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domenica 11 febbraio 2018

FESTIVAL DI SANREMO 2018: IL CLASSICO PAGELLONE DEI CAMPIONI. MEDIA ALTA: DALLO STATO SOCIALE A DIODATO, DA RON A VANONI, TANTE ECCELLENZE


Et voilà il pagellone dei Campioni sanremesi, un classico di "Note d'azzurro" dal 2012. Un riepilogo finale che in parte sintetizza, in parte amplia quanto già ho scritto in questi giorni nei vari articoli di commento. Le canzoni sono in ordine di classifica, dalla prima alla ventesima. La media voti è piuttosto alta (due sole "insufficienze, peraltro non gravi), come alto è stato, a mio avviso, il livello qualitativo delle proposte selezionate da Baglioni. 
Non mi avete fatto niente - ERMAL META E FABRIZIO MORO: tutto sommato una degna vincitrice, al di là del pasticcio di cui tanto si è scritto anche qui. Canzone che abbina impegno a commerciabilità (e non è un male: i dischi si devono anche vendere, in versione "tangibile" o digitale); l'impegno si esprime attraverso un testo fatto di flash, immagini semplici che ci riportano con immediatezza sui luoghi degli attentati Isis. Efficace e diretto anche il messaggio scelto per il titolo, buona sintonia fra la voce dolente di Ermal e quella rabbiosa di Fabrizio. In chiave Eurovision Song Contest non è l'ideale, ma potrebbe funzionare: tutto sta a intercettare i gusti delle giurie continentali, sovente indecifrabili. VOTO: 7,5.
Una vita in vacanza - LO STATO SOCIALE: rivelazione assoluta per la platea mainstream, un tormentone di scanzonata critica sociale che potrebbe spingersi fino alla stagione estiva. Hanno impreziosito un prodotto già vincente con una coreografia centrata, grazie all'anziana signora danzante e alla soluzione "doppio stage", con uno dei membri del gruppo che ogni sera si è posizionato lontano dal palco, in un punto diverso del teatro, intervenendo a brano in corso. Raccolgono l'ideale testimone dissacratorio da Elio e le Storie Tese, ma con uno  stile  più diretto sul piano linguistico. VOTO: 8
Il mondo prima di te - ANNALISA: riecco la Scarrone che preferiamo, giusto mix fra stilemi canori classici e contemporanei. Il brano è orecchiabile, grazie anche a un refrain azzeccato, e ci riporta ai suoi primi successi festivalieri, "Scintille" e "Una finestra tra le stelle"; in più, Sanremo 2018 ci ha mostrato un'interprete finalmente matura, che ha saputo sfruttare al massimo le sue doti vocali ed è riuscita a trasmettere emozioni. VOTO: 7,5
Almeno pensami - RON: la delicata poesia di Lucio Dalla ha trovato l'interprete ideale, e non poteva essere altrimenti. Rosalino Cellamare l'ha cantata coi toni sommessi che erano necessari nella circostanza, porgendola con grazia assoluta, accompagnato da un arrangiamento scarno ma fortemente evocativo . Un piccolo grande gioiellino. VOTO: 7/8
Imparare ad amarsi - ORNELLA VANONI CON BUNGARO E PACIFICO: meritato ritorno sulla scena di Sanremo per due cantautori mai scontati nelle loro proposte, ma fin qui troppo spesso relegati in una nicchia. Il loro estro in punta di penna ha messo a disposizione di Ornella una composizione buona per tutte le stagioni, senza tempo, antica e moderna insieme, elegante ma immediata, che la voce sempre calda della cantante milanese ha adeguatamente valorizzato. VOTO 7/8.
La leggenda di Cristalda e Pizzomunno - MAX GAZZE': Sanremo 2018 ha significato anche la riscoperta di certe culture regionali italiane mai abbastanza esplorate. Così, ecco la rilettura di una leggenda della tradizione pugliese, e una scrittura favolistica, sostenuta da una musica di stampo sinfonico. Opera coraggiosa, raffinata ed elaborata, che ha l'unico difetto di non "arrivare" subito. VOTO: 7
Passame er sale - LUCA BARBAROSSA: a proposito di coraggio e di tuffo nelle culture locali, ecco una rentrée festivaliera fuori dagli schemi, con una ballata in romanesco che ha il merito di rinnovare e attualizzare una certa tradizione folkloristica. Sogno irrealizzabile: quanto sarebbe stato bello sentire questo pezzo interpretato da Gabriella Ferri? VOTO: 7
Adesso - DIODATO E ROY PACI: un crescendo sonoro e vocale di grande forza emotiva, per un brano impreziosito dagli interventi strumentali della tromba di Roy Paci, mai invasivi e dai toni particolarmente soffusi nella parte centrale del pezzo. Per il giovane Diodato, la conferma di un talento fin qui scarsamente valorizzato. Per me, "Adesso" è una delle migliori proposte di Sanremo 2018. VOTO: 8
Frida (mai, mai, mai) - THE KOLORS: piazzamento sorprendentemente basso, per una boy band che avrebbe dovuto contare sui massicci favori del televoto. Un peccato, perché si sono presentati al Festival in forma smagliante, con un brano energico e assolutamente "à la page", e con un ritornello martellante che, assieme a quello degli Stato Sociale, dovrebbe fare di "Frida" il secondo tormentone partorito dalla rassegna numero 68. Superbo arrangiamento, voce di Stash senza cedimenti. VOTO: 8
Eterno - GIOVANNI CACCAMO: difficile, l'ho scritto stamane, trovare un'opera veramente brutta in questa edizione della rassegna. Non è tale nemmeno la canzone del vincitore dei Giovani 2015. Ben costruita, bella voce (che però non coinvolge più di tanto), inserita nella tradizione romantica festivaliera, ma scorre via senza lasciare troppo il segno. Per diventare un vero Big, il bravo Giovanni ha bisogno di qualcosa di più solido. VOTO: 5,5
Così sbagliato - LE VIBRAZIONI: Sarcina e compagni si ritrovano dopo qualche anno di separazione. La distanza non sembra averne minato l'ispirazione: ho ritrovato la band che scrisse un capitolo breve ma significativo della canzone italiana di inizio secolo, tanto pop e un po' di rock con la spinta vigorosa della batteria e ritmi tesi dall'inizio alla fine. Può avere una buona riuscita radiofonica. VOTO: 7
Il coraggio di ogni giorno - ENZO AVITABILE E PEPPE SERVILLO: soddisfacente esordio sanremese per Avitabile, coi suoi suoni mediterranei al servizio di un etno-pop accessibile a tutti, che arriva dritto al cuore. Di grana buona il sostegno vocale di Servillo. VOTO: 7.
Custodire - RENZO RUBINO: al ragazzo non mancano genio creativo e voglia di osare. Con lui, si può star sicuri che non arriverà mai sul palco un qualcosa di poco originale. Questa "Custodire" è finemente lavorata, complessa nella tessitura musicale e con un testo non banale, ma non rinuncia alla cantabilità. VOTO: 6,5
Non smettere mai di cercarmi - NOEMI: tutt'altro che una brutta canzone, ma nemmeno un'opera in grado di far definitivamente spiccare il volo alla "rossa". Nel solco delle precedenti partecipazioni, non toglie e non aggiunge alcunché alla carriera dell'artista. Ritornello di buona presa e le solite, notevoli doti interpretative e di personalità scenica. VOTO: 6
Ognuno ha il suo racconto - RED CANZIAN: va a lui la vittoria nel derby in famiglia con gli altri ex Pooh, anche se è una vittoria di Pirro. Il pezzo è ritmato, orecchiabile e cantato con grinta da Red (forse un po' giù di corda nella serata finale, ma ci sta); dispiace non abbia ottenuto maggior considerazione da parte delle giurie. VOTO: 7
Lettera dal Duca - DECIBEL: revival in salsa ottantiana, con un rock blandamente new wave che nulla concede alle sonorità più contemporanee. Un purissimo tuffo nel passato, anche nell'impronta vocale del ritornello in inglese. VOTO: 6,5
Senza appartenere - NINA ZILLI: raccoglie meno di quanto avrebbe meritato. Più convincente rispetto a precedenti sue apparizioni all'Ariston, ha trovato l'abito ideale indossando al meglio una canzone molto sanremese, di stampo classicheggiante, ma gradevole e con un testo "al femminile" di notevole spessore. A mezza via fra "Quello che le donne non dicono" e "Donna" di Mia Martini, senza raggiungerne i picchi qualitativi ma comunque dignitosissima. VOTO: 7
Il segreto del tempo - ROBY FACCHINETTI E RICCARDO FOGLI: i due amici non hanno osato, puntando su una melodia a sfondo malinconico, una di quelle che tanto andavano di moda a Sanremo negli anni Novanta, e che comunque è pienamente nelle corde di entrambi. E' la continuazione di una modalità espressiva già più volte esplorata da Roby e Riccardo (il primo in non grandissima forma vocale), ma che contribuisce poco a dare slancio alla "nuova" coppia. VOTO: 5,5
Rivederti - MARIO BIONDI: la prima volta da concorrente in Riviera, per il "Barry White" italiano, è stata di tono decisamente elevato ma di non facile percezione da parte della grande massa del pubblico. Voce soul e atmosfere jazz sofisticatissime e avvolgenti. Un brano che sarà piaciuto ai fans dell'artista siciliano, e che probabilmente diventerà presenza fissa nelle scalette dei suoi concerti, ma difficilmente servirà ad ampliarne in misura apprezzabile la cerchia di estimatori. VOTO: 6,5
Arrivedorci - ELIO E LE STORIE TESE: un congedo più malinconico che divertente. Consueti ghirigori linguistici, col ricorso a termini di non frequentissimo uso, la parabola artistica di un gruppo di rottura "fumettizzata" ma senza alzate di ingegno particolarmente audaci. Come sopra per Biondi: i fans hanno probabilmente apprezzato, i semplici simpatizzanti come me prendono atto di un prodotto medio, senza infamia e senza lode, che forse accrescerà col tempo il suo appeal. Nella finalissima, si sono portati "in incognito" sul palco i Neri per Caso, loro partners durante la serata dei duetti. VOTO: 6

LA FINALE DI SANREMO 2018: META E MORO ONORANO I PRONOSTICI, AI PIEDI DEL PODIO LE PROPOSTE PIU' "ALTE" DI UN FESTIVAL FUORI DELL'ORDINARIO



Non ci può essere sempre la sorpresona finale, il Gabbani che ha la meglio sulla Mannoia, come avvenne lo scorso anno. Questa volta, il Festivalone è rimasto allineato ai pronostici della vigilia, che davano l'inedito duo Ermal Meta-Fabrizio Moro favorito per il trionfo, seppur nell'ambito di una gara assai equilibrata, che proponeva molte candidature per il massimo traguardo. Del resto, a giudicare dalle indicazioni molto parziali sulle preferenze delle varie giurie che erano state fornite nelle sere precedenti, le tendenze erano quelle che poi hanno trovato espressione nella classifica definitiva, e il podio poteva essere tutto sommato prevedibile. Un podio che ha un'unica bizzarria: affiancando ai due cantautori la rivelazione Stato Sociale e l'ottima Annalisa, si è riavvicinato alla linea artistica della precedente gestione, quella targata Carlo Conti; in un Sanremo caratterizzato da una notevole presenza di proposte "alte", un tantino sofisticate, non di impatto immediato, le tre medaglie sono infine andate a tre portabandiera dell'easy listening, seppur non banale e declinato in forme diverse. 
LA RAFFINATEZZA A UN PASSO DAL PODIO - Non può destare scandalo, questa conclusione. E' certo comprensibile il rammarico di molti, letto ieri sui social, riguardo al trattamento riservato a Ron, al trio Vanoni-Bungaro-Pacifico, a Gazzè, a Barbarossa e a  Diodato-Paci, piazzatisi da quarto all'ottavo posto. Sul piano strettamente qualitativo, della pregevolezza nella scrittura e nell'arrangiamento, tutte avrebbero meritato di arrivare più in alto, e probabilmente così sarebbe stato se il giudizio fosse stato affidato unicamente a una giuria di esperti. Ma a Sanremo non funziona in questo modo, lo sappiamo da anni, quando entra in scena il televoto torna a prevalere la cosiddetta radiofonicità, e del resto penso che, anche con una votazione esclusivamente tecnica, effettuata da gente "del ramo", il primato di "Non mi avete fatto niente" non sarebbe stato scalfito. 
PRIMI NONOSTANTE TUTTO, MA IN FUTURO... - Il Festival numero 68 ha trovato dei vincitori tutto sommato degni.. Il loro brano unisce orecchiabilità a impegno civile, quest'ultimo espresso con un testo fatto di flash e immagini scarne, semplici, per arrivare dritto al cuore; e le due voci si compensano bene, la rabbia dolente di Meta e quella dirompente di Moro. L'incidente infrasettimanale, il caso legato alla "citazione" del refrain presa da una canzone del 2015, non ha lasciato il segno; rimane però l'amaro in bocca legato a tutta la vicenda. Ribadisco la mia opinione: sul piano, diciamo, "moral - concettuale", non riesco proprio a definirlo un pezzo "nuovo", quello premiato stanotte intorno all'una e mezza. Il regolamento, però, lasciava una via di uscita, nella parte in cui parla di "stralci campionati" di opere precedenti, stralci che non devono superare il terzo della durata della composizione in concorso. Quindi in punta di diritto è stato giusto così e ha fatto anche piacere, trattandosi di due artisti che godono al momento di grandissima popolarità e posseggono indubbio talento, ma è altresì evidente che, sul punto, le "tavole della legge" sanremesi non sono chiare quanto dovrebbero, e quindi dovranno essere riscritte e rese più esplicite e dettagliate, per evitare che in futuro si creino certi spiacevoli equivoci. 
STATO SOCIALE E KOLORS: LA RADIOFONICITA' - C'era chi credeva in un exploit in extremis degli Stato Sociale, ma senza dubbio sono loro "gli altri" vincitori della kermesse, e  vanno a raccogliere di fatto il testimone di Elio e le Storie Tese, i quali, per una curiosa combinazione di fattori, hanno chiuso la loro parabola con quell'ultimo posto agognato da tempo. La band bolognese ha canoni espressivi diversi, più diretti, rispetto alle giravolte linguistiche degli Elii: sta di fatto che hanno sfornato uno di quei tormentoni di cui Sanremo non può fare a meno, per rimanere nell'immaginario collettivo; verosimilmente faranno loro compagnia, nei piani alti delle classifiche di vendita e download, quei Kolors penalizzati da un nono posto che non valorizza la freschezza e la buona costruzione di "Frida".
Meritato il bronzo per Annalisa, che aveva un po' smarrito la... retta via in occasione della sua ultima partecipazione, nel 2016, con una "Diluvio universale" forse troppo pretenziosa e al contempo eccessivamente classica nell'impostazione. In "Il mondo prima di te" ha ritrovato il giusto equilibrio fra tradizione e contemporaneità  che ne aveva decretato il successo di qualche anno fa, sfoderando nel contempo una verve interpretativa  in cui ha abbinato perizia tecnica a intensità emotiva. 
NESSUNA CANZONE VERAMENTE "BRUTTA" - In linea di massima, non riesco a trovare, fra le venti dei Campioni, una canzone veramente scadente. Ce ne sono due o tre di non eccezionale levatura, questo sì: le proposte di Caccamo e del duo Facchinetti-Fogli, per quanto ben strutturate, scivolano via senza lasciare il segno; quella presentata da Noemi non è male, ma non porta nessun valore aggiunto alla carriera della "rossa", che avrebbe invece avuto bisogno di un nuovo slancio in grado di valorizzarne le sempre intatte capacità vocali e sceniche. Per il resto, non posso che promuovere il tenore qualitativo della selezione operata da Baglioni. 
CONTI E BAGLIONI: FILOSOFIE DIVERSE MA VINCENTI - Dopo tre edizioni in cui Conti ha puntato massicciamente sull'immediatezza delle canzoni (ed ha realizzato tre ottimi Festival, lo scrissi negli anni scorsi e lo ribadisco), il suo successore ha optato per una linea artistica più coraggiosa e variegata: salvata comunque una quota di brani dalla notevole forza commerciale, si è puntato con più decisione sul pregio autoriale delle opere. Due filosofie diverse, semplicemente, e va detto che la scelta dell'anchorman toscano era stata perfettamente giustificabile da quel momento storico: occorreva creare dei Sanremo che incidessero sul mercato discografico nostrano, andando in particolare incontro ai gusti del pubblico più giovane che, altrimenti, avrebbe potuto voltare le spalle alla manifestazione. L'obiettivo è stato indubbiamente centrato, e così Claudio ha potuto muoversi con maggiore libertà, fornendo una rappresentanza più vasta di territori musicali. 
DA GAZZE' A DIODATO: CI RICORDEREMO DI LORO - E dunque, non è il caso di dare troppo peso alla graduatoria finale, che in Riviera conta sì, ma fino a un certo punto: perché in pochi, fra qualche anno, ricorderanno che Ron è arrivato quarto e la Vanoni quinta, ma in molti, scommetto, terranno a lungo nel cuore le loro proposte, la delicata poesia targata Dalla, la raffinatezza compositiva che Bungaro e Pacifico hanno messo a disposizione della voce sempre calda di Ornella; così come non dimenticheremo il favolistico Gazzè, un Barbarossa che ha dato nuova linfa al folk romanesco, il crescendo emozionale del duo Diodato-Paci. Peccato, casomai, per il diciassettesimo posto di Nina Zilli, finalmente convincente con una melodia tipicamente sanremese ma impreziosita da un bel testo "al femminile". 
PAUSINI: NUOVO PRIMATO - La serata finale è filata via con un ritmo piacevolmente sorprendente, visti i precedenti: le canzoni in concorso si sono susseguite senza eccessivi tempi morti. All'inizio, qualche lieve imperfezione tecnica "on stage" e persino disturbi sul collegamento tv, cosa quest'ultima che, a memoria, non accadeva dai primi anni Ottanta... Poi tutto si è aggiustato e i cantanti in gara hanno dato fondo alle loro energie. Laura Pausini, guarita a tempo di record e benevolmente presa in giro via telefono da Fiorello, ha trovato il modo di aggiungere un altro primato alla sua carriera: durante l'esecuzione di "Come se non fosse stato mai amore", è uscita dal teatro e ha continuato a cantare al cospetto delle tante persone che, tradizionalmente, sostano davanti all'Ariston per tutta la durata dell'evento; mai nessuno prima di lei aveva... osato tanto. 
FAVINO SUGLI SCUDI - Da dieci e lode lo stupendo monologo di Pierfrancesco Favino dedicato all'esperienza dei migranti, perfettamente fusosi con "Mio fratello che guardi il mondo", interpretata con trasporto da Fiorella Mannoia e da Baglioni. Un momento intenso e commovente, come lo era stato anche, ventiquattr'ore prima, il messaggio di Milva letto sul palco dalla figlia della grandissima cantante, insignita a furor di popolo col premio alla carriera. Due picchi emozionali in un Sanremo 2018 in cui, va rilevato, si è cantato per la quasi totalità del tempo, lasciando pochissimo spazio al "contorno". Sembrerebbe un'ovvietà, ma su quel palco spesso è avvenuto il contrario. Ieri sera, poi, nessuna intrusione "extra", a parte la citata, graditissima performance di Favino. Certo, il cast è stato nel complesso di prim'ordine, contando anche gli ospiti italiani e le tante parentesi canterine del direttore artistico, ma il succo del discorso è che uno show quasi esclusivamente musicale può ancora fare breccia nel "cuore di pietra" delle famiglie Auditel. 
E' RIPROPONIBILE IL FORMAT BAGLIONI? - Ci sarà un Baglioni bis? Non so se auspicarlo o meno: per come è stato strutturato, per la presenza eccezionale di un cantautore che, almeno a livello televisivo, non è certo un prezzemolino, questo Festival numero 68 ha avuto tanto il sapore di un unicum nella quasi settantennale storia della kermesse. Un Sanremo concepito in maniera inedita, non più "messa cantata" in stile baudiano o contiano, ma comunque capace di salvaguardare una buona parte della sua liturgia riuscendo però a declinarla con schemi di spettacolo a tratti spiazzanti. Di un'altra edizione così ci sarebbe forse bisogno, ma per un tale format Baglioni dovrebbe trovare nuovi interpreti e una chiave di lettura diversa rispetto a quella appena proposta. Non è facile e si rischierebbe l'effetto minestra riscaldata. Vedremo.

giovedì 8 febbraio 2018

FESTIVAL DI SANREMO 2018, LA SECONDA SERATA: TANTO (TROPPO?) BAGLIONI, SEMPRE PIU' CREDIBILI DIODATO-PACI, ANNALISA, RON E VANONI. IL GIALLO META-MORO


Dalla notte fra martedì e mercoledì, su Sanremo 2018 grava l'ombra del caso Meta - Moro. Giusto farne ancora cenno, prima di parlare della seconda serata. Il nodo "squalifica - non squalifica" dovrebbe venir sciolto nelle prossime ore, e nella conferenza stampa delle 12.30 ne sapremo probabilmente di più. Innanzitutto la vicenda è già entrata nella storia della rassegna, perché ha portato per la prima volta alla "sospensione" (è il termine utilizzato da molte testate) di due partecipanti alla gara: la coppia di bravi cantautori avrebbe dovuto proporsi in seconda esibizione ieri sera, ma è stata "congelata" in attesa di ulteriori accertamenti sulla questione. Di certo, tutto può accadere: la seconda giornata del Festival era iniziata con affermazioni rassicuranti, in merito, da parte dei dirigenti Rai, ma dopo le prime, legittime perplessità manifestate da alcuni giornalisti, lo stesso Claudio Baglioni ha lasciato intendere di voler prendere la cosa molto seriamente e di dover effettuare attente valutazioni; di qui alla suddetta sospensione il passo è stato breve. 
RISCHIO SQUALIFICA CONCRETO - E' veramente una patata bollente, quella che la direzione artistica si ritrova fra le mani: perché Meta e Moro, non è un mistero, sono forse i più chiari favoriti per il successo finale. Col loro pezzo uniscono impegno civile, testo dalla forte carica emotiva, notevole orecchiabilità, e si tratta di due personaggi tutto sommato "trasversali", amati dai giovani ma graditi anche a un pubblico più adulto, come dimostrò ad esempio il terzo posto di Meta l'anno passato. Insomma, ci vorrà del coraggio per sbatterli fuori; però, parliamoci chiaro, il regolamento qualche rischio lo lascia intuire, in particolare riguardo al discorso sulla legittimità dell'utilizzo di "stralci campionati" di canzoni già edite, la clausola a cui si appellano gli "innocentisti"; nella situazione in oggetto non mi pare si sia davanti a un campionamento propriamente detto, in senso tecnico, bensì al riutilizzo, in versione minimamente rielaborata, del ritornello di un vecchio brano.
Non si parla assolutamente di plagio, come gli stessi cantanti hanno ieri equivocato sui social (le due opere hanno un autore in comune, Andrea Febo), quanto, semplicemente, della mancanza del requisito dell'inedito. Su questo dovrà pronunciarsi lo staff organizzativo della kermesse. La mia opinione? Io non sono un esperto di diritto, ma credo che le canzoni "nuove" siano altra cosa, questa non lo è, anche se il pezzo "ispiratore" era pressoché sconosciuto, fino all'altroieri. Se poi nei meandri del regolamento si riuscirà a trovare la strada per mantenerlo in concorso, contento per i due ragazzi. Ma ci ritorneremo sopra... 
TANTO BAGLIONI E UNA LEOSINI FUORI POSTO - Eccoci dunque alla seconda serata. L'impressione è che, stavolta, il direttore artistico si sia lasciato prendere un po' troppo la mano: a tratti, lo show è parso quasi una "Baglioni compilation". Si è trovata l'occasione per proporre, in un modo o nell'altro, tre pezzi del suo repertorio: "La vita è adesso" in duetto col Volo (la performance più riuscita), "Mille giorni di te e di me" con Biagio Antonacci e "Questo piccolo grande amore" con Franca Leosini. Una comparsata, quest'ultima, di cui avremmo fatto volentieri a meno, assolutamente superflua e per di più assai mal riuscita. In teoria, ogni strofa dell'evergreen doveva essere contrappuntata da un intervento più o meno ironico della conduttrice di "Storie maledette"; in pratica, ogni volta che il cantautore si interrompeva per dare spazio all'estemporanea partner, il pubblico in sala proseguiva a cantare, come in un concerto live, coprendo e togliendo forza agli inserimenti della giornalista. E poi, scusate, non si era detto che questo Sanremo avrebbe rinunciato a personaggi estranei al mondo della musica, dagli astronauti agli chef, alle famiglie con figli in quantità? E allora, cosa diavolo c'entrava la Leosini con il Festivalone? "Mistero", avrebbe esclamato Enrico Ruggeri...
BAUDO, LETTERA STRUGGENTE - Per il resto, una Michelle Hunziker sempre più padrona del palco e un Favino che si ritaglia i suoi spazi con l'abilità e perfino l'istrionismo dell'attore consumato: l'inglese sfoggiato nell'intervista a Sting non l'avevo mai sentito da parte di nessun precedente conduttore della manifestazione. Il cantante inglese innamorato dell'Italia ha proposto un duetto surreale con Shaggy, mentre il momento più emozionante della serata è stato senz'altro l'intervento di Pippo Baudo, "l'uomo Festival" per antonomasia, con una lunga "lettera aperta a Sanremo" che ha indotto più malinconia che allegria, assumendo a tratti i contorni di un bilancio di fine carriera. Poi il padrone di casa di tredici Festival ha riportato il sorriso con il lungo siparietto su un lontano fidanzato siciliano di Michelle (storiella già sentita e risentita, peraltro), parentesi che ha ritardato l'esibizione di Elio e le Storie tese. Volendo, per Superpippo è stato un contrappasso: cinquant'anni dopo aver costretto (gentilmente) Louis Armstrong ad abbandonare il palco di Sanremo '68, è stato lui a dover essere "tagliato" per lasciare spazio a Belisari e compagnia. 
L'ESEMPIO DI VECCHIONI - Bilancio magro per i superospiti italiani: i ragazzi del Volo non sono emersi per originalità, con l'inflazionatissimo "Nessun dorma" (ma si sono parzialmente riscattati con l'omaggio a Sergio Endrigo), dimenticabile Antonacci, che ha tentato di rilanciare il suo recente brano "Fortuna che ci sei", mentre a notte alta Roberto Vecchioni ha dato un plastico esempio di ciò che dovrebbero fare i cantanti di casa nostra fuori concorso a Sanremo, se proprio ci devono essere: omaggiare il repertorio canoro proprio o di altri, senza indulgere alla promozione del prodotto più recente. Chapeau. In generale, l'impressione è stata quella di una serata troppo carica di orpelli trascurabili: abbiam detto  della Leosini, ma aggiungiamoci anche il ballo Favino - Hunziker sulle note di Despacito (che speravo di non sentire almeno all'Ariston) e il lungo e non entusiasmante sketch "del trapano" col mago Forrest. In tutto ciò, il Dopofestival, che inizia ampiamente dopo l'una, diventa impossibile da vedere per le persone normali, che qualche ora di sonno devono pur concedersela... 
DA DIODATO A RON E VANONI, TANTA QUALITA' - La gara, adesso: è iniziata quella fra le Nuove proposte. Inutile discutere di classifiche parzialissime, per cui al momento limitiamoci a dire che le opere migliori sono sicuramente quelle dei due maschietti, il godibile elogio al congiuntivo dell'estroso Lorenzo Baglioni (nessuna parentela) e lo straniante, doloroso recitato di Mirkoeilcane in "Stiamo tutti bene", sulla tragedia dei barconi dei migranti. Riguardo ai Big, confermata la buona impressione sullo spessore di "Adesso", con Diodato e Roy Paci che a questo punto diventano papabili per le primissime posizioni; in crescita Annalisa, con un brano contemporaneo ma rispettoso della tradizione e un refrain tutto sommato di buon impatto, che potrebbe condurla a un piazzamento di rilievo. Da non trascurare "Senza appartenere" di Nina Zilli, classica melodia sanremese ma corroborata da un testo interessante sull'universo femminile, a meta fra "Donna" di Mia Martini" e "Quello che le donne non dicono" della Mannoia, non al livello di queste due gemme ma comunque dignitosissima ("Donna siete tutti", "Donna non di tutti", sono versi semplici, ma intelligenti ed efficaci). Sempre convincenti e radiofonici Vibrazioni e Canzian, anche se quest'ultimo non sta ottenendo i riscontri che mi sarei aspettato. Notevole la forza evocativa del Dalla cantato da Ron, ottimamente scritta nelle parole e nella musica "Imparare ad amarsi" del trio Vanoni - Bungaro - Pacifico, forse la miglior espressione del nuovo corso "baglioniano" all'insegna della ricercatezza autoriale ed interpretativa. E' anche questa da podio, e le votazioni delle prime due giornate lo confermano. 
ABBIAMO UNA SIGLA! - A tal proposito, non mi pare una gran trovata quella di rendere note, a fine spettacolo, solo le preferenze espresse da una singola giuria, per di più non le graduatorie vere e proprie ma una mera divisione tra fascia alta, media e bassa. Si rischia di generare solo una gran confusione. Una nota piacevole: Sanremo ha finalmente una nuova sigla, come quelle che si facevano fino a metà anni Novanta, anche se su tutte le emittenti tv della Penisola continua a imperversare "Perché Sanremo è Sanremo": buona l'idea, vista nel galà di apertura, di fare interpretare la canzone a tutti i Campioni (ma perché ieri la clip non è stata riproposta?), buona anche l'esecuzione finale da parte del trio di presentatori. Vedremo se questo "Popopopo" riuscirà a lasciare il segno nella storia della rassegna.
ULTIM'ORA - La Rai e la direzione artistica del Festival hanno deciso, dopo perizia sulle due canzoni "incriminate", di mantenere in concorso "Non mi avete fatto niente" di Meta e Moro. Sussiste il requisito dell'inedito. 

sabato 22 febbraio 2014

FESTIVAL DI SANREMO 2014, QUARTA SERATA: GIOVANI, NON VINCE IL MIGLIORE. QUALCHE BUON DUETTO E UN GRANDE GINO PAOLI

                                            Gino Paoli: splendida performance

Miracolo a Sanremo! Fabio Fazio e il suo staff, in una delle prime conferenze stampa della settimana festivaliera, avevano difeso a spada tratta l'indifendibile, ossia l'assurda collocazione oraria riservata alla gara delle Nuove Proposte, costrette a esibirsi, nelle due fasi eliminatorie, fra mezzanotte e l'una. Evidentemente, le loro certezze non erano poi così granitiche, visto che ieri sera i quattro giovani finalisti sono stati incredibilmente collocati a metà spettacolo, intorno alle 22 e 30. L'entusiasmo e lo stupore iniziali sono stati poi mitigati dalla constatazione che, come da me già evidenziato nei giorni scorsi, ci sono stati anni in cui la categoria esordienti apriva addirittura la serata conclusiva, senza che la cosa venisse considerata sconveniente o nefasta in funzione Auditel. Il format migliore fu quello adottato da Adriano Aragozzini durante i suoi tre anni di gestione della rassegna canora (1989 - 1991), coi giovani che si esibivano alternati ai Campioni, e sarebbe bene ripristinare quella benemerita usanza, senza arrivare agli estremi in cui invece "pulcini" e veterani gareggiavano insieme, uno contro l'altro: i big forse non gradirebbero, e non do loro tutti i torti. 
VITTORIA DISCUTIBILE- Comunque, per il momento accontentiamoci: vivaio sanremese finalmente in rilievo, e finale di grana buonissima. Peccato che ad aggiudicarsi la medaglia d'oro sia stata la proposta meno convincente del lotto. "Nu juorno buono" di Rocco Hunt è un rap - hip hop molto all'acqua di rose, quasi inconsistente, costruito su di un testo retorico ed elementare: da un giovanissimo ci si aspetterebbe un modo più brillante e fresco di mettere in musica il disagio e la voglia di rinascita della martoriata "terra dei fuochi". Decisiva, com'era prevedibile, la possente spinta del televoto, che raramente, nella storia di Sanremo, ha condotto a verdetti ineccepibili (vogliamo ricordare i "trionfi" di Marco Carta e Alessandro Casillo?); a spianare ulteriormente la strada ad Hunt, una giuria di qualità (ehm) che ha avuto la pensata di piazzare Zibba al terzo posto. 
ZIBBA NON VALORIZZATO - Zibba, lo ribadiamo, è uno con un curriculum da big, ha fatto dischi e tiene concerti, e ha uno spessore artistico da fare invidia a diversi colleghi affermati: la sua cadenzata "Senza di te", raffinata nell'arrangiamento e ricca di vivide e commoventi immagini poetiche, è un gioiellino. Anche The Niro è un artista già noto, la sensazione è che sul palco dell'Ariston non abbia reso al massimo (meglio la seconda esibizione della prima, comunque), con quel falsetto faticoso e sofferto, ma "1969" è un pop assolutamente contemporaneo, l'avventura della conquista della Luna (con tutte le sue implicazioni umane, sociali e storiche)  raccontata per flash e pensieri brevi e ficcanti, senza fronzoli. Bravo anche Diodato, che invece è stato sempre impeccabile nell'interpretazione di "Babilonia", altro esempio di musica al passo coi tempi ed estremamente orecchiabile. 
SERATA RELAX - La quarta serata, finale giovani a parte, era quella dedicata al... relax dei big in concorso: penso infatti che esibirsi nella personale rielaborazione di grandi evergreen, con in più il sostegno di colleghi artisti, sia per i cantanti uno dei passaggi più gratificanti, emozionanti e al contempo distensivi della loro professione, perché possono dare libero sfogo alla loro "voglia di palco" senza assili e pressioni. La serata dei duetti, introdotta da Paolo Bonolis e Gianmarco Mazzi nel 2005 e da allora sempre presente a Sanremo, sia pur declinata in versioni differenti nelle varie edizioni, è più che altro, sia detto senza offesa, un riempitivo, quasi inevitabile quando si devono studiare sistemi per rendere interessanti ben cinque giorni di show di una kermesse che, parere mio, acquisirebbe maggior slancio se venisse snellita e portata a quattro serate. 
COVER NON BANALI - Comunque, nel corso del tempo questo "gala d'intermezzo" della gara canora ha spesso riservato autentiche perle, fra tanti duetti superflui. Il pregio della serata di ieri è stato quello di offrire un repertorio non banale e più coraggioso. Perché si sa come vanno queste cose sulle reti generaliste: quando si parla di cover, ci si butta a pesce sul sicuro, sullo stra-suonato e stra-sentito. E invece, piuttosto che proporci, per Ivano Fossati, Paolo Conte e Giorgio Gaber, "La mia banda suona il rock", "Vieni via con me" e "Porta romana", in scaletta c'erano "La costruzione di un amore", "Boogie" e "Non arrossire", pezzi famosi ma non ultrapopolari come i primi citati. 
Meritati applausi ha conquistato l'ensemble Sinigallia - Marina Rei - Paola Turci - Laura Arzilli con "Ho visto anche degli zingari felici" di Claudio Lolli, mentre di grandissima suggestione è stata la versione di "Cara" di Lucio Dalla offerta da Ron, che l'ha declinata in chiave minimalista ed intimista. Fedele all'originale, ma molto vigorosa, "Diavolo in me" coverizzata da Francesco Sarcina, con l'ininfluente apporto da Riccardo Scamarcio, mentre è risultato incerto il sostegno vocale di Violante Placido ai  Perturbazione per "La donna cannone". 

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LA STRAORDINARIETA' DI "VOLARE" - Ha stupito la fortissima emozione di Alessandro Haber, che pure sa cantare e tenere il palco (al punto che, in passato, più di una volta si era proposto per partecipare in gara al Festival): nell'esecuzione di "Il mare d'inverno" con Giusy Ferreri è andato spesso fuori tempo, costringendo l'orchestra ad affannose rincorse. Ottima interpretazione di Arisa in "Cuccuruccucu" di Battiato, col valido apporto dei danesi Who made who, soliti virtuosismi vocali ma sostanziale rispetto dell'originale per Antonella Ruggiero, alle prese con "Una miniera" dei New Trolls assieme ai DiGi Ensemble Berlin e la loro novità dei tablet usati come strumenti musicali. Renga e Kekko dei Modà hanno gigioneggiato troppo nell'interpretazione di "Un giorno credi" di Edoardo Bennato, Noemi non mi è parsa impeccabile nel gestire la comunque complessa "La costruzione di un amore" di Fossati, mentre l'ennesima versione di "Nel blu dipinto di blu", offerta questa volta da Gualazzi e Bloody beetroots (con Tommy Lee), ha dato comunque una veste sonora intrigante, ammantata di jazz, al classicissimo di Modugno, dimostrando, casomai ve ne fosse bisogno, che la straordinarietà di "Volare" risiede anche nel fatto di poter essere adattata, riletta e modellata secondo le più svariate sonorità e i generi musicali più disparati, ma riesce ugualmente a mantenere intatta la propria brillantezza. 
PAOLI E POI IL VUOTO - Dopo Renzo Arbore, un'altra performance di altissimo spessore da parte di Gino Paoli, che con l'accompagnamento di Danilo Rea ha offerto alla platea un delicato e personale ricordo di tre amici ed esponenti di spicco della scuola cantautoriale genovese del tempo che fu, ossia De Andrè, Tenco e Umberto Bindi. Momento di spettacolo vero, mentre la stessa cosa non si può dire dei siparietti delle altre guest stars della serata: di un Paolo Nutini che poteva tranquillamente risparmiarci la sua brutta rilettura di "Caruso" di Dalla (se devi cantare in italiano, almeno studiati le parole della canzone, il succo è questo); di un Silvan che è stato anche divertente, ma la prestidigitazione a Sanremo non si vedeva dal 1981, con il carneade Dany Adam's, e sinceramente in tutto questo tempo nessuno ne aveva avvertito l'insopprimibile bisogno; di Luca Zingaretti e di Enrico Brignano, passati essenzialmente a promuovere i loro prossimi prodotti televisivi (gli spot negli intervalli del Festival non bastavano?) aggiungendo al tutto due brevi e dimenticabili performance, la lettura di un articolo di Peppino Impastato (che meritava ben altro trattamento e ben altro pathos) e un rapido e poco sentito omaggio ad Aldo Fabrizi. 
LA FINALISSIMA E IL CASO SINIGALLIA - Due parole sulla gara di stasera: come scritto ieri, sarà corsa a cinque fra Renga, Arisa, Rubino, Gualazzi e Perturbazione, con scarse possibilità di inserimento di altri cantanti. Visto però che l'ex Timoria gode di un buon seguito presso il pubblico dei televotanti, e visto anche il modus operandi adottato per i giovani dalla giuria di qualità (ripetiamo: Zibba al terzo posto su quattro finalisti), difficile che a "Vivendo adesso" possa sfuggire la vittoria. E la cosa, lo dico sinceramente, non mi dispiacerebbe. 
Del caso Riccardo Sinigallia ho scritto ampiamente ieri, credo fotografando in maniera abbastanza azzeccata l'aspetto giuridico della questione, pur da quasi ignorante in materia di diritto: grave leggerezza la sua, grande dignità nel rinunciare al ricorso (ieri sera sul palco mi ha fatto tenerezza, sembrava avere, come si dice dalle mie parti, "il cuoricino piccolo piccolo", ma si rilassi: le cose gravi della vita sono altre), e alla fine non gli andrà poi malissimo: il suo pregevole brano, "Prima di andare via", non avrebbe potuto risalire più di tanto la china vista la posizione nella classifica provvisoria, e stasera avrà comunque la possibilità di passare in Eurovisione fuori concorso, come accadde a Bobby Solo con "Una lacrima sul viso" nel 1964 (ma per altri motivi): sarà una bella vetrina promozionale. Della necessità di rivedere la "legge" dell'obbligatorietà dell'inedito si parlerà nei prossimi mesi, ma io rimango sulle mie posizioni: senza canzoni nuove, Sanremo perde il 60 - 70 per cento delle proprie potenzialità, del proprio appeal. E' un punto del regolamento che si può mitigare e rendere più elastico, ma sopprimerlo no, proprio no. E ora, buona finale a tutti.