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domenica 7 marzo 2021

SANREMO 2021: LA VITTORIA DEI MANESKIN È UNA DELLE PIU' CLAMOROSE DEGLI ULTIMI 40 ANNI. IL FESTIVAL CHIUDE IN CRESCENDO E LASCIA AI POSTERI UN GRUPPETTO DI BELLE CANZONI

A pensarci bene, era persino ovvio. Il Festivalone più fuori dall'ordinario di tutti i tempi non poteva che esprimere un verdetto spiazzante, pazzesco, sopra le righe, al di là di ogni pur ardito pronostico. Alle 2 e 30 di notte trionfano i Maneskin: seguo il Festival da quasi quarant'anni e, fatte tutte le dovute valutazioni e distinguo per ognuna delle edizioni, penso di poter dire che siamo di fronte a una delle vittorie più clamorose, più di quella di Mahmood, sui livelli di Tiziana Rivale e Jalisse, quanto a imprevedibilità. Certo, Damiano e compagni sono cresciuti nella considerazione di tutti fin dalla prima esibizione, non hanno sbagliato una performance, ma potevano tutt'al più essere accreditati del ruolo di principali outsiders, perché ben altri erano i favoritissimi e loro non potevano essere considerati nel gruppo, a maggior ragione in quanto esponenti di un genere musicale che in Riviera ha sempre raccolto pochissime soddisfazioni.

C'ERA DI MEGLIO - In linea generale, fa sempre piacere quando a chiudere in testa la maratona ligure è un'espressione del mondo giovanile, perché testimonia del fatto che Sanremo mantiene intatta la propria vitalità, vuole sempre e comunque guardare avanti, ignorando chi invece è rimasto inspiegabilmente ancorato agli anni Ottanta-Novanta e auspicherebbe una kermesse costruita sui cantanti mito di quel periodo, oggi fuori mercato e lontani dai gusti di chi spende davvero per fruire del prodotto musicale. Il discorso cambia un po' se guardiamo invece all'aspetto meramente qualitativo: personalmente ritengo che il pacchetto-canzoni del Festival numero 71 offrisse decisamente di meglio. Alla fine, scremando e sacrificando pezzi gradevolissimi, ero giunto a una terna di miei preferiti: Irama, Rappresentante di lista e Malika Ayane, con opzioni aggiuntive per Arisa e Colapesce-Dimartino; i motivi del mio apprezzamento per le loro composizioni li ho già ampiamente illustrati nei post di questa settimana, e non mi pare il caso di ripetermi. 

A IRAMA E' MANCATA L'ATMOSFERA LIVE - Nessuno di loro è giunto a toccare con mano la possibilità di vittoria: poteva avere qualche chance in più l'elettrodance europea di Irama, il quale però alla lunga ha pagato il modesto impatto televisivo della registrazione della prova generale, lo stesso filmato mandato in onda per tre sere. All'Ariston pesa anche, sull'esito della competizione, la performance live, che può mutare da una serata all'altra non tanto come caratteristiche della messa in scena (se andiamo a vedere, l'esibizione di ogni cantante rimane grosso modo la stessa da martedì a sabato, anche sul piano della gestione registica), ma come modo di porsi sul palco da parte del singolo interprete, sulla base del mood del momento. In soldoni: l'rvm trasmesso in loop ha mostrato un Irama padrone assoluto della situazione, da artista consumato, quasi gigione in certi atteggiamenti, sicuro di sé al punto da rasentare una positiva arroganza (nel segno di una delle sue recenti hit estive...); immaginiamo cosa avrebbe potuto fare con lo stimolo della diretta tv e con l'adrenalina di una gara in pieno svolgimento. Un peccato: nelle condizioni in cui ha dovuto operare, ha obiettivamente raggiunto il massimo traguardo. 

LO STRANO PERCORSO DI MICHIELIN E FEDEZ - Una volta... rasi al suolo i miei favoriti, nel terzetto finale avrei puntato su un'affermazione del duo Michielin-Fedez, con una "Chiamami per nome" che è partita col freno a mano tirato ma che alfine si è imposta come pezzo di grande presa radiofonica, del tutto in linea con il pop di questi anni Venti, un prodotto abilmente confezionato e destinato a fare il vuoto nelle chart. Curiosa storia, quella sanremese di questi ragazzi: sono entrati papi (a bocce ferme, prima dell'inizio, i favoriti erano loro), sembravano essere usciti cardinali ma, sotto la possente spinta del televoto, sono rientrati nel conclave rivierasco respirando nuovamente aria di successo pieno. In tema di sorprese, abbastanza inatteso anche il "crollo" di Ermal Meta. Intendiamoci, non per sua responsabilità, ché anzi ha regalato in finale un'esibizione di assoluto spessore, tecnicamente ineccepibile ed emozionalmente vivida. Visto che ieri avevo parlato di un Ermal come l'Inter attualmente in fuga in Serie A, rimanendo in ambito calcistico si potrebbe paragonare ciò che è avvenuto stanotte alla clamorosa rimonta scudetto della Lazio sulla Juventus nel 2000: solo che in quel caso furono i bianconeri a cedere di schianto, laddove il trionfatore (in coppia con Moro) del 2018 ha fatto tutto quello che doveva e poteva, compresa la capacità di mettere d'accordo demoscopica e orchestra e "tenere botta" nelle votazioni via sms, ma non è bastato. 

COSA RESTERA' - Alle corte: non hanno vinto i migliori, parere personalissimo. Succede, e ce ne faremo una ragione. In "Zitti e buoni" i Maneskin portano se non altro una spruzzata di rock certo ingenuo, basico, da studenti alle prime armi, ma comunque sincero e genuino, sporco, graffiato, puro, laddove l'unico precedente di medaglia d'oro sanremese del genere, quello di Ruggeri nel '93 con "Mistero", virava verso tonalità decisamente più ammorbidite. Ad ogni modo faranno breccia anche loro, nelle heavy rotation e nelle classifiche di vendita reali e digitali, assieme a una buona decina di pezzi: nel gruppetto di prevedibili successi di Sanremo 2021 metto il podio ufficiale dell'edizione, i miei preferiti prima elencati, e ci aggiungo i teneri Coma_Cose, una Gaia dal buon impatto scenico, quel Fulminacci che raccoglie l'eredità dei nostri migliori cantautori "de borgata", con la sua capacità di pennellare a parole stralci di semplice vita quotidiana, la martellante rabbia di Willie Peyote, l'estro immaginifico di Gazzè, persino una Madame che è stata forse la più avanguardista di tutti i 26 Campioni, riuscendo a dimostrare che si può cantare l'amore, il nuovo amore, quello giustamente vissuto in totale libertà dai ragazzi d'oggi, con linguaggio ultracontemporaneo, con sonorità futuribili, ma anche con felici contaminazioni fra rap e classicismo italico, senza dover totalmente tradire le proprie origini. 

I CLASSIC: PROMOSSI CON RISERVA - C'è poi tutto il discorso riguardante la truppa dei "classic", i veterani: certo fa un po' effetto chiamare così gente come Renga, Arisa, Annalisa, Noemi, lo stesso Meta, segno inequivocabile che, ahimé, il tempo passa inesorabilmente. Francesco rappresenta un caso a sé, e mi ripeto: non so se fosse in precaria forma vocale o se si stia appannando con l'avanzare dell'età, ma la sensazione, netta, è che il brano scelto non fosse del tutto nelle sue corde; non esaltante ma nemmeno brutto, difficilissimo da eseguire, con continui salti tonali, una montagna russa, ardua da affrontare anche per un campione dell'ugola come lui, se non si è al top della condizione. Di Ermal scrivevo ieri che una sua affermazione avrebbe aggiunto poco o nulla all'albo d'oro festivaliero e alla sua carriera, e lo confermo. Più in generale ho sottolineato nei giorni scorsi che nessuno di questi nomi a noi familiari ha voluto rischiare, andando fin troppo sul sicuro. Esaurita la parte critica, non posso non rilevare come, in ogni caso, le opere da loro portate in concorso siano, alla fine, tutte ben cesellate. In particolare le tre primedonne hanno saputo impreziosire le loro canzoni con interpretazioni ricche di pathos; menzione d'onore per il crescendo vocale e orchestrale di "Glicine" della rossa Veronica, ma tutti i brani in questione spiccano per l'eleganza del vestito, per la classe complessiva, nessuno di loro ha il dono dell'immediatezza ma alla fine entrano nelle orecchie e nel cuore. Insomma, più rispetto della tradizione che banalità. 

AUDITEL GIU', AUDITEL SU - E dunque, il bilancio squisitamente canoro del Sanremo 71 è da considerarsi, di primo acchito, positivo. Come detto ieri, non so se migliore o peggiore dell'anno passato, questo solo il tempo potrà dirlo e comunque richiederebbe una valutazione approfondita e complessa, nella quale non poco inciderebbero le inclinazioni personali (leggasi: gusti soggettivi). Di certo c'è che proprio la musica, le canzoni in competizione, è ciò che più resterà dell'edizione appena conclusa. Dello spettacolo nel suo complesso abbiamo già detto molto. Si può aggiungere che il secondo Festivalone targato Ama-Fiore si è dimostrato più forte di chi lo dava per morto già mercoledì; parlando esclusivamente di Auditel, dopo un avvio tremendamente difficile c'è stata una risalita lenta e costante, culminata con una finalissima che ha dato risultati di tutto rispetto: 13 milioni di spettatori nella prima parte, quasi 8 nella seconda, media non molto lontana dai 10; sui grandissimi numeri, siamo grosso modo in linea con la finale di tredici mesi fa, con flessione contenutissima. 

IL SENSO DELL'AUDIENCE E LA CHIUSURA MENTALE - Si è chiuso in bellezza, quindi, e proprio sulle ali di un dato incoraggiante è giusto dire (farlo mercoledì o giovedì sarebbe parsa un'arrampicata sugli specchi per giustificare l'insuccesso) che continuare a parlare di audience catodica, oggi, ha un senso relativo. Tantissime persone, i giovani soprattutto, ma non solo (l'ho fatto anch'io a volte, in questi giorni) hanno ormai a disposizione modalità alternative di fruizione delle produzioni tv, tramite le piattaforme web che consentono anche di vedere solo stralci di spettacolo, scegliere le parti e le esibizioni che maggiormente interessano. Di tutto questo, oggi, va tenuto conto. Lo sanno i pubblicitari, credo, e in futuro faranno le loro valutazioni in merito, dovrebbero cominciarlo a capire anche i giornalisti, di settore e non, che continuano a vivere coi santini dell'audience e dello share appesi al pc. Aggiornatevi, ragazzi. Se poi  una certa fascia di pubblico ha deciso aprioristicamente di non seguire la manifestazione perché non conosceva diversi nomi del cast, ecco, di questo la direzione artistica non ha colpa alcuna: la chiusura mentale verso il nuovo è un problema culturale che riguarda l'intera visione personale della vita, e che meriterebbe ben altri approfondimenti. Nel piccolo microcosmo festival, io mi tengo il continuo rinnovamento dei ranghi attuato dagli anni Dieci in maniera via via più consistente e deciso, con apertura a realtà periferiche del mercato discografico, ma ricchissime di talento e idee. Ne coglieremo presto i frutti. 

FORMULA AMA-FIORE: COSA HANNO SBAGLIATO - Come annunciato ieri dal diretto interessato, non ci sarà un Amadeus numero tre (anche se oggi in conferenza stampa c'è stata una parziale marcia indietro, forse più formale che altro, su sollecitazione dell'ad Salini...). Lo capisco ed è giusto così: l'anchorman ha sfoderato un coraggio nella selezione dei brani in concorso di cui, lo si capirà presto, gli dovremo essere grati a lungo. Minore elasticità ha mostrato nella costruzione complessiva dello spettacolo, a partire dalla cocciutaggine, rimasta intatta dal 2020 al 2021, nel voler insistere sulla durata spaventosamente dilatata delle serate, accettabile per la finalissima, molto meno per le prime puntate. E poi la formula dell'accoppiata con Fiorello non può essere ripetuta per una terza volta consecutiva: a tratti ha mostrato la corda anche in questa settimana, e più di tanto non si può raschiare il fondo di un pur ricco barile. E' stato tutto troppo uguale da un anno all'altro, anche certi ospiti italiani, anche la trovata della squadra di copresentatrici femminili. 

IO TIFO SERENA ROSSI - Su quest'ultimo punto, la nuova direzione artistica (se nuova sarà, a questo punto) dovrà, secondo me, fare una scelta di campo ben precisa, netta. Perché alla fine il buttare sul palco donne in in gran numero può quasi sembrare un contentino, un rispetto delle quote rosa fin troppo ostentato, un fare mucchio, riservando però a tutte spazi limitati. Ebbene, non conta la quantità, ma la qualità: dodici anni dopo Antonella Clerici, sarebbe ora di tornare ad affidare il comando della kermesse ligure a una donna. Certo, la Hunziker ha avuto un ruolo preminente nel 2018, ma era tutt'altro che sola, con presenza ingombranti come quelle di Baglioni e Favino. Ammetto che si tratti di una mia piccola fissa, ma la figura ideale ce l'abbiamo già, davanti agli occhi, e la si è vista anche ieri sera, pur se per un minutaggio troppo breve. Serena Rossi è una show girl completa e matura, sa presentare, intrattenere, recitare, cantare, potrebbe tranquillamente reggere sulle spalle anche da sola la conduzione del colosso Festival, secondo me. Il nome caldo di questi giorni è Alessandro Cattelan, da almeno due lustri promesso sposo di Sanremo, ma che non ha l'esperienza di prime serate Rai (altra cosa, diciamo pure un altro mondo rispetto alle pay tv), esperienza che può già vantare la prossima protagonista di "Canzone segreta". La quale a parer mio merita di essere la prima scelta. Avremo modo di riparlarne. 

LE COSE DA SALVARE E L'ASSENZA DEL PUBBLICO - Chiusura con piccole chicche extra-gara da salvare di questa faticosa settimana: tutti i momenti di sensibilizzazione sulla crisi del comparto cultural-spettacolare (non sono mancati, potevano essercene anche di più); la sigla delle prime due serate cantata da Amadeus e Fiorello su composizione in stile musical di Rocco Tanica (perché non utilizzarla per tutta la durata della rassegna?); la canzone-parodia di Fiore-Vasco sui pensionati; alcune ospitate non banali, come quelle di Enzo Avitabile, Dardust, l'attuale Re mida del pop italico, di Umberto Tozzi che accanto ai classicissimi ha proposto successi meno scontati come "Dimentica dimentica", e i due angoli nostalgia animati prima da Cinquetti, Leali e Marcella, e questa notte da Fogli, Vallesi e Zarrillo, un'idea da riproporre ampliata e riveduta in futuro, magari con una serata ad hoc. Rimarrà una frase, anche, tratta dal testo dei vincitori: "Parla, la gente purtroppo parla, non sa di che cazzo parla", applicabile a tante sciocchezze social lette in queste settimane sul festival, e colpevolmente alimentate anche da alcune testate giornalistiche che, ai miei occhi, hanno così perso ogni credibilità. 

Di quello che è da dimenticare, molto si è detto: su tutto si staglia l'assenza del pubblico in sala. Debbo dire che da casa l'ho percepita solo a tratti, merito di una scenografia che occupava lo schermo in tutto il suo spazio, di una regia accorta, di una proposta musicale, ribadisco, di grana buona e di due anfitrioni che, magari sbagliando qualcosa, magari segnando a tratti il passo, hanno fatto di tutto per far arrivare sui teleschermi allegria e spensieratezza. Ma per loro e per tutti gli artisti avere davanti quelle sedie vuote, per cinque e più ore a sera, dev'essere stato davvero avvilente. 

sabato 6 marzo 2021

ERMAL META È L'INTER DI SANREMO 2021: IN FUGA SCUDETTO-FESTIVAL. CHI LO FERMERA'? MERITATO TRIONFO DI GAUDIANO FRA I GIOVANI. INTANTO "AMA" NON TRIPLICA

La breaking news dell'ultimissima ora è la rinuncia ufficiale di Amadeus a una terza direzione artistica consecutiva. Era ampiamente nell'aria, ma sentirlo dichiarare in maniera così esplicita e risoluta fa comunque un certo effetto, anche se ha il pregio della chiarezza assoluta. Ne riparleremo domani, perché questo nasce come un pezzo di commento al venerdì del 71esimo Sanremone. L'anno scorso, la quarta serata fu quella del fattaccio Bugo-Morgan. Lì per lì un siparietto indecoroso, che però fornì al Paese gli ultimi spunti di innocua ilarità prima dell'inizio del dramma. Questa volta non c'è stato alcuno scossone di tal tenore, ed era ovvio: perché il cast non include personaggi ingestibili e imprevedibili come il signor Castoldi (persino Achille Lauro può definirsi "omologato" nella sua telefonatissima irriverenza all'acqua di rose), e perché non c'è proprio l'atmosfera per certe forzature, in un Festival che vuole essere momento d'evasione senza però rinunciare a un basso profilo nel modo di arrivare al pubblico a casa. Si è verificato un intoppo tecnico, questo sì, che ha costretto alla ripetizione della propria performance Francesco Renga, apparso in effetti ancor più in difficoltà della prima serata nell'esecuzione di "Quando trovo te". Ma nulla di strano, cose che accadono spesso all'Ariston, e del resto 24 ore prima anche Fasma e Nesli erano stati stoppati da Amadeus nel bel mezzo della loro cover perché il microfono del primo era rimasto muto. 

UN PO' MENO LUNGA, DECISAMENTE PIU' INTERESSANTE - A proposito di Sanremo 2020: anche nel superfluo, discutibile, infelice monologo di Barbara Palombelli (un modo per giustificarne la presenza al di là della presentazione di qualche brano) ha fatto capolino il refrain di "Fai rumore", ulteriore segnale che questa composizione, pur dalla vita ancor brevissima, è già diventata iconica nella storia della manifestazione e della musica leggera italiana, per la sua intrinseca bellezza e per i significati di cui si è caricata in questi dodici mesi. E sempre pensando all'edizione numero 70, l'archivio del blog mi ricorda che la serata-nottata del venerdì era stata leggermente più lunga di questa, che a sua volta è durata un po' meno rispetto all'indigeribile mappazzone del giovedì. Pochi minuti di differenza, certo, ma la durata-fiume in questo caso è stata resa più tollerabile dal fatto che il succo dello show sia stato il concorso vero, non la pseudo-gara degli evergreen rivisitati. Oltretutto, nonostante si sia comunque trattato di una maratona, la sensazione generale è stata di una maggior scorrevolezza, di un ritmo più serrato soprattutto nella seconda parte, quella finora maggiormente penalizzata e penalizzante in termini di audience complessiva della rassegna. 

ERMAL META PIAZZA L'ALLUNGO. SARA' DECISIVO? - I fatti concreti, le notizie del quarto capitolo di Sanremo 71 sono sostanzialmente due: del successo di Gaudiano nelle Nuove proposte parlerò più avanti, mentre in prima pagina si staglia nitido il nome di Ermal Meta. Il vincitore 2018, in linea teorica, affronta la finalissima nelle vesti dell'Inter di Lukaku e Conte, ossia l'attuale capolista in fuga della Serie A: dopo aver conquistato la demoscopica e l'orchestra, dopo aver tenuto egregiamente nel giudizio dei giornalisti, ed essendo accreditato di una buona resa anche nel televoto, che stasera avrà un ruolo pesantissimo pur se non decisivo, si può ben dire che solo lui, a questo punto, possa perdere il Festival. Ho detto in linea teorica perché non conosco cifre e percentuali delle votazioni, tutto rigorosamente secretato, ma al momento i dati noti sono questi. Certo non sarebbe il trionfatore ideale, forse il più "grigio" dell'ultimo quinquennio. Dopo il primo posto degli Stadio nel 2016, più che altro un tributo all'invidiabile carriera della band di Curreri, abbiamo avuto quattro pezzi-bomba a sbaragliare il campo, quattro gemme che, ognuna nel suo genere e attraverso interpretazioni diverse, hanno segnato profondamente, in senso positivo, l'albo d'oro della kermesse. Questa volta, si tratterebbe di un'affermazione basata più sul prestigio e sul curriculum del cantautore che sulle qualità di un brano senz'altro dignitoso, senz'altro ben concepito, delicato e con una vena di malinconia come nel classico mood di Ermal, ma che non spicca per originalità. 

LA PROTESTA (DI GRANA GROSSA) DI PEYOTE - Approfondiremo questi discorsi se stanotte verranno confermati i pronostici. Chi può insidiare il capoclassifica? La graduatoria provvisoria premia forse oltre i suoi meriti Willie Peyote, con un brano certo ficcante, furbescamente protestatario, che si scaglia contro una certa deriva dell'industria musicale e culturale non senza ragione, che ironizza amaramente su certe distorsioni causate dalla pandemia (stadi aperti, eventi di spettacolo chiusi), finendo però per allargarsi alla totalità del quadro sociale in disfacimento, mettendo insomma troppe cose nel calderone senza focalizzarsi su di un obiettivo preciso e finendo col risultare in alcuni passi retorico, ciò che un rapper di buona penna come lui non dovrebbe mai fare. Resta il fatto che "Mai dire mai" ha un refrain martellante e tremendamente efficace: una sua vittoria sarebbe veramente rivoluzionaria, forse la più sconvolgente nella storia del Sanremone, molto più di quella di Mahmood (rivisto ieri in straordinaria forma vocale), ma potrebbe anche essere un modo per sdoganare definitivamente un genere che finora, in Riviera, ha incontrato molte difficoltà, tanto da tener forse lontani dall'Ariston alcuni suoi esponenti di spicco. 

SALGONO RAPPRESENTANTE, ARISA, COLAPESCE-DIMARTINO - La sala stampa ha fatto giustamente balzare in avanti Rappresentante di Lista, Colapesce-Dimartino e Maneskin, consolidato la posizione di Irama e spinto in su Arisa. Della quale confermo quanto detto in sede di primo commento: il pezzo di Gigi D'Alessio è di grande eleganza e atmosfera, un esempio di eccelsa classe di melodia all'italiana che, per lo stile e il modo in cui la cantante lo porge al pubblico, mi ha ricordato un po' "Senza un briciolo di testa" di Marcella, riascoltata giusto un paio di sere fa. Ma tutto il pacchetto-festival di questo 2021 mi sembra onestamente di buon livello, dopo il secondo ascolto live dei brani scelti da Amadeus. Difficilissimo, a caldo, dire se sia migliore o peggiore di quello del 2020, che ha lasciato ai posteri almeno sei-sette chicche indimenticabili (Diodato, Gabbani, Levante, Pinguini Tattici, Tosca, Elodie, Lauro), queste sono valutazioni che si potranno fare solo a bocce ferme e dopo attente analisi, ma mi pare vi sia almeno una decina di opere in grado di percorrere una discreta strada da domenica in poi. 

MALIKA? OTTIMA - In tal senso, la serata di ieri non ha modificato di molto le sensazioni maturate martedì e mercoledì: nelle mie preferenze è cresciuto un tantino il solo Aiello, la cui "Ora" musicalmente non ha alcunché di innovativo, ma è sostenuta da un testo non privo di trovate originali e da una interpretazione rabbiosa, financo istrionica, in linea col messaggio della canzone. Pur se i social e molti addetti ai lavori la stanno massacrando, secondo me Malika Ayane si è presentata a questo Sanremo con una delle proposte migliori della sua carriera, anche se non la migliore in assoluto. Forse uno stile più sbarazzino, una ritmica più sostenuta rispetto ai lenti delle ultime due partecipazioni hanno spiazzato chi si aspettava rimanesse nel medesimo solco, ma vivaddio, è stata l'unica dei veterani a rischiare uscendo dal seminato, e "Ti piaci così" ti entra dentro e ti si ficca in testa, trascina e coinvolge. Così come trascinano i Rappresentante di lista, col ritornello forse più intenso e accattivante dell'edizione, per una "Amare" impreziosita da arrangiamenti di pregio, dalla possente vocalità di Veronica Lucchesi e dalla personalità che tutto l'ensemble sfodera on stage. 

L'ASTUZIA DA CHART DI MICHIELIN-FEDEZ - Malika e Rappresentante potrebbero persino essere i miei vincitori ideali, così come la cupa dance metalizzata di Irama, che stasera va tenuto d'occhio perché il Televoto potrebbe aiutarlo parecchio, quantomeno nella rincorsa a un podio che non sarebbe immeritato. Fra i "più" della serata anche l'allegrotto inno all'innamoramento dei Coma_Cose, le sonorità seventies, fra discomusic e Matia Bazar prima maniera, del duo Colapesce-Dimartino, l'astuzia radiofonico-commerciale di Michielin e Fedez, la cui "Chiamami per nome" non mi dispiace e che, come nel caso di Irama, potrebbe scalare stasera molte posizioni, anche se le soddisfazioni maggiori, par di capire, le raccoglierà fuori dall'Ariston. E ancora: conferme per la commistione di sonorità arabeggianti e spagnoleggianti di Gaia, per il semplice e romantico realismo cantautoriale di Fulminacci e per la grinta rockeggiante sopra le righe dei Maneskin. Si diceva di Renga: un altro che sta raccogliendo ampi dissensi in sede di commenti social, ma che secondo me va salvato quantomeno per l'ardimento mostrato nel cimentarsi con una composizione dalla costruzione assolutamente insolita, e che impone autentiche spericolatezze interpretative. 

GAUDIANO E NUOVE PROPOSTE DI SPESSORE - Eccoci infine alle Nuove proposte. Elessi Gaudiano a mio favorito fin dall'autunno scorso, dopo averne sentito la cruda e autobiografica "Polvere da sparo", dal testo realista con linguaggio contemporaneo e dalle sonorità di buona presa. Non era invece il favorito numero uno degli esperti, e per questo la sua meritata affermazione mi rende ulteriormente felice. Ne sentiremo parlare, così come sentiremo parlare degli altri tre finalisti, di Wrongonyou e della sua felice fusion fra modernità e tradizione, di Davide Shorty e della sua indole soul funk, di Folcast che ha imbevuto "Scopriti" di atmosfere avvolgenti alla Sinead O'Connor. Senza dimenticare la bella voce di Greta Zuccoli e l'ironia disincantata di Avincola, che sa alleggerire e smitizzare anche la serietà dell'amore. Bastano questi sei nomi per evidenziare come la commissione di AmaSanremo abbia compiuto un lavoro tutto sommato di pregio, traendo una serie di piccoli diamanti, grezzi ma promettenti, da un campo di partecipanti che in prima battuta non mi era parso di altissimo spessore. Certo poi questi ragazzi andranno adeguatamente valorizzati, "forzandone" magari il lancio e la crescita con un precoce inserimento nella categoria principale, come è stato fatto quest'anno con Fasma e con tanti altri in passato. Ma se il vivaio del Festivalone è questo, deve rimanere in vita, perché può continuare a garantire adeguato ricambio generazionale. 

venerdì 5 marzo 2021

SANREMO 2021: SERATA COVER QUASI OFFENSIVA NELL'IMPOSTAZIONE. NON MANCANO LE REINTERPRETAZIONI ORIGINALI, MA NELLE VOTAZIONI PREVALE IL CONFORMISMO

 Dicono che noi "Sanremo-fanatici" siamo disposti ad accettare tutto, proprio tutto, del Festival. Beh, sapete, non è mica vero. Perché una serata come quella di ieri, ad esempio, è qualcosa di molto vicino ad un'offesa, tanto più grave nei confronti di chi Sanremo lo segue e lo ama con passione praticamente da quando ha l'età della ragione. Parlo soprattutto della struttura dello spettacolo (ma non solo, come vedremo): quasi cinque ore e mezza di trasmissione per la puntata meno importante e significativa dell'edizione rasentano la follia. Una decina di concorrenti lasciati nell'ultimissimo segmento, fino alle soglie delle due di notte, sono una mancanza di rispetto verso tutti, spettatori e artisti. 

SCALETTA CONCETTUALMENTE SBAGLIATA - Chi mi conosce sa che guardo con grandissimo interesse al passato, facendone perfino oggetto di studio, come nel caso delle mie ricerche sulla storia della manifestazione canora più amata e popolare, ma non sono un nostalgico, tutt'altro. Penso semplicemente che si debba trarre il meglio dai tempi che ci siamo lasciati alle spalle, e ciò vale anche per Sanremo. Era estremamente funzionale, sul piano della resa televisiva e dei risultati di audience, il meccanismo degli anni Ottanta, che prevedeva di inserire gli elementi extra - competizione nella seconda parte dello show, perlomeno gran parte di essi (certo se ti trovavi fra le mani un Paul McCartney, come nell'88, era giusto riservargli un posto di riguardo in scaletta). In una serata riempita dalla gara (o meglio, pseudogara) come quella di poche ore fa, intermezzi evitabili come quelli di Valeria Fabrizi e del duetto Ibra-Mihajlovic, per tacere del taglio di baffi (con ferita annessa) di Amadeus a Fiorello, non si potevano mettere in coda a tutto il "mappazzone"? Date retta: ne avrebbe guadagnato la qualità dello spettacolo, per non parlare dei nervi di noi poveri spettatori inermi. Brutto segno quando anche un irriducibile come me, abituato al più rigoroso "festival minuto per minuto", sprofonda a più riprese nel sonno, vedendosi poi costretto a recuperare le esibizioni perdute sulle piattaforme video web. 

CAMBIARE LA TERZA SERATA - Rimane poi il difetto di fondo di un pezzo di format festivaliero che nasce come serata evento e che qualche volta, in passato, ha saputo essere un happening grazie a una felice miscela di ospiti illustri e performance ben cesellate, ma che, in generale, è qualcosa di fondamentalmente debole, un corpo estraneo che aggiunge poco o nulla al prodotto Sanremo e anzi, spesso, sottrae. La ripetitività del modello l'avevo già, oltretutto, più volte sottolineata negli anni addietro: cover e celebrazioni della canzone d'autore e della storia della musica italiana o della stessa rassegna ligure, cose viste e riviste, trite e ritrite. La terza serata andrebbe ripensata in toto: magari cominciando a posticiparla di 24 ore, perché ad esempio secondo me non ha senso che per due sere-notti consecutive, venerdì e sabato, si debbano riascoltare le medesime canzoni nuove dei Big. 

Ieri, in chiusura di commento, ho buttato lì l'idea di rimanere nel filone nostalgia, ma con gli interpreti e le opere originali: invece di gettare nel calderone le Cinquetti, le Marcella e i Leali di turno, quasi spersi nel mare magnum di maratone tv elefantiache, perché non costruire loro addosso un evento ad hoc, una puntata a tema, nella quale magari inserire anche la finale dei Giovani, i quali certo si gioverebbero dall'essere affiancati da nomi-totem amatissimi dal pubblico più maturo di  Rai 1? Questa potrebbe essere un'idea: un'altra potrebbe essere il ripescaggio dei duetti con reinterpretazione dei pezzi in concorso, che in diverse edizioni di questo secolo hanno proposto rivisitazioni interessanti e versioni alternative degne di nota. 

CHE C'ENTRANO LE COVER CON LA GARA DI BRANI NUOVI? - Tutto questo, sorvolando sul vero grande punto interrogativo della serata cover: il fatto che vada a incidere sulla graduatoria generale del concorso di inediti. Si possono trovare tutte le giustificazioni possibili, dire che è importante valutare le capacità interpretative degli artisti alle prese con composizioni di altri, ma Sanremo è una tenzone di canzoni nuove, e la conclusione è che si continua a mischiare pere con mele e a inquinare il verdetto finale di sabato. Per dire, i capiclassifica Annalisa ed Ermal Meta hanno avuto gioco facile, puntando su cover fin troppo sicure (rispettivamente "La musica è finita" e "Caruso", vedi te che fantasia), proponendole con misura e con sostanziale aderenza all'originale, fatto salvo l'apprezzabile arrangiamento di Federico Poggipollini per il pezzo della Vanoni, sicuramente un valore aggiunto. Così, hanno consolidato le loro posizioni di vertice e si apprestano ad affrontare le tre votazioni decisive partendo da un piedistallo non del tutto meritato, se guardiamo esclusivamente alle canzoni... di loro proprietà, quelle selezionate da Amadeus. Stesso discorso applicabile anche a "Quando", in cui Arisa si è avvalsa della presenza magari tecnicamente non ineccepibile, ma indubbiamente intensa e sofferta, di un Michele Bravi che spero di ritrovare presto in competizione in Riviera.

IRAMA. MANESKIN, GAIA E FULMINACCI OK - Insomma, l'ennesima occasione perduta. Peccato perché, quest'anno, si era intravisto un minimo di coraggio in più nella scelta degli evergreen, o presunti tali, da rielaborare per il palco dell'Ariston. Avrebbero meritato maggior considerazione la rispettosa interpretazione di "Cyrano" da parte di Irama (con tanto di intro di Guccini, una perla destinata a rimanere un unicum nella storia della manifestazione), lo sfacciato e irriverente vestito rock che i Maneskin e Manuel Agnelli hanno fatto indossare ad "Amandoti" dei CCCP, il "Penso positivo" di Fulminacci valorizzato dalla tromba di Roy Paci e, soprattutto, dalla rilettura in chiave surreal-ironica di Valerio Lundini, la struggente e sensuale atmosfera che Gaia e Lous and the Yakuza hanno saputo creare per "Mi sono innamorato di te". 

MADAME, ORIETTA E STATO SOCIALE SU, BUGO GIU' - La voce delle Deva (rivista sul palco Laura Bono, sfortunata vincitrice fra i Giovani nel 2005) si è sposata come meglio non poteva con quella di Oriettona Berti, facendole fare un balzo in classifica grazie a "Io che amo solo te", "Giudizi universali" è stata soprattutto una performance di Samuele Bersani alla quale poco o nulla ha aggiunto Willie Peyote. Di Madame rimarchevole la citazione del famoso sketch in un'aula scolastica con cui Celentano lanciò "Prisencolinensinainciusol" in tv; fin troppo rigorosa, pur se efficace, la rilettura di "Del mondo" dei CSI da parte di Gazzè e Silvestri, i Rappresentante di Lista hanno ben riarrangiato "Splendido splendente", ma l'apporto di Rettore è stato pressoché impalpabile, mentre da promuovere gli Stato Sociale, che se non altro hanno colto l'occasione per parlare della situazione di grave sofferenza del mondo sello spettacolo, ben appoggiati da Francesco Pannofino ed Emanuela Fanelli, e magari solo per questo avrebbero meritato una più degna collocazione in scaletta. Menzione d'onore per lo scanzonato medley da festa di piazza degli Extraliscio con Peter Pichler, meno per il fanciullesco pout pourri di Fedez e Michielin e per la mediocre, se non peggio, versione di "Un'avventura" offerta da Bugo e dai Pinguini. 

Tutto il resto è già passato nel dimenticatoio, ma il dramma è che anche il poco di meritevole verrà presto spazzato via, anche perché, verosimilmente, non finirà in alcuna incisione, e non so quanti, fra mesi o anni, andranno a ricercare queste esibizioni su Rai Play e dintorni. Insomma, il caso della cover di "Se telefonando" by Nek, divenuta successo commerciale, continua a rimanere più unico che raro, e stiamo parlando di un episodio di sei anni fa. Anche questo è un motivo, uno dei tanti, per porre energicamente mano a un deciso rimodellamento di questa serata-corpo estraneo. Ricaricate le pile e schiacciato un pisolino, siamo dunque pronti a rituffarci nel vero Sanremone, l'unico che conta, quello della gara. E sono sicuro che già da questa sera cominceranno ad emergere le qualità di brani dal livello tutt'altro che malvagio. 

giovedì 4 marzo 2021

SANREMO 2021: IRAMA "SPACCA" E SI CANDIDA A SECONDO VINCITORE A DISTANZA DOPO IL VILLA DEL '55. BENE ANCHE MALIKA E RAPPRESENTANTE DI LISTA

 Dopo 66 anni, avremo di nuovo un vincitore di Sanremo "da remoto"? Nel '55 fu Claudio Villa, costretto a letto da un'influenza: nel corso della finale, la sua performance live fu sostituita dalla diffusione in sala dell'incisione di "Buongiorno tristezza". Questa volta potrebbe toccare a Irama, presente solo col filmato della (convincente) prova generale. Eventualità possibile, anche se non è il favorito numero uno, ma il terzo posto nella classifica demoscopica dei 26 Big al termine della seconda serata rende l'ipotesi tutt'altro che peregrina. Augurando al giovane cantante che lui e i suoi collaboratori escano indenni dall'incubo Covid, possiamo già parlare di una storia a lieto fine, quantomeno nel ristretto micromondo sanremese: da un'esclusione data ormai per certa, in punta di regolamento, al mantenimento in gara grazie alla mano tesa dal direttore artistico, fino al boom di consensi di ieri. Da parte mia, posso dire che sarebbe stato un peccato non vedere più in lizza "La genesi del tuo colore", una delle perle più pregiate del pacchetto di questa 71esima kermesse, ma ne parleremo più avanti. 

INSISTERE SULLA LINEA GIOVANE - Nel cuore della notte, prima della messa in onda dell'rvm di Irama, si sono esibiti in successione Random, Fulminacci, Willie Peyote e Gio Evan. Ecco, quello è stato il momento in cui ha fatto capolino l'effetto Sanremo '75, o anche '79, cioè una sfilata di concorrenti poco noti, se non ignoti, alla grande platea generalista. Ribadisco comunque la mia posizione in merito, con un paio di distinguo che esporrò a breve: lo svecchiamento e il rinnovamento del parco cantanti festivaliero, in atto da almeno un decennio, deve continuare, ed è stato giusto azzardare un cast così rivoluzionario, così distante dai canoni della kermesse ligure e dai gusti della platea over 40. Se in passato Sanremo come gara canora ha rischiato di implodere proprio per la refrattarietà quasi totale alla realtà musicale del Paese, le scelte artistiche di Amadeus rappresentano la miglior soluzione possibile per garantire una vita lunga e prosperosa alla manifestazione. 

Certi personaggi rappresentano, per talento e sostanza delle composizioni, il futuro della nostra canzone. Certo lanciarli in maniera così massiccia sull'ammiraglia Rai, nell'evento istituzionale per eccellenza, è un rischio, roba da equilibristi senza rete: ma è anche un investimento per l'avvenire, che darà frutti a medio termine e che, nel frattempo, deve mettere in conto un'emorragia di spettatori. Ecco, del discorso Auditel sanremese non ho mai parlato volentieri se non marginalmente, eppure, da che esiste "Note d'azzurro" avrei avuto ampiamente modo di inzupparci il biscotto, perché dal 2009 all'anno passato l'audience ha sempre visto trionfare Sanremo, con la sola eccezione del 2014, l'ultimo dei... quattro Fazio. Dodici anni di trionfi che rappresentano una discreta copertura assicurativa per l'avvenire del carrozzone rivierasco, e che consentono di parlare con serenità del flop di ascolti di questi giorni. 

FLOP AUDITEL: CAUSE E SOLUZIONI - Magari ci ritorneremo più dettagliatamente nel fine settimana, nelle giornate del bilancio. Ora posso solo fare alcune annotazioni. La prima: possibile che nessuno abbia pensato a quali danni avrebbe comportato andare in concorrenza con la Serie A, l'unico vero competitor in grado di sottrarre pubblico al colosso Sanremo? In passato ci pensarono e, semplicemente, saltarono la serata del mercoledì, anticipando la kermesse di un giorno. Non era difficile. Su tutto il resto si può discutere: d'accordo, la fronda anti festival, alimentata irresponsabilmente anche da alcune emittenti tv, ma spostare lo show ad aprile, maggio o giugno non avrebbe cambiato nulla. Perché la superficialità dei preconcetti non sarebbe stata scalfita, perché il populismo avrebbe trovato altri argomenti vacui per alimentare una pseudosolidarietà posticcia verso non si sa chi (o meglio, verso tutti ma non per chi lavora dentro e attorno alla macchina festival, loro sono dei paria della società che non meritano alcun riguardo, vero?). 

E poi comunque, in primavera, estate o autunno Sanremo 71 sarebbe stato sempre questo: stessa costruzione dello spettacolo, stesso cast di concorrenti e stesse canzoni in gara, stessi presentatori. E soprattutto niente pubblico in presenza, o forse poche decine di spettatori: quest'estate avremo Europei di calcio e Olimpiadi che si disputeranno nel metaforico gelo di impianti vuoti, e nessuno sta montando scioperi e boicottaggi per questo. Semplicemente, forse, è da rivedere la linea artistica riguardante il format televisivo dello spettacolo, e su questo ritorneremo. Ma la selezione di cantanti e canzoni no, è giusta quantomeno nell'idea di fondo e va portata avanti, al netto delle oscillazioni qualitative della proposta musicale, un anno meglio e un anno peggio, come è sempre stato. Con una postilla: focalizzarsi esclusivamente sul dato catodico ha senso, nel 2021, quando si può fruire qualsiasi prodotto tv, e quindi lo stesso Sanremo, anche in differita e attraverso innumerevoli piattaforme? 

GIO EVAN E RANDOM: ANCHE NO - Dicevo di un paio di distinguo riguardanti il cast dei Campioni. Perché ecco, va bene tutto, ma ad esempio Gio Evan è uno di quelli che, effettivamente, poteva davvero trovar posto fra le Nuove proposte. Musicalmente ha un background piuttosto scarno, la sua "Arnica" è anche un interessante sfogo autobiografico scritto con linguaggio attuale e realista, ma il cantante pare ancora un po' acerbo nel proporsi sul palco. Quanto a Random, ok la quota rapper, ma allora perché sceglierne uno che tradisce le radici per portare in concorso una canzoncina d'amore che mi aspetterei più da Zarrillo che da lui? Ecco, queste forse sono due caselle che potevano essere utilizzate diversamente: con un rapper che fa il rapper, e  con un altro veterano da affiancare alla spaurita Berti, andandolo magari a pescare nella galassia dei dimenticati anni Novanta, fra le varie Mietta, Nava, Alotta e compagnia. Mietta che fra l'altro, in occasione del recente Cantante mascherato, ha sfoderato una forma vocale e una poliedricità artistica davvero meritevoli dei migliori palcoscenici. Perché è stata dimenticata dallo showbiz? 

AYANE, IRAMA E RAPPRESENTANTE: TRIO SUPER - A proposito di Orietta Berti: d'accordo, fuori tempo e fuori mercato, ma prendiamo la sua presenza come un meritato tributo a un colosso della musica italiana, assente da troppo tempo dall'arengo sanremese quando molti suoi coetanei hanno occupato quasi manu militari quel palco nello stesso periodo. Comunque "Quando ti sei innamorato" è più pregevole, quantomeno, delle proposte presentate nelle sue ultime apparizioni precedenti, da "La barca non va più" a "America in", da "Futuro" a "Rumba di tango", brutta canzone, con tutto il rispetto per il compianto Giorgio Faletti. Più debole sul piano del prestigio dei nomi in gara, la seconda serata ha offerto però un miglioramento a livello di "immediata capacità impattante" dei pezzi. Balza fra i favoriti Malika Ayane, con un'opera ritmata e orecchiabile che prosegue il discorso intrapreso qualche anno fa con la bella e poco considerata "Stracciabudella", ottimi davvero i Rappresentante di lista, con un brano intenso, pienamente contemporaneo ma anche capace di non dimenticare certa buona tradizione italiana, e un ritornello che si ficca in testa. Sugli scudi, si è detto in apertura, anche Irama: la sua è una dance tesa, possente, persino inquietante in quel refrain "robo-metallizzato". In altri tempi si sarebbe detto "farà ballare l'Ariston": sarà per un'altra volta. 

GAIA E FULMINACCI DA SEGUIRE - Notevoli gli echi arabeggianti di una Gaia tutt'altro che banale, Fulminacci porta un cantautorato semplice, scarno ma sostanzialmente ben concepito e discretamente incisivo, Bugo ha abbandonato l'elettronica dell'accoppiata con Morgan ma suona ancora vintage, e tuttavia la sua "E invece sì" non ha pienamente convinto al primo ascolto, complice anche qualche difficoltà esecutiva di un artista interessante ma che non pare tagliato su misura per i live. Lo Stato Sociale ha gigioneggiato sul palco, la canzone rimembra Edoardo Bennato in certe parti, è ricca di fantasia e forse si avvicina di più al loro stile, rispetto a "Una vita in vacanza" che, benché caciarona, strizzava maggiormente l'occhio alla radiofonicità. Tanta carne al fuoco, forse troppa, nel polemico sfogo della "Mai dire mai" targata Willie Peyote, che comunque non passera inosservata, così come "Bianca luce nera" degli Extraliscio, commistione di stili di non facile digeribilità immediata. Infine, il capoclassifica del momento: Ermal Meta ha concepito una ballata elegante, ben scritta e struggente, anche se non brilla per originalità. E' il tipico prodotto della linea melodica sanremese, se giudicasse solo la demoscopica probabilmente vincerebbe a mani basse, ma...

SUPER ELODIE, MA PERCHE' SCHWAZER? - La gara dei giovani ha prodotto i quattro finalisti migliori: dopo Gaudiano e Folcast, ecco Wrongonyou e Davide Shorty. I più meritevoli, con qualche rimpianto per Greta Zuccoli, grande voce che ha pagato dazio con una proposta eccessivamente agée. Sul fronte della cornice, come sempre eccessiva e debordante (ecco un aspetto che andrà profondamente ritoccato in futuro), dato il giusto rilievo al Golden globe vinto dalla Pausini (traguardo storico, ricordiamocelo, conquistato da una ragazza partita da Sanremo) e all'omaggio a Ennio Morricone con la collaborazione del Volo, si è stagliata nitidamente su tutti Elodie. Oltre il fascino glamour e la sensualità c'è di più, ossia una performer a tutto tondo, che ha un bel futuro da presentatrice anche se preferirei continuare a vederla soprattutto nelle vesti di cantante. Il suo medley a incastro, con una sovrapposizione di pezzi di canzoni storiche da far venire il mal di testa, è stato geniale. Certo poteva evitare, all'una passata, la parentesi autobiografica con commozione incorporata, ma la si può perdonare, mentre difficile capire il senso della pur breve comparsata di Alex Schwazer, con una scelta di campo non richiesta e non dovuta da parte della tv di Stato. La vicenda non è ancora chiusa e ci sono molti aspetti da chiarire, lasciamo che la giustizia, sportiva e non, faccia il suo corso. Ottimo lo spazio nostalgia per i veterani Marcella, Leali e Cinquetti, trovata della... penultima ora. Un'idea da riproporre in avvenire, magari meno improvvisata e più strutturata in una serata ad hoc.

venerdì 27 novembre 2020

SANREMO 2021 O FESTIVALBAR DI SANREMO? I DUBBI SULLE DATE, COMPRENSIBILI FINO A UN CERTO PUNTO, E UN'ANALISI SUI BIG PAPABILI

 Sanremo 2021 è al momento un enorme punto interrogativo. In tempi di pandemia, probabilmente, non potrebbe essere altrimenti, ma un po' di magone e di preoccupazione ci sono. L'appuntamento, si sa, è per la prima settimana di marzo, ma nei giorni scorsi sono circolate con insistenza le voci di un possibile, ulteriore rinvio. Ulteriore perché, lo ricordiamo, negli ultimi anni il Festivalone era tornato nella collocazione storica di inizio febbraio, e lo spostamento di un mese rappresentava, nelle intenzioni degli organizzatori, la volontà di mettersi a... distanza di sicurezza dagli ultimi colpi di coda del Covid. Poi, certo, la situazione è peggiorata, ma la recrudescenza non è stata proprio un fulmine a ciel sereno. Si è trascorsa l'estate a discutere di seconda ondata, il quadro si è aggravato oltre le previsioni per tutta una serie di motivi che non sarebbe corretto esporre qui. Al di là di tutto, previsioni circa l'andamento di lungo periodo di questo flagello sanitario pare impossibile farne anche per gli esperti, e si naviga dunque a vista in tutti i campi. 

PALETTI - Dei paletti, dei punti fermi, è pero necessario mantenerli, perché in un quadro così fluttuante è doveroso ancorarsi a un minimo di programmazione. I principali tornei di calcio professionistici nazionali e internazionali, per fare un esempio a me caro, si giocano, pur con enormi limitazioni, con rinunce, con protocolli rigidi, con gli stadi vuoti, ma si va avanti anche in queste settimane così dure e angosciose per il Paese. Una rassegna canora è già qualcosa di diverso, per carità, ma è stata comunque apprezzabile la scelta della Rai di fissare con largo anticipo delle date e di tracciare una road map molto precisa e rigorosa, un percorso di avvicinamento che ruota essenzialmente attorno alla selezione delle Nuove Proposte tramite la trasmissione AmaSanremo, conclusasi ieri, e la finalissima del 17 dicembre al Teatro del Casinò rivierasco. 

MEGLIO MARZO O APRILE? - Tutto questo per dire che, ora come ora, i balletti e i tentennamenti attorno a un progetto già deciso mi sembrano fuori luogo, perché una data stabilita oggi potrebbe non essere più plausibile domani. Spostare la kermesse ad aprile, come in molti quasi esigevano? Sì, forse ad aprile la situazione sarà migliore rispetto a marzo sul fronte virus, anzi è possibilissimo sia così, ma potrebbe anche essere il contrario, potremmo stare meglio a marzo e peggio ad aprile, nella deprecata eventualità di una terza ondata di cui qualcuno comincia a sussurrare. Certo, nel frattempo è arrivata la gioiosa novità del vaccino (anzi, dei vaccini), ma, al di là dell'ottimismo forse eccessivo di certe cronache, sono tutti da verificare tempi e modalità di somministrazione. 

Il mio parere, già espresso nelle scorse settimane, è che Sanremo si "deve" fare: mai come in questo momento sarebbe determinante, quasi vitale, per far ripartire il mondo dello spettacolo e quello della discografia, che stanno pagando un prezzo esorbitante, direi drammatico, allo stop pandemico. Sul punto secondo me c'è stato un grave errore comunicativo di Amadeus, che tanti meriti ha accumulato finora nella sua gestione festivaliera ma che spesso incappa in disavventure verbali di non poco conto. Il direttore artistico ha iniziato la marcia di avvicinamento affermando di non voler pensare a un Sanremo in tono minore, dimezzato, ridimensionato. Ma dire così significa semplicemente salutare Sanremo 2021 e dare direttamente l'arrivederci al 2022. Perché nel 2021, perlomeno nella prima metà, non potrà esserci alcun evento spettacolare in forma "normale". Ecco perché, in teoria, aprile vale marzo. Anche con la rassegna spostata in primavera, ritengo dovranno comunque essere seguiti rigidi protocolli sanitari di sicurezza, non si potrà riempire totalmente l'Ariston, non si potrà consentire l'afflusso in massa di cittadini, turisti e addetti ai lavori nelle strade della località ligure. 

IL... FESTIVALBAR DI SANREMO? - Perché il punto dolente sta anche qui: un Festival senza pubblico, senza indotto, senza "casino" di contorno (un casino remunerativo per tante attività commerciali) sarebbe un Festival assai depotenziato. Se ci si illude che passando da marzo ad aprile la situazione cambierà radicalmente, come per magia, va bene tutto e, sia ben chiaro, io me lo auguro caldamente, ma, per l'appunto, temo sia un'illusione e nulla più. Forse solo una rassegna a ridosso dell'estate potrebbe rappresentare una soluzione con basi più solide. Certo, diventerebbe il Festivalbar di Sanremo, ma in un'epoca così assurda ci starebbe anche. Ciò che conta è l'ufficialità: il direttore di Rai 1 Claudio Fasulo prima, e Amadeus poche ore fa, hanno confermato la manifestazione nelle date previste, e il sindaco della città Alberto Biancheri ha sottolineato di non aver indirizzato a viale Mazzini alcuna richiesta di spostamento, contrariamente a quanto molte testate si erano affrettate a scrivere, ma è evidente che il quadro sia in divenire e imprevedibile.

PRONOSTICI DIFFICILI - Ha senso, alla luce di tutto ciò, cominciare ad azzardare pronostici sui possibili Big in gara, come da piacevole tradizione di questo periodo dell'anno? Non molto, direi. Anche qui, indicazioni contrastanti: in sede di presentazione di AmaSanremo, il direttore artistico si era detto soddisfatto perché a quel momento era arrivato più del doppio delle proposte ricevute dodici mesi prima alla stessa data, fra le quali c'erano anche i provini di qualche nome di rilievo. Poi, voci peraltro non confermate hanno parlato di pezzi scadenti e di nessun grosso calibro in lizza. Ora l'orizzonte sembra essersi di nuovo rasserenato: trecento le proposte arrivate sul tavolo di "Ama" e, parole sue, almeno cento "bellissime". Chi ci capisce è bravo. Proprio sul fronte dell'allestimento del cast, ça va sans dire, l'incertezza sulle date potrebbe risultare esiziale, perché pur in periodo di blocco o semi blocco, gli artisti e i loro entourage non possono fissare impegni da un giorno all'altro, devono sapere quando muoversi, avere un programma definito: non vanno lì a prendere semplicemente un microfono in mano, c'è dietro un'organizzazione lunga e complessa. 

I RITORNI E LE DONNE - In ogni caso, proviamo a dare qualche indicazione di massima, perché anche qui c'è una data ufficiale, impressa a chiare lettere sul regolamento: il 17 dicembre, giorno della selezione finale dei giovani, dovrebbe anche essere comunicato il listone dei Campioni, in teoria venti, ma nella realtà destinati a lievitare di qualche unità, secondo consuetudine. E dunque: come al solito, guardiamo a chi manca da parecchie edizioni e sarebbe tempo che tornasse. Da Malika Ayane a Francesca Michielin, da Ermal Meta a Fabrizio Moro tre anni dopo la loro vittoria in coppia, e poi l'estrosa Dolcenera, la raffinata Simona Molinari, e perché no una Emma che potrebbe pure rimettersi in gioco, visto che la sua ultima partecipazione in concorso (con annesso trionfo) risale al 2012. Tanti nomi femminili, come si vede, perché Sanremo 2021 dovrà necessariamente essere più "rosa" dopo le presenze ridotte delle ultime kermesse. A tal proposito, i grossissimi nomi, fra le rappresentanti della cosiddetta "altra metà del cielo", potrebbero essere Carmen Consoli o Gianna Nannini, mentre è arduo sperare in un ripensamento di Giorgia, tipica cantante da Festival, nata artisticamente all'Ariston ma che, nel tempo, ha sviluppato una certa idiosincrasia alle gare, e ho quasi perso le speranze per Alessandra Amoroso, ma quest'anno è così particolare che mai dire mai.... 

Poi ci sono Baby K. e Giusy Ferreri che, magari stanche della routine dei tormentoni estivi, potrebbero cimentarsi nelle più ovattate atmosfere invernali o primaverili, il che per la siciliana non sarebbe una primizia, ma casomai un tentativo di rivincita dopo troppe delusioni canore patite in Liguria. Il nome più gettonato, e non potrebbe essere altrimenti, è quello dell'ultima "amica" di Maria De Filippi, ossia Gaia. Il mio sogno? Levante, una delle vincitrici morali di Sanremo 2020, che torna con un pezzo ancora più forte di "Tikibombom" e conquista medaglia d'oro e consacrazione definitiva. Anche Elodie potrebbe provare a battere il ferro finché è caldo. 

I MASCHIETTI - Capitolo maschietti: detto di Meta e Moro, ovviamente separati, il nome relativamente nuovo potrebbe essere quello di Pago, mai visto al Festival ma rilanciato prepotentemente dall'ultima edizione di Tale e Quale Show. In quota cantautorato attendiamo speranzosi un ritorno di Samuele Bersani, ultima presenza nel 2012, del sofisticato jazz di Cammariere o di Niccolò Fabi, autore fra i più sensibili assente da tempo immemore dalla ribalta festivaliera, mentre c'è un Gianluca Grignani in cerca dell'ennesimo rilancio, così come Kekko Silvestre e i suoi Modà, fino a pochissimi anni fa dominatori delle classifiche, ma la musica pop consuma in fretta i suoi miti... Chissà che, a due anni dall'imprevedibile vittoria di "Soldi", non si riveda un Mahmood  la cui popolarità necessita comunque di una certa rinfrescata, mentre Rocco Hunt ricomparirebbe più maturo e sicuro di sé, dopo gli ultimi successi discografici in coppia con Ana Mena.  

GLI SCETTICI DEL FESTIVAL - Non dimentichiamoci di Michele Bravi, rivelazione del 2017 poi rimasto al palo per seri motivi personali, e di Bugo, che giustamente vorrebbe farsi risentire per bene e senza intoppi, dopo che la sua bella "Sincero" è stata oscurata dalla surreale diatriba con Morgan, perdonato a tempo di record dalla Rai tanto da diventare uno dei giudici di AmaSanremo. Qui i superbig potrebbero essere i Negramaro, mai più in concorso dopo la clamorosa bocciatura del 2005 ma appena usciti con un nuovo album, un Gigi D'Alessio sempre disponibile con Sanremo, Dodi Battaglia, che secondo le cronache ci aveva provato già due anni fa, irriducibili "scettici" del Festival quali Cesare Cremonini e Luca Carboni, o addirittura un Ultimo smanioso di "vendetta" dopo lo smacco del 2019, e ora campione assoluto delle classifiche. Novità assolute, ma non imprevedibili, sarebbero Tommaso Paradiso, ancora alla ricerca di una precisa identità canora dopo la fine dell'esperienza con The Giornalisti, e Fede senza il fidato Benji. L'amico Luca Valerio, conoscitore e attento analista delle cose sanremesi, mi suggerisce un'eventualità clamorosa, una réunion dei Pooh (magari senza utilizzare il marchio originario, solo con i nomi anagrafici) nel ricordo di Stefano: a mio parere sarebbe una presenza troppo ingombrante per la gara, per un sacco di motivi, principalmente sul piano emozionale, ma forse come superospiti... Vedremo. 

I FRESCHI DELUSI - Più riscatto che rilancio è quello di cui abbisognerebbero Arisa, Nek e Francesco Renga, presenti appena due anni fa ma con una partecipazione assolutamente al di sotto delle aspettative, per motivi diversi che furono qui analizzati all'epoca. Allo stesso modo, non è escluso che ci riprovi qualcuno già in lizza nel 2020 senza riscontri apprezzabili, penso a Giordana Angi, ad Alberto Urso o a Riki. Tornando al 2019, papabili Irama, nel frattempo divenuto protagonista delle chart soprattutto estive,  Shade e i Boomdabash, ottimi all'esordio sanremese. 

GIOVANI, INDIE, RAP - Il vivaio sanremese ha lanciato nell'ultima edizione, oltre al vincitore Leo Gassman, ragazzi di valore come Fasma e gli  Eugenio in via di Gioia. Altamente probabile che qualcuno di loro trovi spazio, minori possibilità per gli emergenti dei Festival precedenti, pur validi, come il multiforme Lorenzo Baglioni, Mirkoeilcane, Zibba, che pure sono artisti meritevoli e originali. Fra gli ex talent, possibili i tentativi di  Lorenzo Fragola, dei Kolors, o la prima volta dei Maneskin. Poi ci sono le due immense galassie delle indie e del mondo rap - trap, dalle quali Amadeus vuole sicuramente attingere a piene mani, nella speranza che arrivino proposte all'altezza. Fra i primi citiamo Calcutta, Fulminacci, Brunori Sas, Colapesce con Dimartino, La Rappresentante di lista, Gazzelle, Roberta Giallo, Patrizia Laquidara, Dente, Cristina Donà, Ginevra Di Marco. Fra i secondi, nomi mainstream come Emis Killa, Myss Keta, Ghali, Marrakash, Fred De Palma, Capo Plaza, Carl Brave, o emergenti già di gran successo come Tedua, Ernia, Tha Supreme, Madame. C'è di che sbizzarrirsi. 

I VETERANI E I DIMENTICATI - E come tralasciare l'immenso catino delle vecchie glorie, dei veterani? Per la verità, negli ultimi anni hanno giustamente avuto meno spazio anche perché, per troppo tempo, molti di loro (quasi sempre gli stessi) sono stati riproposti all'Ariston pur avendo ormai scarsissimo peso sul mercato (Al Bano e Patty Pravo, per dire).  Un nome un po' insolito da "ripescare" potrebbe essere quello dei Matia Bazar, in formazione rinnovatissima col solo "vecchio saggio" Fabio Perversi a tenere saldo il legame col passato, e ora portatori di un pop più fresco, radiofonico, immediato. Andando indietro nel tempo, perché non azzardare una presenza in gara dei ricostituiti Ricchi e Poveri, dopo la trionfale ospitata del febbraio scorso? Da anni auspichiamo la réntrée di Massimo Ranieri, ma è dura; il nome boom in questo campo sarebbe quello di Loretta Goggi, troppo poco presente nella storia di Sanremo, mentre ci sarebbe il solito esercito dei divi anni Novanta e primi Duemila, frettolosamente messi da parte dai circuiti mainstream ma ancora orgogliosamente in pista. Nomi sparsi, tutti plausibili: Lisa e Paolo Vallesi, i delusi dell'ultima edizione perché esclusi nonostante il buon viatico della vittoria a "Ora o mai più", lo show Rai dedicato ai cantanti dimenticati, e poi Francesca Alotta, Massimo Di Cataldo, Jalisse, Syria, Mietta, Silvia Salemi, Marina Rei, fino a Barbara Cola e Jessica Morlacchi, altre protagoniste dell'ultimo Tale e Quale. 

martedì 18 settembre 2018

WIND SUMMER FESTIVAL 2018: TRIONFA "AMORE E CAPOEIRA" IN UNA BELLA FINALE ALL'INSEGNA DEL LIVE, DELLE GRANDI PERFORMANCE E DELLA MUSICA ITALIANA


"Amore e Capoeira" è la canzone dell'estate, secondo il Wind Summer Festival 2018. Cominciamo da qui, dalla notizia principale, per raccontare un'edizione della kermesse, quella conclusasi domenica sera a Milano, che è risultata sotto molti aspetti diversa dalle precedenti. A partire proprio dal brano vincitore: che può piacere o non piacere, ma è stato l'autentico tormentone di questi tre mesi di canicola, né più né meno di un "Vamos a la playa" o di un "Run to me", esempi old school di quell'easy pop vacanziero tanto rimpianto dai nostalgici e che negli ultimi anni sta conoscendo, mi pare, una nuova era di benessere. Già con questo verdetto c'è stata una inversione di tendenza rispetto all'albo d'oro della kermesse, che ha dato gloria a titoli non certo entrati nella storia della musica da spiaggia, da "Liar liar" di Cris Cab a "This girl" di Kungs, fino allo stesso "Pamplona" del 2017, che ha goduto di buonissimi riscontri di mercato ma non aveva le stimmate di quei pezzi in grado di caratterizzare un'estate e di imprimersi nella memoria popolare. In tal senso l'unica eccezione, finora, era stata  la gettonatissima "El mismo sol" di Alvaro Soler, incoronata nel 2015.
NOVITÀ FONDAMENTALI - Il trionfo del quartetto Takagi - Ketra - Sean Kingston - Giusy Ferreri rappresenta quindi una certificazione "nero su bianco" di ciò che davvero è andato per la maggiore nella stagione ormai giunta al capolinea: certificazione che, ad esempio, mancò proprio alla citata "Vamos a la playa" dei Righeira, i quali non vinsero il Festivalbar dell'83 solo perché erano schierati... fuori concorso (il successo andò alle "Bollicine" di Vasco Rossi). E già che si parla di Festivalbar, debbo ribadire quanto più volte scritto negli anni passati, ossia che la manifestazione targata Wind ha ormai assunto la stessa dignità dell'illustre antenata. 
Dodici mesi or sono, per dire la verità, non ero stato tenerissimo col Summer Festival, che aveva segnato un po' il passo rispetto agli esordi, essendo diventato un concorso prevedibile e privo di pathos proprio come le ultime edizioni della gara ideata dal compianto Vittorio Salvetti. Quest'anno si è invece recuperato terreno, soprattutto per il deciso cambio di rotta nella struttura dell'evento: non più quattro serate a giugno trasmesse in tv in differita e poi addio, ma l'aggiunta, fondamentale, di una finalissima settembrina in diretta. per decretare una canzone dell'estate con tutti i crismi, ossia pesandone il rendimento lungo tutto l'arco della bella stagione. Una modifica alla formula che, nel mio piccolo, suggerivo da anni, che è stata finalmente apportata e che fa davvero del "Summer" il Festivalbar 2.0. 
UN PREMIO E DUE TORMENTONI - "Amore e capoeira" sugli scudi, si diceva: un brano che non ha messo d'accordo tutti quantomeno a livello testuale, con quel riferimento alla "favela", cioè a una realtà sociale drammatica e complessa, nell'ambito di una composizione che è un inno al disimpegno balneare. L'orecchiabilità però c'è tutta, e in fondo è ciò che più conta per i principali fruitori di questo genere canzonettistico, ossia gli adolescenti e i giovani in generale, coloro che hanno più facile accesso alle piattaforme video online e ai moderni mezzi di fruizione della musica; aggiungiamoci, ad aumentarne l'appeal, il curioso balletto a far da coreografia, con le ragazze che si...  sculacciano amabilmente il sedere in fila indiana: più buffo e simpatico che sensuale, ma anche questo fa parte del gioco. Non era presente, ma un "ex aequo" morale coi vincitori lo merita Baby K., la cui "Da zero a cento" ha spopolato nell'heavy rotation radiofonica e nelle vendite (doppio platino, mica poco), usufruendo del martellante spot Vodafone nella fase di lancio per poi camminare benissimo con le proprie gambe. 
LA QUALITÀ DI MALIKA - Mancava dunque dal cartellone una protagonista assoluta delle ultime settimane, ma le altre hit del periodo c'erano più o meno tutte: dal mix vintage - contemporaneo dei Thegiornalisti in "Felicità puttana" alla ritrovata ispirazione di Luca Carboni, che ha presentato "Una grande festa". Accattivante il ritmo proposto dall'inedito trio Elodie - Michele Bravi - Gué Pequeno in "Nero Bali" (disco di platino) e da Irama, con una "Nera" intessuta di vaghe ispirazioni spagnoleggianti allo stile Soler (doppio platino anche per il vincitore di Amici '17): tutti brani, come si vede, che hanno saputo uscire dai circuiti promozionali e spiccare il volo  sul piano della resa commerciale: non è poco, di questi tempi. Le Vibrazioni continuano a godersi una brillante seconda giovinezza: avevano già fatto centro a Sanremo con "Così sbagliato", hanno proseguito con la trascinante "Amore zen", rock a gradazione moderata. "Bye bye" ci ha proposto un'Annalisa immersa in sonorità vagamente dance, stesso universo in cui ha pescato la Malika Ayane di "Stracciabudella", titolo bislacco per un brano sostanzioso, che poggia su un tappeto sonoro asciutto ed essenziale, con suggestioni disco anni Novanta, il tutto valorizzato da una voce sempre al top: forse la produzione più coraggiosa e meno mainstream fra quelle del Summer Festival, pur in un ambito di assoluto easy listening, 
ROVAZZI, BERTÈ E CONTAMINAZIONI MUSICALI - Ermal Meta ha puntato sulla semplicità, il testo di "Io mi innamoro ancora" parla di felicità e amore in tutte le sue varianti, senza complicate implicazioni, il tutto rafforzato da una base ritmica al solito pregevole e accattivante. Sul versante "crazy", continua a impazzare Fabio Rovazzi, uno che ha estro da vendere ma deve stare attento a non rimanere imprigionato nel personaggio di quello che deve sempre stupire a tutti i costi: ad ogni modo, "Faccio quello che voglio" funziona discretamente, grazie soprattutto al supporto di Emma, più incisivo di quelli di Nek e Al Bano. E a proposito di "pazzarielli" (in senso buono) va registrato l'ennesimo ritorno in auge dell'immarcescibile Loredana Berté, che ha ritrovato un'apprezzabile vocalità mettendola al servizio del reggae dei Boomdabash ("Questa sera non ti dico no"), con un risultato estremamente convincente. Proprio il matrimonio fra pop e altri generi è stato uno dei fatti salienti di questa estate canora: abbiamo già detto del trio Elodie - Bravi - Pequeno, aggiungiamoci il rapper Carl Brave e la commistione melodica con Francesca Michielin che ha dato vita a "Fotografia". Del resto, la stessa "Amore e capoeira" è un esperimento musicale in cui confluiscono vari stili, e con cui si tenta anche il lancio in Europa del "Baile do favela", nuovo ritmo brasiliano in forte ascesa.
HAPPENING DELLE SETTE NOTE, CON TANTO LIVE - Detto del premio come miglior giovane assegnato alla talentuosa cantautrice Federica Abbate ("Pensare troppo mi fa male"), va sottolineato come la finalissima del Summer Festival abbia saputo superare il concetto di asettica passerella di brani in stile playlist radiofonica, per diventare  a tratti un vero e proprio happening, uno show con tutti i crismi. In tale contesto vanno inquadrate le performance di Ornella Vanoni, che ha riproposto il pezzo di Sanremo con Bungaro e Pacifico e poi il classico "Senza fine", di Nek, che ha celebrato i vent'anni di "Se io non avessi te" (Dio, come passa il tempo...), di J-Ax e Gigi D'Alessio con pout-pourri dei loro cavalli di battaglia, di Fabrizio Moro che prima di eseguire l'intensa "L'eternità" ha ripescato dal suo recente repertorio la struggente "Portami via", anche questa targata Sanremone (2017): un equilibrato mix fra i successi del momento e i grandi classici, dunque. E poi c'è stato tanto live, tante voci vere con le loro imperfezioni (neanche molte, per la verità), ma le rassegne soprattutto a questo servono: portare i cantanti a fornire saggi autentici delle loro doti interpretative. Insomma, tanti piccoli ingredienti a comporre una pietanza risultata, quest'anno, particolarmente gustosa. Con un quid in più: come si evince dai nomi letti sopra, è stato il trionfo della musica italiana, una musica italiana che si è però data uno spessore internazionale, nella ricerca di nuovi sound e nelle collaborazioni artistiche. La bandiera d'oltrefrontiera è stata tenuta alta da un habitué delle chart estive, il già citato e immancabile Alvaro Soler, con una "Cintura" carina pur se non trascendentale. 
I DUBBI SULLA QUALITÀ DELLE PROPOSTE: E SE FRA VENT'ANNI... - In chiusura, ci vorrebbe una valutazione sulla qualità complessiva della proposta musicale di questa manifestazione: in giro si sentono giudizi tranchant sulla decadenza della canzone leggera italiana. La crisi c'è, ma è una crisi più di sistema che di valore del "prodotto": una crisi che chiude molte porte alla scena indie e che impedisce la coltivazione del "vivaio" nazionale, delle nuove leve; e poi, certo, c'è pure il calo delle vendite, con i musicisti chiamati oggi a puntare meno sui negozi di dischi (reali e digitali) e più sui concerti. Ma i tormentoni, di grande impatto al primo ascolto eppure ben confezionati, continuano a venire fuori, e i ragazzi che affollano questo e altri eventi continuano a cantare in coro le canzoni dei loro beniamini. Esattamente come facevano trent'anni fa con "Bravi ragazzi", con "Fotoromanza", con "Easy lady" e altre ancora. Nel loro piccolo tutte evergreen, certo, ma nessuno può dire con certezza che quelle di oggi non entreranno in egual misura nell'immaginario collettivo. Fra vent'anni, perché mai i quindicenni o i ventenni del 2018 non dovrebbero ricordare con nostalgia le loro estati scandite da Ferreri, Baby K, Giornalisti, Elodie o Rovazzi? 

mercoledì 25 luglio 2018

VERSO SANREMO 2019: LA RIVOLUZIONE A META' DI BAGLIONI. GIOVANI A DICEMBRE E LISTONE UNICO A FEBBRAIO: ERA NECESSARIO?


Sanremo: per il 2019 si cambia, e parecchio. Era fisiologico: nella storia del Festival, sporadici scossoni giungono a incidere profondamente sul tessuto della manifestazione, dopo lunghi periodi di calma più o meno piatta, di regolamenti e meccanismi di gara consolidati e immutabili, salvo minime variazioni. E così, per la sua 69esima edizione la rassegna sarà assai diversa da come ci eravamo abituati a vederla negli ultimi anni. Partiamo dai dati di cronaca, così come comunicati ieri dall'ufficio stampa della Rai e dal confermatissimo direttore artistico Claudio Baglioni sul suo profilo Facebook. Due le novità: Sanremo 2019 si sdoppierà, la classica cinque giorni di febbraio avrà un sostanzioso anticipo in dicembre, con una gara tutta riservata ai giovani; quattro appuntamenti in fascia televisiva pre-serale e due finali in prima serata, dalle quali usciranno i due volti nuovi ammessi al Festival vero e proprio. E qui arriva il secondo elemento di rottura col passato recente: a febbraio, sparirà la ormai classica divisione in due categorie, Big e Nuove proposte, ci sarà un unico listone di concorrenti, forse ventiquattro, fra i quali troveranno spazio i vincitori dicembrini della sfida fra nuove leve. 
INNOVAZIONI CON SGUARDO AL PASSATO - Rivoluzione sì, ma a metà, perché a ben guardare di veramente inedito in questi cambiamenti c'è poco. La selezione autunnale degli esordienti fu la migliore delle innovazioni apportate alla struttura del Festival da Pippo Baudo, nel 1993: tre serate dalle quali scaturirono i ben diciotto giovani ammessi al Festivalone. Nel tempo le serate si ridussero a due, poi a una, e per diversi anni la preselezione in diretta tv venne soppressa, con la clamorosa eccezione del 2002, quando fu allestito addirittura un talent, "Destinazione Sanremo": una trasmissione, poco fortunata sul versante Auditel, che si allungò per tre mesi fra vetrine quotidiane e appuntamenti in prime time, e che fornì dodici delle sedici Nuove proposte in lizza a Sanremo 2003. A Carlo Conti il merito di aver riportato in auge l'evento, rinominato "Sarà Sanremo" e modellato in buona parte secondo i moderni format catodico-musicali tanto in voga, tipo X Factor, con giuria vip in studio ed eliminazioni progressive. Ma era una serata unica, mentre Baglioni e la Rai hanno voluto questa volta creare un palcoscenico di lusso interamente riservato alle nuove leve della canzone italiana, che in pratica avranno visibilità televisiva per una settimana. 
ACCANTONATA LA FORMULA DELLA "RINASCITA" SANREMESE - Sull'altro piatto della bilancia, l'accantonamento della gara per categorie nel Festival propriamente detto, una delle innovazioni che pensavo potesse essere introdotta già l'anno scorso, se il cantautore romano avesse avuto più tempo per mettere mano al progetto: me ne è testimone il blog, leggete qui... Non accadeva dal 2004, quando il coraggioso Renis reintrodusse il listone unico di concorrenti, che però, non va dimenticato, fu consuetudine sanremese in tutta la prima, gloriosa fase della storia della kermesse: formula immutabile fino al 1973, poi ripresa altre volte negli anni della grande crisi (da me raccontati nell'e-book "Sanremo all'inferno e ritorno") e definitivamente accantonata a partire dal 1980, fatta salva l'eccezione di cui sopra. Anche in questo caso, dunque, nulla di particolarmente innovativo, pur se tale modifica al regolamento, fatta in questo momento, assume un peso specifico enorme, per le sue implicazioni. Viene infatti messa da parte una struttura di gara che è stata l'asse portante della risalita di Sanremo dopo il tunnel attraversato negli anni Settanta: tutte le edizioni della ritrovata grandeur rivierasca hanno schierato in campo Big da una parte ed esordienti dall'altra, quasi sempre con graduatorie separate. Una formula che ha più volte funzionato sul piano degli ascolti televisivi, e che ha spesso portato risultati positivi in termini di vendite di dischi e popolarità per i cantanti di entrambi i gruppi. 
PER I GIOVANI MEGLIO LA PASSERELLA DI FEBBRAIO - I tempi sono cambiati, si dice da più parti, la distinzione fra giovani e vip non ha più senso, e spesso i confini fra i due gironi sono risultati molto elastici e indefiniti, con nomi già sulla cresta dell'onda inseriti fra i debuttanti e ragazzini diventati "campioni" dopo gli effimeri exploit ottenuti ad Amici o show simili; e del resto già nel lontano 2003 un esperto di cose musicali come Linus aveva proposto di abolire la sezione giovani, sull'onda di un paio di edizioni piuttosto parche di autentiche rivelazioni. Personalmente, non sono convinto che questa mini-rivoluzione strabica, una rivoluzione che guarda contemporaneamente al passato e al futuro, possa essere funzionale alle fortune del Festival: detto dell'efficacia dimostrata nel tempo dalle due categorie in gara su piste parallele, credo che la soluzione per rivitalizzare il concorso degli emergenti non sia quella di toglierlo dall'evento principe di febbraio per confinarlo nei freddi giorni pre - natalizi.
I TALENTI LANCIATI DA CONTI - Conti, dal 2015 al 2017, si era mosso in direzione radicalmente opposta, cercando di ridare visibilità ai giovani riportandoli in apertura delle varie serate, dopo anni in cui le loro esibizioni erano state inserite in scaletta a orari da nottambuli. E pur fra mille difficoltà qualche risultato fu ottenuto, se pensiamo che da quel triennio sono venuti fuori Francesco Gabbani ed Ermal Meta, il che già basterebbe, più altri personaggi ancora in anticamera ma assai promettenti come Tommaso Pini, Maldestro, Chiara Dello Iacovo, solo per citarne alcuni; e anche il primo anno di gestione dell'autore di "Questo piccolo grande amore" ha, tutto sommato, portato all'inatteso decollo di Ultimo e al lancio di Lorenzo Baglioni e di Mirkoeilcane, talenti che hanno qualcosa da dire. Difficile, invece, prevedere boom di audience per una serie di trasmissioni incentrate soltanto su cantanti pressoché sconosciuti e messe in calendario due mesi prima del Festivalone (anche se sicuramente ci sarà un minimo di appeal scatenato dall'effetto novità): e senza audience diminuiscono nettamente le possibilità di essere notati, per ragazzi che hanno invece un disperato bisogno di essere visti e ascoltati da un'ampia platea. Poi, felice di essere smentito...
GIRONE UNICO: COME SARA'? - Il listone unico di febbraio presenta poi varie controindicazioni, della serie "maneggiare con cura"... D'accordo per i due vincitori delle selezioni, ma per il resto come si procederà  alla composizione del cast? Gli altri componenti del maxi girone saranno tutti big, o ci sarà anche un po' di spazio per cantanti di non grande notorietà che stanno tentando di emergere attraverso altre vie? Penso ad esempio a ottimi artisti come Zibba, Patrizia Laquidara, Maria Pierantoni Giua, Paolo Simoni, Antonio Maggio ed Erica Mou, che da anni si sono creati il loro pubblico e svolgono un'intensa attività, restando però sostanzialmente ai margini del circuito mainstream. In questo secondo caso, e dovendo quindi pescare in un bacino più ampio di proposte, facile prevedere che il lavoro di cernita svolto dal buon Claudio finirà per provocare ancor più malcontento di quello, tradizionale, degli esclusi dalla categoria regina nel passato. Senza pensare a ciò che accadrebbe se a vincere il Festival fosse, appunto, uno degli ex sconosciuti. Ricordate la costernazione che accolse i trionfi dei Jalisse, o di Tiziana Rivale, o di Annalisa Minetti? Una gara in cui può spuntarla l'ultimo arrivato rischia di diventare sempre meno appetibile per i veri big, già così restii a mettersi in gioco in una competizione canora.
Furono proprio eventi come quelli citati, o come l'imprevista vittoria di Mino Vergnaghi nel '79, a spingere organizzatori e direttori artistici vari a creare una blindatura per i cantanti affermati, garantendo loro accesso alla finale e possibilità di gareggiare solo con interpreti di pari o analogo curriculum. Tornando ai giovani, prevalere all'Ariston su colleghi di prestigio è raramente viatico per una carriera d'alto livello (unica eccezione Giorgia, in epoca relativamente vicina), rendendo anzi più arduo il consolidamento, perché si è da subito sotto esame in una misura più critica e spietata di quella riservata a chi ha percorso tutte le tappe di una lunga gavetta. Per tutto questo, il ripensamento del modello Sanremo così come è stato concepito non è secondo me la panacea dei mali festivalieri. Se nell'ultimo decennio la sezione dei "nuovi" ha spesso mostrato difficoltà ad emergere, è stato per altri motivi: la citata collocazione oraria penalizzante, oppure un infelice lavoro di selezione eccessivamente appiattito sui modelli imposti dai talent imperanti, trascurando altre realtà più originali e meno commerciali. E' dunque un problema di sostanza, non di forma. Ne riparleremo. 

giovedì 14 giugno 2018

VERSO SANREMO 2019: SARA' ANCORA BAGLIONI IL DIRETTORE ARTISTICO, MA QUALCOSA DOVRA' CAMBIARE NELLA SCELTA DELLE CANZONI

                                        Baglioni: confermatissimo per Sanremo 2019

Anche Sanremo 2019 sarà targato Baglioni. La notizia era nell'aria da settimane, ma la conferma ufficiale è giunta oggi, per bocca del direttore generale della Rai Mario Orfeo. Dal punto di vista televisivo, il bis è una scelta ineccepibile: l'ultima edizione del Festivalone è stata un indiscutibile successo, ottenendo favori pressoché unanimi sia da parte dei telespettatori (con risultati di audience eccellenti) sia da parte della critica. E si è trattato in effetti di uno spettacolo gradevole, ben confezionato, con presentatori impeccabili (Hunziker e Favino) e con la musica italiana al centro dell'attenzione come raramente in passato, grazie ai "tre cast paralleli", come li definii sul blog: cantanti in concorso, artisti nostrani ospiti e i "duettanti" coi Big.
Il discorso cambia decisamente se spostiamo l'attenzione su quello che è stato a lungo, e che dovrebbe essere ancora oggi, l'obiettivo primario della kermesse: lanciare canzoni in grado di scalare le classifiche di vendita (e di download, da qualche anno a questa parte). 
2018: VENDITE NON ALL'ALTEZZA - Ebbene, da questo punto di vista Sanremo 2018 non ha centrato il bersaglio. Non si può parlare di fallimento su tutta la linea, ma di grossa delusione senz'altro sì: nessun album degli artisti in concorso ha al momento ottenuto la certificazione-disco di platino, traguardo conquistato soltanto dai singoli di Annalisa, di Ultimo, della coppia di vincitori Meta - Moro e della rivelazione Stato Sociale, a proposito della quale qualcuno aveva azzardato la possibilità che si concretasse un exploit in stile Gabbani, cosa che invece non è successa, anche se "Una vita in vacanza" rimane tuttora la canzone che maggiormente si ricorda, fra quelle in gara nella kermesse di febbraio. Niente platino nemmeno per la classica compilation, che pure, come al solito, ha stazionato a lungo al primo posto della classifica dedicata. 
CAST SENZA PRESA SUL MERCATO - Qualcosa non ha funzionato, insomma. Premetto che, personalmente, ritengo incomprensibile e ingiusto lo scarso successo decretato dal pubblico a molti dei prodotti rivieraschi. Riconfermo il parere espresso a caldo, subito dopo la conclusione della manifestazione: il livello della proposta musicale, con particolare riferimento ai Big, è stato più che buono. Certo, scegliendo Baglioni come direttore artistico non era difficile prevedere dove si sarebbe andati a parare: si prospettava un Festival con una buona quota di opere di taglio autoriale, più raffinate e sofisticate sul piano della ricercatezza compositiva e degli arrangiamenti, a discapito di un pop prettamente commerciale che era invece stato privilegiato dal predecessore Carlo Conti. Una scelta di campo netta, quella del cantautore romano, coraggiosa ma gravida di rischi: e in effetti, una volta reso noto il listone del partecipanti, era apparso chiaro che l'incidenza sul mercato dei pezzi sanremesi difficilmente avrebbe potuto raggiungere quote d'eccellenza. 
BUONE PROPOSTE RIMASTE AL PALO - Le proposte, lo ripeto, erano di buona grana, e spiace che gran parte del pubblico di fruitori di musica non abbia apprezzato e... acquistato le canzoni di Gazzè, del trio Vanoni - Bungaro - Pacifico, del Dalla postumo cantato dal suo pupillo Ron, per non parlare dell'audace ballata in romanesco di Barbarossa (che riprendeva e attualizzava una tradizione folkloristica di grande peso storico), del melodico inno al femminile di Nina Zilli, e dell'incalzante brano di Diodato e Roy Paci. A proposito di Diodato, c'è stato forse un errore strategico, perché il giovane cantautore si è presentato all'Ariston senza avere pronto un album di inediti che da quella vastissima platea avrebbe potuto trarre notevole linfa, e accelerarne una consacrazione che invece è ancora di là da venire. Una grande occasione perduta.
IL SUCCESSO DI ULTIMO, I KOLORS NON DECOLLANO - Spiace per questa "astensione" degli acquirenti, si diceva, ma la cosa non sorprende: a parte Gazzè, i nomi prima citati non sono da tempo, o non sono mai stati, grandi venditori di dischi, improbabile lo divenissero in questi mesi, in un mercato dominato o da campioni storici e inattaccabili (Pausini, Ferro, ecc.), o da ragazzini in buona parte usciti da "Amici" e altri talent, o da tanti, troppi esponenti della galassia hip hop, rap, trap, i cui prodotti sono spesso di qualità discutibile ma che sembrano aver trovato il registro giusto per entrare nel cuore dei ragazzi di oggi. Non è un caso che a uscire di gran lunga vincitore, sul piano commerciale, da Sanremo 2018, sia stato Ultimo, un emergente che fa pop - rap all'acqua di rose ma ha una buona scrittura e notevole presenza scenica; e non è casuale nemmeno che le uniche certificazioni platino, gira che ti rigira, le abbiano portate a casa i big più vicini all'universo giovanile, ai sound e ai testi contemporanei, ossia Meta e Moro, Annalisa e Lo Stato Sociale. Anche in questo caso si nota però una contraddizione: uno dei brani più orecchiabili e martellanti della kermesse,. "Frida" dei Kolors, ha reso largamente al di sotto delle aspettative. 
PER IL FUTURO, CAST PIU' "COMMERCIALI" E PIU' VICINI AI GIOVANI - Torniamo a bomba. Il rinnovo della fiducia a Baglioni era quasi inevitabile: il successo (successo televisivo, lo ripetiamo) della recente edizione, e il lungo travaglio dell'anno scorso prima di trovare un direttore artistico che potesse sostituire degnamente Conti, sconsigliavano la Rai di avventurarsi su strade nuove e inesplorate. Per cambiare e sperimentare c'è sempre tempo, e farlo quando non ce n'è troppo bisogno è un rischio inutile: Sanremo scoppia di salute ormai da una decina d'anni (l'unico momento di crisi è stato ai tempi del Fazio quater, 2014), in questo momento ha solo bisogno di piccoli aggiustamenti di rotta. Questo è il compito principale che attende il buon Claudio: una linea artistica che coniughi pregevolezza musicale ed easy listening, "radiofonicità" delle canzoni scelte. Si può benissimo comporre, in questo senso, un cast più equilibrato di quello messo in piedi quest'anno, cartellone che aveva, come detto, caratteristiche ben precise, tali da tenerlo lontano dal mercato. 
Aprire le porte al rap? Forse almeno un paio di caselle dovrebbero essere occupate da questi imprevedibili campioni delle chart, ma non è tanto un problema di nomi, quanto di generi canori rappresentati all'Ariston. In questo senso dovranno cambiare delle cose, ma non è detto che ci si fermi qui. L'anno scorso Baglioni fu catapultato sul ponte di comando con un certo ritardo, ebbe poco tempo per lavorare al progetto e stilò un regolamento che aveva solo un paio di novità significative rispetto a quello dell'era Conti (niente eliminazioni per nessun cantante in gara, e allungamento della durata massima dei brani). Improbabile, ma possibile che quest'anno voglia studiare qualche modifica più radicale del format del concorso, anche se la classica distinzione fra Giovani e Big ormai da tempo si sta dimostrando di gran lunga la più funzionale alla riuscita della kermesse. 
SERVE UNA DIVERSA FORMULA DI SPETTACOLO - Più probabile, e auspicabile, un cambiamento della struttura dell'evento - Sanremo: se l'anno scorso si puntò tutto sulla musica di casa nostra, quest'anno si potrebbe dare un taglio più internazionale alla rassegna; se l'anno scorso il direttore si era più volte preso la scena proponendo i suoi memorabili cavalli di battaglia, nel 2019 non sarà facile ripetere un'operazione del genere: nonostante la vastità del suo repertorio, i veri evergreen, quelli che tutti gli italiani hanno ascoltato almeno una volta nella vita, se li è "giocati" nello show di pochi mesi fa: non so se proporre canzoni pur fascinose come "Gagarin", "Solo", "Io sono qui" o "Cuore d'aliante" coinvolgerebbe ugualmente la platea. Dunque, una nuova formula di spettacolo, e possibilmente con interpreti nuovi: perché nelle settimane scorse è girata voce di una riconferma in blocco del gruppo 2018 (Baglioni - Hunziker - Savino), ma sarebbe un azzardo assoluto: in tempi recenti, è accaduto solo nel 2013 e nel 2014, col doppio Sanremo di Fazio - Littizzetto e col conseguente buco nell'acqua dell'Auditel. C'è bisogno di volti nuovi, che non sono tanti ma non mancano. Tre nomi per tutti: Amadeus, Federico Russo e Serena Rossi. 

domenica 11 febbraio 2018

LA FINALE DI SANREMO 2018: META E MORO ONORANO I PRONOSTICI, AI PIEDI DEL PODIO LE PROPOSTE PIU' "ALTE" DI UN FESTIVAL FUORI DELL'ORDINARIO



Non ci può essere sempre la sorpresona finale, il Gabbani che ha la meglio sulla Mannoia, come avvenne lo scorso anno. Questa volta, il Festivalone è rimasto allineato ai pronostici della vigilia, che davano l'inedito duo Ermal Meta-Fabrizio Moro favorito per il trionfo, seppur nell'ambito di una gara assai equilibrata, che proponeva molte candidature per il massimo traguardo. Del resto, a giudicare dalle indicazioni molto parziali sulle preferenze delle varie giurie che erano state fornite nelle sere precedenti, le tendenze erano quelle che poi hanno trovato espressione nella classifica definitiva, e il podio poteva essere tutto sommato prevedibile. Un podio che ha un'unica bizzarria: affiancando ai due cantautori la rivelazione Stato Sociale e l'ottima Annalisa, si è riavvicinato alla linea artistica della precedente gestione, quella targata Carlo Conti; in un Sanremo caratterizzato da una notevole presenza di proposte "alte", un tantino sofisticate, non di impatto immediato, le tre medaglie sono infine andate a tre portabandiera dell'easy listening, seppur non banale e declinato in forme diverse. 
LA RAFFINATEZZA A UN PASSO DAL PODIO - Non può destare scandalo, questa conclusione. E' certo comprensibile il rammarico di molti, letto ieri sui social, riguardo al trattamento riservato a Ron, al trio Vanoni-Bungaro-Pacifico, a Gazzè, a Barbarossa e a  Diodato-Paci, piazzatisi da quarto all'ottavo posto. Sul piano strettamente qualitativo, della pregevolezza nella scrittura e nell'arrangiamento, tutte avrebbero meritato di arrivare più in alto, e probabilmente così sarebbe stato se il giudizio fosse stato affidato unicamente a una giuria di esperti. Ma a Sanremo non funziona in questo modo, lo sappiamo da anni, quando entra in scena il televoto torna a prevalere la cosiddetta radiofonicità, e del resto penso che, anche con una votazione esclusivamente tecnica, effettuata da gente "del ramo", il primato di "Non mi avete fatto niente" non sarebbe stato scalfito. 
PRIMI NONOSTANTE TUTTO, MA IN FUTURO... - Il Festival numero 68 ha trovato dei vincitori tutto sommato degni.. Il loro brano unisce orecchiabilità a impegno civile, quest'ultimo espresso con un testo fatto di flash e immagini scarne, semplici, per arrivare dritto al cuore; e le due voci si compensano bene, la rabbia dolente di Meta e quella dirompente di Moro. L'incidente infrasettimanale, il caso legato alla "citazione" del refrain presa da una canzone del 2015, non ha lasciato il segno; rimane però l'amaro in bocca legato a tutta la vicenda. Ribadisco la mia opinione: sul piano, diciamo, "moral - concettuale", non riesco proprio a definirlo un pezzo "nuovo", quello premiato stanotte intorno all'una e mezza. Il regolamento, però, lasciava una via di uscita, nella parte in cui parla di "stralci campionati" di opere precedenti, stralci che non devono superare il terzo della durata della composizione in concorso. Quindi in punta di diritto è stato giusto così e ha fatto anche piacere, trattandosi di due artisti che godono al momento di grandissima popolarità e posseggono indubbio talento, ma è altresì evidente che, sul punto, le "tavole della legge" sanremesi non sono chiare quanto dovrebbero, e quindi dovranno essere riscritte e rese più esplicite e dettagliate, per evitare che in futuro si creino certi spiacevoli equivoci. 
STATO SOCIALE E KOLORS: LA RADIOFONICITA' - C'era chi credeva in un exploit in extremis degli Stato Sociale, ma senza dubbio sono loro "gli altri" vincitori della kermesse, e  vanno a raccogliere di fatto il testimone di Elio e le Storie Tese, i quali, per una curiosa combinazione di fattori, hanno chiuso la loro parabola con quell'ultimo posto agognato da tempo. La band bolognese ha canoni espressivi diversi, più diretti, rispetto alle giravolte linguistiche degli Elii: sta di fatto che hanno sfornato uno di quei tormentoni di cui Sanremo non può fare a meno, per rimanere nell'immaginario collettivo; verosimilmente faranno loro compagnia, nei piani alti delle classifiche di vendita e download, quei Kolors penalizzati da un nono posto che non valorizza la freschezza e la buona costruzione di "Frida".
Meritato il bronzo per Annalisa, che aveva un po' smarrito la... retta via in occasione della sua ultima partecipazione, nel 2016, con una "Diluvio universale" forse troppo pretenziosa e al contempo eccessivamente classica nell'impostazione. In "Il mondo prima di te" ha ritrovato il giusto equilibrio fra tradizione e contemporaneità  che ne aveva decretato il successo di qualche anno fa, sfoderando nel contempo una verve interpretativa  in cui ha abbinato perizia tecnica a intensità emotiva. 
NESSUNA CANZONE VERAMENTE "BRUTTA" - In linea di massima, non riesco a trovare, fra le venti dei Campioni, una canzone veramente scadente. Ce ne sono due o tre di non eccezionale levatura, questo sì: le proposte di Caccamo e del duo Facchinetti-Fogli, per quanto ben strutturate, scivolano via senza lasciare il segno; quella presentata da Noemi non è male, ma non porta nessun valore aggiunto alla carriera della "rossa", che avrebbe invece avuto bisogno di un nuovo slancio in grado di valorizzarne le sempre intatte capacità vocali e sceniche. Per il resto, non posso che promuovere il tenore qualitativo della selezione operata da Baglioni. 
CONTI E BAGLIONI: FILOSOFIE DIVERSE MA VINCENTI - Dopo tre edizioni in cui Conti ha puntato massicciamente sull'immediatezza delle canzoni (ed ha realizzato tre ottimi Festival, lo scrissi negli anni scorsi e lo ribadisco), il suo successore ha optato per una linea artistica più coraggiosa e variegata: salvata comunque una quota di brani dalla notevole forza commerciale, si è puntato con più decisione sul pregio autoriale delle opere. Due filosofie diverse, semplicemente, e va detto che la scelta dell'anchorman toscano era stata perfettamente giustificabile da quel momento storico: occorreva creare dei Sanremo che incidessero sul mercato discografico nostrano, andando in particolare incontro ai gusti del pubblico più giovane che, altrimenti, avrebbe potuto voltare le spalle alla manifestazione. L'obiettivo è stato indubbiamente centrato, e così Claudio ha potuto muoversi con maggiore libertà, fornendo una rappresentanza più vasta di territori musicali. 
DA GAZZE' A DIODATO: CI RICORDEREMO DI LORO - E dunque, non è il caso di dare troppo peso alla graduatoria finale, che in Riviera conta sì, ma fino a un certo punto: perché in pochi, fra qualche anno, ricorderanno che Ron è arrivato quarto e la Vanoni quinta, ma in molti, scommetto, terranno a lungo nel cuore le loro proposte, la delicata poesia targata Dalla, la raffinatezza compositiva che Bungaro e Pacifico hanno messo a disposizione della voce sempre calda di Ornella; così come non dimenticheremo il favolistico Gazzè, un Barbarossa che ha dato nuova linfa al folk romanesco, il crescendo emozionale del duo Diodato-Paci. Peccato, casomai, per il diciassettesimo posto di Nina Zilli, finalmente convincente con una melodia tipicamente sanremese ma impreziosita da un bel testo "al femminile". 
PAUSINI: NUOVO PRIMATO - La serata finale è filata via con un ritmo piacevolmente sorprendente, visti i precedenti: le canzoni in concorso si sono susseguite senza eccessivi tempi morti. All'inizio, qualche lieve imperfezione tecnica "on stage" e persino disturbi sul collegamento tv, cosa quest'ultima che, a memoria, non accadeva dai primi anni Ottanta... Poi tutto si è aggiustato e i cantanti in gara hanno dato fondo alle loro energie. Laura Pausini, guarita a tempo di record e benevolmente presa in giro via telefono da Fiorello, ha trovato il modo di aggiungere un altro primato alla sua carriera: durante l'esecuzione di "Come se non fosse stato mai amore", è uscita dal teatro e ha continuato a cantare al cospetto delle tante persone che, tradizionalmente, sostano davanti all'Ariston per tutta la durata dell'evento; mai nessuno prima di lei aveva... osato tanto. 
FAVINO SUGLI SCUDI - Da dieci e lode lo stupendo monologo di Pierfrancesco Favino dedicato all'esperienza dei migranti, perfettamente fusosi con "Mio fratello che guardi il mondo", interpretata con trasporto da Fiorella Mannoia e da Baglioni. Un momento intenso e commovente, come lo era stato anche, ventiquattr'ore prima, il messaggio di Milva letto sul palco dalla figlia della grandissima cantante, insignita a furor di popolo col premio alla carriera. Due picchi emozionali in un Sanremo 2018 in cui, va rilevato, si è cantato per la quasi totalità del tempo, lasciando pochissimo spazio al "contorno". Sembrerebbe un'ovvietà, ma su quel palco spesso è avvenuto il contrario. Ieri sera, poi, nessuna intrusione "extra", a parte la citata, graditissima performance di Favino. Certo, il cast è stato nel complesso di prim'ordine, contando anche gli ospiti italiani e le tante parentesi canterine del direttore artistico, ma il succo del discorso è che uno show quasi esclusivamente musicale può ancora fare breccia nel "cuore di pietra" delle famiglie Auditel. 
E' RIPROPONIBILE IL FORMAT BAGLIONI? - Ci sarà un Baglioni bis? Non so se auspicarlo o meno: per come è stato strutturato, per la presenza eccezionale di un cantautore che, almeno a livello televisivo, non è certo un prezzemolino, questo Festival numero 68 ha avuto tanto il sapore di un unicum nella quasi settantennale storia della kermesse. Un Sanremo concepito in maniera inedita, non più "messa cantata" in stile baudiano o contiano, ma comunque capace di salvaguardare una buona parte della sua liturgia riuscendo però a declinarla con schemi di spettacolo a tratti spiazzanti. Di un'altra edizione così ci sarebbe forse bisogno, ma per un tale format Baglioni dovrebbe trovare nuovi interpreti e una chiave di lettura diversa rispetto a quella appena proposta. Non è facile e si rischierebbe l'effetto minestra riscaldata. Vedremo.