Powered By Blogger
Visualizzazione post con etichetta Michelle Hunziker. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Michelle Hunziker. Mostra tutti i post

giovedì 7 febbraio 2019

SANREMO 2019, LA SECONDA SERATA: LO SPETTACOLO STENTA A DECOLLARE, APPESANTITO DAI SUPER OSPITI. IN GARA BENE NEK E NEGRITA


Le precarie sorti di Sanremo 2019 si reggono quasi unicamente sulle spalle dei cantanti in gara e dei loro pezzi. Qualche decennio fa sarebbe stata un'ovvietà, ma da un po' di tempo non lo è più: da quando, precisamente, il Festivalone ha mutato pelle trasformandosi da gara musicale a show musicale, arricchito cioè da numeri di varietà e da ospitate più o meno clamorose. Un evento mediatico che, insomma, affida il suo successo televisivo più alla cornice che al quadro: solo che quest'anno la cornice sta palesando una debolezza in parte inattesa, relativamente ai padroni di casa, e in parte largamente prevedibile, pensando allo stracco cast di stelle fuori concorso in passerella. 
LIEVE CRESCITA - Anche la seconda serata, pur facendo registrare una lieve crescita qualitativa del livello spettacolare, ha comunque messo a nudo scelte infelici sul piano autoriale e la sostanziale, totale inutilità dei siparietti coi cantanti italiani non in gara, a proposito dei quali sarebbe opportuno scatenare una vera e propria battaglia, ma ne accennerò più avanti. Il trio di conduttori continua a pagare dazio: sottotono il direttore artistico, più che mai aggrappato all'incerta, ennesima esecuzione dei suoi classici, frenato un Bisio che appare come il classico pesce fuor d'acqua, mentre Virginia riesce a strappare la sufficienza grazie al talento e al mestiere (di buona fattura la sua dissacrante versione della Carmen di Bizet), ma non si può negare che ci si attendesse qualcosa di più anche da lei. 
LA SORPRESA PIO-AMEDEO - Peraltro forse ci siamo abituati male: non è Sanremo il luogo in cui personaggi come Bisio e Raffaele possono dare libero sfogo al loro estro, tanto più se sono chiamati in primis ad esercitare il ruolo di padroni di casa. Se devi presentare, diminuisce lo spazio da dedicare a ciò che si sa far meglio: paradossalmente, ma neanche tanto, meglio un quarto d'ora da ospite in cui fornire ampi saggi delle proprie doti da mattatori o mattatrici. Non a caso Virginia fece benissimo tre anni or sono, quando la responsabilità della conduzione era in larga parte a carico di Carlo Conti; e non a caso l'intermezzo più riuscito di ieri sera è stato, a tarda ora, lo sketch irriverente e fuori dagli schemi di Pio e Amedeo. Nello scarso appeal della "sceneggiatura" della kermesse stanno incidendo le scelte autoriali di cui si diceva: perché riportare sul palco Favino prima e Hunziker poi è stato un doppio autogol. I due anfitrioni del 2018 hanno infatti messo ancor più a nudo i limiti di quelli di quest'anno, con due apparizioni brevi ma portatrici di brio e brillantezza in serate assai monotone: in particolare, il duetto Bisio - Michelle in "La lega dell'amore" è stato forse il momento più saporito di queste prime dieci ore di diretta, ritorno di fiamma dell'antica, comune militanza sullo scanzonato palco di Zelig. 
LACUNE AUTORIALI E PREMI ALLA CARRIERA DISCUTIBILI - Scarsa fantasia anche nell'utilizzo dell'icona Pippo Baudo: non c'era davvero niente di meglio che rispolverare il ricordo della "canzone del secolo" proclamata nell'85 per consentire poi a Baglioni di eseguire, per l'ennesima volta, "Questo piccolo grande amore"? A proposito della quale Pio e Amedeo non hanno forse tutti i torti (lo dico un po' per scherzo un po' sul serio...): bellissima, intramontabile, stupenda, ma il troppo stroppia (fermo restando che per me non è nemmeno la miglior composizione del cantautore romano, ma qui entriamo nel campo dei discutibilissimi gusti personali). Per chiudere questa catena di strafalcioni, e pazienza se mi attirerò qualche antipatia: era proprio necessario assegnare il premio alla carriera a Pino Daniele, oltretutto quasi di soppiatto e senza omaggiarlo con qualcuno dei suoi splendidi brani?
Mettendo da parte la malinconia per un fuoriclasse che ci ha lasciati troppo presto, e parlando in termini pratici, il compianto Daniele non ha mai messo piede a Sanremo in gara, e solo una volta in qualità di ospite. Fra chi invece ha concorso più volte, ottenendo anche notevoli successi, c'è ad esempio un altro campano, tal Peppino Di Capri, plurivincitore e pluripartecipante, che un riconoscimento di tal guisa lo meriterebbe senz'altro, così come altri personaggi che hanno fatto la storia di questa manifestazione, senza mai sottrarsi al brivido della tenzone canora. Non si tratta di fare gli snob e gli offesi verso chi dalla Riviera si è quasi sempre tenuto lontano, per scelta personale rispettabilissima: casomai è vero il contrario, ossia lo snobismo esiste verso tanti validissimi artisti che proprio grazie a Sanremo hanno costruito buona parte della loro carriera. Va bene Pino, insomma, per un trofeo che comunque non aggiunge alcunché alla sua grandezza, ma non dimentichiamoci di altri musicisti e cantanti amati e titolati (Zanicchi, Bobby Solo, Cinquetti, Don Backy, Leali, Fogli...).
NEK, VOLO E BERTE' PUNTANO IN ALTO - Serate come quelle di ieri e di oggi sono fondamentali per apprezzare maggiormente le caratteristiche e il livello delle opere in gara, dopo l'indigestione del gala di apertura. Le prime impressioni sono in buona parte confermate: Nek ha la canzone tormentone che può puntare alla vittoria, ma troverà temibili avversari nel Volo, che sono andati sul sicuro fornendo una versione riveduta e corretta di "Grande amore", italica melodia con spiegamento di voci nel ritornello, nel solco della tradizione sanremese, pertanto autorevole candidata all'alloro finale. Occhio però a Loredana Bertè, finalmente sul pezzo con una proposta d'autore, classica e moderna al contempo, e bene interpretata. Piace Arisa in vesti assai pimpanti e con echi di musical, oltretutto più umana del solito, avendo incontrato difficoltà di esecuzione forse per la prima volta nella sua lunga storia in Riviera. Difficoltà palesi anche per Paola Turci, frenata forse da malanni di stagione, ma la sua proposta non è male, anche se meno esplosiva e immediata della splendida "Fatti bella per te".
OTTIMO SILVESTRI, BENE I NEGRITA - Originale e ben scritta "Rose viola" di Ghemon, curioso il rock martellante di Achille Lauro, Silvestri ai massimi storici con un un racconto di vita teso, serrato, di quelli che lasciano l'amaro in bocca. Non orecchiabile, non radiofonico, ma non è detto che non possa godere di lunga e felice vita dopo i passaggi all'Ariston: di certo, entrerà a buon diritto nelle scalette dei live del cantautore, e credo gli porterà nuovi consensi. Non si sono avventurati per strade ardite i genovesi Ex Otago, con una ballatona romantica che sarebbe andata più che bene anche per i Festival anni Ottanta e Novanta (con la speranza che sabato il leader del gruppo ci sveli l'identità delle varie donne che abbraccia a fine performance), così come i Negrita, fedelissimi al loro stile ma assai convincenti con un morbido rock sostenuto da un testo di spessore, per un mix azzeccato che si imprime bene nella memoria. 
ABBASSO GLI OSPITI - Viva la gara, dunque, e più che mai abbasso gli ospiti italiani. Qualcuno mi dovrà spiegare, ma non riuscirà a convincermi, il senso di far venire Mengoni e Mannoia a presentare l loro più recenti o nuovi prodotti. Rispetto ai concorrenti, una disparità di trattamento inaccettabile, che la buona prova del vincitore del 2013, in ottima forma vocale, non può compensare: un'anomalia con esigenze più promozionali che spettacolari, alla quale il nuovo direttore artistico (se nuovo sarà) dovrà avere il coraggio di porre rimedio. Meglio allora, e lo avevo sottolineato già in fase di vigilia, il ritorno di Cocciante, che perlomeno un Sanremo lo ha fatto e lo ha vinto, nel '91, oltretutto sbaragliando una concorrenza monstre (Zero, Tozzi, Minghi, Bertoli... ), e che ha offerto un numero di peso, tratto dall'opera Notre Dame. Anche lui, però, sempre con la solita "Margherita" (oltretutto sbagliata da Baglioni nel duetto); ha un repertorio infinito, altre canzoni meravigliose: se al pubblico offri sempre le stesse cose trite e ritrite, si perde la voglia di scoprire il nuovo, si perdono gli stimoli per pretendere spettacoli più arditi e interessanti. 

giovedì 14 giugno 2018

VERSO SANREMO 2019: SARA' ANCORA BAGLIONI IL DIRETTORE ARTISTICO, MA QUALCOSA DOVRA' CAMBIARE NELLA SCELTA DELLE CANZONI

                                        Baglioni: confermatissimo per Sanremo 2019

Anche Sanremo 2019 sarà targato Baglioni. La notizia era nell'aria da settimane, ma la conferma ufficiale è giunta oggi, per bocca del direttore generale della Rai Mario Orfeo. Dal punto di vista televisivo, il bis è una scelta ineccepibile: l'ultima edizione del Festivalone è stata un indiscutibile successo, ottenendo favori pressoché unanimi sia da parte dei telespettatori (con risultati di audience eccellenti) sia da parte della critica. E si è trattato in effetti di uno spettacolo gradevole, ben confezionato, con presentatori impeccabili (Hunziker e Favino) e con la musica italiana al centro dell'attenzione come raramente in passato, grazie ai "tre cast paralleli", come li definii sul blog: cantanti in concorso, artisti nostrani ospiti e i "duettanti" coi Big.
Il discorso cambia decisamente se spostiamo l'attenzione su quello che è stato a lungo, e che dovrebbe essere ancora oggi, l'obiettivo primario della kermesse: lanciare canzoni in grado di scalare le classifiche di vendita (e di download, da qualche anno a questa parte). 
2018: VENDITE NON ALL'ALTEZZA - Ebbene, da questo punto di vista Sanremo 2018 non ha centrato il bersaglio. Non si può parlare di fallimento su tutta la linea, ma di grossa delusione senz'altro sì: nessun album degli artisti in concorso ha al momento ottenuto la certificazione-disco di platino, traguardo conquistato soltanto dai singoli di Annalisa, di Ultimo, della coppia di vincitori Meta - Moro e della rivelazione Stato Sociale, a proposito della quale qualcuno aveva azzardato la possibilità che si concretasse un exploit in stile Gabbani, cosa che invece non è successa, anche se "Una vita in vacanza" rimane tuttora la canzone che maggiormente si ricorda, fra quelle in gara nella kermesse di febbraio. Niente platino nemmeno per la classica compilation, che pure, come al solito, ha stazionato a lungo al primo posto della classifica dedicata. 
CAST SENZA PRESA SUL MERCATO - Qualcosa non ha funzionato, insomma. Premetto che, personalmente, ritengo incomprensibile e ingiusto lo scarso successo decretato dal pubblico a molti dei prodotti rivieraschi. Riconfermo il parere espresso a caldo, subito dopo la conclusione della manifestazione: il livello della proposta musicale, con particolare riferimento ai Big, è stato più che buono. Certo, scegliendo Baglioni come direttore artistico non era difficile prevedere dove si sarebbe andati a parare: si prospettava un Festival con una buona quota di opere di taglio autoriale, più raffinate e sofisticate sul piano della ricercatezza compositiva e degli arrangiamenti, a discapito di un pop prettamente commerciale che era invece stato privilegiato dal predecessore Carlo Conti. Una scelta di campo netta, quella del cantautore romano, coraggiosa ma gravida di rischi: e in effetti, una volta reso noto il listone del partecipanti, era apparso chiaro che l'incidenza sul mercato dei pezzi sanremesi difficilmente avrebbe potuto raggiungere quote d'eccellenza. 
BUONE PROPOSTE RIMASTE AL PALO - Le proposte, lo ripeto, erano di buona grana, e spiace che gran parte del pubblico di fruitori di musica non abbia apprezzato e... acquistato le canzoni di Gazzè, del trio Vanoni - Bungaro - Pacifico, del Dalla postumo cantato dal suo pupillo Ron, per non parlare dell'audace ballata in romanesco di Barbarossa (che riprendeva e attualizzava una tradizione folkloristica di grande peso storico), del melodico inno al femminile di Nina Zilli, e dell'incalzante brano di Diodato e Roy Paci. A proposito di Diodato, c'è stato forse un errore strategico, perché il giovane cantautore si è presentato all'Ariston senza avere pronto un album di inediti che da quella vastissima platea avrebbe potuto trarre notevole linfa, e accelerarne una consacrazione che invece è ancora di là da venire. Una grande occasione perduta.
IL SUCCESSO DI ULTIMO, I KOLORS NON DECOLLANO - Spiace per questa "astensione" degli acquirenti, si diceva, ma la cosa non sorprende: a parte Gazzè, i nomi prima citati non sono da tempo, o non sono mai stati, grandi venditori di dischi, improbabile lo divenissero in questi mesi, in un mercato dominato o da campioni storici e inattaccabili (Pausini, Ferro, ecc.), o da ragazzini in buona parte usciti da "Amici" e altri talent, o da tanti, troppi esponenti della galassia hip hop, rap, trap, i cui prodotti sono spesso di qualità discutibile ma che sembrano aver trovato il registro giusto per entrare nel cuore dei ragazzi di oggi. Non è un caso che a uscire di gran lunga vincitore, sul piano commerciale, da Sanremo 2018, sia stato Ultimo, un emergente che fa pop - rap all'acqua di rose ma ha una buona scrittura e notevole presenza scenica; e non è casuale nemmeno che le uniche certificazioni platino, gira che ti rigira, le abbiano portate a casa i big più vicini all'universo giovanile, ai sound e ai testi contemporanei, ossia Meta e Moro, Annalisa e Lo Stato Sociale. Anche in questo caso si nota però una contraddizione: uno dei brani più orecchiabili e martellanti della kermesse,. "Frida" dei Kolors, ha reso largamente al di sotto delle aspettative. 
PER IL FUTURO, CAST PIU' "COMMERCIALI" E PIU' VICINI AI GIOVANI - Torniamo a bomba. Il rinnovo della fiducia a Baglioni era quasi inevitabile: il successo (successo televisivo, lo ripetiamo) della recente edizione, e il lungo travaglio dell'anno scorso prima di trovare un direttore artistico che potesse sostituire degnamente Conti, sconsigliavano la Rai di avventurarsi su strade nuove e inesplorate. Per cambiare e sperimentare c'è sempre tempo, e farlo quando non ce n'è troppo bisogno è un rischio inutile: Sanremo scoppia di salute ormai da una decina d'anni (l'unico momento di crisi è stato ai tempi del Fazio quater, 2014), in questo momento ha solo bisogno di piccoli aggiustamenti di rotta. Questo è il compito principale che attende il buon Claudio: una linea artistica che coniughi pregevolezza musicale ed easy listening, "radiofonicità" delle canzoni scelte. Si può benissimo comporre, in questo senso, un cast più equilibrato di quello messo in piedi quest'anno, cartellone che aveva, come detto, caratteristiche ben precise, tali da tenerlo lontano dal mercato. 
Aprire le porte al rap? Forse almeno un paio di caselle dovrebbero essere occupate da questi imprevedibili campioni delle chart, ma non è tanto un problema di nomi, quanto di generi canori rappresentati all'Ariston. In questo senso dovranno cambiare delle cose, ma non è detto che ci si fermi qui. L'anno scorso Baglioni fu catapultato sul ponte di comando con un certo ritardo, ebbe poco tempo per lavorare al progetto e stilò un regolamento che aveva solo un paio di novità significative rispetto a quello dell'era Conti (niente eliminazioni per nessun cantante in gara, e allungamento della durata massima dei brani). Improbabile, ma possibile che quest'anno voglia studiare qualche modifica più radicale del format del concorso, anche se la classica distinzione fra Giovani e Big ormai da tempo si sta dimostrando di gran lunga la più funzionale alla riuscita della kermesse. 
SERVE UNA DIVERSA FORMULA DI SPETTACOLO - Più probabile, e auspicabile, un cambiamento della struttura dell'evento - Sanremo: se l'anno scorso si puntò tutto sulla musica di casa nostra, quest'anno si potrebbe dare un taglio più internazionale alla rassegna; se l'anno scorso il direttore si era più volte preso la scena proponendo i suoi memorabili cavalli di battaglia, nel 2019 non sarà facile ripetere un'operazione del genere: nonostante la vastità del suo repertorio, i veri evergreen, quelli che tutti gli italiani hanno ascoltato almeno una volta nella vita, se li è "giocati" nello show di pochi mesi fa: non so se proporre canzoni pur fascinose come "Gagarin", "Solo", "Io sono qui" o "Cuore d'aliante" coinvolgerebbe ugualmente la platea. Dunque, una nuova formula di spettacolo, e possibilmente con interpreti nuovi: perché nelle settimane scorse è girata voce di una riconferma in blocco del gruppo 2018 (Baglioni - Hunziker - Savino), ma sarebbe un azzardo assoluto: in tempi recenti, è accaduto solo nel 2013 e nel 2014, col doppio Sanremo di Fazio - Littizzetto e col conseguente buco nell'acqua dell'Auditel. C'è bisogno di volti nuovi, che non sono tanti ma non mancano. Tre nomi per tutti: Amadeus, Federico Russo e Serena Rossi. 

giovedì 8 febbraio 2018

FESTIVAL DI SANREMO 2018, LA SECONDA SERATA: TANTO (TROPPO?) BAGLIONI, SEMPRE PIU' CREDIBILI DIODATO-PACI, ANNALISA, RON E VANONI. IL GIALLO META-MORO


Dalla notte fra martedì e mercoledì, su Sanremo 2018 grava l'ombra del caso Meta - Moro. Giusto farne ancora cenno, prima di parlare della seconda serata. Il nodo "squalifica - non squalifica" dovrebbe venir sciolto nelle prossime ore, e nella conferenza stampa delle 12.30 ne sapremo probabilmente di più. Innanzitutto la vicenda è già entrata nella storia della rassegna, perché ha portato per la prima volta alla "sospensione" (è il termine utilizzato da molte testate) di due partecipanti alla gara: la coppia di bravi cantautori avrebbe dovuto proporsi in seconda esibizione ieri sera, ma è stata "congelata" in attesa di ulteriori accertamenti sulla questione. Di certo, tutto può accadere: la seconda giornata del Festival era iniziata con affermazioni rassicuranti, in merito, da parte dei dirigenti Rai, ma dopo le prime, legittime perplessità manifestate da alcuni giornalisti, lo stesso Claudio Baglioni ha lasciato intendere di voler prendere la cosa molto seriamente e di dover effettuare attente valutazioni; di qui alla suddetta sospensione il passo è stato breve. 
RISCHIO SQUALIFICA CONCRETO - E' veramente una patata bollente, quella che la direzione artistica si ritrova fra le mani: perché Meta e Moro, non è un mistero, sono forse i più chiari favoriti per il successo finale. Col loro pezzo uniscono impegno civile, testo dalla forte carica emotiva, notevole orecchiabilità, e si tratta di due personaggi tutto sommato "trasversali", amati dai giovani ma graditi anche a un pubblico più adulto, come dimostrò ad esempio il terzo posto di Meta l'anno passato. Insomma, ci vorrà del coraggio per sbatterli fuori; però, parliamoci chiaro, il regolamento qualche rischio lo lascia intuire, in particolare riguardo al discorso sulla legittimità dell'utilizzo di "stralci campionati" di canzoni già edite, la clausola a cui si appellano gli "innocentisti"; nella situazione in oggetto non mi pare si sia davanti a un campionamento propriamente detto, in senso tecnico, bensì al riutilizzo, in versione minimamente rielaborata, del ritornello di un vecchio brano.
Non si parla assolutamente di plagio, come gli stessi cantanti hanno ieri equivocato sui social (le due opere hanno un autore in comune, Andrea Febo), quanto, semplicemente, della mancanza del requisito dell'inedito. Su questo dovrà pronunciarsi lo staff organizzativo della kermesse. La mia opinione? Io non sono un esperto di diritto, ma credo che le canzoni "nuove" siano altra cosa, questa non lo è, anche se il pezzo "ispiratore" era pressoché sconosciuto, fino all'altroieri. Se poi nei meandri del regolamento si riuscirà a trovare la strada per mantenerlo in concorso, contento per i due ragazzi. Ma ci ritorneremo sopra... 
TANTO BAGLIONI E UNA LEOSINI FUORI POSTO - Eccoci dunque alla seconda serata. L'impressione è che, stavolta, il direttore artistico si sia lasciato prendere un po' troppo la mano: a tratti, lo show è parso quasi una "Baglioni compilation". Si è trovata l'occasione per proporre, in un modo o nell'altro, tre pezzi del suo repertorio: "La vita è adesso" in duetto col Volo (la performance più riuscita), "Mille giorni di te e di me" con Biagio Antonacci e "Questo piccolo grande amore" con Franca Leosini. Una comparsata, quest'ultima, di cui avremmo fatto volentieri a meno, assolutamente superflua e per di più assai mal riuscita. In teoria, ogni strofa dell'evergreen doveva essere contrappuntata da un intervento più o meno ironico della conduttrice di "Storie maledette"; in pratica, ogni volta che il cantautore si interrompeva per dare spazio all'estemporanea partner, il pubblico in sala proseguiva a cantare, come in un concerto live, coprendo e togliendo forza agli inserimenti della giornalista. E poi, scusate, non si era detto che questo Sanremo avrebbe rinunciato a personaggi estranei al mondo della musica, dagli astronauti agli chef, alle famiglie con figli in quantità? E allora, cosa diavolo c'entrava la Leosini con il Festivalone? "Mistero", avrebbe esclamato Enrico Ruggeri...
BAUDO, LETTERA STRUGGENTE - Per il resto, una Michelle Hunziker sempre più padrona del palco e un Favino che si ritaglia i suoi spazi con l'abilità e perfino l'istrionismo dell'attore consumato: l'inglese sfoggiato nell'intervista a Sting non l'avevo mai sentito da parte di nessun precedente conduttore della manifestazione. Il cantante inglese innamorato dell'Italia ha proposto un duetto surreale con Shaggy, mentre il momento più emozionante della serata è stato senz'altro l'intervento di Pippo Baudo, "l'uomo Festival" per antonomasia, con una lunga "lettera aperta a Sanremo" che ha indotto più malinconia che allegria, assumendo a tratti i contorni di un bilancio di fine carriera. Poi il padrone di casa di tredici Festival ha riportato il sorriso con il lungo siparietto su un lontano fidanzato siciliano di Michelle (storiella già sentita e risentita, peraltro), parentesi che ha ritardato l'esibizione di Elio e le Storie tese. Volendo, per Superpippo è stato un contrappasso: cinquant'anni dopo aver costretto (gentilmente) Louis Armstrong ad abbandonare il palco di Sanremo '68, è stato lui a dover essere "tagliato" per lasciare spazio a Belisari e compagnia. 
L'ESEMPIO DI VECCHIONI - Bilancio magro per i superospiti italiani: i ragazzi del Volo non sono emersi per originalità, con l'inflazionatissimo "Nessun dorma" (ma si sono parzialmente riscattati con l'omaggio a Sergio Endrigo), dimenticabile Antonacci, che ha tentato di rilanciare il suo recente brano "Fortuna che ci sei", mentre a notte alta Roberto Vecchioni ha dato un plastico esempio di ciò che dovrebbero fare i cantanti di casa nostra fuori concorso a Sanremo, se proprio ci devono essere: omaggiare il repertorio canoro proprio o di altri, senza indulgere alla promozione del prodotto più recente. Chapeau. In generale, l'impressione è stata quella di una serata troppo carica di orpelli trascurabili: abbiam detto  della Leosini, ma aggiungiamoci anche il ballo Favino - Hunziker sulle note di Despacito (che speravo di non sentire almeno all'Ariston) e il lungo e non entusiasmante sketch "del trapano" col mago Forrest. In tutto ciò, il Dopofestival, che inizia ampiamente dopo l'una, diventa impossibile da vedere per le persone normali, che qualche ora di sonno devono pur concedersela... 
DA DIODATO A RON E VANONI, TANTA QUALITA' - La gara, adesso: è iniziata quella fra le Nuove proposte. Inutile discutere di classifiche parzialissime, per cui al momento limitiamoci a dire che le opere migliori sono sicuramente quelle dei due maschietti, il godibile elogio al congiuntivo dell'estroso Lorenzo Baglioni (nessuna parentela) e lo straniante, doloroso recitato di Mirkoeilcane in "Stiamo tutti bene", sulla tragedia dei barconi dei migranti. Riguardo ai Big, confermata la buona impressione sullo spessore di "Adesso", con Diodato e Roy Paci che a questo punto diventano papabili per le primissime posizioni; in crescita Annalisa, con un brano contemporaneo ma rispettoso della tradizione e un refrain tutto sommato di buon impatto, che potrebbe condurla a un piazzamento di rilievo. Da non trascurare "Senza appartenere" di Nina Zilli, classica melodia sanremese ma corroborata da un testo interessante sull'universo femminile, a meta fra "Donna" di Mia Martini" e "Quello che le donne non dicono" della Mannoia, non al livello di queste due gemme ma comunque dignitosissima ("Donna siete tutti", "Donna non di tutti", sono versi semplici, ma intelligenti ed efficaci). Sempre convincenti e radiofonici Vibrazioni e Canzian, anche se quest'ultimo non sta ottenendo i riscontri che mi sarei aspettato. Notevole la forza evocativa del Dalla cantato da Ron, ottimamente scritta nelle parole e nella musica "Imparare ad amarsi" del trio Vanoni - Bungaro - Pacifico, forse la miglior espressione del nuovo corso "baglioniano" all'insegna della ricercatezza autoriale ed interpretativa. E' anche questa da podio, e le votazioni delle prime due giornate lo confermano. 
ABBIAMO UNA SIGLA! - A tal proposito, non mi pare una gran trovata quella di rendere note, a fine spettacolo, solo le preferenze espresse da una singola giuria, per di più non le graduatorie vere e proprie ma una mera divisione tra fascia alta, media e bassa. Si rischia di generare solo una gran confusione. Una nota piacevole: Sanremo ha finalmente una nuova sigla, come quelle che si facevano fino a metà anni Novanta, anche se su tutte le emittenti tv della Penisola continua a imperversare "Perché Sanremo è Sanremo": buona l'idea, vista nel galà di apertura, di fare interpretare la canzone a tutti i Campioni (ma perché ieri la clip non è stata riproposta?), buona anche l'esecuzione finale da parte del trio di presentatori. Vedremo se questo "Popopopo" riuscirà a lasciare il segno nella storia della rassegna.
ULTIM'ORA - La Rai e la direzione artistica del Festival hanno deciso, dopo perizia sulle due canzoni "incriminate", di mantenere in concorso "Non mi avete fatto niente" di Meta e Moro. Sussiste il requisito dell'inedito. 

mercoledì 7 febbraio 2018

SANREMO 2018, LA PRIMA SERATA: CANZONI "A DIGERIBILITA LENTA'. FRA POCO EASY LISTENING E MOLTA RICERCATEZZA, SPICCA LA BUONA VENA DI RED CANZIAN


A giudicare dal vernissage, sembra essere un Festival a digeribilità lenta. Il riferimento è alla "ciccia" dell'evento, ossia ai brani in concorso; dello show, premiato da un ottimo esito in termini di audience, parleremo in conclusione di articolo. Digeribilità lenta perché, a parte tre o quattro eccezioni, il pacchetto - canzoni di Sanremo 2018 parrebbe mancare, a un primo ascolto, di quella forza d'impatto che è determinante non tanto per l'esito della gara, quanto per la capacità di questi prodotti di sfondare a livello commerciale.  In questo senso, il cambio di rotta rispetto alla gestione Conti è stato autenticamente radicale: soprattutto l'ultima edizione firmata dall'anchorman toscano era stata all'insegna del più assoluto easy listening, pur con numerosi picchi qualitativi. Claudio Baglioni ha fatto una scelta diversa: lo si era capito, è stato ripetuto fino alla nausea nelle settimane di vigilia, ma ora ne abbiamo la conferma. La quasi totalità delle opere presentate dai Campioni necessiterà di un'assimilazione graduale, ponderata: risulta dunque provvidenziale il nuovo regolamento, che ci consentirà di ascoltare ogni pezzo quattro volte (una delle quali "rielaborata" attraverso i duetti) prima della "superfinalissima" di sabato notte fra i tre più votati. 
PIU' RICERCATEZZA, MENO "PRIMO IMPATTO" - Se dodici mesi fa il coraggio di Conti era consistito nel proporre un cast di Big in larghissima parte à la page, in linea coi gusti dei giovani e lontano, di converso, da quelli del pubblico un po' attempato di Rai 1, quest'anno il cantautore romano ha osato su due fronti: proporre pezzi non "da primo ascolto", caratterizzati da una maggior ricercatezza compositiva, e offrire un ventaglio di generi, di territori musicali, decisamente più ampio del solito. Vedremo se questa linea artistica pagherà nel dopo Sanremo: la sensazione è che la kermesse numero 68 avrà una forza di penetrazione sul mercato minore rispetto a quella che l'ha preceduta, e questo è comunque un male, perché il compito principale del Festivalone rivierasco rimane lo stesso del passato: aiutare i cantanti a vendere dischi (in versione "solida" o digitale) e incrementarne la popolarità anche in chiave di presenze ai loro live. 
CANZIAN, KOLORS E STATO SOCIALE: I "RADIOFONICI" - Orecchiabilità da rivedere, si diceva. Certo non mancano le eccezioni. Ne ho finora contate quattro, per l'esattezza: il sound contemporaneo, pur su diversi piani stilistici, dei The Kolors e dello Stato Sociale (che con l'ausilio di un'attempata ballerina hanno fornito la performance di maggior effetto scenico della serata), la ritrovata vena delle ricomposte Vibrazioni, ispirate nel loro pop romantico come ai tempi degli exploit negli anni Zero, e il vivace Red Canzian, al quale attribuisco la mia personalissima palma di migliore della puntata inaugurale. Un gradino più sotto, in fatto di immediatezza, Annalisa e Noemi, che però dovrebbero presto emergere, anche se la proposta della "rossa" non sembra poter aggiungere granché alla strada artistica finora percorsa. Di notevole spessore il crescendo emotivo di "Adesso", a cura di Diodato e Roy Paci, apprezzabili il nuovo inno al femminile di Nina Zilli e il moderato rock in salsa anni Ottanta dei Decibel; meno penetranti lo stornello modernizzato di Barbarossa e il soffuso jazz di Biondi, fin troppo sofisticato anche per un Sanremo che si vorrebbe più "culturalmente alto" del solito. 
PICCHI DI RAFFINATEZZA: DA GAZZE' AD AVITABILE - Carina, ma non particolarmente originale la melodia di Facchinetti e Fogli, col primo che deve stare attento a non scadere nel caricaturale, con quel suo insistere nel calcare la mano su certe vocali fin troppo aperte... Sul piano della raffinatezza, spiccano la delicata opera di Lucio Dalla affidata alla sensibilità di Ron, il favolistico Gazzè in versione cantastorie, il pezzo d'atmosfera del trio Vanoni - Bungaro - Pacifico e il sound napoletano di Avitabile e Servillo, a metà tra tradizione e avanguardia. Elio e le Storie tese sembrano aver confermato il trend in discesa dei loro Sanremo: dal tormentone "La terra dei cachi" e dalla bizzarra "Canzone mononota", sono passati alla non eccelsa "Vincere l'odio" per terminare con questa "Arrivedorci" fin troppo autocelebrativa e priva di veri guizzi, anche se l'arguzia lessicale rimane intatta.
META E MORO RISCHIANO - Riguardo ai favoriti Ermal Meta e Fabrizio Moro, per tensione emozionale e cantabilità la loro "Non mi avete fatto niente" potrebbe effettivamente vincere, pur se lontana dalla forza d'impatto di "Pensa", altra canzone di impegno civile, con la quale il romano sbancò la sezione Giovani nel 2007. Il problema è che, per loro, il rischio squalifica esiste davvero: le somiglianze col brano "Silenzio", presentato senza successo da Ambra Calvani e Gabriele De Pascali alle selezioni per le Nuove proposte 2016, ci sono, non lo si può negare. Vedremo come se la caveranno i due, e vedremo come la direzione artistica si muoverà nei meandri del regolamento, ma di certo questo "giallo" rappresenta già un punto debole nel corpo del neonato Sanremo 68. 
BASTA COI CAVALLI PAZZI! - Non potevamo farci mancare l'ennesima invasione di campo in apertura da parte del Cavallo Pazzo di turno. Curioso: entrare all'Ariston da spettatori è impresa titanica, ma sul palco pare si possa arrivare, a volte, con relativa facilità; la cosa non diverte più (aveva già stufato ai tempi del fu Appignani), ma che avvenga nel 2018, in tempi di allarmi terroristici ancora vivi, è inaccettabile. Tirem innanz... Fiorello ha fatto ciò che gli viene meglio, cioè l'istrione improvvisatore: vedremo domani se il bel riscontro Auditel del debutto festivaliero sarà stato più o meno "drogato" dalla sua presenza. Dopo tre anni di conduzione sicura e rassicurante, in perfetto stile baudiano, c'era grande attesa per scoprire la formula top secret ideata da Baglioni, e va detto che è risultata tutto sommato riuscita e funzionale. Il "diretur" è stato più presente del previsto sul palco, a partire dalla sentita introduzione, molto attivo all'inizio e alla fine, mentre nella parte centrale ha dato giustamente più spazio ai conduttori designati.
MICHELLE UBER ALLES - La vera padrona di casa è palesemente Michelle Hunziker, che ha menato le danze e sfoggiato una sicurezza che la pone a distanza siderale da quella pulcina bagnata vista al Sanremo di undici anni fa (e sarebbe stato grave il contrario, va da sé...). Anche Favino tuttavia ha fatto centro: arriva buon ultimo dopo tanti attori professionisti che l'hanno preceduto nella presentazione della rassegna, ma fra tutti è stato quello che, al momento, pare esser maggiormente riuscito a portare all'Ariston la sua personalità e un'impronta ben precisa. Infine: si era detto "niente più star hollywoodiane", e va bene, ma la promozione del nuovo film di Gabriele Muccino era proprio necessaria? E Morandi e Tommaso Paradiso dovevano proprio presentarlo, il loro pezzo? L'immarcescibile Gianni non poteva limitarsi a duettare con l'altro "capitano coraggioso", il buon Claudio? Domande retoriche. Ne abbiamo già parlato ieri: è più che mai lotta fratricida fra due squadre di Big parallele, fra chi rischia e chi no. Però, che tristezza.

martedì 6 febbraio 2018

SANREMO 2018: AL VIA LO STRANO FESTIVAL DEI TRE CAST PARALLELI E DEI "BIG CONTRO BIG"


"Sarà un Festival sui generis, diverso dal solito, sicuramente originale". Lo si dice da mesi, e del resto questo Sanremo 2018 è stato circondato da un alone di mistero fin dalla fase di gestazione: prima l'inquietante "vuoto di potere" del dopo Carlo Conti, con la nomina del nuovo direttore artistico che si è fatta pericolosamente attendere; poi la designazione di Claudio Baglioni a fine settembre, e a seguire la messa a punto di un regolamento che segna un deciso cambio di rotta rispetto alle edizioni degli ultimi anni, con l'abolizione delle eliminazioni in entrambe le categorie in concorso; e ancora, la composizione di un cast di Big meno glamour e meno commerciale rispetto a quelli della gestione "contiana", per finire con l'inedito ed estemporaneo trio scelto per fare gli onori di casa: Michelle Hunziker, showgirl targata Mediaset, Pierfrancesco Favino, attore a digiuno in fatto di conduzioni catodiche, e ovviamente lui, il "capitano coraggioso" Claudio, non si sa ancora bene con quanto spazio e con quale ruolo, ruolo che tuttavia, stando alle indiscrezioni, potrebbe essere meno defilato di quel che si pensava inizialmente. 
Ora che siamo al momento del dunque, le impressioni sono le stesse della lunghissima vigilia. Ci accingiamo ad assistere a un Sanremo del tutto particolare. Non so se sarà di semplice transizione, per poi tornare a percorrere la strada di recente intrapresa (una strada vincente), o se segnerà una svolta nel modo di concepire la struttura dell'evento. Ma sarà comunque una rassegna da seguire con grande attenzione e curiosità. Dei Campioni ho già scritto al momento dell'annuncio del "listone", in dicembre: inutile tornarci sopra adesso, quando basterà attendere poche ore per avere anche la materia prima su cui discutere, ossia i brani in lizza. "Annusando l'aria che tira", come dicono gli esperti sanremologhi, i miei favoriti sono le coppie Meta - Moro e Facchinetti - Fogli, poi Red Canzian e Annalisa, mentre la critica già ha detto mirabilia del brano di Ron targato Dalla. Ne riparleremo presto...
OSPITI ITALIANI: UN CAST MONSTRE - Più opportuno spostare i riflettori sulla linea artistica che il cantautore romano ha voluto dare a tutto il progetto Festival nel suo complesso: da quando nella liturgia sanremese sono stati introdotti gli ospiti fuori concorso, non è mai accaduto, a mia memoria, che gli italiani superassero, in quantità, le star d'oltrefrontiera. Solo due i precedenti analoghi in tal senso, ma si trattò di circostanze del tutto eccezionali, di due eventi concentrati entrambi in una sola delle cinque serate in cartellone: nel 2010, sfilarono nove superstar canore di casa nostra per celebrare il sessantesimo compleanno della manifestazione; l'anno prima, dieci superbig si esibirono facendo da padrini ad altrettante nuove proposte (fu la covata d'oro di Arisa, Malika Ayane, Simona Molinari, Irene Fornaciari). 
In questo Sanremo 2018, salvo cambiamenti dell'ultima ora (che al Festival sono frequenti, in tema di reclutamento di vedettes internazionali), dall'estero al momento sono in arrivo i soli Sting (con Shaggy) e James Taylor: oltretutto, grandissimi nomi, ma non certo protagonisti delle più recenti charts, quegli effimeri eroi che in Riviera sono spesso e volentieri venuti a far promozione per sfruttare il loro attimo più o meno fuggente. Del resto, Baglioni era stato chiaro: gli stranieri che verranno, aveva detto, dovranno impegnarsi anche a omaggiare, in qualche modo, la canzone italiana. Può anche essere che questo "paletto" abbia scoraggiato molti divi del pop mondiale a sbarcare all'Ariston. Ma magari si è trattato solo di una scelta di campo chiara, netta, inequivocabile da parte dello staff organizzativo: fare del Festival 2018 un inno assoluto alla musica tricolore. 
CHI RISCHIA IN GARA E CHI NO - Così, ecco schierati ai nastri di partenza Laura Pausini (se guarirà in tempo utile dalla laringite), Giorgia, Negramaro, Piero Pelù, Gianni Morandi, Il Volo, Gino Paoli con Danilo Rea, il trio Nek - Pezzali - Renga, Antonacci, Fiorella Mannoia. Non si può certo dire che si tratti di un elenco grondante sorprese (quasi tutti sono stati visti e rivisti a Sanremo in tempi non troppo lontani, perfino il "ribelle" Pelù fece il superospite nel 2001), ma d'altro canto non può sfuggire un fatto singolare: si tratta di un nutrito drappello di "campioni" che marcerà parallelamente a quello degli "altri" campioni, ossia i concorrenti.
Big italiani contro big italiani, lotta fratricida nella quale vedo un senso di profonda ingiustizia. Parliamoci chiaro: il fatto che ci sia una élite di cantanti nostrani che si sottraggono alle forche caudine della gara preferendo la vetrina senza rischi, mentre nelle stesse ore dei "valorosi" colleghi affrontano la pugna con spirito indomito, stona un po', ancor più se si tratta di una scelta avallata o ispirata dal patron di turno. Bei tempi, quelli in cui il palco ligure era negato agli artisti italiani refrattari al concorso; il Pippo Baudo dei tempi d'oro fu particolarmente rigoroso nella difesa di questo principio, salvo poi cambiare registro negli ultimi due Festival sotto la sua gestione, 2007 e 2008. Rimango del parere che una distinzione del genere, che suona quasi come "cantanti di Serie A e cantanti di Serie B", non dovrebbe esistere, a Sanremo: ed è ancor più assurdo che esista quest'anno, con una competizione così largamente annacquata che porterà tutti, proprio tutti, i gareggianti alla finalissima di sabato. Una Giorgia, un Antonacci, un Sangiorgi con band al seguito, possono davvero aver paura di un piazzamento sanremese non all'altezza della loro fama? Suvvia, siamo seri...
LA TERZA SQUADRA: I DUETTANTI - Due cast di big paralleli, dunque. Anzi, tre: perché fra le più belle novità del Sanremo numero 68 c'è il pensionamento della serata delle cover (aveva un po' stufato e in tanti anni aveva prodotto un solo clamoroso exploit, quello di "Se telefonando" versione Nek, bissato, ma in misura decisamente minore, da "Un'emozione da poco" di Paola Turci),  e il ripristino della serata dei duetti, che per diverse edizioni ha proposto tante riletture interessanti dei brani in competizione, e tante performance di notevole effetto scenico. Per questo happening, in programma venerdì, è stato arruolato uno "squadrone" di vip niente male: da Arisa a Michele Bravi, da Simone Cristicchi a Giusy Ferreri, e poi ancora Sergio Cammariere, la Turci, Marco Masini, Alice, Tullio De Piscopo... Anche loro sono ufficialmente "fuori concorso", ma perlomeno accorrono a dare una mano concreta ai colleghi, e, insomma, un minimo incideranno sulla classifica finale. 
MA GLI STRANIERI SERVONO... - Eccolo, quindi, il Sanremo dei tre squadroni di Big, e della guerra fratricida fra artisti che sfilano in allegria ed altri che affrontano le ansie e le nevrosi della gara. D'accordo, così facendo Baglioni ha radunato in Riviera una cospicua razione della crème dell'italico pop, mettendo in piedi un Festival tutto sommato abbastanza rappresentativo dell'attuale realtà musicale del Paese (rispunta persino il rap, con Ghemon che sarà partner di Diodato e Roy Paci); ma, almeno per quanto mi riguarda, il retrogusto amarognolo da disparità di trattamento permane. Forse costano di più, ma giova ricordare che i grandi interpreti di fuorivia hanno quasi sempre portato lustro e spessore alla kermesse, facendole superare i confini della Penisola e dando nel contempo visibilità quasi planetaria alle nostre ugole d'oro. Senza arrivare agli eccessi degli anni Ottanta, con le abbuffate di stranieri al mitico Palarock, forse era il caso di battere con più convinzione la pista internazionale. Pazienza, e... buon Sanremo a tutti. 

martedì 9 gennaio 2018

VERSO SANREMO 2018: CONFERENZA STAMPA DELUDENTE, PER UN PUZZLE CON TROPPE TESSERE MANCANTI


Il Sanremo dei misteri continua a percorrere la sua tortuosa strada. Dopo la lunga attesa per la nomina del direttore artistico "post contiano", dopo il sospiratissimo rinnovo della Convenzione Rai - Comune giunto solo in chiusura di 2017, oggi è andata in scena, dal casinò della cittadina ligure, una conferenza stampa surreale. Un incontro con i rappresentanti dei media che doveva essere un po' il vernissage ufficiale del 68esimo Festival, ma che al tirar delle somme ha grosso modo lasciato le cose come stavano. 
Nulla di nuovo sotto il sole, quasi tutto noto (di quel "quasi" parleremo tra breve). Ciascuna delle cose dette questa mattina da Claudio Baglioni e compagnia era di dominio pubblico da giorni, se non da settimane: già sicuri nelle vesti di padroni di casa Michelle Hunziker (di ritorno dopo undici anni, si spera più matura e convinta rispetto a quel pulcino spaurito che deluse ampiamente al fianco di Baudo) e Pier Francesco Favino, già ampiamente conosciuti dagli addetti ai lavori il meccanismo di gara e le novità relative alle giurie e all'abolizione delle eliminazioni (il regolamento è online da tempo sul sito della kermesse), già visti e stravisti i tre spot tv con protagonisti alcuni celebri anchorman festivalieri del passato (Pippo Baudo, Fabio Fazio, Carlo Conti, impegnati in strambi colloqui col cantautore romano). E dunque per che cosa, di grazia, i giornalisti sono stati convocati oggi? Bastava un comunicato stampa... O no?
Spesso, in passato, l'appuntamento con la conferenza "ufficiale" di gennaio è servito a regalare primizie e anticipazioni sulla manifestazione e sul suo contorno: soprattutto qualche notizia boom sui nomi di artisti italiani e stranieri chiamati a esibirsi fuori concorso.  Invece, nada de nada. Gli ospiti? "Abbiamo diramato degli inviti", è stato detto. Laura Pausini, Sting, Liam Gallagher?  "Sono nomi che confermiamo tutti - ha affermato Baglioni - vediamo se li confermano anche loro", cioè i cantanti stessi. Come dire che i contratti, probabilmente, devono ancora essere chiusi. Assolutamente nulla, poi, è trapelato sui format del Pre-festival (la breve striscia tv che da qualche anno precede le serate della gara) e del Dopofestival, se non con la precisazione che quest'ultimo dovrebbe, negli auspici, diventare uno spazio defatigante per gli artisti in concorso, dove fare musica senza animi infiammati né accese polemiche. Chi lo animerà, chi ne sarà l'anfitrione, non ci è dato saperlo. Persino il Festival propriamente detto potrebbe avere altre figure aggiunte a fare gli onori di casa sul palco, ha lasciato intuire Baglioni... Chi? Mah! 
I comici? Ci saranno, e già era stato detto. Le star hollywoodiane? Vade retro, ed è giusto così perché, nel novanta per cento dei casi, il loro apporto qualitativo al Festival è sempre stato di scarsissimo peso (poche le eccezioni, ricordo ad esempio una bella intervista di Baudo a Sharon Stone nel 2003), ma anche questo "niet" il buon Claudio lo aveva anticipato in tempi non sospetti. E allora, di che si è parlato stamane? Tanta teoria, tanti scenari che colpiscono la fantasia (il Festival "come una tela bianca" da dipingere sera dopo sera, "l'immaginazione al Festival" cinquant'anni dopo "l'immaginazione al potere" di sessantottiana memoria); insomma, l'impegno di fare bene come per le squadre di calcio che, conclusa la campagna acquisti, si apprestano a iniziare il campionato. Solo che, qui, la campagna acquisti è lungi dall'essere completata, troppi aspetti della struttura spettacolare dell'evento sono ancora aleatori. 
L'unica vera novità emersa è rappresentata dalla "regola di ingaggio" che verrà applicata nella convocazione degli ospiti canterini d'oltrefrontiera: "Dovranno venire a cantare e suonare qualcosa con una matrice italiana", ha spiegato il direttore artistico. Lodevole da un certo punto di vista, per scongiurare il mero passaggetto promozional - commerciale e spingere gli ospiti a portare qualcosa di più corposo e impegnativo, ma in tal modo potrebbe restringersi il campo dei divi pop disposti a venire in Riviera; l'ideale sarebbe una via di mezzo, ossia consentire loro di fare sia l'autopromozione sia l'omaggio al Bel Paese (e probabilmente, azzardo io, sarà così, anche se non lo si è capito molto bene da quanto è stato detto in conferenza). Lodevole il proposito di salvaguardare ed esaltare l'italianità dell'evento, ma se il Sanremone ha raggiunto le vette attuali è stato anche grazie alle innumerevoli presenze di grandi figure della musica mondiale venute a proporre le loro opere, non dimentichiamolo mai. 
Si è intuito che ci sarà meno glamour, ossia meno lustrini e ingredienti da mega-super show, contrariamente a quanto spesso è accaduto in passato: la musica dovrà essere al centro di tutto, frase peraltro ripetuta come un mantra già alla vigilia di tante edizioni più o meno recenti (e promessa spesso mantenuta, checché se ne dica, ad esempio nell'ultimo triennio, nel quale si è cantato tanto senza per questo tradire l'aspetto spettacolar - televisivo del carrozzone). Insomma, per il momento la rassegna non ha ancora un aspetto ben definito, e ci si domanda se non fosse il caso di aspettare ancora un paio di settimane, prima di convocare questo incontro con la stampa: 15 giorni in cui mettere le firme su qualche contratto e fornire un quadro più esauriente della struttura di Sanremo 2018. Di buono c'è che, a quanto è stato detto, gli introiti pubblicitari (25 milioni di euro) hanno già coperto il costo della kermesse (poco più di 16 milioni), alla faccia di chi dice che "il Festival lo pagano gli italiani con il canone". 

venerdì 18 ottobre 2013

LA "NUOVA" STRISCIA LA NOTIZIA: DOV'E' LA RIVOLUZIONE? RIDATECI VIRGINIA!

                       

Striscia la notizia 2013/14, ovvero la rivoluzione che doveva esserci (forse) e che non c'è stata. Venti giorni di Virginia Raffaele sono stati un'autentica boccata d'aria fresca, poi tutto è tornato come prima e la "restaurazione" sarà completata fra qualche settimana, con la rentrée in pompa magna della premiata ditta Greggio - Iacchetti. Un vero peccato: la sensazione è che Antonio Ricci, deus ex machina del tg satirico, sia stato il primo a non credere in uno svecchiamento del format. Svecchiamento che del resto si era fermato alla superficie: i velini al posto delle veline, forse cavalcando l'onda lunga del moralismo perbenista di stampo boldriniano, e il fugace inserimento nel cast, come conduttrice - jolly - battitrice libera, della citata Virginia. 
FUORICLASSE - Il più grande talento comico espresso dalla tv nostrana nell'ultimo lustro, benché depotenziato in un ruolo che ne limitava la verve artistica, ha comunque lasciato il segno nella sua breve presenza al bancone di Striscia. Qualcuno ne ha parlato come di un pesce fuor d'acqua, molti ne hanno sottolineato lo scarso feeling con Michelle Hunziker, a me è parsa la pedina più fresca e briosa dello scacchiere del programma: la conduzione nei panni delle sue caricature più riuscite (Belen, la Minetti, soprattutto Ornella Vanoni) è stata un'invenzione azzeccata e godibile. Poteva forse rendere di più, ma la ragazza si è trovata paracadutata in un contesto cristallizzato da anni di immobilismo.
STILE GUARDI' - "Striscia", infatti, per certi versi ricorda le trasmissioni di Michele Guardì: da tempo immemore uguale a se stessa, con pochissime innovazioni più formali che sostanziali. Sarà anche vero che le sole tre settimane di permanenza della Raffaele erano previste fin dall'inizio, ma resta da chiedersi il perché, anzi, un... duplice perché, che riguarda entrambe le parti in causa: perché lo staff di Striscia ha voluto gettare fumo negli occhi con un abbozzo di rivoluzione fatta subito rientrare nei ranghi? E perché Virginia ha accettato un impegno così limitato nel tempo, quando la sua influenza sulla trasmissione avrebbe potuto avere effetti benefici solo sulla lunga distanza? 
Dicevo di una "Striscia" cristallizzata (talmente cristallizzata, per inciso, da subire passivamente l'assurda innovazione del break pubblicitario delle 21, che giunge a interrompere arbitrariamente qualsiasi cosa vi sia in onda in quel momento, senza annunci preventivi, roba che ormai si vede difficilmente anche nelle più modeste emittenti locali). E' un prodotto televisivo che ormai va avanti per forza di inerzia: le rubriche e gli inviati sono grosso modo gli stessi da non so più quante stagioni. Va già bene che siano stati pensionati (per il momento) personaggi assolutamente improponibili, come il Cicalotto e Super Bottom, che con la loro irritante antipatia facevano probabilmente perdere efficacia alle inchieste (e personalmente mi portavano istintivamente a cambiar canale...).
CHIAMBRETTI, VELINI E VELINE - Però, dopo 25 anni di onorato percorso catodico, ci vorrebbe forse un quid in più. Poteva esserlo Virginia, non credo lo sarà Chiambretti (anche per lui, comunque, militanza di breve durata), un personaggio che si inserisce nella tradizione dei più classici conduttori di Striscia, che avrebbe la verve per regalare qualche guizzo satirico - polemico in più (non troppi, comunque...) se non dovesse confrontarsi con quella che è la caratteristica storica del programma, sua forza ma anche suo limite: fa tutto Ricci, e la sensazione trasmessa al telespettatore è che chi sta in studio si limiti ad eseguire, a diffonderne il verbo, aggiungendo poco di suo. Con la Raffaele sarebbe stato un po' diverso, l'impronta del suo camaleontico talento, ripeto, si avvertiva già evidente. 
Riguardo al cambio veline - velini - veline, poco da dire: non so cosa avesse in testa Ricci, probabilmente è stato tutto studiato, un contentino dato ai cantori dell'antivelinismo: in questa sventurata epoca, per certi versi di stampo medievale, si è improvvisamente scoperto che la valorizzazione del fascino femminile è il male assoluto, laddove soubrettine e ballerine discinte hanno occupato per decenni i teleschermi anche dalle prestigiose antenne della tv di Stato, e i concorsi di bellezza han regalato sogni e lanciato carriere importanti. In realtà non sono state le varie Canalis e Corvaglia a portare al degrado del ruolo della donna nella società, tuttavia i maschietti ballerini a mostrare le loro grazie potevano anche starci, perché il problema di Striscia non è in queste figure, tutto sommato marginali, maschi o femmine che siano: il problema, lo ribadisco, è cercare una via al rinnovamento.
ALLARGARE GLI ORIZZONTI - Nonostante l'appellativo di "tg satirico", la forza del programma non è mai stata la satira politica, all'acqua di rose sia verso la destra sia verso la sinistra, al di là delle superficiali accuse di berlusconismo, perché se il Cavaliere veniva "carezzato" con banalità del genere "Cavaliere mascarato", ad esponenti della parte opposta come D'Alema si riservava il "Fu - fu", ossia nulla di particolarmente devastante. No, Striscia ha tratto la sua linfa dalla denuncia di truffe e ingiustizie "di basso profilo", ma anche in questo ambito si è avvitata in una ripetitività che non le giova. Non esistono solo falsi medici e maghi ciarlatani, l'universo dei "disonesti terra terra" è a spettro piuttosto ampio. Ecco, magari si cominci da qui, da un allargamento degli orizzonti, nel rinfrescare il format, affinché guardare Striscia non diventi una stanca abitudine che addormenta le coscienze e spegne l'indignazione, scolorando nella routine le piccole grandi ingiustizie di ogni giorno.