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giovedì 7 dicembre 2023

SANREMO 2024: APPROFONDIMENTO SUL CAST DELLA KERMESSE. ANNALISA E NEGRAMARO FAVORITI, OCCHIO A DIODATO, VOLO, AMOROSO, IRAMA



Esiste il cast sanremese perfetto? Direi senz'altro di no: non c'è mai stato e mai ci sarà. E' un puzzle troppo complesso, troppi tasselli dovrebbero andare a coincidere contemporaneamente per creare l'alchimia ideale. Non è perfetto nemmeno quello annunciato da Amadeus domenica scorsa, dunque, eppure il listone unico di concorrenti, allargatosi in extremis da 23 a 27 in attesa del tris di Sanremo Giovani, conferma il periodo storico favorevole che la rassegna sta attraversando. Il Festival, piaccia o meno, è una manifestazione di natura prettamente commerciale, che deve muovere il mercato discografico, e da questo punto di vista l'edizione '24, almeno sulla carta, promette gli stessi felici esiti delle ultime. 

OBIETTIVI CENTRATI - Si è sempre chiesto alla kermesse ligure di essere in linea con la realtà canora italiana del momento, intercettandone le tendenze e, laddove possibile, anticipandole. Le si è sempre chiesto, anche, di scoprire o consacrare volti nuovi in grado di percorrere un discreto tratto della via della gloria. Infine, le si chiede costantemente di portare sul palco almeno uno di quei nomi "colossali" da sempre allergici alle tenzoni canzonettistiche, e a quella rivierasca in particolare. Ebbene, direi che, per l'ennesima volta, l'obiettivo è stato sostanzialmente raggiunto su tutti i fronti citati, e ciò conferma gli enormi meriti di  un direttore artistico che, partito fra mille perplessità, ha saputo ricostruire l'immagine un po' vintage  e appannata del Festivalone (opera già iniziata da Conti e Baglioni) rendendolo un evento gradito anche agli appassionati più giovani e, di conseguenza, più credibile e più appetibile agli occhi degli artisti di nuova generazione e dei loro management. Lo straordinario risultato in termini di certificazioni (platino e oro) e di popolarità conseguiti dai partecipanti all'edizione '23 lo testimoniano in maniera inequivocabile. 

C'E' TUTTO IL POP DA CLASSIFICA - Sarà possibile ripeterli o superarli? Numericamente difficile, ma dipende comunque dalla qualità dei brani, di cui ancora non conosciamo nemmeno i titoli, mentre sul piano del prestigio dei concorrenti il livello è grosso modo lo stesso, medio-alto. Dicevamo di un Sanremo inserito nella realtà musicale odierna, quella delle heavy rotation e degli streaming: ebbene, i protagonisti attuali delle chart ci sono in larga parte tutti, dai trionfatori estivi Kolors, Angelina Mango e Alfa a Mahmood, che torna in gara appena due anni dopo la sua seconda vittoria, fatto non comune,  e che da quelle parti si esprime al meglio come, onestamente, non sempre gli riesce fuori da quel contesto, fino a Rose Villain, che sa alternare testi fin troppo espliciti ad altri più delicati, e Geolier, che ha aggiornato le frontiere del rap-trap in lingua partenopea e che era da mesi nella lista dei papabili. E fra i protagonisti del pop anni Venti  figura anche un drappello di artisti che ritroviamo sulla ribalta più importante 24 mesi dopo l'ultima partecipazione, tempo fisiologico abbastanza comune per godersi i frutti dell'affermazione e rimettersi in gioco, ossia l'istrionico Dargen D'Amico, forse perfino travolto dall'inatteso successo di "Dove si balla", un Sangiovanni più maturo e più eclettico ma che difficilmente rivedremo in panni diversi da quelli leggeri e scanzonati che l'hanno portato alle stelle,  e quell'Irama che è stato presenza quasi fissa dei Festival targati Ama, sempre convincente, a proprio agio in aree espressive diverse, prima con la cupa dance internazionale del '21 e poi con la ballatona romantica del '22, un ragazzo che ha voce, ispirazione e presenza scenica, e che se azzecca il pezzo potrebbe perfino lottare per vincere. 

I RITORNI DI EMMA E MR. RAIN - Dal '22 riemerge anche Emma, che aveva presentato una "Ogni volta è così" dalla parte delle donne, come da suo impegno costante, una canzone intensa e interpretata con trasporto ma che solo in parte aveva fatto breccia. Dal '23, invece, un solo rientro, ed era prevedibile che toccasse a Mr. Rain: troppo clamoroso l'exploit colto con "Supereroi" per non tentare di battere il ferro finché è caldo e consolidare l'acquisita posizione di personaggio di primo piano del pop rap italico. Certo per lui ora viene il difficile: un'operazione come quella è irripetibile, tantopiù nello stesso contesto, ma il ragazzo vive un periodo di buona vena creativa e il duetto estivo con il citato Sangiovanni dimostra che ha nel proprio arco altre frecce per fare ancora centro. 

NEGRAMARO, CHE COLPACCIO! - Si diceva dei grandissimi, dei riluttanti al Festivalone. Ci sono, e anche quest'anno non è mancato il colpo da maestro del conduttore di Affari tuoi: i Negramaro. Che a Sanremo in concorso ci sono già stati, nel 2005, ed è una pagina nera nella storia della manifestazione, perché venne estromessa al primo turno una canzone pilastro della musica leggera italiana di questo secolo e della carriera stessa del gruppo salentino, ossia "Mentre tutto scorre". Ci sta anche che Sangiorgi  e compagni se la siano legata al dito, ma da allora, vivaddio, il Festival è cambiato totalmente nell'impostazione e nella concezione e si possono lasciare i rancori alle spalle: rieccoli, dunque, ancora tutto sommato forti del favore di schiere di fans, e pronti a prendersi lo scomodo ruolo di favoriti, peraltro da dividere con altri che vedremo fra breve. E' un gran colpo, lo ripeto: certo, forse ci si attendeva almeno un altro maxibig di lungo corso, soprattutto dal momento in cui il "diretur" ha dichiarato che quest'anno i suoi superospiti italiani saranno i cantanti in gara (ma sarà poi vero che i big fuori concorso non ci saranno? Mi sembra impossibile, ci sono ore e ore di spettacolo e vari palchi da riempire...). 

AMOROSO E GHALI, DEBUTTI ILLUSTRI - Si era parlato di Gianna Nannini, di Biagio Antonacci che però si è chiamato fuori a poche ore dall'annuncio del cast, qualcuno ha esagerato citando Cremonini e Ferro (bocciature improbabili, con tutta la buona volontà) e nelle ultime ore si era fatto cenno a Renato Zero, che poteva anche starci e che magari rivedremo in futuro. Ma va bene lo stesso, e del resto a compensare il tutto ci sono due debutti di lusso, anche se riguardano "vip" dalla gloria relativamente recente: l'eternamente attesa Alessandra Amoroso (quante volte abbiamo letto il suo nome fra i papabili, per poi veder sistematicamente sfumare la sua candidatura?),  e Ghali, con il suo rap a tratti ispido e a tratti più pop e mainstream, due artisti agli antipodi ma con un punto in comune, la necessità di farsi perdonare l'inaccettabile ospitata al Festival senza mai avervi prima gareggiato, un "peccato" che verrà finalmente emendato il 6 febbraio... Due nomi sicuramente solidi ma che hanno forse bisogno di una rinfrescatina alla loro popolarità, così come Fred De Palma, altro deb tardivo, sulla cresta dell'onda oggi meno di un paio di anni fa, ma comunque interessante per la sua forma espressiva che  attraversa e mixa vari generi, sempre con un occhio, e un orecchio, alla radiofonicità. 

MANNOIA FIGURA CENTRALE: FUTURO DA DIRETTRICE? - L'idiosincrasia all'Ariston, dopo le numerose partecipazioni degli anni Ottanta, Fiorella Mannoia l'ha fortunatamente vinta già nel 2017, colpo d'ala dell'ultimo Conti, per cui è una relativa sorpresa rivederla quest'anno. Presenza significativa in un momento in cui la difesa della figura e della dignità femminili deve essere portata avanti con tutte le forze possibili (e Fiorella è una portabandiera di questa lotta, al punto da avere addirittura parzialmente cambiato il finale di "Quello che le donne non dicono" per lanciare un messaggio forte in tal senso), ma anche perché, mia sensazione personalissima e probabilmente sbagliata, nell'ultima tappa della direzione Amadeus potrebbe concretizzarsi un passaggio di consegne proprio con lei: non sarebbe una direttrice artistica autorevole e apprezzata? Probabilmente non succederà, ma intanto avanzo io la sua candidatura, e in fondo credo che a lei non dispiacerebbe. 

RITORNA IL VOLO, E DIODATO CHIUDE IL CERCHIO - Ancora grandi nomi: al di là dei gusti personali, bisogna essere orgogliosi di avere in gara Il Volo, che torna la seconda volta dopo la vittoria del 2015 e che riesce ancora a trovare un angolino nella propria agenda fitta di impegni internazionali. Di default, il trio deve essere sempre inserito fra i favoriti, ma c'è l'incognita rappresentata da un repertorio debole quanto a numero di hit inedite: con la certezza che cambiamenti di genere non ce ne saranno, dovranno ritrovare il medesimo feeling di "Grande amore", impresa difficilissima, tanto che non ci riuscirono nel 2019 con la pur gradevole "Musica che resta". E a proposito di vincitori di ritorno, riecco infine l'atteso Diodato, che ha lasciato ai posteri l'evergreen "Fai rumore", ma che ebbe la sfortuna di incappare nei terribili mesi del lockdown, vedendosi bloccata la promozione e la partecipazione all'Eurovision. Da allora, periodi di riflessione, un timido ritorno senza grossi riscontri, e ora il cerchio che si chiude cinque anni dopo il primo Sanremo di Ama, con la certezza che all'Ariston il ragazzo ha sempre portato opere di spessore notevolissimo (ricordate "Adesso" del 2018?). 

ANNALISA PIGLIATUTTO? - Si parlava all'inizio di superbig e cantanti à la page, sulla cresta dell'onda mediatica e commerciale. Ecco, c'è un nome trasversale a queste due categorie, che eleggo fin da ora a mia favorita numero uno: Annalisa. Avevo citato proprio lei chiudendo i commenti all'edizione 2023, auspicando per il '24 una maggior partecipazione di voci femminili e magari una sua medaglia d'oro. Non posso che confermare, visto ciò che è accaduto nell'ultimo anno attorno all'artista savonese: popolarità oceanica, hit sfornate a getto continuo, dischi di platino come se piovesse, status di primadonna della canzone nostrana conquistato a buon diritto. Certo, per lei Sanremo 2024 è un'arma a doppio taglio: se non confermerà, in tutto o almeno in parte, quanto di strepitoso fatto in questi mesi, potrebbe cadere dall'alto e farsi male. E spero che il brano proposto non sia troppo lontano da come l'abbiamo vista e sentita di recente: lei e i suoi autori hanno individuato un mood glamour che le calza a pennello, che è orecchiabile e penetrante, che in questo momento è in piena sintonia coi gusti del pubblico e può dare ancora qualche buon frutto; insomma, non vorrei vedere, con tutto il rispetto, un percorso simile a quello di Alexia, che per vincere Sanremo cambiò radicalmente stile puntando sulla complessità e sulla maestosità vocale a scapito dell'immediatezza dell'opera proposta. 

CANTAUTORI, VETERANI, IGNOTI O QUASI - In un cast veramente extralarge, ritroviamo altri tratti distintivi della linea editoriale-artistica palesatasi nel quinquennio che va a concludersi: soprattutto, l'azzardo nel lanciare nomi poco noti o del tutto ignoti alla platea generalista (anche se non si sono più toccate le vette di coraggio raggiunte in tal senso nel 2021). Nel primo gruppo possiamo inserire la talentuosa Big Mama, altra rapper di grande grinta, dallo stile ruvido e urban, con un piglio interpretativo che ricorda in qualche misura Madame, e Il Tre, che penso possa invece essere considerato un rapper di matrice più tradizionale, legato alla vecchia scuola italiana del genere. Nel secondo gruppo ci sono invece i La Sad, di cui so molto poco se non che producono musica "indiavolata" con una matrice punk, ma che mi riservo di conoscere meglio. Pillole di cantautorato new generation con l'esperto Gazzelle e il giovane imberbe Maninni, già escluso da Sanremo Giovani '22 (una bella rivincita, come capitò a Hu un paio di anni fa).  E poi la solita quota veterani: prevedibile il duo Renga - Nek, che però deve trovare una hit convincente, cosa che finora non è riuscita a fare, apprezzabile il ripescaggio dei Ricchi e Poveri, ancora in buona forma vocale, sorprendente quello della Bertè, di cui ricordo, ma forse la memoria mi inganna, la volontà di non tornare più in competizione dopo la parziale delusione del quarto posto del '19, ma gli artisti sono volubili e comunque, sia detto senza malizia, con gli anni cambiano le prospettive, si aprono nuovi orizzonti professionali e, ci mancherebbe, si può anche ritornare sulle proprie opinioni. 

In conclusione, lo ripetiamo, Sanremo 2024 sarà un festival nel presente, con un occhio al futuro ma che non dimentica il passato, e questo è già un successo, se pensiamo a certi cast fuori dal tempo di epoche non troppo lontane. Un Festival con nomi nel cuore della gente e altri meno o scarsamente noti ma che hanno buone possibilità di emergere. Avrei composto un cartellone diverso? Non più di tanto, onestamente. Larga parte dei nomi che ho fatto fin dai primi pronostici estivi li ho ritrovati nel listone del Tg1 di domenica scorsa, quindi la soddisfazione è di gran lunga superiore all'amarezza. La parola, adesso, passa alle note. Per il momento, in una ipotetica griglia di partenza metterei in prima fila Negramaro e Annalisa, in seconda Diodato e Amoroso, in terza Mannoia e Mahmood, in quarta Volo ed Emma, con outsider Angelina Mango, Kolors e Irama, ma è tutto assai aleatorio. 


mercoledì 30 agosto 2023

IL POWER HITS E GLI ALTRI FESTIVAL, I PRO E I CONTRO DELLA MUSICA ESTIVA 2023: IL TRIONFO DEI KOLORS, LA RIVELAZIONE ANGELINA MANGO


 Con la serata veronese del Power Hits di RTL 102.5, ieri si è virtualmente conclusa l'estate canora 2023. Una stagione che, sul piano qualitativo e quantitativo della proposta musicale, non ha marcato né differenze né cambi di passo epocali rispetto a tante estati che l'hanno preceduta. Eppure, mai come in passato è stata terreno di scontro fra critici ed esperti, tutti ad accapigliarsi sullo stato (pietoso, ça va sans dire) della canzone leggera nostrana, ma a corto di argomenti veri sui rimedi realistici da adottare per uscirne fuori. Ci torneremo, non prima di aver sottolineato che è stata anche, forse come non mai nei tempi recenti, una estate ricchissima di rassegne canzonettistiche. Prima della citata kermesse dell'Arena, erano andati in scena il TIM Summer Hits di Rai 2, il Radio Norba Battiti Live di Italia 1, lo Yoga Radio Bruno Estate su La5, e ancora il Tezenis Summer Festival di Radio 105, il Radio Italia Live, il Love MI di Fedez e altro che probabilmente dimentico. 

DEGNI EREDI - E già, sembrano ormai lontani i tempi in cui era d'obbligo rimpiangere acutamente Festivalbar. Beninteso, i professionisti del nostalgismo lo rimpiangono tuttora, e neppure a me dispiacerebbe un ritorno dello storico marchio, più che altro per il fascino e la tradizione che quel nome porta con sé anche adesso, che non esiste più da ormai sedici anni. Ma, francamente, nella fase attuale non c'è motivo di disperarsi: gli eventi sorti in questi anni ne sono degnissimi eredi. Lo dico da sempre con convinzione, prendendomi pernacchie a destra e a manca, lo ribadisco ora, così come ribadisco che, sotto certi aspetti, sono perfino meglio. Il Battiti Live, ad esempio, ha proposto una notevole quantità di musica live (il festival di Salvetti era stato il regno del playback, salvo redimersi tardivamente), e ha dato agli artisti la possibilità di proporre performance ad ampio respiro, con più brani, senza limitarsi allo sbrigativo lancio del singolo estivo. Si è cantato molto dal vivo anche al Power Hits che, dal canto suo, ha un altro vanto: è un concorso canoro vero, con tanto di classifiche settimanali, come lo era stato a lungo il Festivalbar prima di cambiare volto da metà anni Novanta, con vincitori decisi a tavolino o comunque secondo valutazioni che esulavano dai mitici juke box e dalle cartoline voto di Sorrisi e Canzoni. 

LA NOSTALGIA DEL "BEL TEMPO CHE FU" - Se poi il motivo dei rimpianti risiede nella qualità dei pezzi in cartellone in questi eventi, temo che qui scenda inesorabile il velo del tempo che passa, a rendere tutto bellissimo degli anni della gioventù e tutto pessimo degli anni che ci tocca vivere oggi. E' un meccanismo mentale umano, che conosco bene, perché certi discorsi li sento più o meno da quando ero un bimbo, ed è un po' la stessa cosa che accade per il calcio: da piccolo sentivo il mio povero papà rimpiangere calciatori di un'epoca in cui la nostra Nazionale, magari, ai Mondiali ci arrivava, dopo aver superato qualificazioni ridicole, ma poi vi veniva sistematicamente eliminata al primo turno. Nello stesso periodo, veniva massacrata da ogni dove la dance italiana, salvo scoprire oggi che i vari Gazebo, Righeira, Spagna, Tracy Spencer e compagnia continuano ad essere richiesti ed applauditi, chi in circuiti minori, chi ancora su ribalte tutto sommato prestigiose, ma, insomma, sono ancora parte della memoria collettiva. 

POLEMICHE ECCESSIVE - Eppure, si continua sulla stessa falsariga lamentosa, ed è un peccato, perché in questo mare di lacrime gratuite si annacquano spunti polemici di indubbio interesse. Come nel vespaio di inizio estate suscitato da Enrico Silvestrin, che partendo da motivazioni parzialmente (non del tutto) condivisibili ha rovinato tutto sparando nel mucchio del cast del Love MI, in cui hanno trovato posto personaggi la cui caratura artistica è oggettiva, e testimoniata da pochi o tanti anni di attività e di riscontri, e non possono essere buttati nel calderone della m...a cui il noto VJ ed ex conduttore tv ha fatto riferimento senza andare troppo per il sottile. Allo stesso modo, si sono lette articolesse sul declino di ispirazione poetica degli autori che non riescono più a scrivere testi decenti, tantopiù per le canzoni "balneari", al punto che qualcuno si è chiesto preoccupato che cosa significhi "Stasera che mi fai? La Disco Paradise!". Il significato deve essere analogo a "E' dolce la tapioca di Costarica", che gorgheggiava il Gruppo italiano nell'84, o di "oh oh oh, italian's a go go", l'ultimo tormentone dei citati Righeira risalente all'86. La canzone da ombrellone è sempre stata questa, allegria, leggerezza e disimpegno, fare gli scandalizzati nell'anno di (dis)grazia 2023 mi sembra davvero il colmo. 

CAST OMOLOGATI - Poi i problemi ci sono, è chiaro. Ha ragione, ad esempio, chi dice che negli ultimi tempi, e soprattutto quest'anno, la produzione estiva abbia nettamente privilegiato questo filone stilistico, quello sintetizzabile in "stacco la spina e non penso a nulla". E guardando i cast dei festival citati all'inizio, va detto che si assomigliano un po' tutti fra loro: i nomi che girano sono più o meno gli stessi, impegnati in un tour massacrante da un evento all'altro, da una località all'altra, per  promuovere la canzone appena uscita. Forse giusto la kermesse di 105 ha messo sotto i riflettori qualche personaggio meno inflazionato e meno visto altrove, ma si è trattato di eccezioni e comunque il dato di fatto è che, al di là del pop e del rap variamente declinati e contaminati, per altri generi lo spazio è veramente ridotto all'osso. Anche qui, però, nulla di nuovo sotto il sole, se è vero che negli anni Settanta i cantautori, disperati per la mancanza di attenzione mediatica, dovettero inventarsi ribalte alternative come il Premio Tenco, peraltro ancora oggi vitalissimo. Ma questa è indubbiamente una grave lacuna;  oddio, i festival italiani ad impronta marcatamente commerciale non hanno mai brillato per eterogeneità artistica: ad esempio, troppo timidamente lo stesso Sanremo si apre al nuovo cantautorato, e mi chiedo perché, per fare un nome fra i tanti, per ascoltare in tv un talento puro come Fulminacci si debba aspettare il Concertone del Primo Maggio o sintonizzarsi in fascia preserale su Rai 3 per la bella trasmissione di Stefano Bollani e Valentina Cenni. Ecco, questi ed altri sono veri elementi di criticità del panorama discografico nostrano, ma non si risolvono né sparando nel mucchio né polemizzando su aspetti assolutamente secondari e, soprattutto, riscontrabili ampiamente anche nella produzione canora dei decenni passati. 

I KOLORS E GLI ALTRI - Chiudendo questa lunga disquisizione e tornando al succo della proposta estiva 2023, il Power Hits ha visto trionfare "Italodisco" dei Kolors, ed è stato giusto così, perché la "Disco Paradise" è stata fin troppo strombazzata e infilata in ogni dove, tanto da farla quasi venire a noia. Stash e compagni sono stati abili, in qualche modo furbetti, ma con genio e qualità, solleticando appunto quella nostalgia anni Ottanta di cui si diceva, ma piegandola al loro sound, costruendoci sopra un motivetto ben strutturato e orecchiabile. Contento per loro, che riemergono dopo anni in cui hanno sbarcato il lunario senza particolare gloria.  Altri pezzi solari hanno illuminato questi mesi caldissimi in maniera assolutamente dignitosa, senza che, come vorrebbe qualcuno, ci si debba vergognare dell'ascolto: i Pinguini Tattici Nucleari di "Rubami la notte" hanno indovinato un'altra hit, confermando il loro stile personalissimo, contemporaneo, fatto di originalità testuale e sonorità efficaci, e sono ormai pronti per un secondo Sanremo da protagonisti assoluti; Achille Lauro si è divertito con una soave "Fragole" in cui quasi sovrasta la sottile vocina di Rose Villain, mentre anche Levante ha fatto centro attingendo a certe atmosfere Settanta-Ottanta con una "Canzone d'estate" a metà strada fra lo spensierato e l'evocativo. E al decennio ottantiano, odiato da tutti a parole, in realtà amato sottovoce, si è palesemente ispirata anche la Pausini, ospite a sorpresa con la trascinante "Il primo passo sulla luna". 

ANGELINA MANGO SUGLI SCUDI - Non mi è dispiaciuto il duetto fra Mr. Rain e Sangiovanni in "La fine del mondo", ottimo esempio di rap all'italiana old style, privo di volgarità, in perfetta simbiosi con i canoni del più efficace pop radiofonico. Non male Emma in "Mezzo mondo", vagamente malinconica eppur sostenuta dalla consueta energia, conferma per Colapesce e Dimartino sulla loro ormai riconoscibilissima linea elegante e crepuscolare, in "Considera". E' cresciuta strada facendo, nelle mie valutazioni, la coppia Elodie-Mengoni: "Pazza musica" è alfine una canzone di buon livello, dai sapori soul e funky e con quel ritornello spiazzante che finisce in calando, quasi spegnendosi, modalità lontana dagli stilemi della tradizione nostrana. Sul mio personalissimo cartellino la migliore proposta della bella stagione è stata quella di Angelina Mango, uscita dall'Arena a mani vuote ma vincitrice morale: "Ci pensiamo domani", ascoltatissimo ovunque, è un brano allegro, che esprime alla perfezione, nel testo e nella musica, la sana e consapevole gioia di vivere di una ragazza del 2023. Questa figlia d'arte, che forse non ha le virtù vocali degli illustri genitori ma che sa cantare, scrivere, ha grande comunicativa e tiene il palco con perizia, promette bene e potrebbe essere un'altra carta da giocare sul tavolo del teatro Ariston. 

STRANIERI, VETERANI, OMAGGI E... SANREMO - In generale, la serata di RTL è da considerare riuscita perché lo spettacolo è stato concepito in modo da soddisfare il più ampio spettro di esigenze: c'erano, lo abbiamo visto, le canzoni delle chart, c'erano i superbig in versione autocelebrativa, da Giorgia ai Negramaro fino a un Antonacci con una discutibile versione remix di alcuni suoi successi, e c'è stato, da parte dei Pooh, il primo vero omaggio televisivo di rilievo a Toto Cutugno, che finora aveva avuto solo una replica di Techetecheté e trasmissioni mattutine e pomeridiane. E poi sono arrivati gli ospiti stranieri, sempre più rari dalle nostre parti, da Yungblud arrampicato sulle scalee dell'Arena a Rita Ora, da Sophie and the Giants a Jain ed altri ancora. Infine, da sottolineare che, ormai alle soglie di settembre, sono ancora massicciamente nell'aria i successi di Sanremo: anche ieri sera, hanno mandato in visibilio il pubblico "Cenere" di Lazza e "Tango" di Tananai, segno della mano felicissima avuta quest'anno (e non solo quest'anno) da Amadeus. Chiudendo ancora sul filo della nostalgia, quel palco bagnato dalla pioggia di questi giorni mi ha davvero riportato a certe finali del Festivalbar che fu, come quella del 1999, quando i Vengaboys cantavano "We're going to Ibiza" e Geri Halliwel "Mi chico latino" sotto una pioggia scrosciante, e lì percepivi pienamente i segni di un'estate ancora in corso ma che stava inesorabilmente volando via. Proprio come ieri sera. 

sabato 10 febbraio 2018

FESTIVAL DI SANREMO 2018, LA QUARTA SERATA: TORNANO I DUETTI E ARRICCHISCONO SPETTACOLO E CANZONI. ULTIMO VINCE FRA I GIOVANI, MA C'ERA DI MEGLIO


Hip hip hurrah per Claudione nostro (oppure Ale-oò, per riprendere il titolo di un suo vecchio album). Fra le tante scelte coraggiose compiute da Baglioni nell'allestimento di Sanremo 2018, eccone una in apparenza banale, eppure di inestimabile valore per la riuscita complessiva della manifestazione: il ripristino della serata dei duetti. Un happening che, a partire dal 2005, aveva arricchito il Festival con performance originali e godibilissime. Negli ultimi anni era stata sostituita dal "giovedì delle cover", piacevole, per carità, ma con diversi limiti. Rappresentava un po' un corpo estraneo all'interno della struttura complessiva della rassegna, in quanto i cantanti Big per una sera abbandonavano il loro pezzo in concorso per rivisitare grandi evergreen, e alla lunga la trovata aveva mostrato un po' la corda, anche perché, nonostante l'indubbio sforzo di interpreti e arrangiatori, nessun "rifacimento" aveva fatto veramente breccia nel cuore degli appassionati, con la sola eccezione del "Se telefonando" in versione Nek, baciata da un successo clamoroso e, per certi versi, inspiegabile. E poi, parliamoci chiaro, è preferibile vedere gli artisti in gara rielaborare, impreziosire, dare una veste diversa alla canzone con la quale si sono iscritti alla competizione. Nella maggior parte dei casi, aiuta il telespettatore ad apprezzare maggiormente l'opera, a familiarizzare con essa, a coglierne sfumature che magari erano sfuggite ai primi ascolti. 
CANZONI "RISTRUTTURATE" - Così è stato, anche ieri sera. Il lungo "congelamento" non ha scalfito le potenzialità di questo particolare capitolo del Festivalone, anzi. Molte canzoni sono uscite decisamente valorizzate dal quid in più apportato dagli ospiti. Difficile fare una graduatoria; possiamo dire che le rivisitazioni si sono divise essenzialmente in tre categorie: c'è chi ha puntato semplicemente sulla forza dell'interpretazione in coppia, chi sul ricorso a strumentisti aggiunti, chi invece ha parzialmente ripensato il pezzo, persino con l'inserimento di parti nuove. In quest'ultimo gruppo, pur con soluzioni radicalmente diverse, Meta-Moro, Diodato-Paci, Stato Sociale e Kolors. I primi sono stati introdotti da un recitato di Simone Cristicchi, il quale, attingendo alla sua recente esperienza di teatro sociale, ha saputo dare la giusta intensità alla lettura di una lettera scritta dal marito di una delle vittime degli attentati targati Isis.
LA BATTERIA DI DE PISCOPO - Diodato e Paci, invece, si sono avvalsi di un Ghemon che ha aggiunto ad "Adesso" una parte inedita, un "ibrido" cantato - rappato. Gli Stato Sociale hanno "cabarettizzato" la loro "Una vita in vacanza", con un dialogo (non entusiasmante, in verità) fra il solista del gruppo e l'attore Paolo Rossi, affidando il ritornello al Piccolo Coro dell'Antoniano. I Kolors, infine, non hanno apportato grossi cambiamenti a "Frida", regalando però a Tullio De Piscopo lo spazio per un assolo finale di batteria, durante il quale Stash ha tentato, senza troppo successo, di trascinare e accendere il compassato pubblico della platea. 
INTERPRETAZIONI CLASSICHE - In molti sono invece andati sul classico, dividendosi semplicemente le parti di testo da cantare. Ma nella maggior parte dei casi si è trattato di una soluzione vincente: se la bella Skin non ha inciso più di tanto sulla performance delle Vibrazioni, la cui "Così sbagliato" è già di per sé sufficientemente vigorosa, Renzo Rubino ha sicuramente trovato il modo di far "arrivare" maggiormente al pubblico la sua complessa "Custodire", grazie all'ausilio della sensazionale Serena Rossi, un fenomeno come attrice, showgirl e, ebbene sì, anche cantante. Idem per Noemi con Paola Turci e Caccamo con Arisa: in entrambi i casi, c'è stata una fusione talmente perfetta fra le due voci da far pensare che, forse, i loro brani avrebbero avuto più efficacia se presentati in gara nella versione "in coppia". Non si può dire lo stesso per Ron, Barbarossa, Canzian e Noemi, i cui pezzi brillano comunque di luce propria, ma che comunque hanno potuto contare su partner (rispettivamente Alice, Anna Foglietta, Masini e Cammariere) preparatissimi e discreti, nel senso che si sono inseriti nella struttura originaria delle opere senza portare sconvolgimenti: su tutti, citerei comunque l'azzeccato abbinamento romanesco fra la Foglietta e l'autore di "Passame er sale". 
NERI PER CASO E MIDGE URE: CHI SI RIVEDE! - E' stato un piacere rivedere i Neri per Caso, che si sono calati alla perfezione nella malinconica ironia di "Arrivedorci" degli Elii, mentre Ana Carolina e Daniel Jobim hanno rappresentato i partner ideali per far bucare maggiormente lo schermo alla sofisticata e avvolgente "Rivederti" di Mario Biondi. Indubbiamente arricchita in voce e musica anche l'ottantiana "Lettera al Duca" dei Decibel, grazie all'apporto di Midge Ure (ricordate "Breathe"?). Nonostante l'impegno, Giusy Ferreri non è riuscita a far decollare più di tanto la proposta di Facchinetti e Fogli, così come Michele Bravi non ha aiutato molto Annalisa, la quale comunque se l'è cavata benissimo da sola con una performance vocale di notevole spessore. In generale, dunque, il pacchetto - duetti ha superato felicemente l'esame, in linea con l'elevato livello qualitativo che questo Festival numero 68 sta mostrando con sempre maggior decisione. 
GIOVANI: VINCE ULTIMO, MA NON ERA IL MIGLIORE - Una serata davvero piena di musica, quella di ieri, aperta dalla sfilata delle Nuove Proposte. Un'annata buona, tutto sommato, per la categoria degli esordienti: solo Leonardo Monteiro è parso datato e fuori tempo massimo. I migliori, più originali e fuori dagli schemi, sono stati Mirkoeilcane e Lorenzo Baglioni, con Mudimbi un gradino sotto; a mezza via tra tradizione e modernità, ma comunque orecchiabili, Eva e Giulia Casieri. Il trionfo di Ultimo non desta scandalo, "Il ballo delle incertezze" è un brano sufficientemente contemporaneo (si avvertono echi di Tiziano Ferro), che colpisce soprattutto per la parte conclusiva in cui si passa dal canto al rap; ma sono del parere che, in questa sezione, sarebbe meglio premiare chi porta un qualcosa di almeno parzialmente innovativo, come i tre maschietti prima citati. Anche la canzone di Lele, vincitrice dodici mesi fa, era di buon impatto, ma sostanzialmente è passata senza lasciar grosse tracce. 
FINALISSIMA: PAPABILI E OUTSIDERS - Poco da dire sugli ospiti: l'intervento di Gianna Nannini non è stato di quelli in grado di farsi ricordare, meglio Piero Pelù, soprattutto per il sacrosanto appello dell'ex Litfiba contro la violenza sulle donne; da dimenticare la comparsata di Federica Sciarelli, in linea con quella della Leosini di un paio di sere fa; sono state le uniche cadute di tono di un Festival per il resto in forma smagliante. Bisognerebbe dunque concludere parlando dei pronostici per il gala di chiusura. Le classifiche di queste sere hanno proposto delle tendenze, ma è difficile prevedere a cosa porterà il giudizio misto Televoto - Giuria di qualità - Sala stampa. Tanti i "papabili": Meta - Moro, Ron, Diodato - Paci, Vanoni con Bungaro e Pacifico, persino gli Stato Sociale, mentre sono accreditabili di exploit notevoli Annalisa e Kolors; Gazzè, Zilli, Avitabile - Servillo e Barbarossa stanno alla finestra: hai visto mai... Ora non ci rimane che goderci una finalona "old style", con tutti e venti i Campioni schierati ai nastri di partenza: non accadeva dal penultimo Sanremo di Baudo, nel 2007. 

venerdì 9 febbraio 2018

SANREMO 2018, LA TERZA SERATA: BAGLIONI DEBORDA E LANCIA UN FESTIVAL NUOVA FORMULA. IL TRIONFO DI VIRGINIA, I TORMENTONI DI KOLORS E STATO SOCIALE


Dopo tre sere e circa tredici ore di diretta tv, lo si può ben dire: la nomina di Claudio Baglioni a direttore artistico di Sanremo 2018 è stata una triplice genialata. Non so fino a che punto voluta. E sì, perché se la selezione di un cast di Campioni in controtendenza rispetto alle ultime edizioni era ovviamente messa in preventivo e, anzi, auspicabile, il cantautore romano è poi andato oltre, sorprendendo un po' tutti: con la sua presenza sul palco, via via sempre più frequente e disinvolta, ha destrutturato i canoni della liturgia festivaliera, trovando una ideale mediazione fra il modello Fazio - Pagani (sofisticato e, nella versione 2014, anche piuttosto pesante) e quello disimpegnato e nazionalpopolare di Carlo Conti. Di più: ha smentito chi (come me) si attendeva un ruolo defilato, da "coordinatore silenzioso" dietro i presentatori ufficiali Hunziker e Favino, prendendo invece decisamente in mano le redini dell'evento e introducendovi nuovi elementi di spettacolo. Ha in pratica creato un'inedita commistione fra il Festival, con le sue regole e i suoi ritmi, e alcuni show di successo che la Rai ha realizzato in questa prima parte di ventunesimo secolo, quelli costruiti attorno a personaggi che han fatto la storia della nostra musica, da Morandi a Dalla e a Ranieri. 
LA SERATA MIGLIORE - Così, Claudio offre generosamente parte del suo immenso repertorio (nel precedente articolo avevo parlato di "Baglioni - compilation"), e, soprattutto, duetta ripetutamente con i tanti ospiti italiani convocati quest'anno. E' anche una soluzione intelligente sotto il profilo meramente economico: si è risparmiato sulla scritturazione di vedettes fuori contesto (star hollywoodiane e atleti in primis), riempiendo le serate con performance comunque di gran suggestione e graditissime dal pubblico. In tal senso, la puntata di ieri è stata forse la più riuscita, fra quelle fino a questo punto messe in scena: buon ritmo, ottime esibizioni di tutti gli artisti presenti, momenti di notevole effetto e intensità, su tutti la parentesi con Gino Paoli e il pianista Danilo Rea e il ricordo di Fabrizio De Andrè e Umberto Bindi. 
COM'E' FINITO IL CASO META-MORO - Una serata anche più rilassata, perché nelle ore precedenti si erano dissolte le nubi causate dal caso Meta - Moro. La loro "Non mi avete fatto niente" è stata alla fine mantenuta in concorso. Ne sono lieto perché, come ho scritto ieri, si tratta di due cantautori di valore, apprezzati sia dal pubblico giovane sia da quello più maturo, e il pezzo presentato è ben costruito, intenso, orecchiabile, con un testo che affronta magari in modo fin troppo semplice e scarno un dramma della nostra epoca (con quei flash che fotografano le città vittime degli attentati dell'Isis) ma sicuramente genuino e "sentito" da parte dei compositori.
Resta il fatto che, a parer mio, non si tratta di canzone propriamente "nuova", pur se tale è stata riconosciuta dai periti Rai dopo attenta valutazione, alla quale ci rimettiamo doverosamente. Il regolamento ha consentito di "salvare" il duo anche perché non offre sufficiente chiarezza nella definizione, per l'appunto, di "canzone nuova", la illustra con una casistica troppo limitata e concede margini di manovra assai ampi, se è vero che alla fine il tutto si è giocato sul filo dei secondi (la "citazione" del vecchio brano "Silenzio" è risultata inferiore a un terzo del minutaggio totale di quello presentato quest'anno, quindi in linea con i requisiti richiesti). E' evidente che, per l'edizione 2019, le "tavole della legge" della kermesse andranno riscritte, meglio precisate e modificate. 
REPARTO TORMENTONI: KOLORS E STATO SOCIALE FARANNO STRADA - Gli esiti parziali delle giurie mostrati ieri a notte fonda, nonché il riscontro ottenuto dentro e fuori dall'Ariston, inducono a pensare che, nonostante tutto questo bailamme, Ermal e Fabrizio siano ancora i principali favoriti per il trionfo di sabato, ma la sfida è apertissima. Al secondo ascolto, ha confermato la sua freschezza il brano degli Stato Sociale, che ha una forza d'impatto indipendente dalle divertenti trovate coreografiche, a partire dall'anziana signora ballerina fino al "doppio palcoscenico", con uno dei membri del gruppo che non è presente sul palco ma si posiziona in in altri settori del teatro intervenendo a canzone in corso. Ha le stimmate del tormentone "Frida (mai, mai, mai) dei The Kolors: ed è indubbio che con tre canzoni come quelle appena citate, alla quale aggiungerei "Il mondo prima di te" di Annalisa, il Sanremo numero 68 dovrebbe riuscire a dire dignitosamente la sua sul mercato discografico. 
BARBAROSSA E GAZZE', DUE GIOIELLI - In quota "eleganza - raffinatezza", anche il terzo capitolo del... romanzo festivaliero ha offerto un generoso contributo: la favolistica composizione di Max Gazzè, con pennellate sinfoniche, convince sempre più, come il moderno sound napoletano di Avitabile e Servillo. "Passame er sale" di Barbarossa è un gioiello in salsa folk che meritava la convocazione a Sanremo: passerà poco in radio, ma dà un contributo qualitativo che mi ricorda analogo esperimento tentato da Tosca nel 2007, con la splendida ed evocativa "Il terzo fuochista". Giovanni Caccamo ha sposato uno stile fin troppo melodico tradizionale in un'opera ben congegnata e ben cantata, ma che difficilmente percorrerà una lunga strada dopo il 10 febbraio; al contrario, il caldo jazz di Mario Biondi ha pochissime speranze di sfondare all'Ariston, ma potrebbe uscire alla distanza e diventare un caposaldo delle scalette dei suoi concerti. 
SEXY NOEMI - Noemi brillante come sempre sul palco (e con generosa scollatura che ha mostrato parte delle sue burrose forme...), ma la canzone, ripeto quanto scritto due giorni fa, non sembra incisiva come altre da lei presentate in gara in precedenza; è comunque gradevole, con quel refrain che "amplia" e potenzia la strofa con un crescendo interpretativo. Un po' datata la proposta di Facchinetti - Fogli, penalizzata da un Roby certamente non al meglio delle sue possibilità vocali. Sul fronte Giovani, una manche meno convincente della precedente: brilla solo Mudimbi, che si ispira un po' a Caparezza ma ci mette qualcosa di suo e comunque porta una produzione originale, tutto il contrario, per dire, di Leonardo Monteiro, con un brano troppo "Sanremo old style" per lasciare il segno e garantirgli un futuro ad alti livelli. 
GRANDE VIRGINIA! - Tornando allo spettacolo, la regina è stata senza dubbio la splendida Virginia Raffaele, un concentrato di talento, bellezza e simpatia. Al Festival ha già fatto parte del "pool" di presentatori, nel 2016, ma auspico di rivederla con uno spazio ancor più ampio, che ne valorizzi le doti di showgirl a tutto tondo ed istrionica. Di gran presa, come accennato, le ospitate canterine: i Negramaro in "Poster", e con il singolo "La prima volta", che nell'attacco mi ha vagamente ricordato qualcosa di "Walkin'", proposta dance presentata in gara dai Dhuo al Sanremo '84. Rimane però il discorso di sempre, sul quale non smetterò mai di calcare la mano: perché non in concorso, Sangiorgi e compagnia? Quindi, il citato Paoli, poi Giorgia in una riuscita accoppiata con James Taylor, mentre a notte fonda è comparso Nino Frassica, simpatico come sempre ma che rischia l'effetto prezzemolino, visto che da troppo tempo lo si vede ovunque in tutte le salse. E stasera, con i venti duetti e la finale a otto delle Nuove proposte, prepariamoci a una maratona sfiancante. Un caffè lungo, grazie... 

mercoledì 7 febbraio 2018

SANREMO 2018, LA PRIMA SERATA: CANZONI "A DIGERIBILITA LENTA'. FRA POCO EASY LISTENING E MOLTA RICERCATEZZA, SPICCA LA BUONA VENA DI RED CANZIAN


A giudicare dal vernissage, sembra essere un Festival a digeribilità lenta. Il riferimento è alla "ciccia" dell'evento, ossia ai brani in concorso; dello show, premiato da un ottimo esito in termini di audience, parleremo in conclusione di articolo. Digeribilità lenta perché, a parte tre o quattro eccezioni, il pacchetto - canzoni di Sanremo 2018 parrebbe mancare, a un primo ascolto, di quella forza d'impatto che è determinante non tanto per l'esito della gara, quanto per la capacità di questi prodotti di sfondare a livello commerciale.  In questo senso, il cambio di rotta rispetto alla gestione Conti è stato autenticamente radicale: soprattutto l'ultima edizione firmata dall'anchorman toscano era stata all'insegna del più assoluto easy listening, pur con numerosi picchi qualitativi. Claudio Baglioni ha fatto una scelta diversa: lo si era capito, è stato ripetuto fino alla nausea nelle settimane di vigilia, ma ora ne abbiamo la conferma. La quasi totalità delle opere presentate dai Campioni necessiterà di un'assimilazione graduale, ponderata: risulta dunque provvidenziale il nuovo regolamento, che ci consentirà di ascoltare ogni pezzo quattro volte (una delle quali "rielaborata" attraverso i duetti) prima della "superfinalissima" di sabato notte fra i tre più votati. 
PIU' RICERCATEZZA, MENO "PRIMO IMPATTO" - Se dodici mesi fa il coraggio di Conti era consistito nel proporre un cast di Big in larghissima parte à la page, in linea coi gusti dei giovani e lontano, di converso, da quelli del pubblico un po' attempato di Rai 1, quest'anno il cantautore romano ha osato su due fronti: proporre pezzi non "da primo ascolto", caratterizzati da una maggior ricercatezza compositiva, e offrire un ventaglio di generi, di territori musicali, decisamente più ampio del solito. Vedremo se questa linea artistica pagherà nel dopo Sanremo: la sensazione è che la kermesse numero 68 avrà una forza di penetrazione sul mercato minore rispetto a quella che l'ha preceduta, e questo è comunque un male, perché il compito principale del Festivalone rivierasco rimane lo stesso del passato: aiutare i cantanti a vendere dischi (in versione "solida" o digitale) e incrementarne la popolarità anche in chiave di presenze ai loro live. 
CANZIAN, KOLORS E STATO SOCIALE: I "RADIOFONICI" - Orecchiabilità da rivedere, si diceva. Certo non mancano le eccezioni. Ne ho finora contate quattro, per l'esattezza: il sound contemporaneo, pur su diversi piani stilistici, dei The Kolors e dello Stato Sociale (che con l'ausilio di un'attempata ballerina hanno fornito la performance di maggior effetto scenico della serata), la ritrovata vena delle ricomposte Vibrazioni, ispirate nel loro pop romantico come ai tempi degli exploit negli anni Zero, e il vivace Red Canzian, al quale attribuisco la mia personalissima palma di migliore della puntata inaugurale. Un gradino più sotto, in fatto di immediatezza, Annalisa e Noemi, che però dovrebbero presto emergere, anche se la proposta della "rossa" non sembra poter aggiungere granché alla strada artistica finora percorsa. Di notevole spessore il crescendo emotivo di "Adesso", a cura di Diodato e Roy Paci, apprezzabili il nuovo inno al femminile di Nina Zilli e il moderato rock in salsa anni Ottanta dei Decibel; meno penetranti lo stornello modernizzato di Barbarossa e il soffuso jazz di Biondi, fin troppo sofisticato anche per un Sanremo che si vorrebbe più "culturalmente alto" del solito. 
PICCHI DI RAFFINATEZZA: DA GAZZE' AD AVITABILE - Carina, ma non particolarmente originale la melodia di Facchinetti e Fogli, col primo che deve stare attento a non scadere nel caricaturale, con quel suo insistere nel calcare la mano su certe vocali fin troppo aperte... Sul piano della raffinatezza, spiccano la delicata opera di Lucio Dalla affidata alla sensibilità di Ron, il favolistico Gazzè in versione cantastorie, il pezzo d'atmosfera del trio Vanoni - Bungaro - Pacifico e il sound napoletano di Avitabile e Servillo, a metà tra tradizione e avanguardia. Elio e le Storie tese sembrano aver confermato il trend in discesa dei loro Sanremo: dal tormentone "La terra dei cachi" e dalla bizzarra "Canzone mononota", sono passati alla non eccelsa "Vincere l'odio" per terminare con questa "Arrivedorci" fin troppo autocelebrativa e priva di veri guizzi, anche se l'arguzia lessicale rimane intatta.
META E MORO RISCHIANO - Riguardo ai favoriti Ermal Meta e Fabrizio Moro, per tensione emozionale e cantabilità la loro "Non mi avete fatto niente" potrebbe effettivamente vincere, pur se lontana dalla forza d'impatto di "Pensa", altra canzone di impegno civile, con la quale il romano sbancò la sezione Giovani nel 2007. Il problema è che, per loro, il rischio squalifica esiste davvero: le somiglianze col brano "Silenzio", presentato senza successo da Ambra Calvani e Gabriele De Pascali alle selezioni per le Nuove proposte 2016, ci sono, non lo si può negare. Vedremo come se la caveranno i due, e vedremo come la direzione artistica si muoverà nei meandri del regolamento, ma di certo questo "giallo" rappresenta già un punto debole nel corpo del neonato Sanremo 68. 
BASTA COI CAVALLI PAZZI! - Non potevamo farci mancare l'ennesima invasione di campo in apertura da parte del Cavallo Pazzo di turno. Curioso: entrare all'Ariston da spettatori è impresa titanica, ma sul palco pare si possa arrivare, a volte, con relativa facilità; la cosa non diverte più (aveva già stufato ai tempi del fu Appignani), ma che avvenga nel 2018, in tempi di allarmi terroristici ancora vivi, è inaccettabile. Tirem innanz... Fiorello ha fatto ciò che gli viene meglio, cioè l'istrione improvvisatore: vedremo domani se il bel riscontro Auditel del debutto festivaliero sarà stato più o meno "drogato" dalla sua presenza. Dopo tre anni di conduzione sicura e rassicurante, in perfetto stile baudiano, c'era grande attesa per scoprire la formula top secret ideata da Baglioni, e va detto che è risultata tutto sommato riuscita e funzionale. Il "diretur" è stato più presente del previsto sul palco, a partire dalla sentita introduzione, molto attivo all'inizio e alla fine, mentre nella parte centrale ha dato giustamente più spazio ai conduttori designati.
MICHELLE UBER ALLES - La vera padrona di casa è palesemente Michelle Hunziker, che ha menato le danze e sfoggiato una sicurezza che la pone a distanza siderale da quella pulcina bagnata vista al Sanremo di undici anni fa (e sarebbe stato grave il contrario, va da sé...). Anche Favino tuttavia ha fatto centro: arriva buon ultimo dopo tanti attori professionisti che l'hanno preceduto nella presentazione della rassegna, ma fra tutti è stato quello che, al momento, pare esser maggiormente riuscito a portare all'Ariston la sua personalità e un'impronta ben precisa. Infine: si era detto "niente più star hollywoodiane", e va bene, ma la promozione del nuovo film di Gabriele Muccino era proprio necessaria? E Morandi e Tommaso Paradiso dovevano proprio presentarlo, il loro pezzo? L'immarcescibile Gianni non poteva limitarsi a duettare con l'altro "capitano coraggioso", il buon Claudio? Domande retoriche. Ne abbiamo già parlato ieri: è più che mai lotta fratricida fra due squadre di Big parallele, fra chi rischia e chi no. Però, che tristezza.

sabato 16 dicembre 2017

SANREMO 2018: ECCO I BIG DI BAGLIONI. E' IL FESTIVAL DELLE REUNION. CANZIAN, FACCHINETTI - FOGLI E META - MORO FAVORITI?


Il Festivalone "formato Baglioni" ha emesso ieri sera i primi vagiti in assenza del suo deus ex machina. Il direttore artistico è stato infatti il convitato di pietra dell'interminabile "Sarà Sanremo", tenendosi lontano dai riflettori della diretta tv e affidando ad anonime buste sigillate l'annuncio del cast dei Campioni, in pieno stile premi Oscar. Un cast spiazzante ma non troppo, diciamolo subito. Qualcosa del genere, senza grancasse e con un numero inferiore di posti a disposizione (quattordici contro i venti attuali), erano riusciti a fare Fabio Fazio e Mauro Pagani nel biennio 2013 - 2014, inserendo nella categoria regina artisti di nicchia, con scarsa esposizione mediatica e lontani dall'heavy rotation radiofonica, da Marta sui Tubi a Riccardo Sinigallia, dai Perturbazione a Simona Molinari e a Giuliano Palma. A febbraio troveremo la coppia formata da Enzo Avitabile e Peppe Servillo, ossia la Napoli della ricerca musicale più elaborata, fra tradizione e contemporaneità, e Lo Stato Sociale, band "indie", scelta del tutto distante dai canoni festivalieri ma assolutamente al passo coi tempi. 
ECUMENISMO IN STILE BAUDO - Nessuna rivoluzione, dunque; casomai un'attenzione maggiore, rispetto al recente passato, a certi generi musicali non propriamente commerciali e storicamente poco considerati dalle parti della Riviera ligure. Si ravvisa persino, nel listone dei Big, un certo "ecumenismo baudiano", perché nei suoi Sanremo il grande Pippo cercava di inserire personaggi per tutti i gusti, di accontentare la più ampia fascia di pubblico possibile, pur privilegiando la tradizione melodica all'italiana, ed è in fondo ciò che sembra aver fatto il cantautore romano. Certo, guardando al triennio targato Carlo Conti, soprattutto all'ultima edizione, la cesura è netta: il gruppo dei Campioni 2017 strizzava apertamente l'occhio al mercato, era pop che più pop non si poteva, si indirizzava senza mezze misure al pubblico più giovane, e va detto che la scelta era stata premiata, in quanto molti dischi usciti dall'Ariston avevano poi percorso una fruttuosa strada, a livello di vendite e di consensi sul web. Sanremo 2018 sarà invece trasversale, uno sguardo a largo raggio sul panorama canoro nostrano. 
NIENTE TALENT, NIENTE RAP - L'atto di coraggio del buon Claudio e dei suoi esperti sta tutto in una mossa: aver rinunciato a puntare su quei cantanti magari privi di un curriculum "pesante", ma che avrebbero garantito "a scatola chiusa" una massiccia attenzione da parte delle nuove generazioni. Non ci sono i più freschi prodotti dei talent; laddove l'anno scorso erano stati convocati Elodie e Sergio Sylvestre, quest'anno mancano i Riki e i Thomas; all'Ariston vedremo Annalisa, Noemi e i The Kolors, che da "Amici" e "X Factor" sono passati diverso tempo fa ma ormai si sono affrancati da quell'universo, costruendosi una carriera ricca di esperienze, pur fra alti e bassi. E manca totalmente il mondo dei rappers, i cui esponenti, sia volti di grido sia nomi meno noti, sono stati fra i dominatori delle chart italiane 2017. Vedremo se tale azzardo pagherà in termini di Auditel. 
VETERANI NON PRESENZIALISTI - Tornano i veterani, ma perlomeno, a parte Ron (che non mi aspettavo di ritrovare a soli dodici mesi di distanza), si tratta di veterani non logorati da continue presenze al Festival; si tratta, soprattutto, di pezzi di storia della nostra musica leggera che hanno ancora qualcosa da dare, nonché un notevole stuolo di fans e intatta credibilità: l'accoppiata Roby Facchinetti - Riccardo Fogli e Red Canzian da solista sono due colpi da maestro, e daranno vita a un derby che promette scintille; Fogli, oltretutto, mancava dalla rassegna da ben ventidue anni! Allo stesso modo, molto c'è da attendersi dai ricostituiti Decibel di Enrico Ruggeri, paracadutati nel ventunesimo secolo direttamente da Sanremo '80, quando si rivelarono con "Contessa" ma poi non poterono sfruttare l'onda lunga di quel successo (si sciolsero poco dopo). E dopo quasi vent'anni ritorna Ornella Vanoni, che credo sia la concorrente più "anziana" di sempre (senza offesa) a partecipare alla kermesse, e che con Bungaro e Pacifico, due cantautori raffinati e fuori dai circuiti consumistici, dovrebbe dar vita a un impasto vocale e sonoro di gran classe. Luca Barbarossa completa il drappello dei big di lungo corso, ma questa volta pare intenzionato a dire qualcosa di diverso rispetto alla linea dei suoi precedenti Festival: il titolo del pezzo, "Passame er sale", promette bene in tal senso. 
REGGE IL VIVAIO DELLA RASSEGNA - E' tutto sommato ben rappresentato il vivaio sanremese, nonostante il "vuoto" del 2017, col vincitore delle Nuove Proposte Lele che non ha lasciato il segno e coi vari Maldestro e Marianne Mirage che stazionano ancora nel limbo degli emergenti. C'è però la "strana coppia" Ermal Meta - Fabrizio Moro, che mi sentirei di inserire fin da ora nel ristretto novero dei favoriti, c'è Nina Zilli, il cui bel singolo estivo "Mi hai fatto fare tardi" ha avuto un'accoglienza piuttosto tiepidina, c'è Giovanni Caccamo che dopo l'affermazione del 2015 non ha sbancato il mercato e si è messo alla prova in esperienze di altro tipo (presentatore televisivo), mentre il terzo posto del 2016 con Deborah Iurato non ha ricevuto sonante conferma al di fuori delle mura dell'Ariston; ci sono, infine, due scoperte di Fazio - Pagani, l'originale Renzo Rubino e quel Diodato che avevo citato fra i papabili sul blog pochi giorni fa, e che si accompagnerà a Roy Paci in un duetto tutto da scoprire. 
QUANTE REUNION! - Sarà anche il Festival delle reunion, in qualche modo: abbiamo parlato dei Decibel, del duo Facchinetti - Fogli, e ricompaiono pure Le Vibrazioni, protagoniste assolute all'inizio del secolo ("Dedicato a te", "Raggio di sole", "Ovunque andrò" sono pietre miliari del pop melodico contemporaneo) ma poi spentesi alla distanza, con Francesco Sarcina lanciatosi nella carriera solista. Nella quota degli artisti "fuori dagli schemi" trovano posto a buon diritto il mai banale Max Gazzè (anche in questo caso il titolo del brano è tutto un programma: "La leggenda di Cristalda e Pizzomunno") e soprattutto Elio e le Storie Tese, che da musicisti ribelli e dissacranti sono diventati col tempo dei prezzemolini della manifestazione (siamo alla terza presenza nelle ultime sei edizioni!) ma la cui partecipazione è perlomeno giustificata dall'annunciato addio alle scene (ma sarà poi vero?). 
NESSUN NOME "CHE SPACCA" - Manca il nome boom, quello in grado di catalizzare i pronostici: quello che, diciamocelo chiaramente, ci si attendeva da un direttore artistico del calibro di Baglioni. Si era parlato di Elisa ed Emma, mentre le varie Giorgia e Carmen Consoli, per non parlare dei cantautori storici, si sono tenuti ancora una volta alla larga dalla gara rivierasca, per quanto sia quest'anno una gara annacquata, senza eliminazioni, con tutti i concorrenti in lizza fino all'ultimo. C'è un debutto di peso, questo sì, quel Mario Biondi che era da tempo la costante chimera del Festival, e che ha finalmente sciolto le riserve. A lui, alle coppie Meta - Moro e Facchinetti - Fogli, a Canzian, agli Elii assegniamo di primo acchito la prima fila nella corsa alla vittoria, coi Kolors possibili sorprese e auspicando un inserimento in gruppo di Annalisa, un'Annalisa sperabilmente di nuovo alle prese con quello stile brillante, leggero e sbarazzino che ne aveva fatto le iniziali fortune e che ha ritrovato l'estate scorsa con la collaborazione di Benji & Fede, dopo averlo abbandonato per la classicissima melodia di "Diluvio universale" (Sanremo 2016). E le Nuove proposte? La serata televisiva di "Sarà Sanremo" ha promosso Mudimbi, Eva, Mirkoeilcane, Lorenzo Baglioni, Giulia Casieri, Ultimo, ai quali si sono aggiunti i due vincitori di Area Sanremo, Leonardo Monteiro e Alice Caioli. Ma di loro mi riprometto di parlare più ampiamente nei prossimi giorni, dopo un più approfondito ascolto delle canzoni. 

domenica 3 dicembre 2017

VERSO SANREMO 2018: GIRO D'ORIZZONTE SUI POSSIBILI BIG IN GARA. IPOTESI E SOGNI


Meno di due settimane di attesa, e poi si compirà il tradizionale rito dell’annuncio del cast del Festivalone. I Big (o Campioni) in lizza verranno svelati, come da fresca consuetudine, nel corso di “Sarà Sanremo”, la serata televisiva (quest'anno in programma il 15 dicembre) che selezionerà anche le Nuove proposte da far sfilare in febbraio all’Ariston: fra sedici ne verranno scelte sei, alle quali si aggiungeranno i due vincitori di Area Sanremo. Degli emergenti avremo modo di riparlare: qui ci preme soprattutto fare il punto sui volti noti in coda per entrare nell’elenco dei magnifici venti. 
NON E’ IL SANREMO PIU’ DIFFICILE - C’è forse più attesa del solito, come testimonia la ridda di nomi e indiscrezioni di questi giorni. Normale: da un direttore artistico come Claudio Baglioni si pretende un “listone” di alto profilo e qualità, più eterogeneo ed equilibrato, sul piano dei generi canori, rispetto all’ultimo di Carlo Conti, che si era caratterizzato per una matrice prettamente pop commerciale (con conseguente successo di mercato, va sottolineato). Quello che alcune voci autorevoli hanno già bollato come il “Sanremo più difficile di tutti i tempi”, in realtà non sarà tale: chiaro che venire dopo il triennio trionfale 2015-2017 rappresenta una sfida impegnativa (e lo sarebbe stato per chiunque), ma il cantautore romano ha spalle larghe, indipendenza di giudizio e gusto musicale in abbondanti dosi; di certo c’è che si è partiti ad handicap, differendo eccessivamente la nomina del responsabile della kermesse, ma il regolamento-garanzia per i cantanti (nessuna eliminazione in entrambe le categorie, tutti arriveranno alle finali di venerdì e sabato) e la conseguente “benedizione” arrivata dalle case discografiche dovrebbero aver spianato la strada a un’edizione quantomeno di buon livello: i veri Sanremo difficili sono stati proprio quelli che non hanno potuto contare sull’appoggio della grande industria di settore, penso ad esempio alle rassegne del 1975 (oltretutto quasi ignorata dalla tv, come tante altre svoltesi nei Settanta) e del 2004. 
CI SARA’ QUALCHE GROSSO CALIBRO? - Veniamo al dunque. Fra i tanti papabili di cui si vocifera ci sono certamente nomi insoliti, come i ricostituiti Decibel di Enrico Ruggeri, Enzo Avitabile con il suo inconfondibile stile etno – partenopeo, la coppia vintage Roby Facchinetti – Riccardo Fogli, il sempre imprevedibile Morgan, oppure Omar Pedrini e Negrita che mancano da diverso tempo dal palco rivierasco; tuttavia il grosso dei candidati pare essere rappresentato da recenti habitué della manifestazione, mentre non è finora uscito il grossissimo personaggio, quello che ci si aspetterebbe da un  selezionatore di peso come Baglioni, che col suo carisma e la sua credibilità dovrebbe almeno tentare di portare in Liguria due o tre artisti spacca-classifiche o comunque di enorme prestigio; una Elisa, una Giorgia o una Carmen Consoli, un Venditti che dopo decenni di ostracismo potrebbe infine sciogliere le sue riserve sulla manifestazione (non avrebbe nulla da perdere), un Renato Zero di ritorno un quarto di secolo dopo “Ave Maria”, un Antonacci o un Cremonini che però sono appena sbarcati nei negozi coi loro ultimi lavori…Comunque, nel caso non arrivasse alcun esponente della nostra élite canora, poco male, visto che Sanremo da sempre rappresenta soprattutto una vetrina importante per l’affollatissima categoria di cantanti della "classe media", eccellenti professionisti che non mobilitano masse oceaniche di fans ma sfornano comunque ottime produzioni, e necessitano di una spinta promozionale maggiore per ottenere visibilità mediatica. 
I RITORNI DAL PASSATO RECENTE - Da sempre, sul blog, in sede di pronostico passo al setaccio i cast degli anni recenti, per cercare di intuire chi potrebbe tornare in lizza a distanza di poco tempo. Riguardo al 2017, si parla di una coppia inedita formata da Ermal Meta e Fabrizio Moro, sicuramente fra i protagonisti più apprezzati dell’edizione passata; possibili i tentativi di Elodie, Bianca Atzei, una Paola Turci meritatamente tornata in auge, Sergio Sylvestre, e quel Michele Bravi che fu la rivelazione più sorprendente e inattesa, dodici mesi fa; probabile ci provino anche Lele, il vincitore della sezione Giovani, che però non ha sfondato sul mercato, e magari i La Rua, esclusi fra le polemiche in sede di “Sarà Sanremo” ma poi premiati da pubblico e critica.
Fra i partecipanti del 2016, candidabili per una ricomparsa sono senz’altro Annalisa, Dolcenera, Noemi, Neffa, Arisa e Lorenzo Fragola (gli ultimi due, con la supervisione di Takagi & Ketra, hanno dato voce a uno dei brani più fortunati dell'estate scorsa, “L’esercito del selfie”), e ancora Deborah Iurato e Giovanni Caccamo. Un nome di spicco sarebbe stato quello di Francesca Michielin, artefice di un clamoroso exploit due anni fa (secondo posto e partecipazione all'Eurovision Song Contest): nel 2018 avrebbe potuto inseguire la definitiva consacrazione personale attraverso il palco sanremese, il suo nuovo album è però in uscita a gennaio, difficile un repackaging a così  breve distanza di tempo. 
Il 2015, prima edizione griffata Conti, propone come papabili Anna Tatangelo, Irene Grandi, Gianluca Grignani, Nina Zilli,  Malika Ayane, Alex Britti, mentre dagli anni di Fazio sarebbe giunto il momento di riemergere per i bravi e sottovalutati Renzo Rubino, Zibba, Diodato e Antonio Maggio,  nonché per Raphael Gualazzi, Max Gazzè, i Modà, la raffinata Simona Molinari e, perché no, Marco Mengoni, che dopo la vittoria del 2013 ha percorso lontano da Sanremo una strada tutto sommato felice, ma che se avesse un pezzo-bomba potrebbe tranquillamente rimettersi in gioco all’Ariston, così come sarebbe piacevole ritrovare Emma, che dopo "Amami" ha raccolto soddisfazioni più televisive che discografiche.
CARTA, BIONDI, AMOROSO... - Parlando di ex trionfatori, Marco Carta si ripresenterebbe in versione più matura rispetto all’immeritato trionfo del 2009, e con un asso in più da giocare, quello della duplice affermazione a “Tale e quale show”, nel torneo 2017 e nella supersfida fra i migliori delle ultime due edizioni del varietà, conclusasi venerdì scorso. Potrebbe essere la volta buona per il “debutto” di Mario Biondi, e a proposito di “esordienti di successo” rilanciamo anche quest’anno il nome di Alessandra Amoroso, campionessa del pop melodico contemporaneo, uno dei prodotti meglio riusciti di sempre, fra i tanti dell’universo talent. Fra i mattatori dei primi anni Duemila, invece, occhio ai Tiromancino e alle ricostituite Vibrazioni di Francesco Sarcina, nonché a L’Aura, tornata alla ribalta di recente con un album che ne ha confermato l'eclettismo artistico. Discorso a parte per altri due protagonisti di diversi Festival recenti, Nek e Francesco Renga, che hanno di recente formato un trio di giganti con Max Pezzali: di loro si parla come di possibili ospiti, ma averli in gara incrementerebbe l’interesse attorno alla kermesse, per un tentativo di ripetere l’exploit di un altro tris d'assi entrato nella storia, il Morandi – Ruggeri – Tozzi del 1987. 
LE VEDETTES DI OGGI, FRA POP E RAP - Fra i “dernier cris” della canzone italiana, non sono da escludersi le proposte dei The Kolors e dei Thegiornalisti, sulla scia del tormentone estivo “Riccione”, così come quelle della scatenata Baby K. o di Mario Venuti, un veterano rilanciatosi prepotentemente nella stagione calda dopo alcuni anni di oblio (grande successo per l'orecchiabilissima "Caduto dalle stelle"); fra i nomi più gettonati dei mesi canicolari ci sono stati anche quelli di Benji & Fede (“Succede tutto per una ragione” assieme ad Annalisa): chissà che non si sentano finalmente pronti per il grande cimento sulla ribalta più importante... E non dimentichiamoci di "Amici" amatissimi dal pubblico più giovane, da Riki, la creatura più recente di Maria De Filippi, a Briga. Si è parlato anche della brava Levante, che sta vivendo un momento di enorme popolarità: pare che nella settimana del Festival sia in tournée, ma mai dire mai, sarebbe un nome forte del cartellone e porterebbe senz'altro una ventata di modernità, col suo originale stile di scrittura.
Sempre in riferimento all’attuale panorama discografico italiano, sarà molto difficile ignorare la galassia rap, che ha letteralmente invaso le chart e portato alla ribalta un nugolo di volti nuovi immediatamente baciati dalla fama. Certo dipenderà da chi, fra gli esponenti di questo settore, deciderà di scendere in campo: i nomi più pregiati sarebbero quelli di personaggi come Emis Killa, Guè Pequeno, Fabri Fibra e Marrakash, ormai veterani del genere, o emergenti di grido come Coez e Ghali, oppure Rocco Hunt già avvezzo ai rischi della gara ligure. 
VETERANI, ANNI '90, ARTISTI FUORI DAL GIRO... - Poi ci sarebbero altre categorie in cui pescare a piene mani: gli interpreti di lunghissimo corso che ogni anno ci riprovano, da Fausto Leali ai nuovi Ricchi e Poveri, da Marcella a Loredana Bertè, da Amedeo Minghi ai Nomadi; i nomi fuori dai circuiti meramente commerciali ma di gran raffinatezza come Sergio Cammariere, Teresa De Sio, Eduardo De Crescenzo, Alice o i più giovani Niccolò Agliardi, Paolo Simoni, Le Luci della Centrale Elettrica, Riccardo Sinigallia, Baustelle e Brunori Sas, tutti artisti lontani dai riflettori ma che con Baglioni potrebbero trovare uno spiraglio mainstream; e infine i tanti reduci degli anni Novanta, da sempre per me un tasto dolente in quanto, nonostante l’indubbio valore di molti, per troppo tempo sono finiti ai margini del mercato: penso a gente come Massimo Di Cataldo, Aleandro Baldi, Paolo Vallesi (ricomparso l’anno passato con una passerella fuori concorso, in coppia con Amara), Mietta, Mariella Nava, Silvia Salemi, Gerardina Trovato (ci ha provato nel 2017, senza fortuna), Gatto Panceri (che ha dichiarato sul suo profilo Facebook di aver presentato un brano alla commissione), i Jalisse e quell’Alexia che è in fase di prepotente rilancio. 

martedì 26 luglio 2016

COCA-COLA SUMMER FESTIVAL 2016: VINCE KUNGS, SCELTA INFELICE. LE "CANZONI DELL'ESTATE" SONO ALTRE...



"This girl" di Kungs è la canzone dell'estate 2016? Non scherziamo... Con tutto il rispetto per il giovane deejay francese, e tenendo sempre presente il concetto che, in tema di musica leggera, è soprattutto questione di gusti, credo che la giuria del Coca Cola Summer Festival non abbia saputo leggere con efficacia le reali tendenze della stagione canora, né in chiave presente né in chiave futura, cioè in riferimento all'eredità "canzonettistica" che questi mesi lasceranno, perché mi vien difficile credere che il brano giunto primo al traguardo rientrerà nel gruppetto di quei prodotti discografici che, anche se non diventeranno evergreen, si faranno comunque ricordare di qui a qualche anno. 
VERDETTI BIZZARRI - Certo, va detto che la manifestazione targata Canale 5 - RTL 102,5 sta cominciando ad abituarci a questi verdetti bislacchi: se dodici mesi fa il trionfo di Alvaro Soler con "El mismo sol" non aveva prestato il fianco a particolari critiche, nel 2013 c'era stata l'inopinata affermazione di Cris Cab con "Liar liar", pezzo che non è decisamente passato alla storia delle hit canicolari. Un peccato, perché l'albo d'oro ha un peso anche per un evento giovane come questo, non ancora fortemente radicato ma che, comunque, in quattro edizioni ha già saputo guadagnarsi una discreta credibilità. E avere nomi forti nell'albo d'oro accresce il prestigio del festival, a maggior ragione se di nomi forti meritevoli del massimo alloro ce ne sono in abbondanza, nel cast. 
IL FENOMENO SOLER - Il citato Soler, per dire, era in gara anche quest'anno, e con "Sofia" sta facendo da settimane la voce grossa nelle classifiche di vendita e di gradimento: un suo bis nella kermesse romana non avrebbe certo destato scandalo, sottolineando anzi la notevole... continuità di rendimento di un artista che può oggi essere considerato come il più efficace "fabbricante" di tormentoni da spiaggia, roba da fare invidia a certi fin troppo rimpianti cantanti degli anni Sessanta e Ottanta, le età dell'oro dei brani leggeri leggeri da fischiettare sotto l'ombrellone. 
BUONA EDIZIONE - Già, i tormentoni. E' soprattutto questo ciò che un semplice appassionato chiede a rassegne come il Summer Festival: presentare un pacchetto di proposte ad alta digeribilità, easy listening, facili da mandare a memoria e da cantare, che possano far da colonna sonora ai mesi estivi. Anche questa volta l'evento condotto dal trio Alessia Marcuzzi - Rudy Zerbi - Angelo Baiguini ha tutto sommato saputo rispondere a tale esigenza, confermandosi buon erede del Festivalbar. E l'industria del disco sembra seguire sapientemente l'onda di questo ritrovato gusto per la canzone vacanziera, consolidando un trend positivo già emerso nettamente da un paio d'anni. 
ECCO I TORMENTONI - L'estate 2016, dunque, resterà nella memoria di chi ama la musica leggera come l'estate di "Sofia", di "Vorrei ma non posto" del duo Fedez - J Ax, di "Vivere a colori" di un'Alessandra Amoroso mai così ispirata, di un Nek che in "Uno di questi giorni" prosegue saggiamente nel solco del fragoroso rilancio avuto a Sanremo 2015, pur attenuando un po' i toni da discoteca; e ancora, di Emma con la gradevole ed energica  "Il paradiso non esiste", di un Max Gazzè ("Ti sembra normale") dallo stile immutabile eppur capace di non annoiare mai, di un Francesco Renga che azzarda qualche nuova sonorità in "Il bene", e di Elisa con l'allegrotta e trascinante "Love me forever". Tutti brani che al Summer Festival, peraltro, han fatto solo passerella.
LA DANCE DI ANNALISA E ARISA - Fra gli artisti in gara, a parte Soler tanti italiani avrebbero meritato la medaglia d'oro. Particolarmente quotati erano i The Kolors in versione melodica con "Me minus you", e un'Annalisa sempre più poliedrica (i maligni direbbero, piuttosto, ancora incerta sulla strada da intraprendere definitivamente): dopo il classicheggiante "Diluvio universale" sanremese, ecco la dance spinta di "Se avessi un cuore", contemporanea e di notevole impatto. A proposito di dance, ha... saltato il fosso anche Arisa: "Una notte ancora", che ha persino vaghe reminiscenze di certo sound anni Novanta, sembra funzionare, e oltretutto propone della brava Rosalba anche un'immagine fortemente sensuale che finora si era solo intravista, ma che non sembra assolutamente stonare addosso alla cantante di "La notte" e "Controvento". 
GIOVANI-BIG E BIG-GIOVANI... - Le proposte meno coraggiose e più convenzionali, spiace dirlo, sono arrivate dalle ultime creature "defilippiane", ossia Sergio Sylvestre, Chiara Grispo ed Elodie. Erano tutti considerati "Big" d'elezione, nel cartellone, mentre nella categoria giovani è stato misteriosamente relegato quell'Ermal Meta già visto a Sanremo e in possesso di un curriculum solidissimo anche come autore di artisti di primo piano, battuto nella finalissima da un Irama più convincente rispetto all'esperienza rivierasca del febbraio scorso, vincitore con l'accattivante "Tornerai da me". Per inciso, il fatto che a contendersi il titolo di miglior emergente siano stati due ragazzi del vivaio ligure, assieme a Madh, rivaluta il lavoro di selezione operato da Carlo Conti e compagnia, in un'epoca in cui le cosiddette Nuove Proposte dell'Ariston faticano terribilmente a farsi strada sul mercato, con rare eccezioni.
LA VENA DI SIMONI, MORO E TIROMANCINO - Brano pop standard ma di buon livello "Volevo te" di Giusy Ferreri, addirittura con echi che riportano agli Ottantiani Modern Talking. Bianca Atzei ("La strada per la felicità") e Irene Fornaciari ("Questo tempo") hanno portato proposte che rientrano nel solco della più schietta tradizione musicale italiana, melodie cantate a voce spiegata che forse avrebbero meglio figurato in una cornice più ovattata come quella dell'invernale vetrina sanremese, ma che meritano l'elogio anche per i testi non banali. E a proposito di testi sostanziosi, di notevole spessore "Sono anni che aspetto" di un Fabrizio Moro ormai assestatosi su livelli di grande pregio compositivo, mentre non sorprende più la vena di Paolo Simoni, che in "Io non mi privo" canta con linguaggio moderno e senza retorica  le difficoltà della generazione dei trentenni italiani, minata da un ventennio di malapolitica. Anche i Tiromancino ("Piccoli miracoli" e soprattutto l'ariosa e intensa "Tra di noi") hanno ritrovato la felice creatività poetica e musicale di qualche anno fa, e possono a buon diritto considerarsi fra i migliori rappresentanti del pop italiano anni Dieci. 
IL RITORNO DI ARIANNA - Pollice in su per una Noemi efficacemente cantautoriale in "Idealista", meritano la citazione anche un Marco Carta vagamente rockeggiante nel sound e nella voce ("Non so più amare"), Antonino con la martellante "Gira", e il rap della coppa Marrakash - Guè Pequeno ("Nulla accade"). Fra le bizzarrie, da segnalare il Fabio Rovazzi di "Andiamo a comandare", fenomeno web che trovo tutto sommato divertente e che potrebbe perfino percorrere un discreto tratto di strada, e poi la ricomparsa di Arianna, lustri fa giovanissima cantante e volto di Walt Disney, impegnata in "featuring" con Flo Rida ("Who did you love?") in una hit di caratura internazionale, del tutto a proprio agio in una veste sexy e fascinosa. 
COSA CAMBIARE: VOTAZIONI E DIRETTA - In ogni caso, quasi tutti brani migliori, a mio avviso, di quello che ha trionfato; se non altro, lo ripetiamo, più rappresentativi di una stagione e di un momento musicale come quello che stiamo vivendo. Del resto, pur promuovendo nel suo complesso anche questa edizione del Coca-Cola Summer Festival, già da tempo vado scrivendo che qualcosa si potrebbe cambiare, a partire da un sistema di votazioni più articolato, che si sviluppi attraverso una molteplicità di canali e su tempi più lunghi, magari diluendo maggiormente la rassegna, con l'atto conclusivo da celebrarsi a fine agosto. E con la diretta, perché stare qui a discutere di una registrazione televisiva, laddove gli esiti del concorso sono noti da un mese circa, ha francamente poco senso nell'era del web e dei social network. 

venerdì 31 luglio 2015

BILANCIO DEL COCA-COLA SUMMER FESTIVAL 2015: UN... CONTENITORE DI TORMENTONI DEGNO DEL VECCHIO FESTIVALBAR


Quattro settimane di Coca-Cola Summer Festival hanno restituito all'estate la sua dimensione di "stagione della musica leggera", i tre mesi in cui il pop easy listening deflagra e invade piacevolmente le nostre vite, diventandone colonna sonora più che in altri periodi dell'anno. Lo avevo già scritto dodici mesi fa: c'era bisogno di una manifestazione così. E ora lo si può ribadire senza timore: la festa romana è andata definitivamente a colmare il vuoto lasciato dal Festivalbar. C'è ancora chi considera "blasfemo" l'accostamento fra i due eventi, e sinceramente non riesco a comprenderne appieno i motivi. 
UN DEGNO EREDE - Intendiamoci, personalmente posso ritenermi un "nostalgico", in questo senso: mi manca la kermesse di Salvetti, per com'era strutturata, per gli evergreen che ha sfornato (ma erano altri tempi, per la discografia) e per quello che ha rappresentato per più di una generazione di appassionati di canzonette. Però non si può rimanere prigionieri del passato a oltranza, e trovo che il "Coca-Cola" stia dimostrando, anno dopo anno, di poter essere considerato a pieno titolo l'erede della cara, vecchia rassegna veronese del juke box. Perché se lo si analizza nei dettagli tecnici, la riproduce quasi fedelmente, migliorandone addirittura alcuni aspetti. 
C'è davvero il clou della produzione pop del periodo, impreziosita dalle ospitate di alcune eccellenze cantautoriali e di superbig; ci sono giovani che solitamente non trovano molto spazio a livello televisivo; rispetto al Festivalbar, il Summer Festival si fa preferire per il ricorso generalizzato al live (che Andrea Salvetti riuscì a introdurre solo negli ultimi anni di vita della creatura di papà Vittorio), per una formula più marcatamente competitiva (c'è concorso sia per i "vip" sia per gli emergenti, mentre da metà anni Novanta in poi il concetto di gara, al Festivalbar, risultò assai annacquato), e per una presenza meno invadente di artisti di fuorivia, cosicché le luci della ribalta privilegiano, giustamente, la produzione di casa nostra. 
DAI TALENT RAGAZZI CHE VALGONO - E allora, qual è il problema? Se si stratta della massiccia partecipazione di giovanotti usciti dai talent show, beh, sarebbe anche l'ora di smetterla con questa eterna aria di sufficienza e di snobismo: ho spesso scritto su questo blog che non sono affatto entusiasta della "sceneggiatura", del format che caratterizza trasmissioni come "Amici" o "X Factor", ma negare che da esse siano usciti cantanti di valore vorrebbe dire negare la realtà; così come non si può restare indifferenti di fronte ai formidabili esiti commerciali che i dischi di questi virgulti ottengono quasi sistematicamente. Fuochi di paglia? Sarà il tempo a dirlo, ma i successi "one shot" esistevano anche nei Sessanta, Settanta, Ottanta... 
Se invece la nostalgia per il bel tempo che fu è dovuta alla differenza di qualità della proposta musicale, beh, il discorso diventerebbe troppo lungo e complesso. Fermo restando che peserebbe massicciamente il gusto personale, e che comunque il ricordo delle canzoni della nostra giovinezza ci rende tutti scarsamente raziocinanti nella valutazioni, mi pare di poter dire che gli ultimi due anni abbiano sancito un deciso ritorno al pop di facile presa, alle canzoni immediate, ai ritornelli orecchiabili che sono decisivi, piaccia o no, per la ripartenza di un mercato discografico sempre boccheggiante. 
CONTENITORE DI SUCCESSI - In questo quadro di riscoperta della semplicità, risultava fondamentale il recupero di una rassegna canzonettistica modellata sul vecchio Festivalbar: perché, ne sono convinto, la sola produzione musicale non basta, ma deve essere "inquadrata" in un contenitore che la veicoli sapientemente, che dia forma a una colonna sonora dell'estate, che crei un "pacchetto" all'interno del quale, poi, ogni appassionato possa pescare il personaggio, il brano, il genere che più gli aggrada. Anche a questo servono i Festival, e il Coca Cola ha adempiuto al meglio tale funzione. 
Ha vinto, come era ampiamente prevedibile, Alvaro Soler, purtroppo assente alla premiazione per pregressi impegni (questo è un punto sul quale l'organizzazione, in futuro, non dovrà transigere: il trionfatore "deve" chiudere l'evento, consegnare il trofeo al suo discografico è abbastanza triste): "El mismo sol" ha in effetti tutti i crismi dei classici tormentoni canicolari di una volta, come anche "Everytime" dei The Kolors, anch'essi mattatori al pari dello spagnolo, avendo vinto due puntate su quattro. E' gente che monopolizza le classifiche di vendita e di gradimento, in questo senso il Summer Festival registra fedelmente i gusti dei consumatori mainstream. 
NEFFA, DOLCENERA E LA "PRIMA VOLTA" DI VENDITTI - Ma da Roma sono giunte altre note piacevoli: Neffa è tornato in versione convincente con la cadenzata "Sigarette", Dolcenera prosegue con efficacia nella sua ricerca di un easy listening contemporaneo, elaborato e non convenzionale, che trova adeguata espressione nella variegata "Fantastica", un azzeccato mix di melodia e atmosfere dance; e proprio alla dance si è imprevedibilmente convertito Antonello Venditti con la trascinante "Ti amo inutilmente", che in ogni caso passerà alla storia perché, vado a memoria, ha segnato la prima partecipazione del cantautore a una gara musicale. Di Annalisa e della sua "Vincerò" avevo già tessuto le lodi quando recensii il suo album ("Convincente nella strofa, di fortissimo impatto nel ritornello"). 
Piacevoli e di sapore estivo i singoli di Lorenzo Fragola, ("#Fuori c'è il sole") e della strana coppia Baby K. - Giusy Ferreri ("Roma - Bangkok"), buona prova di Nesli ("Quello che non si vede") e degli irriverenti J-Ax e Il Cile ("Maria Salvador"), mentre più spazio avrebbero meritato emergenti rampanti come Paolo Simoni e Levante. Significativo, ancorché personalmente non mi entusiasmi, il trionfo di alcune cover, su tutte "Se telefonando", che completa il rilancio di Nek già sancito prepotentemente dal Festival di Sanremo (e comunque ben vangano queste operazioni, se servono a far scoprire ai ragazzini di oggi capolavori musicali di svariati decenni fa). 
Ma citare tutte le canzoni di buon livello emerse dalle quattro serate romane sarebbe impossibile. Da segnalare la massiccia presenza di "reduci" sanremesi, ulteriore dimostrazione dell'eccellente lavoro svolto nell'inverno scorso da Carlo Conti, il giusto tributo alla galassia rap - hip hop che, volenti o nolenti, sta monopolizzando il mercato di questi anni, e una competizione fra nuove proposte che ha incoronato l'istrionico Matthew Lee e il suo "E' tempo d'altri tempi", coraggioso tentativo di recupero in chiave moderna di sonorità rock 'n roll. 
COSE DA CAMBIARE - Cosa manca, allora, al Coca-Cola Summer Festival per diventare definitivamente adulto? Butto lì un paio di cose: un sistema di votazione più chiaro nelle cifre (dati numerici non ne sono stati forniti, durante le trasmissioni televisive) e che coinvolga un maggior numero di appassionati, magari tramite referendum popolare: ai tempi del Festivalbar si votava con le schede pubblicate da Sorrisi e Canzoni, ora si potrebbe trasferire tale metodo sul web. In seconda battuta, sarebbe opportuno che la kermesse non si esaurisse entro luglio ma che, magari, celebrasse la sua conclusione a fine agosto o a inizio settembre, in modo da incoronare davvero la canzone regina dell'estate, quella più "gettonata" (termine da... Festivalbar) durante tutta la stagione calda. Al di là dei ritocchi alla formula, una base da cui ripartire dovrebbe in ogni caso essere la diretta tv: ricordiamo che questo festival si è tenuto a fine giugno, e la differita ne annacqua inevitabilmente il pathos, oltre a esporlo a rischi di spoiler in rete.