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lunedì 21 giugno 2021

EURO 2020: FUNZIONA ANCHE L'ITALBRASILE. CONTRO IL GALLES VERRATTI CALIFFO, PESSINA BRACCIO ARMATO. MA E' MANCATA LA SPINTA SULLE FASCE, CHIESA A PARTE

E così anche Italia 2, o ItalBrasile che dir si voglia, si è ritagliata il suo spicchio di gloria in questo Europeo. Credo sia stata la Nazionale più audace, come scelta dell'undici iniziale, mai messa in campo nelle nostre partecipazioni alle fasi finali continentali e iridate. Perché anche Zoff nel 2000 e Conte nel 2016 diedero ampio spazio alle seconde linee nella terza gara, ma non si giocavano più nulla, essendo certi di qualificazione e primato nel girone, laddove ieri c'era ancora da capire in quale ottavo di finale saremmo andati a finire. 

RISCHIO CALCOLATO - Avevo pronosticato un turn over esteso a quattro, massimo cinque elementi. Mancini invece ha esagerato e rischiato, ma ha fatto ancora centro. Non bisogna cadere nella retorica dei "ventisei titolari": non è così, non lo è mai stato nemmeno per le rappresentative azzurre più forti, quotate e ricche di classe del passato, e osservando certe prestazioni singole nella nostra ultima uscita romana sono apparse ancora più chiare, nitide, indiscutibili le gerarchie dettate dal cittì all'inizio di questa avventura: lo vedremo tra breve. Il discorso è diverso e più articolato: in questi tre anni, il trainer che ha raccolto la disastrosa eredità di Ventura ha saputo ampliare oltre ogni previsione il bacino degli azzurrabili. Ha cioè creato un gruppo allargato di uomini buoni per tutte le occasioni, in grado di subentrare a chi gioca di più senza che la qualità complessiva della manovra ne risenta più di tanto, portando a volte qualcosa di meno, a volte qualcosa di più sul piano della classe individuale, ma sempre qualcosa di diverso e comunque utile al funzionamento del meccanismo generale. 

TANTI AZZURRABILI - Ha dato minuti in campo ed esperienza internazionale a tanti giovani,  l'antico Bobby gol, accelerandone così lo svezzamento e avvicinandoli al grado di maturazione di tanti pari età stranieri che, al contrario di loro, avevano già in curriculum anni di battaglie ad alto livello. Anche Prandelli aveva trasformato il Club Italia in un gruppo open, chiamando nel suo quadriennio una settantina di giocatori, potendo però contare su un tasso di talento nel complesso inferiore; non lo aveva fatto Conte, che prese semplicemente atto dello scarsissimo spazio dato dai club ai ragazzi in sboccio e puntò sull'usato sicuro, con tanti veterani e pochi emergenti, per un progetto di squadra che ci diede notevoli soddisfazioni all'Euro 2016 (le memorabili vittorie su Belgio e Spagna) ma che si rivelò a cortissimo respiro, senza una prospettiva che permettesse di guardare oltre il torneo francese. 

PRIMI BILANCI - Perdonate questa lunga digressione storica, che ho fatto per due motivi. Il primo, per sottolineare un ulteriore merito del Mancio, ossia quello di aver creato un listone di giocatori da Nazionale assolutamente credibile, in cui non ci sono intrusi e tutti sono funzionali, e di averlo fatto quasi dal nulla, dovendo agire in un contesto, quello della nostra Serie A, che non vuole mollare la presa sulla propria perniciosa esterofilia. Il secondo, perché a primo turno trionfalmente concluso si può già mettere sul tappeto un abbozzo di bilancio di questa esperienza. Prematuro? Forse, ma è il caso di non galoppare troppo con la fantasia, e posso dirlo dall'alto dell'ottimismo e della fiducia che ho sempre riposto, ricambiato, in questa Selezione. Sabato sera a Wembley troveremo Austria o Ucraina, due rivali contro le quali avremo i favori del pronostico ma che hanno tutti i mezzi per metterci in difficoltà: e si sa che nelle fasi a eliminazione basta davvero poco, un errore, una caduta di tensione, un attimo di appannamento, per mandare tutto a ramengo. Succede, nel caso farebbe male, ma non cancellerebbe quanto di buono realizzato finora dai nostri. Il futuro è di questa Italia, e non lo dicono solo i risultati, pur nella loro eloquenza. Avremo modo di ritornarci. 

MINOR COMPATTEZZA, BUON PALLEGGIO - ItalBrasile, si diceva, per via dei tre oriundi in campo. Non la vedremo più, credo, un'Azzurra così, ma che bello avere la conferma di essere tornati competitivi sui massimi palcoscenici, al punto di poter momentaneamente abbandonare l'undici base senza accusare scompensi esiziali. Nel 2016, per dire, la rivoluzione della terza gara portò a una sconfitta con la modesta Irlanda, condita da una prova oltremodo grigia. Certo non è stata una compagine compatta, armoniosa ed equilibrata come nelle versioni ammirate contro Turchia e, soprattutto, Svizzera. Qualche momento di scollamento, qualche attimo di comunicazione difficoltosa fra i reparti, con conseguente diminuzione della fluidità di manovra, ma è fisiologico quando una formazione improvvisata e inedita deve trovare rapidamente l'intesa sul campo. Col trascorrere dei minuti molti tasselli sono andati al loro posto, non si sono viste l'eleganza e il pregio estetico delle tessiture che la vera Italia sa offrire, il ritmo è stato leggermente più ridotto, ma sono rimasti intatti spirito di iniziativa, capacità di aggredire e di portare avanti il pallone con precisione di tocco e sufficiente rapidità, l'autorevolezza complessiva nel saper imporre la propria superiore caratura. 

TANTE OCCASIONI, POCO SOSTEGNO DAI TERZINI - Le palle gol questa Nazionale le costruisce sempre, e il pomeriggio dell'Olimpico non ha fatto eccezione: nel primo tempo due bei diagonali di Belotti e Chiesa, poi la volée di Pessina per il vantaggio e una "puntata" dello stesso atalantino che per poco non fruttava il raddoppio, nella ripresa un palo di Bernardeschi su punizione e altri due tentativi di Belotti, il primo con grande risposta di Ward. E' tantissimo, se pensiamo che alla manovra di attacco è sostanzialmente mancato l'apporto della spinta degli esterni bassi. Torniamo a quanto detto inizialmente sulle gerarchie imposte da Mancini: visti all'opera Toloi ed Emerson, si capisce perché i titolarissimi del momento siano Di Lorenzo e Spinazzola; timido il bergamasco, discontinuo il londinese negli sganciamenti: voglio dire, due elementi affidabili, ma, almeno attualmente, non esplosivi come i compagni citati (in attesa del rientro di Florenzi), non in grado di tamponare e ribaltare l'azione diventandone protagonisti. Stesso discorso per Belotti: che si è sbattuto come al solito, ha cercato spazi, se li è guadagnati ed ha concluso quando ne ha avuto la possibilità, ma ormai da qualche mese non ha il killer instinct che ha invece provvidenzialmente ritrovato l'amicone Immobile. 

VERRATTI C'E', PESSINA SENZA TREMORI - Meno scompensi si sono avvertiti nel settore di mezzo, perché i titolari d'occasione Pessina e Verratti hanno fatto anche più di quello che ci si attendeva. Senza paure, senza braccino da grande ribalta l'ex veronese: abbiamo detto del suo gol e del secondo tentativo mancato di un soffio, e in entrambi in casi a metterlo in posizione di sparo è stato il califfo del Paris Saint Germain, che al suo ritorno ha subito lasciato intendere di poter incidere pesantemente nel prosieguo della kermesse. E' stato lui il vero "pilota" della squadra; mentre Jorginho, che Iddio ce lo conservi, faceva da collante ricreando l'equilibrio giocoforza smarrito in una formazione rivoltata come un calzino, Marco giocava un'infinità di palloni, alzava il baricentro, affondava, tentava persino qualche conclusione, non certo la sua specialità. E azionava Pessina, come detto: continuiamo a scoprire centrocampisti che segnano, una cooperativa del gol che è forse l'arma più imprevedibile e difficile da disinnescare per i nostri avversari. 

LI RIVEDREMO - La mancanza di intesa ha portato qualche sbandamento in terza linea, e sono arrivati così ben tre rischi per Donnarumma, cosa mai accaduta nelle uscite precedenti: un'inzuccata di Gunter di poco alta e un mezzo scempio al volo di Bale, in entrambi i casi l'ex milanista avrebbe potuto fare ben poco, mentre ha saputo disinnescare un affondo di Ramsey favorito da un'incertezza di Acerbi, che in azzurro ha fornito in passato prove assai più rassicuranti. Più efficiente e sicuro è parso invece Bastoni, uno dei pilastri designati dell'Italia post Europeo. In avanti, Chiesa è stato premiato come migliore in campo dall'Uefa con generosità forse eccessiva, ma è comunque sempre stato vivo, pieno di iniziativa, al servizio dei compagni, pur con i soliti problemi di mira al momento di concretizzare: senz'altro più in partita rispetto all'altro laterale Bernardeschi, questo è pacifico. Basta così: Italia Due-ItalBrasile ha chiuso gloriosamente la sua breve esperienza. Ma statene certi: alcune di queste seconde linee le ritroveremo protagoniste più avanti, nella speranza che il torneo si prolunghi per noi il più possibile. In tal caso, Verratti, Pessina e Chiesa saranno tutt'altro che comparse.

sabato 5 giugno 2021

VERSO EURO 2020: LA BELLA ITALIA CHE SCHIANTA I CECHI NON E' UNA NOVITA'. NIENTE EUFORIA, MA CAUTO OTTIMISMO



Non avevo certo bisogno di una gara come quella di ieri sera per scoprire che la nostra Nazionale, se sostenuta da una buona brillantezza fisica, è in grado di produrre espressioni di gioco di eccellente qualità impreziosendole con un'adeguata concretezza nel tiro a rete. Il problema è un altro: quale attendibilità può avere la felicissima prova generale di Bologna? Detto subito che l'avversario non era dei più semplici, essendo la Repubblica Ceca una delle magnifiche 24 pronte ad animare l'ormai prossima kermesse continentale, i tanti precedenti non possono che indurre alla massima prudenza. 

PRECEDENTI CONTRADDITTORI - Facciamo un rapido excursus storico, per scoprire come i test match prima di Mondiali ed Europei forniscano costantemente indicazioni mutevoli, contraddittorie, in definitiva di impossibile lettura (se non a posteriori, ma così è troppo facile...). Nel '78 e nell'82 la Selezione di Bearzot partì per Argentina e Spagna con due pareggi, rispettivamente uno modestissimo con la Jugoslavia (e annessi fischi del pubblico romano), e uno dignitoso ma non eccezionale in Svizzera. Quel che accadde dopo lo sappiamo tutti: due tornei iridati che sono ancora nel cuore di tutti gli appassionati tricolori. E pensiamo anche alla squadra di Prandelli che, nel 2012, concluse la preparazione per l'Euro facendosi rifilare tre pappine (a zero) dalla Russia, dopodiché in Polonia-Ucraina riuscì ad arrampicarsi addirittura, e con merito, fino alla finale con la Spagna, traguardo che nessuno, proprio nessuno, aveva anche solo osato sognare. Viceversa, nel 2008 il team guidato da Donadoni superò agevolmente il Belgio (ma non era il super Belgio attuale), Di Natale in grande evidenza, tutti contenti, poi in Austria e Svizzera fu somma sofferenza e un quarto di finale conquistato fra mille patemi. A mezza via fra queste situazioni si colloca la lunga fase di approccio al trionfo iridato del 2006: è pur vero che nelle ultime due amichevoli arrivarono due pareggi senza acuti (ma con Svizzera e Ucraina, due finaliste di quel Mondiale), ma nei mesi precedenti i ragazzi di Lippi avevano strapazzato due colossi del football, l'Olanda e la Germania, successi che diedero la misura delle notevoli potenzialità della squadra e, nel contempo, fecero crescere la consapevolezza di Toni e compagni nei loro mezzi. 

CAUTO OTTIMISMO - Quest'ultimo precedente ci dice se non altro che vincere aiuta a vincere, e sotto questo profilo la giovane Italia di problemi proprio non ne ha: rischia semmai, dopo tante vittorie, di trovarsi in qualche impaccio nel momento in cui incappasse in una di quelle giornate no che sono dietro l'angolo per tutti, nello sport. Credo tuttavia che questo sia il momento di una cauta ma convinta fiducia: non euforia, attenzione, che sarebbe del tutto fuori luogo, controproducente, perniciosa al momento di scendere in campo in una competizione in cui non possiamo in alcun modo essere annoverati fra i favoriti o semi-favoriti: Francia, Belgio, Inghilterra e Portogallo sono davanti a noi, Germania, Spagna e Olanda hanno enormi dosi di classe, per quanto il loro cammino negli ultimi anni sia stato non di rado accidentato. E poi ci sono le schegge impazzite che potrebbero vivere exploit improvvisi e regalare amare sorprese alle big: fra queste, due ce le ritroveremo davanti già nel girone iniziale di Roma, sto parlando di Turchia e Svizzera, che sulla carta ci sono inferiori ma hanno ottimi collettivi e individualità di spicco, e insomma non vanno sottovalutate per alcuna ragione al mondo. 

GIOCO BRILLANTE - Resta il fatto che, se quella del Dall'Ara è la vera Azzurra, qualche speranza di fare una discreta figura la possiamo cullare. Ripeto, nessuna novità, perlomeno per chi ha seguito tutto il percorso di crescita e di maturazione del gruppo di Mancini: compagine capace di manovrare in agilità e rapidità, con notevole proprietà di palleggio, di produrre una manovra d'iniziativa e di creare con buona frequenza situazioni di pericolo per la porta avversaria. Solo conferme, ieri sera: la straripante vitalità di Spinazzola che, come si dice oggi, "ara" la sua fascia con apprezzabile continuità ma sa mettere ottimi puntelli anche in ripiegamento; le geometrie, la saggezza e il carisma di Jorginho; la vitalità di Barella, che fa legna, spinge e conclude; le due acuminatissime frecce laterali Berardi e Insigne, entrambi in palla, il secondo addirittura scatenato. 

TUTTI AL TIRO! - Lo si è accennato: la Repubblica Ceca era sparring partner attendibile, e aveva pure iniziato bene il match, con un'occupazione del campo che ci impediva di sprigionare le nostre consuete luminarie in fase di costruzione e approccio. Se alla lunga è crollata, è più merito dei nostri che loro demerito. Il 4-0 finale sottolinea un'altra cosa importante: ormai assodato che ci manca una prima punta di autentica caratura internazionale, la rappresentativa del Mancio è in grado di colmare questa lacuna sguinzagliando in avanti, a turno, tutti gli elementi con una sia pur minima propensione offensiva: il fatto che tutti, chi più chi meno, abbiano ottime capacità di trattare il pallone, favorisce poi la facilità di sfornare azioni di notevole incisività. Discorso che vale anche per Chiellini, un habitué degli sganciamenti (benché non trovi il gol in azzurro da quasi quattro anni), ieri sera vicino alla segnatura con un sinistro al volo su corner. Abbiamo soprattutto degli incursori esterni di mortifera efficacia (non solo i due titolari di ieri, ricordiamo anche l'ottimo Chiesa visto in maglia Juve), e comunque a Bologna il suo golletto (con deviazione avversaria quasi ininfluente) lo ha fatto pure il contestato Immobile, che ha poi lanciato Insigne verso il 3-0 con un tocco beffardo. Insomma, il vuoto generazionale che ci ha per il momento privati dei nuovi Vieri, Del Piero e Inzaghi lo potremmo casomai pagare nei confronti con le grandissime del continente, ma per il resto possiamo tranquillamente ovviare al grave problema, senza caricare di eccessive aspettative il giovin Raspadori. 

SUBITO AL TOP, GIA' VENERDI' - Un dubbio, assolutamente legittimo, animerà questa vigilia: l'Italia è parsa in gran condizione, ma non è troppo presto, con un torneo (si spera per noi il più lungo possibile) che parte fra una settimana? Anche qui, difficile fare valutazioni: di certo, nella contingenza storica in cui siamo, ossia reduci da una mancata qualificazioni mondiale, sarà importante anche solo superare il primo turno per dare una riverniciata al nostro sgualcito blasone. Non siamo una di quelle rappresentative scafate e "adulte" che hanno la capacità di gestirsi e centellinare le energie, anche perché, ribadiamo, non possiamo sottovalutare nessuno. Alle corte: dovremo essere al meglio già venerdì prossimo per l'appuntamento con la Turchia, oltretutto col dovere di onorare il ritorno sugli spalti del pubblico di casa. 

PREPARAZIONE ANOMALA MA "VERA" - Il discorso sulla preparazione pre Europeo non consente, fra l'altro, paragoni con esperienze passate, nel senso che quest'anno non c'è stata, di fatto, una vera preparazione, perlomeno secondo i canoni tradizionali a cui eravamo abituati (lungo ritiro, disintossicazione dalle scorie stagionali, allenamenti graduati per entrare in forma nel momento opportuno...). L'attività interna si è conclusa tardissimo, ancora più tardi quella internazionale di club, con la finale di Champions andata in scena sabato scorso, solo dopo è toccato alle rappresentative, costrette dunque a mettere a punto i rispettivi progetti in tempi ristrettissimi. Nazionali che tuttavia, non dimentichiamolo, fra inverno e primavera hanno potuto "scaldare i motori" in vista del rendez vous di giugno con un programma più autentico di quello, classico, fatto di amichevoli pre Mondiali ed Europei, affrontando cioè le prime gare di qualificazione per Qatar 2022. Tre sfide che, per l'Italia, sono state particolarmente ispide, per quanto brillantemente risolte, e hanno rappresentato ulteriori, importanti step di sviluppo. 

IL CASO SENSI - Questo per dire che non c'è stata alcuna pausa agonistica, siamo stati costantemente sulla corda della necessità di fare risultato, ed è un bene. Abbinando il bel gioco del Dall'Ara col carattere e la cocciutaggine mostrate con Nord Irlanda, Bulgaria e Lituania, avremo già fatto un altro bel passo avanti. In Lituania, fra l'altro, a togliere le castagne dal fuoco fu Sensi, un "manciniano" della prima ora, un fedelissimo che ha offerto alla causa della nuova Italia buone prestazioni e gol pesanti. Euro 2020 doveva essere anche suo, ma ancora una volta il fisico di cristallo l'ha tradito. Pessina è una garanzia, uno destinato a rimanere a lungo in gruppo, ma aspettiamo l'interista in autunno, assieme a un lungodegente come Zaniolo, tutti ragazzi che possono e devono dare ancora tantissimo al Club Italia. 

giovedì 3 giugno 2021

VERSO EURO 2020/21: COSA C'E' DIETRO LE SCELTE "CONSERVATIVE" DI MANCINI


E così, dopo aver indorato la pillola agli "esaminandi" facendo discreta bisboccia in tv da Amadeus (fra un'Arisa e un Clementino, un Colapesce Dimartino e un Coma_Cose, questi ultimi cantati a squarciagola da buona parte degli azzurrabili), il cittì Mancini ha diramato i nomi dei 26 prescelti per Euro 2020/21. Dico subito che, per quanto mi riguarda, si tratta di un elenco plausibile, con una sua logica. Credo non esista, nella storia del calcio, un listone per Mondiali od Europei che non abbia suscitato furenti discussioni, da noi come nelle altre nazioni: ci fu da eccepire persino sulle scelte compiute nel 1982, e anche oggi, pur davanti alla constatazione che i risultati alla fine diedero pienamente ragione a Bearzot, si può sommessamente affermare che un posticino in quel memorabile gruppone l'avrebbe meritato anche gente come Di Bartolomei, Pruzzo o Beccalossi, e cito solo alcuni degli esclusi eccellenti di allora: questo per dire che il calcio non offre realtà tecniche granitiche e incontestabili nemmeno in presenta di dati oggettivi come, in quel caso specifico, uno squadrone che conquistò il massimo alloro planetario.

ESPERTI D'OCCASIONE - Si dice sia un bene che il Club Italia faccia ancora accapigliare su convocati e non convocati. Boh, non saprei dire. Sarebbe forse positivo se si trattasse di discussioni che scaturiscono da una conoscenza almeno discreta di ciò di cui si parla. La sensazione di queste ore è opposta, ossia che chi lancia accuse anche pesanti al Mancio si sia svegliato per incanto solo adesso, non abbia seguito nemmeno un minuto del percorso azzurro di questi tre anni, e ragioni solo in base a ciò che ha visto (magari con le fette di prosciutto del tifo sugli occhi) durante la stagione di club. Del resto, è un fenomeno tipico, un effetto collaterale delle grandi manifestazioni calcistiche, che creano interesse occasionale per la rappresentativa, ossia per quella squadra che nei bienni di qualificazione viene sistematicamente vista come un fastidio, un intralcio, e non a caso è ormai diffusissima l'opinione che gli impegni delle nazionali dovrebbero essere relegati in un angusto spazio temporale, magari un mesetto scarso a fine stagione e ringraziare, sia mai che le società ricche e meno ricche vedano intralciati i loro più o meno gloriosi cammini.

CONSERVAZIONE - Non in altro modo, se non appunto con questa ignoranza dei fatti, si può spiegare l'accanimento contro certi nomi inseriti dal trainer azzurro nel suo elenco. Perché una cosa balza subito gli occhi di chi, come me ad esempio, ha seguito vita, morte e miracoli di questa "selecciòn": le convocazioni di Bobby gol rispondono a un criterio ben preciso. Sono convocazioni prettamente conservative, che tendono a premiare e valorizzare chi, in questo triennio, ha fatto sistematicamente parte del gruppo e ha contribuito a farlo crescere sia come spirito di squadra, sia come collettivo sul campo, con prestazioni di livello che hanno avuto la loro parte nell'ottenimento di risultati eccellenti. Perché, giova sempre ricordarlo, la nuova Italia post Svezia '17 ha fatto cose incredibili in così poco tempo: una qualificazione europea, una final four di Nations League, l'ottimo avvio nelle eliminatorie mondiali, il ritorno nella top ten del ranking FIFA, che dopo l'estromissione da Russia 2018 pareva una chimera.

BERNARDESCHI E GLI ALTRI "ACCUSATI" - Era lecito buttare a mare parte degli uomini che erano stati perlomeno coprotagonisti di queste piccole grandi imprese? Beh, lo sarebbe stato se nel frattempo il loro rendimento azzurro si fosse drammaticamente abbassato. Ma non è stato così: il casus belli è rappresentato soprattutto da Bernardeschi. Certo, sulla base del ruolino di marcia con la Juventus, è una convocazione che non sta né in cielo né in terra, ma la rappresentativa non è una All Stars in stile basket, da assemblare in base allo stato di forma del momento: fosse questo il criterio, non sarebbe mai possibile plasmare una base fissa di uomini azzurri attorno alla quale strutturare l'organico. Certi uomini "devono" restare in gruppo a prescindere dagli alti e bassi nel club di appartenenza. Se Bernardeschi in bianconero risulta oltremodo impalpabile, con la maglia della Nazionale si trasforma: raramente delude, a volte diventa perfino decisivo segnando o facendo segnare, comunque creando pericoli: e lo fa più o meno dall'inizio della gestione Mancini. Il quale sarà stato sicuramente combattuto sul destino da riservargli, ma alla fine ha preso una decisione per la quale onestamente non mi sento di crocifiggerlo. Stesso discorso, in misura minore, si può fare per gente come Belotti e Sirigu, che sono stati coinvolti nell'annata tremenda del Toro ma che di questa Italia sono sempre stati colonne portanti, come collanti dello spogliatoio e il primo, soprattutto, come buon terminale offensivo. E poi Emerson Palmieri: gioca pochino nel Chelsea, ma in azzurro ha sempre fatto il suo (anche se ora parte in subordine allo straripante Spinazzola di questa annata) e ha comunque una certa abitudine alla sfide internazionali che non può essere trascurata.

ACCUSE RISIBILI - Tutto questo, sorvolando su altre accuse sostanzialmente risibili lanciate al nostro trainer. Tipo quella di essere schiavo di presunti poteri forti, o più concretamente dei grandi club: solo questo spiegherebbe la presenza in rosa del solito Bernardeschi e non quella di Politano, obiettivamente protagonista di un ottimo torneo col Napoli. Napoli che peraltro ha fra i 26 Meret, che non meritava di esserci più dell'ottimo Cragno, forse artefice principe di una salvezza cagliaritana imprevedibilmente sofferta, il bravissimo Di Lorenzo, che invece lo merita ma il cui posto poteva venir minacciato dal fantasmagorico Lazzari ammirato in campionato, una forza della natura che stranamente Mancio non "vede", e infine Insigne, che forse non ha disputato la sua annata migliore, quantomeno per certe défaillance nei momenti cruciali (Supercoppa e ultima giornata), ma che è giusto che ci sia, essendo stato uno degli attori principali della ricostruzione azzurra, e anche lui, come "Berna", quasi sempre all'altezza della situazione col Club Italia. E poi ci sono Locatelli, Raspadori e Berardi del Sassuolo, che avrebbe avuto anche Caputo non fosse stato tormentato dagli infortuni, e insomma, tutto si può dire del Sassuolo, che sia una società facoltosa e bene organizzata, ma che possa perfino essere annoverata fra i "potenti" del nostro football, suvvia...

PIANO A LUNGO TERMINE E IN PIU' FASI - Il piano del cittì mi pare chiaro: Euro 2020/21 come punto di arrivo di una prima, importantissima fase del suo complesso lavoro, e come tale non potevano mancare tutti quelli che lo hanno aiutato a raggiungere questo primo step, beninteso se in condizione di giocare e offrire un rendimento all'altezza di un palcoscenico così prestigioso. Ma il progetto di questa Italia manciniana (ebbene sì, esiste un progetto, cosa rara nell'improvvisato mondo del pallone tricolore) è a più ampio respiro. Dopo il disastro brasiliano del 2014, Antonio Conte impostò un'operazione a breve termine e dagli orizzonti limitati: salvare il salvabile della gestione precedente, inserire pochi elementi nuovi per cercare di arrivare all'Euro 2016 e ben figurarvi. Ci riuscì (ricordiamo che nell'ultimo torneo continentale siamo usciti ai quarti con la Germania iridata solo dopo i rigori, e dopo aver dato lezioni di calcio ai colossi Belgio e Spagna), ma la cosa finì lì, senza alcuna eredità plausibile lasciata al successore Ventura, che dal canto suo sbagliò quasi tutto quel che si poteva, ma perlomeno ebbe il merito di avviare quell'opera di ringiovanimento dei ranghi poi ripresa in mano con maggior decisione dall'attuale tecnico, che ne ha fatto la principale linea guida del suo operato.

IL MEGLIO ARRIVERA' DOPO L'EURO? - Mancini, invece, si trova davanti a un complesso di impegni di cui, piaccia o meno, l'Euro rappresenta solo il primo passaggio. Un passaggio che va affrontato con serietà e con la voglia di arrivare il più lontano possibile, soprattutto sulla spinta di un girone iniziale da giocare in casa, ma che, inutile nasconderlo, dovrà essere anche e soprattutto banco di prova, occasione per misurarsi con grossissime realtà internazionali, e quindi crescere, purtroppo anche attraverso amare delusioni, se sarà il caso, perché è così che si diventa grandi. Dopo, ci sarà una Nations League da ospitare contro tre colossi del Vecchio Continente, e poi ci sarà ancora da conquistare l'accesso al Mondiale invernale del 2022. E' opportuno precisare ciò, perché credo che l'attuale roster azzurro possa raggiungere l'apice delle sue potenzialità proprio dopo questo Europeo, che arriva forse troppo presto ma che ci sarà in ogni caso utilissimo. Quindi, dispiace molto per gli esclusi dell'ultima ora, gli ottimi Cragno, Gianluca Mancini, Pessina e Politano. Dispiace anche per il citato Lazzari, per il "tedesco" Grifo, altro fedelissimo del Mancio, e per Kean che ha fatto assai bene in un contesto di altissimo livello come il PSG. Ma si tratta di elementi che, sicuramente, torneranno utilissimi dopo l'estate, e in qualche caso, penso sopratutto a Mancini, Pessina e Kean, finiranno col diventare fondamentali.

GLI AZZARDI, DA SENSI A RASPADORI - Con tutto ciò, non voglio dire che la "convocatoria" dell'altroieri sia esente da rischi, tutt'altro. Proprio la chiamata di uomini che hanno comunque giocato poco in stagione porta con sé un elemento di pericolo, perché il Bernardeschi di turno potrebbe finire presto in debito d'ossigeno, mentre un Sensi è costantemente sul filo del rasoio per il suo fisico di cristallo. Eppure anche il centrocampista interista ci sta eccome, nel listone, essendo un altro di quelli che nel triennio hanno offerto prove sempre convincenti e anche gol pesanti (l'ultimo, quello che ha sbloccato in Lituania una partita oltremodo "ispida"). Su un altro versante, è un rischio anche la convocazione di Raspadori. Paragoni con innovazioni passate dell'ultimo minuto, ad esempio Cabrini e Rossi del '78, sono fuori luogo: in quel caso si trattava di giovani con un curriculum notevole (Pablito capocannoniere di A, il bell'Antonio con una sia pur scarna esperienza internazionale juventina), qui siamo di fronte a un salto nel buio completo, una "fiche" puntata su un elemento interessantissimo ma che può mettere sulla bilancia solo alcuni exploit in campionato col Sassuolo. Forse l'unica vera scommessa tentata dal cittì nell'ambito di una serie di scelte, lo ripeto, nel segno della conservazione. L'ha fatto solo perché il reparto d'attacco, in questi tre anni, non ha portato alla ribalta frombolieri giovani, continui, "cattivi" sotto porta. Potrà esserlo il neroverde? Per ora è solo un auspicio e nulla più.

lunedì 12 ottobre 2020

NATIONS LEAGUE: IN POLONIA UN'ITALIA DEPOTENZIATA DAL TERRENO E DA UN JORGINHO FUORI FASE. I REBUS DI UN ATTACCO POCO INCISIVO

Calma, ragazzi. Quando hai alle spalle un biennio di partite giocate in un certo modo, secondo uno stile ben definito, con una chiara linea tecnica, una gara come Polonia-Italia di ieri non può destare preoccupazione. Qualche perplessità magari sì, ma nessun allarmismo. Non è mai bello aggrapparsi a scusanti che esulano dalla classe e dal valore dei singoli, ma, caspita, fare calcio su un manto erboso (?) come quello visto a Danzica credo sia impresa ai limiti dell'impossibile. Per "fare calcio" si intende manovrare, costruire, trattare la palla con una certa padronanza. Ovvio che bisogna adattarsi a ogni situazione, ma su un campo di patate a rimetterci non può che essere la squadra più ricca di qualità, più propositiva, più portata al fraseggio.

CAMPO DI PATATE - Tutto questo andava detto, perché appiccicare etichette di mediocrità a determinati calciatori dopo novanta minuti così particolari, direi unici, è profondamente ingiusto. Proprio a partire dalla precedente trasferta polacca di Nations League, nell'autunno 2018, Mancini ha plasmato una rappresentativa dall'altissima capacità di palleggio, di tessitura precisa al millimetro, in grado di non sprecare che pochissimi palloni. L'Italia del Mancio è questa, quella dal gioco elegante e privo di sbavature che ha fruttato dieci vittorie su dieci match nelle qualificazioni europee e anche le goleade attese per decenni, ultima della serie il recente 6-0 in amichevole con la Moldavia - Moldova. Alle corte: tutti quei passaggi sbagliati, tutte quelle palle perse, difficilmente li rivedremo ancora da parte dei nostri. Così come è quasi matematico che Jorginho non commetterà mai più tutti quegli errori di misura, di tocco, di controllo visti poche ore fa: mai più, nemmeno se ci si mettesse d'impegno. 

IN MEZZO BRILLA SOLO VERRATTI - Che poi, al di là del terreno, l'italo-brasiliano sia incappato in una serata assai poco brillante è un altro dato di fatto, e apre il capitolo dei lati oscuri della prova di Danzica. Si è rivisto il trio di centrocampo teoricamente titolare, ma solo Verratti ha svolto appieno il suo compito, con buone intuizioni in fase costruttiva e il consueto apporto in copertura, mentre Barella, pur sufficiente, si è visto a tratti e, in particolare, non ha mostrato la risolutezza negli inserimenti sfoderata in altre circostanze. Più in generale, è stata un'Italia frenata da strane titubanze al momento di concludere, poco sbrigativa, più incline al passaggio in eccesso, alla rifinitura superflua, che alla battuta a rete. Limite grave soprattutto in certe gare, nelle quali il dominio della manovra non riesce ad essere continuativo. In effetti, sono stati i nostri a condurre le danze, come quasi sempre capita, ma spesso le loro trame sono state spezzate, vuoi per mancanza di precisione vuoi per le brutture del campo, consentendo ai padroni di casa veloci ripartenze, peraltro approdate a rari pericoli. Ne abbiamo contati due, sostanzialmente, neutralizzati da ottimi interventi difensivi: Emerson ad anticipare su Lewandoski nel primo tempo, e Acerbi che ha deviato di pochi millimetri la conclusione ravvicinata di Linetty, sventando una beffa in extremis che sarebbe stata inaccettabile. 

EMERSON OK, CHIESA NO - Dicevamo di Emerson: pur non sempre preciso, ha sostanzialmente convinto per spinta, buon contributo dietro e un paio di pericolosissime incursioni in avanti, che nella ripresa han fatto gridare al gol. Un suo colpo di testa in tuffo su traversone di Chiesa è finito di poco a lato, poi si è presentato solo davanti a Fabianski, venendo però sbilanciato da un difensore al momento di concludere. Rimango tuttavia del parere che, in questo momento, Spinazzola sia più affidabile per continuità, lucidità e perizia nelle giocate, ma, insomma, sul versante mancino di retroguardia siamo messi piuttosto bene, visto che anche Biraghi il suo lo fa sempre. Buona la prova di Florenzi, più che altro sul piano quantitativo, e discreto Pellegrini, il più attivo e propositivo sul fronte offensivo, ma con la macchia dei tre calci d'angolo sprecati. Chiesa rischia di diventare un problema: incredibile il gol sbagliato in avvio davanti alla porta, poche iniziative degne di nota, tanta confusione. Non è questo il Federico che avevamo conosciuto, rapido, sgusciante, abile nel saltare l'uomo: l'auspicio è che la Juve lo rigeneri e lo trasformi in un campione a tutto tondo, perché ne abbiamo bisogno. 

BUON KEAN E IL REBUS IMMOBILE - Meglio di lui, da subentrato, ha fatto Kean, all'inizio un po' indolente ma cresciuto col passare dei minuti: anche per il neo PSG, però, sono mancate cattiveria e determinazione, che possono arrivare giocando e facendo esperienza ad alto livello. Ancora una prova grigia, infine, da parte di Belotti, e il quadro non è migliorato con Caputo, nello scarso minutaggio avuto a disposizione. Problemi nei sedici metri finali, dunque, e il fatto che le palle gol più nitide della ripresa siano capitate su piede e testa di un difensore (le due citate di Palmieri) deve indurre a severa riflessione. Contro l'Olanda, l'occasione sarà quantomai propizia per lanciare con convinzione Immobile. Per l'ennesima volta: la Scarpa d'oro europea non può avere un ruolo marginale in rappresentativa, a costo di attuare qualche aggiustamento tattico che, peraltro, non porterebbe stravolgimenti radicali allo stile di gioco della squadra. 

martedì 8 settembre 2020

NATIONS LEAGUE: AD AMSTERDAM IL SUCCESSO PIÚ PESANTE DEGLI ULTIMI QUATTRO ANNI AZZURRI. LA GRAN SERATA DI SPINAZZOLA E LOCATELLI. E ZANIOLO TORNERÀ


La vittoria di Amsterdam è la più "pesante", oltreché prestigiosa e importante, degli ultimi quattro anni azzurri, diciamo a far data dallo strepitoso 2-0 inflitto alla Spagna negli ottavi di Euro 2016. Di sicuro un significativo esame universitario superato, perché dalla prova di maturità delle qualificazioni continentali l'Italia era già uscita a pieni voti, mentre una prova del nove sulla competitività di questa squadra serviva più che altro agli ipercritici, agli scettici ad oltranza, ai San Tommaso calcistici (della serie "se non li vedo battere una grande, non credo alla loro forza"). Discorso che personalmente non mi ha mai riguardato, e l'ho scritto tante volte su queste pagine, anche nei giorni scorsi: al di là della relativa caratura degli avversari, undici vittorie consecutive non si ottengono mai, e sottolineo mai, per caso. Nello specifico, dietro il filotto dei Mancini boys, interrotto venerdì dalla Bosnia, c'era qualcosa di estremamente concreto e sostanzioso, sol che lo si volesse vedere senza abbandonarsi alle trite tiritere sui calciatori italiani che non sono più quelli di una volta: c'era un progetto tattico ben definito, c'erano giocatori con doti di palleggio e personalità in sboccio, c'era uno spirito sbarazzino, aggressivo, propositivo. 
AUTORITARI ALL'ESTERO, NON ACCADE SPESSO - Queste doti si erano intraviste anche al Franchi, pur nelle difficoltà di quella serata, dal ritorno all'impegno agonistico dopo dieci mesi alla condizione fisica approssimativa e all'assenza di uomini chiave. Queste doti son tornate ad emergere nitidamente nell'Arena intitolata a Cruijff. Il Club Italia post disastro Mondiale è un team che non ha paura di prendere l'iniziativa e che sa impadronirsi del gioco anche su campi difficili e contro rivali di rango. In senso assoluto, in quasi quarant'anni che seguo il calcio non mi è capitato spessissimo di vedere la nostra Nazionale andare all'estero a imporsi in maniera così autoritaria, perentoria, senza eccedere in gherminelle difensive. E' una rarità storica, credetemi, e questa giovane Azzurra manciniana l'ha fatto già ripetutamente, a partire da quella esibizione in punta di tecnica in Polonia, nell'autunno 2018, che segnò di fatto la nascita della nuova Selezione. 
OCCASIONI A GO GO E MANOVRE DI PREGIO - Cito spesso la vittoria di Chorzow siglata in extremis da Biraghi, perché è l'esempio plastico di quelle partite che incidono più di altre nel percorso di costruzione e di crescita di una rappresentativa. Da lì è iniziato tutto, da lì si è vista la luce in fondo al tunnel. Da Chorzow 2018 ad Amsterdam 2020 un fil rouge ben definito, fatto di bel gioco e di piedi buoni in quantità persino inaspettata. Recuperato Jorginho e con più benzina nel motore, il che vuol dire maggior velocità di esecuzione e rapidità nel disegnare le azioni, l'Italia ha ripreso a giostrare come sa, prendendo letteralmente a pallonate i Paesi Bassi nel primo tempo per poi controllare con discreta sicurezza nella ripresa almeno fino alla mezz'ora, quando ha rinculato sotto l'ovvia pressione dei locali restando però pericolosissima nelle ripartenze. La splendida girata di Zaniolo alta di poco, i tiri ad effetto di Insigne ed Immobile a sfiorare il palo, infine la perentoria inzuccata di Barella su assist della Scarpa d'oro al culmine di una vertiginosa azione offensiva di ubriacante bellezza; e, nel secondo tempo, altre opportunità per Insigne (con prodezza di Cilessen) e due volte per Kean, che ha sprecato incredibilmente un contropiede ma che va nel complesso elogiato, perché si è calato nella parte con grande disponibilità al sacrificio, rientrando a tamponare nella zona di mezzo. 
SUPER SPINAZZOLA, KEAN IN RIALZO - Kean pare avviato sulla strada del recupero a misure degne del suo talento, ma il discorso va allargato, perché questa Nazionale sta facendo del bene a tanti nostri calciatori e quindi a tutto il movimento. Il Donnarumma azzurro, ad esempio, non sbaglia un colpo, e ieri ha sventato, in avvio di secondo tempo, una clamorosa palla gol deviando in corner una conclusione ravvicinata di Van de Beek; uno dei pochi interventi difficili a cui è stato chiamato il milanista, che però sa mantenere alta la concentrazione anche quando non è sottoposto a "bombardamenti" avversari. E che dire di Spinazzola? Continuo, propositivo, ficcante: batte la corsia sinistra con inesausto furore, sa anche saltare l'uomo oltreché crossare, è un punto di riferimento per i compagni che lo cercano a ripetizione: visto che si indugia spesso in arbitrari accostamenti, spesso figli di nostalgia fine a se stessa, fra gli azzurri di oggi e quelli di ieri, bene, mi sento di poter dire che questo ragazzo sarebbe stato titolare fisso in molti club italiani di alta classifica degli anni Ottanta - Novanta, la nostra età dell'oro, e che al momento, in Nazionale, può giocarsi tranquillamente il posto con Emerson. Meno convincente è stato sull'altro versante D'Ambrosio, i cui limiti tecnici peraltro sono noti, ma ha raggiunto comunque la sufficienza e nel finale ha sbrogliato una situazione spinosa nell'area piccola. Continuo a pensare che, a destra, soluzioni più attendibili siano rappresentate da Di Lorenzo e anche dall'impeccabile Lazzari dell'ultima stagione laziale.  
LOCATELLI, GRANDE "ACQUISTO" - Nel mezzo, come detto, fondamentale è stato il rientro di Jorginho, con la sua paziente tessitura e alcune verticalizzazioni di prima che hanno incrementato l'efficacia della manovra azzurra. Barella è andato più a corrente alternata rispetto a Firenze, ha fornito un contributo più di spada che di fioretto, confermando peraltro la sua straordinaria efficacia negli inserimenti in area, siglando il gol vittoria con un colpo di testa da centravanti vero. Senz'altro più cospicuo è stato l'apporto alla manovra di Locatelli, esemplare nelle due fasi, capace di lavorare una gran quantità di palloni con grande costrutto e pochissime sbavature: un acquisto importante e definitivo, per un reparto che da anni non avevamo così ricco di fosforo e di piedi educati. 
IL PROBLEMA DEL GOL E L'ANNO NERO DI ZANIOLO - Rimane il problema dell'attacco: problema, perché dalla gran mole di gioco e occasioni prodotte è uscita la miseria di un golletto, realizzato per di più da un centrocampista. Intendiamoci: non si può non promuovere la prova di Insigne e Immobile, che hanno martellato la difesa arancione, hanno concluso direttamente, confezionato assist, aperto varchi, ma continua a latitare il killer instinct. Soprattutto Ciro, ora che è cannoniere principe europeo, ha una responsabilità in più e, in accordo con Mancini e coi compagni, deve trovare il modo di diventare una freccia acuminata anche in rappresentativa, così come devono al più presto raddrizzare la mira Kean e Chiesa, che hanno il gol nelle loro corde. Nell'immediato ci si potrebbe anche affidare a Caputo, peraltro tutto da scoprire sui palcoscenici internazionali: un salto nel buio, insomma. Infine, Zaniolo, evidentemente nel suo anno più buio. Si consoli: pagato il tributo alla malasorte, tanti campionissimi del passato sono tornati ai massimi livelli, in primis Roby Baggio, anche lui martoriato non poco nel primo periodo della carriera (e purtroppo anche in seguito). Coi suoi strappi, le sue incursioni, le sue accelerazioni, può diventare elemento chiave del gioco azzurro: la sua presenza è fondamentale nel futuro del progetto Mancini, ma ora occorrono calma, prudenza e circospezione nel percorso di recupero, senza forzare i tempi, e pazienza se dovrà rinunciare all'Europeo. Il ragazzo è ancora un talento in erba, non ha bisogno di bruciare le tappe.  

lunedì 31 agosto 2020

FINALMENTE TORNA LA NAZIONALE. IL CLUB ITALIA È IL MODELLO DA CUI RIPARTIRE DOPO IL DECENNIO ORRIBILE DEL NOSTRO CALCIO: VEDIAMO PERCHÉ

                              Chiesa e Jorginho, simboli del nuovo corso azzurro (foto Guerin Sportivo)

Finalmente il cielo del calcio italiano torna a tingersi d'azzurro. Sarà anche una metafora un po' usurata, ma sentir di nuovo parlare di Nazionale dopo dieci mesi è una boccata d'aria fresca. Era tempo, anche per la salvaguardia di uno dei pochi patrimoni tecnici rimasti al nostro movimento: l'atmosfera attorno alla Selezione stava infatti cominciando a farsi pesante, per via di certe voci riguardanti un raffreddamento di Mancini in seguito ai contatti Gravina - Lippi (contatti incauti e intempestivi, si può dire?). Meglio quindi che si ritorni a ragionare di cose di campo, e a giocare... La Nations League bussa alle porte: un test importante, per quanto svalutato da surreali modifiche regolamentari che hanno cancellato le retrocessioni della prima edizione, cioè il vero "sale" della neonata manifestazione. 

DECENNIO DA INCUBO - Ma non importa, perché, per noi, in ballo c'è molto di più dell'esito finale del torneo. Siamo agli sgoccioli del decennio più orribile della storia calcistica italiana: dieci anni senza che un club tricolore sia riuscito a portare a casa uno straccio di coppa europea; dieci anni costellati di magre figure azzurre, col culmine della mancata qualificazione al Mondiale russo; dieci anni di regressione non tanto in termini di qualità del materiale umano (che c'è stata, ma non così netta come direbbero i risultati) quanto economica, progettuale e organizzativa, col crimine della assoluta trascuratezza dei vivai coniugata con l'esterofilia più ottusa di sempre: ottusa e controproducente, non è un'opinione ma un dato di fatto, vista la perdita di competitività internazionale del sistema calcio - Italia. 

I QUATTRO ESEMPI DA SEGUIRE - Ebbene, al termine di questa decade da incubo, abbiamo un disperato bisogno di ripartire, e una ripartenza seria non può che prendere le mosse dagli unici esempi sani proposti dall'italico football agli alti livelli: l'Atalanta come modello di programmazione complessiva a lungo termine; il Milan per il coraggio di puntare sulla gioventù nostrana (Donnarumma, Conti, Romagnoli, l'ultimo arrivato Gabbia, e ora l'enfant prodige Tonali, se l'acquisto andrà in porto); la tanto bistrattata Inter, ebbene sì, se non altro perché ha raggiunto la finale di Europa League con un gruppo in cui ha assunto un'importanza notevole un mini nucleo di giocatori indigeni (Bastoni e Barella soprattutto, ormai consolidate certezze, con contributi importanti anche di Gagliardini e D'Ambrosio); e la Nazionale, appunto, che deve tornare a essere il principale volano dello sviluppo del nostro football. Anche perché fra 2018 e 2019 Mancini ha posto basi importanti, con una politica che ha concretamente sposato la linea verde e un modo più moderno di concepire il gioco. In pochi mesi abbiamo visto sbocciare una squadra nuova di zecca, capace di cercare il risultato attraverso una manovra piacevole e propositiva. Dell'abbordabilità del girone di qualificazione europeo si è già ampiamente parlato: indiscutibile, così come è innegabile che, in un passato anche recente, selezioni azzurre ben più referenziate abbiano penosamente stentato contro avversarie altrettanto se non più modeste. 

CONVOCAZIONI FIUME: I PRECEDENTI - La verità è che si riparte da un filotto di dieci sonanti vittorie (più una in amichevole) e da un progetto credibile. Si discute in queste ore delle convocazioni-fiume del Mancio, ben trentasette i chiamati, e non mancano le perplessità in merito. Un modus operandi che invece, personalmente, mi trova assolutamente d'accordo. Facciamo un po' di storia: il primo a percorrere questa via fu Arrigo Sacchi negli anni Novanta, ma, più che altro, per una affannosa e tormentata ricerca di uomini che si adattassero il meglio possibile ai suoi rigorosi disegni tattici. In seguito, invece, la Nazionale "allargata" è divenuta quasi una necessità, dettata da varie motivazioni. Dopo il fiasco nippo-coreano del 2002, Trapattoni decise di aprire le porte di Coverciano a seconde e terze linee: entrarono in gruppo fra gli altri Legrottaglie e Nervo, Perrotta e Camoranesi, Corradi e Di Natale, gente fin lì trascurata nonostante un rendimento sempre elevato, magari con la sola colpa di non militare nelle big metropolitane. Il Trap lo fece perché i titolarissimi extra lusso stavano segnando il passo, e la sua squadra, dopo aver fallito l'appuntamento iridato, rischiava di restare fuori anche dall'Europeo portoghese. I nuovi arrivati portarono voglia di emergere e indubbie qualità, e furono anche un pungolo per i "grandi", che ripresero ad esprimersi al meglio delle loro potenzialità. 

In seguito, nelle sue due gestioni, Marcello Lippi schierò più volte delle Nazionali "sperimentali", con largo utilizzo di emergenti e di esponenti  delle cosiddette "provinciali" (Mesto, Langella, Brienza, Di Michele, Foggia, Pellissier...) affinché il maggior numero possibile di calciatori di Serie A potesse sognare l'azzurro, accentuando così la voglia di migliorarsi dei singoli e il clima competitivo fra di loro, con benéfici effetti sia sul livello tecnico del campionato sia sul ventaglio di scelte a disposizione del cittì, che poteva pescare in un bacino sempre più ampio di elementi all'altezza dei palcoscenici importanti. 

Esempio che fu poi seguito anche da Prandelli, ma in un'ottica diversa: con le formazioni dei club già ingolfate di stranieri, si rendeva necessario offrire spazio in azzurro a ragazzi validi che quello spazio faticavano a trovarlo nelle società di appartenenza. Giovanissimi convocati prima di aver maturato un cospicuo minutaggio con il club (ricordo Perin e De Sciglio), al fine di forzarne la maturazione: una situazione per certi versi paradossale, che in tempi normali sarebbe stata inaccettabile ma che da allora è divenuta essenziale per costruire la caratura internazionale di tanti giovani di casa nostra, ricchi di talento ma impossibilitati a crescere in un campionato malato di esterofilia. E qui si torna al decennio terrificante che ci stiamo lasciando alle spalle: quanti ragazzi di assoluto valore ed enormi prospettive sono stati bruciati verdi per mancanza di pazienza da parte di tecnici e dirigenti! 

IL PIANO: PAZIENZA COI BABIES E SPAZI AZZURRI CONTRO L'OSTRACISMO DEI CLUB - Ecco dunque perché Mancini sta lavorando su una base azzurra così larga. Questi i concetti essenziali: vivere la rappresentativa e i suoi impegni per diventare giocatori da ribalta europea e mondiale, ciò che non potrà mai accadere giocando (a volte anche poco, oltretutto) in squadre di club dagli orizzonti limitati, e che pagano le loro poco lungimiranti politiche con ripetute figuracce fuori dei confini. Dei titolari o semi-titolari delle compagini di massima divisione, diciamo 15-16 elementi per squadra, gli italiani sono attorno al 40 per cento (calcolo fatto un po' a spanne, ma non lontano dalla realtà): il campo di scelta è risicatissimo, tenendo conto che difficilmente è convocabile chi milita in formazioni di bassa classifica (nelle quali si concentrano in massima parte i calciatori indigeni), e in una situazione del genere gli azzurrabili bisogna un po' anche costruirseli, valutando un ampio numero di uomini e azzardando su verdi speranze dal curriculum ancora scarno... 

E poi la pazienza coi giovani, da aspettare, costruire, perfezionare, e non da buttare via dopo i primi passi falsi: ecco dunque la rinnovata fiducia a Kean, reduce da una stagione fallimentare ma che deve solo essere disciplinato sul piano caratteriale, "smussato", perché ha classe da vendere e lo aveva già dimostrato nel suo perentorio esordio in Nazionale; ecco il coraggioso lancio di Luca Pellegrini; e riecco Zaniolo, che, secondo alcuni, dopo l'incidente... comportamentale dell'Euro Under 21 casalingo era già un calciatore finito, e che invece è ritornato più forte che mai, pronto anzi a diventare uno dei simboli di questa nuova generazione all'insegna della speranza. E ancora l'imberbe Tonali, su cui è giusto continuare a insistere nonostante qualche battuta a vuoto in campionato (comprensibile in un Brescia allo sbando), il ritrovato Caldara dell'ultima Atalanta, gli strepitosi Bastoni e Barella offerti dalla stagione interista, la giusta considerazione per Sensi, bruscamente frenato da guai fisici ma meritevole di attesa per quanto di buono, anzi ottimo, fatto vedere in azzurro l'anno passato. Il CT ha avuto anche la giusta attenzione alle indicazioni di una Serie A pur anomala come quella da poco finita: la conferma di Lasagna, attaccante fra i più positivi del dopo lockdown, l'esordio di Ciccio Caputo e uno Spinazzola dalle quotazioni in rialzo, alla luce degli ultimi confortanti mesi romanisti, senza dimenticare Locatelli, regista affidabile, continuo e dai piedi buoni; mancano Pessina e un Berardi che sembra finalmente essersi lasciato alle spalle i suoi irritanti alti e bassi, ma arriverà anche il loro momento.  

I NUOVI PUNTI FERMI DEL CLUB ITALIA - Parliamoci chiaro: questo Club Italia è un piccolo miracolo. Merito del caro vecchio Bobby-gol sampdoriano, certo, ma anche delle potenzialità inesauribili di un vivaio storicamente di prim'ordine, che può vivere fisiologiche fasi di stanca ma che, nonostante la mancanza di investimenti, il disinteresse, l'ostracismo verso le nuove generazioni, anche in questi ultimi sventurati anni ha saputo sfornare prospetti di livello. Perché non si perdano per strada, il ruolo della Nazionale sarà fondamentale, come lo è già stato per la crescita di Donnarumma, Di Lorenzo, Lollo Pellegrini, Barella (pluri-citato in questo articolo, ma è uno degli azzurri del momento), ormai punti fermi come un Acerbi non più di primo pelo ma all'apice della carriera, come Jorginho, Verratti e Insigne, campioncini fatti e finiti. Ricominciamo, dunque, con la massima fiducia. 

martedì 19 novembre 2019

VERSO EURO 2020: NON SOLO RECORD PER L'ITALIA DEL MANCIO. DIETRO LE CIFRE, UN GIOCO PREGEVOLE E GIOVANI IN CRESCITA COSTANTE

                                  Immobile e Belotti, gemelli del gol azzurri "in alternanza" (foto Guerin Sportivo)

Record su record, per la Nazionale del Mancio. Undici vittorie consecutive, solo successi nel girone di qualificazione europea, e poco ci mancava che si stabilisse un altro primato, il nuovo massimo scarto di gol della storia azzurra: ne bastava un altro paio con l'Armenia, ma accontentiamoci, per carità. Sono cifre di un'eloquenza granitica, che non garantiscono trionfi planetari per il futuro prossimo (Euro 2020) o un po' più lontano (Mondiali in Qatar, dove prima bisogna arrivare), ma dimostrano comunque che il cambio di marcia c'è stato, eccome se c'è stato. 
GIRONE ABBORDABILE, MA... - L'argomento del relativo valore degli avversari è valido e debole al contempo: perché non occorre essere profondi conoscitori delle vicende del pallone per accorgersi che non sono state battute delle corazzate, ma... Ecco, ci sono un sacco di ma: ad esempio i tanti gruppi facili in cui siamo capitati in passato, sia nelle eliminatorie che nelle fasi finali dei vari tornei, e nei quali abbiamo spesso messo insieme figure barbine che, a ricordarle, ancora si arrossisce. E poi il punto zero da cui il cittì è partito per questo viaggio: non eravamo più nessuno, una ex grande potenza calcistica rasa al suolo da un risultato umiliante, e in più bloccata da un handicap enorme, il rinnovamento che pareva impossibile, la difficoltà a trovar ricambi di valore già pronti per le grandi sfide, la mancanza di coraggio nel mettere alla prova le nuove leve. Questi erano gli sconfortanti blocchi di partenza di una Italia da ricostruire: a una stagione e mezza dall'avvento in panca dell'ex Bobby gol, la situazione è cambiata come dalla notte al giorno. Certo, il sorteggio ci ha aiutati, quella fortuna che un po' meritava, diciamocelo, una rappresentativa che ha contribuito ad alimentare la leggenda di questo sport, che ha messo insieme quattro titoli iridati e scritto pagine memorabili. Ma anche parlare di girone benevolo è relativo: ricordiamo che a giugno, al momento di incrociare i tacchetti con la Bosnia Erzegovina, non eravamo nemmeno sicuri di essere superiori a Dzeko, Pjanic e compagni. 
LA SVOLTA DELLO STADIUM - La nuova Azzurra è nata lì, allo Stadium torinese, in una serata di fine primavera: dopo un primo tempo che sembrò confermare la maggiore efficienza dei bosniaci, andati al riposo in vantaggio grazie al tocco sotto misura del bomber romanista, arrivò la reazione veemente dei nostri, una reazione però non affidata alla foga ma a una lucidità nell'interpretazione del match, una linearità di manovra, una sicurezza di palleggio che produssero le due stilettate di Insigne e Verratti, due prodezze balistiche che permisero di capovolgere con merito il risultato e di incamerare tre punti fondamentali. Da quel giorno non ci si è più fermati: punteggio pieno nel raggruppamento e, ciò che più conta, prestazioni contraddistinte quasi costantemente da espressioni di gioco di livello europeo.
BELLA A VEDERSI ED EFFICACE - Già, il gioco: altra "vittoria" centrata da Mancini in questa prima parte di gestione azzurra. La sua Selezione pratica, dal centrocampo in su, una manovra agile, rapida, esteticamente pregevole, efficace, sempre propositiva, ricordando in questo il primo biennio di Prandelli CT. Ma rispetto a quell'ormai lontano 2011-2012 c'è una maggiore perizia tecnica, una precisione nel tocco e nel trattamento del pallone che da tempo non ammiravamo in queste desolate lande calcistiche. Il Club Italia ha un'identità ben precisa e suona lo spartito con armonia, fatta salva qualche stecca qua e là, finora indolore. E' un meccanismo di squadra che ha radici solide e profonde, formatesi nel tempo, tanto che i primi vagiti in tal senso si videro nell'autunno 2018, a sprazzi nell'amichevole genovese con l'Ucraina e soprattutto nella straordinaria recita in casa della Polonia, l'altro snodo cruciale per la crescita della Nazionale insieme al citato match d'andata con la Bosnia. La differenza rispetto a un anno fa è che a Chorzow dovemmo aspettare l'acuto a tempo quasi scaduto di un difensore, Biraghi, per concretizzare la nostra schiacciante superiorità. 
COOPERATIVA DEL GOL - C'era, in quei giorni, il drammatico problema della mancanza di validi sbocchi offensivi, il rischio era quello di diventare come il Portogallo di un tempo, bello a vedersi ma tremendamente sterile. Le dieci gare del girone eliminatorio hanno invece fatto tirare un sospiro di sollievo: non abbiamo bomber epocali, Belotti si fa quasi sempre valere con dignità, Immobile ha qualche guizzo anche se in generale non riesce a replicare in azzurro l'infallibilità sotto porta che sfodera nella Lazio, Chiesa collabora attivamente all'azione ma manca ancora di un adeguato killer instinct; e tuttavia l'Italia attuale è soprattutto una cooperativa del gol, che porta alla conclusione vincente un pacchetto di centrocampisti dalla forte propensione alla spinta e di trequartisti che sanno essere micidiali incursori. Così, hanno trovato la via della rete Sensi, Barella, Lorenzo Pellegrini, e ieri sera a Palermo Zaniolo ha confermato il suo magic moment siglando una doppietta. Di quando in quando qualche acuto arriva anche dalla retroguardia: due segnature per Romagnoli, anche se con Liechtenstein e Armenia, una ciascuna per Bonucci e per il sontuoso Acerbi di questa annata. Residua qualche amnesia in fase di copertura, quasi inevitabile del resto quando si ha sempre la prua puntata verso la porta avversaria, ma almeno il dopo Buffon ci sta mostrando dei guardiani affidabilissimi: Donnarumma in Bosnia ha compiuto un paio di parate capolavoro, e sembra aver acquisito in azzurro quella continuità di rendimento che ancora gli fa in parte difetto nel Milan, mentre Sirigu col Toro sta disputando uno dei migliori campionati in carriera.  
AUTORITARI IN BOSNIA, IMPLACABILI AL BARBERA - Volando sulle ali di un gioco via via sempre più rodato, alimentato da una zona nevralgica densa di piedi buoni, il gruppo ha trovato sicurezza nei propri mezzi, disinvoltura nella gestione delle varie fasi di gara e capacità di tenere pallino: è passato con autorità a Zenica, quasi "scherzando" una rappresentativa dotata di notevole talento, ha giocato al tiro al bersaglio a Palermo con gli armeni, firmando un'altra piccola conquista: la capacità di goleare senza pietà quando ce n'è l'occasione, esattamente come fanno tutte le altre grandi (ma anche le "medie") del calcio mondiale e come noi, invece, non siamo quasi mai riusciti a fare (ricordiamo ancora certi striminziti 1-0 o 2-1 con colossi come Malta, Azerbaigian e Far Oer, per tacere del 2-2 del 2013 proprio contro l'Armenia, a Napoli, che ci privò del ruolo di testa di serie per Brasile 2014). 
PORTE APERTE AI GIOVANI - Guardando oltre le trionfali cifre, dunque, il bilancio è in ogni caso molto più ricco di luci che di ombre. Il merito più grande del Mancio rimane quello di aver dato larghissimo spazio alle verdi speranze del pallone tricolore. L'ho scritto più volte negli anni passati, anche nei momenti più bui del nostro calcio: ci possono essere alti e bassi, generazioni meno valide di altre, ma il nostro vivaio, per ragioni storiche e di DNA, non smetterà mai di produrre elementi di qualità. Il problema, in questo ventunesimo secolo, è sempre stato un altro: la scarsa fiducia riservata nei club agli emergenti, e la conseguente poca esperienza in fatto di partitissime ad alto livello.
In tal senso sono andate le esternazioni dei giorni scorsi di Antonio Conte da una parte e di Paolo Nicolato, trainer dell'Under 21, dall'altra. Il coach dell'Inter, dopo la sconfitta in Champions a Dortmund, ha lamentato il fatto di non poter chiedere l'impossibile a gente come Sensi e Barella, ottimi calciatori che però fino alla stagione scorsa difendevano i colori di  Sassuolo e Cagliari, e quindi privi, al momento, dell'abitudine a giocare su palcoscenici di rilievo internazionale. Uscita comunque discutibile per due motivi: primo, perché certe cose sarebbe meglio dirle direttamente ai propri dirigenti, secondo, perché se si costruisce una squadra attorno a due ragazzi come i sopra citati, bisogna accettare il fatto di dover operare soprattutto in prospettiva, cioè di mettere minuti e partite importanti nelle gambe di questi giovani per prepararli, magari già dalla prossima annata, a fare la voce grossa fuori dai confini. 
RAGAZZI ITALIANI DI NUOVO PROTAGONISTI - In questo, diciamolo, una grossa mano a Conte è arrivata e arriverà proprio da Mancini, che sta svezzando i due califfi del centrocampo nerazzurro al calor bianco di insidiosi confronti europei, con risultati oltremodo benefici sia per la Beneamata sia per il Club Italia. A tale aspetto si ricollega l'affermazione di Nicolato, il quale ha sottolineato come nella sua rosa attuale solo cinque giocatori siano titolari in A. Un problema che Note d'azzurro denuncia da tempi assolutamente non sospetti, e che tuttavia, almeno per i giovanotti già promossi nella Maggiore, sta trovando parziale soluzione: molti di loro sono protagonisti in campionato (si veda anche "la Nazionale del mese" che da ottobre compilo per la pagina Facebook del Guerin Sportivo), e certo ha avuto un ruolo fondamentale proprio l'atteggiamento determinato del  Mancio, che ha deciso di dare piena fiducia e spazio a ragazzi che spesso non sono dei punti fermissimi nei rispettivi club: pensiamo al Kean dell'anno scorso, al Biraghi di questi tempi e soprattutto allo Zaniolo convocato quando era ancora poco più che un pulcino.
Grazie a queste apparenti forzature, oggi abbiamo una rosa di venti - venticinque azzurrabili di ampio affidamento, alcuni letteralmente inventati dal nulla come Di Lorenzo, altri, come il citato Zaniolo e il baby Tonali, chiamati ad affrontare con esiti confortanti un processo di maturazione più veloce del previsto, altri ancora rivitalizzati come Bernardeschi, in ombra nella Juve ma sempre positivo in rappresentativa. Tutto questo, lo ripeto, non significa che vinceremo l'Europeo: significa semplicemente che abbiamo di nuovo un drappello di calciatori italiani in grado di andare in giro per l'Europa senza farci patire le pene dell'inferno, e anzi regalando spesso momenti di football godibile, con tanto di risultati anche fragorosi. E' solo una base su cui edificare, ma è una base discretamente solida. Il resto, forse, verrà. 

lunedì 9 settembre 2019

VERSO EURO 2020: FILOTTO ITALIA, SEI SU SEI. SENSI E PELLEGRINI SIMBOLI DEL NUOVO CORSO, SQUADRA CHE BRILLA AL CENTRO E SULLE FASCE

              Il "Gallo" Belotti: un gol (e mezzo) e varie occasioni mancate in Armenia (foto Guerin Sportivo)

Sei su sei, filotto di vittorie, e l'Europeo ormai a portata di mano. Chi l'avrebbe mai detto, solo un anno fa, dopo le prime, pallide prove della nuova Italia in Nations League? L'Azzurra di Mancini è cresciuta inaspettatamente in fretta, ha riconquistato una discreta credibilità internazionale, ha rialzato la testa dopo l'umiliazione dell'esclusione dal Mondiale. Tantissimo, in così poco tempo: non è pertanto il caso di fare troppo gli schizzinosi di fronte a certi cali di tensione, a certi impacci emersi in queste due prime gare stagionali. Fra Jerevan e Tampere, onestamente, non mi è parso di vedere un orizzonte così fosco come qualcuno lo ha dipinto. Ricordiamoci che siamo a settembre, il mese dell'azzurro - tenebra, quello in cui le nostre selezioni, storicamente, faticano di più; ma non è stato soltanto questo il problema. Fenomeni non ce ne sono, nel girone J, ma squadre belle toste sì: del resto l'Armenia, dopo averci creato non poche difficoltà, ha castigato la quotata Bosnia di Dzeko, e la Finlandia si era messa nella condizione di arrivare al confronto diretto di poche ore fa da seconda in classifica; se avesse vinto, ci avrebbe raggiunti. 
SENSI E PELLEGRINI, SIMBOLI DEL NUOVO CORSO - Esistono anche gli avversari, insomma, anche se spesso ce ne dimentichiamo. Con tutto ciò, la giovane Italia torna a casa con un bilancio largamente positivo non solo e non tanto sul piano dei risultati (contro i finnici poteva anche finire in parità, visto il generoso rigore poi trasformato da Jorginho), quanto su quelli del gioco espresso e del rendimento degli uomini utilizzati. Cominciamo da quest'ultimo punto: il Mancio sta allargando la rosa dei giocatori su cui fare totale affidamento. Sensi e Lorenzo Pellegrini sono ormai due titolari, e sono, se vogliamo, anche gli uomini simbolo della filosofia del nuovo corso. Se è vero che il cittì desidera una Nazionale che comandi il più possibile le operazioni in campo, una Nazionale propositiva, col muso costantemente puntato verso la porta dei rivali, ecco, l'interista e il romanista ne incarnano alla perfezione lo spirito: due centrocampisti che sanno appoggiare costantemente la fase offensiva, inserendosi, creando spazi, lavorando palloni, andando alla conclusione. E, nel caso di Pellegrini, adattandosi con profitto anche a giostrare nel trio avanzato, proprio per le sue caratteristiche di uomo di costruzione (ma mantenendo, in linea di massima, le attitudini di gioco tipiche del suo ruolo naturale): subentrato in Armenia, ha immediatamente cercato il gol su punizione, l'ha poi realizzato di testa su lungo traversone di Bonucci e ne ha sfiorato un altro nel finale con un destro sul portiere, mentre in Finlandia ha disputato una gara tatticamente ineccepibile pur se meno appariscente, giocando con abilità e intelligenza a sostegno dei compagni di prima linea. Quanto a Sensi, ieri in campo al posto di Verratti, due suoi formidabili tiri a lunga gittata avrebbero potuto dare ai nostri un vantaggio meritato già nella prima frazione: bravo il numero uno di casa la prima volta, questione di centimetri la seconda. 
IL CONTRIBUTO DELLE FASCE - L'ulteriore dimostrazione che le fortune di questa nuova Italia originano dal settore di mezzo, un settore manovriero, rapido, elastico, abile nel palleggio. E poi dallo sfruttamento delle fasce: giovedì Emerson ha fatto il diavolo a quattro sulla sinistra (suo l'assist per l'1-1- di  Belotti),  mentre poche ore fa, uscito dopo otto minuti appena per infortunio, è stato più che dignitosamente rimpiazzato da un Florenzi sempre pronto a proiettarsi in avanti, sfiorando anche la segnatura con un bel destro al volo parato a terra da Hradecky; se pensiamo che, in fatto di esterni bassi, dovremmo in futuro poter contare pure sui vari Piccini, Calabria, Zappacosta, Biraghi e Spinazzola, oltre all'ormai esperto De Sciglio e auspicando un recupero di Conti, il lavoro sulle corsie laterali è destinato a diventare una soluzione ancor più determinante per l'ulteriore crescita della rappresentativa. 
Di sostanza anche il contributo degli esterni alti. Oltre al già citato Pellegrini, Chiesa è salito di tono da un match all'altro: qualche pausa di troppo in Armenia (ma anche un assist sciaguratamente sprecato dal "Gallo"), una più consistente presenza a Tampere, con varie scorribande sulla destra, un pallone ribattuto dall'estremo difensore e il cross vincente per Immobile. Promosso con riserva Bernardeschi, che quando si accende fa balenare tutto il suo talento, peccato lo faccia ancora troppo a intermittenza: nel finale di primo tempo di giovedì, due splendide conclusioni, che hanno fruttato una traversa e una salvifica prodezza del guardiano Ayrapetyan.  
SOFFERENZE TEORICHE - Dicevamo dell'allargamento del Club Italia: ci sono nuovi titolari, ma sono venuti prepotentemente alla ribalta elementi che potranno tornare utili, pur non partendo dalle prime file. Izzo e Acerbi, ad esempio, hanno sbagliato poco in copertura e contribuito con continuità alla fase di costruzione, soprattutto il laziale, nel segno di una partecipazione corale a una pressione che, alla lunga, sfianca anche compagini chiuse a riccio. Fateci caso: al di là delle critiche preconcette da parte degli incontentabili, quanto hanno davvero sofferto i Mancini-boys in questa settimana azzurra? Poco, poco davvero. La prima metà del primo tempo in entrambe le partite, poi i primi 25' della ripresa contro Mkhitaryan e soci, quando i nostri sono paradossalmente calati proprio nel momento in cui hanno dovuto fronteggiare un avversario ridotto in dieci; infine, gli ultimi minuti coi finnici, protesi alla disperata, ma disordinata, ricerca del pareggio. In entrambi i match, spesso si è trattato di sofferenze più teoriche che reali: gol iniziale a parte, gli armeni hanno avuto le uniche vere occasioni nel corso della sfuriata di metà secondo tempo, con il citato neo romanista e con Mkrtchyan, mentre il rigore  del finlandese Pukki è frutto soprattutto di un isolato errore di un Sensi a quel punto in debito di ossigeno. In compenso, per i nostri, cinque gol, almeno un'altra decina sfumati di un soffio, una serie di azioni potenzialmente pericolose e un sostanziale controllo della situazione nei momenti topici delle due sfide. 
IN ATTACCO SI DEVE CRESCERE - C'è da lavorare sulla mira nei sedici metri finali, in effetti: difetto tipico, a ben pensarci, di tante buone squadre in sboccio, limite nonostante il quale si viaggia alla media di tre segnature a incontro nella fase eliminatoria, con tutto che Immobile ha interrotto un digiuno di due anni, Insigne e Kean sono ai box e aspettiamo ancora la prima prodezza di Chiesa junior. Insomma, questo duplice battesimo stagionale ci lascia più conferme che dubbi, più momenti brillanti  che fasi di sofferenza e gioco opaco. E siamo a settembre, il mese delle nostre sofferenze calcistiche. Come si fa a non essere ottimisti? Capisco l'ansia di riguadagnare al più presto le tante posizioni perdute, ma non è questo il momento di spaccare il capello in due. La ricetta giusta è quella di Bobby gol: responsabilizzare le nuove leve ma senza caricarle di pressioni eccessive. I risultati li stiamo vedendo e, ripeto, sono sbalorditivi, pensando al vuoto in cui eravamo precipitati dopo il castigo svedese. 

mercoledì 12 giugno 2019

VERSO EURO 2020: L'ITALIA C'E', RIMONTA LA BOSNIA E SCIORINA UN INSIGNE DI SPESSORE INTERNAZIONALE

                                                 Verratti (foto Guerin Sportivo)

Ormai è ufficiale: l'Italia c'è, c'è di nuovo, è ritornata. Io per primo, nel precedente articolo di commento al trionfo in Grecia, avevo sottolineato l'importanza di non esaltarsi e di aspettare  test più probanti, per la giovane selezione di Roberto Mancini. Ebbene, il test impegnativo è arrivato, ed è stato superato con una brillantezza che, ad un certo punto della gara, pareva utopico auspicare. La Bosnia è squadra tosta, scaltra, di elevato tasso tecnico in numerosi elementi, non solo gli arcinoti Pjanic e Dzeko (Besic, Saric e Visca danno del tu al pallone). Per un'ora abbondante ha messo in grave imbarazzo i nostri, che tenevano pallino ma subivano ripetutamente la rapidità e la precisione delle ripartenze avversarie. In questo quadro tattico, il vantaggio ospite era stato quasi inevitabile: già Bonucci aveva salvato in scivolata su un inserimento di Visca, che poi forniva al centravanti della Roma un pallone comodo comodo per il tocco dello 0-1.
REAZIONE DI GIOCO, NON DI NERVI - Ma l'Italia ha saputo reagire, e lo ha fatto non di soli nervi, non solo attingendo a quell'orgoglio che è stato spesso, in passato, l'arma in più della nostra rappresentativa. Lo ha fatto cercando comunque di produrre gioco, nonostante un centrocampo che girava a scartamento ridotto grazie all'abilità dei bosniaci nel neutralizzarne le trame. Ha mantenuto una sua linearità di manovra, dapprima sofferta e spezzettata, poi via via sempre più "centrata", evitando assalti all'arma bianca che avrebbero, probabilmente, creato solo confusione e intasamento nell'area dei rivali. E' sintomo di una lucidità, di una consapevolezza nei propri mezzi che mai si erano palesate nella precedente gestione. Ed è merito di un gruppo di "piedi buoni" che stanno facendo dimenticare le imprecisioni e le incertezze di tocco cui negli ultimi anni ci eravamo tristemente abituati. 
L'INSIGNE CHE ASPETTAVAMO DA TEMPO - La sensazione è che questa giovane Nazionale sappia sempre cosa fare, e sia pronta a opporre le adeguate contromisure ad imprevisti e contrarietà. Così, nella prima ora di gioco, col pacchetto di mezzo sovente saltato dai rapidi tagli in avanti dei biancoblù, si sono rivisti i centrali di difesa alzare il baricentro e giocare in appoggio, in particolare con Chiellini che giungeva spesso fin sulla trequarti e sfiorava addirittura il gol del pari mancando di poco una deviazione ravvicinata su cross di Insigne (ripetendosi poi nel secondo tempo con una poderosa inzuccata respinta d'istinto dal portiere). Già, Insigne: se due indizi possono cominciare a fare una prova, la seconda prestazione super dopo quella di Atene dimostra che il partenopeo si è finalmente preso le chiavi della prima linea azzurra, riesce a dare libero sfogo al suo estro giostrando con efficacia per se stesso e al servizio dei compagni. Ha tirato fuori da ogni impaccio la squadra con la strepitosa rete dell'1-1 in avvio di ripresa, destro al volo di rara potenza sugli sviluppi di un corner, e ha poi continuato a martellare la retroguardia di Prosinecki, chiamando Sehic a un gran intervento su colpo di testa e poi appoggiando a Verratti il pallone per il colpo di biliardo che, in zona Cesarini, è valso la vittoria che ci avvicina ad Euro 2020. 
FINALE SPRINT DI VERRATTI: GIOCASSE SEMPRE COSI'... - Il talento e l'esperienza internazionale della stellina del PSG sono emersi alla lunga, dopo che l'aggressività bosniaca aveva a lungo costretto lui e i compagni di reparto a remare controcorrente. Nella zona nevralgica, il solo Barella ha retto la baracca nel momento peggiore, mostrando il suo volto di combattente che ne completa le doti propositive, ieri meno appariscenti rispetto alla trasferta ellenica; poi è venuto fuori Jorginho, con un gioco scarno ma fondamentale per ricreare equilibrio nel settore, e la chiusura, come detto, è stata tutta del "francese", che se giocasse sempre coi ritmi, la continuità, la precisione e la concretezza degli ultimi venti minuti sarebbe elemento di valore planetario. 
I MERITI DELLA DIFESA; BERNARDESCHI GIU' DI TONO - Pur stregati dall'ondata offensiva finale, che ha visto il fresco Belotti fornire un contributo di notevole spessore fisico e Insigne sfiorare persino il 3 a 1 in contropiede poco prima del triplice fischio, non dobbiamo però dimenticare il ruolo decisivo recitato dalla terza linea per larghi tratti di gara. L'atalantino Mancini ha un po' sofferto nel tenere a bada gli avanti bosniaci, in particolare un Dzeko indiavolato, un perno offensivo che farebbe la fortuna di rappresentative anche più qualificate. Del duo juventino si è detto, mentre Emerson è stato costretto dalle circostanze a rimanere quasi sempre rintanato dietro, essendo invece un laterale che dà il meglio di sé in fase di spinta; ma merita una citazione anche Sirigu, che ha sfoderato sicurezza assoluta e coraggio, come quando è uscito su Dzeko strappandogli il pallone coi piedi. Fra lui, Donnarumma e l'ottimo Meret dell'ultima stagione napoletana, ci troviamo ad essere più coperti nel ruolo di quanto ci aspettassimo, dopo l'addio di Buffon. In avanti, come detto, Insigne uber alles; per il resto, Quagliarella ha avuto un solo pallone giocabile nel primo tempo e l'ha scagliato verso la porta di destro, consentendo a Sehic di prodursi nella miglior parata della serata, mentre ha deluso Bernardeschi, che col centrocampo in crisi avrebbe dovuto prendersi maggiori responsabilità in chiave creativa. Ma sono dettagli; importanti, certo, ma di sicuro nulla di irrimediabile. E poi si è ritrovato il feeling con le vittorie, senza le quali il morale resta sotto i tacchi e di strada se ne fa poca. Avanti così. 

domenica 9 giugno 2019

VERSO EURO 2020: L'ITALIA TRIONFA IN GRECIA. LA CRESCITA CONTINUA, BENE EMERSON E TUTTO IL PACCHETTO DI CENTROCAMPO


Primo comandamento: guai a illudersi. La storia del calcio italiano è ricca di bagliori improvvisi che sembravano annunciare trionfi in serie, salvo poi costringerci a rinfoderare i sogni di gloria per tornare a masticare amaro. Ebbene sì, accadde anche con la Grecia, nostra malcapitata avversaria di poche ore fa: nell'ottobre dell'83, un luccicante 3-0 a Bari colto dagli eredi dei mundialisti spagnoli. Pareva l'inizio di una nuova era di potenza e dominio, ma nel giro di poche settimane Svezia e Cecoslovacchia ci fecero la festa nelle qualificazioni all'Europeo '84, ridimensionando le ambizioni della nuova truppa di Bearzot e preannunciando con largo anticipo la magra a cui la sbiadita compagine azzurra sarebbe andata incontro al Mundial '86. La premessa è forse sgradevole ma necessaria, perché lungo è ancora il cammino verso la totale rinascita, né potrebbe essere diversamente dopo l'onta e l'abisso dell'esclusione da Russia 2018. E tuttavia, ormai la realtà è palese e innegabile: abbiamo di nuovo una Nazionale, una Nazionale che ha ripreso a fare calcio come Dio comanda e che può andare in giro per l'Europa a testa alta. 
BRILLANTE E PROPOSITIVA - Non era scontato, visto il buco nero dal quale eravamo stati inghiottiti. Ma Roberto Mancini, senza proclami, lavorando sottotraccia, preso in mezzo dalle esigenze dei club che riducono sempre più all'osso gli spazi delle rappresentative, ha già dato al gruppo azzurro un'identità ben precisa. Il copione di Grecia - Italia è stato, per i nostri, il medesimo delle precedenti sfide, a partire dall'eccellente trasferta polacca in Nations League: un undici che ha ritrovato il gusto del gioco, del possesso palla non fine a se stesso ma costantemente propositivo, una compagine che sa palleggiare con maestria a centrocampo ma anche cogliere il momento giusto per verticalizzare, per puntare con decisione la porta. D'accordo, la selezione ellenica attuale non è certo ai vertici continentali, anzi; la tara agli avversari va sempre fatta, ma ricordiamoci anche che nel passato recente, contro rivali ben più modesti di quelli di ieri, i nostri prodi hanno spesso stentato penosamente rimediando mezze figuracce o figuracce intere. Per non andare troppo lontano nel tempo, pensiamo alle ultime qualificazioni mondiali, alla doppia sfida con la Macedonia. Ecco, rispetto a quei momenti grami, è come essere passati dalla notte al giorno. 
DOMINIO E AUTOREVOLEZZA - Il nuovo Club Italia è una boccata d'aria fresca per come si propone, per il piglio autorevole con cui assume l'iniziativa, per come riesce ad affondare i colpi. Chiaro che vada atteso a test assai più probanti, ma c'è già uno stile, un'impronta, che emerge a prescindere dal valore di chi gli sta di fronte. Ad Atene, i ragazzi del Mancio hanno subito messo le mani sulle leve di comando del match. Traccheggiando un po' nei primi venti minuti, ma sempre in pieno controllo della situazione, per poi rompere gli indugi e andare a cogliere un successo che hanno ben presto intuito essere alla portata. Il trainer ha saputo sfruttare il momento magico di Emerson, già protagonista della finale di Europa League e ieri instancabile stantuffo sulla fascia sinistra. Ed è stata proprio una vittoria "di sinistra", diciamo così, perché maturata esclusivamente sul versante mancino del campo, percosso con continuità ed efficacia dai nostri azzurri per tutto il primo tempo. Così Belotti, dopo aver sprecato calciando alto su assist di Insigne, ha messo a soqquadro la retroguardia dei blu, arrivando sul fondo e scodellando in mezzo un pallone che Barella ha calciato in rete con decisione. Sempre da sinistra è partita la fuga in contropiede di Insigne, che ha saltato il suo controllore con eleganza per poi trafiggere Barkas con un morbido tocco di destro, ed infine Emerson ha crossato per Bonucci, abile a realizzare di testa confermando la sua fama di difensore goleador. 
SEMPRE PIU' CONCRETI - Altre occasioni sono  state mancate da Barella, giunto a tu per tu col portiere che ne ha neutralizzato il tentativo di pallonetto, e poi da Insigne e Chiesa nel secondo tempo, per tacere di altre iniziative pericolose, ad esempio un tiro a fil di palo del subentrato De Sciglio. Ha tutto sommato ragione, Mancini, a rammaricarsi per non aver trovato il poker: ma se la scarsa efficacia in fase conclusiva è stata a lungo il tallone d'Achille di questa giovane Italia, si può dire che in parte l'handicap sia stato superato. Manca giusto il citato Chiesa, ad accrescere la forza penetrativa della squadra: lavora tanto in prima linea, per sé e per gli altri, ma non riesce a concretizzare come ci si attenderebbe, e sconta forse la stagione disgraziata della Fiorentina. In compenso, si è visto l'Insigne più convincente di sempre in azzurro, proprio quando la sua esplosione stava diventando una chimera, mentre il trio di centrocampo continua a girare a mille: detto di Barella, visto ancora una volta nelle vesti di abile incursore e con una personalità sempre più svettante, tanto da fargli superare con disinvoltura anche i rari momenti di impasse, sia Jorginho che Verratti si sono fatti valere nelle due fasi, a chiudere, cucire e far ripartire l'azione, gestendo il pallone con proprietà tecnica e sapienza tattica. Insomma, la sostanza c'è, più avanti arriveranno impegni più severi, ma è giusto che ad essi ci si avvicini gradualmente, per consentire una tranquilla maturazione dei giovani (anche se ieri l'autentica linea verde in campo è stata rappresentata dai soli Barella e Chiesa): intanto, vincere aiuta a vincere, e vincere brillando aumenta la fiducia nei propri mezzi di un gruppo che partiva con un fardello pesantissimo sulle spalle, lasciato in eredità dalla precedente gestione. 

domenica 24 marzo 2019

VERSO EURO 2020: FINLANDIA BATTUTA, E' L'ITALIA DI BARELLA, BERNARDESCHI E KEAN, MA QUAGLIARELLA DEVE ESSERE TITOLARE


Ci sono partite che sarebbe ingiusto valutare solo in base al risultato e alla prestazione collettiva. Quella di ieri sera dell'Italia è stata tutt'altro che scintillante, al netto delle esaltazioni sopra le righe di certi cronisti, ma ha comunque lanciato segnali importanti, per il futuro prossimo e a medio termine. E' un'Azzurra che ha voltato definitivamente pagina, che ha sposato con decisione la linea verde senza però trascurare l'esperienza. A Udine, è stata soprattutto l'Italia di Barella, Bernardeschi e Kean, tre ruoli chiave che hanno trovato tre interpreti nel fiore della gioventù e già pienamente convincenti, ma anche di Quagliarella, uno di quei "vecchietti" fondamentali più che utili, perché possono essere, a un tempo, chioccia e arma in più. 
CONTRO IL CATENACCIO - Performance non brillantissima, si diceva; ma vedendo una Finlandia che per settanta minuti e oltre ha fatto catenaccio puro, arroccandosi in retroguardia, appiattendo la linea di centrocampo su quella difensiva, tornava alla mente un vecchio adagio calcistico: per giocare bene bisogna essere in due. Già: difficile fare del buon calcio contro avversari che badano solo a chiudere i varchi e a distruggere le trame altrui, ancor più difficile se si è una formazione in sboccio, in fase di costruzione, ancora non pienamente rodata e con diverse lacune da colmare. Oltretutto, quello del Friuli è stato in pratica un nuovo inizio: si tornava in campo dopo ben quattro mesi, una pausa agonistica assurda, che impone la necessità di rivedere il calendario internazionale per restituire qualche spazio in più alle rappresentative. 
PUNTARE SU QUAGLIARELLA, IN ATTESA DEI NUOVI - Ci eravamo lasciati a novembre con una squadra che aveva magicamente ritrovato un gioco plausibile, la capacità di manovrare in scioltezza e financo con eleganza, e che pagava però dazio a una scarsa efficacia al momento di finalizzare. Dopo tanto tempo, non era facile riallacciare subito le fila del discorso, e il campo lo ha confermato: il team di Mancini è stato in effetti meno pimpante, rapido, continuo e avvolgente in fase di costruzione, anche se l'impronta del cittì, tattica e di mentalità, si è comunque palesata. In altre parole, l'atteggiamento è sempre propositivo, ma è mancata l'incisività dalla trequarti in su, lo spunto in grado di abbattere la muraglia finnica.
LA LEZIONE DELL'ITALIA DI VICINI - Il problema rimane l'attacco: in attesa di recuperare Chiesa e di lanciare il meritevole Cutrone (che ha il gol nel sangue), era forse il caso di ricorrere subito a Quagliarella, che nello scarso minutaggio a disposizione ha confermato di attraversare una evidente seconda giovinezza, toccato dalla grazia: un colpo di testa neutralizzato da una prodezza del portiere, una staffilata di destro che ha scheggiato la traversa. Non avremo mai la controprova, ma fosse stato schierato dall'inizio si poteva forse realizzare un punteggio insperato. E' l'uomo che ci serve, in questo preciso momento storico, per superare le naturali difficoltà di certi elementi alle prime armi e ancora in imbarazzo sui grandi palcoscenici, e non sarebbe certo una sconfessione del progetto giovani che caratterizza l'attuale gestione azzurra: negli anni Ottanta Azeglio Vicini, nel periodo di rinnovamento del Club Italia dopo il fallimento di Messico '86, lanciò sì tanti talenti della sua Under 21, ma in avanti, nell'attesa che Vialli e lo stesso Mancini raddrizzassero la mira, si affidò al veterano Altobelli, che lo ripagò a suon di gol risultando decisivo nella qualificazione ad Euro '88. Lezioni da non dimenticare...
IMMOBILE: POCHI LAMPI - Senza il doriano, la prima linea ha vissuto delle accelerazioni di Kean, che nel secondo tempo ha sbagliato anche due assist importanti ma è costantemente stato nel vivo dell'azione, si è fatto sempre trovare pronto agli inserimenti e ha siglato con merito il primo gol "millennial" dell'Italia su cocciuta iniziativa di Immobile, peraltro l'unica vera alzata di genio del laziale, che per il resto si è mostrato poco lucido e poco ficcante come troppo spesso gli accade in rappresentativa. Continuo a pensare che non sia la soluzione ideale per l'attacco: oltre ai nomi prima citati, è da auspicarsi una risalita delle quotazioni di Belotti, in fase di ripresa dopo esser stato alle prese con una stagione assai complicata.
BERNARDESCHI ANIMA OFFENSIVA - Godiamoci anche Bernardeschi, plastico esempio di come l'esperienza a livello europeo sia fondamentale per uscire dal guscio e dare concretezza a doti tecniche già di prim'ordine. Lo juventino è stato il principale animatore delle offensive italiane, dai suoi piedi è partita l'azione del primo gol, suoi i due assist per le occasionissime di Quagliarella, e si era anche guadagnato un rigore piuttosto netto non visto dal direttore di gara... Dietro di lui, un Barella già califfo del centrocampo, positivo in interdizione e in rilancio e pronto ad andare al tiro (è toccato a lui sbloccare il risultato, con una conclusione dalla distanza deviata da un difensore). Nel triangolo della zona nevralgica, non altrettanto convincenti sono apparsi Verratti, sufficiente ma nella solita versione tricolore "minimalista", e Jorginho, che non è stato in grado di dare ordine alla manovra, commettendo anzi alcuni errori anche banali. Discreta prova del pacchetto di retroguardia, peraltro non eccessivamente sollecitato: Piccini (giusta conferma per un buon giocatore "dimenticato" all'estero troppo a lungo) si è mostrato sempre "sul pezzo" e ha anche sfiorato un bel gol al volo su traversone di Kean, Biraghi è partito col freno a mano tirato per poi aumentare la sua pressione sulla fascia sinistra, ma senza esagerare: ci si attende da lui maggiore coraggio nelle incursioni.