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giovedì 5 luglio 2018

RUSSIA 2018: FLASHBACK SUGLI OTTAVI. BELGIO COL FIATONE, SPAGNA IN DECLINO, FRANCIA E BRASILE QUASI AL TOP


La caduta degli dei, si potrebbe intitolare il secondo capitolo del romanzo di Russia 2018. Già la prima fase aveva offerto la clamorosa sorpresa dell'eliminazione dei campioni in carica tedeschi, battuti da Messico e Corea del Sud e addirittura ultimi nel loro girone. Gli ottavi hanno seguito il solco: fuori Argentina, Spagna e Portogallo. Un nutrito drappello di favoriti raso al suolo, nel segno di un Mondiale controcorrente: per trovare un andazzo simile, occorre risalire fino al discusso torneo del 2002, quando caddero immediatamente le due maggiori indiziate per la conquista del titolo, la Francia detentrice e l'Argentina (oltre ai quotatissimi lusitani), e le seguì a stretto giro di posta l'Italia di Totti e Vieri, Maldini e Buffon, martoriata dalle direzioni arbitrali e penalizzata da certe scelte discutibili di coach Trapattoni.
FRANCIA - ARGENTINA NELLA STORIA - Francia - Argentina è stata una di quelle partite destinate a restare nella storia della Coppa del Mondo. Senza scomodare paragoni ingombranti come quelli con Italia - Germania Ovest '70 o Italia - Brasile '82, per spettacolarità, livello tecnico, altalena di emozioni può senz'altro reggere l'accostamento con la famosa Belgio - URSS del 1986, altro 4-3. Nella sfida che ha aperto gli ottavi, i transalpini hanno compiutamente mostrato, per la prima volta in questa rassegna, il loro strepitoso potenziale, mix micidiale di atletismo, classe e rapidità. Mbappè ha risolto quasi da solo la gara in chiave offensiva, con due gol che ne hanno evidenziato agilità e velocità di esecuzione, e ancor prima procurandosi il rigore dell'1-0 con una vertiginosa fuga a capovolgere il fronte del gioco. Contro una simile corazzata, l'Argentina è rimasta a galla fino alla fine grazie a prodezze dei singoli (strepitoso il tiro dalla distanza di Di Maria per l'1-1) e un pizzico di fortuna (deviazione di Mercado su sinistro telefonato di Messi), ma in realtà il match è stato costantemente nelle mani degli europei. Per il team di Sampaoli, la conferma a quanto qui si era scritto pochi giorni fa: il successo sulla Nigeria aveva solo mascherato gli enormi problemi di una squadra priva di una visibile linea di gioco e aggrappata alle alterne lune dei suoi solisti. 
BELGIO OK COL FIATONE, GIAPPONE VICINO ALLE GRANDI - In quanto a gol ed emozioni forti, non ha scherzato neppure Belgio - Giappone. In questo caso si può scomodare un precedente storico meno nobile di quelli prima citati, ma estremamente calzante: la sfida con l'Italia in Confederations 2013. Anche allora, i nipponici si portarono su un inatteso ma meritatissimo 2-0, poi subirono, a cavallo tra le due frazioni, la rapida rimonta azzurra fino al 3-2 ma riuscirono ancora a pareggiare, prima di incassare in extremis il colpo del ko da Giovinco, così come in extremis, e per di più su un contropiede (condotto in maniera vorticosa e magistrale) hanno ceduto le armi qualche sera fa.
Ingenui all'epoca e ingenui oggi, i giapponesi, che comunque sono una realtà: il talento c'è, l'organizzazione pure, se riusciranno ad acquisire malizia e capacità di gestire i momenti topici in certe sfide ultimative, potranno davvero aspirare a qualcosa di più concreto. Resta comunque la grande impresa dei belgi, risalti dallo 0-2 al 3-2 in quella che sembrava la classica serata storta. Come già dimostrato a livello di prima fase, la squadra di Martinez pratica il calcio offensivo più efficace e prolifico, per capacità realizzativa ma anche per produzione di occasioni da rete. I rischi corsi contro gli asiatici hanno fatto suonare un campanello di allarme che dovrebbe portare Fellaini e compagni a una maggiore attenzione in fase di copertura. Al momento, ritengo i francesi e i Diavoli Rossi i più autorevoli candidati al titolo, ma questi ultimi se la dovranno vedere col Brasile...
IL BRASILE C'E' - Già, la Seleçao. Contro il Messico ha marciato in folle per tutto il primo tempo, irretita da un avversario messo in campo in maniera eccellente, capace di praticare una manovra anche stilisticamente pregevole ma inguaribilmente leggero nei sedici metri finali, ciò che per l'ennesima volta l'ha privato del traguardo dei quarti, raggiunto solo nelle due rassegne giocate sul terreno amico ('70 e '86). Una volta sbloccato il risultato con Neymar, i pentacampioni hanno legittimato la vittoria costruendo altre tre palle gol nitide e trovando il meritato raddoppio con Firmino. E' un Brasile che ha qualche difficoltà a concretizzare la gran mole di gioco costruita, ma che mostra un atteggiamento sempre propositivo e pare soprattutto compagine equilibrata, con un centrocampo in cui quantità e qualità sono ben miscelate e una difesa che non è più preda delle terrificanti amnesie di quattro anni fa. Manca di continuità nell'arco dei novanta minuti, e ha quel Neymar che regala giocate sontuose ma anche atteggiamenti irritanti: col Belgio sarà una splendida sfida, ed è un peccato che una delle due già domani debba lasciare la compagnia.
SPAGNA: CONCLAMATA DECADENZA - Ha deluso la Croazia, dopo le luminarie del primo turno. La Danimarca, squadra poco più che discreta, ne ha spento gli estri ed ha anzi tenuto lungamente pallino, nella seconda parte di gara. Anche in una serata grigia, Rakitic e compagni hanno comunque avuto la grande chance per chiudere l'incontro, ma Modric ha sbagliato il penalty procurato da Rebic, andando ad affiancarsi a gente come Maradona, Zico, Platini, Donadoni e Baggio nella galleria dei super che, ai Mondiali, hanno fallito l'occasione dagli undici metri. Nella giostra finale dei rigori, i croati l'hanno spuntata, proseguendo con qualche certezza in meno verso il confronto coi padroni di casa russi, che hanno eliminato senza scandalo la sopravvalutata Spagna. Ridendo e scherzando, la Roja non vince più alcunché dal 2012, trionfo continentale sull'Italia di Prandelli. Da allora, tacendo della Confederations Cup 2013 persa in finale col Brasile, due Coppe del Mondo e un Europeo disputati, un'eliminazione al primo turno (Rio 2014) e due agli ottavi (Euro 2012 e 2016), quindi in fasi sostanzialmente precoci delle manifestazioni. Un ruolino di marcia che non giustifica più l'atmosfera di grandeur costruita attorno alla Selecciòn, e che riporta casomai all'antica tradizione spagnola di essere "perdente di successo": fino al 2006 le Furie si presentavano ai grandi appuntamenti nel ristretto drappello dei favoriti, ma poi facevano puntualmente le valigie in anticipo, non andando mai oltre i quarti e fermandosi talvolta anche prima (celebre l'esclusione immediata da Francia '98 per mano di Nigeria e Paraguay).
Così come per la Germania, che dopo otto anni era ancora aggrappata ai Neuer, Muller e Ozil, affiancati da poche novità, la Spagna si regge essenzialmente sugli ultimi reduci dell'età dell'oro, Ramos e Piqué, Basquets e Iniesta, protagonisti di un tramonto prolungato, che pur sempre tramonto rimane; i giovani sono bravi, uno di loro, Isco, è addirittura eccezionale, ma ricostruire immediatamente una squadra supervincente non è impresa di tutti i giorni, a maggior ragione se si torna a insistere su un tiki taka imbolsito e fine a se stesso, che produce solo uno sterile possesso palla e si riduce a una pallida imitazione dell'autoritario atteggiamento tattico della gloriosa Spagna euromondiale. La fusione tra vecchio e nuovo non è riuscita, insomma, e alla Russia è bastata una paziente e orgogliosa difesa per disinnescare il fucile iberico, peraltro caricato a salve. 
LA SVEZIA OLTRE I PROPRI LIMITI -  I padroni di casa non sono gran cosa, ma con l'entusiasmo e la spinta del fattore campo possono regalare ancora qualche sorpresa, sorpresa che invece non mi aspetterei più dalla Svezia. Gli scandinavi hanno davvero fatto il massimo entrando fra le prime otto, il che non cambia il giudizio su di loro già espresso dai tempi del playoff con l'Italia (che comunque non è stata eliminata da una scartina, almeno questo va sottolineato): squadra tecnicamente da 6 - 6,5, non di più; consapevole dei propri limiti, aggrappata a un atteggiamento tattico rigidamente prudente, un assetto di contenimento che neutralizza attacchi anche reputati e che consente qualche controffensiva mortifera, fin qui sfruttata magistralmente. La fortuna c'è stata (ottavo con la Svizzera deciso da un autogol), ma è bilanciata dal rigore clamoroso negatole con la Germania. Tuttavia, affrontando i gialloblù, per l'Inghilterra c'è un'occasione unica di ritornare finalmente fra le prime quattro al mondo.
BELL'URUGUAY, MA SENZA CAVANI... - I sudditi di Sua Maestà hanno finora brillato solo a sprazzi con la Tunisia e nell'allenamento con Panama, deludendo moltissimo nel mediocre confronto coi colombiani: ma hanno un buon impianto di gioco. un attacco ispirato in Kane, e un portiere rivelazione, Pickford, decisivo coi cafeteros. D'ora in poi devono però convincere pienamente. In prospettiva avrei dato più credito all'Uruguay del commovente maestro Tabarez, ai suoi veterani ringalluzziti che hanno consentito ai nuovi (Laxalt, Bentancur, ecc) di inserirsi positivamente in un meccanismo già perfettamente oliato. Ben coperti alle spalle, Suarez e Cavani hanno mostrato cose meravigliose contro il Portogallo: il primo eccellente uomo ovunque della prima linea, capace di creare e concludere, il secondo implacabile finalizzatore con soluzioni mai banali. L'infortunio di quest'ultimo toglie diverse chances alla Celeste, destino crudele perché si tratta di una delle migliori realtà finora ammirate, in un Mondiale che ha proposto tante conferme ma poche autentiche novità agli alti livelli. Comunque mai dire mai, Godin e compagni hanno sette vite.

venerdì 20 marzo 2015

IL CASO ROMA: LA SQUADRA GIALLOROSSA SI E' SFALDATA A DICEMBRE, QUATTRO LE PARTITE - SVOLTA

                                         Rudi Garcia: non sa più che pesci pigliare... 

Cosa diavolo sta accadendo alla Roma? Difficile comprenderlo per chi, come il sottoscritto, non vive quotidianamente l'ambiente giallorosso. Non ho dunque né risposte né soluzioni, ma non si può non rimarcare il fatto che la parabola di questa disastrata "grande" in ambasce rappresenti pressoché un unicum, nella storia della nostra Serie A. Fateci caso: il percorso di De Rossi e compagnia ha un che di schizofrenico, del tutto insolito per quelle compagini d'alta classifica che, in linea di massima, sempre si contraddistinguono per un rendimento costante su buoni livelli: inizialmente bella o quantomeno concreta, poi, da lungo tempo, brutta, perdente, inghiottita da un buco nero tecnico, eppure incredibilmente ancora aggrappata a un secondo posto che mai è stato così bugiardo. Presentatasi ai nastri di partenza agostani come la più autorevole candidata a rivaleggiare con la Juve per lo scudetto, fino ai primi di dicembre ha marciato, in campionato, su ritmi elevatissimi, superando anche le secche (più psicologiche che tecniche) in cui era andata a impantanarsi dopo la caduta della sesta giornata allo Stadium torinese (con contorno di vittimismi assortiti), e, in apparenza, persino il terribile knock out patito in Champions League dal Bayern, a domicilio (1-7). 
QUATTRO GARE SCHOCK - Tutto più o meno liscio fino a fine novembre, diciamo fino al rotondo 4 a 2 imposto all'Inter, poi si è spalancato il baratro. La svolta della stagione in quattro partite chiave, equamente divise fra Europa e Italia: in Coppacampioni, il suicidio di Mosca, col gollonzo del pari incassato contro il Cska allo spirare del match e compromissione del passaggio del turno, ufficializzata nella successiva dimostrazione di impotenza all'Olimpico col Manchester City, trionfatore senza nemmeno soffrire tanto. In patria, prima il rischio - crollo in casa col Sassuolo (che ebbe di che lamentarsi della direzione di gara) scongiurato in extremis, poi la discussa e immeritata vittoria di Genova sui rossoblù, con contorno di inaccettabili, sesquipedali e decisivi svarioni arbitrali: una sfida, quest'ultima, che ha inciso negativamente sulle sorti di ambedue le compagini. Quella di Gasperini, pur mantenendosi su una decorosa linea di galleggiamento, non è più riuscita a toccare i vertici di rendimento del primo terzo di torneo (complice anche una incomprensibile ostilità delle giacchette gialle, oltreché per innegabili responsabilità interne al Grifone), ma ad avere la peggio, alla lunga, è stato proprio il gruppo di Garcia. 
SECONDI CON RENDIMENTO DA ZONA SALVEZZA - Da quei giorni di fine 2014, la Roma è diventata Rometta. Dapprima sorretta da abbondanti dosi di buona sorte (ricordate il passaggio di turno in Coppa Italia contro l'Empoli?), alla fine non ha trovato più alcunché a cui aggrapparsi. La qualità della manovra è precipitata a livelli da bassifondi, e il ruolino di marcia è diventato specchio fedelissimo di questa involuzione. Ed ecco il paradosso: nonostante il rendimento imbarazzante mostrato all'indomani del citato "poker esiziale" di partite, la Roma si trova tuttora al secondo posto in campionato. Eppure, a vederla oggi, sembra una squadra che per espressioni di gioco, consistenza, approccio mentale alle gare, ha tutte le stimmate del team da retrocessione - salvezza risicata. E' in un tunnel, qualcosa di più di una crisi passeggera: l'incapacità di battere il Parma fantasma, la lunga sequela di pareggi anche in impegni alla portata, la resa senza condizioni di fronte a Sampdoria e Fiorentina, sono la spia di qualcosa di serio, di non facilmente estirpabile. Se gli unici lampi di luce di questi mesi sono stati la vittoria di Rotterdam (contro un Feyenoord modesto, che faceva paura solo per l'ambiente infuocato) e la doppietta - selfie di Totti nel derby, c'è poco da stare allegri. 
SMARRITA LA BUSSOLA TECNICA - Tutto incomprensibile, si diceva, perché nella stagione 2013/14 sembrava esser stato avviato un circolo virtuoso, un ciclo che nel giro di due - tre anni avrebbe potuto portare alla conquista di qualcosa di concreto. E invece la bussola tecnica sembra esser stata smarrita: scarsa fiducia ai giovani, ovviamente soprattutto agli italiani (Destro non è un fenomeno, ma poteva ancora tornare utile, per non parlare del promettente Romagnoli dirottato alla Samp), acquisti stranieri un tanto al chilo (e certi "esperti" hanno avuto il coraggio di parlare di "rinforzi" a proposito degli arrivi di Ibarbo e del mistero Doumbia), declino improvviso di certi totem che parevano inaffondabili (De Sanctis e soprattutto De Rossi) ai quali non sono stati trovati adeguati ricambi, e, alla fine, il solito aggrapparsi all'eterno Totti, della cui longevità io stesso ho tessuto le lodi pochi mesi fa, ma che a livello di allori autentici, ossia di apporti decisivi al raggiungimento di traguardi "da toccare con mano", non sposta più alcunché da almeno una decina d'anni. In tutto questo, Garcia sembra aver perso il controllo del gruppo, mai pare in grado di azzeccare la mossa vincente, di indirizzare una gara con un'idea tattica o col cambio giusto al momento giusto. Così, la Roma è fuori da tutto, o quasi: niente Champions, niente Europa League, niente scudetto e niente Coppitalia, spettacoli da Serie B su tutti i campi: quale miracolo potrà tenerla in corsa per il secondo posto? 

lunedì 6 ottobre 2014

DOPO JUVENTUS - ROMA: TOTTI PEGGIO DI ROCCHI. IL VITTIMISMO NON PORTA DA NESSUNA PARTE

                                     Bonucci: ha deciso Juve - Roma fra le polemiche

Se Juventus - Roma ha lasciato dietro di sé un sapore amaro, lo si deve al contorno più che alla pietanza vera e propria. All'interminabile dopopartita con la sua scia di polemiche, al coro assordante di voci indignate, alle inaccettabili dichiarazioni di uomini simbolo del nostro calcio e di giornalisti che scrivono di pallone con toni da ultras. Dal match in sé non sono arrivate novità clamorose; ha stupito, ma non più di tanto, il clima di sovreccitazione che ha caratterizzato il confronto: un big match, certo; la sfida fra i due club che, verosimilmente, monopolizzeranno i giochi di alta classifica fino alla fine della stagione; ma anche un incontro che il computer ha piazzato alla sesta giornata, cioè quando il campionato "vero" non è di fatto ancora iniziato, quando più di una squadra sta completando il rodaggio, o è ancora alla ricerca di una identità tattica e di una inquadratura affidabile; quando molte posizioni in graduatoria sono, di conseguenza, frutto di fattori del tutto aleatori (pensiamo al terzo posto della solida Sampdoria, certo abilissima a sfruttare un calendario estremamente favorevole, che le ha finora opposto avversari destinati a inseguire una salvezza più o meno tranquilla, togliendo dal suo placido cammino tutte le grandi). 
IL CALCIO DI SEMPRE - Sesta giornata, primi di ottobre: è davvero il caso di gettare benzina sul fuoco, per le risultanze di una sfida la cui incidenza sull'esito finale del torneo è ad oggi impossibile prevedere? Ma d'altronde, lo ripeto, non è nemmeno il caso di sorprendersi troppo: sia perché i veleni che ammorbano l'ambiente calcio Italia non possono non riflettersi sul terreno del gioco, sia perché comunque a questo tipo di calcio, al calcio visto nel pomeriggio dello Juventus Stadium, nella Penisola abbiamo ormai fatto il callo: estetica del football al minimo sindacale, toni agonistici elevati, nervosismo e falli, con il direttore di gara di turno raramente in grado di tenere saldamente in mano le redini della disfida. Ecco, l'arbitro: inadeguato, ieri, proprio per lo scarso polso mostrato, per la difficoltà di gestione di un incontro che si sapeva da tempo potesse essere, diciamo così, denso di umori; difficoltà tanto più gravi alla luce della vasta esperienza maturata dal signor Rocchi. I miei pochi lettori sanno che non mi sono mai tirato indietro quando si è trattato di denunciare gli enormi limiti dei fischietti nostrani; tuttavia, nel caso specifico, non me la sento di infierire più di tanto. 
DIFFICILE INTERPRETAZIONE - Mi pare che gli episodi - scandalo siano stati ingigantiti oltre il dovuto. I due rigori per la Juve e la rete decisiva di Bonucci sono ancora sotto la lente di ingrandimento delle moviole e degli "analisti" (sic!): se a distanza di ventiquattr'ore non si è ancora raggiunta una unanimità di punti di vista, le conclusioni non possono che essere due: 1) I "fattacci" non erano così facilmente risolvibili in presa diretta, e il pool degli ufficiali di gara ha dovuto decidere "col beneficio del dubbio", fidando sull'impressione del momento e combinandola con buon senso e capacità di orientarsi in un regolamento - ginepraio; 2) Certe decisioni arbitrali possono spesso risultare incomprensibili (frutto di inadeguatezza tecnica, difficoltà nell'applicazione del regolamento, difformità di giudizio, carenze di personalità) ma coloro che giudicano le... giacchette gialle dalle colonne dei giornali e dagli schermi tv, spesso, ne sanno molto meno: loro, però, il beneficio del dubbio non se lo concedono mai, dispensando a pieni mani granitiche certezze fondate su non si sa che cosa. 
BONUCCI: GOL BUONO - Alle corte: i due penalty bianconeri erano episodi al limite, a cavallo fra punibilità e non punibilità con la massima punizione, comunque di difficilissima decifrazione: si può casomai rimproverare a Rocchi (e ciò rientra nella valutazione complessivamente negativa del suo operato) di avere optato in entrambi i casi per una... sentenza di colpevolezza verso i difensori romanisti, laddove anche in campo dovrebbe valere il principio "in dubbio, pro reo", ossia lasciare correre se non si è certi al cento per cento dell'irregolarità; c'era però, più netto, un fallo in area su Marchisio quando il punteggio era sullo zero a zero. E poi, in punta di regolamento, la rete di Bonucci può senz'altro essere considerata valida, perché, come testimoniato anche da alcuni documenti fotografici, il portiere giallorosso ha visto partire il tiro del difensore - regista azzurro, nonostante Vidal in posizione sospetta; anche qui, una piccola chiosa sarebbe da fare, parlando di una regola del fuorigioco che è stata resa complessa fin quasi a diventare incomprensibile, cervellotica, tanto da generare interpretazioni diverse in situazioni analoghe. Una volta il calcio era lo sport più semplice del mondo.... 
STAMPA E TOTTI: POLLICE VERSO - Ecco: arbitraggio infelice, non scandaloso. Scandalosi sono stati certi titoli apparsi sulla stampa nazionale ("Campionato falsato") e certi articoli in cui si parla di football come fra tifosi al bar. Il degrado del giornalismo italiano si vede anche da queste cose: la conoscenza della materia è ormai diventata un optional, l'importante è animare il dibattito, portandolo su registri bassi. Soprattutto, i bacini diffusionali continuano a farla da padroni, ma questo è un problema che risale alla notte dei tempi della carta stampata: però è triste che un lettore sappia in anticipo che su determinati giornali non potrà trovare analisi critiche oggettive e pacate, ma solo difese d'ufficio dei beniamini di casa. Scandalosa è stata anche l'uscita di Totti (con replica di Marotta avvilente per povertà di contenuti), la cui ultima settimana è risultata emblematica della grandezza e dei limiti dell'atleta: non si era ancora spenta l'eco della sua prodezza da record in Champions League, ed eccolo indossare i panni del... paladino capitolino contro i soprusi di casa Agnelli. 
Colui che è considerato uno dei più grandi campioni mai espressi dal nostro football (secondo me valutazioni un po' gonfiate, ma non è questa la sede per approfondire) mai dovrebbe permettersi di lasciarsi andare a certe dichiarazioni. Perché a 38 anni è decisamente fuori tempo massimo per piagnucolare; perché il vittimismo non porta da nessuna parte, soprattutto se, come ieri, è fondato su basi piuttosto fragili; perché l'esempio che si dà ai tifosi, dal canto loro vittimisti per natura (non solo quelli romanisti, diciamo pure tutti, in ogni angolo del globo) è pessimo; perché se France' non crede più in questo football, beh, non ha che da appendere le scarpette al chiodo o andare a chiudere la carriera in qualche paese calcisticamente più remunerativo. Altrimenti, eviti di cominciare a lamentarsi ad autunno appena iniziato: ci sono trentadue gare da giocare, e il confronto diretto ha dimostrato che, al momento, le differenze fra le due big sono minime. Rinunciare a giocarsi le proprie carte per paura del "sistema" non sarebbe da vincenti, vero, Totti? 

martedì 2 settembre 2014

LE PAGELLE DEL CALCIOMERCATO - SECONDA PARTE: DAL MILAN AL VERONA

                                               Saviola, colpaccio dell'Hellas

MILAN - Il vero colpo potrebbe essere Pippo Inzaghi, mentalità vincente, profilo basso, giusto approccio a una realtà complessa e frustrata da anni di insuccessi. Per il resto, mercato che non sempre ha seguito logiche tecniche individuabili. Si è lasciato partire Balotelli (sulla gestione del caso mi sono già ampiamente espresso in questo post) sostituendolo con un Torres che da tempo ha perso lo smalto dei primi, formidabili anni di exploit internazionali, anche se per far bene in un contesto dimesso come la Serie A basta anche l'ultima, sbiadita versione del niño. Si è inseguito un Biabany che non è da grande squadra, e una volta sfumato ci si è buttati a pesce su Bonaventura, ottima scelta, elemento in grado di dare alla manovra offensiva un notevole quid di imprevedibilità, però si è lasciato andare Cristante, uno dei centrocampisti più interessanti della nouvelle vague di casa nostra. Ne risulta comunque un equilibrato mix fra italiani e stranieri: in attesa del fondamentale recupero di Montolivo, si punta con decisione su De Sciglio, Poli ed un El Shaarawy che vuole riprendere la sua vertiginosa ascesa, bruscamente interrotta un anno fa, mentre Diego Lopez fra i pali, Alex dietro e Menez sulla trequarti sono acquisti magari non di primissimo piano, ma in grado di portare un certo miglioramento alla caratura complessiva dei quadri rossoneri. 
NAPOLI - Stranieri, solo stranieri, fortissimamente stranieri. Ma mezze figure, in rapporto alle ambizioni partenopee, mentre il povero e spaurito Insigne si sente sempre più solo e incompreso e De Laurentiis sembra più intento a disfare che a costruire. Un mercato all'insegna dell'attendismo ha prodotto l'uscita immediata dalla Champions, rovinosa sotto diversi aspetti, se ne sono andati elementi magari non fenomenali ma di sicura utilità come Behrami, Dzemaili e Pandev, mentre risulta inspiegabile la rinuncia a Reina, andato a scaldar la panchina al Bayern. Dei nuovi arrivi, nessuno sposta sensibilmente gli equilibri e incrementa il valore della rosa: Koulibaly e De Guzman non sono dei campioni. Rimane un buon Napoli, aggrappato soprattutto al ritorno in forze di Maggio, al "cervello" di Jorginho e alla solita, pimpante banda di incursori (Hamsik, Callejon, Mertens), oltre che al cacciatore di gol Higuain, ma il divario con le primissime della classe non è stato colmato, anzi...
PALERMO - Non è stata una campagna acquisti esaltante. Troppe scommesse esotiche e movimenti di scarso rilievo sul fronte interno. Meglio aggrapparsi agli eroi che hanno fatto il vuoto in Serie B: Sorrentino e Munoz, Daprelà e Morganella, Vazquez e Dybala, il bomberino Belotti e quel Bolzoni che vuole finalmente dimostrarsi califfo della zona nevralgica anche nella massima categoria. Mantovani e Rigoni sono degnissimi professionisti ma non aggiungono granché, Bamba e Makienok degli emeriti sconosciuti, mentre è partito Hernandez che poteva essere un notevole asso da calare sul tavolo della lotta per la sopravvivenza. La sensazione  è che i tempi del Palermo scheggia impazzita della A siano lontani. 
PARMA - Il pasticciaccio UEFA è stato una mazzata, avendo di fatto vanificato il lavoro di un anno intero. Difficile rialzarsi, e in effetti il mercato ne ha risentito pesantemente. Se pensiamo che il vero colpo è stato trattenere Biabany, inspiegabilmente salito al rango di oggetto del desiderio milanista nell'ultimo giorno di mercato, le prospettive non sono allegre. Gravissima la perdita di Parolo, meno drammatica quella di Amauri, importanti le conferme di Mirante, Acquah e dei nazionali Paletta e Cassano, che in azzurro hanno trapanato l'acqua ma che nel contesto di casa rappresentano discrete garanzie, Poi tante, troppe scommesse: gli eterni incompiuti Santacroce e De Ceglie, Belfodil reduce dalla doppia fallimentare esperienza di Inter e Livorno, un Lodi enormemente ridimensionato dopo la brutta parentesi genoana. Ci si aggrappa al realismo e all'arguzia di Donadoni. Basterà? 
ROMA - Partenza alla grande, con due arrivi che, nel depresso mercato nazionale, possono senz'altro considerarsi dei gran colpi: Astori, che a ventisette anni e mezzo è ancora considerato un "emergente" ma che nella Capitale ha l'ultima possibilità per limare i difetti del suo gioco e mostrarsi difensore affidabile come i suoi mezzi tecnici e fisici gli impongono; e Iturbe, il giocoliere che ha mandato in visibilio per un anno i tifosi del Verona. Poi il rallentamento: Ashley Cole giunge in Italia dopo aver ampiamente già dato il meglio di sé, Emanuelson è una seconda linea, mentre dietro, per supplire alla partenza di Benatia, invece di responsabilizzare Romagnoli si sono andati a pescare Manolas e Yanga - Mbiwa, oltre ad altri presunti fenomeni esteri. Comunque il potenziamento, seppur lieve, rispetto alla scorsa stagione c'è stato, il che vuol dire che questa è una Roma da scudetto. De Sanctis, De Rossi e Totti non arretrano di un millimetro, Gervinho e Pianjc sono elementi di statura mondiale, Florenzi e Destro vogliono smaltire la delusione del mancato Mundial e inserirsi stabilmente nel giro azzurro. In Curva Sud si divertiranno.

                                              Astori, rinforzo per la Roma

SAMPDORIA - L'arrivo del pittoresco Ferrero faceva presagire chissà quali sfracelli, ma colpi a sensazione non ce ne sono stati, né potevano esserci, perché non siamo di certo di fronte a un emiro dalle illimitate disponibilità finanziarie. Comunque ingressi ben mirati: Viviano dovrebbe aver risolto il problema del portiere, anche se è reduce da una lunga inattività, il citato Romagnoli, Cacciatore (impeccabile a Verona) e un Silvestre in cerca di rivincite innervano una difesa già competitiva in De Silvestri, Gastaldello e Regini: l'addio inevitabile a Mustafi dovrebbe essere ben assorbito. Nel mezzo, da verificare la tenuta di Marchionni e di Palombo, ma l'effervescenza di Obiang e Soriano dovrebbe essere una garanzia, così come, dalla trequarti in su, il movimento e la potenza di tiro di Gabbiadini e la prolificità di Eder. Attesa per Bergessio, che però deve essere opportunamente assistito. Compagine da salvezza tranquilla. 
SASSUOLO - L'anno scorso ha sofferto fin quasi alla fine solo per aver buttato due mesi, con l'incomprensibile parentesi Malesani. Protagonista nel mercato di gennaio, protagonista di questa sessione estiva: Consigli è un portiere da leccarsi i baffi, Vrsaljko e Peluso esterni bassi da media - alta classifica, Taider porta personalità e dinamismo nel mezzo, e ci sono sempre Paolo Cannavaro, Brighi, Missiroli, Berardi, Sansone e Zaza. Con un gruppo, così, puntare a salvare la ghirba pare quasi riduttivo.  
TORINO - Povero Toro, verrebbe da dire: ha perso i due principali artefici della cavalcata culminata con la rocambolesca qualificazione UEFA "a tavolino", i nazionali Immobile e Cerci, e a sostituirli sono arrivati Amauri e Quagliarella. La differenza balza agli occhi: l'italo - brasiliano non ha mai brillato né per continuità né per grande prolificità, il napoletano ha iniziato col piede giusto ma, nel complesso, il paragone con i due illustri predecessori è improponibile. C'è però ancora Darmian, fra i più positivi della disastrosa spedizione azzurra in Brasile, è arrivato Molinaro che ha fatto bene, a Parma, nella stagione del ritorno in Italia, bravo a coprire e a inserirsi in avanti, mentre merita fiducia Benassi, tempra, cervello e buone intuizioni in avanti. Le sicurezze sono Padelli (ma la chiamata in Nazionale mi sembra un premio eccessivo), Glik, Moretti ed El Kaddouri.  Se Ventura vuole, come si spera, tenere fede al doppio impegno, ripetere l'ultimo campionato sarà dura, ma l'Europa deve essere onorata. Per lo spirito granata e per il ranking italico... 
UDINESE - Il solito porto di mare, la solita infornata di stranieri sconosciuti e sul cui valore solo il tempo potrà dire qualcosa. Inutile persino citarli. Persi Basta e Pereyra, è entrato Thereau, attaccante da sfide salvezza che irrobustirà il reparto avanzato, aggrappato alle alterne lune di Muriel e, come ha testimioniato la prima giornata, al sempreverde Di Natale, che marcia verso quota duececento gol. Fra i pali attesi ulteriori progressi da Scuffet; Hertaux e Danilo non dovrebbero tradire, Kone è un centrocampista svelto di testa e dai micidiali inserimenti. L'incognita è in panchina: finita la lunga era Guidolin, saprà il giovin Stramaccioni mantenere intatte filosofia e tranquillità ambientale che hanno fatto la fortuna dei friulani in questi anni dorati? 
VERONA - Spiace constatare come anche l'Hellas abbia sposato la linea dell'esterofilia più spinta. Solo Toni, nella formazione titolare, dovrebbe tenere alta la bandiera del calcio italiano. Per il resto, inevitabilmente perso Iturbe, i gialloblù hanno piazzato in dirittura d'arrivo il colpo Saviola: certo, non è come averlo preso sette - otto anni fa, ma a certi livelli la differenza è ancora in grado di farla, eccome. In pratica, un furetto d'attacco che dovrebbe garantire un altro torneo più che tranquillo agli scaligeri: aggiungiamoci un altro vecchietto terribile come Marquez, dominatore della retroguardia per carisma, classe e doti agonistiche, e avremo una formazione magari non freschissima nei suoi punti cardine ma potenzialmente in grado di recitare ancora il ruolo della mina vagante. Colpi così hanno fatto passare in secondo piano gli arrivi del tuttofare Lazaros, di Brivio, di Tachtisdis e di Nené, che pure un discreto contributo dovrebbero portarlo alla causa. (2 - FINE). 

martedì 7 gennaio 2014

DA PEPITO ROSSI A FRANCESCO LODI, STORIE AMARE DI INIZIO 2014

                                          Pepito Rossi: ancora guai fisici per lui

Un anno fa, più o meno di questi tempi, avevo scritto un post per celebrare il ritorno in Italia, grazie al fiuto della Fiorentina, di Giuseppe Rossi. Un acquisto in prospettiva, poiché Pepito era ancora ai box per smaltire gli ultimi, laboriosi postumi dell'ennesimo grave infortunio, ma non era necessario essere profeti per capire che, una volta rimesso a nuovo, lo sgusciante attaccante avrebbe impresso a chiare lettere il proprio marchio sulla nostra Serie A, come si è puntualmente verificato nella stagione in corso. Una stagione che ci ha fatto scoprire un Rossi nuovo, bomber persino più implacabile di quello che eravamo abituati a vedere: fromboliere inesorabile e puntuale, quasi volesse recuperare a suon di gol il troppo tempo perduto in giro per ospedali e infermerie. Oggi, a distanza di mesi, mi ritrovo a dover nuovamente scrivere del golden boy azzurro: è, dovendo far ricorso a un luogo comune fra i più abusati, il classico articolo "che non avrei mai voluto scrivere". 
LA SFORTUNA ESISTE... - Pepito è di nuovo ko, dopo l'intervento scomposto del livornese Rinaudo nel primo match del 2014. Sempre lo stesso ginocchio destro, martoriato già da due gravissimi infortuni. Uno schiaffo a chi si ostina a sostenere che no, fortuna e sfortuna non esistono, che ogni essere umano si crea da solo il proprio destino, bello o brutto che sia. Certo, come no: e torti e favori arbitrali a fine stagione si compensano, e gli asini volano, e via dicendo... Il fatto che non vi sia stata un'altra rottura dei legamenti è consolante soprattutto per le prospettive di carriera del ragazzo, che in caso contrario avrebbe davvero corso il rischio di vedere compromessa la sua futura attività agonistica. Le buone notizie però, a quanto pare, si fermano qui: lo stop sarà lungo, e così la Fiorentina, che in estate aveva messo in piedi un attacco monstre con lo stesso Rossi e con Mario Gomez, ora si ritrova di fatto... spuntata. Difficilmente il talento nato negli States potrà dare ancora un contributo significativo al team di Montella in questa stagione, mentre, ed è la cosa che più mi preme, diventa a rischio anche la partecipazione al Mundial brasiliano, proprio ora che Prandelli sembrava aver trovato la formula giusta per la prima linea, col viola affiancato a Balotelli. 
COME TOTTI O COME PABLITO? - In questi giorni un po' tutti provano a farsi coraggio, e a farlo a Giuseppe, ricordando un episodio in tutto e per tutto simile: il grave infortunio di Totti, in un match contro l'Empoli, pochi mesi prima di Germania 2006. Lippi lo aspettò e lo portò al Mondiale, dove il romanista arrivò al 30 - 40 per cento di forma e diede, in verità, un apporto assai limitato. La speranza è che Rossi in Brasile possa arrivarci al top della condizione o giù di lì, perché è un elemento fondamentale per la nostra Nazionale, più di quanto lo fosse il Pupone per la solida Italia poi trionfatrice a Berlino. E allora, un paragone di miglior auspicio potrebbe essere con l'altro Rossi "storico" del calcio azzurro, il Pablito che nel cuor ci sta: anche se per motivi radicalmente diversi (squalifica di due anni per il discusso coinvolgimento nel calcioscommesse) anche lui si rese disponibile per la squadra di Bearzot solo poche settimane prima del mondiale spagnolo del 1982. Aveva giocato soltanto le ultime tre partite di campionato con la Juventus, era ancora imballato, l'ombra dello spietato attaccante che fu, ma recuperò brillantezza in tempo per entrare nella leggenda del football planetario. Ecco, sarebbe bello che, "da Rossi a Rossi", Pepito seguisse in toto le orme di Pablito. In fondo, mancano quasi sei mesi, non è pochissimo. Ce la puoi fare, Giusé!
LODI, CHE DELUSIONE - Altra storia amara, per quanto radicalmente diversa, quella di Francesco Lodi. Chi segue "Note d'azzurro" sa quanta speranza io riponessi in lui: fin dall'estate scorsa, ho scritto che al Genoa era arrivato un campione autentico, uno che poteva far fare un salto di qualità importantissimo alla squadra e, con Gilardino, alzare l'asticella delle ambizioni del Grifone. L'inizio era stato pure incoraggiante, con quella splendida punizione a siglare il definitivo 3 a 0 nel derby: gol non decisivo, ma di quelli che comunque restano nella memoria collettiva. Ecco, di fatto quello è stato l'ultimo (l'unico?) atto di presenza di Lodi a Genova. Problemi di natura personale, forse sentimentale, si è detto e scritto: vox populi e tam tam fra i tifosi, ossia dicerie che possono anche essere vere ma alle quali mi dà sempre un po' fastidio dar credito, in quanto mai supportate da prove concrete e spessissimo, in altri casi del passato, rivelatesi del tutto prive di fondamento. E comunque non è compito mio, né dei giornalisti né dei tifosi, entrare nella sfera privata di un calciatore. 
APPORTO INCONSISTENTE - Io giudico solo ciò che vedo sul terreno di gioco: per quattro mesi, Lodi, colui che doveva prendere in mano le redini del gioco genoano, non si è di fatto mai visto. Per nulla incisivo in campo, e poi spesso relegato in panchina o in tribuna. Con Gasperini, il suo apporto era diventato del tutto ininfluente, il suo ritorno a Catania subito in avvio di calciomercato è parso quasi una liberazione sia per lui, sia per il Genoa. Attenzione però:  non siamo di fronte a uno dei tanti casi di giocatori validissimi che sotto la Lanterna, sponda rossoblù, non hanno reso anche per cause ambientali e per disagi tattici (da Veloso a Rafinha, da Toni al primo Gilardino, per citare esempi recentissimi,).
Nel caso di Lodi, mi sento di poter dire che la colpa sia stata solo sua, perché nel Genoa di quest'anno, più equilibrato  e meglio costruito rispetto al recente passato, le condizioni per un proficuo inserimento vi erano tutte, e perché altrimenti non si spiega la duplice metamorfosi: da potenziale Nazionale in quel di Catania a modesto mestierante a Genova, e di nuovo calciatore vero poche ore dopo il suo ritorno in terra etnea: ieri contro il Bologna, gara volitiva, assist gol per Bergessio e 2 a 0 siglato in prima persona su rigore. In pratica, in novanta minuti ha fatto più di quanto mostrato in quattro mesi in Liguria. E, dopo la rete, solito florilegio di baci a tatuaggi e canotte assortite, come se nulla fosse successo. Insomma, una delusione sotto tutti i punti di vista. Per essere campioni veri il talento non basta: ci vuole anche il carattere, la capacità di superare gli impacci psicologici e le difficoltà di ambientamento. Senza contare che, ormai, neppure i brasiliani soffrono più di saudade, i tempi di Eloi sono lontanissimi, per fortuna. Addio, senza rimpianti, da un ex estimatore. 

mercoledì 27 marzo 2013

L'ITALIA DOPO MALTA: L'ENNESIMA GOLEADA MANCATA E LA SUGGESTIONE TOTTI

                                                   Esultanza azzurra a Malta

Fino agli anni Novanta, un risultato e una prestazione della Nazionale come quelli di ieri sera a Malta avrebbero destato scandalo e indignazione, presso la stampa specializzata. I lettori più... anziani ricorderanno l'impressionante coro di critiche che si sollevò dopo una vittoria, identica nel punteggio, del non ancora leggendario team di Bearzot in Lussemburgo nel 1980, e quello ancor più virulento in seguito a uno striminzitissimo 2 a 1 colto proprio a Malta a fine 1992 dagli uomini di Arrigo Sacchi. Altri tempi, davvero. Del resto, io stesso avevo intitolato uno dei primissimi articoli di questo blog "Le goleade non fanno per noi": mi riferii, all'epoca, al deludente, e per certi versi imbarazzante, 1 a 0 firmato da Cassano (oltretutto in dubbio offside) sul terreno dei semidilettanti delle isole Far Oer. 
IDIOSINCRASIA - Quel post lo potrei riscrivere oggi, pressoché identico. E' ormai acclarato che la nostra massima rappresentativa abbia una naturale idiosincrasia alle vendemmiate contro le compagini di basso livello. Quasi una tara ereditaria. Mentre le altre grandi d'Europa non perdono occasione, giustissimamente, per infierire su avversarie tecnicamente in ambasce (ultimo esempio, l'8 a 0 dell'Inghilterra a San Marino), i nostri prodi si limitano al compitino, allo stretto indispensabile per portar via i tre punti e, nella fattispecie, proseguire relativamente tranquilli la marcia di avvicinamento al Mondiale brasiliano. 
L'Italia, negli ultimi vent'anni, ne ha giocate un'infinità di partite del genere, contro formazioni modestissime. I critici si sono rassegnati e prendono atto, accettando persino dichiarazioni oltremodo discutibili come quelle che il cittì Prandelli rilasciò alla vigilia del match di andata coi maltesi a Modena (guarda caso, altro risicato 2 a 0): "Fare tanti gol non mi è mai piaciuto: preferisco vincere segnando poche reti, ma giocando bene". Quasi una giustificazione preventiva alla cronica incapacità dei nostri di far breccia nelle maglie, serrate quanto si vuole ma non certo insuperabili, di queste generose rappresentative che, nonostante gli innegabili progressi tecnici e soprattutto tattici, rimangono sostanzialmente impresentabili ad alto livello internazionale. 
NULLA OFFENSIVO - Il problema è che l'Italia non solo non riesce a goleare, ma nemmeno a giocar bene. E' vero che sfoderare del buon calcio è difficile contro compagini toste e copertissime, ma stiamo parlando di Malta, con tutto il rispetto. La prova dei nostri al Ta' Qali è stata di una povertà tale da doverci far arrossire. Lentezza esasperante nella manovra (emblematico l'atteggiamento di Pirlo che, nonostante il controllo non proprio asfissiante dei rivali, non ha saputo regalare una verticalizzazione o un passaggio illuminante degno della sua fama), a tratti permeata di una insopportabile sufficienza, errori banali in appoggio, scarsa o nulla incisività in avanti. Due gol e un paio di buone occasioni (sinistro dalla distanza di Balotelli, incursione di Montolivo con pallonetto sopra la traversa) nella prima frazione, il vuoto spinto o quasi nella ripresa, eccezion fatta per una bella progressione di Abate chiusa però con un cross fiacco. E produrre il nulla in attacco in 45 minuti, contro una squadra come quella di Pietro Ghedin, è francamente roba da far accapponare la pelle, così come rischiare l'inverosimile nelle prime battute, dal rigore neutralizzato da Buffon alla traversa, entrambe le occasioni firmate da Mifsud. 
COMPITINO - Queste cose penso di poterle dire in tutta libertà, perché "Note d'azzurro" è sempre stato vicino alla Nazionale di Prandelli, sottolineandone in tempi non sospetti i progressi, le belle prove, le qualità che in molti hanno scoperto in colpevole ritardo. Una prestazione come quella di poche ore fa sarebbe allarmante, ma in questo caso credo che le preoccupazioni vadano un po' stemperate. Si è visto infatti, in maniera piuttosto palese, che le difficoltà di manovra dei nostri sono state indotte da un approccio mentale totalmente sbagliato, e non da limiti di gioco. In parole povere, mi è parso di cogliere la palese volontà di non strafare, di limitarsi al compitino: pesava ancora lo stress mentale e atletico del durissimo, e gratificante, impegno col Brasile, mentre già bussa alle porte il turno di campionato anticipato al sabato di Pasqua. Non è il massimo della maturità, ma nel serratissimo calcio di oggi è diventato un atteggiamento comprensibile, e allora via così: sappiano però, gli azzurri, che non sempre ti gira bene, non sempre i rigori si riescono a neutralizzare anche se ci si chiama Buffon e non sempre ci sarà un Balotelli in stato di grazia, capace di trasformare in gol la quasi totalità dei pochi palloni che gli capitano sui piedi. 
DA GINEVRA LA SQUADRA DEL FUTURO - Questa settimana azzurra lascia comunque frutti importanti: il più concreto è rappresentato dai tre punti maltesi, buonissimi per la classifica nel girone. E tuttavia, sono i paradossi del calcio, la sfida più importante tra le due affrontate è risultata quella senza alcuna posta in palio. Non era scontato, nonostante l'avversaria fosse il Brasile: i nostri erano infatti reduci da un'altra amichevole di lusso, quella contro l'Olanda, affrontata con ben altro spirito, e che su queste pagine non mi astenni dal condannare. Contro la Seleçao è stata invece gara vera, senza ritrosie e calcoli al risparmio che spesso emergono, più o meno inconsciamente, in partite di questa natura. E i nostri, l'abbiam già scritto qui, hanno superato l'esame più terribile a pieni voti, mostrando gioco, atteggiamento, personalità e mentalità da grande squadra, consacrando il talento di Supermario e lasciando intravedere le notevoli potenzialità di De Sciglio e Cerci. Un ricordo che non verrà certo annacquato dalla scialba prova della Valletta.

                                 Totti con Del Piero: coppia d'oro azzurra del passato                                         

TOTTI? PENSIAMOCI BENE... - La Nazionale del futuro è quella di Ginevra, e non ha certo bisogno di aggrapparsi alle suggestioni di un malinconico ripescaggio di Totti. Che in Brasile arriverebbe a 38 anni suonati, carico di usura e di acciacchi pregressi, un giocatore che non è quasi mai stato autenticamente decisivo per le sorti azzurre neppure nel suo periodo di maggior fulgore agonistico, ossia nella prima metà del decennio scorso, con la sola luminosa eccezione del'ottimo Europeo del 2000, roba che ormai si perde nella notte dei tempi dei ricordi. Un giocatore di valore assoluto ma sostanzialmente sopravvalutato: gli unici anni in cui ha goduto di autentica considerazione internazionale sono stati proprio quelli compresi fra il 2000 e il 2004: nel frattempo, però, era già arrivato il deludente Mondiale coreano, seguito dall'orrido Euro 2004, gettato via con lo sputo a Poulsen. Da allora, tante prodezze nel cortiletto di casa, ossia in un campionato italiano sempre meno competitivo, e sostanziale calma piatta fuori dei confini. In più, tanti gesti discutibili che non rientrano propriamente nel cliché del campione immenso ammannitoci nelle ultime settimane dalla stampa, anche da quella più insospettabile, come lo stimatissimo Guerin Sportivo. 
Oltre a questo, Totti è uscito volontariamente dal giro della Nazionale, più o meno sei anni fa: non è un reato e verosimilmente in quel momento aveva i suoi buoni motivi per fare delle scelte: era reduce da un infortunio gravissimo, che superò a malapena poco prima del vittorioso Mondiale in Germania, e gli va senz'altro riconosciuto che all'epoca forzò i tempi di recupero proprio per non mancare l'appuntamento con la kermesse iridata; ma la Nazionale mantiene ancora un valore che va al di là, molto al di là di quello di una normale squadra di club, e da essa non dovrebbe essere concesso fare dentro e fuori secondo le proprie esigenze. Rifletta su questo Prandelli, ricordandosi che nel suo gruppo esistono già le risorse offensive per fare un torneo più che dignitoso in Sudamerica, e ricordando che proprio questo nostalgismo a oltranza, questo voler ritornare costantemente sui miti del passato, sull'usato neppure più tanto sicuro oltreché bolso, ha rappresentato per anni un freno enorme alla crescita della Nazionale. Un immobilismo che proprio la brillante e futuribile gestione azzurra dell'ex tecnico fiorentino ha spazzato via con ottimi risultati. Tornare al passato, in questo caso, non sarebbe affatto un progresso, oltre a rappresentare una contraddizione programmatica. 

domenica 2 settembre 2012

LE PAGELLE DEL MERCATO - TERZA PARTE: DAL PARMA ALL'UDINESE

                                              Destro, nuovo asso romanista

PARMA - Non condivido questo dilagante ottimismo attorno alla campagna acquisti del Parma. Che, non dimentichiamolo, ha perso Giovinco, ossia il 70 - 80 per cento del suo potenziale offensivo e uomo assolutamente decisivo nello strepitoso finale di campionato della scorsa primavera. E non ci sarà più nemmeno Floccari, che pur fra alti  e bassi i suoi otto centri in stagione li aveva messi a segno. A far gol, in vece dei partenti, dovranno pensare Amauri, le cui polveri bagnate sono ormai proverbiali, e il dotato ma incostante e sovente confusionario Biabany, mentre il colombiano Pabon è per ora soltanto una delle tante scommesse esterofile dei nostri club, che potrebbe risultare vincente ma anche un tremendo buco nell'acqua: auguri. 
Le certezze arrivano soprattutto dal settore di centro, dove Acquah e Parolo sono due rinforzi autentici, in grado di aumentare il tasso di qualità della manovra, di portare idee in fase di costruzione e di far filtro con profitto se ve n'è la necessità. Soprattutto dall'ex cesenate ci si aspetta molto, dopo che due anni fa era giunto fino all'azzurro: il suo senso tattico e le sue botte dalla distanza saranno soluzioni offensive in più per Donadoni, che ne avrà bisogno. I polmoni e la verve agonistica di Galloppa e Gobbi completano un reparto che rappresenterà l'arma vincente dei Ducali. Immutata la difesa, con Mirante, cresciutissimo nelle ultime stagioni, a fare buona guardia fra i pali coadiuvato dai collaudati Zaccardo (sempre ad altisimi livelli in quel di Parma) e Ale Lucarelli, con Santacroce pronto a riprendere il filo di un discorso interrotto quando, pochi anni fa, sembrava destinato a diventare uno dei giovani d'oro del nostro football. Non è ancora tardi, ma occorre darsi una mossa. 
PESCARA - Ahi ahi. La squadra che ha trionfalmente conquistato la promozione, di fatto, non esiste più, questo è un altro Pescara, che ben poco ha a che fare con l'armata dei sogni di Zeman, quel team dal gioco irresistibile che, mia convinzione personale, avrebbe ottenuto ottimi risultati anche nella massima serie, magari piazzandosi fra le prime dieci. Persi Verratti, Insigne, Sansovini e Immobile, il cielo si è fatto cupo. Può sembrare assurdo scriverlo dopo i sei gol subiti nelle prime tre gare, ma il reparto meglio attrezzato sembra la difesa: il giovanissimo Perin è un estremo difensore dal futuro garantito, Terlizzi un centrale collaudato e sovente mortifero negli inserimenti in avanti, e al suo fianco giostrerà Capuano, difensore fra i più promettenti del panorama italiano, così come Romagnoli (entrambi fanno parte dell'Under 21). 
Il centrocampo si aggrappa all'uomo ovunque Cascione, inesauribile e tatticamente preziosissimo, mentre esistono perplessità sulla tenuta fisica di Giuseppe Colucci e soprattutto di Blasi. Bjarnasson è tutto da verificare in un torneo pur sempre difficile come la nostra Serie A, mentre il duttile slovacco Weiss dovrebbe assicurare peso e personalità al reparto di mezzo. In avanti si punta quasi tutto sulla classe di Caprari, mentre Jonathas pare un po' troppo leggerino per il massimo campionato e Abbruscato a certi livelli non ha mai inciso. Stroppa in panca rappresenta un salto nel buio. La sensazione è che salvarsi sarà estremamente problematico. 
ROMA - Il passo in avanti rispetto all'ultima stagione pare evidente, a partire dalla panchina: Zeman finalmente torna dove merita, cioè fra i grandi, dopo aver dimostrato a Pescara che la sua idea di buon calcio è tutt'altro che passata di moda. Squadra migliorata in tutti i reparti: la difesa, che ha sempre in Burdisso un perno inamovibile, trova lo svettante Castan e la furia bionda Balzaretti, protagonista a Euro 2012, attento in copertura e travolgente nelle volate sulla fascia sinistra. A centrocampo, è rimasto De Rossi nonostante i tanti pretendenti: il  formidabile motore del reparto nevralgico sarà affiancato da giovani del calibro di Tachtsidis, regista arretrato dai piedi buoni, Florenzi, formidabile tuttofare, abile in interdizione e in fase di spinta, settepolmoni micidiale negli inserimenti in avanti, uno dei boom dell'ultima cadetteria, e Pjanic, piedi fatati e rifinitore coi fiocchi. E c'è anche Bradley, gregario illuminato, altro giocatore dal gran fisico e dalla resistenza agli sforzi notevole, l'ideale per Zeman. 
In avanti, attesissimo Destro, attaccante di buona tecnica, dalla prolificità in crescita e dalla personalità sempre più in rilievo. Accanto a lui, una batteria di punte di grande efficacia che spazia da Osvaldo a Lamela, passando per un Totti che, magari anche solo part time, saprà di certo regalare ancora qualche prodezza sotto porta. Insomma, una Roma che, se il gioco zemaniano verrà adeguatamente digerito senza provocare troppi scompensi difensivi, si candida, ebbene sì, come anti Juventus di tutto rispetto.

                                             Poli: rientro alla Samp per stupire

SAMPDORIA - La base era la squadra che aveva centrato affannosamente la promozione, dopo un sesto posto in B e il piazzamento playoff acciuffato anche grazie all'inopinato crollo finale del Padova. Poca cosa, quindi, a parte Romero (portiere comunque non esente da strafalcioni anche in cadetteria), l'ottimo centrale Gastaldello e i centrocampisti di quantità Munari e Obiang. A potenziare il reparto arretrato è arrivato Simon Poulsen, ed è il colpo migliore del mercato blucerchiato, ammirato al'Europeo come difensore di grande applicazione, tempista e puntuale nei recuperi. Meno fiducia ho in De Silvestri, eterna promessa di fascia destra il cui credito è vicino ad esaurirsi, se non compirà finalmente quest'anno il salto di qualità. La perdita di Volta potrebbe farsi sentire.
Nel mezzo, è alfine rimasto Poli ed è grasso che cola, il ragazzo ha grande eclettismo, buona tecnica e intelligenza tattica sufficiente per prendere in mano il gioco e far girare i compagni. Sopravvalutato l'arrivo di Maresca, centrocampista di grande spessore ma che, dopo aver raggiunto il top del rendimento cinque - sei anni fa, sembra aver imboccato la parabola discendente. La velocità e le incursioni di Estigarribia verranno utili, ma il giocatore è al momento un mistero, nella sua prima annata italiana è stato poco impiegato e ha fatto vedere poco o nulla. In avanti, è arrivato Maxi Lopez, che è buon attaccante ma che dalle nostre parti, al di là di una mezza stagione monstre a Catania, non ha mai fatto strage di portieri. Alza comunque il tasso di pericolosità di una prima linea che rischiava di aggrapparsi ai soli Eder e Pozzi, mortiferi in B ma da sempre assai "leggeri" al piano superiore. In definitiva, per i blucerchiati una salvezza tranquilla dovrebbe essere alla portata, ma pensare a qualcosa in più pare al momento eccessivamente ottimistico. 
SIENA - Permanenza da inseguire con enormi affanni, per via della pesante penalizzazione e di una rosa che appare inferiore a quella dell'anno passato. L'indebolimento parte dalla panchina dove, con tutto il rispetto, Cosmi non vale Sannino. Sul campo, gli addii di Brkic, Rossettini e soprattutto Destro si faranno sentire. La porta, fra Pegolo e Campagnolo, non ha al momento un custode valido al cento per cento, ma Paci, Dellafiore, Rubin, Contini e Terzi innervano un reparto che, quantomeno negli scontri diretti, dovrebbe garantire discreta protezione alla squadra. 
Al centro Coppola e Mannini portano tanto fervore, anche se raramente illuminato, Valiani cerca quella costanza di rendimento e quella "decisività" che raramente ha trovato agli alti livelli. Ci si affida soprattutto a D'Agostino, che deve ritrovare gli estri di un tempo, quelli che l'avevano portato in Nazionale e che gli consentivano di diventare autentico uomo squadra, prendendo per mano i compagni e accendendo girandole offensive altamente spettacolari e redditizie. Ci si attende un contributo più cospicuo da Bolzoni, centrocampista pochi fronzoli e tutta sostanza, e  si guarda con speranza a Verre, prodotto del vivaio romanista, piedi fatati e cervello fino. Perplessità anche in avanti: ci si affida ancora alle alterne lune di Bogdani e all'indecifrabile Zé Eduardo, disastroso a Genova la stagione passata ma parso rigenerato nel pre campionato rossoblù. L'unica certezza è Calaiò, ma saprà ripetersi sui livelli dell'anno scorso? In Serie A non sempre è stato un cannoniere inesorabile... 
TORINO - Dopo un avvio di mercato in tono minore, alla fine è venuto fuori un Toro coriaceo, che dovrà lottare per salvarsi ma che ha tutto per centrare l'obiettivo con discreto anticipo. C'è una piccola colonia di ex bandiere baresi (lo è stato anche mister Ventura), formata dal portiere Gillet, ormai una certezza, e dal roccioso centrocampista Gazzi, l'uomo giusto, col suo spirito indomito, per le sfide al calor bianco dei bassifondi. E' arrivato il veterano ex Cagliari Agostini a rimpolpare una difesa che avrà il suo perno nel giovane Ogbonna, sicuro e autoritario anche nei primi approcci con la maglia azzurra, e che potrà contare, fra gli altri, sul polacco Glik, uno dei protagonisti della promozione. 
Nel mezzo, a parte il citato Gazzi, fosforo e ordine in quantità da parte di Brighi, rapidità, fisico e colpi di genio per un Birsa che al Genoa è rimasto un oggetto misterioso, ma che ha le doti per ben figurare nel campionato italiano. E attacco interessentatissimo, con un Cerci che se in giornata di luna buona può mettere a soqquadro qualsiasi difesa, un Bianchi deciso a dimostrare di essere fromboliere di vaglia anche nella massima serie e  un Sansone la cui versatilità tattica sul fronte offensivo allarga ulteriormente il ventaglio di strade che conducono al gol, rendendo l'attacco granata uno dei più interessanti e imprevedibili della categoria. Squadra da tenere d'occhio...

                                          Armero, uno dei big rimasti all'Udinese

UDINESE - Pozzo sta tirando un po' troppo la corda, col suo "modello Udinese". E questa volta ha forse esagerato: via in un colpo Handanovic, Isla, Asamoah, e poi Cuadrado, Floro Flores, Pazienza, Torje, Ferronetti... Tutto nell'anno della seconda qualificazione consecutiva ai preliminari di Champions, un traguardo e un impegno che meritavano ben altra considerazione. Il risultato non poteva che essere quello maturato sul campo, ossia l'eliminazione e il declassamento in Europa League, e non è un buon viatico per la stagione appena iniziata. 
La squadra appare vistosamente indebolita, non sempre Guidolin potrà fare i miracoli, Di Natale non è eterno, e non è detto che ogni anno dal mazzo dei tanti giovani reclutati in giro per il mondo esca fuori il fuoriclasse di turno. Brkic è un portiere di discreto livello ma che ancora non vale Handanovic, e in Coppa ha alternato prodezze autentiche a perniciosi black out. Domizzi e Pasquale, dall'alto della loro esperienza, terranno insieme la difesa coadiuvati da un Benatia in crescita, mentre dovrebbero trovare spazio il giovane Faraoni e Andrea Coda, buon rincalzo. Nel mezzo fondamentali saranno la "legna" di Pinzi, le sgroppate di Armero, l'imprevedibilità di Lazzari, l'applicazione e la continuità nelle due fasi di Basta. L'attacco, come detto, chiederà ancora a Totò di gettare il cuore oltre l'ostacolo rappresentato dall'anagrafe, mentre dovrà ritagliarsi più spazio il jolly Fabbrini, esploso prepotentemente nel finale della stagione passata grazie alla sua classe, all'inventiva e alle ficcanti iniziative offensive. Attesa attorno allo sgusciante Muriel, ma, oggi, non mi  sento di pronosticare un altro torneo d'avanguardia per questa Udinese. (3 - FINE).