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lunedì 1 luglio 2013

CONFEDERATIONS CUP: AZZURRI, I PIU' E I MENO. LE COSE DA FARE DI QUI AI MONDIALI


                                               De Sciglio: promosso a pieni voti

Il bilancio azzurro della Confederations Cup tende decisamente più al chiaro che allo scuro. Eppure, Prandelli e i suoi ragazzi tornano a casa con una valigia zeppa di contraddizioni: perché se il terzo posto conclusivo può essere considerato il premio ideale, né troppo generoso né troppo avaro, alla luce dell'altalenante rendimento mostrato nelle cinque gare, è comunque un bronzo che lascia spazio a più di un rimpianto, guardando alle ultime tre uscite. Già, perché i nostri, le poche volte che si sono potuti avvalere di una discreta brillantezza atletica, hanno mostrato di essere molto vicini alle massime espressioni del football mondiale: l'ultima mezz'ora col Brasile giocata in lucido forcing e con piglio sbarazzino, la Spagna euromondiale presa a pallonate (mi si perdoni il gergo da bar sport...) per un tempo e poi controllata comunque agevolmente, prima del crollo fisico nei supplementari, e dulcis in fundo la prima frazione della finalina con l'Uruguay, giocata in maniera tatticamente impeccabile e con buona fluidità offensiva, tanto che un 2 a 0 all'intervallo ( si pensi alle occasioni mancate da Candreva ed El Shaarawy) non sarebbe stato bugiardo...
PREPARAZIONE DA RIVEDERE - Qui iniziano le dolenti note. Perché le eccellenti fasi di gioco prima descritte sono state quasi del tutto vanificate da troppo esigue riserve di energie. Ecco dunque l'interrogativo: dove saremmo potuti arrivare, con il serbatoio della benzina pieno? Sia la Spagna sia l'Uruguay si sono potute "riappropriare" di partite da cui l'Italia le aveva perentoriamente cacciate fuori solamente grazie al nostro calo nella seconda parte degli incontri. Il fatto che l'esito conclusivo sia stato diametralmente opposto nei due casi rientra nella...  logica illogica dei rigori di spareggio, che, lo ripeto, per me rimangono una colossale lotteria.
Il problema non è di poco conto: l'impressione è che la preparazione atletica azzurra di questa Confederations non sia stata condotta in maniera impeccabile, perché, parliamoci chiaro, il caldo torrido, l'umidità e la stagione fitta di impegni sono handicap che hanno accompagnato tutte le rappresentative più prestigiose in lizza, parse tutte enormemente più pimpanti della nostra, la quale, parole del cittì, ieri pomeriggio a partita inoltrata avrebbe avuto necessità di sette - otto cambi: inaccettabile. Qualcosa non ha funzionato, dunque, e guai se la cosa si ripetesse fra dodici mesi. 
MANCA SEMPRE IL KILLER INSTINCT - Al di là di questo, anche nei periodi di maggiore brillantezza fisica ha fatto capolino un limite congenito della Nazionale di Prandelli, già emerso troppe volte in passato: la mancanza di killer instinct, l'incapacità di chiudere il conto nel momento in cui si è in vantaggio (Messico, Uruguay), o di trarre almeno una rete dell'enorme mole di lavoro offensivo costruita (Spagna). Senza cattiveria, senza praticità, non si può essere considerati una grande squadra, e questa Azzurra ancora non lo è. Per diventarlo, deve dunque abbattere quest'ultima barriera, e deve anche, come avevo anticipato nei giorni scorsi, rinfrescare un po' i suoi ranghi.
Per quanto le indicazioni del torneo brasiliano debbano essere prese col beneficio d'inventario sul piano della valutazione dei singoli, stante lo stato atletico deficitario di molti, ci sono però delle posizioni da analizzare con attenzione: Maggio e Chiellini, ad esempio, hanno chiuso in vistoso crescendo, ma in precedenza si sono mostrati spesso impacciati, approssimativi in giocate anche semplici, e tale discontinuità di rendimento, sinonimo di inaffidabilità sulla lunga distanza, non è propriamente il massimo su cui puntare per un torneo articolato e complesso come il Mondiale. Aquilani, che pure ieri è parso dignitoso in un contesto, quello italiano della parte conclusiva della finalina, assolutamente dimesso, continua ad essere troppo timido nell'approccio, un "né carne né pesce" tattico e tecnico, un uomo che non sposta equilibri e non aggiunge alcun quid, così come, davanti, un Giovinco sempre velleitario, sempre avulso dal gioco. Anche Montolivo ha raramente brillato, limitandosi a un lavoro di quantità con pochi spunti in fase creativa, ma per lui il discorso è diverso: la lunga e positiva militanza azzurra e la buonissima annata rossonera depongono a suo favore, però guai ad abbassare la guardia... 
LARGO AGLI UNDER - Ma occhio anche alle indicazioni positive: perché ad esempio Giaccherini e Candreva, visti a tratti letteralmente straripanti, dovrebbero avere un posto garantito fra i 23 per Brasile 2014, ma sono giocatori che, essendo giunti solo di recente ai vertici del rendimento, dovranno fornire importanti conferme nel corso della prossima stagione. Discorso diverso per gente come Barzagli, De Rossi (straordinario uomo ovunque anche ieri, prima che le energie gli mancassero definitivamente) o Pirlo, che da dimostrare hanno ben poco e che fra un anno, a meno di imprevisti, saranno nel gruppo, ma hanno bisogno di alternative già pronte, anche per il logorio dovuto all'età non più verdissima. Per questo, continuo a pensare che almeno quattro o cinque degli Under di Mangia avrebbero dovuto essere in Sudamerica, e non in Israele, ma l'ingresso stabile in rosa di Verratti, Florenzi, Insigne, Borini, e, perché no, Donati, non è più rinviabile, così come saranno da tenere d'occhio alternative quali Ranocchia, Ogbonna, Poli, Bonaventura e Sau. Insomma, ampliare la rosa dei "titolari possibili" per evitare di cadere in certi pericolosi equivoci del passato, come quando, alla vigilia dei mondiali '74, si riteneva di avere un'Italia altamente competitiva, sulla scorta di alcuni illusori risultati conquistati nel 1973, mentre il declino degli eroi di Messico '70 era già in corso e non si provvide a rinfrescare drasticamente il telaio della formazione. 
BUFFON, EL SHAARAWY E... - Eccessiva la tempesta scatenatasi su Buffon, non impeccabile in alcuni interventi ma spesso decisivo nella stagione azzurra, per tacere dei tre penalty neutralizzati ieri. Però perché non dare spazio a Sirigu nemmeno nella finale per il terzo posto? Quando potranno fare minutaggio internazionale i successori designati di Gigi? De Sciglio ha confermato, al di là del rigore fallito che non fa testo, di avere acquisito personalità da veterano: difende con profitto e spinge con continuità, un pizzico di precisione in più sui cross e sarà quasi perfetto, fermo restando che col rientro di Criscito potrebbe essere dirottato a destra e formare una coppia di esterni bassi di assoluto valore.
Infine, El Shaarawy: inutile farsi domande su quale sia il suo effettivo problema, solo chi è all'interno degli staff di Milan e Nazionale può saperlo, le cose che si leggono in giro per il web sono solo squallide illazioni di gente che deve avere una vita ben triste.... Difficoltà di maturazione? Può succedere (come per Santon qualche anno fa, prima lanciatissimo e poi rientrato nei ranghi, salvo riemergere solo di recente), ma allora bisognerà lavorare di cesello soprattutto sul piano psicologico, perché il savonese è un talento dalle enormi potenzialità e va salvaguardato a qualsiasi costo. Contro l'Uruguay, ha mostrato inspiegabili deficit di concentrazione che gli hanno fatto sbagliare giocate elementari, ma anche qualche confortante ritorno di fiamma offensivo, con due occasionissime mancate di poco e l'ultimo rigore trasformato con freddezza. 

sabato 8 giugno 2013

A PRAGA L'ITALIA PIU' BRUTTA. NON FUNZIONA QUASI NULLA, MONDIALE ANCORA DA CONQUISTARE

                                       Buffon: intramontabile. Se non c'era lui... 

Raramente, in passato, avevo visto la Nazionale azzurra approcciarsi a un impegno importante con la spavalderia e la sicumera verbali mostrate nei giorni scorsi. Prandelli voleva i tre punti a Praga per mettere in fresco la qualificazione ai Mondiali, e voleva una squadra che stazionasse nella metà campo avversaria, tenendo costantemente in mano il pallino del gioco. Ma nello sport la spavalderia gratuita e il parlarsi addosso non portano risultati concreti, e francamente mi aveva anche un po' stupito questa scarsa considerazione per una Repubblica Ceca che sarà pure attardata nella classifica del girone, che non sarà una banda di fenomeni del pallone, che starà vivendo un momento di declino dopo un decennio di cospicue soddisfazioni, ma rimane una onesta e discreta squadra di medio livello europeo, come ha mostrato lo scorso anno alla kermesse continentale e come ha confermato nella sfortunata prova di ieri sera. 
PARTITA - DISASTRO - Parole, parole, parole. Forse un espediente per mascherare i deficit psicofisici che il cittì non poteva non aver visto nel suo gruppo, e per caricare mentalmente giocatori che erano scarichi più di quanto egli potesse prevedere. Ma sono giochetti che non portano lontano, quando manca la sostanza  agonistica. Così, nella Mitteleuropa, l'Italia ha regalato la prova più avvilente dell'intera era Prandelli, se si escludono le prime timide gare del dopo Sudafrica 2010. Dire che cosa abbia funzionato è arduo. Volendo essere cinici, solo due cose: un Buffon al solito monumentale (come già scritto ripetutamente su questo blog: che Iddio lo conservi ancora a lungo in condizioni di piena efficienza), e quel fattore C che, ogni tanto, non guasta mai. I cechi, questi sottostimatissimi cechi, si sono visti tre conclusioni a colpo sicuro ribattute dall'immarcescibile Gigi, hanno colpito un palo, reclamato un rigore e mancato altre due occasioni di pochi centimetri. Meritavano la vittoria, senza se e senza ma, anche perché, dall'altra parte, l'Italia ha fatto poco o nulla per giustificare la conquista di questo 0 a 0 che è, davvero, tutto grasso che cola: in difficoltà in tutti i reparti, presa spesso di infilata in difesa, macchinosa a centrocampo, evanescente in prima linea. Lentezza di pensiero e di esecuzione in ogni fase del gioco, errori nella misura dei passaggi che sarebbero stati inaccettabili anche per una nostra compagine di bassa Serie B. 
MARCHISIO E PIRLO, CHI LI HA VISTI? - Una squadra in evidentissimo disagio atletico e che ha via via smarrito anche la bussola tattica, senza che, peraltro, dalla panchina giungessero correttivi apprezzabili in tal senso. Chiaro che il calendario di questo giugno, insolitamente pieno per essere il giugno di un anno dispari, un anno di attesa del "big event" dell'anno prossimo, non ha aiutato lo staff della Nazionale, in particolare con questo fondamentale impegno sulla strada di Brasile 2014 posto a ridosso della Confederations. Personalmente, non ho dedicato nemmeno una riga alla amichevole esibizione della settimana scorsa con San Marino, trattandosi di gara di palese inattendibilità tecnica per via della assoluta inconsistenza dell'avversario, però forse una qualche indicazione da essa poteva essere tratta, perlomeno in rapporto alla salute di alcuni giocatori che avrebbero meritato una chance a Praga. 
Ma in seno alla Nazionale vale sempre, da decenni, la sacralità del gruppo titolare: quando si fa sul serio, quando ci si gioca qualcosa di concreto, guai a cambiare la formazione tipo cristallizzatasi nel tempo, e pazienza se alcuni di questi intoccabili sono passati di cottura. Quanto questo atteggiamento sia produttivo, lo abbiamo purtroppo constatato  in occasione della finale europea persa con la Spagna; e ieri sera, solo io ho visto Marchisio camminare per il campo senza costrutto e Pirlo giochicchiare  a ritmi da ex? Nel poco tempo in cui è stato in campo, Aquilani ha perlomeno mostrato un pizzico di brio in più degli altri, mentre forse gli indemoniati Cerci e Diamanti degli ultimi tempi sarebbero serviti a tenere un po' più sul chi va là il team di Bilek che invece, non avendo nulla di cui preoccuparsi nelle retrovie, si è potuto distendere a discrezione, soprattutto avvalendosi delle sgroppate di un Jiracek che si è confermato imprendibile movimentatore del gioco d'attacco, nella stessa versione ammirata a Euro 2012. 

                         Jiracek (il 19, qui con Limbersky agli ultimi Europei): migliore in campo

BARZAGLI SU, CHIELLINI GIU' - Parlare di gioco, per l'Italia, sarebbe eccessivo. Gioco non se ne è visto, solo improvvisazione, sofferenza continua e qualche prova personale un po' più... saporita di altre: detto di Buffon, Barzagli ha confermato di essere ormai un califfo imprescindibile per la nostra retroguardia, tempista e inappuntabile nelle chiusure e nel tappare le tante falle in area, mentre Bonucci ha tentato costantemente di dare respiro alla manovra cercando di farla ripartire, ma ha pagato questa sua generosità con qualche affanno e ritardo di troppo in copertura. Chiellini, infine, ha mostrato ciò che già si sapeva: a sinistra non ha più l'efficacia degli esordi, ha spinto con scarsa convinzione e in maniera del tutto prevedibile, è un centrale e tale deve rimanere. 
NON SPARATE SU MARIO. E NEMMENO SUL FARAONE... - Al centro il solo Montolivo, a sprazzi, ha cercato di accendere la luce, mentre in avanti Balotelli ha avuto un assaggio di ciò che lo aspetterà in Confederations e al Mondiale, se ci arriveremo: il controllo nei suoi confronti diverrà sempre più asfissiante, e da tale controllo sarà difficile affrancarsi se non si troverà in condizione ottimale sia sul piano fisico sia su quello mentale. Il Mario di ieri, come del resto tutti i compagni, era in difficoltà su entrambi i versanti: come spiegare altrimenti l'atto di egoismo sul finale del primo tempo, quando si è intestardito in un gratuito dribbling evitando di servire il liberissimo Montolivo a centro area? 
Sorvolerei invece sui due gialli che gli son costati l'espulsione, entrambi decisamente eccessivi, ma che fotografano comunque un certo nervosismo del ragazzo, direi peraltro comprensibile per un fuoriclasse che  sente di non essere al massimo e di non riuscire a fare la partita che desiderava. Insomma, per il... tiro al Balo direi di ripassare, la sua uscita di scena non è stata sicuramente una di quelle sue alzate di ingegno che l'hanno reso tristemente famoso. E non è nemmeno il caso di insistere troppo nel sottolineare il momento delicato di El Shaarawy, il primo ad essere bocciato dalla panchina in una serata in cui, francamente, tutta la squadra avrebbe dovuto essere rivoltata come un calzino nell'intervallo. Ma il Faraone ha regalato l'unico spunto in velocità del nostro attacco in tutto il primo tempo, con una incursione sul versante sinistro dell'area chiusa con un cross al centro non sfruttato da nessuno; nella ripresa, si è preferito dare spazio a Giovinco, con esiti che, nonostante l'impegno e l'intraprendenza,  non era difficile prevedere, sia per la nota "efficacia" dello scricciolo juventino a livello internazionale, sia per il suo disagio nel confrontarsi con difese un tantino muscolari. Per lui, un bell'assolo con cross sbagliato e nulla più.
INIZIO GIUGNO? SI SOFFRE SPESSO... - Rimane il punticino, gran cosa. Rimarrà nel gruppo azzurro, si spera, l'imbarazzo per lo spettacolo offerto, indegno di una squadra vicecampione d'Europa con la non nascosta ambizione di crescere ulteriormente nelle gerarchie del calcio mondiale. Rimarrà anche, è l'auspicio, l'insegnamento che è inutile straparlare alla vigilia di gloriose conquiste e di ferrea volontà di vittoria se non esistono i presupposti per esercitare una tale, assoluta, sicurezza nei propri mezzi: l'umiltà è la via migliore per andare lontano, nello sport come nella vita. 
Rimane anche la considerazione che, comunque, nel giudicare con severità eccessiva prove così avvilenti occorre andare coi piedi di piombo, perché la storia, recente e meno recente, insegna che questo è il periodo dell'anno meno indicato per epiche imprese dell'italica Nazionale di football: dodici mesi fa la disfatta con la Russia fu il preludio a un ottimo Europeo, nel 2005 il team di Lippi faticò terribilmente in Norvegia, cogliendo un pari in bianco per molti versi simile a questo (forse un po' meno stentato), e, allora come oggi, mancava un anno al Mondiale e lo sconforto dilagava; lo stesso dicasi per l'azzurra di Bearzot che, nel giugno 1981, andò incontro a una secca sconfitta senza attenuanti in Danimarca, dodici mesi prima che Zoff alzasse la Coppa del Mondo al cielo di Madrid. 
OCCHIO ALLE ALTERNATIVE - Insomma, se tanto mi dà tanto, ci attende quantomeno una Confederations Cup di primo piano... Possibile, ma occhio: certi segnali di allarme non vanno sottovalutati, così come non va sottovalutato il non indifferente potenziale tecnico che staziona dietro gli "intoccabili" e che lo stesso Prandelli ha scovato, dando a queste "riserve" dignità di calciatori internazionali. Fermo restando che almeno un paio di ragazzi lasciati a disposizione di Devis Mangia, nel gruppo della Maggiore dovevano starci: che senso ha relegare all'Euro Under 21 giovanotti come Verratti e Florenzi, che in Nazionale A ci hanno già giocato con discreto profitto, che avrebbero potuto trovare nella trasferta brasiliana l'opportunità per integrarsi in un gruppo di cui verosimilmente diventeranno a breve dei cardini e che, anche nella contingenza di Praga, avrebbero potuto portare fiato e freschezza di idee in un centrocampo boccheggiante? 

mercoledì 16 gennaio 2013

GIUSEPPE ROSSI IN... VIOLA: LA SERIE A RITROVA UN CAMPIONE VERO


Il calcio italiano sta per riabbracciare uno dei suoi più grandi campioni, apripista internazionale e portabandiera dei giovani talenti nostrani faticosamente emersi nei primi anni Duemila. La Fiorentina ha riportato in Serie A Giuseppe Rossi, e, al di là delle tante voci, spifferi e indiscrezioni destinate a susseguirsi nei prossimi giorni, e spesso destinate a sfociare nel nulla, quello messo a segno dai toscani resterà uno dei colpi più importanti, se non il più importante in assoluto, del mercato di gennaio 2013. Un'operazione che va al di là del suo significato contingente per il club dei Della Valle, ossia di investimento sul futuro più che di rinforzo per il campionato in corso: Rossi, lo ricordiamo, è tuttora ai box per via di una lesione ai legamenti del ginocchio destro, di tornare in campo se ne parlerà, forse, fra febbraio e marzo, probabilmente troppo tardi per dare un contributo sostanzioso alla rincorsa Champions del team di Montella, ultimamente fattasi un po' più affannosa.  No, il ritorno di Giuseppe è qualcosa di più: significa riallacciare il filo di un discorso che era stato brutalmente interrotto dal destino, un discorso... "azzurro" prima ancora che "viola". 
L'AZZURRO DEL FUTURO - E sì: sembra passato un secolo, eppure, prima delle esplosioni di Balotelli ed El Shaarawy, era proprio il talentino italo - americano ad incarnare più di ogni altro il futuro del calcio italiano, la speranza più concreta a cui aggrapparsi per una Nazionale in grado di mantenersi ad elevati livelli di competitività. Rossi, il baby prodigio del Manchester United; Rossi, che assaggiò il nostro massimo campionato solo per una mezza stagione, la seconda metà del torneo 2006/07, più che sufficiente per trascinare, coi suoi nove gol, il Parma a una salvezza che pareva davvero problematica, dopo i miseri dodici punti del girone di andata. Rossi che poi se ne andò in Spagna, al rampante Villarreal dei tempi, continuando a infilare portieri nella Liga e in Europa.
Il compianto Enzo Bearzot lo soprannominò "Pepito", per accostarlo in qualche modo a un altro grande Rossi che fece le sue fortune da CT azzurro, il Pablito del '78 e dell'82. Due fuoriclasse d'attacco per certi aspetti simili, ma diversi nella sostanza tecnica: entrambi rapidi e guizzanti, ma il Rossi del Duemila non ha certo l'inimitabile rapinosità sotto porta, i riflessi fulminei, la capacità di cogliere in una frazione di secondo l'attimo fuggente del gol che possedeva il suo illustre predecessore. In compenso, è un giocatore più manovriero, dal raggio d'azione più ampio (Paolo viveva essenzialmente per dare il meglio nei sedici metri finali, anche se i suoi movimenti senza palla e le sue intuizioni per i compagni erano nettare per la riuscita del gioco offensivo), dotato di maggiori soluzioni per il tiro a rete, compresa la conclusione dalla lunga distanza. Come classe complessiva nei piedi, beh, diciamo che più o meno siamo sugli stessi livelli, elevati assai per entrambi... 
LIPPI E IL MONDIALE MANCATO - Per Pepito la Nazionale maggiore era un traguardo inevitabile: arrivò a metà 2009, giusto in tempo per giocare da protagonista (due reti per lui) la Confederations Cup, peraltro chiusasi negativamente per l'Italia. Quell'Italia campione del mondo in carica che Lippi non seppe rinnovare adeguatamente in vista della kermesse iridata del 2010: Rossi avrebbe dovuto rappresentare un punto fermo del processo di svecchiamento, e invece non superò la pre-convocazione e venne lasciato a casa, oltretutto al culmine di una delle sue stagioni migliori. Uno dei tanti, inammissibili errori compiuti dal cittì nella preparazione della spedizione in Sudafrica, con risultati che, ahimè, tutti ricordiamo. Pepito venne poi, come logica voleva, ripescato da Prandelli per il suo progetto di rilancio azzurro, e il ragazzo si mise in ottima evidenza proprio nella fase in cui la nuova Italia, dopo i primi mesi sperimentali, cominciò a "sbocciare", diciamo dalla famosa amichevole di Dortmund con la Germania del febbraio 2011, da me più volte citata in questo blog (fu lui, non a caso, a realizzare la rete del pareggio). 
COME ROBY BAGGIO - Ecco, questo era stato Giuseppe Rossi, il nuovo Golden boy del calcio italiano, l'uomo a cui affidare, tanto per cominciare, le speranze di una buona riuscita ad Euro 2012, se la sfortuna non si fosse accanita su di lui a partire dall'autunno del 2011, fra gravi infortuni e tremende ricadute. Riprendere dopo una tale odissea non è facile per nessuno, e le incognite sono tante; la domanda classica è: sarà ancora quello di prima? Ci vorranno settimane di rodaggio e di paziente attesa, in casa viola lo sanno. Ma la medicina ha fatto passi da gigante, il giocatore è clinicamente guarito, deve solo ritrovare pian piano i ritmi agonistici e superare le ovvie paure dei primi ruvidi approcci coi difensori.
Ce la può fare: pensi all'esempio di un altro ragazzo all'apparenza timido, spaurito e indifeso, ma nella realtà forte come un leone caratterialmente e fisicamente: Roby Baggio, anche lui perseguitato da gravi incidenti nella prima parte della carriera e in quella finale, ma sempre poderosamente risorto, forte come e più di prima. Sì, la Fiorentina ha fatto un affare e del resto, prima o poi, la Dea Bendata deve pur rivolgere uno sguardo di favore ai suoi figli un po' più tartassati. E in chiave azzurra, il rientro di Pepito accrescerebbe il ventaglio di carte offensive a disposizione di Prandelli, nell'attesa che Balotelli trovi finalmente pace interiore ed esteriore. Bentornato Pepito: prenditi il tempo che ti serve, e poi facci sognare come ai vecchi tempi. 

sabato 1 dicembre 2012

SCOLARI CT DEL BRASILE E LE FERITE MAI RIMARGINATE DI ZICO: AH, QUEL MUNDIAL '82...

                                           Scolari: di nuovo alla guida del Brasile

Il giorno dopo la sparata di Zico sulla celeberrima Italia - Brasile del Mundial '82 ("Quella nostra sconfitta non fu positiva per il calcio, da allora cominciammo a mettere le basi per un football nel quale bisogna conseguire il risultato ad ogni costo, fondato sulla distruzione del gioco avversario e sul fallo sistematico"), è stata ufficializzata la nomina di Felipe Scolari a Commissario Tecnico della Seleçao. Racchiusi nel breve volgere di poche ore, due eventi che sono la sintesi delle meravigliose contraddizioni dell'inquieto futébol verdeoro. 
E già: il Galinho non aveva ancora finito di urlare ai media mondiali l'ennesimo atto di dolore per quella ormai lontana batosta, una ferita destinata a rimanere eternamente aperta per tutta la torcida brasileira e per chi, come lui, il tonfo lo visse sul campo da protagonista, che la Federcalcio del suo Paese, sia pure indirettamente, lo sconfessava "moralmente", affidando la guida della Nazionale più vincente di sempre a un uomo, l'esperto Felipao appunto, che in buona sostanza rappresenta l'antitesi alla filosofia calcistica del grande Arthur Antunes de Coimbra. Una filosofia che, probabilmente, è  ancora quella più diffusa in larghissima parte degli appassionati di pallone cariocas e paulistas: romantica, certo, ispirata al "bello" che il calcio può produrre nelle sue più alte espressioni tecniche: attacco a tutto spiano, giocate di alta scuola, cercare sempre di segnare un gol in più degli altri. Tutto meravigliosamente affascinante, ma è una visione del football che la storia stessa di questo sport si è incaricata di bollare come parziale, incompleta e quasi sempre infruttuosa. Diremmo anzi la storia stessa del calcio brasiliano, e in parte proprio tramite le gesta di Scolari.
SCOLARI E IL BRASILE 2002 - Luiz Felipe aveva già guidato la Seleçao ai Mondiali 2002, e come finì quella volta lo ricordano tutti gli appassionati: con la Coppa alzata al cielo di Yokohama. Il trainer di origini italiane (ahi, altra pugnalata per Zico...) allestì una formazione equilibrata, compatta, che badava al sodo ma non per questo anti - spettacolare. Bloccata su una difesa rocciosa (il sorprendente portiere Marcos, il trio centrale Lucio - Roque Junior - Edmilson) e su una solida diga di centrocampo (Kleberson - Gilberto Silva, abili a interdire ma anche in appoggio), si avvantaggiava della formidabile spinta dei due terzini d'attacco Cafu - Roberto Carlos, che davano il meglio in proiezione ma che sapevano anche coprire con sufficiente proprietà, mentre dalla trequarti in su producevano magie tre fulgidi esempi della miglior scuola sudamericana: Rivaldo, all'apice del rendimento, Ronaldinho, che di lì a poco avrebbe vissuto una breve ma intensissima stagione da numero uno mondiale, grazie alle gesta nel Barcellona, e un Ronaldo che, dopo i tanti infortuni, non aveva più le movenze e le intuizioni da Fenomeno del primo anno interista, ma aveva conservato e accentuato il suo fiuto da mortifero goleador. Oltre a conquistare il titolo, quella squadra chiuse il torneo vincendo tutti gli incontri senza mai dover ricorrere ai supplementari, con il miglior attacco (18 gol, mica pochi), la seconda miglior difesa (4 reti subite)  e il capocannoniere della manifestazione (Ronie, 8 gol).
Ecco, era, quel Brasile 2002 costruito da Scolari, una compagine "europea" nella concezione più classica e positiva dell'espressione, ossia costruita per vincere senza eccedere in fronzoli e orpelli inutili. Ma era, anche, una formazione che non rinunciava al gusto del bel calcio, che sapeva offrire scampoli di gioco di buonissima fattura. Un esempio di intelligenza e realismo magari indigesto a Zico e ai puristi del futebol brasileiro, ma di sicuro il miglior modo di concepire il calcio. Perché nel calcio bisogna sì far sognare, stuzzicare l'immaginazione del tifoso, ma occorre anche portare a casa la pagnotta.

                                            Zico ai tempi d'oro del Mundial '82

SCELTA LOGICA - Tutto questo forse spiega la scelta della Federazione verdeoro: il Brasile ha già perso un Mondiale in casa, nel lontano 1950, e non può permettersi di fallire anche il secondo, fra un anno e mezzo. Ecco perché si è optato per l'uomo che, più di altri, ha saputo realizzare la sintesi perfetta fra le due concezioni del calcio: spettacolo e concretezza. Le vie di mezzo, nella vita, rappresentano spesso le soluzioni migliori, e quella di Scolari di dieci anni fa costituì la via di mezzo ideale fra la Nazionale bella e perdente del 1982 e quella trionfatrice ma sostanzialmente brutta del 1994, targata Caros Alberto Parreira. Una via di mezzo vincente, magari non in grado di rubare gli occhi con prodezze fiammeggianti, ma di certo non sgradevole. Che poi Scolari riesca a ripetere tutto ciò nel Mondiale casalingo è ovviamente da dimostrare, ci mancherebbe, ma intanto la sua nomina ci appare, realisticamente, come la più ovvia in vista di un appuntamento da affrontare col massimo pragmatismo, senza inseguire ideali di gioco che hanno avuto rarissimi riscontri nella storia.
ZICO HA TORTO - Ecco perché il grande Zico ha sostanzialmente torto. Forse quella sfida del Sarrià fu unica anche nel senso che, rigiocandola altre dieci volte, il Brasile avrebbe sempre battuto l'Italia, ma non c'è la controprova, è come parlare del sesso degli angeli. Se avesse vinto la selezione di Tele Santana tutto sarebbe stato diverso, e il calcio avrebbe vissuto momenti più allegri, dice il Galinho... Può essere, ma non ci scommetteremmo. Senza scomodare l'esempio delle squadre di Zeman, il calcio non è solo spensierato offensivismo, il calcio, per essere vincente, o quantomeno per ambire ad essere tale, deve inseguire l'equilibrio, la completezza, mirare all'ottimizzazione del rendimento di tutti i reparti. Molto modestamente, e lo diciamo in tono sommesso, fu ciò che riuscì a fare Bearzot con la sua Italia '82.
MA QUALE DIFENSIVISMO ITALIANO... - Zico è prigioniero di un luogo comune che proprio quella Nazionale azzurra, anche (e forse di più) nella sua versione precedente datata Argentina '78, smentì categoricamente: il calcio italiano come espressione solamente speculativa e difensivista. Forse lo fu in certi periodi del passato, ma dai tempi della Coppa del mondo in Spagna il nostro football non è quasi mai più stato così: e quell'estate di trent'anni fa l'Italia non fece barricate e catenaccio, anzi. Zico dovrebbe ricordarselo bene, perché fu battuto da una squadra che accettò il confronto a viso aperto con la sua grande e incompiuta Seleçao, che non si rintanò ma fece gioco senza timori reverenziali, creò occasioni e le concretizzò. Proprio come il Brasile, certo, ma in più ci mise praticità e un atteggiamento più saggio, un'attenzione difensiva maniacale che però non andò a discapito della qualità propositiva della manovra.
Che, a distanza di tanto tempo, Zico e molti brasiliani non abbiano ancora capito il senso e lo spirito di quella sconfitta, meritata e non casuale, potrebbe suonare come un grave campanello d'allarme per il calcio brasiliano tutto. Per fortuna di quel popolo così innamorato del pallone, Scolari e altri prima di lui la lezione l'hanno invece capita e mandata a memoria. Perché dopo il 1982, il calcio è sopravvissuto, e la Seleçao si è sbloccata dopo un lungo digiuno, e ha preso a vincere Mondiali, Coppe America e Confederations Cup, senza che i grandi fuoriclasse auriverdes smettessero di far sognare la torcida e gli appassionati di tutto il mondo; perché dopo Zico, Eder e Socrates sono arrivati i Bebeto e i Romario, i Ronaldo e i Ronaldinho. Belli anche loro come gli illustri predecessori, ma pure vincenti.