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giovedì 3 giugno 2021

VERSO EURO 2020/21: COSA C'E' DIETRO LE SCELTE "CONSERVATIVE" DI MANCINI


E così, dopo aver indorato la pillola agli "esaminandi" facendo discreta bisboccia in tv da Amadeus (fra un'Arisa e un Clementino, un Colapesce Dimartino e un Coma_Cose, questi ultimi cantati a squarciagola da buona parte degli azzurrabili), il cittì Mancini ha diramato i nomi dei 26 prescelti per Euro 2020/21. Dico subito che, per quanto mi riguarda, si tratta di un elenco plausibile, con una sua logica. Credo non esista, nella storia del calcio, un listone per Mondiali od Europei che non abbia suscitato furenti discussioni, da noi come nelle altre nazioni: ci fu da eccepire persino sulle scelte compiute nel 1982, e anche oggi, pur davanti alla constatazione che i risultati alla fine diedero pienamente ragione a Bearzot, si può sommessamente affermare che un posticino in quel memorabile gruppone l'avrebbe meritato anche gente come Di Bartolomei, Pruzzo o Beccalossi, e cito solo alcuni degli esclusi eccellenti di allora: questo per dire che il calcio non offre realtà tecniche granitiche e incontestabili nemmeno in presenta di dati oggettivi come, in quel caso specifico, uno squadrone che conquistò il massimo alloro planetario.

ESPERTI D'OCCASIONE - Si dice sia un bene che il Club Italia faccia ancora accapigliare su convocati e non convocati. Boh, non saprei dire. Sarebbe forse positivo se si trattasse di discussioni che scaturiscono da una conoscenza almeno discreta di ciò di cui si parla. La sensazione di queste ore è opposta, ossia che chi lancia accuse anche pesanti al Mancio si sia svegliato per incanto solo adesso, non abbia seguito nemmeno un minuto del percorso azzurro di questi tre anni, e ragioni solo in base a ciò che ha visto (magari con le fette di prosciutto del tifo sugli occhi) durante la stagione di club. Del resto, è un fenomeno tipico, un effetto collaterale delle grandi manifestazioni calcistiche, che creano interesse occasionale per la rappresentativa, ossia per quella squadra che nei bienni di qualificazione viene sistematicamente vista come un fastidio, un intralcio, e non a caso è ormai diffusissima l'opinione che gli impegni delle nazionali dovrebbero essere relegati in un angusto spazio temporale, magari un mesetto scarso a fine stagione e ringraziare, sia mai che le società ricche e meno ricche vedano intralciati i loro più o meno gloriosi cammini.

CONSERVAZIONE - Non in altro modo, se non appunto con questa ignoranza dei fatti, si può spiegare l'accanimento contro certi nomi inseriti dal trainer azzurro nel suo elenco. Perché una cosa balza subito gli occhi di chi, come me ad esempio, ha seguito vita, morte e miracoli di questa "selecciòn": le convocazioni di Bobby gol rispondono a un criterio ben preciso. Sono convocazioni prettamente conservative, che tendono a premiare e valorizzare chi, in questo triennio, ha fatto sistematicamente parte del gruppo e ha contribuito a farlo crescere sia come spirito di squadra, sia come collettivo sul campo, con prestazioni di livello che hanno avuto la loro parte nell'ottenimento di risultati eccellenti. Perché, giova sempre ricordarlo, la nuova Italia post Svezia '17 ha fatto cose incredibili in così poco tempo: una qualificazione europea, una final four di Nations League, l'ottimo avvio nelle eliminatorie mondiali, il ritorno nella top ten del ranking FIFA, che dopo l'estromissione da Russia 2018 pareva una chimera.

BERNARDESCHI E GLI ALTRI "ACCUSATI" - Era lecito buttare a mare parte degli uomini che erano stati perlomeno coprotagonisti di queste piccole grandi imprese? Beh, lo sarebbe stato se nel frattempo il loro rendimento azzurro si fosse drammaticamente abbassato. Ma non è stato così: il casus belli è rappresentato soprattutto da Bernardeschi. Certo, sulla base del ruolino di marcia con la Juventus, è una convocazione che non sta né in cielo né in terra, ma la rappresentativa non è una All Stars in stile basket, da assemblare in base allo stato di forma del momento: fosse questo il criterio, non sarebbe mai possibile plasmare una base fissa di uomini azzurri attorno alla quale strutturare l'organico. Certi uomini "devono" restare in gruppo a prescindere dagli alti e bassi nel club di appartenenza. Se Bernardeschi in bianconero risulta oltremodo impalpabile, con la maglia della Nazionale si trasforma: raramente delude, a volte diventa perfino decisivo segnando o facendo segnare, comunque creando pericoli: e lo fa più o meno dall'inizio della gestione Mancini. Il quale sarà stato sicuramente combattuto sul destino da riservargli, ma alla fine ha preso una decisione per la quale onestamente non mi sento di crocifiggerlo. Stesso discorso, in misura minore, si può fare per gente come Belotti e Sirigu, che sono stati coinvolti nell'annata tremenda del Toro ma che di questa Italia sono sempre stati colonne portanti, come collanti dello spogliatoio e il primo, soprattutto, come buon terminale offensivo. E poi Emerson Palmieri: gioca pochino nel Chelsea, ma in azzurro ha sempre fatto il suo (anche se ora parte in subordine allo straripante Spinazzola di questa annata) e ha comunque una certa abitudine alla sfide internazionali che non può essere trascurata.

ACCUSE RISIBILI - Tutto questo, sorvolando su altre accuse sostanzialmente risibili lanciate al nostro trainer. Tipo quella di essere schiavo di presunti poteri forti, o più concretamente dei grandi club: solo questo spiegherebbe la presenza in rosa del solito Bernardeschi e non quella di Politano, obiettivamente protagonista di un ottimo torneo col Napoli. Napoli che peraltro ha fra i 26 Meret, che non meritava di esserci più dell'ottimo Cragno, forse artefice principe di una salvezza cagliaritana imprevedibilmente sofferta, il bravissimo Di Lorenzo, che invece lo merita ma il cui posto poteva venir minacciato dal fantasmagorico Lazzari ammirato in campionato, una forza della natura che stranamente Mancio non "vede", e infine Insigne, che forse non ha disputato la sua annata migliore, quantomeno per certe défaillance nei momenti cruciali (Supercoppa e ultima giornata), ma che è giusto che ci sia, essendo stato uno degli attori principali della ricostruzione azzurra, e anche lui, come "Berna", quasi sempre all'altezza della situazione col Club Italia. E poi ci sono Locatelli, Raspadori e Berardi del Sassuolo, che avrebbe avuto anche Caputo non fosse stato tormentato dagli infortuni, e insomma, tutto si può dire del Sassuolo, che sia una società facoltosa e bene organizzata, ma che possa perfino essere annoverata fra i "potenti" del nostro football, suvvia...

PIANO A LUNGO TERMINE E IN PIU' FASI - Il piano del cittì mi pare chiaro: Euro 2020/21 come punto di arrivo di una prima, importantissima fase del suo complesso lavoro, e come tale non potevano mancare tutti quelli che lo hanno aiutato a raggiungere questo primo step, beninteso se in condizione di giocare e offrire un rendimento all'altezza di un palcoscenico così prestigioso. Ma il progetto di questa Italia manciniana (ebbene sì, esiste un progetto, cosa rara nell'improvvisato mondo del pallone tricolore) è a più ampio respiro. Dopo il disastro brasiliano del 2014, Antonio Conte impostò un'operazione a breve termine e dagli orizzonti limitati: salvare il salvabile della gestione precedente, inserire pochi elementi nuovi per cercare di arrivare all'Euro 2016 e ben figurarvi. Ci riuscì (ricordiamo che nell'ultimo torneo continentale siamo usciti ai quarti con la Germania iridata solo dopo i rigori, e dopo aver dato lezioni di calcio ai colossi Belgio e Spagna), ma la cosa finì lì, senza alcuna eredità plausibile lasciata al successore Ventura, che dal canto suo sbagliò quasi tutto quel che si poteva, ma perlomeno ebbe il merito di avviare quell'opera di ringiovanimento dei ranghi poi ripresa in mano con maggior decisione dall'attuale tecnico, che ne ha fatto la principale linea guida del suo operato.

IL MEGLIO ARRIVERA' DOPO L'EURO? - Mancini, invece, si trova davanti a un complesso di impegni di cui, piaccia o meno, l'Euro rappresenta solo il primo passaggio. Un passaggio che va affrontato con serietà e con la voglia di arrivare il più lontano possibile, soprattutto sulla spinta di un girone iniziale da giocare in casa, ma che, inutile nasconderlo, dovrà essere anche e soprattutto banco di prova, occasione per misurarsi con grossissime realtà internazionali, e quindi crescere, purtroppo anche attraverso amare delusioni, se sarà il caso, perché è così che si diventa grandi. Dopo, ci sarà una Nations League da ospitare contro tre colossi del Vecchio Continente, e poi ci sarà ancora da conquistare l'accesso al Mondiale invernale del 2022. E' opportuno precisare ciò, perché credo che l'attuale roster azzurro possa raggiungere l'apice delle sue potenzialità proprio dopo questo Europeo, che arriva forse troppo presto ma che ci sarà in ogni caso utilissimo. Quindi, dispiace molto per gli esclusi dell'ultima ora, gli ottimi Cragno, Gianluca Mancini, Pessina e Politano. Dispiace anche per il citato Lazzari, per il "tedesco" Grifo, altro fedelissimo del Mancio, e per Kean che ha fatto assai bene in un contesto di altissimo livello come il PSG. Ma si tratta di elementi che, sicuramente, torneranno utilissimi dopo l'estate, e in qualche caso, penso sopratutto a Mancini, Pessina e Kean, finiranno col diventare fondamentali.

GLI AZZARDI, DA SENSI A RASPADORI - Con tutto ciò, non voglio dire che la "convocatoria" dell'altroieri sia esente da rischi, tutt'altro. Proprio la chiamata di uomini che hanno comunque giocato poco in stagione porta con sé un elemento di pericolo, perché il Bernardeschi di turno potrebbe finire presto in debito d'ossigeno, mentre un Sensi è costantemente sul filo del rasoio per il suo fisico di cristallo. Eppure anche il centrocampista interista ci sta eccome, nel listone, essendo un altro di quelli che nel triennio hanno offerto prove sempre convincenti e anche gol pesanti (l'ultimo, quello che ha sbloccato in Lituania una partita oltremodo "ispida"). Su un altro versante, è un rischio anche la convocazione di Raspadori. Paragoni con innovazioni passate dell'ultimo minuto, ad esempio Cabrini e Rossi del '78, sono fuori luogo: in quel caso si trattava di giovani con un curriculum notevole (Pablito capocannoniere di A, il bell'Antonio con una sia pur scarna esperienza internazionale juventina), qui siamo di fronte a un salto nel buio completo, una "fiche" puntata su un elemento interessantissimo ma che può mettere sulla bilancia solo alcuni exploit in campionato col Sassuolo. Forse l'unica vera scommessa tentata dal cittì nell'ambito di una serie di scelte, lo ripeto, nel segno della conservazione. L'ha fatto solo perché il reparto d'attacco, in questi tre anni, non ha portato alla ribalta frombolieri giovani, continui, "cattivi" sotto porta. Potrà esserlo il neroverde? Per ora è solo un auspicio e nulla più.

lunedì 29 marzo 2021

BULGARIA - ITALIA 0-2: AZZURRI UN PO' APPANNATI, MA IL GRAN FINALE FA BEN SPERARE

Anche il tabù bulgaro è crollato, eppure, alla fine, resta soprattutto il rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato. Fa rabbia rivedere quel magnifico quarto d'ora finale giocato di gran carriera, con occasioni a ripetizione e il terzo gol più volte sfiorato, e ripensare invece a quanto accaduto fino al magnifico raddoppio di Locatelli. Alle corte: l'Italia tornata in campo in queste qualificazioni mondiali non è stata, finora, la stessa ammirata fino all'autunno scorso. Personalmente, il timore di una metamorfosi in negativo l'avevo covato già in occasione della precedente interruzione, quella causata dal drammatico lockdown 2020. Anche all'epoca la ripresa dei nostri dopo la lunga sosta, nell'impegno fiorentino con la Bosnia per la Nations League, fu tutt'altro che brillante, e la cosa, in misura maggiore, si sta ripetendo in questa settimana. 

I PERCHE' DI UN APPANNAMENTO - Fisiologico, forse: per una squadra ancora in formazione, in sboccio, educata a un calcio di offesa e non di attesa, tenere sempre il... fuoco acceso è fondamentale; quando la filosofia è quella di manovrare e far girare palla in velocità e con assoluta precisione tecnica, i sincronismi vanno costantemente allenati, perché la nostra rosa non ha ancora alle spalle anni e anni di esperienza che le possano consentire di giocar sempre a memoria, di riallacciare immediatamente i fili di discorsi troppo a lungo interrotti. Questa può essere una delle chiavi di un appannamento a proposito del quale, tuttavia, mi sento di essere ottimista: il team del Mancio, per quanto ancora giovane e in parte immaturo, non deve già più dimostrare alcunché sul piano della qualità delle espressioni di gioco: sa dare del tu alla palla, sviluppare azioni avvolgenti ed efficaci, creare, concludere; tornare a ritrovarsi e ad allenarsi con continuità non potrà che riavvicinare questi ragazzi alle precedenti misure. Poi, certo, sono tanti altri i fattori che possono portare a certe prestazioni: ci sta la fatica per una stagione in pratica senza soluzione di continuità con la precedente, che si era chiusa ad agosto, non dimentichiamolo; ci sta il periodo negativo, o la semplice giornata no, di elementi sul quale solitamente si punterebbe ad occhi chiusi, tipo Verratti e Barella, ieri sera piuttosto opachi, e stiamo parlando di due dei nostri uomini di maggior spessore internazionale, che proprio per questo difficilmente ci offriranno altre delusioni. 

CATENACCIO SENZA RITEGNO - Dulcis in fundo, ci sono poi gli avversari. L'ho scritto già dopo Parma: quelli toccatici nel raggruppamento iridato, ben lungi dall'essere fenomenali, sono comunque rivali del tipo che il Club Italia ha sempre sofferto: fisicamente tenaci, ben organizzati, e soprattutto chiusi a riccio. La Bulgaria ha fatto per lunghi tratti un vero e proprio catenaccio d'altri tempi: se non si è al top della brillantezza, difficile trovare varchi in una difesa bassissima e serrata, che sa solo chiudere ogni varco, distruggere, senza preoccuparsi di creare. Perché poi, se andiamo a vedere, pur nel grigiore espresso dai nostri per un'ora abbondante, i rischi corsi sono stati pochissimi, mentre da parte azzurra la pressione non è mai mancata, anche se la maggior parte delle occasioni è giunta solo a raddoppio realizzato. 

MENO BELLI, MA SEMPRE PROPOSITIVI - Il bilancio finale parla di un rigore generoso (procurato e trasformato da Belotti) e di un altro piuttosto netto non concesso (per fallo sullo stesso Belotti), di un palo colpito dal torinista (con successiva ribattuta sparata alle stelle), dello splendido 2-0 su tiro a giro di Locatelli dopo bellissima combinazione Insigne-Verratti, e di tre occasioni assai ghiotte mancate dal subentrato Immobile nella parte conclusiva del match, senza tralasciare un altro paio di discrete opportunità capitate nella prima frazione ad Acerbi e Chiesa. Non male, se vogliamo, per una partita che ci ha visti a lungo in difficoltà nella costruzione, di fronte alla muraglia eretta dai locali. La cosa può in fondo essere interpretata come un segnale positivo: la nuova Italia sa vincere anche quando non tocca i suoi massimi livelli di rendimento, sa fare di necessità virtù, sta acquisendo un minimo di concretezza in più, vitale nei periodi di scarsa vena. 

L'OSSESSIONE DELLA DIFFERENZA RETI - Un doppio 2-0 nelle prime due uscite mondiali: pretendere di più era forse azzardato. Non mi è piaciuta la fase di approccio a questa prima trasferta da parte di certa stampa specializzata, cioè la richiesta quasi pressante di segnare caterve di gol per rinsaldare la differenza reti. E' un fattore senz'altro rilevante, ma che non può diventare già adesso un'ossessione: vedremo magari a metà percorso come saremo messi, ma non è affatto detto che questo girone si risolverà sicuramente in base al conteggio delle segnature. I tre punti devono essere sempre e comunque il risultato principale da perseguire: personalmente, per come si stava sviluppando la storia della sfida, a Sofia mi sarebbe andato bene anche l'1-0 maturato nella prima frazione. 

SPINAZZOLA, ACERBI, LOCATELLI E BELOTTI: OK - Tabù crollato, si diceva in apertura: la Bulgaria in casa propria è sempre stata off limits per noi, quindi eviterei di dare per scontata una vittoria che non lo era affatto, nonostante l'attuale situazione di precarietà qualitativa degli eredi di Stoichkov, Penev e compagni. E comunque i novanta minuti di ieri hanno offerto anche spunti positivi: a partire da uno Spinazzola indiavolato sulla sinistra, continuo nella spinta, arma offensiva aggiunta, titolare indiscutibile del ruolo in questo momento, con buona pace di Emerson; Acerbi si è confermato solido puntello al centro della retroguardia e abile negli inserimenti sui calci piazzati, Sensi si è battuto con generosità ma scarsa precisione, però va salvato visti anche gli attuali limiti fisici, Chiesa è un po' cresciuto alla distanza senza però riuscire a dare autentica efficacia alla sua azione sulla destra. Di Verratti si è detto: prova nel complesso deludente, ma con due lampi accecanti, il lancio che ha portato al palo di Belotti e lo zampino decisivo nella rete di Locatelli, il quale col suo ingresso ha fornito un cospicuo contributo di idee e freschezza nel mezzo. Riguardo al gallo torinista, non è al meglio e si vede, eppure ha trovato il modo di lasciare un segno decisivo nel punteggio: al top della condizione, non avrebbe fallito il tap-in dopo il palo, ma è sempre lì, pronto a far sportellate in mezzo all'area. Rimango comunque dell'idea che, nell'attesa di Zaniolo, la nostra produttività in prima linea crescerebbe enormemente con un adeguato impiego del Kean attuale. 

giovedì 19 novembre 2020

NATIONS LEAGUE, COL 2-0 IN BOSNIA ITALIA IN FINAL FOUR ACCANTO ALLA CREMA EUROPEA: BELGIO, FRANCIA E SPAGNA. IL GIOCO, IL GRUPPO E I GIOVANI ILLUMINANO IL FUTURO

Fra meno di un anno, la crema del calcio continentale si ritroverà nel nostro Paese, a Torino e a Milano, per disputarsi il trionfo nella seconda edizione della Nations League. Ci saranno la Francia campione del mondo in carica, il Belgio che da almeno un lustro è la selezione con la miglior continuità di rendimento del globo, tanto da essere prima nel ranking Fifa pur non avendo vinto alcun trofeo, la rinnovata Spagna che ha appena inflitto alla Germania un'umiliazione epocale. E ci sarà, a completare l'illustre lotto, proprio l'Italia. Secondo molti, un'assoluta intrusa al banchetto dell'élite europea: gente che, evidentemente, nell'ultimo biennio si è estraniata dall'attualità del football mondiale rifugiandosi in un pernicioso nostalgismo del tutto fine a se stesso. 

LE ASSENZE DEGLI ALTRI - Ho già dedicato fin troppo spazio agli haters della Nazionale nel mio precedente post e non vorrei più tornarci sopra, se non per rilevare che quanto da me ipotizzato si è ovviamente avverato: secondo molti frequentatori di quell'orrido bar sport virtuale che sono diventati i social, non solo la Polonia, ma anche l'Olanda era una rivale scarsa, per tacere della Bosnia-Erzegovina che oltretutto, ieri sera, era priva di Dzeko. Evidentemente contano solo le assenze degli altri, mai le nostre, che ho sommariamente elencato pochi giorni fa dimenticandomi sicuramente di qualcuno. Non sarebbe neanche necessario spiegare che nessuno, tantomeno qui sul mio blog, ha mai descritto l'Azzurra di Mancini come una ritrovata potenza del football planetario. Ma negare pervicacemente l'evidenza di quanto accaduto dal 2018 ad oggi è fuori dal mondo, ed è un grosso problema soprattutto per chi di questa visione distorta della realtà continua a farsi convinto portatore. 

IL LAVORO AZZURRO PER TUTTO IL CALCIO ITALIANO - Chi non riconosce l'attuale valore del Club Italia, non l'ha probabilmente mai visto giocare. Senza peccare di superbia, al momento attuale non cambierei la nostra rappresentativa con quella tedesca, e non solo alla luce dello 0-6 di due giorni fa incassato dagli sbandati di Low contro le Furie Rosse. Là dove c'è una squadra in declino e bisognosa di ritrovarsi nel corpo (vedi uomini nuovi), nell'anima e nelle motivazioni, cosa che probabilmente le riuscirà visto l'immenso serbatoio cui possono attingere a Berlino e dintorni, qui abbiamo un gruppo fresco, formato da giovani che hanno saputo farsi largo fra nugoli di stranieri mediocri e mestieranti, vincendo la diffidenza di dirigenti e allenatori perlopiù chiusi ad ogni novità. Dopo il disastro della gestione Ventura, la Nazionale ha svolto un lavoro di importanza storica incalcolabile, non solo per se stessa e per i suoi risultati, ma per la rinascita di tutto il movimento nostrano: senza Mancini ed il suo staff, mirabilmente rappresentato in questa settimana da Chicco Evani, i Barella e i Locatelli sarebbero probabilmente ancora a fare anticamera o a riscaldare qualche panchina, magari di prestigio, per carità, ma pur sempre panchina. Il Mancio e i suoi hanno imposto una linea tecnica e operativa ben precisa: se il calcio italiano non la seguirà, torneremo rapidamente in quel limbo dal quale siamo faticosamente emersi.

AZIONI COME SE PIOVESSE - Il successo di Sarajevo è stato ciliegina sulla torta e conferma del buono ammirato in tutto il biennio e in tante uscite recenti, non ultima quella emiliana contro la Polonia. I padroni di casa, privi come detto del centravanti romanista ma trascinati nel mezzo da un Pjanic in cerca di riscatto, sono stati più determinati in fase offensiva rispetto a Lewandowski e compagni. Hanno avuto le loro occasioni, a cavallo fra i due tempi, e poco prima dell'intervallo Donnarumma ha salvato alla grande su una girata di Prevljak che avrebbe potuto fruttare l'1-1 ai locali. Ma si è trattato di lampi, o poco più: ancora una volta, a condurre le danze sono stati i nostri, col solito florilegio di palle gol solo in parte sfruttate. Due reti di notevole fattura, la prima con il tiro sporco di Belotti su cross di Insigne dopo un perentorio recupero palla di Locatelli, che nella ripresa ha messo in area un pallone "parlante" per Berardi, abile a girarlo in porta con una pregevole volée. A corollario, due occasioni iniziali per il Gallo, un salvataggio del portiere Piric su sinistro di Berardi, uno splendido destro liftato di Insigne su cambio gioco di Barella con pallone a lato di un soffio, una deviazione fallita da pochi passi da Emerson e Belotti su tiro cross di Florenzi, un'azione simile nel secondo tempo, questa volta con Acerbi alla conclusione e mancato tocco dentro di Locatelli, e per chiudere una traversa di Bernardeschi, appena entrato. Un mero elenco di azioni che però sintetizza mirabilmente pregi e difetti di questa nostra Nazionale: manovra altamente produttiva e instancabile, facilità di giungere in zona tiro, ma anche drammatica mancanza di killer instinct, rimediabile in gare di difficoltà medio - alta ma ad alto rischio nel momento in cui ci troveremo di fronte i grossissimi calibri, come quelli che affronteremo nelle finali italiane di Nations. 

DONNARUMMA INAPPUNTABILE, LOCATELLI SUPER - Cerchiamo di essere ottimisti: c'è modo e tempo per porre rimedio, soprattutto perché si parte da una base già confortante. Sarajevo ha fornito tante indicazioni positive, a partire da chi sta dietro a tutti, ossia un Donnarumma che, se col Milan ancora "regala" ogni tanto perle al contrario, come nell'ultima uscita di Europa League col Lille, in azzurro non ha finora sbagliato un colpo. L'equivoco, sul suo conto, è aspettarsi un nuovo Buffon, senza considerare che talenti enormi come Gigi non nascono ad ogni generazione: la realtà è che il rossonero è un signor portiere con ampi margini di miglioramento, e che può dare un contributo importante pur senza toccare le vette... celestiali del campione del mondo 2006. Davanti a lui, una squadra che pensa in senso propositivo fin dalla difesa, soprattutto con Acerbi ed Emerson che si sono visti a più riprese proiettarsi in avanti con notevole pericolosità. Riguardo alla zona nevralgica, una domanda: tornerà Verratti, elemento di classe ed esperienza internazionale, ma come si farà a chiedere a Locatelli di farsi da parte? Il cervello del Sassuolo ha fornito un'altra prestazione monstre nelle due fasi, è diventato indispensabile. La soluzione, a ben vedere, è semplice: abbiamo un reparto di mezzo ricco di validissime alternative, e se qualcuno non gira ci sono soluzioni di ricambio prontissime all'uso. Bene, al solito, anche Barella, meno appariscente perché più impegnato anche in copertura, a dimostrazione del fatto che i bosniaci sono stati tutt'altro che arrendevoli. 

BERARDI GENEROSO, INSIGNE SUGLI SCUDI - Non è un caso che ieri sera molti dei nostri uomini più avanzati abbiano brillato anche per la generosità nei rientri, con menzione particolare per Berardi, che oltre ad avere trovato apprezzabile continuità sotto porta ha anche sfoderato doti da gregario tornando a dare sostanza nel mezzo, così come Belotti non ha fatto solo la boa ma si è spesso trovato ad agire in zona leggermente arretrata, aprendo varchi per gli inserimenti degli altri. Fra tutti, dalla trequarti in su, è parso in stato di grazia Insigne, da almeno un paio di stagioni uno degli elementi più incisivi ed affidabili della nostra Serie A e ora costantemente all'altezza anche in azzurro. Ieri, dai piedi di Lorenzo, un campionario di tiri, assist, pregevolezze tecniche, un incursore mortifero che gioca per se stesso e per i compagni, che ha lasciato da parte la timidezza e sfoderato gli artigli. 

FUTURO DI SPERANZA - C'è tanta qualità nel gruppo creato da Bobby gol, e se pensiamo ai tanti, in larga parte giovani, che stanno al momento alla finestra per vari motivi (Zaniolo, Castrovilli...), per tacere dei verdissimi talenti che si stanno mettendo in evidenza nelle selezioni Under 20 e 21, non si può non guardare al futuro con pensieri carichi di speranza. Nel 2018 eravamo scesi al ventesimo posto del ranking FIFA, che snobbano solo i nostalgici di cui si è detto in apertura ma che è il parametro fondamentale, piaccia o meno, attraverso cui misurare lo stato di salute delle varie rappresentative. Ebbene, oggi siamo a un passo dal rientro nella top ten, dopo esserci lasciati alle spalle la Germania. Siamo nella Final Four di Nations, dove, al di là del risultato finale che potrà anche essere negativo, avremo tantissimo da imparare dai tre colossi che ci troveremo di fronte, e la cosa non potrà che portarci ulteriori vantaggi. Affronteremo il sorteggio mondiale da teste di serie e, nel frattempo, abbiamo un Europeo da giocare. Dite quel che volete, ma dopo l'orrido Italia - Svezia di San Siro '17, e anche dopo l'oscuro interregno di Di Biagio, avrei messo non una, ma mille firme, per ritrovarmi a questi livelli 36 mesi dopo. E' consentito un pizzico di retorica, in chiusura di post e di annata azzurra? Ecco: in giugno a Roma per l'Euro, a Milano e Torino per la Nations in ottobre, speriamo di poterci ritrovare tutti, finalmente, nei nostri stadi, per incitare l'Italia, da un anno privata del suo pubblico. Se lo meritano, i Mancio Boys, e ce lo meritiamo anche noi. 

lunedì 16 novembre 2020

NATIONS LEAGUE: ITALIA-POLONIA 2-0. GLI AZZURRI VINCONO E CONVINCONO, IN UN CLIMA DI FRONDA ANTI NAZIONALI

 Sono tempi duri per le Nazionali, e per una in particolare: la nostra. A molti di voi non sarà sfuggita, nelle scorse settimane, la vergognosa alzata di scudi contro la Nations League e più in generale contro le soste dedicate alle rappresentative. Nations League inutile, si dice, come se fossero utili un torneo indecoroso e tecnicamente improponibile quale l'Europa League (che acquista una parvenza di validità solo nei suoi turni conclusivi), o tante partite surreali dei campionati nazionali a cui siamo costretti ad assistere nei mesi primaverili, partite inevitabili in leghe ipertrofiche, ingolfate da squadre che un sistema calcio serio non proporrebbe mai nella massima serie. Viaggi internazionali pericolosi in tempo di pandemia, si sostiene, come se non si fossero registrati contagi e positività anche all'interno dei patri confini. Ma tanto a pagare devono sempre essere le Selezioni e mai i club. Da noi, poi, si aggiunge un problema che temo sia quasi esclusivamente italiano: l'odio aprioristico per la Nazionale. 

L'ITALIA VINCE? GLI AVVERSARI SONO SCARSI  - I social sono tutto un florilegio di attacchi alla squadra di Mancini, paragoni improponibili con un passato spesso ipervalutato e sistematica tendenza allo sminuire le qualità del Club Italia di oggi. Se si perde (e, fra l'altro, da due anni a questa parte non è mai capitato) è perché i nostri sono scarsi; se si vince, sono scarsi gli avversari. Non si scappa: è scarsa anche la Polonia, strabattuta ieri, una compagine che, al contrario di noi, ha partecipato agli ultimi Mondiali, e che poi si è qualificata, come noi, per l'Europeo vincendo il proprio girone, è tuttora in lizza per il primato nel raggruppamento di Nations e schiera molti elementi che sono punti di forza di nostre formazioni di Serie A, oltre a uno dei bomber più quotati a livello planetario, tal Lewandowski. Ma niente da fare, i nostri sono sempre avversari deboli, modesti, mediocri, come anche la Finlandia che è approdata per la prima volta alle fasi finali continentali e che nei giorni scorsi, sia pure in amichevole, ha colto un successo storico in casa della Francia campione iridata. Ah già, le amichevoli: inutili anche quelle a prescindere, figuriamoci poi in epoca di Covid. Molti evidentemente dimenticano che, per restare all'attualità, la gara con l'Estonia a Firenze era fondamentale da vincere per il ranking Fifa, e per mantenere la testa di serie in vista dell'ormai prossimo sorteggio dei gironi di qualificazione a Qatar '22: e li volevo poi sentire, giornaloni e tifosi, se putacaso l'Italia fosse finita in seconda fascia. 

CELEBRAZIONI DISCUTIBILI - Scusate la lunga digressione, ma non ne posso più. Da due anni l'Azzurra del Mancio gioca bene, e gioca un calcio moderno, propositivo, aggressivo, financo elegante. Il cittì ha saputo valorizzare i giovani come pochi suoi successori, ha dato la possibilità di fare minutaggio ed esperienza a elementi che non trovavano spazio nei club, e così abbiamo scoperto che i talenti sono ritornati a fiorire, seppur non in tutti i ruoli e reparti. Non si può essere ciechi di fronte alla crescita esponenziale fatta registrare dal nostro movimento dopo lo scempio dell'esclusione da Russia 2018. A proposito: in questi giorni, molti siti web e pagine social hanno trovato interessante "celebrare" i tre anni dalla Caporetto con la Svezia. A parte la bizzarria dell'anniversario (perché celebrare un triennio? Che senso ha?),  ognuno fa legittimamente le scelte giornalistiche che vuole, ma sinceramente mi è sfuggita l'utilità di certi approfondimenti, in questo particolare momento storico. Personalmente, preferisco soffermarmi sul fatto che abbiamo di nuovo una Selezione degna di questo nome, che inchioda davanti al televisore e che ci fa disperare non per il gioco e per i risultati, ché quelli non mancano quasi mai, ma per l'incapacità di chiudere con buon anticipo i match pur creandone ripetutamente i presupposti 

CONVINCENTI E PROPOSITIVI - E' quanto accaduto ieri a Reggio Emilia, ed è stata l'unica macchia di una gara tra le più brillanti, efficaci e convincenti del nuovo corso azzurro. Conforta soprattutto una cosa: l'Italia può incappare in serate no, come in occasione del recente pareggio con l'Olanda, ma sono eventi episodici. Il trend, da fine 2018 ad oggi, è chiaro: il livello delle prestazioni è quasi costantemente alto, con oscillazioni dovute anche a situazioni contingenti. Poche ore fa, ad esempio, non erano disponibili Bonucci, Chiellini, Spinazzola, Biraghi, Verratti, Sensi, Castrovilli, Zaniolo, Immobile, Pellegrini, Chiesa, Kean. Per un calcio stracolmo di improponibili stranieri, che offre al Commissario Tecnico e al suo staff un bacino di azzurrabili estremamente limitato, sono assenze pesanti. Eppure, si riesce sempre a mettere in campo formazioni competitive, soprattutto in grado di non discostarsi dal DNA originario imposto dal trainer, cioè di non agire "in emergenza" ripiegando su moduli e tattiche più conservative; anche rimaneggiati, la filosofia è sempre quella di tenere il muso puntato verso la porta avversaria, di manovrare, di giocare la palla. E questa Italia lo può fare perché si ritrova un centrocampo dall'altissimo tasso di classe. 

CENTROCAMPO STELLARE, DIFFICOLTA' A FINALIZZARE - Anche questa non è una novità, per chi segue costantemente la Nazionale, ma va ribadito: le doti di palleggio, la capacità di costruzione di gioco della nostra zona nevralgica sono già adesso di caratura europea. Impressionante ed emblematica la ragnatela di passaggi che ha portato al sospirato raddoppio di Berardi su lancio di Insigne. A proposito: il napoletano si è ormai assestato su una quota di rendimento costante e soddisfacente. Ieri è stato il vero animatore di un attacco menomato da Covid e infortuni, ha sfiorato un gol con un tiro ad effetto, un altro lo ha realizzato vedendoselo però cancellato dall'arbitro per fuorigioco di posizione di Belotti. Insomma, dopo tanti dubbi, dopo una lunga attesa, ora abbiamo avuto le conferme che servivano per considerare Lorenzo come elemento chiave della formazione azzurra. Una formazione che è anche tornata a produrre palle gol in quantità: fra il rigore di Jorginho e il 2-0, oltre ad Insigne ci hanno provato Barella con un tiro alto di poco, Emerson sul cui sinistro si è immolato Bereszynski, e due volte Belotti, con una bella girata fuori bersaglio e con una occasione clamorosa fallita a tu per tu con Szczesny, sulla quale peraltro c'è stato un clamoroso mani in area di Bednarek non sanzionato dal direttore di gara francese Turpin. Il Gallo si è anche procurato il rigore dell'1-0 ma, complice una condizione fisica approssimativa, non è ancora la bocca di fuoco di cui questa squadra avrebbe necessità. Lo abbiamo detto: si gioca bene, si produce tanto, ma non si raccoglie in proporzione a quanto seminato. La mente torna anche alla gara vinta in Olanda, che per larghi tratti dominammo uscendo però dal campo con un risicato 1-0. 

MIGLIORARE L'EFFICACIA DEGLI INSERIMENTI DA DIETRO - Se l'immenso Immobile laziale in azzurro perde pericolosità, complice anche un quadro tattico a lui non del tutto congeniale, se Belotti non compie il salto di qualità definitivo, se Caputo abbisogna di ulteriori conferme in campo internazionale, le soluzioni restanti non sono molte: una potrebbe essere Kean, che sta facendo benissimo al Paris Saint Germain e che, dopo i problemi caratteriali, si avvia a diventare una carta forse decisiva per il futuro del nostro calcio. Nel frattempo, per porre parzialmente rimedio ai limiti offensivi, occorrerebbe maggiore efficacia conclusiva da parte di chi si inserisce da dietro. Barella, ad esempio, può arrivare al tiro anche più frequentemente di quanto già non faccia, mentre abbiamo visto in un paio di occasioni un Florenzi che, giunto in posizione di "sparo", ha cincischiato fino a perdere l'attimo propizio, ed è abbastanza strano per un giocatore che, ai tempi della militanza romanista, ha sempre avuto una buona confidenza con la porta avversaria. 

LOCATELLI SUPER, DIFESA BLINDATA - Rimangono però dati di fatto assolutamente confortanti: la citata, poderosa mole di gioco che scaturisce da un centrocampo di qualità, in cui sta emergendo prepotentemente Locatelli, capace di alternare squisitezze tecniche a giocate di cruda efficacia e precisione. E una difesa solida, sicura, a tratti persino disinvolta in certe uscite in palleggio dall'area. Acerbi ha dominato la terza linea in lungo e in largo, sfoderando tratti di leadership tali da non far rimpiangere Bonucci e Chiellini, Al suo fianco Bastoni ha offerto una prova con pochissime sbavature: sarà anche un pochino merito loro se il "Pallone d'oro virtuale" Lewandowski è stato pressoché disinnescato? Sulle fasce è arrivata una spinta costante da Florenzi ed Emerson, con quest'ultimo capace di prodursi anche in preziose chiusure. Dopo tutto questo, però, la final four rimane da conquistare: siamo primi, ma il viaggio in Bosnia non è mai una passeggiata. Dzeko e compagni non hanno avuto una Nations felice, ma all'andata, a inizio stagione, ci bloccarono sul pari, quindi vincere è tutt'altro che scontato. Ah, una cosa, per chiudere il cerchio con quanto detto all'inizio: se, nonostante le premesse, il primato nel gruppo non dovesse essere centrato, cosa possibilissima, niente lamenti, per favore. Questa Italia è mediocre, no? E allora perché pretendere risultati che non è in grado di ottenere? 

martedì 19 novembre 2019

VERSO EURO 2020: NON SOLO RECORD PER L'ITALIA DEL MANCIO. DIETRO LE CIFRE, UN GIOCO PREGEVOLE E GIOVANI IN CRESCITA COSTANTE

                                  Immobile e Belotti, gemelli del gol azzurri "in alternanza" (foto Guerin Sportivo)

Record su record, per la Nazionale del Mancio. Undici vittorie consecutive, solo successi nel girone di qualificazione europea, e poco ci mancava che si stabilisse un altro primato, il nuovo massimo scarto di gol della storia azzurra: ne bastava un altro paio con l'Armenia, ma accontentiamoci, per carità. Sono cifre di un'eloquenza granitica, che non garantiscono trionfi planetari per il futuro prossimo (Euro 2020) o un po' più lontano (Mondiali in Qatar, dove prima bisogna arrivare), ma dimostrano comunque che il cambio di marcia c'è stato, eccome se c'è stato. 
GIRONE ABBORDABILE, MA... - L'argomento del relativo valore degli avversari è valido e debole al contempo: perché non occorre essere profondi conoscitori delle vicende del pallone per accorgersi che non sono state battute delle corazzate, ma... Ecco, ci sono un sacco di ma: ad esempio i tanti gruppi facili in cui siamo capitati in passato, sia nelle eliminatorie che nelle fasi finali dei vari tornei, e nei quali abbiamo spesso messo insieme figure barbine che, a ricordarle, ancora si arrossisce. E poi il punto zero da cui il cittì è partito per questo viaggio: non eravamo più nessuno, una ex grande potenza calcistica rasa al suolo da un risultato umiliante, e in più bloccata da un handicap enorme, il rinnovamento che pareva impossibile, la difficoltà a trovar ricambi di valore già pronti per le grandi sfide, la mancanza di coraggio nel mettere alla prova le nuove leve. Questi erano gli sconfortanti blocchi di partenza di una Italia da ricostruire: a una stagione e mezza dall'avvento in panca dell'ex Bobby gol, la situazione è cambiata come dalla notte al giorno. Certo, il sorteggio ci ha aiutati, quella fortuna che un po' meritava, diciamocelo, una rappresentativa che ha contribuito ad alimentare la leggenda di questo sport, che ha messo insieme quattro titoli iridati e scritto pagine memorabili. Ma anche parlare di girone benevolo è relativo: ricordiamo che a giugno, al momento di incrociare i tacchetti con la Bosnia Erzegovina, non eravamo nemmeno sicuri di essere superiori a Dzeko, Pjanic e compagni. 
LA SVOLTA DELLO STADIUM - La nuova Azzurra è nata lì, allo Stadium torinese, in una serata di fine primavera: dopo un primo tempo che sembrò confermare la maggiore efficienza dei bosniaci, andati al riposo in vantaggio grazie al tocco sotto misura del bomber romanista, arrivò la reazione veemente dei nostri, una reazione però non affidata alla foga ma a una lucidità nell'interpretazione del match, una linearità di manovra, una sicurezza di palleggio che produssero le due stilettate di Insigne e Verratti, due prodezze balistiche che permisero di capovolgere con merito il risultato e di incamerare tre punti fondamentali. Da quel giorno non ci si è più fermati: punteggio pieno nel raggruppamento e, ciò che più conta, prestazioni contraddistinte quasi costantemente da espressioni di gioco di livello europeo.
BELLA A VEDERSI ED EFFICACE - Già, il gioco: altra "vittoria" centrata da Mancini in questa prima parte di gestione azzurra. La sua Selezione pratica, dal centrocampo in su, una manovra agile, rapida, esteticamente pregevole, efficace, sempre propositiva, ricordando in questo il primo biennio di Prandelli CT. Ma rispetto a quell'ormai lontano 2011-2012 c'è una maggiore perizia tecnica, una precisione nel tocco e nel trattamento del pallone che da tempo non ammiravamo in queste desolate lande calcistiche. Il Club Italia ha un'identità ben precisa e suona lo spartito con armonia, fatta salva qualche stecca qua e là, finora indolore. E' un meccanismo di squadra che ha radici solide e profonde, formatesi nel tempo, tanto che i primi vagiti in tal senso si videro nell'autunno 2018, a sprazzi nell'amichevole genovese con l'Ucraina e soprattutto nella straordinaria recita in casa della Polonia, l'altro snodo cruciale per la crescita della Nazionale insieme al citato match d'andata con la Bosnia. La differenza rispetto a un anno fa è che a Chorzow dovemmo aspettare l'acuto a tempo quasi scaduto di un difensore, Biraghi, per concretizzare la nostra schiacciante superiorità. 
COOPERATIVA DEL GOL - C'era, in quei giorni, il drammatico problema della mancanza di validi sbocchi offensivi, il rischio era quello di diventare come il Portogallo di un tempo, bello a vedersi ma tremendamente sterile. Le dieci gare del girone eliminatorio hanno invece fatto tirare un sospiro di sollievo: non abbiamo bomber epocali, Belotti si fa quasi sempre valere con dignità, Immobile ha qualche guizzo anche se in generale non riesce a replicare in azzurro l'infallibilità sotto porta che sfodera nella Lazio, Chiesa collabora attivamente all'azione ma manca ancora di un adeguato killer instinct; e tuttavia l'Italia attuale è soprattutto una cooperativa del gol, che porta alla conclusione vincente un pacchetto di centrocampisti dalla forte propensione alla spinta e di trequartisti che sanno essere micidiali incursori. Così, hanno trovato la via della rete Sensi, Barella, Lorenzo Pellegrini, e ieri sera a Palermo Zaniolo ha confermato il suo magic moment siglando una doppietta. Di quando in quando qualche acuto arriva anche dalla retroguardia: due segnature per Romagnoli, anche se con Liechtenstein e Armenia, una ciascuna per Bonucci e per il sontuoso Acerbi di questa annata. Residua qualche amnesia in fase di copertura, quasi inevitabile del resto quando si ha sempre la prua puntata verso la porta avversaria, ma almeno il dopo Buffon ci sta mostrando dei guardiani affidabilissimi: Donnarumma in Bosnia ha compiuto un paio di parate capolavoro, e sembra aver acquisito in azzurro quella continuità di rendimento che ancora gli fa in parte difetto nel Milan, mentre Sirigu col Toro sta disputando uno dei migliori campionati in carriera.  
AUTORITARI IN BOSNIA, IMPLACABILI AL BARBERA - Volando sulle ali di un gioco via via sempre più rodato, alimentato da una zona nevralgica densa di piedi buoni, il gruppo ha trovato sicurezza nei propri mezzi, disinvoltura nella gestione delle varie fasi di gara e capacità di tenere pallino: è passato con autorità a Zenica, quasi "scherzando" una rappresentativa dotata di notevole talento, ha giocato al tiro al bersaglio a Palermo con gli armeni, firmando un'altra piccola conquista: la capacità di goleare senza pietà quando ce n'è l'occasione, esattamente come fanno tutte le altre grandi (ma anche le "medie") del calcio mondiale e come noi, invece, non siamo quasi mai riusciti a fare (ricordiamo ancora certi striminziti 1-0 o 2-1 con colossi come Malta, Azerbaigian e Far Oer, per tacere del 2-2 del 2013 proprio contro l'Armenia, a Napoli, che ci privò del ruolo di testa di serie per Brasile 2014). 
PORTE APERTE AI GIOVANI - Guardando oltre le trionfali cifre, dunque, il bilancio è in ogni caso molto più ricco di luci che di ombre. Il merito più grande del Mancio rimane quello di aver dato larghissimo spazio alle verdi speranze del pallone tricolore. L'ho scritto più volte negli anni passati, anche nei momenti più bui del nostro calcio: ci possono essere alti e bassi, generazioni meno valide di altre, ma il nostro vivaio, per ragioni storiche e di DNA, non smetterà mai di produrre elementi di qualità. Il problema, in questo ventunesimo secolo, è sempre stato un altro: la scarsa fiducia riservata nei club agli emergenti, e la conseguente poca esperienza in fatto di partitissime ad alto livello.
In tal senso sono andate le esternazioni dei giorni scorsi di Antonio Conte da una parte e di Paolo Nicolato, trainer dell'Under 21, dall'altra. Il coach dell'Inter, dopo la sconfitta in Champions a Dortmund, ha lamentato il fatto di non poter chiedere l'impossibile a gente come Sensi e Barella, ottimi calciatori che però fino alla stagione scorsa difendevano i colori di  Sassuolo e Cagliari, e quindi privi, al momento, dell'abitudine a giocare su palcoscenici di rilievo internazionale. Uscita comunque discutibile per due motivi: primo, perché certe cose sarebbe meglio dirle direttamente ai propri dirigenti, secondo, perché se si costruisce una squadra attorno a due ragazzi come i sopra citati, bisogna accettare il fatto di dover operare soprattutto in prospettiva, cioè di mettere minuti e partite importanti nelle gambe di questi giovani per prepararli, magari già dalla prossima annata, a fare la voce grossa fuori dai confini. 
RAGAZZI ITALIANI DI NUOVO PROTAGONISTI - In questo, diciamolo, una grossa mano a Conte è arrivata e arriverà proprio da Mancini, che sta svezzando i due califfi del centrocampo nerazzurro al calor bianco di insidiosi confronti europei, con risultati oltremodo benefici sia per la Beneamata sia per il Club Italia. A tale aspetto si ricollega l'affermazione di Nicolato, il quale ha sottolineato come nella sua rosa attuale solo cinque giocatori siano titolari in A. Un problema che Note d'azzurro denuncia da tempi assolutamente non sospetti, e che tuttavia, almeno per i giovanotti già promossi nella Maggiore, sta trovando parziale soluzione: molti di loro sono protagonisti in campionato (si veda anche "la Nazionale del mese" che da ottobre compilo per la pagina Facebook del Guerin Sportivo), e certo ha avuto un ruolo fondamentale proprio l'atteggiamento determinato del  Mancio, che ha deciso di dare piena fiducia e spazio a ragazzi che spesso non sono dei punti fermissimi nei rispettivi club: pensiamo al Kean dell'anno scorso, al Biraghi di questi tempi e soprattutto allo Zaniolo convocato quando era ancora poco più che un pulcino.
Grazie a queste apparenti forzature, oggi abbiamo una rosa di venti - venticinque azzurrabili di ampio affidamento, alcuni letteralmente inventati dal nulla come Di Lorenzo, altri, come il citato Zaniolo e il baby Tonali, chiamati ad affrontare con esiti confortanti un processo di maturazione più veloce del previsto, altri ancora rivitalizzati come Bernardeschi, in ombra nella Juve ma sempre positivo in rappresentativa. Tutto questo, lo ripeto, non significa che vinceremo l'Europeo: significa semplicemente che abbiamo di nuovo un drappello di calciatori italiani in grado di andare in giro per l'Europa senza farci patire le pene dell'inferno, e anzi regalando spesso momenti di football godibile, con tanto di risultati anche fragorosi. E' solo una base su cui edificare, ma è una base discretamente solida. Il resto, forse, verrà. 

lunedì 9 settembre 2019

VERSO EURO 2020: FILOTTO ITALIA, SEI SU SEI. SENSI E PELLEGRINI SIMBOLI DEL NUOVO CORSO, SQUADRA CHE BRILLA AL CENTRO E SULLE FASCE

              Il "Gallo" Belotti: un gol (e mezzo) e varie occasioni mancate in Armenia (foto Guerin Sportivo)

Sei su sei, filotto di vittorie, e l'Europeo ormai a portata di mano. Chi l'avrebbe mai detto, solo un anno fa, dopo le prime, pallide prove della nuova Italia in Nations League? L'Azzurra di Mancini è cresciuta inaspettatamente in fretta, ha riconquistato una discreta credibilità internazionale, ha rialzato la testa dopo l'umiliazione dell'esclusione dal Mondiale. Tantissimo, in così poco tempo: non è pertanto il caso di fare troppo gli schizzinosi di fronte a certi cali di tensione, a certi impacci emersi in queste due prime gare stagionali. Fra Jerevan e Tampere, onestamente, non mi è parso di vedere un orizzonte così fosco come qualcuno lo ha dipinto. Ricordiamoci che siamo a settembre, il mese dell'azzurro - tenebra, quello in cui le nostre selezioni, storicamente, faticano di più; ma non è stato soltanto questo il problema. Fenomeni non ce ne sono, nel girone J, ma squadre belle toste sì: del resto l'Armenia, dopo averci creato non poche difficoltà, ha castigato la quotata Bosnia di Dzeko, e la Finlandia si era messa nella condizione di arrivare al confronto diretto di poche ore fa da seconda in classifica; se avesse vinto, ci avrebbe raggiunti. 
SENSI E PELLEGRINI, SIMBOLI DEL NUOVO CORSO - Esistono anche gli avversari, insomma, anche se spesso ce ne dimentichiamo. Con tutto ciò, la giovane Italia torna a casa con un bilancio largamente positivo non solo e non tanto sul piano dei risultati (contro i finnici poteva anche finire in parità, visto il generoso rigore poi trasformato da Jorginho), quanto su quelli del gioco espresso e del rendimento degli uomini utilizzati. Cominciamo da quest'ultimo punto: il Mancio sta allargando la rosa dei giocatori su cui fare totale affidamento. Sensi e Lorenzo Pellegrini sono ormai due titolari, e sono, se vogliamo, anche gli uomini simbolo della filosofia del nuovo corso. Se è vero che il cittì desidera una Nazionale che comandi il più possibile le operazioni in campo, una Nazionale propositiva, col muso costantemente puntato verso la porta dei rivali, ecco, l'interista e il romanista ne incarnano alla perfezione lo spirito: due centrocampisti che sanno appoggiare costantemente la fase offensiva, inserendosi, creando spazi, lavorando palloni, andando alla conclusione. E, nel caso di Pellegrini, adattandosi con profitto anche a giostrare nel trio avanzato, proprio per le sue caratteristiche di uomo di costruzione (ma mantenendo, in linea di massima, le attitudini di gioco tipiche del suo ruolo naturale): subentrato in Armenia, ha immediatamente cercato il gol su punizione, l'ha poi realizzato di testa su lungo traversone di Bonucci e ne ha sfiorato un altro nel finale con un destro sul portiere, mentre in Finlandia ha disputato una gara tatticamente ineccepibile pur se meno appariscente, giocando con abilità e intelligenza a sostegno dei compagni di prima linea. Quanto a Sensi, ieri in campo al posto di Verratti, due suoi formidabili tiri a lunga gittata avrebbero potuto dare ai nostri un vantaggio meritato già nella prima frazione: bravo il numero uno di casa la prima volta, questione di centimetri la seconda. 
IL CONTRIBUTO DELLE FASCE - L'ulteriore dimostrazione che le fortune di questa nuova Italia originano dal settore di mezzo, un settore manovriero, rapido, elastico, abile nel palleggio. E poi dallo sfruttamento delle fasce: giovedì Emerson ha fatto il diavolo a quattro sulla sinistra (suo l'assist per l'1-1- di  Belotti),  mentre poche ore fa, uscito dopo otto minuti appena per infortunio, è stato più che dignitosamente rimpiazzato da un Florenzi sempre pronto a proiettarsi in avanti, sfiorando anche la segnatura con un bel destro al volo parato a terra da Hradecky; se pensiamo che, in fatto di esterni bassi, dovremmo in futuro poter contare pure sui vari Piccini, Calabria, Zappacosta, Biraghi e Spinazzola, oltre all'ormai esperto De Sciglio e auspicando un recupero di Conti, il lavoro sulle corsie laterali è destinato a diventare una soluzione ancor più determinante per l'ulteriore crescita della rappresentativa. 
Di sostanza anche il contributo degli esterni alti. Oltre al già citato Pellegrini, Chiesa è salito di tono da un match all'altro: qualche pausa di troppo in Armenia (ma anche un assist sciaguratamente sprecato dal "Gallo"), una più consistente presenza a Tampere, con varie scorribande sulla destra, un pallone ribattuto dall'estremo difensore e il cross vincente per Immobile. Promosso con riserva Bernardeschi, che quando si accende fa balenare tutto il suo talento, peccato lo faccia ancora troppo a intermittenza: nel finale di primo tempo di giovedì, due splendide conclusioni, che hanno fruttato una traversa e una salvifica prodezza del guardiano Ayrapetyan.  
SOFFERENZE TEORICHE - Dicevamo dell'allargamento del Club Italia: ci sono nuovi titolari, ma sono venuti prepotentemente alla ribalta elementi che potranno tornare utili, pur non partendo dalle prime file. Izzo e Acerbi, ad esempio, hanno sbagliato poco in copertura e contribuito con continuità alla fase di costruzione, soprattutto il laziale, nel segno di una partecipazione corale a una pressione che, alla lunga, sfianca anche compagini chiuse a riccio. Fateci caso: al di là delle critiche preconcette da parte degli incontentabili, quanto hanno davvero sofferto i Mancini-boys in questa settimana azzurra? Poco, poco davvero. La prima metà del primo tempo in entrambe le partite, poi i primi 25' della ripresa contro Mkhitaryan e soci, quando i nostri sono paradossalmente calati proprio nel momento in cui hanno dovuto fronteggiare un avversario ridotto in dieci; infine, gli ultimi minuti coi finnici, protesi alla disperata, ma disordinata, ricerca del pareggio. In entrambi i match, spesso si è trattato di sofferenze più teoriche che reali: gol iniziale a parte, gli armeni hanno avuto le uniche vere occasioni nel corso della sfuriata di metà secondo tempo, con il citato neo romanista e con Mkrtchyan, mentre il rigore  del finlandese Pukki è frutto soprattutto di un isolato errore di un Sensi a quel punto in debito di ossigeno. In compenso, per i nostri, cinque gol, almeno un'altra decina sfumati di un soffio, una serie di azioni potenzialmente pericolose e un sostanziale controllo della situazione nei momenti topici delle due sfide. 
IN ATTACCO SI DEVE CRESCERE - C'è da lavorare sulla mira nei sedici metri finali, in effetti: difetto tipico, a ben pensarci, di tante buone squadre in sboccio, limite nonostante il quale si viaggia alla media di tre segnature a incontro nella fase eliminatoria, con tutto che Immobile ha interrotto un digiuno di due anni, Insigne e Kean sono ai box e aspettiamo ancora la prima prodezza di Chiesa junior. Insomma, questo duplice battesimo stagionale ci lascia più conferme che dubbi, più momenti brillanti  che fasi di sofferenza e gioco opaco. E siamo a settembre, il mese delle nostre sofferenze calcistiche. Come si fa a non essere ottimisti? Capisco l'ansia di riguadagnare al più presto le tante posizioni perdute, ma non è questo il momento di spaccare il capello in due. La ricetta giusta è quella di Bobby gol: responsabilizzare le nuove leve ma senza caricarle di pressioni eccessive. I risultati li stiamo vedendo e, ripeto, sono sbalorditivi, pensando al vuoto in cui eravamo precipitati dopo il castigo svedese. 

mercoledì 4 settembre 2019

CALCIOMERCATO ESTIVO: LE PAGELLE DELLA SERIE A. INTER SUGLI SCUDI, BENE TORO E GENOA, LA ROMA PUNTA SUGLI ITALIANI EMERGENTI

                      L'azzurro Gianluca Mancini, neo difensore della Roma (foto Guerin Sportivo)

Come sottrarsi al piacevole esercizio di "pagellare" le squadre uscite dalla campagna acquisti - cessioni estiva? Impossibile, e allora proviamoci, non prima di qualche considerazione di carattere generale. Già: che mercato è stato, nel complesso? Meno peggio di quanto ci si potesse aspettare, nonostante qualche stucchevole telenovela trascinatasi oltre ogni limite di sopportazione (vedasi caso Icardi). Sono arrivati campioni di statura europea (quando non mondiale) come Lukaku, Rabiot, Rebic, De Ligt, Schone: discorso a parte per Ribery, fuoriclasse venuto a sparare in Italia le ultime cartucce di una lunghissima carriera, e sul cui peso specifico mi permetto di avere qualche dubbio. Alcuni dei giovani virgulti del football nazionale hanno poi ottenuto la grande chance del salto di qualità: penso a Sensi e Barella, nuovi pilastri del centrocampo interista, e a Gianluca Mancini, che dovrà cercare di "blindare" una Roma finora troppo sbilanciata in avanti. Insomma, gli spunti d'interesse non mancano. Passiamo ora a una breve analisi club per club.
ATALANTA - La rosa non richiedeva che pochi ritocchi di qualità, per alzare il tasso di competitività internazionale in chiave Champions League: sono arrivati Kjaer per puntellare la difesa e Muriel per vivacizzare ulteriormente una linea offensiva già scoppiettante, grazie agli estri di Ilicic e Gomez e alla potenza di fuoco di un Duvan Zapata all'apice della carriera. Poi, le conferme di pilastri come De Roon, Gosens, Hateboer, fino a un Gollini sempre più sicuro tra i pali. E il gioco made in Gasperini è già di caratura europea. 
BOLOGNA - I veri colpacci la società felsinea li aveva già piazzati nell'inverno scorso, con gli arrivi di Soriano e Sansone, unitamente all'insediamento in panchina di Mihajlovic: novità che fecero cambiare radicalmente marcia ai rossoblù, traendoli dalle secche di una classifica che prometteva il peggio. In questa sessione estiva, di rilievo comunque l'acquisto di Medel, che fa crescere notevolmente lo spessore fisico di una cerniera di centrocampo già granitica in Poli e Dzemaili. Ma il meglio è dalla trequarti in su: Orsolini e Sansone a inventare e svariare per i vari Santander (inattesa rivelazione l'anno passato), nonno Palacio e un Destro perennemente alla ricerca della consacrazione. Una squadra destinata a una tranquilla navigazione, forte dell'esempio dell'indomito Sinisa, sempre vicino ai suoi ragazzi nonostante la malattia. 
BRESCIA - Si candida al ruolo di "matricola terribile". Ha dato consistenza a una prima linea che, con Donnarumma e Torregrossa, ha fatto faville in B ma è tutta da verificare al piano superiore. Ora c'è persino troppo affollamento: in extremis è approdato  alla corte di Cellino l'esperto Matri, ma molto ruoterà attorno a Balotelli, ex Supermario, giunto davvero all'ultimissima occasione per raccogliere almeno in parte  frutti che, dieci anni fa, si annunciavano copiosissimi. Dal Genoa ecco Romulo, meteora azzurra ai tempi di Prandelli, anche lui un lusso per la piazza lombarda, laterale o interno, corsa e proprietà di tocco. Occhio anche a Bisoli, Morosini e soprattutto all'Under 21 Tonali, personalità da veterano, tecnica e visione di gioco. Se lasciato crescere senza eccessive pressioni, diventerà un big. 
CAGLIARI - Luci e ombre. Mercato ok, perché ha attutito come meglio non avrebbe potuto la perdita (grave) di Barella, l'elemento chiave della zona nevralgica. Il cavallo di ritorno Nainggolan è animato da fieri propositi di riscossa, Marko Rog è centrocampista moderno, dinamico e qualitativo. L'attacco "rischiava" di essere esplosivo, ma Simeone dovrà fare a meno per molto tempo del compagno di linea Pavoletti, gravemente infortunatosi, uno dei pochi centravanti colpitori di testa "vecchio stampo", stile Aldo Serena per capirci. Con questo poker d'assi al completo, il club sardo avrebbe potuto persino ambire a inserirsi nella lotta per l'Europa, sostenuto nelle retrovie da un Cragno che vuole definitivamente ritagliarsi un posto in Nazionale e da un Luca Pellegrini appena convocato dal cittì Mancini; ma anche il portierino è stato messo fuori causa da problemi fisici, e non si sa ancora quando potrà rientrare. Scalogna nera, insomma, e partire con due sconfitte interne non aiuta, anche se i margini di recupero sono enormi. 
FIORENTINA - Personalissima impressione: più fumo che arrosto. Ribery ha mandato in visibilio la piazza, ma ha 36 primavere e tante battaglie sulle spalle. Al di là di qualche isolata luminaria, quanto potrà effettivamente incidere? Felice di essere smentito, ovviamente. Pulgar e il cavallo di ritorno Badelj sono buoni puntelli in mezzo al campo, ma nel settore il meglio lo si aspetta da uno che era già in rosa, quel Benassi che, per doti di costruzione e inserimento, meriterebbe l'azzurro. Lirola e lo stagionato Caceres non alzano di molto il tasso qualitativo di una retroguardia che, sul fianco sinistro, sentirà molto la mancanza di Biraghi. Si è già messo in evidenza Boateng nella veste di impetuoso uomo d'assalto, mentre Chiesa, dopo i chiaroscuri della passata stagione, è atteso a una consacrazione ampiamente alla portata. Occhio al verdissimo Sottil, aletta tutto pepe, buttato subito nella mischia da Montella e protagonista di prestazioni incoraggianti. In definitiva, una Viola che non dovrebbe patire come accaduto in primavera, ma che difficilmente potrà fare la voce grossa a livello di alta classifica. 
GENOA - Una sorpresa, rispetto a certe convulse campagne acquisti del passato. Tappate presto e bene quasi tutte le falle emerse nella disastrosa annata 2018/19, giunti elementi di valore anche internazionale, che hanno fatto impennare la dotazione di talento del gruppo. Il veterano Zapata per la terza linea, fasce ricchissime con Ghiglione (sorpresa d'inizio stagione) e Ankersen a destra, i rampanti Barreca e Pajac a sinistra. In mezzo, in attesa del recupero di Sturaro (se al meglio, tanta roba per questi palcoscenici), ecco il crack Schone, colonna dell'Ajax, il cui arrivo ha scatenato nella tifoseria entusiasmi che non si vedevano dai tempi del secondo ingaggio di Milito. Ancora: l'estro di Saponara sulla trequarti e in avanti il virgulto Pinamonti che, tanto per gradire, ha esordito con un gol e un rigore procurato in casa della Roma, dove i genovesi non andavano a punti dal '94. Svolta anche in panca, con un Andreazzoli che fa praticare calcio di iniziativa e ora ha una squadra con la quale, oltre ai complimenti, potrebbe raccogliere qualche soddisfazione più concreta. Manca forse una punta di peso e abituata alle rudezze della A, ma questo Grifone, a occhio e croce, dovrebbe collocarsi in una media classifica di assoluta serenità, a debita distanza dalla zona - sofferenza. 
INTER - La regina del mercato. Si candida a sorpassare il Napoli come principale antagonista della Juve, essendosi rinforzata in tutti i reparti e, cosa assai apprezzabile, con molti italiani emergenti. Biraghi a stantuffare sulla sinistra, la coppia Sensi - Barella nel mezzo a lottare, creare, proiettarsi in avanti e tirare, quasi sempre con ottima mira. La retroguardia è blindata da Handanovic e Skrinjar, anche se è da valutare la tenuta agli alti livelli di Godin, mentre in avanti Lukaku ha tutto per far saltare il banco, ben spalleggiato da Lautaro e da Sanchez, oltre all'affidabile Politano. E poi, c'è un Candreva che sta dando segni di risveglio, dopo due anni grigi (non a caso, un calo manifestatosi in seguito all'esclusione azzurra dal Mondiale russo). Su tutti, vigila un tipo tosto, vincente e sempre assetato di gloria come mister Conte, mentre la soluzione in extremis del rebus Icardi dovrebbe aver finalmente portato un po' di serenità nell'ambiente, indispensabile per poter puntare ai massimi traguardi. Che sia l'anno giusto? 
JUVENTUS - Sulla carta è ancora la più forte. De Ligt e Rabiot sono due campioni, anche se l'olandese ha ballato non poco nel big match col Napoli; il ritorno di Higuain, poi, è stato col botto. Inutile passare in rassegna tutte le star della rosa: da Szczesny a Bonucci, da Pjanic a Matuidi, da CR7 a Mandzukic, danno tutti ampie garanzie. Così come Bernardeschi, che ha già dimostrato di poter stare alla grande in questo consesso di vedettes, e al quale si chiede solo maggior continuità (ma il rendimento costante deriva anche dalla costanza di impiego...). Parlando di "azzurrabili", sarebbe gradito da parte di Rugani quel salto di qualità atteso da anni: dovrebbe aprirgli qualche spazio in più il grave infortunio di Chiellini, che però ha privato la Signora di una colonna autentica per sicurezza, senso tattico, carisma. Sarri si è già ben inserito nella nuova realtà, ma deve ancora dare il giusto equilibrio alla compagine. 
LAZIO - Movimenti ridotti al minimo indispensabile. L'unico di rilievo ha riguardato il laterale Lazzari, giunto dalla Spal e già nel giro della Nazionale. Per il resto, squadra che vince e gioca bene non si cambia, e l'Aquila ha una spina dorsale di tutto rispetto: sull'asse Strakosha - Acerbi - Leiva - Luis Alberto - Milinkovic Savic - Parolo - Correa - Immobile si snodano quintali di talento, esperienza, concretezza. Ma i rimpianti non mancano, perché con un paio di rinforzi azzeccati questa potrebbe essere davvero una compagine da altissime sfere.

                 Stefano Sensi, nuovo centrocampista interista, già promosso da Conte (foto Guerin Sportivo)

LECCE - Grande perplessità attorno al ritorno in A dei salentini. Certo, l'ingaggio in extremis di Babacar, punta di dignitosa prolificità e ormai avvezza a questi palcoscenici, ha risollevato un po' le sorti di una squadra che però dovrà tirare l'anima coi denti per restare a galla. Il divario tecnico con la quasi totalità delle concorrenti pare ampio, ci si affida alla voglia di riscatto di due ex genoani reduci da stagioni poco esaltanti quando non disastrose, quali Lapadula (che ha perso la via del gol, e pensare che con Ventura era arrivato alla Nazionale...) e Rossettini (quest'ultimo al Chievo nello scorso torneo, dove ha ingoiato il boccone amaro della retrocessione), ed altri due ragazzi di discreto valore transitati dalle parti del Grifone in tempi recenti, ossia Fiamozzi e Tachtsidis. Occhio a Mancosu, trequartista dai piedi buoni: in B faceva la differenza, ma può mettersi in evidenza anche nella categoria superiore. 
MILAN - Il solito rebus. Il tasso di classe si è alzato sì, ma non al punto di poter coltivare sogni di rinnovata grandeur. Giampaolo è trainer che ha bisogno di lavorare a lungo sulla rosa per imporre i suoi dettami. Come la più quotata rivale cittadina, il club rossonero punta coraggiosamente su molti giovani di casa nostra, da Donnarumma (chiamato a eliminare quelle amnesie che ne hanno finora impedito il decollo definitivo) a Calabria e a Romagnoli, in attesa del ritorno in pista di Caldara e Conti, meritevoli di fiducia. I nuovi arrivi Bennacer e Krunic sono validi, ma non spostano più di tanto i termini della questione, mentre spiace per il benservito dato a Cutrone, ottimo prospetto che ben altra fiducia avrebbe meritato dopo aver tolto tante castagne dal fuoco al Diavolo negli ultimi, avventurosi anni. La spinta verso l'alto dovrà arrivare da Piatek, purché recuperi l'impressionante puntualità sotto porta dei tempi genoani, dalle alzate di ingegno di Paquetà e dall'ultimo colpo Rebic, eclettico uomo d'attacco.
NAPOLI - Team fortissimo, che si gioca con l'Inter il ruolo di anti - Juve. Curioso: è arrivato Manolas ad affiancare Koulibaly per rendere la difesa impenetrabile, primo presupposto per puntare al titolo, ma dopo due giornate i gol subiti sono già sette, un'infinità. Paradossi del calcio estivo, si spera per il Ciuccio, perché l'impianto di squadra pare così solido e imponente che sarebbe un peccato se venisse minato da un'inattesa permeabilità della retroguardia. Lo splendido Fabian Ruiz ammirato all'Europeo Under 21 si prenderà le chiavi del centrocampo, mentre dietro a Milik, atteso a un ulteriore incremento del già notevole score di marcature 2018/19, Lozano ha infoltito il già nutrito drappello dei movimentatori e stoccatori Callejon, Insigne e Mertens, e tanto per gradire ha subito timbrato proprio contro Madama. Una potenza di fuoco devastante, non dimenticando l'acquisto a fil di sirena di Llorente. Nelle retrovie occhio al terzino Di Lorenzo, ancora in tempo per ritagliarsi un posto di rilievo nel panorama calcistico tricolore, mentre Meret ha i mezzi per contendere a Sirigu e Donnarumma la maglia numero uno dell'Italia maggiore. 
PARMA - Non male. C'è il materiale umano perlomeno per confermare quanto di buono fatto nella stagione passata. Forse un po' carente a centrocampo sul piano costruttivo, ma buone idee di manovra dovrebbero arrivare dalle corsie laterali, poderosamente rinforzate con l'ex Nazionale Darmian e col giovane Pezzella, protagonista di ottime prove all'Euro Under 21 di giugno, e con Laurini ottima alternativa. In avanti si punta nuovamente tutto sul duo - meraviglia Gervinho - Inglese, fantasia e praticità. 
ROMA - Una scommessa affascinante, sia per il gioco spiccatamente propositivo su cui punta il nuovo trainer Fonseca, sia per i tanti giovani, o comunque emergenti, del vivaio nostrano a cui si darà fiducia (almeno, questa è la speranza di Note d'Azzurro). Mancini dietro, Zappacosta e Spinazzola ai lati, Pellegrini e Cristante a tessere nel mezzo, e poi il "fluttuante" Zaniolo che, dopo la sbandata comportamentale in coppia con Kean, si è ben ripresentato al proscenio (ottimo derby e due pali che avrebbero meritato maggior sorte). L'attacco, già ricco di frecce acuminate quali Under, Perotti e Dzeko, si è arricchito con Kalinic (che deve riscattare annate deludenti) e Mkhitaryan, in definitiva due azzardi. Compagine a trazione fin troppo anteriore, finora piuttosto ballerina dietro. Non sono convinto che l'ex Manchester Smalling sia la soluzione ai problemi di tenuta difensiva. 
SAMPDORIA - La squadra pare nel complesso indebolita, e del resto le prime due giornate hanno fornito un verdetto (parziale, per carità) impietoso. Sulla carta Murillo è un ottimo rinforzo per la difesa, ma finora non ha inciso, anzi. L'unico altro "colpo" della campagna acquisti è stato Emiliano Rigoni, raggiunto al fotofinish, e già da questo si capisce che c'è poco da stare allegri: trattasi di un buon giocatore che però difficilmente cambierà pelle all'intera formazione. Ha pesato molto, è chiaro, la confusa situazione societaria. Mister Di Francesco mastica amaro, ma per il momento può solo aggrapparsi alle certezze del gruppo, ossia Audero e Murru dietro, Ekdal, Barreto, Linetty  e Ramirez nel mezzo, sperare che Quagliarella abbia bevuto l'elisir di eterna giovinezza e che Caprari cresca ancora sul piano della continuità. Se nel frattempo avverrà l'atteso cambio di proprietà, a gennaio si potrà porre rimedio. 
SASSUOLO - Difficile da valutare: difesa grosso modo in linea con l'anno passato, centrocampo leggermente meno attrezzato, attacco più forte. Partiamo dal settore avanzato: la seconda giornata ci ha regalato un  Berardi su misure stratosferiche; che abbia finalmente deciso di tirar fuori gli artigli e mostrare quella caratura da campione che tutti gli pronosticano da tempo immemore? Accanto a lui, bocche da fuoco affidabili come l'ex Empoli Caputo e il rientrante Defrel. Reparto ricco di alternative, ma nel mezzo non c'è più un Sensi in grado di lavorare palle gol per loro, anche se Locatelli è reduce da una grande stagione e sa come garantire un sostanzioso approccio alla fase offensiva, al servizio dei compagni o andando direttamente alla conclusione. Riguardo alla difesa, sono partiti Demiral e Lirola e non è poco, ma gli arrivi di Chiriches e del pulcino Romagna possono compensare la perdita, e poi ci son sempre le bandiere Consigli e Peluso, che difficilmente tradiscono. 
SPAL - Due sole novità di rilievo, in una squadra che l'anno scorso impressionò favorevolmente per il suo gioco spesso bello a vedersi, propositivo ed efficace, coi limiti imposti da una rosa costruita comunque per centrare la sopravvivenza. Ora a difendere la porta c'è l'esperto Berisha, arresosi all'Atalanta al rampante Gollini, mentre in avanti la scheggia impazzita Di Francesco offre uno sbocco in più, e oltretutto ha dimostrato di essersi già inserito nei meccanismi di mister Semplici: non male per una prima linea che può già contare su Petagna e Paloschi, oltre al "vecchietto" Floccari. Per il resto, si avvertirà la mancanza di Lazzari, ma ci sono pur sempre le garanzie rappresentate da Vicari, Kurtic, Missiroli, Valoti e un Murgia finalmente in sboccio. Un roster ampiamente sufficiente per centrare un'altra salvezza condita da buone prestazioni.
  TORINO - Forse sarebbe il caso di parlare di "Grifotoro". Mi si conceda l'innocente battuta, ma è un fatto che, nelle ultime stagioni, il club granata sia cresciuto esponenzialmente sul campo grazie anche all'apporto di molti reduci da felici esperienze sotto la Lanterna: Ansaldi e Izzo, Rincon e Falque, ai quali si è infine aggiunto il furetto Laxalt. Ma la rosa è veramente ricca: c'è Sirigu, attualmente il miglior portiere italiano, con buona pace di Donnarumma; c'è un Bonifazi pronto a bruciare le tappe della maturazione, come dimostrato nelle prime due felici uscite in campionato (gol all'Atalanta a parte); c'è Baselli che, zitto zitto, è ormai perno imprescindibile della manovra. E poi un attacco che promette scintille: il già citato Falque, bomber Belotti a caccia di Euro 2020 come l'altalenante Zaza, irresistibile nelle giornate di grazia, e il dernier cri Verdi, piedi buoni, tecnica sopraffina, un tocco di imprevedibilità offensiva a una squadra che comunque, rispetto ad altre grandi, vanta un sostanziale equilibrio fra i reparti che potrebbe proiettarla in alto, molto in alto. 
UDINESE - La solita Babele in cui però, ironia della sorte, fra gli autentici fari spiccano due italiani: un Mandragora che deve tornare a crescere dopo un Europeo Under 21 in chiaroscuro, e un Lasagna che ha, contro ogni pronostico, artigliato la Nazionale e non vuole lasciarsela scappare. Le altre luci arriveranno dal dinamico e duttile De Paul, nell'ultima stagione issatosi ad autentico trascinatore, dallo sgusciante Fofana, centrocampista col vizio del gol, da Pussetto e Nestorovski. Non moltissimo, per un team che sarà chiamato a faticare non poco per centrare l'obiettivo della permanenza. Esordio boom per il difensore Beçao, castiga - Milan.
VERONA HELLAS - Il piatto piange, più o meno come a Lecce, dopo una promozione oltremodo sofferta. Non per ripeterci, ma c'è molto Genoa anche qui (del resto è inevitabile: il club di Preziosi ha negli ultimi anni movimentato tantissimo il mercato in entrata e in uscita, naturale quindi che "quintalate" di suoi ex giocatori si ritrovino gomito a gomito in altri contesti calcistici). Ecco dunque in terza linea Gunter e Bocchetti (azzurro di Lippi a Sudafrica 2010: sembra passato un secolo...), Veloso e Bessa nel mezzo, Lazovic sulla fascia destra, Ragusa e Salcedo in avanti. Una bella infornata... Attenzione soprattutto al regista Veloso, che per la verità in Liguria non si è mai espresso al massimo ma in un contesto con meno pressioni può far balenare la sua indubbia intelligenza calcistica, e a Bessa, fra i pochi ad elevarsi per tasso di classe e capacità di dare brio alla manovra offensiva. Lazovic è un laterale che nelle giornate di vena può sparigliare le carte e creare superiorità in avanti, in quelle di luna storta fa mettere le mani nei capelli. Chi farà i gol? Bella domanda: Pazzini non è più quello dei gloriosi tempi blucerchiati e milanisti, Di Carmine non è un fulmine di guerra sotto porta, c'è fiducia attorno a Stepinski, arrivato giusto agli sgoccioli della sessione. Probabile ultima occasione ad alto livello per mister Juric, dopo le disastrose esperienze genovesi.   

domenica 9 giugno 2019

VERSO EURO 2020: L'ITALIA TRIONFA IN GRECIA. LA CRESCITA CONTINUA, BENE EMERSON E TUTTO IL PACCHETTO DI CENTROCAMPO


Primo comandamento: guai a illudersi. La storia del calcio italiano è ricca di bagliori improvvisi che sembravano annunciare trionfi in serie, salvo poi costringerci a rinfoderare i sogni di gloria per tornare a masticare amaro. Ebbene sì, accadde anche con la Grecia, nostra malcapitata avversaria di poche ore fa: nell'ottobre dell'83, un luccicante 3-0 a Bari colto dagli eredi dei mundialisti spagnoli. Pareva l'inizio di una nuova era di potenza e dominio, ma nel giro di poche settimane Svezia e Cecoslovacchia ci fecero la festa nelle qualificazioni all'Europeo '84, ridimensionando le ambizioni della nuova truppa di Bearzot e preannunciando con largo anticipo la magra a cui la sbiadita compagine azzurra sarebbe andata incontro al Mundial '86. La premessa è forse sgradevole ma necessaria, perché lungo è ancora il cammino verso la totale rinascita, né potrebbe essere diversamente dopo l'onta e l'abisso dell'esclusione da Russia 2018. E tuttavia, ormai la realtà è palese e innegabile: abbiamo di nuovo una Nazionale, una Nazionale che ha ripreso a fare calcio come Dio comanda e che può andare in giro per l'Europa a testa alta. 
BRILLANTE E PROPOSITIVA - Non era scontato, visto il buco nero dal quale eravamo stati inghiottiti. Ma Roberto Mancini, senza proclami, lavorando sottotraccia, preso in mezzo dalle esigenze dei club che riducono sempre più all'osso gli spazi delle rappresentative, ha già dato al gruppo azzurro un'identità ben precisa. Il copione di Grecia - Italia è stato, per i nostri, il medesimo delle precedenti sfide, a partire dall'eccellente trasferta polacca in Nations League: un undici che ha ritrovato il gusto del gioco, del possesso palla non fine a se stesso ma costantemente propositivo, una compagine che sa palleggiare con maestria a centrocampo ma anche cogliere il momento giusto per verticalizzare, per puntare con decisione la porta. D'accordo, la selezione ellenica attuale non è certo ai vertici continentali, anzi; la tara agli avversari va sempre fatta, ma ricordiamoci anche che nel passato recente, contro rivali ben più modesti di quelli di ieri, i nostri prodi hanno spesso stentato penosamente rimediando mezze figuracce o figuracce intere. Per non andare troppo lontano nel tempo, pensiamo alle ultime qualificazioni mondiali, alla doppia sfida con la Macedonia. Ecco, rispetto a quei momenti grami, è come essere passati dalla notte al giorno. 
DOMINIO E AUTOREVOLEZZA - Il nuovo Club Italia è una boccata d'aria fresca per come si propone, per il piglio autorevole con cui assume l'iniziativa, per come riesce ad affondare i colpi. Chiaro che vada atteso a test assai più probanti, ma c'è già uno stile, un'impronta, che emerge a prescindere dal valore di chi gli sta di fronte. Ad Atene, i ragazzi del Mancio hanno subito messo le mani sulle leve di comando del match. Traccheggiando un po' nei primi venti minuti, ma sempre in pieno controllo della situazione, per poi rompere gli indugi e andare a cogliere un successo che hanno ben presto intuito essere alla portata. Il trainer ha saputo sfruttare il momento magico di Emerson, già protagonista della finale di Europa League e ieri instancabile stantuffo sulla fascia sinistra. Ed è stata proprio una vittoria "di sinistra", diciamo così, perché maturata esclusivamente sul versante mancino del campo, percosso con continuità ed efficacia dai nostri azzurri per tutto il primo tempo. Così Belotti, dopo aver sprecato calciando alto su assist di Insigne, ha messo a soqquadro la retroguardia dei blu, arrivando sul fondo e scodellando in mezzo un pallone che Barella ha calciato in rete con decisione. Sempre da sinistra è partita la fuga in contropiede di Insigne, che ha saltato il suo controllore con eleganza per poi trafiggere Barkas con un morbido tocco di destro, ed infine Emerson ha crossato per Bonucci, abile a realizzare di testa confermando la sua fama di difensore goleador. 
SEMPRE PIU' CONCRETI - Altre occasioni sono  state mancate da Barella, giunto a tu per tu col portiere che ne ha neutralizzato il tentativo di pallonetto, e poi da Insigne e Chiesa nel secondo tempo, per tacere di altre iniziative pericolose, ad esempio un tiro a fil di palo del subentrato De Sciglio. Ha tutto sommato ragione, Mancini, a rammaricarsi per non aver trovato il poker: ma se la scarsa efficacia in fase conclusiva è stata a lungo il tallone d'Achille di questa giovane Italia, si può dire che in parte l'handicap sia stato superato. Manca giusto il citato Chiesa, ad accrescere la forza penetrativa della squadra: lavora tanto in prima linea, per sé e per gli altri, ma non riesce a concretizzare come ci si attenderebbe, e sconta forse la stagione disgraziata della Fiorentina. In compenso, si è visto l'Insigne più convincente di sempre in azzurro, proprio quando la sua esplosione stava diventando una chimera, mentre il trio di centrocampo continua a girare a mille: detto di Barella, visto ancora una volta nelle vesti di abile incursore e con una personalità sempre più svettante, tanto da fargli superare con disinvoltura anche i rari momenti di impasse, sia Jorginho che Verratti si sono fatti valere nelle due fasi, a chiudere, cucire e far ripartire l'azione, gestendo il pallone con proprietà tecnica e sapienza tattica. Insomma, la sostanza c'è, più avanti arriveranno impegni più severi, ma è giusto che ad essi ci si avvicini gradualmente, per consentire una tranquilla maturazione dei giovani (anche se ieri l'autentica linea verde in campo è stata rappresentata dai soli Barella e Chiesa): intanto, vincere aiuta a vincere, e vincere brillando aumenta la fiducia nei propri mezzi di un gruppo che partiva con un fardello pesantissimo sulle spalle, lasciato in eredità dalla precedente gestione. 

sabato 8 settembre 2018

NATIONS LEAGUE: LA NUOVA ITALIA ANCORA NON È NATA. BUONE NUOVE DA BERNARDESCHI E CHIESA


No, ancora non ci siamo. E del resto era prevedibile. Non si supera con disinvoltura un evento sportivamente drammatico come quello di poco più di un anno fa. Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali, vergogna inaccettabile per un movimento calcistico fra i più prestigiosi del globo, sui campi italiani si è ripreso a giocare quasi come se nulla fosse, si è tornati ad occuparsi delle faccenduole dei club, del mercato, delle schermaglie politiche in Federazione. Tutto è proseguito secondo il solito tran tran, mentre si sarebbe dovuto approntare un organico piano di emergenza per superare il momento storicamente più delicato del nostro football. 
Invece, la stagione è cominciata all'insegna dei soliti problemi, anzi, peggio. Bene ha fatto il cittì Mancini a sottolineare il minutaggio sempre più ridotto a disposizione dei calciatori di casa nostra, bene ha fatto a diramare una lista di convocati fra le più rivoluzionarie di sempre, nel non nascosto tentativo di "forzare la mano" ai colleghi della Serie A. Forzare la mano: anche se non è elegante citarsi (ma chi se ne frega...), è un ragionamento che feci qui sul blog in tempi assolutamente non sospetti, sia dopo Euro 2012 (quando alla guida della Nazionale c'era un Prandelli ben disposto verso le nuove leve, al punto di convocare gente come Perin e De Sciglio che avevano poca o nulla esperienza in campionato), sia agli albori dell'era Ventura. Allora come oggi, si trattava di mettere i tecnici dei club di fronte al fatto compiuto, chiamando e facendo giocare emergenti di valore costretti invece in panchina o in tribuna nelle società di appartenenza. Pare proprio essere l'unica via, se è vero che, rispetto ai due precedenti sopra citati, la situazione è tutt'altro che migliorata. 
MALEDETTA ESTEROFILIA - Bobby gol è un selezionatore che merita rispetto, fiducia e soprattutto pazienza, tanta pazienza, molta più di quella che fu riservata ai predecessori. Lavora in condizioni terribili: costruire una compagine decente pescando in un massimo torneo iper affollato da pedatori d'oltrefrontiera, buona parte dei quali di dubbia qualità, è impresa titanica. Non fidatevi di chi dice che "tanto non cambia niente, i migliori emergono comunque, italiani o stranieri che siano". I fatti dicono che non è così: difficile, per un giovanotto che si affaccia al calcio professionistico, dimostrare di essere migliore di altri, se viene sistematicamente tenuto ai margini per ovvia mancanza di esperienza. Abbiamo i Cutrone, per dire, che segnano gol a raffica, risolvono le partite, ma si sente comunque il bisogno di acquistare un Higuain che ha probabilmente già dato il meglio, costringendo il ragazzino di turno a masticare amaro nelle retrovie e a sbattersi il doppio, il triplo, per conquistarsi scampoli di gloria. Quello rossonero è un caso limite, la punta dell'iceberg di un fenomeno che sta radendo al suolo il nostro vivaio. Un vivaio che però continua incredibilmente a sfornare talenti, come dimostrano certi ottimi risultati recenti delle nostre rappresentative giovanili, ma non è neanche questo il vero problema: il dramma è che poi la crescita, e quindi il miglioramento, l'affinamento, di queste nuove leve viene brutalmente arrestato da un calcio italiano malato di esterofilia perniciosa.  
BACINO DI CARENAGGIO - Questa lunga premessa per dire che, vista la difficile congiuntura, il balbettante esordio in Nations League degli azzurri non deve né sorprendere né destare scandalo. È bastata una Polonia compatta ma con pochi picchi di classe (Lewandowski, Zielinski, e poi?), per metterci in ambasce. Inutile ragionare su eventuali errori di formazione del coach, che, pure, secondo me ci sono stati: giusto che compia il suo giro d'orizzonte provando più uomini possibile, giusto che conceda di mettere minuti nelle gambe a un Balotelli che, se in forma, rimane di gran lunga la bocca da fuoco più efficace, esperta, smaliziata a sua disposizione. È inevitabile che questo nuovo torneo debba rappresentare solo una sorta di bacino di carenaggio, per il Club Italia: a vincere coppe ci si penserà, si spera, più avanti.
DUE CHE SALTANO L'UOMO: INCREDIBILE! - Di buono, la gara di Bologna ci ha mostrato un Donnarumma finalmente sicuro e decisivo con almeno due interventi salva risultato, e due peperini che saltano l'uomo, cosa che in azzurro non si vedeva da tempo: Bernardeschi, che pure ha commesso i suoi errori ma li ha compensati con una presenza costante nel vivo del gioco offensivo (suoi sono stati i tiri più pericolosi indirizzati verso la porta polacca) e un grande coraggio nel tentare soluzioni ardite; e poi quel Chiesa ancora una volta rivelatosi fondamentale, arrivando dalla panchina a vivacizzare una prima linea sterile con le sue accelerazioni e con la sua visione verticale del campo, col suo puntare sempre verso la porta avversaria senza troppo cincischiare. 
REBUS ATTACCO, CON INSIGNE SOTTO LA LENTE - Ecco, cominciamo col dire che, giocando col 4-3-3, due così devono essere titolari fissi. Al servizio del vero Supermario, non della pallida e acciaccata controfigura di ieri sera, o di una punta che sappia sbatterla dentro, una buona volta. Potrebbe essere proprio il Cutrone di turno, a meno che Belotti e Immobile, implacabili con le maglie di Toro e Lazio, non vadano oltre i limiti che ne hanno troppo spesso caratterizzato le prove in rappresentativa. A tal proposito, e sempre rimanendo in,,, zona d'attacco, uno che sta esaurendo i suoi bonus, spiace dirlo, è Insigne. Il ragazzo ha classe, brillantezza, piedi buoni, ma troppo grande continua a essere la differenza di rendimento fra Napoli e Club Italia, né è pensabile di poter costruire la squadra attorno a lui: stiamo parlando di un buonissimo giocatore, a tratti ottimo se inserito in un determinato contesto tattico, ma non di un fuoriclasse che risolve le partite da solo. 
CENTROCAMPO DA RIFARE - Altro elemento per il quale il tempo stringe è Gagliardini, che del resto anche in maglia Inter ha solo in parte mantenuto le promesse degli esordi post atalantini. Al Dall'Ara è naufragato assieme ai compagni del centrocampo: il reparto è stato il vero tallone d'Achille della squadra, deficitario in entrambe le fasi, prigioniero di una mediocrità tecnica inaccettabile per una compagne del nostro lignaggio. In una zona nevralgica che ha prodotto solo errori e confusione, non ha convinto neppure Jorginho, rigore a parte: ma c'è almeno la speranza che l'esperienza ad altissimo livello col Chelsea serva ad accrescerne personalità e caratura internazionale. Per intanto, nel mezzo sarebbe il caso di dare chances a talenti in vorticosa ascesa come Barella, Benassi, Cristante, Mandragora, il cui rendimento recente li mette ai vertici nel campo di scelta a disposizione del trainer. 
LE ALTERNATIVE PER LA DIFESA - La difesa, infine, ha discretamente lavorato, facendosi carico anche del lavoro di chi avrebbe dovuto "schermarla": ma sulle fasce troppo timido è parso l'apporto di Zappacosta e Biraghi, che meritano comunque altri test, anche se pure ai lati non mancano le scelte alternative: da Calabria a Barreca, da Lazzari (intuizione del coach) a quel Piccini assurdamente "dimenticato" all'estero, sperando soprattutto in un recupero dell'ottimo Conti (forse il migliore della compagnia). Nel frattempo sarebbe forse il caso di insistere su Criscito, che in questa prima fase di ricostruzione può essere un'utile chioccia, mentre la sensazione è che sia di troppo un veterano fra Bonucci e Chiellini (entrambi, ricordiamolo, protagonisti del fallimento dell'autunno scorso), con Caldara e Romagnoli (più Rugani, se troverà spazio nella Juve) che premono alle spalle. 
URGE UNA VITTORIA DI PESO - Non è un momento come tanti: forse mai come ora sarebbe lecito e giusto rivoluzionare totalmente (salvando giusto un paio di "totem" per la continuità di spogliatoio e l'esperienza), buttare i babies nella mischia senza remore. Chi potrebbe mai rimproverare a Mancini di aver messo da parte coloro che si sono fatti sbattere fuori da Russia 2018? Siamo in una fase storica in cui bisogna agire con la mano pesante, come fece Fulvio Bernardini al termine dell'era dei messicani. Dopodiché, ripeto, occorrerà anche armarsi di santa pazienza, perché una Nazionale competitiva non si ricostruisce in quattro e quattr'otto, soprattutto quando il bacino in cui scegliere gli uomini giusti è così assurdamente ridotto.
Del resto, il passato ci insegna che dopo la prima mancata qualificazione mondiale, nel 1958, trascorsero anni prima di rivedere un barlume di luce. Anni di partite, di girandole di formazioni, di presunti astri sorti e tramontati nel giro di pochi match. Anni senza vittorie. Dopo la sconfitta con l'Irlanda del Nord che ci costò l'estromissione da Svezia '58, ci vollero 24 mesi prima che la nostra selezione tornasse a battere qualcuno (la Svizzera). Di una vittoria di spessore avrebbero bisogno il Mancio e la sua truppa: non poteva esserla quella del maggio scorso con l'Arabia, ma strappare i tre punti alla Polonia avrebbe potuto darci una mano a superare anche quell'impasse mentale che si è impadronito dei nostri dopo il tonfo svedese.