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martedì 7 gennaio 2014

DA PEPITO ROSSI A FRANCESCO LODI, STORIE AMARE DI INIZIO 2014

                                          Pepito Rossi: ancora guai fisici per lui

Un anno fa, più o meno di questi tempi, avevo scritto un post per celebrare il ritorno in Italia, grazie al fiuto della Fiorentina, di Giuseppe Rossi. Un acquisto in prospettiva, poiché Pepito era ancora ai box per smaltire gli ultimi, laboriosi postumi dell'ennesimo grave infortunio, ma non era necessario essere profeti per capire che, una volta rimesso a nuovo, lo sgusciante attaccante avrebbe impresso a chiare lettere il proprio marchio sulla nostra Serie A, come si è puntualmente verificato nella stagione in corso. Una stagione che ci ha fatto scoprire un Rossi nuovo, bomber persino più implacabile di quello che eravamo abituati a vedere: fromboliere inesorabile e puntuale, quasi volesse recuperare a suon di gol il troppo tempo perduto in giro per ospedali e infermerie. Oggi, a distanza di mesi, mi ritrovo a dover nuovamente scrivere del golden boy azzurro: è, dovendo far ricorso a un luogo comune fra i più abusati, il classico articolo "che non avrei mai voluto scrivere". 
LA SFORTUNA ESISTE... - Pepito è di nuovo ko, dopo l'intervento scomposto del livornese Rinaudo nel primo match del 2014. Sempre lo stesso ginocchio destro, martoriato già da due gravissimi infortuni. Uno schiaffo a chi si ostina a sostenere che no, fortuna e sfortuna non esistono, che ogni essere umano si crea da solo il proprio destino, bello o brutto che sia. Certo, come no: e torti e favori arbitrali a fine stagione si compensano, e gli asini volano, e via dicendo... Il fatto che non vi sia stata un'altra rottura dei legamenti è consolante soprattutto per le prospettive di carriera del ragazzo, che in caso contrario avrebbe davvero corso il rischio di vedere compromessa la sua futura attività agonistica. Le buone notizie però, a quanto pare, si fermano qui: lo stop sarà lungo, e così la Fiorentina, che in estate aveva messo in piedi un attacco monstre con lo stesso Rossi e con Mario Gomez, ora si ritrova di fatto... spuntata. Difficilmente il talento nato negli States potrà dare ancora un contributo significativo al team di Montella in questa stagione, mentre, ed è la cosa che più mi preme, diventa a rischio anche la partecipazione al Mundial brasiliano, proprio ora che Prandelli sembrava aver trovato la formula giusta per la prima linea, col viola affiancato a Balotelli. 
COME TOTTI O COME PABLITO? - In questi giorni un po' tutti provano a farsi coraggio, e a farlo a Giuseppe, ricordando un episodio in tutto e per tutto simile: il grave infortunio di Totti, in un match contro l'Empoli, pochi mesi prima di Germania 2006. Lippi lo aspettò e lo portò al Mondiale, dove il romanista arrivò al 30 - 40 per cento di forma e diede, in verità, un apporto assai limitato. La speranza è che Rossi in Brasile possa arrivarci al top della condizione o giù di lì, perché è un elemento fondamentale per la nostra Nazionale, più di quanto lo fosse il Pupone per la solida Italia poi trionfatrice a Berlino. E allora, un paragone di miglior auspicio potrebbe essere con l'altro Rossi "storico" del calcio azzurro, il Pablito che nel cuor ci sta: anche se per motivi radicalmente diversi (squalifica di due anni per il discusso coinvolgimento nel calcioscommesse) anche lui si rese disponibile per la squadra di Bearzot solo poche settimane prima del mondiale spagnolo del 1982. Aveva giocato soltanto le ultime tre partite di campionato con la Juventus, era ancora imballato, l'ombra dello spietato attaccante che fu, ma recuperò brillantezza in tempo per entrare nella leggenda del football planetario. Ecco, sarebbe bello che, "da Rossi a Rossi", Pepito seguisse in toto le orme di Pablito. In fondo, mancano quasi sei mesi, non è pochissimo. Ce la puoi fare, Giusé!
LODI, CHE DELUSIONE - Altra storia amara, per quanto radicalmente diversa, quella di Francesco Lodi. Chi segue "Note d'azzurro" sa quanta speranza io riponessi in lui: fin dall'estate scorsa, ho scritto che al Genoa era arrivato un campione autentico, uno che poteva far fare un salto di qualità importantissimo alla squadra e, con Gilardino, alzare l'asticella delle ambizioni del Grifone. L'inizio era stato pure incoraggiante, con quella splendida punizione a siglare il definitivo 3 a 0 nel derby: gol non decisivo, ma di quelli che comunque restano nella memoria collettiva. Ecco, di fatto quello è stato l'ultimo (l'unico?) atto di presenza di Lodi a Genova. Problemi di natura personale, forse sentimentale, si è detto e scritto: vox populi e tam tam fra i tifosi, ossia dicerie che possono anche essere vere ma alle quali mi dà sempre un po' fastidio dar credito, in quanto mai supportate da prove concrete e spessissimo, in altri casi del passato, rivelatesi del tutto prive di fondamento. E comunque non è compito mio, né dei giornalisti né dei tifosi, entrare nella sfera privata di un calciatore. 
APPORTO INCONSISTENTE - Io giudico solo ciò che vedo sul terreno di gioco: per quattro mesi, Lodi, colui che doveva prendere in mano le redini del gioco genoano, non si è di fatto mai visto. Per nulla incisivo in campo, e poi spesso relegato in panchina o in tribuna. Con Gasperini, il suo apporto era diventato del tutto ininfluente, il suo ritorno a Catania subito in avvio di calciomercato è parso quasi una liberazione sia per lui, sia per il Genoa. Attenzione però:  non siamo di fronte a uno dei tanti casi di giocatori validissimi che sotto la Lanterna, sponda rossoblù, non hanno reso anche per cause ambientali e per disagi tattici (da Veloso a Rafinha, da Toni al primo Gilardino, per citare esempi recentissimi,).
Nel caso di Lodi, mi sento di poter dire che la colpa sia stata solo sua, perché nel Genoa di quest'anno, più equilibrato  e meglio costruito rispetto al recente passato, le condizioni per un proficuo inserimento vi erano tutte, e perché altrimenti non si spiega la duplice metamorfosi: da potenziale Nazionale in quel di Catania a modesto mestierante a Genova, e di nuovo calciatore vero poche ore dopo il suo ritorno in terra etnea: ieri contro il Bologna, gara volitiva, assist gol per Bergessio e 2 a 0 siglato in prima persona su rigore. In pratica, in novanta minuti ha fatto più di quanto mostrato in quattro mesi in Liguria. E, dopo la rete, solito florilegio di baci a tatuaggi e canotte assortite, come se nulla fosse successo. Insomma, una delusione sotto tutti i punti di vista. Per essere campioni veri il talento non basta: ci vuole anche il carattere, la capacità di superare gli impacci psicologici e le difficoltà di ambientamento. Senza contare che, ormai, neppure i brasiliani soffrono più di saudade, i tempi di Eloi sono lontanissimi, per fortuna. Addio, senza rimpianti, da un ex estimatore. 

mercoledì 10 luglio 2013

SETTE ANNI FA IN CIMA AL MONDO: RICORDIAMO IL TRIONFO AZZURRO DEL 2006


Sono già passati sette anni, questa è la vera notizia. Il 9 luglio del 2006, l'Italia del calcio tornava sul tetto del mondo, battendo la Francia ai rigori nella finale di Berlino. Mai come in questo caso è giusto dire: "Sembra ieri". Piccola digressione personale: estate 1989, erano trascorsi proprio sette anni dal nostro precedente trionfo iridato, quello del 1982, eppure a me, quindicenne che già attendeva con ansia il rito del Mondiale italiano di dodici mesi dopo, pareva un'eternità, un passato lontanissimo, quasi... preistoria. Sarà stato perché, e lo avevo già raccontato qui sul blog in occasione del trentennale dell'epopea azzurra in Spagna, ai tempi del successo della "banda Bearzot" ero ancora piccolo, avevo altri interessi, e al calcio non ci pensavo se non in minima parte. 
FREDDEZZA RIEVOCATIVA - L'impresa in terra tedesca mi appartiene invece in toto: l'ho vissuta con piena consapevolezza, minuto per minuto, da grandissimo appassionato di pallone e tifoso della Nazionale. Gli eroi di Berlino sono gli eroi azzurri della mia generazione, quella nata negli anni Settanta e che nel 1982 era ancora troppo imberbe per potersi godere appieno le gesta di Pablito Rossi e compagni. Per questo trovo un po' fastidioso il fatto che il quarto titolo mondiale del calcio italiano non sia stato ancora adeguatamente mitizzato, come invece accadde in tempi record per la "terza stella". Non credo che la causa sia la differenza fra le strade percorse nei due casi per giungere alla conquista della Coppa più bella: perché, è lapalissiano e del resto la storia lo dimostra, non sempre, anzi quasi mai, si può vincere un Mondiale battendo i due colossi del calcio sudamericano (Argentina e Brasile) e la massima potenza europea (Germania Ovest), e cionondimeno, ne parlerò fra breve, non è che il cammino verso il titolo della compagine di Lippi sia stato disseminato di petali di rose. 
IL CALCIOSCOMMESSE PRIMA DI CALCIOPOLI - Altri, per motivare la freddezza che in questi anni ha accompagnato le scarse rievocazioni dell'impresa del 2006, sostengono che il contesto in cui maturò fu quello di un football già inquinato dagli aspetti più deteriori della contemporaneità: si era in piena Calciopoli, questo è indubitabile, ma forse in molti dimenticano che il successo del 1982 giunse due anni dopo il  più grave scandalo (a quel momento) della storia del nostro movimento calcistico, quello delle scommesse clandestine e delle partite truccate che portò alla retrocessione in B di club di primissimo piano come Milan e Lazio, e a prolungate squalifiche per campioni assoluti come Albertosi, Savoldi, Giordano e soprattutto Paolo Rossi, sì, proprio quel Pablito che ritornò in campo, dopo aver scontato la "pena", proprio alla vigilia dei Mondiali spagnoli e che, dopo un breve ma sofferto rodaggio a suon di prestazioni modestissime, esplose e trascinò a suon di gol la squadra verso l'apoteosi del Bernabeu. Questo per dire che non è che nell'82 si vivesse in un calcio pulito ed esemplare: ogni epoca ha i suoi scheletri nell'armadio. 
IL CLUB ITALIA NON UNISCE PIU' - Forse alla base c'è dell'altro: in questi anni Duemila, rispetto agli Ottanta, campanilismo e divisioni fra tifoserie si sono radicalizzate, fino ad attingere vette di odio, livore e acredine che hanno depotenziato il valore della Nazionale come elemento di unità, come totem capace di far superare le rivalità locali, al punto che al giorno d'oggi, girando per il web, non è difficile incontrare tifosi che dicono di non avere alcun interesse per il Club Italia e, addirittura, di tifare contro gli azzurri. Roba che nel 1982 sarebbe stata inimmaginabile.
Un peccato (e un assurdo), ma resto convinto che, presto o tardi, si arriverà alla adeguata valorizzazione della vittoria di sette anni fa. Vittoria importantissima perché spezzò un digiuno di ventiquattro anni, inaccettabile per un calcio di grandissime tradizioni come il nostro. Vittoria analoga a quella spagnola perché prese forma in un clima di accerchiamento mediatico per via delle citate vicende giudiziarie, e che portò il Club Italia a fare blocco e a cementarsi graniticamente, all'insegna di quel "noi azzurri contro tutti" che, i precedenti lo insegnano, è sempre stato foriero di ottimi risultati agonistici. In più, l'ulteriore stimolo (del quale quei ragazzi avrebbero fatto volentieri a meno) rappresentato dal voler lottare per un ex compagno di squadra che, in Italia, stava vivendo un autentico e straziante dramma umano, e che per lunghi giorni rimase in bilico tra la vita e la morte: Gianluca Pessotto.
IL PERCORSO VERSO LA GLORIA - Sul piano più squisitamente calcistico, chi, ancora oggi, sostiene che quella vittoria fu immeritata e fortunata, ottenuta praticando un calcio brutto e povero, semplicemente mente sapendo di mentire. Perché è vero che il football è la più opinabile fra le materie di discussione, ma a tutto c'è un limite. L'Italia di Lippi giunse fra le prime quattro giocando tre buonissimi match contro Ghana, Repubblica Ceca e Ucraina. Deluse contro gli Stati Uniti alla seconda uscita (pareggiata comunque solo a causa di un autogol di Zaccardo), mentre l'ottavo contro l'Australia merita una trattazione a parte: c'è chi ancora oggi straparla di lezione di gioco impartita da Hiddink ai nostri, in realtà con un minimo di precisione in più sotto porta da parte di Toni e Gilardino si poteva andare all'intervallo con un rassicurante 2 a 0... Nella ripresa l'espulsione (esagerata) di Materazzi ci complicò le cose, ma i rischi furono limitati e i pochi pericoli impeccabilmente sventati da Buffon. Pur in una situazione di difficoltà per via dell'inferiorità numerica, nel finale fu ancora l'Italia a sprecare malamente un'occasionissima con Iaquinta, prima che l'affondo di Grosso venisse premiato con un generoso rigore trasformato da Totti a fil di sirena.

                                Fabio Grosso, inatteso protagonista del trionfo del 2006

CAPOLAVORO COI TEDESCHI, SOFFERENZA CON LA FRANCIA - Il capolavoro fu compiuto in semifinale, a Dortmund, nella tana della giovane e rampante Germania di Klinsmann, che pareva predestinata all'atto conclusivo. Con una prova eccezionale sul piano agonistico e pressoché perfetta su quello tattico, con personalità da compagine di autentica caratura internazionale, i nostri prima arginarono con efficacia le sfuriate teutoniche e poi esplosero nei supplementari, sfiorando ripetutamente il gol e trovando infine l'uno - due da leggenda giusto in chiusura, con le perle di Grosso e Del Piero. Un match che resterà nel libro d'oro del calcio azzurro, più della finale coi francesi.
Come andarono le cose, all'Olympiastadion berlinese? Un buonissimo primo tempo dei nostri, che reagirono brillantemente al fulmineo vantaggio siglato da Zidane su penalty e, dopo il pari di Materazzi, ebbero ancora qualche buona opportunità di passare; secondo tempo e primo supplementare in sofferenza contro avversari fisicamente più brillanti, poi gara di nuovo in equilibrio fino ai rigori, la consueta lotteria che altre volte ci aveva detto male e che invece quella volta girò dalla nostra parte, con una serie di trasformazioni impeccabili (l'ultima quella di Grosso, inatteso eroe della spedizione in terra tedesca) che fecero giustizia di un lungo digiuno e di tante occasioni ingiustamente mancate in diversi Mondiali ed Europei precedenti, l'ultima sei anni prima in Olanda proprio contro i francesi, che ci strapparono il sogno continentale all'ultimo secondo di recupero del secondo tempo, dopo essere stati per larghi tratti dominati. 
Tornando alla difficoltà della strada compiuta per giungere al titolo, per l'Italia di Lippi senz'altro più facile la fase intermedia rispetto a quella della banda Bearzot dell'82 (Australia  e Ucraina da una parte, Argentina e Brasile dall'altra...), più difficile invece il girone iniziale: il Ghana era, con la Costa d'Avorio di Drogba, la miglior rappresentante del vivace calcio africano, e non a caso superò il turno; Gli Usa erano reduci da un eccellente Mondiale 2002, la Repubblica Ceca era all'epoca una delle più valide espressioni del calcio del Vecchio Continente, e due anni prima avrebbe potuto vincere Euro 2004 se non si fosse imbattuta nell'incredibile Grecia.
ALLENATORI IN FASCE - E' di pochi giorni fa la notizia che alcuni degli eroi di Germania 2006 hanno superato il corso di Coverciano per il patentino da allenatori di Prima Categoria: due di loro, Zambrotta e Grosso, addirittura con lode. Il fatto offre però un altro spunto di riflessione: questi campioni stanno passando dal campo alla panchina quasi in silenzio, come anche Perrotta, pedina tatticamente fondamentale di quell'Italia, che ha annunciato con discrezione a fine giugno il suo ritiro dalle scene. Ben altri tributi vennero riservati ai protagonisti dell'impresa spagnola: ricordo l'Olimpico di Roma gremito all'inverosimile per la partita d'addio di Bruno Conti, ricordo giornali e tv che sguinzagliarono i loro inviati per seguire le ultime gesta agonistiche in terra svizzera di Tardelli e Antognoni... 
I PROTAGONISTI - Un peccato, ripeto, ma comunque nulla che possa scalfire il valore storico e calcistico di quel successo di sette anni fa, ottenuto magari senza eccezionali luminarie di gioco, ma con una compagine solida ed equilibrata, che subì solo due reti (un autogol e un rigore) e ne realizzò dodici, mandando a segno ben dieci (!) elementi diversi, una autentica cooperativa del gol che farebbe la gioia di qualsiasi allenatore. Un successo che consegnò Buffon alla leggenda come uno dei più grandi portieri di tutti i tempi, che esaltò la rocciosità difensiva di Cannavaro e Materazzi, la continuità e i piedi buoni di Zambrotta, la grinta, i polmoni (ma anche il senso tattico, ebbene sì) di Gattuso, il genio calcistico lampeggiante di Pirlo e la verve e il coraggio di Fabio Grosso, il simbolo più autentico e genuino di quell'impresa: il suo sinistro vincente che trafisse la Germania rimane una delle emozioni calcistiche più intense che abbia mai provato, e non finirò mai di ringraziarlo per questo.

sabato 1 dicembre 2012

SCOLARI CT DEL BRASILE E LE FERITE MAI RIMARGINATE DI ZICO: AH, QUEL MUNDIAL '82...

                                           Scolari: di nuovo alla guida del Brasile

Il giorno dopo la sparata di Zico sulla celeberrima Italia - Brasile del Mundial '82 ("Quella nostra sconfitta non fu positiva per il calcio, da allora cominciammo a mettere le basi per un football nel quale bisogna conseguire il risultato ad ogni costo, fondato sulla distruzione del gioco avversario e sul fallo sistematico"), è stata ufficializzata la nomina di Felipe Scolari a Commissario Tecnico della Seleçao. Racchiusi nel breve volgere di poche ore, due eventi che sono la sintesi delle meravigliose contraddizioni dell'inquieto futébol verdeoro. 
E già: il Galinho non aveva ancora finito di urlare ai media mondiali l'ennesimo atto di dolore per quella ormai lontana batosta, una ferita destinata a rimanere eternamente aperta per tutta la torcida brasileira e per chi, come lui, il tonfo lo visse sul campo da protagonista, che la Federcalcio del suo Paese, sia pure indirettamente, lo sconfessava "moralmente", affidando la guida della Nazionale più vincente di sempre a un uomo, l'esperto Felipao appunto, che in buona sostanza rappresenta l'antitesi alla filosofia calcistica del grande Arthur Antunes de Coimbra. Una filosofia che, probabilmente, è  ancora quella più diffusa in larghissima parte degli appassionati di pallone cariocas e paulistas: romantica, certo, ispirata al "bello" che il calcio può produrre nelle sue più alte espressioni tecniche: attacco a tutto spiano, giocate di alta scuola, cercare sempre di segnare un gol in più degli altri. Tutto meravigliosamente affascinante, ma è una visione del football che la storia stessa di questo sport si è incaricata di bollare come parziale, incompleta e quasi sempre infruttuosa. Diremmo anzi la storia stessa del calcio brasiliano, e in parte proprio tramite le gesta di Scolari.
SCOLARI E IL BRASILE 2002 - Luiz Felipe aveva già guidato la Seleçao ai Mondiali 2002, e come finì quella volta lo ricordano tutti gli appassionati: con la Coppa alzata al cielo di Yokohama. Il trainer di origini italiane (ahi, altra pugnalata per Zico...) allestì una formazione equilibrata, compatta, che badava al sodo ma non per questo anti - spettacolare. Bloccata su una difesa rocciosa (il sorprendente portiere Marcos, il trio centrale Lucio - Roque Junior - Edmilson) e su una solida diga di centrocampo (Kleberson - Gilberto Silva, abili a interdire ma anche in appoggio), si avvantaggiava della formidabile spinta dei due terzini d'attacco Cafu - Roberto Carlos, che davano il meglio in proiezione ma che sapevano anche coprire con sufficiente proprietà, mentre dalla trequarti in su producevano magie tre fulgidi esempi della miglior scuola sudamericana: Rivaldo, all'apice del rendimento, Ronaldinho, che di lì a poco avrebbe vissuto una breve ma intensissima stagione da numero uno mondiale, grazie alle gesta nel Barcellona, e un Ronaldo che, dopo i tanti infortuni, non aveva più le movenze e le intuizioni da Fenomeno del primo anno interista, ma aveva conservato e accentuato il suo fiuto da mortifero goleador. Oltre a conquistare il titolo, quella squadra chiuse il torneo vincendo tutti gli incontri senza mai dover ricorrere ai supplementari, con il miglior attacco (18 gol, mica pochi), la seconda miglior difesa (4 reti subite)  e il capocannoniere della manifestazione (Ronie, 8 gol).
Ecco, era, quel Brasile 2002 costruito da Scolari, una compagine "europea" nella concezione più classica e positiva dell'espressione, ossia costruita per vincere senza eccedere in fronzoli e orpelli inutili. Ma era, anche, una formazione che non rinunciava al gusto del bel calcio, che sapeva offrire scampoli di gioco di buonissima fattura. Un esempio di intelligenza e realismo magari indigesto a Zico e ai puristi del futebol brasileiro, ma di sicuro il miglior modo di concepire il calcio. Perché nel calcio bisogna sì far sognare, stuzzicare l'immaginazione del tifoso, ma occorre anche portare a casa la pagnotta.

                                            Zico ai tempi d'oro del Mundial '82

SCELTA LOGICA - Tutto questo forse spiega la scelta della Federazione verdeoro: il Brasile ha già perso un Mondiale in casa, nel lontano 1950, e non può permettersi di fallire anche il secondo, fra un anno e mezzo. Ecco perché si è optato per l'uomo che, più di altri, ha saputo realizzare la sintesi perfetta fra le due concezioni del calcio: spettacolo e concretezza. Le vie di mezzo, nella vita, rappresentano spesso le soluzioni migliori, e quella di Scolari di dieci anni fa costituì la via di mezzo ideale fra la Nazionale bella e perdente del 1982 e quella trionfatrice ma sostanzialmente brutta del 1994, targata Caros Alberto Parreira. Una via di mezzo vincente, magari non in grado di rubare gli occhi con prodezze fiammeggianti, ma di certo non sgradevole. Che poi Scolari riesca a ripetere tutto ciò nel Mondiale casalingo è ovviamente da dimostrare, ci mancherebbe, ma intanto la sua nomina ci appare, realisticamente, come la più ovvia in vista di un appuntamento da affrontare col massimo pragmatismo, senza inseguire ideali di gioco che hanno avuto rarissimi riscontri nella storia.
ZICO HA TORTO - Ecco perché il grande Zico ha sostanzialmente torto. Forse quella sfida del Sarrià fu unica anche nel senso che, rigiocandola altre dieci volte, il Brasile avrebbe sempre battuto l'Italia, ma non c'è la controprova, è come parlare del sesso degli angeli. Se avesse vinto la selezione di Tele Santana tutto sarebbe stato diverso, e il calcio avrebbe vissuto momenti più allegri, dice il Galinho... Può essere, ma non ci scommetteremmo. Senza scomodare l'esempio delle squadre di Zeman, il calcio non è solo spensierato offensivismo, il calcio, per essere vincente, o quantomeno per ambire ad essere tale, deve inseguire l'equilibrio, la completezza, mirare all'ottimizzazione del rendimento di tutti i reparti. Molto modestamente, e lo diciamo in tono sommesso, fu ciò che riuscì a fare Bearzot con la sua Italia '82.
MA QUALE DIFENSIVISMO ITALIANO... - Zico è prigioniero di un luogo comune che proprio quella Nazionale azzurra, anche (e forse di più) nella sua versione precedente datata Argentina '78, smentì categoricamente: il calcio italiano come espressione solamente speculativa e difensivista. Forse lo fu in certi periodi del passato, ma dai tempi della Coppa del mondo in Spagna il nostro football non è quasi mai più stato così: e quell'estate di trent'anni fa l'Italia non fece barricate e catenaccio, anzi. Zico dovrebbe ricordarselo bene, perché fu battuto da una squadra che accettò il confronto a viso aperto con la sua grande e incompiuta Seleçao, che non si rintanò ma fece gioco senza timori reverenziali, creò occasioni e le concretizzò. Proprio come il Brasile, certo, ma in più ci mise praticità e un atteggiamento più saggio, un'attenzione difensiva maniacale che però non andò a discapito della qualità propositiva della manovra.
Che, a distanza di tanto tempo, Zico e molti brasiliani non abbiano ancora capito il senso e lo spirito di quella sconfitta, meritata e non casuale, potrebbe suonare come un grave campanello d'allarme per il calcio brasiliano tutto. Per fortuna di quel popolo così innamorato del pallone, Scolari e altri prima di lui la lezione l'hanno invece capita e mandata a memoria. Perché dopo il 1982, il calcio è sopravvissuto, e la Seleçao si è sbloccata dopo un lungo digiuno, e ha preso a vincere Mondiali, Coppe America e Confederations Cup, senza che i grandi fuoriclasse auriverdes smettessero di far sognare la torcida e gli appassionati di tutto il mondo; perché dopo Zico, Eder e Socrates sono arrivati i Bebeto e i Romario, i Ronaldo e i Ronaldinho. Belli anche loro come gli illustri predecessori, ma pure vincenti.