Powered By Blogger
Visualizzazione post con etichetta Mertens. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mertens. Mostra tutti i post

giovedì 14 giugno 2018

MONDIALE 2018 AL VIA: IL RITORNO DEL PERU', LE SQUADRE PIU' "ITALIANE", L'ULTIMA OCCASIONE DELL'ARGENTINA TARGATA MESSI E ALTRE COSE DA TENERE D'OCCHIO


Oggi è una giornata amarissima per milioni d'italiani calciofili, per tutti quelli nati dopo il 1958, che fin qui non hanno mai provato il brivido nefasto di una Coppa del Mondo senza l'Italia. E sì, oggi inizia Russia 2018, e sarà dura, durissima. Non è solo una questione di orgoglio nazionale, di tifo, ma una valutazione oggettiva: perché un Mondiale che non schiera ai nastri di partenza una Nazionale che l'ha vinto per ben quattro volte, beh, è un Mondiale zoppo. Sappiamo tutti chi dobbiamo ringraziare per questo scempio evitabile, evitabilissimo, ma tant'è. Si comincerà con malinconia, poi si entrerà nell'atmosfera magica del torneo che ci farà dimenticare per qualche giorno i nostri guai, ma il magone tornerà a galla nelle fasi decisive, quelle in cui le grandi del globo si sfideranno per la massima conquista e noi saremo lì, sui divani di casa nostra, impotenti a guardare gli altri gioire o disperarsi. Perché un Mondiale si può perdere, anche malamente com'è successo agli azzurri nelle precedenti due edizioni, ma l'importante è esserci, per una questione di prestigio e perché una volta sul posto può davvero accadere di tutto: episodi fortunati, ma anche giocatori al top della forma, o exploit di squadra imprevedibili che ti proiettano oltre le più rosee aspettative; casi del genere non sono mai mancati nella nostra storia, pensiamo ad Argentina '78, ad esempio: arrivammo circondati dal più cupo pessimismo, tornammo in patria con un quarto posto impreziosito da prestazioni brillanti e dal lancio dei virgulti Cabrini e Rossi.
E' PUR SEMPRE IL MONDIALE - Basta, inutile continuare a farsi del male. Per chi è appassionato di pallone ogni giorno dell'anno e non solo ogni quattro anni, l'evento Mondiale rimane un must. E' la manifestazione sportiva più importante, assieme ai Giochi olimpici, ma più dei Giochi catalizza passione e delirio popolare in ogni angolo della Terra. E' un evento radicato nell'animo, nel tessuto sociale del pianeta, in grado di regalare momenti che rimangono eternamente scolpiti nella mente del tifoso. Per cui, da oggi fino al 15 luglio, sarà comunque un mese di partite, di polemiche, di pronostici, di discussioni attorno a prodezze, delusioni, gioco brutto o esaltante. Anche se sarebbe sufficiente il fascino intrinseco della kermesse, Russia 2018 offre comunque un'enormità di motivi tecnici validi per piazzarsi davanti al televisore e seguire  la tenzone. 
IL GIUSTO RITORNO DEL PERU' - Non mi lancio in analisi dettagliate delle 32 protagoniste, c'è chi, in edicola e sul web, in questi giorni lo sta facendo in modo esauriente. Mi limito a segnalare alcuni elementi di notevole interesse, senza alcuna pretesa di completezza. Partendo dal basso, o comunque da posizioni non nobilissime nella griglia di partenza, attendo con simpatia le prove del Perù, perché ritorna dopo una lunghissima assenza: mancava dal 1982, e quell'anno, a Vigo, incontrò l'Italia poi campione, sfiorando persino la vittoria (attaccò costantemente nel secondo tempo, si vide negare un rigore e nel finale riusci a pareggiare il gol di Conti grazie a una punizione di Diaz deviata da Collovati). In precedenza, aveva giocato da protagonista i tornei del '70 e del '78, mettendo in mostra fuoriclasse come Cubillas, Gallardo e Chumpitaz; andando ancor più indietro nel tempo, era stata una delle tredici "eroiche" rappresentative che aveva dato vita alla prima Coppa del Mondo, nel 1930 a Montevideo. Dopo l'82, l'involuzione tecnica ma anche una sciagura vera, quella dell'Alianza Lima, una delle squadre guida del Paese, i cui componenti perirono in un incidente aereo nel 1987. Ora è giunto il momento della riscossa, e chissà che Jefferson Farfan e compagni non riescano ad essere la mina vagante di un girone insidioso, che li ha piazzati con Francia, Danimarca e Australia. 
SPAGNA: TANTA QUALITA', MA IL PASTICCIO CT... - Il caso che ha animato la vigilia è stato senz'altro l'esonero del cittì spagnolo Lopetegui, a due giorni dal debutto contro il Portogallo. Capisco la rabbia del presidente federale iberico, per l'intempestivo annuncio del passaggio del trainer al Real Madrid, ma una decisione del genere rischia di destabilizzare il gruppo (che infatti aveva chiesto una conferma dell'ex portiere) mettendo a repentaglio un torneo al quale la Roja, tanto per cambiare, si presenta da favorita. Cosa potrà fare il subentrato Fernando Hierro, icona del calcio spagnolo poco vincente degli anni Novanta ma a digiuno di esperienza di panchina ad alti livelli? Si rischia l'autogestione dei giocatori, che storicamente nel calcio non porta mai buoni frutti. Si poteva forse rinviare ogni decisione a dopo la fine del Mondiale, oppure liquidare il tutto con una multa o una pubblica reprimenda. Vedremo che effetto avrà questa "rivoluzione", su una squadra più che mai intrigante, che guarda al futuro grazie agli exploit dei vari Asensio, Koke, Isco, Thiago Alcantara e l'ultimo grido Saul, ai quali faranno da chiocce Sergio Ramos, Busquets e l'immenso Iniesta: una mirabile fusione tra vecchio e nuovo potenzialmente devastante, ma che potrebbe essere depotenziata dal terremoto in panchina. 
BRASILE DI NUOVO AL TOP, GERMANIA PER IL POKERISSIMO - Grande attesa circonda il Brasile. Sai che novità, direte. Ma questa volta è un'attesa diversa: non dimentichiamoci che quattro anni fa, nel Mondiale casalingo "che non si poteva non vincere", la Seleçao fu brutalmente umiliata dalla Germania con quel 7-1 in semifinale, e chiuse con un insipido quarto posto che valeva poco più di niente. Da quei giorni e fino alla Copa America del 2015, è stato senz'altro il periodo più travagliato nella pur movimentata storia degli auriverdes. Poi, molte cose sono cambiate: è arrivato il primo, sospirato trionfo olimpico (tabù pluridecennale infranto e mini rivincita sui teutonici), è arrivata soprattutto una rinascita scandita da un girone di qualificazione prima incerto e poi trionfale, con nove vittorie consecutive che hanno fatto la differenza rispetto agli avversari. Allison, Marcelo, Neymar e Firmino sono i cardini di una squadra che, come quasi sempre, ha tutto per poter centrare il bersaglio grosso. A proposito del celebre "cappotto" di Belo Horizonte, poco da dire sulla Germania campione in carica: sempre competitiva, vincente in tutte le dieci partite del turno eliminatorio, forte di un vivaio che sta vivendo una delle sue migliori fasi storiche, lancia sulla massima ribalta i nuovi Kimmich e Timo Werner, ma più della Spagna rimane (giustamente) legata ai suoi veterani carichi di gloria, come Khedira, Kroos, Thomas Mueller e Neuer, con quest'ultimo che se la deve vedere con gli agguerritissimi concorrenti Ter Stegen e Trapp, tutta gente di vasta esperienza internazionale. Mancherà Gotze, risolutore - meteora della finale mondiale di Rio. 
GLI "ITALIANI" AL MONDIALE - Russia 2018 sarà da seguire con attenzione anche perché, se non ci sono gli azzurri, c'è comunque tanta Italia, rappresentata... per procura. Il fatto che moltissimi calciatori militanti nella nostra Serie A siano stati convocati dai vari cittì dimostra due cose, una positiva e una negativa: quella positiva è che il campionato italiano non deve essere tecnicamente ridotto male come in tanti asseriscono, se riesce ad esprimere un così gran numero di pedatori all'altezza di figurare sulla ribalta mondiale; quella negativa è che la presenza, nei nostri club, di tanti buoni - ottimi stranieri toglie giocoforza spazio ai giovani italiani, cosa che su questo blog si denuncia da anni e le cui conseguenze sul rendimento della nostra Nazionale sono sotto gli occhi di tutti. 
ARGENTINA, CROAZIA E POLONIA IN... VERSIONE AZZURRA - Ad ogni modo, per chi vorrà tifare... un po' d'Italia, consiglio di concentrare l'attenzione su Croazia (Strinic, Badelj, Perisic, Brozovic, Mandzukic, Kalinic) e sull'Argentina (Ansaldi, Biglia, Fazio, Higuain, Dybala), due Nazionali che, fra l'altro, hanno tutte le carte in regola per percorrere una lunga strada: fra i croati ci sono Modric e Rakitic al culmine della carriera, mentre quella biancoceleste è una selezione piuttosto stagionata che vedrà, con ogni probabilità, l'ultima recita iridata di campioni rimasti sostanzialmente all'asciutto di allori con la loro rappresentativa, penso a Otamendi, Mascherano, Di Maria, Aguero e soprattutto Messi. Molto italiana è anche la Polonia, candidata a possibile sorpresissima: da Szczesny a Zielinski, da Milik a Linetty, e poi ancora Cionek, Bereszynski e Kownacki; se alla nostra "colonia" aggiungiamo gli esperti Blaszczykowski e Krychowiak e il super bomber Lewandowski, ce n'è abbastanza perché la squadra di Nawalka possa mettersi sulle tracce dei grandi del '74 e dell'82.
BELGIO E FRANCIA PUNTANO IN ALTO - In un ideale ranking di aspiranti alla coppa Fifa, con le grandi di sempre Germania, Spagna, Brasile e Argentina e con "le dernier cri" Portogallo, campione europeo in carica, dovrebbero recitare un ruolo di primo piano anche Belgio e Francia. Il Belgio di Roberto Martinez presenta la sua miglior generazione di sempre, assieme a quella che fiorì negli anni Settanta e che sfornò l'ostica Nazionale grandissima protagonista da Euro '80 in poi. Ma questo gruppo è ancora più qualitativo di quello dei Millecamps, Vandereycken, Ceulemans e Vandenbergh. E' un gruppo che ha classe, talento, raffinatezza nel tocco di palla, gusto per il bel gioco e grande concretezza: con gente come Courtois, Vertonghen, De Bruyne, Hazard, Fellaini, Lukaku e Mertens non si può non essere ambiziosi. La Francia ha mirabilmente seguito l'esempio delle altre grandi d'Europa, cioè curare con amore e competenza il vivaio locale, cosa che non ha fatto l'Italia, non a caso oggi spettatrice: così è nata una "covata" di campioni in grado di rinverdire i fasti del gruppo euromondiale di Jacquet e Lemerre. Permangono dubbi sull'effettiva capacità di ... mettere il gatto nel sacco: i transalpini hanno infatti mancato l'affermazione casalinga ad Euro 2016, pur avendo giocato un torneo di tutto riposo fino alla semifinale con la Germania. Ma nel frattempo sono trascorsi due anni in cui i nazionali francesi sono diventati protagonisti in club di primissimo piano, e poi Deschamps ha pur sempre in organico un Griezmann che già nel torneo continentale aveva sfoderato gol e prestazioni da Pallone d'oro. A proposito di Pallone d'oro, un cenno anche a Cristiano Ronaldo, che ai Mondiali raramente ha brillato ma che stavolta si presenta sulla scia di stagioni memorabili col Real Madrid, e alla guida di una rappresentativa che ha rotto il suo storico digiuno di trofei due anni fa. 
IL MONDIALE DI MEDIASET - Per noi italiani, di interessante in questo Mondiale c'è anche il debutto di Mediaset, che per la prima volta si è aggiudicata i diritti per la trasmissione delle partite. Torneremo a rivedere tutte le gare in chiaro, cosa che nel nostro Paese non accadeva dal 2002, e già questa è una cosa positiva: assisteremo forse a un nuovo modo di raccontare la Coppa del Mondo, mentre di sicuro c'è l'impegno massiccio delle reti berlusconiane, con dirette, rubriche, trasmissioni di contorno non esclusivamente calcistiche. Insomma, il "pane" per gli appassionati non mancherà. Sulla qualità e sulla digeribilità di questo pane catodico, giudicheremo a cose fatte. Buon Mondiale a tutti. 

martedì 2 settembre 2014

LE PAGELLE DEL CALCIOMERCATO - SECONDA PARTE: DAL MILAN AL VERONA

                                               Saviola, colpaccio dell'Hellas

MILAN - Il vero colpo potrebbe essere Pippo Inzaghi, mentalità vincente, profilo basso, giusto approccio a una realtà complessa e frustrata da anni di insuccessi. Per il resto, mercato che non sempre ha seguito logiche tecniche individuabili. Si è lasciato partire Balotelli (sulla gestione del caso mi sono già ampiamente espresso in questo post) sostituendolo con un Torres che da tempo ha perso lo smalto dei primi, formidabili anni di exploit internazionali, anche se per far bene in un contesto dimesso come la Serie A basta anche l'ultima, sbiadita versione del niño. Si è inseguito un Biabany che non è da grande squadra, e una volta sfumato ci si è buttati a pesce su Bonaventura, ottima scelta, elemento in grado di dare alla manovra offensiva un notevole quid di imprevedibilità, però si è lasciato andare Cristante, uno dei centrocampisti più interessanti della nouvelle vague di casa nostra. Ne risulta comunque un equilibrato mix fra italiani e stranieri: in attesa del fondamentale recupero di Montolivo, si punta con decisione su De Sciglio, Poli ed un El Shaarawy che vuole riprendere la sua vertiginosa ascesa, bruscamente interrotta un anno fa, mentre Diego Lopez fra i pali, Alex dietro e Menez sulla trequarti sono acquisti magari non di primissimo piano, ma in grado di portare un certo miglioramento alla caratura complessiva dei quadri rossoneri. 
NAPOLI - Stranieri, solo stranieri, fortissimamente stranieri. Ma mezze figure, in rapporto alle ambizioni partenopee, mentre il povero e spaurito Insigne si sente sempre più solo e incompreso e De Laurentiis sembra più intento a disfare che a costruire. Un mercato all'insegna dell'attendismo ha prodotto l'uscita immediata dalla Champions, rovinosa sotto diversi aspetti, se ne sono andati elementi magari non fenomenali ma di sicura utilità come Behrami, Dzemaili e Pandev, mentre risulta inspiegabile la rinuncia a Reina, andato a scaldar la panchina al Bayern. Dei nuovi arrivi, nessuno sposta sensibilmente gli equilibri e incrementa il valore della rosa: Koulibaly e De Guzman non sono dei campioni. Rimane un buon Napoli, aggrappato soprattutto al ritorno in forze di Maggio, al "cervello" di Jorginho e alla solita, pimpante banda di incursori (Hamsik, Callejon, Mertens), oltre che al cacciatore di gol Higuain, ma il divario con le primissime della classe non è stato colmato, anzi...
PALERMO - Non è stata una campagna acquisti esaltante. Troppe scommesse esotiche e movimenti di scarso rilievo sul fronte interno. Meglio aggrapparsi agli eroi che hanno fatto il vuoto in Serie B: Sorrentino e Munoz, Daprelà e Morganella, Vazquez e Dybala, il bomberino Belotti e quel Bolzoni che vuole finalmente dimostrarsi califfo della zona nevralgica anche nella massima categoria. Mantovani e Rigoni sono degnissimi professionisti ma non aggiungono granché, Bamba e Makienok degli emeriti sconosciuti, mentre è partito Hernandez che poteva essere un notevole asso da calare sul tavolo della lotta per la sopravvivenza. La sensazione  è che i tempi del Palermo scheggia impazzita della A siano lontani. 
PARMA - Il pasticciaccio UEFA è stato una mazzata, avendo di fatto vanificato il lavoro di un anno intero. Difficile rialzarsi, e in effetti il mercato ne ha risentito pesantemente. Se pensiamo che il vero colpo è stato trattenere Biabany, inspiegabilmente salito al rango di oggetto del desiderio milanista nell'ultimo giorno di mercato, le prospettive non sono allegre. Gravissima la perdita di Parolo, meno drammatica quella di Amauri, importanti le conferme di Mirante, Acquah e dei nazionali Paletta e Cassano, che in azzurro hanno trapanato l'acqua ma che nel contesto di casa rappresentano discrete garanzie, Poi tante, troppe scommesse: gli eterni incompiuti Santacroce e De Ceglie, Belfodil reduce dalla doppia fallimentare esperienza di Inter e Livorno, un Lodi enormemente ridimensionato dopo la brutta parentesi genoana. Ci si aggrappa al realismo e all'arguzia di Donadoni. Basterà? 
ROMA - Partenza alla grande, con due arrivi che, nel depresso mercato nazionale, possono senz'altro considerarsi dei gran colpi: Astori, che a ventisette anni e mezzo è ancora considerato un "emergente" ma che nella Capitale ha l'ultima possibilità per limare i difetti del suo gioco e mostrarsi difensore affidabile come i suoi mezzi tecnici e fisici gli impongono; e Iturbe, il giocoliere che ha mandato in visibilio per un anno i tifosi del Verona. Poi il rallentamento: Ashley Cole giunge in Italia dopo aver ampiamente già dato il meglio di sé, Emanuelson è una seconda linea, mentre dietro, per supplire alla partenza di Benatia, invece di responsabilizzare Romagnoli si sono andati a pescare Manolas e Yanga - Mbiwa, oltre ad altri presunti fenomeni esteri. Comunque il potenziamento, seppur lieve, rispetto alla scorsa stagione c'è stato, il che vuol dire che questa è una Roma da scudetto. De Sanctis, De Rossi e Totti non arretrano di un millimetro, Gervinho e Pianjc sono elementi di statura mondiale, Florenzi e Destro vogliono smaltire la delusione del mancato Mundial e inserirsi stabilmente nel giro azzurro. In Curva Sud si divertiranno.

                                              Astori, rinforzo per la Roma

SAMPDORIA - L'arrivo del pittoresco Ferrero faceva presagire chissà quali sfracelli, ma colpi a sensazione non ce ne sono stati, né potevano esserci, perché non siamo di certo di fronte a un emiro dalle illimitate disponibilità finanziarie. Comunque ingressi ben mirati: Viviano dovrebbe aver risolto il problema del portiere, anche se è reduce da una lunga inattività, il citato Romagnoli, Cacciatore (impeccabile a Verona) e un Silvestre in cerca di rivincite innervano una difesa già competitiva in De Silvestri, Gastaldello e Regini: l'addio inevitabile a Mustafi dovrebbe essere ben assorbito. Nel mezzo, da verificare la tenuta di Marchionni e di Palombo, ma l'effervescenza di Obiang e Soriano dovrebbe essere una garanzia, così come, dalla trequarti in su, il movimento e la potenza di tiro di Gabbiadini e la prolificità di Eder. Attesa per Bergessio, che però deve essere opportunamente assistito. Compagine da salvezza tranquilla. 
SASSUOLO - L'anno scorso ha sofferto fin quasi alla fine solo per aver buttato due mesi, con l'incomprensibile parentesi Malesani. Protagonista nel mercato di gennaio, protagonista di questa sessione estiva: Consigli è un portiere da leccarsi i baffi, Vrsaljko e Peluso esterni bassi da media - alta classifica, Taider porta personalità e dinamismo nel mezzo, e ci sono sempre Paolo Cannavaro, Brighi, Missiroli, Berardi, Sansone e Zaza. Con un gruppo, così, puntare a salvare la ghirba pare quasi riduttivo.  
TORINO - Povero Toro, verrebbe da dire: ha perso i due principali artefici della cavalcata culminata con la rocambolesca qualificazione UEFA "a tavolino", i nazionali Immobile e Cerci, e a sostituirli sono arrivati Amauri e Quagliarella. La differenza balza agli occhi: l'italo - brasiliano non ha mai brillato né per continuità né per grande prolificità, il napoletano ha iniziato col piede giusto ma, nel complesso, il paragone con i due illustri predecessori è improponibile. C'è però ancora Darmian, fra i più positivi della disastrosa spedizione azzurra in Brasile, è arrivato Molinaro che ha fatto bene, a Parma, nella stagione del ritorno in Italia, bravo a coprire e a inserirsi in avanti, mentre merita fiducia Benassi, tempra, cervello e buone intuizioni in avanti. Le sicurezze sono Padelli (ma la chiamata in Nazionale mi sembra un premio eccessivo), Glik, Moretti ed El Kaddouri.  Se Ventura vuole, come si spera, tenere fede al doppio impegno, ripetere l'ultimo campionato sarà dura, ma l'Europa deve essere onorata. Per lo spirito granata e per il ranking italico... 
UDINESE - Il solito porto di mare, la solita infornata di stranieri sconosciuti e sul cui valore solo il tempo potrà dire qualcosa. Inutile persino citarli. Persi Basta e Pereyra, è entrato Thereau, attaccante da sfide salvezza che irrobustirà il reparto avanzato, aggrappato alle alterne lune di Muriel e, come ha testimioniato la prima giornata, al sempreverde Di Natale, che marcia verso quota duececento gol. Fra i pali attesi ulteriori progressi da Scuffet; Hertaux e Danilo non dovrebbero tradire, Kone è un centrocampista svelto di testa e dai micidiali inserimenti. L'incognita è in panchina: finita la lunga era Guidolin, saprà il giovin Stramaccioni mantenere intatte filosofia e tranquillità ambientale che hanno fatto la fortuna dei friulani in questi anni dorati? 
VERONA - Spiace constatare come anche l'Hellas abbia sposato la linea dell'esterofilia più spinta. Solo Toni, nella formazione titolare, dovrebbe tenere alta la bandiera del calcio italiano. Per il resto, inevitabilmente perso Iturbe, i gialloblù hanno piazzato in dirittura d'arrivo il colpo Saviola: certo, non è come averlo preso sette - otto anni fa, ma a certi livelli la differenza è ancora in grado di farla, eccome. In pratica, un furetto d'attacco che dovrebbe garantire un altro torneo più che tranquillo agli scaligeri: aggiungiamoci un altro vecchietto terribile come Marquez, dominatore della retroguardia per carisma, classe e doti agonistiche, e avremo una formazione magari non freschissima nei suoi punti cardine ma potenzialmente in grado di recitare ancora il ruolo della mina vagante. Colpi così hanno fatto passare in secondo piano gli arrivi del tuttofare Lazaros, di Brivio, di Tachtisdis e di Nené, che pure un discreto contributo dovrebbero portarlo alla causa. (2 - FINE). 

lunedì 23 giugno 2014

MONDIALI 2014: ALLA SCOPERTA DELL'OUTSIDER BELGIO. UNA FUORISERIE CHE VIAGGIA A RITMI DA UTILITARIA


                                              Esultanza belga a Brasile 2014

Viaggio alla scoperta del pianeta Belgio. Un focus sui Diavoli Rossi è doveroso, dal momento che alla vigilia della Coppa del Mondo figuravano in vetta alla hit parade delle probabili outsider della rassegna. Sul piano più pratico, quello dei risultati, si può ben dire che i pronostici siano stati rispettati in pieno: sei punti e qualificazione al secondo turno già conquistata dopo appena due gare. In sede di presentazione della kermesse brasiliana, avevo scritto che attorno ai belgi si respirava la stessa aria di trepida attesa che circondò altre mine vaganti "in pectore" del passato, in special modo l'Olanda '74, la Danimarca '86 e la Colombia '94. Ebbene, scongiurato il rischio del flop immediato, ciò che accadde ai sudamericani nel Mondiale americano di vent'anni fa, è palese come le vette di gioco toccate dai tulipani settantiani di Cruyff e dalla mitica Danish Dynamite siano rimaste a distanza siderale. 
NOIA - Qualcuno la riterrà un'esagerazione, ma nelle due sfide con Algeria e Russia il Belgio mi è parso il team più noioso del torneo, quello dal gioco più deludente, in rapporto alle aspettative e alle potenzialità. Il Belgio è una truppa di "emigranti di lusso" formata da quotatissimi campioni, militanti in gran parte in top club europei; la formazione con cui ha iniziato la gara coi russi aveva un'età media di poco inferiore ai 26 anni, innalzata però da un drappello di esperti difensori, Vermaelen, Kompany e soprattutto l'anziano Van Buyten, 36enne. Dalla cintola in su sono tutti giovani o giovanissimi, e quindi potenzialmente in grado di occupare i vertici del football internazionale fino ai prossimi Mondiali e anche oltre. Ma sul piano delle espressioni tecniche in campo, questa potenza di fuoco è rimasta finora accuratamente nascosta. 
POCHI MINUTI AD ALTEZZA MUNDIAL - Tanti sbadigli, si diceva. Per lunghi tratti i ragazzi di Marc Wilmots hanno balbettato una manovra monocorde, ripetitiva nelle sue linee essenziali, senza guizzi di imprevedibilità. Un gioco fra i più inconcludenti del torneo, tanto che nel match d'esordio l'Algeria si era trovata in vantaggio senza scandalo e ieri pomeriggio, fino all'acuto finale del subentrato Origi, in fatto di episodi erano gli uomini di Capello a poter recriminare (un rigore netto negato, un'occasionissima di testa sciaguratamente mancata da Kokorin). Il punto è proprio questo: al Belgio, in due gare, è bastato accendere la luce per brevissimo tempo, diciamo metà ripresa con gli africani e una decina di minuti coi russi, per far pendere la bilancia dalla propria parte. E' un fattore che si presta a più di una interpretazione: potrebbe voler dire che i Diavoli Rossi hanno iniziato questo Mundial col freno a mano tirato, consci della relativa difficoltà del girone, per carburare e deflagrare quando verranno i giorni delle sfide dentro o fuori, e che comunque dispongono di un tale serbatoio di classe da poter superare i primi scogli grazie a pochi e decisi scossoni alle partite, limitandosi per il resto a un piccolo cabotaggio nemico dello spettacolo. Ma non si può escludere che questo "andamento lento" nasconda un segnale d'allarme: una squadra bloccata, incapace di tirare fuori le sue enormi qualità.
INCIAMPI TATTICI? - Per quanto il palcoscenico iridato sia una brutta bestia anche per scafatissimi campioni, difficile pensare a difficoltà d'impatto, per giocatori che sono abituali frequentatori dei tornei nazionali più reputati e delle Coppe Europee. Fra le cause di questa partenza "in minore" potrebbe esservi una troppo complessa sovrastruttura tattica che soffoca l'estro di campioni di assoluto valore; un assetto più sbilanciato verso la prudenza che verso la voglia di osare, e con autostrade offensive non numerosissime. 
Il Belgio, davanti a Courtois, ha una difesa ottimamente chiusa al centro da Kompany e dall'essenzialità di Van Buyten, e tuttavia non impermeabile: la deludente Russia di Capello, compagine dal gioco senza slanci, lenta di pensiero e di esecuzione, neppure troppo dotata in fatto di talento, ha minacciato più volte la rete del guardiano dell'Atletico Madrid. Qualcosa non funziona nella cerniera di centrocampo, soprattutto in un Witsel che finora si è limitato al compitino. Meglio di lui De Bruyne, soprattutto come incursore in percussione, uno dei principali chiavistelli per scardinare i dispositivi di copertura avversari; Fellaini svaria sulla trequarti e si accentra, ma è troppo discontinuo: il suo ingresso ha "spaccato" il match con l'Algeria, ieri invece è parso spesso avulso dalla manovra. 
LUKAKU GIU', MERTENS SU - La selezione di Wilmots paga, forse, anche l'infelice momento dell'unica punta, un Lukaku del tutto evanescente e che ieri ha vissuto il peggior contrappasso: sostituito da Origi, quest'ultimo ha subito trovato il gol a lungo inseguito dal più referenziato compagno. Ma senza un centravanti efficace per novanta minuti, tutto il complesso rischia di girare a vuoto, non avendo in area un credibile punto di riferimento. Dei due stantuffi laterali, il napoletano Mertens è sembrato finora il più convincente, e nel primo tempo del Maracanà è stato l'unico, con le sue incursioni, a mettere qualche brivido ad Akinfeev. Mertens, fra l'altro, ha segnato il gol vittoria contro gli algerini in contropiede, non proprio il massimo, per una Nazionale da cui si attendeva una diversa capacità di imporre gioco e di regalare qualche buona luminaria spettacolare: il freno tattico di cui si diceva poc'anzi. Tra parentesi, gli acuti del "partenopeo" sono una risposta a chi sostiene che nel campionato italiano militino, ormai, solo stranieri di seconda schiera: fra lui, Cuadrado, Gervinho, Higuain, Vidal e altre "starlette", ci sono ancora dei buoni... prodotti di fuorivia. 
HAZARD: TROPPO POCO... - L'altro "martello" offensivo, Hazard, è stato una delle delusioni di Brasile 2014 fino agli ultimi dieci minuti contro la Russia: poi ha acceso la luce e con un paio di accelerazioni in elegante palleggio ha fatto a fettine la difesa di Capello, scodellando infine per Origi, da sinistra, il classico pallone che chiede solo di essere spinto in rete. Ma siamo al punto di partenza: un Hazard che recita da par suo per un minutaggio così limitato, costringendo dall'altro lato il collega di ruolo Mertens a un lavoro sfiancante, un Lukaku che non becca palla, un Fellaini a corrente alternata e un Witsel "minimalista" sono stati più che sufficienti per risolvere un girone morbido, ma se non aumentano i giri non possono portare lontano la loro rappresentativa.