bisio: in particolare, la verve comica dell'ex conduttore di Zelig è parsa appannata, anche nell'unico momento "solista" avuto a disposizione, con un monologo sui migranti privo di autentica originalità.
BAGLIONI NON BRILLA - Virginia se l'è invece cavata, e del resto, nonostante la giovane età, sa come muoversi sui palchi importanti, variando registri e adattandosi alle circostanze. Le imitazioni e gli sketch li vedremo probabilmente da stasera in avanti, nella serate con meno musica e più intrattenimento; di rilievo comunque il duetto con Pier Francesco Favino nel miscuglio di musical Mary Poppins - Bohemian Rapsody - Sister Act. Un po' poco, d'accordo, ma, ripeto, mancava proprio il tempo materiale per fare di più. Quanto a Baglioni, è stato più discreto rispetto all'onnipresenza del 2018, e questo è un bene, ma anche più "legnoso" e meno a proprio agio: effetto delle polemiche della vigilia? Può essere, visto anche lo scambio di battute con Giorgia a proposito delle sue prospettive professionali... 
TROPPE CANZONI IN UN COLPO SOLO - La musica, adesso. Si diceva della quantità esorbitante di canzoni: da anni non erano così tante al vernissage. Dodici mesi fa i big in gara furono venti, ai tempi di Carlo Conti si raggiunse il tetto massimo di 22 nel 2017, quando però i concorrenti vennero equamente distribuiti nell'arco delle prime due sere. Un menu sovrabbondante e difficile da digerire: sarebbe pertanto ingiusto e avventato, per quel che mi riguarda, cominciar da subito a tranciare giudizi più o meno inappellabili. Non invidio i giornalisti chiamati a fare le loro valutazioni già dopo il primo ascolto in anteprima a loro riservato dalla Rai, qualche settimana fa. E se i blog fossero esistiti già negli anni Ottanta, quando invece era una regola presentare da subito tutti i brani della categoria regina (per ragioni legate alle votazioni Totip, che dovevano concludersi il sabato mattina e che quindi richiedevano un ascolto immediato dei pezzi), mi vien da pensare a che fatica avrei fatto a scrivere qualche nota critica, visto che, prima della finale, le canzoni venivano proposte all'Ariston solo una volta... e mezza (c'era un parzialissimo riascolto nella serata del venerdì), e per poterle apprezzare meglio l'unica soluzione era quella di agire affannosamente sulla manopola della radio alla ricerca di emittenti che trasmettessero già la nuova produzione... 
NEK, ARISA E BOOMDABASH: ORECCHIABILITA' - Anche la scaletta non mi è parsa congegnata in modo perfetto: gran parte dei grossi calibri hanno avuto il privilegio di esibirsi nelle prime ore di diretta, lasciando a notte fonda molti emergenti e volti meno popolari. Si poteva invece spostare dopo la mezzanotte almeno un paio dei personaggi più attesi, per alimentare un clima di attesa che avrebbe spinto maggiormente i rilevamenti Auditel. Poi, certo, in mezzo a tale bombardamento di note qualcosa nelle orecchie è rimasto. Ad occhio e croce, le opere di Nek, Arisa e Boomdabash hanno le stimmate dei potenziali tormentoni, la Bertè presenta un brano tutto sommato convincente e ben interpretato, a sancire il definitivo recupero vocale di un'artista che una decina d'anni fa pareva perduta. Francesco Renga e Il Volo hanno sposato la prudenza, nel senso che sono rimasti fedelissimi alla loro cifra stilistica senza correre rischi innovativi, ma possono comunque lasciare il segno sia al Festivalone che nelle chart.
SILVESTRI, NIGIOTTI E NEGRITA: TESTI DI PREGIO - Chi ha stupito favorevolmente è stato invece Daniele Silvestri che, con la collaborazione di Rancore, sembra aver confezionato un piccolo gioiello cantautorial - rap di raffinata crudezza. Achille Lauro martellante con la sua Rolls Royce (ma il regolamento del Festival non dice che gli artisti "non potranno pronunciare frasi, compiere gesti, utilizzare oggetti o indossare capi di vestiario aventi riferimenti, anche indirettamente, pubblicitari o promozionali"?), Carta e Shade leggerissimi ma assai radiofonici, Mahmood originale e moderno, Ultimo su una linea melodica coniugata al presente e l'ormai nota, eccellente capacità di scrittura. Nigiotti brilla soprattutto per un testo sentito, intimo e commovente, i Negrita portano un pop-rock morbido e avvolgente a sostegno di parole di forte impegno civile. Ma tutto va risentito con calma, e in un contesto festivaliero meno zeppo di voci e proposte. 
OSPITI SUPERFLUI - Rimane da parlare degli ospiti: quelli canori, come volevasi dimostrare, hanno aggiunto poco o nulla allo spettacolo. Abbiamo solo sentito un bel duetto della Bocelli Family in "Follow me", col condimento di un telefonatissimo passaggio di consegne fra padre e figlio, e avuta la conferma che Giorgia, quanto a doti vocali, non ha proprio nulla da invidiare alla compianta Whitney Houston di cui ha intonato "I will always love you"; però non c'era bisogno di questa comparsata per averne la certificazione, e sarebbe stato più piacevole sentire da lei un pezzo inedito presentato in competizione. Ma di questo "figli e figliastri" ho già parlato ieri... Favino sugli stessi, ottimali standard dell'anno scorso, sostanzialmente inconsistente il contributo di Claudio Santamaria, pur se una certa spigliatezza lo pone come autorevole candidato, perché no, a una futura conduzione del Festivalone. 

martedì 5 febbraio 2019

SANREMO 2019 AL VIA: GARA DI GROSSI CALIBRI. LA NOTA STONATA? I "SUPER OSPITI" ITALIANI


Sulla carta, si annuncia come un Festival memorabile. Gli ingredienti per un'edizione storica parrebbero esserci tutti: in primis un cast di concorrenti "mostruoso" sul piano della qualità e della popolarità dei nomi, e nel contempo più che mai aperto alle nuove tendenze della canzone nostrana. Diciamoci la verità, ragionando in termini di realismo e lasciando da parte i voli pindarici: di più e di meglio, oggettivamente, era difficile auspicare. Il listone unico dei 24 in concorso è zeppo di personaggi di prima fascia: idoli pop dell'ultimo decennio, tanti ex vincitori di epoche non lontane che tornano sul... luogo del delitto, il fenomeno rap e quello indie che trovano uno spazio mai avuto all'Ariston in precedenza. Non c'è un vincitore scontatissimo come in tanti Sanremo passati (c'è il favorito, questo sì, e si chiama Ultimo, ma ha una concorrenza agguerritissima), non c'è neanche quel livellamento di valori spesso riscontrato, in cui l'incertezza del pronostico è data dal fatto che nessun concorrente spicca sugli altri per prestigio e curriculum.
BIG DI SPESSORE ASSOLUTO - Personalmente, faccio fatica a ricordare, perlomeno riguardo al secolo in corso, un Festivalone così ricco di veri big: vincitori recenti, si diceva, come i ragazzi del Volo che non avevano alcuna necessità di rimettersi in gioco, forti di una popolarità oceanica che ha da tempo valicato i confini nazionali; e poi Arisa, che si impose nel 2014, e ancora Renga e Cristicchi, due trionfatori degli anni Zero, il primo sempre sulla cresta dell'onda, il secondo ai margini del mondo discografico solo perché ha optato, negli ultimi tempi, per un percorso di teatro civile. Grossissimi calibri sono anche il citato Ultimo, che ha legittimato la vittoria fra i Giovani 2018 mettendo d'accordo pubblico e critica nei mesi successivi, quel Nek che vuol completare l'operazione rilancio avviata col secondo posto del 2015 centrando finalmente il primo alloro rivierasco, giovanotti rampanti come Irama e il duo Federica Carta - Shade che alla loro età hanno già fatto incetta di dischi di platino...
Un cartellone migliore, lo ripetiamo, era difficile metterlo insieme, fatti salvi gli eterni assenti allergici alla gara (un nome per tutti: Cremonini) e gli esponenti del cantautorato tradizionale che peraltro è anche piuttosto infantile continuare a rimpiangere. Sia perché molti di essi hanno già dato il meglio da tempo e non aggiungerebbero granché, se non rimpianti per i tempi che furono, sia perché Sanremo ha dimostrato, alla lunga, di poter fare abbondantemente a meno di loro. 
ANCORA I "CAST PARALLELI" - Tutto perfetto, dunque? Non proprio. Sulla kermesse ai nastri di partenza si addensano almeno due tipi di nubi. Innanzitutto il cast "a tre piazze", che ripete e amplifica l'anomalia già manifestatasi dodici mesi or sono. Nel presentare Sanremo 2018, avevo infatti parlato di "tre cast paralleli", in riferimento ai cantanti in gara, agli ospiti italiani e ai duettanti del venerdì. Il format viene riproposto in questa edizione, in misura financo esagerata: il gruppone dei vip italiani fuori concorso non rischierà forse di oscurare quello dei gareggianti, che abbiamo detto essere di elevata consistenza, ma è comunque una truppa a 24 carati. Certo, ci sono i prezzemolini che una passeggiata all'Ariston non se la fanno quasi mai mancare (Giorgia, Mannoia, Bocelli, che perlomeno offrirà un brivido emozionale in più "sdoganando" il talentuoso figliolo Matteo), ma Baglioni ha saputo convincere anche personaggi recalcitranti alla ribalta sanremese come Antonello Venditti (unica precedente apparizione nel 2000) e reclutato big sulla cresta dell'onda quali Marco Mengoni e Alessandra Amoroso. 
SUPEROSPITI: CATEGORIA DISCUTIBILE - E allora, qual è il problema? Semplice: la categoria dei super ospiti italiani, da sempre discutibile, tocca forse in questo 2019 l'apice della sgradevolezza  e dell'inopportunità. Mengoni, giovanotto che a Sanremo deve tantissimo, avendolo vinto sei anni fa in un momento in cui il suo percorso di crescita stava incontrando qualche difficoltà, non è mai più tornato in competizione; la Amoroso con la gara non si è proprio mai cimentata, nonostante voci e indiscrezioni ogni anno la inseriscano puntualmente fra i "papabili", e poteva oltretutto risparmiarsi il post di giubilo pubblicato su Facebook ("Ce l'abbiamo fatta, abbiamo realizzato il nostro sogno, saremo lì come ho sempre sognato", eccetera eccetera); Ligabue e Venditti, entrambi alla seconda presenza, hanno sempre snobbato la kermesse ligure nella sua accezione primaria di tenzone canora. Ebbene, tutti loro colgono adesso al volo l'occasione di fare passerella senza rischi, omaggiando la canzone italiana come richiesto dal direttore artistico, certo, ma anche autopromuovendosi, mentre, parallelamente, rischiano amarezze e delusioni colleghi altrettanto famosi, grandi venditori di dischi e collezionisti di sold out nei live. 
MEGLIO GLI STRANIERI - Spiace, ma così è troppo comodo. Appena accettabili soltanto le presenze di Riccardo Cocciante, che perlomeno un Festival l'ha vinto in un periodo in cui non aveva certo bisogno di un rilancio, e Ramazzotti, che ha avuto tanto da Sanremo ma gli ha anche dato tantissimo, con tre partecipazioni consecutive (visto il suo clamoroso exploit, avrebbe anche potuto fermarsi alla seconda del 1985, per poi fare ugualmente la carriera che avrebbe fatto), così come anche Giorgia, che dopo aver combattuto per quattro volte (1994, 1995, 1996 e 2001), ora sta fuori dalla mischia. Ma questo fare figli e figliastri fra i cantanti nostrani è una distorsione che andrebbe sanata: serve per fare audience, è chiaro, per compensare la presenza di qualche nome insolito fra i gareggianti, nomi che potrebbero spiazzare la platea tradizionale e tendenzialmente anziana del primo canale Rai; è necessario anche per accontentare esigenze di case discografiche e manager vari, d'accordo. Ma resta un'ingiustizia, e trovo che Sanremo avrebbe semmai bisogno di una nuova, cospicua apertura ai grandi nomi internazionali; non la pletora di divi stranieri che caratterizzò certe edizioni degli anni Ottanta e Novanta, ci mancherebbe, ma sei - sette nomi selezionati che innalzerebbero l'eco della manifestazione e creerebbero nuovo interesse. Costerebbero di più, forse, ma sarebbero investimenti fruttuosi. 
Del resto, anche se può sembrare un controsenso per quello che è denominato ufficialmente "Festival della canzone italiana", Sanremo è veramente decollato quando ha aperto le sue porte all'Europa e al mondo: nel '64, dopo un periodo di stanca, arrivarono i grandi interpreti di fuorivia, e da lì partì un boom di successo e di vendite che si protrasse per quasi dieci anni. Personalmente, qualche straniero lo riporterei perfino in gara, e del resto il regolamento non chiude le porte a questa soluzione, che peraltro negli ultimi anni è stata adottata raramente (la sola Lara Fabian nel 2015, in un'edizione per la quale, raccontano le cronache dell'epoca, pare siano stati in corsa per la partecipazione autentici numeri uno come Anastacia e Michael Bolton). 
CONFLITTO D'INTERESSE: SI' O NO? - Secondo buco nero di Sanremo 2019: il caso del presunto conflitto di interessi del direttore artistico, tematica nella quale non mi addentro perché non ho né le conoscenze giuridiche né tutte le informazioni necessarie per trarre conclusioni. E' però palese, e lo ha sottolineato anche la Rai, che da qualche tempo è in atto una forma di eccessiva concentrazione dei più prestigiosi cantanti italiani sotto l'egida di poche agenzie, dalle quali una manifestazione come Sanremo non può dunque prescindere per poter costruire uno spettacolo decente. Il problema andrebbe quindi risolto alla base, fuori e lontano dalla Riviera, creando le condizioni per una maggiore concorrenza, per un mercato più aperto, ma non è affatto facile. Quanto a Baglioni, la sua integrità morale e artistica non è in dubbio, ma visti i rapporti professionali che parrebbero intercorrere con una di queste agenzie, stando alle informazioni di stampa, per il futuro sarebbe forse meglio trovare per il Festivalone un altro responsabile. Anche qui: fosse semplice... Ci vorrebbe un nome fuori della mischia, ma dove lo si va a pescare? Nel mio piccolo, mi permetto di suggerire Claudio Cecchetto, che non ha mai fatto mistero di gradire un eventuale ritorno a Sanremo come direttore artistico (lo ha ribadito anche in una recentissima ospitata durante una trasmissione del servizio pubblico), e sul piano della competenza e dell'esperienza avrebbe tutte le carte in regola; non so però se abbia contratti o rapporti lavorativi in essere. 
SENZA NUOVE PROPOSTE - Infine, ci sono le perplessità relative alla soppressione della sezione Giovani nel contesto della gara di febbraio, per relegare le "nuove proposte" in una kermesse dicembrina che ha avuto tiepida accoglienza sul piano dell'audience. La sensazione che gli emergenti fossero avvertiti come un peso per il Festivalone vero e proprio è stata netta negli ultimi anni, ma almeno Carlo Conti aveva forzato la mano riuscendo a riproporli in un orario degno, addirittura in apertura di serata, nella fascia di "anteprima". La formula studiata da Baglioni rappresenta per il momento un passo indietro, in quanto questi ragazzi sono stati privati di una platea vastissima, e si è negata la possibilità di farsi notare a tanti artisti battuti nelle votazioni dai "neo big" Einar e Mahmood, ma non per questo meno validi. Spero che l'eventuale, nuovo deus ex machina della rassegna capisca quanto la categoria rappresenti linfa vitale imprescindibile per Sanremo, e debba essere potenziata, non svilita. Ma sono considerazioni che ci portano troppo lontano, per il momento. Fra poche ore comincia Sanremo 2019: la griglia di partenza vede nelle prime file Ultimo, Il Volo, Nek, Irama, Renga, Arisa. Si parla benissimo delle proposte di Silvestri, Cristicchi, Motta, Achille Lauro. I giudizi dei giornalisti che hanno potuto ascoltare i pezzi in anteprima, pur con le ovvie discrepanze, si sono orientati verso una valutazione di buon livello della produzione proposta. Le aspettative sono alte, dunque, ed altrettanto alto è il rischio di rimanere delusi. Da stasera inizieremo a capire. 

sabato 22 dicembre 2018

SANREMO 2019: IL CAST PIU' SPIAZZANTE E CONTEMPORANEO DI SEMPRE. RENGA, NEK, ARISA, VOLO E ULTIMO CORRONO PER LA VITTORIA, MA OCCHIO AI NUOVI...


Sarà il Sanremo della svolta? Lo si è detto più volte in passato, e spesso a sproposito. Stavolta, però, qualcosa di diverso è accaduto: dopo l'approccio relativamente "morbido" dell'anno scorso, con la composizione di un cast tutto sommato classicheggiante impreziosito da qualche artista di nicchia, Claudio Baglioni ha rotto gli indugi confezionando un Festival "da trincea", coraggioso, spiazzante, non banale. Raramente si era visto un gruppo di concorrenti come quello annunciato nelle due serate televisive dedicate alle nuove leve: l'angolo - nostalgia è stato quasi completamente azzerato, eccezion fatta per il tributo a due grandi dive pop, e si è fatto spazio a rappresentanti dei mondi indie e rap in una misura senza precedenti. 
CAST-AZZARDO - A proposito di precedenti: andando indietro nel tempo, i cast che più si avvicinano a quello appena reso noto, per livello di "azzardo" osato dal direttore artistico di turno, sono quelli del 2014 e del 2017. L'ultimo Fazio offrì la ribalta a personaggi fuori dal grande giro commerciale, quali Perturbazione, Bloody Beetroots, Riccardo Sinigallia e Giuliano Palma; la terza rassegna griffata Carlo Conti propose fra i big tanti giovani (Elodie, Sylvestre, Comello, Bravi, Meta, Raige) sicuramente non in linea con i gusti un po' datati del pubblico dell'ammiraglia Rai. Ma stavolta l'asticella si è davvero alzata: molti fra i magnifici 24 di Sanremo 2019 rappresentano una sfida all'ordine costituito del microcosmo festivaliero, e soprattutto una finestra spalancata sul mercato. E già, perché il cantautore romano sprovveduto non lo è di certo: non si è cullato sugli allori dell'audience dell'ultima kermesse, perché il gradimento televisivo non è andato di pari passo con quello discografico; solo i due vincitori Meta e Moro, Annalisa, Lo Stato sociale e Ultimo hanno raggiunto il traguardo del disco di platino coi loro singoli, mentre la compilation, tradizionale ammazza - classifiche, si è fermata all'oro. E Sanremo non può permettersi di diventare un evento esclusivamente televisivo: deve essere in linea con le tendenze canore della penisola, anticiparle o comunque seguirle, lanciare opere che poi possano godere di lunga e florida vita anche fuori dall'Ariston e lontano dalla settimana rivierasca. 
VINTAGE AI MINIMI STORICI - Su questo presupposto nasce il listone unico del 69esimo Festivalone. Un cast "giovane e per i giovani", avrebbe detto il caro vecchio patron Vittorio Salvetti; un cast che vuole aiutare l'industria musicale italiana a uscire dalle secche, implementando il giro d'affari grazie a nomi sulla cresta dell'onda. Così, come si diceva, lo spazio amarcord è quasi scomparso: lo occupano soltanto Patty Pravo e Loredana Bertè, l'ex ragazza del Piper che viene considerata l'ultima diva della nostra canzone, e una donna che, dopo anni difficili sul piano umano e professionale, ha saputo rilanciarsi grazie anche a ritrovate doti vocali. La prima, oltretutto, non sarà sola, ma si presenterà accompagnata da Briga, una delle tante stelline made in "Amici". 
POKER D'ASSI PER LA VITTORIA - Il pop italiano tradizionale, pur se adeguato ai tempi, è rappresentato da grossissimi calibri come Francesco Renga, Il Volo, Arisa e Nek, ossia tre ex vincitori e un artista che, tornato alla ribalta con l'inatteso secondo posto del 2015 ("Fatti avanti amore"), ha la possibilità di prendersi la rivincita proprio sui tre ex bambini prodigio, che quell'anno arrivarono primi al traguardo. Si tratta di quattro superbig che da soli basterebbero a rendere avvincente la gara di febbraio: a rigor di logica e tenendo conto del palmarès e degli exploit recenti, proprio loro dovrebbero giocarsi il successo finale assieme a un Ultimo in stato di grazia, rivelazione a 24 carati. Occhio però, perché da un lotto di Campioni così anticonvenzionale potrebbero venire fuori sorprese anche clamorose: del resto, gli Stato Sociale non hanno forse sfiorato il trionfo un anno fa, da sconosciuti o quasi al pubblico generalista? 
SANREMO SI SVECCHIA - Sarà un Sanremone molto "indie" e molto rap, genere quest'ultimo pressoché ignorato dall'edizione 2018 ma che non poteva rimanere fuori dal nuovo Festival, dopo un anno in cui ha quasi monopolizzato le prime posizioni delle chart. Ecco dunque Zen Circus, Motta, Ex Otago, Ghemon, Achille Lauro: roba da far venire i capelli bianchi, non fosse che l'utente medio di Rai 1 i capelli bianchi già li ha... Battute a parte, più contemporaneità di così si muore: Sanremo si svecchia, e lo fa veramente, con fatti concreti; pronto, se è il caso, anche a pagare dazio all'Auditel. Cosa che peraltro, secondo me, non accadrà, perlomeno non in termini catastrofici: gli spettatori del festival si sono dimostrati, negli ultimi tempi, molto più ricettivi alle novità di quanto si pensi. Si diceva infatti dell'edizione 2017, piena di volti tutt'altro che tradizionali eppure baciata da un successo catodico oceanico. Così come le innovazioni nel format, alla fine, non incidono più di tanto: l'anno passato, con l'abolizione delle eliminazioni, si pensava a una fuga dei teleutenti, e invece...
CHI DOMINA LE CHART - Torniamo al cast, che strizza come non mai l'occhio ai ragazzini, ai millennials: assieme ai nomi appena citati, ecco i Boomdabash, artefici del ritorno alla ribalta della Bertè col loro singolo estivo "Questa sera non ti dico no", ecco Irama ed Enrico Nigiotti, già cimentatisi fra le Nuove Proposte sanremesi ma passati anche attraverso i talent; e poi la coppia Federica Carta - Shade, big a tutti gli effetti grazie al triplo platino con "Irraggiungibile". Sì, perché questi ragazzotti sono tutti collezionisti di certificazioni FIMI, è gente che i dischi ancora riesce a venderli, e questo per chi "costruisce" il Festival dovrebbe sempre essere un punto fermo nella scelta di larga parte dei concorrenti, per mantenersi a galla nel mutevole mare magnum della musica leggera.
ROCK, CANTAUTORATO, IMPEGNO - Il quadro dei partecipanti si completa con personaggi ugualmente stuzzicanti: pilastri del rock italiano come i Negrita, una Paola Turci giustamente riscoperta grazie alla splendida partecipazione del 2017, e ancora Daniele Silvestri, per la quota "cantautorato di classe"; poi un altro ex vincitore come Simone Cristicchi, che però torna... sul luogo del delitto dopo aver percorso strade artistiche diverse e controcorrente (teatro civile), e un Nino D'Angelo che di primo acchito non inserirei nella quota vintage in quanto ha sempre dimostrato di sapersi costantemente rinnovare, e non a caso si presenterà in Riviera assieme a Livio Cori, rapper e attore. C'è infine Anna Tatangelo, unica rappresentante degli artisti perennemente in cerca di rilancio o della definitiva affermazione, categoria che fino a pochi anni fa faceva la parte del leone nel cast e che invece Baglioni ha ridotto ai minimi termini: visto che, al proposito, fra gli altri aveva presentato un pezzo anche Lisa, vengono da farsi domande sull'effettiva utilità di uno show pur riuscito come "Ora o mai più", che nei mesi scorsi ha tratto fuori dall'oblìo ottimi talenti musicali anni Ottanta e Novanta, per i quali però le porte di Sanremo continuano a rimanere sbarrate. 
ROVAZZI E BAUDO: PROMOSSI. COMMOZIONE PER GENOVA - Il listone unico, come è noto, è stato quest'anno integrato dai vincitori delle due serate di Sanremo Giovani, Einar e Mahmood, che quindi avranno la possibilità di scontrarsi ad armi pari con i suddetti Big. Qualche considerazione sulla kermesse pre natalizia va fatta, e non mi sottraggo. Ha innanzitutto funzionato alla perfezione la coppia Rovazzi - Baudo: il primo è sembrato un presentatore carico di esperienza specifica, tale è stata la disinvoltura con la quale si è mosso sul palco del teatro del Casinò; il secondo, pur lievemente appannato dall'inclemente trascorrere del tempo, non ha avuto autentici momenti di cedimento e ha retto dignitosamente la scena, mostrando anche una notevole preparazione sui tanti nomi "da ventunesimo secolo" inseriti da Baglioni fra i Campioni. Struggente e commovente, anche perché in parte inattesa, è stata la parentesi che giovedì il Pippo nazionale ha dedicato alla tragedia di Ponte Morandi e alle difficoltà di una Genova che però sta già ripartendo, con dignità e volontà feroce, in questo ben spalleggiato dai "nostri" Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu.
LA GARA DEI GIOVANI? MEGLIO A FEBBRAIO - Parlando della gara, l'idea di riservare al concorso degli emergenti uno spazio autonomo in dicembre non mi è parsa sinceramente granché: il gradimento del pubblico è risultato assai tiepido, i ragazzi in competizione sono stati relegati a una platea ristretta, sottraendo loro quella sconfinata del Festival vero e proprio. Tutto questo, mentre negli ultimi anni le nuove proposte avevano trovato una collocazione più degna, tolte dalla semiclandestinità delle ore notturne e piazzate, da Carlo Conti per primo, in apertura delle varie serate. Non è questo il modo per aiutare i giovani a trovare visibilità: i giovani devono andare in gara a febbraio, inseriti nella formula che nel tempo si è dimostrata la più azzeccata ed efficace. Questa novità, invece, terrà lontani dall'Ariston talenti autentici come La Zero e il suo impegno sociale da teatro-canzone (sulla scia di Mirkoeilcane), gli originali e in parte già affermati La Rua, l'energico rock dei Mescalina, la varietà musicale di Fedrix and Flaw, la spiazzante contemporaneità dei Sisma, l'estro di Marte Marasco, la presenza scenica di Federico Angelucci, le doti autoriali di Federica Abbate. Mi sembra un passo all'indietro, più che un balzo nel futuro.