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martedì 28 gennaio 2020

VERSO SANREMO 2020: VIGILIA DI POLEMICHE INGIGANTITE DAI SOCIAL. IL PUNTO A UNA SETTIMANA DAL VIA


Fortunatamente ci siamo quasi. Fra una settimana esatta scatterà Sanremo 2020 e non vediamo l'ora, perché francamente non se ne può più. E' vero, le polemiche hanno sempre rappresentato uno degli ingredienti fondamentali dell'universo festival, ma la sensazione è che stavolta si sia un tantinello esagerato. Ma giusto un tantinello, eh? Si è spesso parlato, in passato, di una separazione fra il Paese reale e la rassegna canora ligure, per sottolineare come quest'ultima fosse troppo spesso fuori dal mondo, lontana anni luce dalla realtà musicale, culturale e sociale italiana. Ebbene, la separazione si avverte anche quest'anno, ma in senso opposto: la complessa macchina - Sanremo ha saputo isolarsi in una provvidenziale bolla ideale, in cui tutto procede sostanzialmente secondo programma, il cast dei cantanti in gara è (ovviamente) confermatissimo, ospiti si aggiungono via via al cartellone e, insomma, il 4 febbraio il sipario si alzerà serenamente per dare il via all'edizione numero 70. E' ciò che si è scatenato fuori e attorno al Festivalone, invece, ad essere lontano dalla realtà, artificioso, inconsistente. 
SCIAGURA SOCIAL - E' il prezzo da pagare all'era social, dicono, quella in cui un sassolino diventa una roccia, una goccia d'acqua si tramuta in oceano, quella in cui chiunque si sente in diritto di dire la propria, soprattutto su argomenti che non conosce. Nel magma social, sciagura autentica dell'umanità, si è creata una realtà virtuale in cui Amadeus è diventato un odioso sessista, il rapper Junior Cally il responsabile numero uno della discriminazione sessuale e della violenza sulle donne che affliggono l'Italia, argomenti drammaticamente seri maneggiati con imperdonabile leggerezza, e la kermesse canora un carrozzone allo sbando che perdeva pezzi un giorno sì e l'altro pure. Prese di posizione più o meno autorevoli, petizioni rispettabilissime ma numericamente irrilevanti, tramutate in sollevazioni popolari tali da rovesciare un governo. Tutto ingigantito a dismisura, con la complicità di certi media che, non sapendosi adeguare ai tempi, non trovano di meglio che andar dietro agli umori del web, condannandosi così a un'ulteriore perdita di credibilità e, di conseguenza, di lettori - utenti. 
GLI ARGOMENTI CALDI - E già. Solo questa sbornia social, che ha ormai raggiunto livelli allarmanti, poteva portare alle assurdità che ci è toccato leggere o ascoltare nelle ultime settimane. Proviamo a ricapitolare.
1) Il povero (si fa per dire, ovviamente) direttore artistico - presentatore della kermesse additato come un retrogrado maschilista, per via di una mezza frase, sicuramente infelice e mal riuscita, pronunciata durante una conferenza stampa importante, lunga e stressante, poche parole del tutto fraintese e attraverso le quali, comunque, si pretendeva di giudicare la vita, la carriera, la professionalità e il modo di essere di un uomo. Al quale non è bastato neppure scusarsi e chiarire per ottenere il sacrosanto silenzio. Addirittura c'è chi ha tirato in ballo l'innocuo e divertente spot con Amadeus bambino, adolescente e ragazzo, perché in esso ci sono delle figure femminili che rimproverano il piccolo per le sue esuberanze canterine (nello stesso spot ci sono anche dei maschi che fanno lo stesso, ma questo nel furore ipercritico dev'essere sfuggito...). 
2) Le defezioni di alcuni ospiti già annunciati (Salmo, Monica Bellucci) interpretate come segnale di una organizzazione deficitaria, di una kermesse che andava incontro a sicuro fallimento. I forfait dell'ultima e penultima ora di vip fuori concorso rappresentano da sempre una costante sanremese. Tanti superbig annunciatissimi sono poi scomparsi dal cartellone alla vigilia della partenza, senza che per questo scorressero fiumi d'inchiostro per mettere in cattiva luce tutto l'evento. Da Nino Manfredi nell'84 ad Elton John che mancò all'appuntamento nel '95, venendo redarguito aspramente in diretta tv dall'allora direttore artistico Pippo Baudo, da Mariah Carey nel '98 fino a Rag'n Bon Man annunciato nel 2017 e mai visto all'Ariston. Solo pochi esempi, fra i tantissimi che si potrebbero fare. Ma in quei casi nessuno gridò allo scandalo, semplicemente perché è normale, perché il puzzle degli ospiti a Sanremo si compone e scompone giorno dopo giorno, ora dopo ora, fino a pochi minuti dal via e a volte persino durante la manifestazione. E' così da sempre, ma solo quest'anno si è alzato il polverone, oltretutto per l'assenza di un'attrice che su quel palco era già stata senza lasciare il segno e che non si sa cosa potesse aggiungere allo spettacolo, e per un rapper che sarà anche in rampa di lancio, ma che non ha assolutamente il curriculum necessario per assurgere al ruolo di "super ospite italiano", categoria peraltro odiosa, come ho più volte ribadito in passato su questo blog. 
3) Il caso Junior Cally, da manovrare con cura per non turbare le sensibilità di tanti. Qui si sono toccati i vertici dell'assurdo: lezioni di etica dettate da chi non ha alcun titolo per salire in cattedra. I vertici Rai che sono entrati a gamba tesa sul direttore artistico chiedendogli di ritornare sulla scelta di inserire il rapper nel cast, dichiarazioni davanti alle quali Amadeus ha fatto giustamente spallucce confermando la presenza del cantante, e dimostrando così una personalità e un'autorevolezza molto più spiccate di quanto sostiene chi ne sottolinea l'inadeguatezza. Cantanti che si sono schierati apertamente contro il collega, e questa è stata la cosa più triste pur nel rispetto di ogni opinione, mentre meritano il mio personale plauso artiste di indubbio valore come Irene Grandi e Levante, che invece si sono dette favorevoli alla presenza in competizione del giovane romano. La valutazione dell'artista (e dell'uomo) Cally che troppo spesso è sconfinata nella valutazione della galassia rap - trap nel suo complesso: genere che io non amo (anzi), ma che ha delle forme espressive ben precise, un racconto della realtà crudo spesso oltre il limite del sopportabile. Per giudicarlo bisognerebbe prima studiarlo, io stesso non lo conosco se non superficialmente, ma molti, in questi giorni, lo stanno liquidando come spazzatura tout court, e quando questi giudizi arrivano dallo stesso mondo della musica non si può non essere preoccupati, perché siamo all'anticamera della censura (in questo caso, oltretutto, retroattiva), e la censura uccide cultura e libertà di espressione molto più di un aspro testo trap. Piuttosto, perché chi protesta non lo denuncia direttamente all'autorità giudiziaria, se ritiene si tratti di un pericoloso istigatore alla violenza? 
FORMARE ED EDUCARE - Trovo oltretutto piuttosto discutibile la volontà di attribuire finalità educative al mondo delle sette note. "Possibile che nessuno pensi ai bambini?", dice Boe Szyslak in un episodio dei Simpson. Ai bambini e ai ragazzi dovrebbero pensare i genitori, la famiglia, la scuola, le vere agenzie formative. L'arte è arte, non si è sempre detto così? Se questa è la tendenza, fermiamo subito la produzione di action movie zeppi di sparatorie, agguati e uccisioni, degli horror in cui il sangue scorre a fiotti, delle fiction in cui si parla di mafia, che sono invece orgoglio della Rai e della nazione tutta. Bisognava arrestare, negli anni Ottanta, l'ondata di cartoni animati giapponesi, che ha fatto crescere la mia generazione assistendo ai combattimenti dell'Uomo Tigre, con cornette del telefono conficcate in testa agli atleti, panche di legno spezzate addosso, dita infilate negli occhi, decessi sul ring considerati come normali episodi agonistici, ecc. 
LIBERTA' D'ESPRESSIONE DIFESA A INTERMITTENZA - Qualche anno fa erano tutti Charlie Hebdo, a difesa della libertà di satira di un giornale la cui sferzante ironia su argomenti delicatissimi evidentemente è stata oggi dimenticata. E, rimanendo nel mondo canzonettistico, artisti rinomati, amati e stimati come Vasco Rossi e Marco Masini hanno scritto in passato pezzi molto scabrosi sul rapporto uomo - donna. Persino l'insospettabile Barbarossa, nella sua splendida "L'amore rubato", descriveva esplicitamente uno stupro: "Adesso muoviti, fammi godere, se non ti piace puoi anche gridare, tanto nessuno potrà sentire, tanto nessuno ti potrà aiutare...". Immagini forti, direi disturbanti, anche se inserite in un contesto sicuramente più morbido e meno urticante di quello del testo contestato a Junior Cally. 
I "censori" si giustificano dicendo: ma le opere di Cally e dei suoi simili non c'entrano con l'arte, è solo "rumenta", come diciamo a Genova. E chi lo stabilisce? Non può essere certo il popolo di Facebook e di Twitter a sancire se una forma espressiva sia più o meno artistica. Per intanto, dicendo così si offendono decine di migliaia di persone che questo genere musicale lo ascoltano e lo apprezzano, per tacere di quelli che ne producono il repertorio. In questo caso, penso abbiano una pesante influenza due fattori: la nostalgia di un tempo canoro che non c'è più e la non accettazione di nuovi stili. In tanti chiedono il ritorno alle belle, candide e soffuse melodie di una volta, dopo che per decenni si è rimproverato a Sanremo di essere un carrozzone vecchio e ammuffito, incapace di aprirsi alla contemporaneità nei suoni e nei ritmi. Mettevi d'accordo prima di tutto con voi stessi, ragazzi. 
La musica "degradata" di oggi sarebbe un rischio per le nuove generazioni, ma il sessismo e le discriminazioni di ogni genere (sessuale, religioso, razziale, territoriale) sono proliferate nel nostro allegro Paese proprio negli anni delle dolci  e mielose canzoni sussurrate al microfono, delle opere cantautoriali impeccabilmente vergate. C'è in generale una diffusa idiosincrasia verso le novità, considerate di bassa qualità e frutto di un medioevo musicale. Non tocca a me ricordare cosa si dicesse degli urlatori, dei capelloni e dei beat nei Sessanta, o dell'italo-disco negli Ottanta. La bontà e il valore di un genere musicale si possono giudicare solo a distanza di tempo e, ribadisco, solo conoscendone alla perfezione dinamiche e codici espressivi. A me le ultime edizioni sanremesi sono in generale piaciute proprio perché hanno saputo aprire le porte alla nouvelle vague nelle sue varie tendenze, e in questa nouvelle vague, piaccia o meno, c'è anche la trap. 
POLLICE IN SU PER LE TESTATE SPECIALIZZATE - Dopodiché, a Sanremo Cally porta tutt'altra canzone rispetto a quella contestata. Sì, perché è accaduto anche questo: petizioni e sollevazioni popolari nate nella convinzione che il ragazzo eseguisse all'Ariston proprio quel testo. Della serie, ergersi a censori senza nemmeno sapere di che si parla. Mi vien da sorridere a pensare che io possa passare per difensore di un rapper che non conoscevo fino all'annuncio del cast, e di un genere che, ripeto, non amo e non è nelle mie corde, come testi e come sonorità. Ma in questo caso si è andati davvero oltre. A non coprirsi di gloria sono stati i politici, e non è una novità, e gli utenti social che, ripeto, vivono in una realtà tutta loro. Una realtà piccola, poco rappresentativa, a cui fanno colpevolmente da megafono alcune testate. In questo senso, rilevo invece con piacere un contegno dignitoso da parte dei siti che si occupano seriamente di musica, tipo Rockol e All Music Italia, che hanno dato a queste polemichette il giusto peso (cioè poco) concentrandosi invece su una rigorosa analisi delle opere in concorso. E nelle loro pagelle seguite al pre-ascolto dei brani,  fra l'altro, la canzone di Cally è risultata come una di quelle più apprezzate. 

sabato 10 febbraio 2018

FESTIVAL DI SANREMO 2018, LA QUARTA SERATA: TORNANO I DUETTI E ARRICCHISCONO SPETTACOLO E CANZONI. ULTIMO VINCE FRA I GIOVANI, MA C'ERA DI MEGLIO


Hip hip hurrah per Claudione nostro (oppure Ale-oò, per riprendere il titolo di un suo vecchio album). Fra le tante scelte coraggiose compiute da Baglioni nell'allestimento di Sanremo 2018, eccone una in apparenza banale, eppure di inestimabile valore per la riuscita complessiva della manifestazione: il ripristino della serata dei duetti. Un happening che, a partire dal 2005, aveva arricchito il Festival con performance originali e godibilissime. Negli ultimi anni era stata sostituita dal "giovedì delle cover", piacevole, per carità, ma con diversi limiti. Rappresentava un po' un corpo estraneo all'interno della struttura complessiva della rassegna, in quanto i cantanti Big per una sera abbandonavano il loro pezzo in concorso per rivisitare grandi evergreen, e alla lunga la trovata aveva mostrato un po' la corda, anche perché, nonostante l'indubbio sforzo di interpreti e arrangiatori, nessun "rifacimento" aveva fatto veramente breccia nel cuore degli appassionati, con la sola eccezione del "Se telefonando" in versione Nek, baciata da un successo clamoroso e, per certi versi, inspiegabile. E poi, parliamoci chiaro, è preferibile vedere gli artisti in gara rielaborare, impreziosire, dare una veste diversa alla canzone con la quale si sono iscritti alla competizione. Nella maggior parte dei casi, aiuta il telespettatore ad apprezzare maggiormente l'opera, a familiarizzare con essa, a coglierne sfumature che magari erano sfuggite ai primi ascolti. 
CANZONI "RISTRUTTURATE" - Così è stato, anche ieri sera. Il lungo "congelamento" non ha scalfito le potenzialità di questo particolare capitolo del Festivalone, anzi. Molte canzoni sono uscite decisamente valorizzate dal quid in più apportato dagli ospiti. Difficile fare una graduatoria; possiamo dire che le rivisitazioni si sono divise essenzialmente in tre categorie: c'è chi ha puntato semplicemente sulla forza dell'interpretazione in coppia, chi sul ricorso a strumentisti aggiunti, chi invece ha parzialmente ripensato il pezzo, persino con l'inserimento di parti nuove. In quest'ultimo gruppo, pur con soluzioni radicalmente diverse, Meta-Moro, Diodato-Paci, Stato Sociale e Kolors. I primi sono stati introdotti da un recitato di Simone Cristicchi, il quale, attingendo alla sua recente esperienza di teatro sociale, ha saputo dare la giusta intensità alla lettura di una lettera scritta dal marito di una delle vittime degli attentati targati Isis.
LA BATTERIA DI DE PISCOPO - Diodato e Paci, invece, si sono avvalsi di un Ghemon che ha aggiunto ad "Adesso" una parte inedita, un "ibrido" cantato - rappato. Gli Stato Sociale hanno "cabarettizzato" la loro "Una vita in vacanza", con un dialogo (non entusiasmante, in verità) fra il solista del gruppo e l'attore Paolo Rossi, affidando il ritornello al Piccolo Coro dell'Antoniano. I Kolors, infine, non hanno apportato grossi cambiamenti a "Frida", regalando però a Tullio De Piscopo lo spazio per un assolo finale di batteria, durante il quale Stash ha tentato, senza troppo successo, di trascinare e accendere il compassato pubblico della platea. 
INTERPRETAZIONI CLASSICHE - In molti sono invece andati sul classico, dividendosi semplicemente le parti di testo da cantare. Ma nella maggior parte dei casi si è trattato di una soluzione vincente: se la bella Skin non ha inciso più di tanto sulla performance delle Vibrazioni, la cui "Così sbagliato" è già di per sé sufficientemente vigorosa, Renzo Rubino ha sicuramente trovato il modo di far "arrivare" maggiormente al pubblico la sua complessa "Custodire", grazie all'ausilio della sensazionale Serena Rossi, un fenomeno come attrice, showgirl e, ebbene sì, anche cantante. Idem per Noemi con Paola Turci e Caccamo con Arisa: in entrambi i casi, c'è stata una fusione talmente perfetta fra le due voci da far pensare che, forse, i loro brani avrebbero avuto più efficacia se presentati in gara nella versione "in coppia". Non si può dire lo stesso per Ron, Barbarossa, Canzian e Noemi, i cui pezzi brillano comunque di luce propria, ma che comunque hanno potuto contare su partner (rispettivamente Alice, Anna Foglietta, Masini e Cammariere) preparatissimi e discreti, nel senso che si sono inseriti nella struttura originaria delle opere senza portare sconvolgimenti: su tutti, citerei comunque l'azzeccato abbinamento romanesco fra la Foglietta e l'autore di "Passame er sale". 
NERI PER CASO E MIDGE URE: CHI SI RIVEDE! - E' stato un piacere rivedere i Neri per Caso, che si sono calati alla perfezione nella malinconica ironia di "Arrivedorci" degli Elii, mentre Ana Carolina e Daniel Jobim hanno rappresentato i partner ideali per far bucare maggiormente lo schermo alla sofisticata e avvolgente "Rivederti" di Mario Biondi. Indubbiamente arricchita in voce e musica anche l'ottantiana "Lettera al Duca" dei Decibel, grazie all'apporto di Midge Ure (ricordate "Breathe"?). Nonostante l'impegno, Giusy Ferreri non è riuscita a far decollare più di tanto la proposta di Facchinetti e Fogli, così come Michele Bravi non ha aiutato molto Annalisa, la quale comunque se l'è cavata benissimo da sola con una performance vocale di notevole spessore. In generale, dunque, il pacchetto - duetti ha superato felicemente l'esame, in linea con l'elevato livello qualitativo che questo Festival numero 68 sta mostrando con sempre maggior decisione. 
GIOVANI: VINCE ULTIMO, MA NON ERA IL MIGLIORE - Una serata davvero piena di musica, quella di ieri, aperta dalla sfilata delle Nuove Proposte. Un'annata buona, tutto sommato, per la categoria degli esordienti: solo Leonardo Monteiro è parso datato e fuori tempo massimo. I migliori, più originali e fuori dagli schemi, sono stati Mirkoeilcane e Lorenzo Baglioni, con Mudimbi un gradino sotto; a mezza via tra tradizione e modernità, ma comunque orecchiabili, Eva e Giulia Casieri. Il trionfo di Ultimo non desta scandalo, "Il ballo delle incertezze" è un brano sufficientemente contemporaneo (si avvertono echi di Tiziano Ferro), che colpisce soprattutto per la parte conclusiva in cui si passa dal canto al rap; ma sono del parere che, in questa sezione, sarebbe meglio premiare chi porta un qualcosa di almeno parzialmente innovativo, come i tre maschietti prima citati. Anche la canzone di Lele, vincitrice dodici mesi fa, era di buon impatto, ma sostanzialmente è passata senza lasciar grosse tracce. 
FINALISSIMA: PAPABILI E OUTSIDERS - Poco da dire sugli ospiti: l'intervento di Gianna Nannini non è stato di quelli in grado di farsi ricordare, meglio Piero Pelù, soprattutto per il sacrosanto appello dell'ex Litfiba contro la violenza sulle donne; da dimenticare la comparsata di Federica Sciarelli, in linea con quella della Leosini di un paio di sere fa; sono state le uniche cadute di tono di un Festival per il resto in forma smagliante. Bisognerebbe dunque concludere parlando dei pronostici per il gala di chiusura. Le classifiche di queste sere hanno proposto delle tendenze, ma è difficile prevedere a cosa porterà il giudizio misto Televoto - Giuria di qualità - Sala stampa. Tanti i "papabili": Meta - Moro, Ron, Diodato - Paci, Vanoni con Bungaro e Pacifico, persino gli Stato Sociale, mentre sono accreditabili di exploit notevoli Annalisa e Kolors; Gazzè, Zilli, Avitabile - Servillo e Barbarossa stanno alla finestra: hai visto mai... Ora non ci rimane che goderci una finalona "old style", con tutti e venti i Campioni schierati ai nastri di partenza: non accadeva dal penultimo Sanremo di Baudo, nel 2007. 

lunedì 21 gennaio 2013

"I MIGLIORI ANNI" E IL RILANCIO DI CANZONISSIMA: UN'OCCASIONE DA NON SPRECARE


Apriti cielo! Dopo anni all'insegna di un sostanziale immobilismo, di un vuoto creativo che aveva portato al logorio di una formula già di per sé non propriamente originale, "I migliori anni" si è ripresentato al pubblico  di Rai Uno in veste rinnovata e persino tentando l'azzardo di una difficile scommessa. Intendiamoci: il new look dell'ormai tradizionale "show-nostalgia" non sarebbe in sé nulla di rivoluzionario, sul piano della costruzione televisiva dello stesso, anzi; però c'è un clamoroso répechage che rappresenta un indubbio atto di coraggio: il ritorno di "Canzonissima". Lo spettacolo di Carlo Conti ruota in effetti attorno a una vera e propria gara fra otto Big della musica italiana, impegnati a proporre una serie di brani evergreen della nostra canzone, con duelli il cui esito viene deciso dal pubblico in teatro e con una giuria esterna chiamata ad aggiungere i propri voti per determinare la classifica finale di ogni puntata. Insomma, una tenzone fra cantanti in piena regola: rispetto al passato, le obsolete cartoline voto sono state sostituite dalle preferenze esprimibili via Internet sul sito della trasmissione.
IL TENTATIVO DI MORANDI - Di un "recupero" dello storico show musicale del sabato sera (e poi della domenica pomeriggio), defunto nel 1975 dopo anni di gloria autentica in cui giunse a rivaleggiare col Festival di Sanremo in termini di popolarità, si parlava invero da parecchio tempo. Nel 2010 parve cosa fatta, e a occuparsi del rilancio sarebbe dovuto essere Gianni Morandi. Poi, ufficialmente per motivi di budget, l'idea venne malinconicamente accantonata. Ma "Canzonissima" è sempre stata il... convitato di pietra della tv italiana in tutti questi decenni. Un marchio leggendario che era stato "pensionato" al primo refolo di vento contrario, uno show cult che diede un contributo decisivo al decollo della Rai, un autentico romanzo popolare che per settimane appassionava e teneva col fiato sospeso schiere di telespettatori. Un format mai dimenticato e tuttavia tremendamente scomodo, perché difficile da rimettere in pista, in un contesto profondamente mutato sul piano dell'estetica "catodica" e dei gusti del pubblico.
COLLOCAZIONE IDEALE - Si è così scelta una strada prudente, di natura sperimentale: ok alla resurrezione di Canzonissima, che però non godrà, per il momento, di vita propria, ma cercherà di riemergere "protetta" dall'insegna, sicura e accogliente, di uno dei format più riusciti dell'ultimo decennio Rai. Del resto, il motto de "I migliori anni" pare essere sempre stato "torniamo all'antico e sarà un progresso", anche se il suo deus ex machina, Carlo Conti, ha sempre negato di ispirarsi a un oltranzismo nostalgico, quanto alla salvaguardia di una certa memoria storica collettiva, benché in operazioni del genere il confine fra questi due... orientamenti ideologici non possa che essere labile e indefinito. In ogni caso, era quella la sede ideale per riportare sul piccolo schermo la leggendaria gara tra cantanti. 
La formula dell'esecuzione di vecchi successi, per la verità, in televisione suona come un déjà vu piuttosto stucchevole. In tutti i varietà, a tutte le ore del giorno, spunta fuori il cantante di turno a intonare un suo cavallo di battaglia o qualche cover, scelta nell'ambito di un repertorio che risulta essere spesso assai limitato, quasi come se la storia della canzone leggera italiana si reggesse solo su quei dieci - venti brani riproposti ad libitum fino alla nausea. Nel caso de "I migliori anni", però, tale scelta programmatica va valutata diversamente, in quanto non fine a se stessa, semplice (e modesta) variazione sul tema di un canovaccio spettacolare che stava cominciando a mostrare la corda, bensì funzionale al rilancio del progetto Canzonissima, progetto che invece, analizzato come "corpo autonomo" rispetto allo show in cui si trova inserito, pare poggiare su solide basi.

                                     Paola e Chiara nel cast de "I migliori anni"

CAST DI QUALITA' - Il cast dei concorrenti è infatti di qualità medio-alta: l'elenco comprende, in rigoroso ordine alfabetico, Alexia, Luca Barbarossa, Karima, Marco Masini, Mietta, Paola e Chiara, Povia ed Enrico Ruggeri. Come si vede, non si è ceduto alla tentazione di mettere in piedi una compagnia di vecchi dinosauri delle sette note, peccato in cui, tanto per dire, troppe volte è caduto anche il Festival di Sanremo in anni recenti. Si tratta in larga parte di artisti di quella "generazione di mezzo" di cui tante volte ho parlato (cantanti emersi e affermatisi fra la fine degli anni Ottanta e durante i Novanta), eccezion fatta per due veterani come Ruggeri e Barbarossa, i cui picchi di successo non risalgono però certo a epoche... antidiluviane, e, sul fronte apposto, per due prodotti della musica italiana anni  Duemila, il contestato Povia e Karima, una fuoriclasse che ancora non ha trovato la giusta consacrazione. Personaggi ben presenti nel cuore della gente, ancora con un senso a livello di mercato discografico, magari in cerca di rilancio ma non certo da rottamare. Nomi di sicuro appeal.
GLI INEDITI - Vecchi successi rivisitati, come detto: televisivamente, lo spettacolo potrà tenere sulla lunga distanza solo se il repertorio di brani sarà più ampio e variegato rispetto alla limitatezza di cui si diceva poco sopra. In tal senso, la prima puntata della sfida ha lasciato qualche speranza, pensando a un pezzo non banale e non ipersfruttato come "Non credere" di Mina, affidato alla sapiente voce di Alexia. L'opportunità, concessa a uno dei Big in ciascuna delle puntate, di presentare al pubblico un inedito (sabato scorso è toccato a Povia) è ciò che più avvicina questo revival alla Canzonissima che fu. Un'occasione di visibilità e di promozione veramente ghiotta per i cantanti. E anche un chiaro messaggio lanciato agli addetti ai lavori: questo esperimento, questa Canzonissima... 2.0, potrebbe tornare molto utile all'industria musicale italiana. 
L'UTILITA' DI UNA NUOVA CANZONISSIMA - Sanremo a parte, le rassegne canore, osteggiate dai più ma in realtà formidabili volani per la crescita del mercato del disco negli anni d'oro, sono oggi quasi del tutto scomparse. Eppure avrebbero ancora una loro utilità, anzi forse più che in passato: la musica in tv ha spazi sempre più esigui, laddove la crisi del mercato necessiterebbe invece di vetrine promozionali sostanziose, sul piano qualitativo e quantitativo. Insomma, una via di mezzo fra l'eccesso di manifestazioni degli anni Sessanta e Ottanta e il quasi nulla attuale dovrà pure esserci, no?
Una gara come quella partita sabato, con gli opportuni aggiustamenti, rappresenterebbe un toccasana per tutto l'ambiente. Quali aggiustamenti? Beh, ad esempio la collocazione a ridosso del Festivalone è penalizzante sul piano strettamente commerciale: i dischi lanciati dagli otto de "I migliori anni" entreranno in concorrenza diretta con quelli che, fra qualche settimana, spiccheranno il volo dall'Ariston.  Ecco perché un progetto come la nuova Canzonissima avrebbe più logica in quella che resta la sua "casella temporale" storica: autunno - inizio inverno, da ottobre a gennaio, per spingere il mercato nel periodo delle festività natalizie. E avrebbe ancor più senso se gli inediti, da un certo momento in poi, diventassero protagonisti assoluti della gara, proprio come avveniva un tempo. Ma per ora è il caso di accontentarsi. L'azzardo di Conti e della sua squadra merita fiducia: a sostenerlo, un'impalcatura spettacolare collaudata e fin troppo tradizionale, come detto all'inizio: dagli ospiti prezzemolino (quel Massimo Ranieri la cui presenza sugli schermi Rai sta entrando in concorrenza con quella di Al Bano, per frequenza di esposizione) alla comicità di Frassica, ferma a vent'anni fa. Elementi triti e ritriti ma che il pubblico generalista del primo canale sembra sempre gradire. 

venerdì 3 agosto 2012

VERSO SANREMO 2013 - RIVOLUZIONE: I BIG CON DUE BRANI IN GARA


Primi spifferi estivi sul Sanremo prossimo venturo. Che sarà diverso, molto diverso dagli ultimi, e non potrebbe essere altrimenti, perché il ritorno di Fabio Fazio sulla tolda di comando rappresenta una di quelle rivoluzioni che, periodicamente, sconvolgono il Festivalone: l'ultima, prima di quella in atto, fu nel 2009, con l'avvento al timone di Gianmarco Mazzi, il cui quadriennio di gestione (del quale avevo cercato di tracciare un bilancio qui e qui) ha mantenuto una "linea editoriale" piuttosto costante nel tempo, pur con qualche aggiustamento, al di là dell'alternarsi di presentatori sul palco dell'Ariston, da Bonolis alla Clerici al... doppio Morandi. 
Si cambia, dunque, e del resto una ventata di novità è sempre auspicabile per una manifestazione dell'importanza di Sanremo, che ha l'esigenza di sperimentare, trovare sempre qualcosa di nuovo per mantenere vivo l'interesse di un pubblico televisivo oggi assai più volubile e severo che in passato (severo soprattutto nei confronti di un totem mediatico come quello sanremese, al quale non viene mai perdonato un eccessivo legame con la tradizione, con stilemi canori e... catodici a detta di molti troppo vetusti e sorpassati, nonostante lo svecchiamento operato nel citato quadriennio Mazzi sia stato massiccio ed evidente); una manifestazione che deve oltretutto misurarsi con le esigenze di un'industria discografica in crisi ma al contempo in costante evoluzione. 
FRA PASSATO E FUTURO - Sarà, da quel che si apprende, un Sanremo a metà strada fra tradizione e futuribilità. Il ritorno al passato è rappresentato dalla cancellazione delle eliminatorie per i Big: giusto così, è la formula che, dopo un paio di tentativi negli anni Settanta ('74 e '76), ossia nel pieno della crisi del Festival, due patron storici, Gianni Ravera prima e Pippo Baudo poi, hanno portato avanti a partire dagli "eighties" con convinzione, facendone uno dei cardini della rassegna, con viva soddisfazione di tutti. Inutile girarci attorno: ai grandi della canzone la sfida col coltello fra i denti mai è piaciuta, loro preferiscono vivere l'avventura in Riviera come una formidabile occasione promozionale. Ecco invece la grande novità,  lo sguardo lanciato verso il futuro: ogni big porterà in gara non uno, ma due brani; uno di questi verrà eliminato nel corso delle prime serate, quello più gradito dal pubblico resterà in lizza fino alla finalissima. 
DUE BRANI A TESTA - Due canzoni in lizza per ognuno: non era mai accaduto nel Sanremo "moderno". Nella fase iniziale della sua esistenza, il Festival schierava spesso e volentieri pochi cantanti, ai quali venivano affidate due o anche più composizioni (Nilla Pizzi nel '52 fu prima, seconda e terza!): ma, va detto, erano altri tempi, nel senso che era un Festival più povero, aveva una filosofia diversa, era meno legato alle esasperate logiche commerciali che hanno cominciato a dominare la scena a partire dagli anni Sessanta. Insomma, il 2013 porterà un cambiamento autenticamente epocale: la regola "ad ogni cantante un solo brano" era uno dei pilastri apparentemente incrollabili del Festival: persino il vincolo del requisito dell'inedito, a parer mio una delle principali chiavi del duraturo successo del Sanremone, negli ultimi anni è stato allentato, con i pezzi dei giovani diffusi con qualche settimana di anticipo; ma la pluralità delle opere proposte da un singolo artista pareva cosa del tutto fuori discussione, nemmeno da prendere in considerazione. E invece... 
Messa così, può essere una cosa buona: un modo per venire il più possibile incontro alle esigenze dei cantanti, soprattutto di quelli che hanno sempre visto con scarsa simpatia la partecipazione alla kermesse o che, se ci andavano, lo facevano di malavoglia, quasi obtorto collo, e vivendola con uno stress decisamente sopra le righe. Più in generale, per i cantanti di oggi la presentazione di un solo pezzo è stata sempre considerata una limitazione delle proprie capacità espressive e poetiche e, più prosaicamente, un grosso ostacolo alla realizzazione di una ottimale promozione dell'album in uscita: facendo ascoltare al pubblico in anteprima un'unica canzone, l'effetto vetrina risulta meno efficace di quanto loro auspicherebbero. 
SVOLTA EPOCALE - Chiedere ai Big di presentarsi in concorso con due composizioni significa operare una svolta concettualmente radicale per l'essenza stessa di Sanremo: è uno stimolo alla creatività, un incoraggiamento a proporre opere più "sostanziose" anche se pur sempre più o meno di facile impatto: lo... sconvolgimento storico sta pure nel fatto che una tale clausola restringerà fatalmente il campo dei potenziali aspiranti a un posto tra i big, tagliando fuori tutti coloro che hanno sempre preferito puntare sul semplice singolo da lanciare: una... fauna musicale, quella di quest'ultima categoria, per la verità in costante contrazione sulle sponde sanremesi; oramai quasi tutti coloro che tentano la fortuna all'Ariston cercano di farlo avendo un album pronto o, in alternativa, ristampando il cd uscito pochi mesi prima aggiungendovi il brano in concorso quale "bonus track" (col nuovo corso, le "tracce" da aggiungere all'incisione sarebbero due invece che una, poco cambierebbe). La generazione dei cantanti, diciamo così, "da 45 giri" è in buona parte tramontata con gli ultimi Festival baudiani (che in effetti, anche se qualcuno di essi particolarmente ben riuscito, sembravano dei piacevoli "residuati" di un'epoca discografica ormai obsoleta): il nuovo format anticipato in questi giorni da Fazio cerca semplicemente di avvicinare ulteriormente il carrozzone festivaliero alla realtà musicale odierna. 

                          Alessandra Amoroso: Sanremo darà ancora spazio ai "figli dei talent"? 

La controindicazione di una tale formula risiede nel rischio di creare un cast elitario: sembra un sistema studiato apposta per avvicinare il cantautorato nobile tanto caro al conduttore di "Vieni via con me", il che non è male, ma occorre non esagerare, così come in certe edizioni recenti si è esagerato con lo spazio concesso ai ragazzi dei talent show. Il Sanremo ideale è quello "ecumenico", equilibrato, che apre a tutte le tendenze, dai cantautori da "concept album"  agli artisti più a loro agio coi singoli da rotazione radiofonica "a mille"; dalle composizioni raffinate a quelle più... biecamente commerciali. E' la cifra stilistica del festivalone, che è stata variamente declinata negli anni, ma che, se sapientemente dosata, garantisce ancora il successo. E se, come in molti temono, verrà gettato a mare il carico di giovani usciti dai talent, negli ultimi anni mattatori sulle scene rivierasche, l'errore sarebbe grosso: certo, al bando gli eccessi, ma le migliori espressioni di questi moderni vivai canzonettistici (penso a gente come Noemi, Marco Mengoni, Alessandra Amoroso) devono essere "salvate" da una eventuale "epurazione" (che, peraltro, finora rappresenta  solo un processo alle intenzioni di Fazio), sia per qualità artistica sia per il bacino d'utenza che garantiscono, e che ha avuto un peso enorme nel rilancio del festival nella versione "Mazzi". 
IL PRECEDENTE DI SAINT VINCENT '87 - Rimane da rilevare come anche ciò che pare ultra-nuovo e ultra-rivoluzionario non sia in realtà tale. La  mia memoria storica, particolarmente forte in tema di concorsi canori nostrani, mi suggerisce che una formula simile a quella in rampa di lancio per Sanremo 2013 fu adottata da Marco Ravera, figlio di Gianni, per Saint Vincent Estate 1987: i 20 Big in gara portarono ciascuno tre brani (uno per ogni sera) tratti dal loro LP di fresca uscita, e vennero assegnati due premi: al miglior album e alla "canzone dell'estate", che veniva scelta fra i pezzi presentati nel corso della finalissima (per la cronaca, Luca Barbarossa primeggiò in entrambe le graduatorie). Non fu un successone, se è vero che il format venne subito abbandonato: ma anche in questo caso si può dire che fossero altri tempi, quella era davvero l'epoca dei 45 giri, del lancio del singolo da "one shot", di quando con un solo e semplice brano, se ben confezionato, potevi tirare avanti per mesi e mesi. In quegli anni, nelle gare di musica leggera, da Sanremo all'ex Disco per l'estate, presentare un solo pezzo era considerato ovvio e scontato, un cambiamento come quello tentato nell'87 difficilmente poteva essere digerito ai tempi del playback, dei festival straripanti di cantanti, della canzone a consumo rapido. Fra qualche mese, la risposta del pubblico dovrebbe essere decisamente migliore.