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domenica 3 dicembre 2017

VERSO SANREMO 2018: GIRO D'ORIZZONTE SUI POSSIBILI BIG IN GARA. IPOTESI E SOGNI


Meno di due settimane di attesa, e poi si compirà il tradizionale rito dell’annuncio del cast del Festivalone. I Big (o Campioni) in lizza verranno svelati, come da fresca consuetudine, nel corso di “Sarà Sanremo”, la serata televisiva (quest'anno in programma il 15 dicembre) che selezionerà anche le Nuove proposte da far sfilare in febbraio all’Ariston: fra sedici ne verranno scelte sei, alle quali si aggiungeranno i due vincitori di Area Sanremo. Degli emergenti avremo modo di riparlare: qui ci preme soprattutto fare il punto sui volti noti in coda per entrare nell’elenco dei magnifici venti. 
NON E’ IL SANREMO PIU’ DIFFICILE - C’è forse più attesa del solito, come testimonia la ridda di nomi e indiscrezioni di questi giorni. Normale: da un direttore artistico come Claudio Baglioni si pretende un “listone” di alto profilo e qualità, più eterogeneo ed equilibrato, sul piano dei generi canori, rispetto all’ultimo di Carlo Conti, che si era caratterizzato per una matrice prettamente pop commerciale (con conseguente successo di mercato, va sottolineato). Quello che alcune voci autorevoli hanno già bollato come il “Sanremo più difficile di tutti i tempi”, in realtà non sarà tale: chiaro che venire dopo il triennio trionfale 2015-2017 rappresenta una sfida impegnativa (e lo sarebbe stato per chiunque), ma il cantautore romano ha spalle larghe, indipendenza di giudizio e gusto musicale in abbondanti dosi; di certo c’è che si è partiti ad handicap, differendo eccessivamente la nomina del responsabile della kermesse, ma il regolamento-garanzia per i cantanti (nessuna eliminazione in entrambe le categorie, tutti arriveranno alle finali di venerdì e sabato) e la conseguente “benedizione” arrivata dalle case discografiche dovrebbero aver spianato la strada a un’edizione quantomeno di buon livello: i veri Sanremo difficili sono stati proprio quelli che non hanno potuto contare sull’appoggio della grande industria di settore, penso ad esempio alle rassegne del 1975 (oltretutto quasi ignorata dalla tv, come tante altre svoltesi nei Settanta) e del 2004. 
CI SARA’ QUALCHE GROSSO CALIBRO? - Veniamo al dunque. Fra i tanti papabili di cui si vocifera ci sono certamente nomi insoliti, come i ricostituiti Decibel di Enrico Ruggeri, Enzo Avitabile con il suo inconfondibile stile etno – partenopeo, la coppia vintage Roby Facchinetti – Riccardo Fogli, il sempre imprevedibile Morgan, oppure Omar Pedrini e Negrita che mancano da diverso tempo dal palco rivierasco; tuttavia il grosso dei candidati pare essere rappresentato da recenti habitué della manifestazione, mentre non è finora uscito il grossissimo personaggio, quello che ci si aspetterebbe da un  selezionatore di peso come Baglioni, che col suo carisma e la sua credibilità dovrebbe almeno tentare di portare in Liguria due o tre artisti spacca-classifiche o comunque di enorme prestigio; una Elisa, una Giorgia o una Carmen Consoli, un Venditti che dopo decenni di ostracismo potrebbe infine sciogliere le sue riserve sulla manifestazione (non avrebbe nulla da perdere), un Renato Zero di ritorno un quarto di secolo dopo “Ave Maria”, un Antonacci o un Cremonini che però sono appena sbarcati nei negozi coi loro ultimi lavori…Comunque, nel caso non arrivasse alcun esponente della nostra élite canora, poco male, visto che Sanremo da sempre rappresenta soprattutto una vetrina importante per l’affollatissima categoria di cantanti della "classe media", eccellenti professionisti che non mobilitano masse oceaniche di fans ma sfornano comunque ottime produzioni, e necessitano di una spinta promozionale maggiore per ottenere visibilità mediatica. 
I RITORNI DAL PASSATO RECENTE - Da sempre, sul blog, in sede di pronostico passo al setaccio i cast degli anni recenti, per cercare di intuire chi potrebbe tornare in lizza a distanza di poco tempo. Riguardo al 2017, si parla di una coppia inedita formata da Ermal Meta e Fabrizio Moro, sicuramente fra i protagonisti più apprezzati dell’edizione passata; possibili i tentativi di Elodie, Bianca Atzei, una Paola Turci meritatamente tornata in auge, Sergio Sylvestre, e quel Michele Bravi che fu la rivelazione più sorprendente e inattesa, dodici mesi fa; probabile ci provino anche Lele, il vincitore della sezione Giovani, che però non ha sfondato sul mercato, e magari i La Rua, esclusi fra le polemiche in sede di “Sarà Sanremo” ma poi premiati da pubblico e critica.
Fra i partecipanti del 2016, candidabili per una ricomparsa sono senz’altro Annalisa, Dolcenera, Noemi, Neffa, Arisa e Lorenzo Fragola (gli ultimi due, con la supervisione di Takagi & Ketra, hanno dato voce a uno dei brani più fortunati dell'estate scorsa, “L’esercito del selfie”), e ancora Deborah Iurato e Giovanni Caccamo. Un nome di spicco sarebbe stato quello di Francesca Michielin, artefice di un clamoroso exploit due anni fa (secondo posto e partecipazione all'Eurovision Song Contest): nel 2018 avrebbe potuto inseguire la definitiva consacrazione personale attraverso il palco sanremese, il suo nuovo album è però in uscita a gennaio, difficile un repackaging a così  breve distanza di tempo. 
Il 2015, prima edizione griffata Conti, propone come papabili Anna Tatangelo, Irene Grandi, Gianluca Grignani, Nina Zilli,  Malika Ayane, Alex Britti, mentre dagli anni di Fazio sarebbe giunto il momento di riemergere per i bravi e sottovalutati Renzo Rubino, Zibba, Diodato e Antonio Maggio,  nonché per Raphael Gualazzi, Max Gazzè, i Modà, la raffinata Simona Molinari e, perché no, Marco Mengoni, che dopo la vittoria del 2013 ha percorso lontano da Sanremo una strada tutto sommato felice, ma che se avesse un pezzo-bomba potrebbe tranquillamente rimettersi in gioco all’Ariston, così come sarebbe piacevole ritrovare Emma, che dopo "Amami" ha raccolto soddisfazioni più televisive che discografiche.
CARTA, BIONDI, AMOROSO... - Parlando di ex trionfatori, Marco Carta si ripresenterebbe in versione più matura rispetto all’immeritato trionfo del 2009, e con un asso in più da giocare, quello della duplice affermazione a “Tale e quale show”, nel torneo 2017 e nella supersfida fra i migliori delle ultime due edizioni del varietà, conclusasi venerdì scorso. Potrebbe essere la volta buona per il “debutto” di Mario Biondi, e a proposito di “esordienti di successo” rilanciamo anche quest’anno il nome di Alessandra Amoroso, campionessa del pop melodico contemporaneo, uno dei prodotti meglio riusciti di sempre, fra i tanti dell’universo talent. Fra i mattatori dei primi anni Duemila, invece, occhio ai Tiromancino e alle ricostituite Vibrazioni di Francesco Sarcina, nonché a L’Aura, tornata alla ribalta di recente con un album che ne ha confermato l'eclettismo artistico. Discorso a parte per altri due protagonisti di diversi Festival recenti, Nek e Francesco Renga, che hanno di recente formato un trio di giganti con Max Pezzali: di loro si parla come di possibili ospiti, ma averli in gara incrementerebbe l’interesse attorno alla kermesse, per un tentativo di ripetere l’exploit di un altro tris d'assi entrato nella storia, il Morandi – Ruggeri – Tozzi del 1987. 
LE VEDETTES DI OGGI, FRA POP E RAP - Fra i “dernier cris” della canzone italiana, non sono da escludersi le proposte dei The Kolors e dei Thegiornalisti, sulla scia del tormentone estivo “Riccione”, così come quelle della scatenata Baby K. o di Mario Venuti, un veterano rilanciatosi prepotentemente nella stagione calda dopo alcuni anni di oblio (grande successo per l'orecchiabilissima "Caduto dalle stelle"); fra i nomi più gettonati dei mesi canicolari ci sono stati anche quelli di Benji & Fede (“Succede tutto per una ragione” assieme ad Annalisa): chissà che non si sentano finalmente pronti per il grande cimento sulla ribalta più importante... E non dimentichiamoci di "Amici" amatissimi dal pubblico più giovane, da Riki, la creatura più recente di Maria De Filippi, a Briga. Si è parlato anche della brava Levante, che sta vivendo un momento di enorme popolarità: pare che nella settimana del Festival sia in tournée, ma mai dire mai, sarebbe un nome forte del cartellone e porterebbe senz'altro una ventata di modernità, col suo originale stile di scrittura.
Sempre in riferimento all’attuale panorama discografico italiano, sarà molto difficile ignorare la galassia rap, che ha letteralmente invaso le chart e portato alla ribalta un nugolo di volti nuovi immediatamente baciati dalla fama. Certo dipenderà da chi, fra gli esponenti di questo settore, deciderà di scendere in campo: i nomi più pregiati sarebbero quelli di personaggi come Emis Killa, Guè Pequeno, Fabri Fibra e Marrakash, ormai veterani del genere, o emergenti di grido come Coez e Ghali, oppure Rocco Hunt già avvezzo ai rischi della gara ligure. 
VETERANI, ANNI '90, ARTISTI FUORI DAL GIRO... - Poi ci sarebbero altre categorie in cui pescare a piene mani: gli interpreti di lunghissimo corso che ogni anno ci riprovano, da Fausto Leali ai nuovi Ricchi e Poveri, da Marcella a Loredana Bertè, da Amedeo Minghi ai Nomadi; i nomi fuori dai circuiti meramente commerciali ma di gran raffinatezza come Sergio Cammariere, Teresa De Sio, Eduardo De Crescenzo, Alice o i più giovani Niccolò Agliardi, Paolo Simoni, Le Luci della Centrale Elettrica, Riccardo Sinigallia, Baustelle e Brunori Sas, tutti artisti lontani dai riflettori ma che con Baglioni potrebbero trovare uno spiraglio mainstream; e infine i tanti reduci degli anni Novanta, da sempre per me un tasto dolente in quanto, nonostante l’indubbio valore di molti, per troppo tempo sono finiti ai margini del mercato: penso a gente come Massimo Di Cataldo, Aleandro Baldi, Paolo Vallesi (ricomparso l’anno passato con una passerella fuori concorso, in coppia con Amara), Mietta, Mariella Nava, Silvia Salemi, Gerardina Trovato (ci ha provato nel 2017, senza fortuna), Gatto Panceri (che ha dichiarato sul suo profilo Facebook di aver presentato un brano alla commissione), i Jalisse e quell’Alexia che è in fase di prepotente rilancio. 

martedì 4 aprile 2017

LA PROPOSTA DI MOGOL, LAVEZZI, MUSSIDA E SALERNO: RIFORMARE IL FESTIVAL DI SANREMO. PROGETTO CON PIU' CONTRO CHE PRO


Negli ultimi giorni ha avuto ampia diffusione sul web una "proposta di riforma" del Festival di Sanremo. L'iniziativa, rilanciata da diversi siti specializzati, è stata elaborata da un gruppo di storici autori e musicisti, mostri sacri della canzone nostrana, e verrà portata avanti anche attraverso una petizione rivolta alla Rai, al Comune rivierasco e al Ministero dei Beni Culturali. In estrema sintesi, il punto chiave di tale progetto è il seguente: mettere in concorso venti canzoni di autori italiani, scelte da una commissione formata da esperti di provata esperienza e professionalità, e in un secondo momento assegnare tali pezzi ad altrettanti interpreti proposti dalle case discografiche (sia major sia indipendenti). 
LA CANZONE CHE LANCIA IL CANTANTE - Gli ideatori di questa "bozza di riforma" sono Mario Lavezzi, Franco Mussida, Mogol e Alberto Salerno, veterani che non hanno certo bisogno di presentazioni. Su quali basi nasce? La constatazione che ultimamente il fulcro dell'universo festivaliero sia più la figura dell'interprete che il pregio della proposta canora in sé; a ciò non sarebbe estraneo un eccessivo peso delle case discografiche: "Oggi, nella compilazione della rosa dei concorrenti - hanno dichiarato i promotori dell'iniziativa - intervengono le case, costringendo la direzione artistica a rispettare equilibri che non necessariamente hanno a che fare con la validità della proposta. E, in secondo luogo, si privilegia il personaggio, e non la canzone". Un modus operandi in cui il livello qualitativo dei brani passerebbe in secondo piano. 
A monte di tutto, un presunto dato di fatto che vedrebbe nella rassegna ligure un contenitore televisivo di grande successo, ma in cui la musica non avrebbe più la centralità di un tempo. E per restituirle centralità, secondo questa proposta, occorre tornare a valorizzarne l'essenza, ossia le opere di qualità; proprio come nel Sanremo dei primordi, in cui era la canzone, se ben scritta, a lanciare il cantante, e non viceversa. 
PROPOSTA ANACRONISTICA? - Certo, l'idea in sé per sé merita rispetto, e non solo perché portata avanti da autentici fuoriclasse della musica tricolore. Sono degni di nota l'importanza che viene ancora attribuita alla ribalta sanremese e il desiderio di migliorarne la credibilità artistica, ma la sensazione è che lo si voglia fare con una proposta che pare fuori dal tempo e un tantino sganciata dalla realtà. Per una marea di ragioni. 
Innanzitutto è bizzarro che tale presa di posizione si manifesti all'indomani di un triennio sanremese, quello griffato Carlo Conti, contraddistintosi proprio per un riavvicinamento della kermesse agli standard degli anni d'oro, quelli in cui era in primis una rassegna musicale e solo in seconda battuta uno spettacolo ad uso catodico: abbiamo avuto una crescita esponenziale del numero di Campioni in competizione (passati dai quattordici delle gestioni Morandi e Fazio ai venti del 2015/2016 fino ai ventidue di quest'anno), i giovani riportati in "prime time" dopo anni di esibizioni a notte fonda, un meccanismo di gara ad eliminazione che ha comunque consentito l'ascolto dei pezzi un minimo di due volte per ogni big, anche per quelli usciti per primi di scena, con vetrina promozionale garantita dunque a tutti. Ci sono state edizioni, in passato (penso alla primissima di Fazio, nel '99, o a quella di Panariello nel 2006), in cui davvero la tenzone canora si perdeva, immersa nelle esibizioni di arte varia di uno show dilatato a dismisura e riempito di troppi elementi extra; ma pensiamo anche a certi Festival a cavallo fra prima e seconda decade di questo secolo, che portavano appena una decina di cantanti alla serata finale, per dire... 
IL FALLIMENTO DELL'ESPERIENZA '75 - La proposta delle venti canzoni da abbinare successivamente agli interpreti pare fuori tempo massimo anche sul piano di un'analisi storica del Festival: la presentazione del "pacchetto completo" cantante - canzone, in sede sanremese, è un dato di fatto acquisito dal 1972 (non a caso l'anno in cui venne dismessa la caratteristica doppia esecuzione di ciascun pezzo), ed è un modus operandi del tutto ovvio, per quella che è stata l'evoluzione della discografia e del mercato. L'unica volta che si azzardò un ritorno all'antico simile a quello proposto in questi giorni fu nel 1975: prima la scelta delle opere da ammettere alla competizione, poi successivo abbinamento coi cantanti.
Un tentativo di slegarsi dagli interessi dell'industria musicale che ebbe effetti nefasti: le principali aziende discografiche boicottarono la rassegna, il cast fu composto in larga parte da artisti giovani, debuttanti, semisconosciuti o di seconda schiera. Le vendite dei vinili scesero ai minimi, nessun nome nuovo emerse nitidamente, la kermesse rischiò seriamente l'estinzione. Ebbe bisogno di anni per rimettersi in piedi e riconquistare l'antica gloria: lo potè fare, piaccia o meno, solo grazie al ritorno a una stretta partnership con le case e al definitivo pensionamento del motto anni Cinquanta "prima la canzone, poi il cantante", che era dunque ampiamente superato già quattro decenni fa. Quando ancora, oltretutto, non avevano sfondato i cantautori, che oggi sono una realtà di primissimo piano del panorama pop e che non sarebbe facile collocare, in una gara così concepita. Certi inquietanti precedenti dovrebbero indurre a maggiore prudenza, così come altre esperienze sanremesi traumatiche, ad esempio quella del 2004, del Festival di Tony Renis organizzato senza la collaborazione delle major dell'epoca.
E poi: sicuri che, attualmente, nelle selezioni delle canzoni si tenga conto più del personaggio che della proposta? Il cast dell'ultima kermesse è stato molto coraggioso e spiazzante, in tal senso, con tanti nomi non notissimi al grande pubblico, mentre molti veterani ogni anno vengono esclusi, pur essendo volti in grado di bucare lo schermo della tv generalista.
CASE DISCOGRAFICHE IN PRIMO PIANO DA DECENNI - Sorprende anche che si levi alto, oggi, il coro dei lamenti contro lo strapotere delle case discografiche, che a  Sanremo hanno un peso decisivo da tempo immemore, coi suoi pro e i suoi contro. Sui contro non posso pronunciarmi granché, non essendo dentro i meccanismi artistici e "politici" che presiedono alla scelta di cantanti e canzoni per il Festival (scelta che però, per quel che posso intuire dall'esterno, è molto più corretta e trasparente di quanto spesso certi ipercritici vogliano lasciare intendere); i pro sono stati diversi: presenza in Riviera di qualche grosso nome autentico, di cantanti in declino che si son potuti rilanciare, di giovani mandati in orbita (a volte fino a diventare star internazionali), di personaggi di media visibilità che hanno potuto così tenere a galla carriere non esaltanti ma dignitose, e di un gruzzolo di belle canzoni diventate evergreen. Non molto, evidentemente, ma neanche pochissimo.
SUCCESSO E QUALITA'? QUEST'ANNO CI SON STATI... - Oltretutto, anche il messaggio di fondo che sembra di leggere nel lancio di questa petizione è abbastanza discutibile: la proposta di un ritorno della qualità musicale, come se quanto ascoltato negli ultimi anni all'Ariston fosse in larga parte materiale di basso livello. "Pochissimi ricordano, stagione dopo stagione - dicono i "riformisti" - le canzoni che hanno partecipato al Festival, se non addirittura quelle che hanno vinto". 
Anche in questo caso mi par di ravvisare scarso tempismo: dire ciò poche settimane dopo un Sanremo da cui ha preso il volo un tormentone destinato a diventare epocale ("Occidentali's karma"), in cui si è definitivamente consacrato uno dei cantautori emergenti di maggior talento (Ermal Meta), in cui si è rilanciato un ragazzino che pareva bruciato verde (Michele Bravi), in cui si sono avute piacevoli conferme (Moro) e riscoperte (Turci), ecco, pare un po' intempestivo. Ed è anche un po' contraddittorio: perché forse è vero in parte, come dicono, che "i brani che a fine anno ottengono maggior successo quasi mai passano dall'Ariston" (ma credo che a fine 2017 si avranno riscontri diversi: Gabbani è già triplo platino, per dire...), ma se il metro dev'essere il successo discografico, beh, fra i dischi record dell'ultimo lustro ci sono quelli del buon Fabio Rovazzi o, in ambito internazionale, Psy col suo "Gangnam Style". Musica di pregio? Parlare di qualità  nel panorama leggero è argomento scivoloso e troppo esposto ai gusti e alle propensioni soggettive; allo stesso modo, è innegabile che se un singolo lanciato da Sanremo non sfonda in classifica, non vuol dire necessariamente sia brutto: su questo blog, in passato, ho dedicato più di un articolo ai "gioielli sanremesi" rimasti nascosti, belle canzoni non baciate da una fortuna commerciale che avrebbero meritato. 
LAVORARE SULLE STRUTTURE ESISTENTI - In definitiva: il Festivalone, l'ho sempre scritto anche qui, è ben lungi dall'essere la manifestazione musicale perfetta. Ma non è neanche giusto ignorarne i progressi recenti, o vagheggiare rivoluzioni organizzative che snaturerebbero totalmente l'evento, trasformandolo in un'altra cosa. Perché Sanremo ha bisogno dei personaggi, del glamour, della leggerezza. Sanremo "è pop". La musica italiana in generale è forse scaduta di tono nell'ultimo decennio (ma secondo me è in fase di netta ripresa), però il problema non è all'Ariston: è nella ricerca di nuovi ragazzi di valore, affidata in massima parte ai soli talent show con tutti i loro limiti, e nella carenza di autori. Lavezzi e colleghi si concentrino su queste ultime lacune, in prima istanza: il miglioramento del Sanremone verrà poi di conseguenza. Se un difetto si vuol trovare nelle scelte artistiche di Conti, può essere l'eccessiva presenza di interpreti "mainstream" e la scarsa considerazione per quelli di nicchia (che però forse non si sono neanche candidati, chi lo sa). Da questo punto di vista, il duo Fazio - Mauro Pagani del biennio 2013-2014 aveva fatto davvero un bel lavoro, portando alla ribalta gente come Sinigallia, Giuliano Palma, i Perturbazione, Bloody Beetroots, Frankie Hi NRG, Simona Molinari, realizzando un Festival davvero "open". La dimostrazione che si può cambiare marcia e alzare il tiro senza dover necessariamente stravolgere le strutture esistenti. 

giovedì 16 febbraio 2017

FESTIVAL DI SANREMO: CHI PER IL DOPO CONTI? BONOLIS, DE FILIPPI, AMADEUS E ALTRE IPOTESI PLAUSIBILI


Sanremo 2017 è andato in archivio con un bilancio sostanzialmente positivo. Ottimi gli ascolti (in linea con le cifre d'oggidì, ovviamente: i 18 - 20 milioni di spettatori di un tempo sono ormai vette irraggiungibili), buono il livello qualitativo dello show, dignitosissima la proposta musicale. Il brano del trionfatore Gabbani ha in sé le stimmate di un tormentone che ci accompagnerà per diversi mesi e che potrebbe lasciare un segno profondissimo nella storia del pop nostrano; altre canzoni hanno mostrato notevole impatto e grande cantabilità, e a occhio e croce dovrebbero percorrere una lunga strada nelle chart. Però ora si apre una fase oscura, dalle prospettive non facilmente intuibili.
DA UN'ERA ALL'ALTRA - Il passaggio di consegne da un direttore artistico a un altro è sempre un momento delicato, per il Festivalone. In questo caso, però, più di altre volte: chi arriverà dopo Carlo Conti si troverà fra le mani una bella patata bollente. Non solo per i risultati contingenti di cui ho detto in apertura, che pure basterebbero a far tremare i polsi al successore: perché ad esempio, le tre volte che Baudo ha lasciato (1996, 2003, 2008), lo ha fatto dopo edizioni non particolarmente fortunate, quantomeno sul piano dell'Auditel, e chi ne ha preso il posto è dunque potuto partire "dal basso" per tentare di... guarire il malato; e anche Fabio Fazio arrivò in Liguria nel '99 all'indomani di un Festival, quello del trio Vianello - Pivetti - Herzigova, che ottenne una buona audience ma che trapanò l'acqua sul piano musicale; il savonese ebbe quindi carta bianca o quasi per cambiare pelle all'evento. 
SANREMO FUTURIBILE - Il triennio "contiano", si diceva, ha portato in dote alla kermesse ligure molto di più dell'immediato consenso popolare, e l'ho già spiegato in più di un articolo della settimana scorsa: il Festival è entrato finalmente in una nuova era, si è aperto al nuovo in tutte le sue sfaccettature, alla gioventù dei suoi protagonisti, alla contemporaneità nel modo di concepire lo spettacolo, alla tecnologia con lo sfruttamento delle più avanzate piattaforme digitali. Non si può tornare indietro, da una gestione come questa. Chi arriverà sul ponte di comando, dovrà avere prima di tutto il coraggio dell'umiltà, ossia riconoscere l'immenso lavoro fatto dal predecessore e cercare di non snaturare la macchina - Sanremo, che ha bisogno di ritocchi e aggiustamenti, non di sconvolgimenti. Perché la "formula Conti" ha prodotto un Sanremo quasi ideale, rispettoso della tradizione ma proiettato in avanti, aspetto quest'ultimo che è emerso particolarmente con l'edizione appena conclusa. 
DE FILIPPI? IDEA SUGGESTIVA MA DI ARDUA APPLICAZIONE - Eccoci dunque al punto: chi, dopo il toscanaccio? La scelta è meno facile di quel che sembri, il quadro intricato assai. Ad esempio, la tendenza degli ultimi anni, assolutamente condivisibile, è parsa quella di affidarsi a risorse interne Rai, di utilizzare il potenziale di idee e talento dell'azienda; tuttavia, proprio l'ultimo Festival ha visto schierarsi in palcoscenico, accanto al vero "gran cerimoniere", il volto simbolo della concorrenza Mediaset, nonché figura di grande rilievo e influenza anche nel mondo discografico, visto il ruolo centrale conquistato negli anni da "Amici", il talent griffato Maria De Filippi. 
Ergo, mai dare le cose per scontate. E a proposito di volti Mediaset, quella della stessa Maria è una ipotesi da prendere in considerazione, anche se affidarle il ruolo organizzativo più importante sarebbe un salto in avanti un tantino azzardato, da parte dell'ente tv di Stato: qualcosa di più di una semplice pax televisiva, un notevole stravolgimento delle consuetudini della concorrenza catodica. Senza contare poi che per Maria si creerebbe una situazione di notevole imbarazzo, visto che ormai la presenza in gara a Sanremo di giovani provenienti dal suo "vivaio canoro" è la normalità.
PERPLESSITA' SU BONOLIS - Si è parlato molto di Paolo Bonolis, che rimane una candidatura attendibilissima ma che personalmente mi lascia un po' perplesso. Vero, i suoi due Festival (2005 e 2009) sono stati due successi, entrambi storicamente fondamentali, perché giunti a resuscitare la kermesse dopo edizioni deludenti al punto da averne messo in discussione l'esistenza stessa. Nel frattempo, però, il popolare conduttore ha intrapreso una strada televisiva essenzialmente legata a un intrattenimento fin troppo leggero e caciarone: legittimo, ci mancherebbe, ma il Sanremo, per come è diventato in questi anni, avrebbe bisogno di qualcosa di più, o comunque di diverso. Da ricordare comunque che, in entrambe le occasioni citate, accanto a Bonolis fu presente la fondamentale figura di Gianmarco Mazzi: quest'ultimo gestì il Festivalone anche dal 2010 al 2012, e fu il primo a portare una decisa ventata di rinnovamento nell'obsoleto e stanco carrozzone rivierasco, a traghettarlo nel ventunesimo secolo, rinfrescando gli schemi dello show e favorendo il progressivo svecchiamento del cast di cantanti.
DA MAZZI A CECCHETTO, LE SCELTE POSSIBILI - Ecco, quella di Mazzi, manager contestato ma sempre vincente in Riviera, sarebbe una figura da prendere seriamente in considerazione, nonostante al termine della sua ultima esperienza, nel 2012, avesse detto di aver esaurito le idee applicabili al Festivalone. Ma in cinque anni si cambia e di idee possono esserne spuntate di nuove.... Oltretutto, risolverebbe un problema non da poco, quello di dover reperire un padrone di casa che possa occuparsi anche della direzione artistica, in particolare delle selezione di artisti e canzoni. Carlo Conti, e prima di lui Pippo Baudo, avevano i titoli per farlo, essendo uomini di musica oltre che di tv, ciascuno con la propria cultura e il proprio percorso. Ma non vedo nessun professionista in giro con caratteristiche simili: Federico Russo, forse, ma è un po' troppo giovane e inesperto per accollarsi il doppio ruolo (organizzatore e presentatore); l'identikit più attendibile, in tale ottica, sarebbe quello di Amadeus, che oltretutto nell'ultimo anno ha saputo ritagliarsi spazi sempre più ampi come anchorman di buona presa. Da tenere d'occhio... Tornando invece a personaggi chiamati ad esercitare unicamente il ruolo di direttore artistico, nomi interessanti potrebbero essere quelli di Mauro Pagani, Pino Donaggio (che l'hanno già fatto in passato) o, perché no, Linus e Claudio Cecchetto, più volte giurati di qualità all'Ariston (e Claudio anche presentatore del Festival per tre volte, all'inizio degli anni Ottanta).
NO A GILETTI. FRIZZI E I GIOVANI - Da escludere recisamente, per il ruolo di conduttore, Massimo Giletti: fa un altro tipo di televisione (che mi piace zero, ma non è questo il punto), lo vedo inconciliabile con la manifestazione ligure. Di Fabrizio Frizzi ho più volte scritto: il suo momento d'oro fu negli anni Novanta (col travolgente successo di "Scommettiamo che...", in coppia con Milly Carlucci), ma all'epoca le porte di Sanremo gli furono sbarrate prima dal lungo regno di Baudo, poi da scelte discutibili della Rai che preferì puntare su volti Mediaset come Mike Bongiorno e Raimondo Vianello. Negli ultimi anni ha acquisito spigliatezza e sicurezza, però continuo a vederlo poco adatto a gestire una macchina complessa come quella della rassegna canora: gli manca l'esperienza recente di un grosso show, a parte Telethon, che è sicuramente un impegno improbo ma ha caratteristiche del tutto diverse da Sanremo. Esperienza che invece possiede Milly Carlucci, grazie alla pluriennale guida di "Ballando con le stelle".
Tornando ai giovani, non è che ve ne siano molti in rampa di lancio: si è parlato prima di Federico Russo, il più vicino alla meta festivaliera (ne ha curato l'anteprima in occasione della recente edizione), poi ci sarebbero Alessandro Cattelan e il bravo Nicola Savino, mentre Mika, pur reduce dall'ottima affermazione col suo show su Rai 2, mi pare una candidatura al momento un tantino rischiosa. Fiorello? Grossissimo nome, inutile dirlo, ma con l'incognita di una certa idiosincrasia per il piccolo schermo, ove le sue apparizioni sono sempre centellinate, e per lo stesso Festival, dove, dopo la parziale delusione del 1995 (quando partì favorito per arrivare "solo" quinto), si è fatto vedere solo un paio di volte come ospite. E un istrione così sarebbe di certo uno spettacolo nello spettacolo, che però concentrerebbe tutta l'attenzione su di lui, sviandola dal concorso, ciò che invece Sanremo deve cercare di evitare.
BAUDO: PRO E CONTRO - Capitolo Baudo: da solo o abbinato ad altri, mi pare francamente da escludere. Come conduttore non lo vedo più in grado di reggere oltre venti ore di diretta in cinque giorni, più conferenze stampa e altri impegni collaterali; come direttore artistico... Beh, son passati nove anni dalla sua ultima comparsa in tale ruolo, e non fu un buon Festival, forse mai come in quel momento vicino alla sparizione, dopo il rischio corso negli anni Settanta.
Da allora, Sanremo è cambiato profondamente nella sua struttura di spettacolo, ed è cambiato il panorama pop italiano, con riflessi profondi anche sulla composizione del cast di partecipanti alla kermesse. Non sono sicuro che il Pippo nazionale possa essere in grado di recepire e fare propri tali profondi fremiti di rinnovamento: dal 2008 ad oggi ha fatto pochino, in Rai (non per colpa sua, sia chiaro, quanto per scelte editoriali), e quel poco lo ha visto nella trincea della difesa della "bella televisione che fu", come dimostra ampiamente la sua ultima "Domenica in...", all'insegna della nostalgia e dei canoni, rispettabilissimi, del varietà e dell'entertainment del passato.
Non è neanche detto che affiancargli co - organizzatori giovani e rampanti sia la scelta migliore, perché il Baudo degli anni più gloriosi (i Novanta) ha sempre gestito il colosso Festival in primissima persona, imprimendovi la sua firma a chiare lettere, mettendoci tantissimo di suo, come era giusto che fosse; poi, nelle sue ultime quattro edizioni (2002, 2003, 2007 e 2008) era tornato a farsi affiancare da una commissione di esperti per la selezione dei brani, mentre a livello televisivo quei Sanremo avevano comunque avuto un'impronta sostanzialmente classicheggiante, liturgica, da "Messa cantata", come lui stesso amava definirla. Ma come detto, dopo quanto accaduto in questi anni e soprattutto la settimana scorsa, non si può tornare indietro. Il che non vuol dire che non possa accadere, anzi: la storia di Sanremo purtroppo è stata spesso questo, un passo avanti e due indietro. Ma proprio ora che il Festivalone ha finalmente trovato una nuova dimensione e una precisa collocazione nel panorama musicale e mediatico nazionale, sarebbe un grave errore.

AGGIORNAMENTO: giusto per rendere esauriente questo primo quadro d'assieme, amici su Facebook mi suggeriscono come ulteriore alternativa il ritorno di Gianni Morandi. Certo plausibile, ma con qualche riserva: nel 2011-2012 rappresentava una stuzzicante novità in chiave di conduzioni sanremesi, e comunque era un cantante che poco tempo prima aveva dimostrato buona adattabilità al piccolo schermo (dopo altre felici esperienze in tal senso a cavallo fra gli anni Settanta e gli Ottanta). Oggi quella duplice spinta propulsiva non avrebbe più grosso peso. Altra cosa: Morandi da solo nel doppio ruolo o, come all'epoca, affiancato dalla rassicurante figura di Mazzi, citato in questo articolo? In ogni caso è una candidatura che ci sta, anche alla luce degli ottimi consensi di audience registrati a suo tempo, pur se, come presentatore, non mi fece delirare per l'entusiasmo. Vedremo. 

domenica 12 febbraio 2017

FESTIVAL DI SANREMO 2017: IL PAGELLONE DEI "CAMPIONI". PAOLA TURCI SU TUTTI


Il classico pagellone dei Big chiude la settimana sanremese del blog. Cantanti e canzoni sono elencati in ordine di classifica, dal primo in giù. 
FRANCESCO GABBANI - "Occidentali's karma": il vincitore del Festival riesce in un'impresa titanica: bissare un tormentone a soli dodici mesi di distanza. Quello di quest'anno pare inoltre più elaborato e complesso rispetto ad "Amen". Il testo, pur sferzante e ironico, è tutt'altro che demenziale e nonsense, l'arrangiamento è curatissimo, contemporaneo ma con vaghe reminiscenze di un qualche sound anni Ottanta, almeno così mi è parso. VOTO: 8. 
FIORELLA MANNOIA - "Che sia benedetta": brano dalla scrittura cantautoriale, tutto sommato classicheggiante, che trova il suo valore aggiunto nel testo e nell'interpretazione moderatamente enfatica della "rossa", protagonista di un ritorno convincente sul palco dell'Ariston. Poteva anche vincere, ma in fondo è giusto che il trofeo sia andato a un brano e a un interprete più "futuribili". VOTO: 7. 
ERMAL META - "Vietato morire": ecco un altro emergente che, dopo solo un anno, ha ottenuto una fragorosa conferma, restando fedelissimo allo stile che lo impose nelle Nuove proposte. Testo crudo e diretto nelle strofe, con aperture alla speranza nel refrain e nella chiusa, su un tappeto sonoro incalzante, a tratti drammatico, in un mix fra parole e musica efficace e al passo coi tempi. Anche lui sarebbe stato un degno vincitore. VOTO: 8. 
MICHELE BRAVI - "Il diario degli errori": devo essere sincero: non mi ha convinto all'inizio e non mi convince tuttora. A parte il fatto che non è un "Campione", ha sfoderato una buona tenuta del palco e una voce di grana notevole, ma il pezzo mi pare tutto sommato banale nella tessitura musicale, e il testo, pur dicendo cose anche "pesanti" e scavando nel vissuto, non brilla per maturità compositiva. Il quarto posto è un premio eccessivo. Michele è probabilmente il primo Youtuber a farsi largo con onore nella categoria regina di Sanremo. Anche questo è un segno dei tempi. VOTO: 5,5. 
PAOLA TURCI - "Fatti bella per te": per quanto mi sforzi, non riesco a trovare alcuna sbavatura nella splendida performance sanremese di "Paoletta". Impeccabile e trascinante nelle sue esibizioni, e con una canzone del tutto in linea coi gusti e le tendenze attuali, dal ritmo energico e sostenuto, con un testo profondo e che va dritto al cuore, un inno alla bellezza delle donne nel senso più pieno e ampio del termine, una bellezza che vola al di sopra del tempo che passa e degli incidenti della vita. Un'altra artista che avrebbe meritato il massimo alloro, e non sarebbe stato un premio alla carriera, perché, lo ripetiamo, la canzone è "à la page" e lei è ancora in pista con vigore e tante idee. VOTO: 9. 
SERGIO SYLVESTRE - "Con te": il ragazzone ha messo la sua possanza interpretativa al servizio di un brano fin troppo antico nella costruzione, direi "sanremese" nel senso più "nostalgico" del termine, impreziosito dal coretto gospel nel finale. Ma per puntare alla vittoria, e a una lunga carriera canora, ci vuole qualcosa di più ficcante. VOTO. 6+. 
FABRIZIO MORO - "Portami via": il Moro delle ballad poetiche, intense e sentimentali è quello che si fa preferire. Con questa, rinfresca il ricordo della bella "Eppure mi hai cambiato la vita" che portò fino al terzo posto a Sanremo 2008. La sua particolarissima grinta vocale, che spezza l'andamento inizialmente soffuso del brano, dà il tocco in più. VOTO: 7.
ELODIE - "Tutta colpa mia": lo interpreto come un dichiarato, palese omaggio alla più tipica canzone "da Sanremo". Erano anni, vado a memoria, che su quel palco non si ascoltavano proposte in cui la parola "amore" fosse presente in maniera così massiccia e ridondante: forse dai tempi di "Amore amore" di Marisa Sannia, edizione '84, ma quella era composizione ben più leggerina. Elodie ha comunque ben impressionato, riuscendo ad unire perizia tecnica a calore della voce, al contrario di altri ragazzi usciti dai talent, perfettini ma che non trasmettono emozioni. E' una su cui insistere. VOTO: 6 +.  
BIANCA ATZEI - "Ora esisti solo tu": in vistosa crescita, al secondo tentativo sanremese. Voliamo al di sopra delle critiche e dei dubbi (legittimi) sulla sua autentica caratura di Big, e parliamo di una prestazione tutto sommato dignitosa e di una canzone, pur se non originalissima, di grande effetto, grazie alla sapienza di Kekko Silvestre nel cesellare pezzi che "arrivano" subito; affascinante la salita di tono e l'esplosione nel ritornello. Nulla di eccezionale, insomma, ma si fa ascoltare senza scandalo. VOTO. 6,5. 
SAMUEL - "Vedrai": il backgrund del frontman dei Subsonica si riconosce subito, in questo brano contemporaneo pur se debitore di sonorità a cavallo fra ventesimo e ventunesimo secolo. Una ventata di ritmo in una edizione in cui anche molti cantanti emergenti hanno riscoperto la morbidezza delle melodie all'italiana. L'ingresso nella top ten finale non era scontato. VOTO: 7. 
MICHELE ZARRILLO - "Mani nelle mani": un buon ritorno dopo anni duri anche sul piano personale (un serio problema di salute ottimamente superato), una canzone totalmente nel suo stile romantico, ben costruita ma che necessita di più di un ascolto. Ha un difetto: manca del "colpo in più" da Serie A, quello che avrebbe potuto riportare Michele al top del gradimento come, ad esempio, capitò a Fausto Leali col boom di "Io amo", giunto dopo un lungo periodo oscuro. Ma la luce dell'artista ispirato non si è comunque spenta.  Continuerà a far innamorare giovani e meno giovani. VOTO: 6,5. 
LODOVICA COMELLO - "Il cielo non mi basta": ha pagato dazio all'emozione nelle prime uscite, per poi venire fuori alla distanza, fino all'ineccepibile performance nella serata finale. Mi aspettavo da lei una canzone più frizzante, anche pensando al suo precedente singolo "Non cadiamo mai", invece ha sposato una linea melodica tradizionale ma di taglio tutto sommato in linea coi tempi, con l'apertura nel ritornello che dà al tutto la giusta dose di cantabilità. Proposta quindi non trascendentale, ma con una sua dignità. La ragazza vale e ne sentiremo parlare a lungo. VOTO: 6 +. 
MARCO MASINI - "Spostato di un secondo": pezzo meno immediato e diretto di quello che ce lo ripropose su ottimi livelli nell'edizione 2015, ma che alla lunga viene comunque fuori. La costruzione del brano è tutt'altro che banale, con quel racconto di vita quasi a perdifiato nelle strofe e col sostegno del solito refrain di ottima presa. Masini è uno che, pur non tradendo mai la sua linea compositiva, cerca sempre di inserire qualche moderato guizzo innovativo nelle sue produzioni, riesce a non restare indietro pur senza rinnegarsi. VOTO: 6,5. 
CHIARA - "Nessun posto è casa mia": come accennato nell'articolo di questa mattina, più della canzone, di stampo classico e di una certa eleganza ma non particolarmente penetrante, conta la prestazione della giovane, che ha mostrato maggiore maturità e consapevolezza artistica, in definitiva una maggiore credibilità che ha spazzato via certi dubbi del passato, legati soprattutto a una certa "freddezza" nel proporsi. Vale la pena investire su di lei. VOTO: 6,5. 
ALESSIO BERNABEI - "Nel mezzo di un applauso": non è un fuoriclasse né lo sarà mai, ma c'è stato un accanimento eccessivo nei suoi confronti. La proposta mi è parsa pure un tantinello migliore rispetto a quella  del 2016. E' una dance che funziona, un genere nel quale Alessio sta specializzandosi. Nulla di male. VOTO: 6 +. 
CLEMENTINO - "Ragazzi fuori": il livello è lo stesso dell'anno scorso, discreto e nulla più. Impegno di grana grossa, fra retorica e buoni sentimenti, niente cattiveria da rapper. La canzone inizia col refrain, che si fissa così più facilmente in testa. VOTO: 6. 

ELIMINATE
AL BANO - "Di rose e di spine": una romanza di matrice tradizionale, costruita apposta per esaltare le doti vocali del veterano pugliese che, però, nella prima uscita non è stato particolarmente a fuoco, per poi migliorare. VOTO: 6 -. 
GIUSY FERRERI - "Fa talmente male": con quelle di Gabbani, Turci, Samuel e Bernabei, la canzone più radiofonica dell'edizione. Funzionerà, ed è strano che non abbia funzionato anche nella settimana festivaliera: forse qualche intoppo di esecuzione la sera del debutto, ma la proposta è di gran sostanza e un posticino nella finalissima l'avrebbe meritato. VOTO: 7. 
GIGI D'ALESSIO - "La prima stella": melodia old style senza particolari slanci, tipicamente "dalessiana", ma con un testo sentito e commovente. Una decina d'anni fa sarebbe stata da podio, ma farà la sua strada fuori dall'Ariston. VOTO: 5,5. 
RON - "L'ottava meraviglia": sottovalutato. Il refrain è all'altezza delle sue espressioni migliori del passato, struggente ed evocativo. Era da finale. VOTO: 6,5. 
NESLI E ALICE PABA - "Do retta a te": buon impasto vocale per una proposta convenzionale, orecchiabile, che fa molto Sanremo anni Novanta ma che è apparsa tutto sommato di scarsa consistenza. VOTO: 5,5. 
RAIGE E GIULIA LUZI - "Togliamoci la voglia":  testo audace e accoppiata che funziona sia come mix di voci sia come resa complessiva sul palco, ma sound solo in apparenza moderno, in realtà un rap all'acqua di rose un tantino obsoleto. VOTO: 5,5. 

SANREMO 2017: CON IL TRIONFO DI GABBANI INIZIA L'ERA 2.0 DEL FESTIVALONE. E CONTI LASCIA UN'EREDITA' PESANTISSIMA


E’ stato fino in fondo il Festival della gioventù, del nuovo in poderosa avanzata, delle forze fresche che hanno preso definitivo possesso della più importante ribalta canora nazionale. Lo si era detto già in sede di presentazione, su questo blog, sottolineando la peculiarità di un cast di Big (o Campioni che dir si voglia) mai così aperto alla nouvelle vague della nostra canzone. Il trionfo di Francesco Gabbani ha semplicemente chiuso il cerchio, assurgendo a simbolo di un’era sanremese che può dirsi, ora, definitivamente iniziata. L'era del Sanremo 2.0. 
NUOVA DIMENSIONE - E’ un trionfo dalle molteplici implicazioni, quello del ragazzone toscano, al di là dei record abbattuti: primo campione delle Nuove proposte ad imporsi fra i Big a un solo anno di distanza, prima canzone ironica e scanzonata (non demenziale, attenzione) a trionfare nella categoria regina (c’erano andati vicini Arbore nell’86 e gli Elii in due occasioni, 1996 e 2013. "Chi non lavora non fa l'amore" del '70 ci si avvicina ma è un caso diverso, è una canzone dai contorni più indefiniti, vagamente politica, vagamente scherzosa). Ma non è solo questo: con Gabbani, ripetiamo, Sanremo archivia definitivamente un capitolo della sua storia e si fionda a pieno titolo nell’età contemporanea. Non può essere un caso che un pezzo come “Occidentali’s karma” conquisti la medaglia d’oro nell’anno in cui la kermesse ligure ha finalmente preso pienamente, totalmente coscienza delle proprie potenzialità multimediali, ed ha così invaso massicciamente web, social e altre piattaforme tecnologiche, a livelli mai visti prima. Il Festival del 2017 è il Festival che si volta indietro non con nostalgia ma con rispetto, che sa dare ancora chance a veterani che abbiano qualcosa da dire, ma che tiene in sempre più grande considerazione le generazioni di musicisti emergenti, e tutti coloro che seguono e sostengono questi musicisti. 
L'IMPORTANZA DI "SANREMO GIOVANI" - Gabbani primo, ed Ermal Meta terzo: anche questo è un segnale di grandissimo peso. Sono le due rivelazioni di Sanremo 2016, che hanno poi continuato con soddisfazione il loro cammino nei mesi successivi per ripresentarsi alfine in Riviera come Big a pieno titolo. E’ un evidente messaggio di vitalità che giunge dal vivaio sanremese, proprio sul filo di lana di un'edizione in cui la sezione Nuove proposte, lo scrivevo ieri, ha un po' segnato il passo. Ma la categoria dei debuttanti (o quasi) rimane una colonna della macchina – Festival: non va gettata alle ortiche, va solo ripensata e migliorata, partendo dalle basi, ossia da un più accurato lavoro di scouting che strizzi meno l’occhio ai ragazzi passati dai talent televisivi, per riservare maggior attenzione a chi ha fatto la gavetta percorrendo altre strade. Solo così il girone che ha dato i natali a tanti vip del pop nostrano potrà non scadere a brutta copia dei vari “Amici” ed “X factor”, e riconquistare una propria precisa identità. 
LA SPLENDENTE PAOLA TURCI - Il 67esimo Sanremo, si diceva, ha puntato sul nuovo senza lasciare indietro chi ha già alle spalle carriere luccicanti e bacheche piene di allori: fra Gabbani e Meta si è inserita Fiorella Mannoia, favoritissima della vigilia ma infine anche lei travolta dall’onda giovane. Ma questo Festival ha avuto soprattutto il volto pulito, brillante, energico di una Paola Turci che ha toccato vette sublimi, splendida nella sua maturità professionale e umana, emozionante, capace di emanare, dal palco, una luce speciale, come solo i fuoriclasse della musica sanno fare. E’ arrivata con un progetto solido, sentito, vissuto, e ha fatto breccia nel cuore del pubblico. Ci fosse stato un podio “allargato”, Paoletta avrebbe dovuto trovarvi spazio, invece è stata relegata “solo” al quinto posto, per via dell’incomprensibile quarta posizione raggiunta dall’incolore proposta di Michele Bravi, uno dei periodici misteri sanremesi al quale ho ormai fatto il callo, ma che ha sparso un po’ il sale della delusione sulla coda di una kermesse invece riuscitissima in molte sue espressioni. 
TUTTI I BIG "SUL PEZZO" - La finalissima è risultata ritmata e scorrevole perlomeno fin quando si è trattato di far sfilare i sedici finalisti. I quali si sono espressi tutti su livelli medio - alti: anche chi aveva parzialmente deluso nelle precedenti uscite questa volta non ha steccato, penso ad esempio a Lodovica Comello, che dopo qualche incertezza all'esordio è progressivamente salita di tono regalando, ieri sera, una performance impeccabile. Si è vista una Chiara più matura e credibile: il suo pezzo non farà magari breccia sul mercato, ma lei ha dimostrato finalmente di avere acquisito consapevolezza dei suoi mezzi artistici e di poter reggere con assoluta dignità ribalte così impegnative; è uno di quei casi in cui la prestazione individuale ha un significato maggiore, in prospettiva, rispetto al valore della canzone presentata, comunque non disprezzabile. 
L'INCIDENTE DI ALESSIO - Anche Samuel dei Subsonica può dirsi comunque soddisfatto, avendo portato nella top ten conclusiva un genere certo non ostico né elitario, ma che non sempre ha ottenuto adeguati riconoscimenti in terra ligure. In crescendo pure Alessio Bernabei, vittima di critiche fin troppo accanite ma anche di un incredibile incidente tecnico (sfuggito quasi a tutti), una telecamera che l'ha investito in pieno volto nel corso di un cambio di inquadratura: il giovanotto ha continuato a cantare con non chalance, dimostrando così di saper far fronte ai più assurdi imprevisti "on stage". Il trionfo di Gabbani è maturato anche sulle ali di una performance di notevole impatto visivo, grazie alla preziosa spalla della "scimmia" (citata più volte nel testo), ma la sua coreografia non è stata decisiva: ormai il pubblico è abituato a queste trovate, e del resto uguale peso specifico hanno avuto esibizioni più sobrie ma di grandissima forza emotiva, come quella della citata Turci o della stessa Mannoia, la quale basta a se stessa con una presenza scenica di gran carisma. Altre considerazioni sui brani le rimando a un eventuale pagellone da stilare in giornata. 
BRODO ALLUNGATO - Si diceva dello show: fluido durante lo svolgimento della prima fase del concorso, poi un brodo allungato all'inverosimile come in certe edizioni del passato recente, caratterizzate da una penuria assoluta di concorrenti e quindi dalla necessità di riempire in qualche modo gli spazi televisivi. E' arrivato di tutto, sul palco: dal prezzemolino Cracco (che nel citare la sua "canzone di Sanremo" ha scambiato Luis Miguel con Miguel Bosè, complimenti) a una sconosciuta modella francese di origini italiane, di cui si poteva fare benissimo a meno.
E' stato invece piacevole rivedere all'Ariston, dopo ben quattordici anni, un Montesano la cui comicità un po' demodé risulta pur sempre gradevole, e tutto sommato anche una Geppi Cucciari decisamente a fuoco, capace di passare attraverso vari registri, ironia leggera (il monoscopio come controprogrammazione al Festival da parte di Canale 5...), sarcasmo sferzante e serietà assoluta nel condannare certe derive giornalistiche di marca sessista. Zucchero, in due fasi diverse, ha regalato momenti di grande spessore artistico, del resto è un fuoriclasse del "live" e in tale dimensione dà il meglio di sé, da sempre. Ho trovato invece superflui il balletto Tim (vabbè, era lo sponsor unico...) e soprattutto la solita voce fuori campo di una Mina sempre alla larga dalle telecamere, e il cui mito dell'invisibilità e dell'inavvicinabilità comincia a risultarmi fastidioso.  
L'EREDITA' DI CONTI - In totale, cinque ore di spettacolo, delle quali una, almeno, era assolutamente evitabile. Quest'anno si è davvero ecceduto nei passaggi promozionali pro Rai, mentre si può segnalare un'altra "quasi novità": un brano escluso nella fase di selezione dei Big proposto comunque in sede sanremese, nel caso specifico "Pace" del duo Amara - Paolo Vallesi, sentito a notte fonda. E' accaduto pochissime volte nella storia della rassegna, forse solo con Frassica l'anno scorso e con Papaleo nel 2012. Il caso Povia fu diverso, in quanto "I bambini fanno oh" venne esclusa per motivi tecnici (non era inedita, se non ricordo male) e non per una scelta artistica della commissione d'ascolto. Resta una considerazione "a caldo": se Sanremo è entrato... nel futuro, ora sulla kermesse pesa la pesante incognita dell'addio di Conti. Inevitabile, perché di Baudo ce n'è uno solo e dopo tre anni così intensi ci sta di volersi prendere una pausa. Ma non è un passaggio di consegne come tanti altri del passato: l'anchorman toscano ha lasciato un'impronta tangibile, pesante, decisiva nel DNA della manifestazione, ha lanciato una "formula Festival" che, strizzando l'occhio al passato, ha saputo cogliere gli input del presente e proiettarsi in avanti. Il suo è stato un Sanremo "music - show" moderno, evento non più solo per un pubblico dai quarant'anni in su, un format dal quale non si potrà più tornare indietro. Chi potrà raccogliere una così pesante "eredità"? 

sabato 11 febbraio 2017

SANREMO 2017 VERSO LA FINALE: MANNOIA, META, TURCI E GABBANI IN PRIMA FILA, MA...


Sulla bocca di tutti c'è un poker di nomi: Mannoia, Turci, Meta, Gabbani. Alla vigilia della finalissima di Sanremo 2017, mi riesce difficile pensare a un vincitore diverso da quelli citati. Dopo il secondo ascolto del venerdì, i loro brani sono quelli che più nitidamente si stagliano sopra gli altri. E' un poker in cui c'è tutto ciò che il minestrone festivaliero deve offrire: tradizione e modernità, melodia e ritmo, leggerezza e impegno, pop sfrenato e taglio cantautoriale. Uno sguardo piuttosto attendibile, pur se non completo, sul panorama musicale nostrano della fase storica in corso. Sono anche, forse, i quattro brani più intensi ed elaborati, sul piano della scrittura dei versi: l'inno alla vita di Fiorella, Paoletta all'apice della maturità con le sue riflessioni sulla necessità di volersi bene e sulla bellezza che vola al di sopra del trascorrere del tempo, Ermal con una storia cruda di violenza che apre però orizzonti di speranza, ma anche il brillante guazzabuglio testuale del vincitore delle Nuove proposte 2016, sostenuto da un tappeto sonoro energico e trascinante. 
PIU' ATTENZIONE AI TESTI - Quattro canzoni che dimostrano come, in questa edizione, ci sia stata una maggiore attenzione ai testi, magari sacrificando qualcosa all'orecchiabilità. Una considerazione che vale anche per altre composizioni in gara, ma forse le quattro di cui si parla sono quelle che maggiormente hanno saputo sposare parole e musica in un mix efficace e accattivante. Mannoia favorita, ma non favoritissima, e sinceramente non mi stupirebbe un sorpasso da parte di qualcuno degli altri, le cui quotazioni sono state in continuo crescendo da martedì in poi. Certo, stiamo ragionando "al buio", in quanto nulla sappiamo di numero di voti, di percentuali e di distacchi maturati in queste serate, dati che potrebbero fornire appigli più oggettivi per stilare pronostici. In questo senso, non sono da sottovalutare altre alternative ai favoritissimi: i nomi più interessanti, in tal senso e a mio avviso, sono quelli di Elodie, Sergio Sylvestre, Fabrizio Moro, Chiara e Lodovica Comello. 
GLI OUTSIDERS - Vediamo perché, brevemente: la trionfatrice di X Factor 2012 sembra finalmente essere uscita dal bozzolo, si è presentata in vesti convincenti e nitide dopo i primi due approcci sanremesi (2013 e 2015), donando la sua voce cristallina ma non più fredda a un brano di stampo classico e di grande eleganza; tradizionale anche la proposta di Sylvestre, che non spicca per originalità ma è impreziosita dalla sua notevole possanza interpretativa; quello di Elodie è un dichiarato, palese omaggio alla tipica canzone "da Sanremo", parla di amore in modo ridondante e semplice come da tempo non accadeva, ed è rafforzata da una performance che riesce a unire perfezione tecnica e calore; nessun guizzo innovativo nemmeno da parte della teen idol di scuola Disney, che però ha una "Il cielo non mi basta" dal refrain che colpisce subito nel segno; infine, l'intensa ballata di Fabrizio Moro, che ne conferma la vena di autore assolutamente moderno, capace di arrivare al cuore con versi scarni e diretti, eppure pieni di poesia. 
PIU' CLASSICO CHE MODERNO - Quest'ultimo elenco dimostra come sia stato, sul piano musicale, un Sanremo che ha strizzato l'occhio alla tradizione italiana più di quanto fosse preventivabile alla vigilia, soprattutto in rapporto alla giovane età di molti Big e ai loro trascorsi: dalla Comello, ad esempio, era lecito attendersi sonorità più vigorose. Alla fine, però, il livello medio non mi pare essere stato malvagio. Non vanno dimenticati ad esempio un Samuel rispettoso del suo percorso artistico e assolutamente al passo coi tempi, nonché un Masini meno immediato ma pur sempre incisivo. Ma in tutti i finalisti c'è qualcosa da salvare, anche in quelli più bersagliati dalla critica: Clementino si è mantenuto sul dignitoso standard di dodici mesi fa, Bernabei ha confermato di saper dare il meglio nel genere dance - anni Duemila, mentre ho visto in crescita Bianca Atzei, toccata dalla grazia della sapiente penna di Kekko Silvestre, il quale, piaccia o meno, nel pop easy listening à la page ci nuota con perizia assoluta. 
IL PIANTO DI BIANCA - Mi ha un po' lasciato interdetto, semmai, il pianto che ha scosso la giovane interprete milanese nel bel mezzo della sua performance di ieri, cosa insolita in senso assoluto e mai vista, almeno a mia memoria, in sede di Festivalone (forse accadde a Nada nel '71, ma fu una riesecuzione post vittoria, con "Il cuore è uno zingaro"). Tendenzialmente credo sempre nella genuinità dei cantanti, e, chissà, si è forse trattato di uno sfogo spontaneo, arrivato nel momento meno opportuno (nel senso che ha rischiato di interrompere l'esibizione), nei confronti di un pubblico che ancora non è riuscito a capirla appieno. Spero per lei che questa sua partecipazione riesca ad abbattere tale muro di diffidenza. Fra gli esclusi, spiace soprattutto per Giusy Ferreri, che ha lanciato un brano di grande presa radiofonica e che, perlomeno nelle ultime due uscite, non mi è parsa così sottotono come dipinta da molti, e poi per Ron, la cui struggente ballad non è tanto lontana dalle vette delle sue migliori espressioni. 
NUOVE PROPOSTE: COSI' COSI' - La serata di ieri ha anche chiuso il girone delle Nuove proposte, con la vittoria di Lele che era diventata forse la più prevedibile, in una gara impoverita dalla "strage di favoriti" operata sistematicamente dalle giurie fin dal dicembre scorso. Prima era toccato all'orecchiabilissima Chiara Grispo e ai brillanti ed estrosi La Rua e The Shalalalas, e in questi giorni sono caduti prima Marianne Mirage e poi il frizzantino Tommaso Pini; tolto il brano un po' obsoleto di Leonardo La Macchia, restavano il cantautorato non banale di Maldestro e quello rabbioso ma un po' convenzionale di Francesco Guasti a sbarrare la strada al giovane napoletano, la cui "Ora mai" ha taglio contemporaneo e buona cantabilità. Resta però la sensazione che "Sanremo giovani 2017" abbia fatto segnare un passo indietro, sul piano della credibilità di una categoria che molti vorrebbero abolire, e che invece appena un anno fa aveva dimostrato la sua vitalità e la sua importanza per il futuro del Festivalone, visti i risultati ottenuti da Gabbani e da Meta sia nei mesi scorsi sia in questa settimana ligure. Il prossimo direttore artistico dovrà concentrare molte delle sue energie su questo settore fondamentale della macchina Festival. 
SHOW PIU' "POVERO" - Commozione della Atzei a parte, la serata di ieri è stata talmente piena di musica da aver lasciato uno spazio relativamente ridotto alle attrazioni extra. Sul fronte della qualità dello show, in generale, è parsa meno brillante rispetto al giovedì delle cover, che aveva invece fatto registrare una marcata salita di tono rispetto all'analoga serata dell'edizione precedente. Maurizio Crozza alterna buoni monologhi ad altri dimenticabili: quello di ieri rientrava nella seconda categoria, mentre il giovedì aveva fatto centro soprattutto con la perla di un Papa Francesco profondo conoscitore delle dinamiche interne dei Subsonica (!), finezza che a molti è sfuggita. 
Di Virginia Raffaele non ce n'è mai abbastanza, e ieri sarebbe stato bello averne una presenza più continuativa nell'arco delle oltre quattro ore di diretta (anche se la "sua" Sandra Milo avrebbe bisogno di una messa a punto), mentre è stato troppo lo spazio concesso a Marica Pellegrinelli, giovane consorte di Eros Ramazzotti. Mi ha fatto piacere, questo sì, sentire sul palco dell'Ariston uno dei miei brani preferiti di sempre, "Take my breath away", nell'omaggio al giurato Giorgio Moroder; forse si sta un po' esagerando con i passaggi simil pubblicitari per i nuovi prodotti Rai (ieri erano in pista la pur gradevole Antonella Clerici e Luca Zingaretti). 
IL CULTO DEL LAVORO - Riguardo a Maria De Filippi (brava, per carità, ma mi sfuggono davvero le ragioni dell'entusiasmo popolare per lei e per il suo stile di conduzione), mi pare abbia perso un po' di mordente dopo il promettente inizio, tornando ad essere sovrastata dalla guida sobria ma sicura di Carlo Conti. Le sue finestre dedicate al sociale non sempre sono state "a fuoco": eccellenti le vetrine dedicate ai vigili e ai volontari anti - terremoto martedì, e a nonno e nipote sopravvissuti alla strage di Nizza, ieri, un po' meno quella al lavoratore siciliano che non ha mai fatto assenze, perché, dal mio personalissimo punto di vista, chi rinuncia perfino alle ferie non può essere additato a modello per la Patria intera: le ferie sono un diritto e, suvvia, non si può vivere per lavorare. Poi, ognuno può regolare la propria sfera privata come meglio crede, trovare la propria strada per la felicità o quantomeno per una serena esistenza, ma i veri esempi da seguire sono altri. 

mercoledì 8 febbraio 2017

SANREMO 2017, COMMENTO ALLA PRIMA SERATA: CONFERME PER MANNOIA E META; FERRO, CONSOLI E MARTIN SUPER, PESSIMA L'INTRODUZIONE "NOSTALGICA"


Se per Fiorella Mannoia pare concreta, a prima serata conclusa, l'ipotesi di un "Vecchioni bis", ossia di un trionfo del tutto simile, nelle modalità, a quello che colse il cantautore milanese nel 2011, la vera marcia in più di questo Sanremo numero 67 è rappresentata dai tanti volti giovani che affollano il cast di concorrenti. L'ho già sottolineato nei precedenti interventi, ma non posso che ribadirlo: vedere sfilare sugli schermi di Rai 1, la più tradizionalista delle reti generaliste, personaggi come Lodovica Comello, Elodie, Ermal Meta, la stessa Giusy Ferreri che pure è sulla breccia da qualche annetto, è una conquista il cui peso non è ancora stato adeguatamente valutato. E stasera si aumenterà pure il carico, coi vari Gabbani, Raige, Bravi, Chiara, oltre alle vere e proprie Nuove Proposte. E' un Festival che già nelle ultime edizioni aveva mostrato chiaramente il desiderio di voltare pagina, ma che questa volta ha dato veramente un senso alla parola "rinnovamento", immettendo linfa fresca nelle sue vene e aprendosi autenticamente a un pubblico diverso da quello classico, e un po' attempato (senza offesa), della rete ammiraglia. 
MACCHINA PERFETTA - Fremiti di modernità, tutto sommato, sono emersi anche dalla costruzione di tutta la prima serata, almeno in rapporto alla media della produzione Rai: il debutto è risultato uno show piacevole e dal buon ritmo, più digeribile rispetto ad altri spettacoli visti di recente sul medesimo canale. Certo, novità vere e proprie nel format non se ne sono viste, a parte la ripresa dei cantanti dietro le quinte prima e dopo la performance (idea in parte ripescata dall'edizione del 1986): è un fatto che ormai Carlo Conti guidi col pilota automatico, quasi a occhi chiusi, una macchina televisiva che ha modellato in maniera talmente solida da averla resa pressoché impermeabile a debolezze o momenti di stanca. In tal senso, ecco, è stato un vernissage quasi prevedibile, ma in senso buono: questo è il Sanremo made in Conti, di cui ormai è facile intuire criteri di composizione della scaletta, collocazione degli ospiti, persino la durata. L'anchorman toscano, in questo triennio, ha mostrato di essere tutt'altro che un grigio professionista del video, imprimendo il suo marchio di fabbrica al principale evento catodico italiano, un marchio riconoscibile ma rispettoso della storia della rassegna, al contrario di quanto fecero alcuni suoi predecessori che vollero quasi snaturare il Festivalone, finendo con l'esserne "rigettati". 
CARLO E MARIA IN EQUILIBRIO - Ecco perché il creatore di "I migliori anni" può essere tranquillamente accostato al Baudo sanremese: del quale non ha il peso scenico, la presenza quasi ingombrante sul palco, ma come lui sa tenere saldamente in mano le redini di una struttura così elefantiaca, a partire dal lavoro preliminare di scelta dei brani fino alla concezione e alla traduzione in pratica dello spettacolo. Ed è di certo anche merito suo se la co - conduzione con Maria De Filippi è risultata assolutamente equilibrata, senza che nessuno dei due prevalesse sull'altro. Oltretutto la "primadonna" di Canale 5 ha avuto modo di conquistarsi i suoi spazi senza adeguarsi passivamente alle esigenze della kermesse, portando momenti "seri" in uno show leggero e glamour, momenti non forzati e un po' retorici come, ad esempio, era capitato nell'ultimo Sanremo di Fazio, ma assolutamente in linea con le esigenze sociali del momento: ecco quindi i Vigili del Fuoco, loro malgrado protagonisti in queste ultime settimane di sciagure naturali, e i due ragazzini promotori di una campagna contro bullismo e cyberbullismo, a cui si è unita la giornalista Sky Diletta Leotta con un intervento centratissimo, che pure ha suscitato, come ho appena letto, sciocche critiche sui social, oltretutto da parte di altre colleghe del mondo dello showbiz. Critiche che dimostrano come in questo campo ci sia molto ancora da fare, e come dunque non sia mai sprecato il tempo dedicato alla sensibilizzazione su certi temi. 
BENE MANNOIA E META - Sulle canzoni in gara poco da dire, al momento, perché scrivo di getto e almeno un secondo ascolto è necessario. Dicevo in apertura di Fiorella Mannoia: il suo ritorno sul palco mi ricorda tanto quello di Roberto Vecchioni sei anni fa. "Che sia benedetta" pare avere la stessa intensità di "Chiamami ancora amore", è un pezzo sentito e in crescendo che difficilmente mancherà il bersaglio grosso, ma sul piano qualitativo non è molto distante "Vietato morire" di Ermal Meta, fedelissimo al suo stile e capace di rendere al meglio un testo di grande peso. Molto in linea con la classica tradizione sanremese le canzoni di Fabrizio Moro e soprattutto Elodie, che farà strada grazie a un ritornello old style di grande impatto. E in una veste sorprendentemente classicheggiante si è presentata anche Lodovica Comello, con un pezzo che ha ricordato certe proposte festivaliere al femminile degli anni Novanta. 
PERFORMANCE PRECARIE - Il sorriso stirato della brava showgirl ne tradiva l'emozione, sfociata poi in un'esibizione non impeccabile, come anche quella di Giusy Ferreri, che ha lanciato un brano di grandissima efficacia radiofonica, orecchiabilissimo, ma che ha pagato la sua titubante performance col momentaneo declassamento nel gironcino eliminatorio. Sorte che non è invece toccata ad Al Bano, frenato da una vocalità lontana da quella dei tempi belli, per motivi che non si fa fatica ad immaginare; ma senza la sua possanza interpretativa la canzone perde molto, non ha guizzi di novità né grandi slanci, e del resto è impossibile aspettarli da un tradizionalista come lui. Giusta promozione per la ritmata e moderna "Vedrai" di Samuel, altro pezzo destinato a lunga vita nelle playlist di radio e web, e tutto sommato pure per Alessio Bernabei, un po' uguale a se stesso, ma ha sposato una linea prettamente dance e la porta giustamente avanti con convinzione. 
FERRO, CONSOLI E MARTIN SUGLI SCUDI - Solo gli ospiti canori hanno rappresentato davvero un valore aggiunto. Si poteva fare tranquillamente a meno di intermezzi inutili come quelli di Raul Bova e Rocio Morales, del cestista e della pallavolista spilungoni, di Ubaldo Pantani nelle vesti di Bob Dylan e, financo, di Paola Cortellesi e Antonio Albanese, che potevano studiare qualcosa di più sostanzioso per promuovere il loro film. L'elzeviro di mezza sera di Crozza è parso un po' freddo e fuori contesto: diciamo che deve "carburare". Tiziano Ferro ha invece brillato sia da solo, nell'omaggio a Tenco, sia in coppia con Carmen Consoli ("Il conforto" è un'ottima canzone, e lo si sapeva): proprio impossibile vedere i due, un giorno, presentarsi all'Ariston come concorrenti? Carmen del resto lo ha già fatto e tutto sommato proprio male non le è andata, anche se non ha raccolto allori. Pollice in su anche per Ricky Martin, che si è ripresentato al pubblico italiano dopo tanto tempo con grande energia e una pazza voglia di donarsi senza riserve: lo ricordavamo così, noi che... eravamo giovani negli anni Novanta, e il tempo non lo ha cambiato. 
ERRORI GRAVI IN APERTURA - Alla fine, il peggio della prima serata di Sanremo 2017 è stato all'inizio: la carrellata di canzoni non vincenti che hanno avuto successo dopo il Festival era una buona idea, rovinata però da una confezione trascurata e superficiale: ho perso il conto degli errori nelle sovrimpressioni, che attribuivano ai vari evergreen piazzamenti in classifica errati o inesistenti. E sarebbe ora di finirla con questa storia del Vasco Rossi di "Vado al massimo" ultimo classificato nel 1982, visto che quell'anno vennero rese note solo le prime sei posizioni della graduatoria. Ci sono fior di libri dedicati alla storia del Festival che in Rai dovrebbero essere, credo, facilmente consultabili, per evitare figuracce senza troppa fatica. Una caduta di tono che l'ouverture di questa edizione non meritava. 

martedì 7 febbraio 2017

SANREMO 2017: UN FESTIVAL AVANTI ANNI LUCE RISPETTO ALLA MEDIA DELLA RAI. MANNOIA IN POLE POSITION, MA OCCHIO AI GIOVANI TERRIBILI...


Sanremo 2017? Un Festival "straniero" in terra televisiva generalista. L'impressione è maturata negli ultimi giorni, dando uno sguardo alle tante trasmissioni Rai che nell'occasione diventano monotematiche, parlando dell'evento ligure fin quasi allo sfinimento. Spiego meglio, riallacciandomi alla lettura che avevo già dato in dicembre di questa edizione della kermesse, l'ultima della prima serie firmata da Carlo Conti (perché fra qualche anno ci sarà una seconda serie, ci scommetterei): un Festival con un cast di Big coraggioso, per certi versi azzardato, alla luce dell'ampia fiducia concessa alla nouvelle vague della canzone italiana. Completo ora il ragionamento: è un Festival anni luce avanti rispetto a quello raccontato e vagheggiato nelle trasmissioni di Rai 1, ancorate a un modello Sanremo che definirei non solo pre Baudo, ma anche pre Ravera (organizzatore principe negli anni Ottanta) e perfino pre Salvetti (il patron che salvò la rassegna dalla scomparsa a metà anni Settanta), un Sanremo che non esiste più, superato dalla naturale evoluzione dell'estetica musicale e "catodica".
RAI 1 FUORI DAL TEMPO - Dalla mattina al tardo pomeriggio, sull'ammiraglia Rai, Sanremo 2017 è soprattutto Al Bano, e il resto un riempitivo o poco più; la sigla è sempre "Perché Sanremo è Sanremo", nonostante sia stata messa in soffitta da una decina d'anni circa; i poveri cittadini intervistati per le vie della città rivierasca (un classico dei servizi in esterna di questo periodo, sai che fantasia), ricordano le canzoni preferite citando sempre le stesse: "Felicità", "Volare" e poco altro, gli opinionisti si lamentano del fatto che larga parte dei Big siano di scarsa popolarità. Ma sono trasmissioni fuori dal tempo: un appassionato di musica leggera che sia almeno mediamente informato sull'attuale panorama pop nostrano non può non conoscere almeno il 99 per cento dei partecipanti. Conti ha fatto quel che ha potuto, col materiale avuto a disposizione (fra chi si è presentato e chi è stato probabilmente cercato direttamente da lui): avremo in gara una recente dominatrice delle charts come Giusy Ferreri, giovani prodotti del vivaio sanremese già affermati come Gabbani e Meta (autore per tanti big, fra cui Renga e Mengoni), Samuel che ha mietuto successi coi Subsonica, Lodovica Comello che è una teen idol la cui notorietà si estende ben oltre i confini nazionali, ma è anche showgirl a tutto tondo (cantante, attrice, presentatrice), e poi gli ultimi reduci dai talent, Elodie e Sylvestre, entrambi con due dischi d'oro all'attivo, che non saranno molto ma, insomma, buttali via... E', in buona sostanza, un cartellone allineato alla realtà canora odierna, nonostante tutte le riserve e i rimpianti per chi poteva e doveva esserci e non c'è. 
CORPO ESTRANEO - Ecco perché Sanremo sembra quasi un corpo estraneo in casa Rai. E' una trasmissione più moderna, fresca, contemporanea, rispetto alla mentalità e alla cultura di settore che emergono prepotentemente dai vari talk dell'azienda, e anche rispetto alle caratteristiche generali degli altri spettacoli prodotti dall'ente tv di Stato: è uno show che è pure diventato social, da qualche anno, che sta scoprendo le potenzialità offerte dal web e che, soprattutto, porta all'Ariston artisti che piacciono ai giovani, adempiendo con ciò al proprio dovere, che è quello di stare al passo coi tempi, recependo gli indirizzi del mercato e casomai anticipando tendenze, non quello di confezionare cast fuori dalla realtà, obsoleti, nostalgici, per il solo gusto di compiacere il pubblico più attempato, che sarà anche la fascia principale dell'audience di Rai 1, ma la cui conservazione non può andare a discapito della ricerca di nuovi spettatori. 
NON SOLO MANNOIA - E dunque, si mettano l'animo in pace le varie Eleonora Daniele et similia, Sanremo 2017 non si esaurirà con l'esibizione di Al Bano. Favorita sembra essere un'altra veterana, Fiorella Mannoia, per la quale da qualche giorno i critici sono in brodo di giuggiole. Verdetto che non mi sorprenderebbe, ma la "rossa" si troverà di fronte una vasta concorrenza: basandosi sui giudizi di chi ha potuto ascoltare in anteprima i brani, daranno battaglia soprattutto i "radiofonici" Ferreri e Gabbani, i testi impegnati e sofferti di Meta e Turci, un Masini che al Festival si presenta sempre con pezzi di spessore, una Chiara ringalluzzita dal tocco magico di Mauro Pagani, un Sylvestre con una suggestiva interpretazione di un brano scritto anche da Giorgia. Da tenere d'occhio, per la grande presa popolare, la citata Comello e D'Alessio. Ma altre sorprese potrebbero arrivare dall'ascolto delle canzoni che sarà, come è giusto che sia, fondamentale. 
OSPITI ITALIANI, REALTA' DA ACCETTARE - Da qualche anno, il Festivalone vive anche una "contraddizione" interna, quella fra gli italiani in gara e gli italiani "superospiti". Da che esiste questo blog, mi sono sempre espresso negativamente su tale disparità di trattamento, ma credo che a questo punto sia il caso di alzare bandiera bianca. La situazione è ormai cristallizzata, i nostri artisti fuori concorso sono diventati un elemento cardine della struttura sanremese, e pare siano accettati di buon grado anche da chi invece è chiamato a cimentarsi con la competizione. Sanremo 2017 vedrà sfilare Tiziano Ferro con Carmen Consoli, Giorgia, Zucchero. A parte quest'ultimo, gli altri potevano tranquillamente figurare in lizza senza scandalo, ma tant'è. 
Non si può più tornare indietro, un po' perché i grossissimi nomi fanno comunque audience, e soprattutto perché a questo punto avere anche solo un "super" fra i concorrenti significherebbe "drogare" la gara, toglierle pathos, con un vincitore annunciatissimo come è a volte accaduto in passato. Ci vorrebbero almeno tre - quattro assi in concorso, tutti in una volta: innalzerebbero l'appeal e il livello qualitativo dello rassegna e farebbero splendere di luce riflessa anche gli altri partecipanti, lasciando comunque incertezza sul risultato finale. Ma pare un obiettivo irrealizzabile, e allora è giusto che Sanremo confermi la vocazione acquisita dagli anni Ottanta in poi: lanciare giovani, rilanciare qualche veterano un po' "spompato", consacrare emergenti in rampa di lancio o big di fresco conio, dare ampia visibilità a tutta quella classe media di cantanti che è composta da professionisti degnissimi, i quali però troppo spesso non trovano spazio sui media, oscurati dallo sparuto gruppetto di grossi e inflazionatissimi vip sbanca hit parade.