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giovedì 1 aprile 2021

LITUANIA-ITALIA 0-2: BENE (FINO A UN CERTO PUNTO) SOLO IL RISULTATO. TROPPI GOL SBAGLIATI, E IMMOBILE CONTINUA A ESSERE UN REBUS

Più vuoto che pieno, il bicchiere di Vilnius. Visto che su questo blog non sono mai mancate le sottolineature dei (tanti) elementi positivi emersi in quasi tre anni di gestione Mancini, penso di poter dire, in assoluta libertà, che la terza sfida azzurra sulla strada di Qatar 2022 non mi ha soddisfatto, risultato a parte che peraltro, visto l'obiettivo "vitale" da raggiungere, assume rilevanza decisiva, tale da far passare in secondo piano ogni altra considerazione. E però, finora, non mi era mai capitato di concludere la visione di un match del nuovo Club Italia con un deciso sapore amaro in bocca, coi nervi a fior di pelle, con una sensazione di sollievo più che di soddisfazione per il terzo 2-0 consecutivo nel girone, percorso simile a quello che aveva compiuto Bearzot nelle eliminatorie per Spagna '82, che iniziarono proprio con quattro 2-0 su Lussemburgo, Danimarca, Jugoslavia e Grecia. 

EL SHAARAWY: ALTRA DELUSIONE - Il rilievo statistico-scaramantico, per chi ci crede (io no), è una delle poche cose da salvare della nostra serata lituana. Alle corte: il primo tempo dei ragazzi del Mancio è stato da matita blu. Possesso palla sterile, pressione fin troppo compassata, pericoli zero o quasi per la grintosa, serrata, ma modesta difesa locale. E la triste, ennesima conferma della totale idiosincrasia di El Shaarawy alle importanti sfide internazionali: parliamo di un altro talento mai del tutto sbocciato, fra i tanti di quella generazione che ci aveva illuso di poterci regalare qualche pur minima soddisfazione, dopo il tramonto degli eroi di Berlino '06. Il Faraone ha giocato una prima frazione indisponente per mancanza di incisività, facendosi notare giusto per un gol clamorosamente fallito con una mancata deviazione sotto misura su assist di Pessina. 

ALTERNATIVE SONTUOSE - Come scritto in coda al commento sul match con la Nord Irlanda, la rosa azzurra attuale è così ampia e qualitativa ("profonda", direbbero i giovani che fanno cronaca calcistica oggi) da consentire al trainer di pescare dalla panchina, in ogni momento, ragazzi in grado di imprimere alla squadra il necessario cambio di marcia. Ieri è avvenuto in avvio di ripresa, con l'ingresso di Chiesa e di Sensi, entrambi decisivi nell'azione che ha portato al gol il centrocampista dell'Inter con un sinistro dal limite. Poi lo juventino è nuovamente scivolato fuori dal match, cosa che avviene un po' troppo spesso in rappresentativa e che deve far riflettere, perché sul suo lato le alternative più convincenti al momento non mancano (un nome su tutti: Berardi), mentre Sensi è rimasto su ottimi livelli dando solidità al reparto di mezzo, e consentendo a Locatelli di dedicarsi alla costruzione con l'ormai assidua perizia. Il riassetto tattico elaborato dal cittì, oltretutto, ha dato nuova linfa a un Bernardeschi fin lì velleitario, e invece continuo e preciso nelle sue incursioni per buona parte del secondo tempo. 

IL PROBLEMA IMMOBILE - Nei primi venti minuti dopo l'intervallo, in effetti, si è rivista un'Italia apprezzabile per continuità e rapidità degli approcci offensivi. Ma con un "ma" grosso come una casa: l'enorme, assurda quantità di occasioni mancate, che avrebbero potuto dare al punteggio proporzioni persino tennistiche, gettando acqua fredda sull'ossessione della differenza-gol che sta attanagliando buona parte della critica. Purtroppo, un rilievo si impone: cinque di queste opportunità sono capitate sui piedi e sulla testa di Immobile, e almeno un paio sono state fallite piuttosto banalmente. Fuori dai denti: una Nazionale che ambisce legittimamente a tornare nel gotha mondiale, e che ha tutto sommato buoni numeri per centrare l'obiettivo (è attualmente risalita al settimo posto del ranking FIFA, impensabile dopo il disastro di Italia - Svezia '17), non può avere un centravanti che fallisce quattro gol contro un avversario men che mediocre, e non può bastare il rigore in extremis a cancellare le colpe precedenti. Lo ha capito lo stesso Ciro, che dopo aver trasformato il penalty è uscito dal campo visibilmente contrariato, quasi in lacrime. 

CHI FA CATENACCIO E CHI NO - E' un fatto che la sua percentuale realizzativa in azzurro rimanga troppo bassa, e ciò è tanto più inaccettabile  per il detentore della Scarpa d'oro. Immobile è una punta di valore, e concediamogli pure l'attenuante di una condizione tutt'altro che ottimale, che sta influendo anche sull'attuale rendimento col club: ma non può esserci sempre una scusa a giustificare la latitanza sotto porta, perché il ragazzo, fra assenze e alterne vicende, milita in selezione dal 2014. Occorre metterla dentro, e se non lo si fa contro la Lituania, con tutto il rispetto, quando? Sì, perché la goleada, nonostante tutto, era alla portata, e sarebbe stata una novità rispetto alle precedenti trasferte da queste parti, tutte sofferte, addirittura con un pareggio a reti bianche ottenuto a fatica dalla selezione "all stars" di Trapattoni nel 2001 (in campo Totti, Vieri, Del Piero, per dire). 
Al netto delle nostre difficoltà ataviche nel produrre "vendemmiate" di gol (che però parevano essere state superate nel girone di qualificazione per Euro 2020), rilevo con curiosità che, contro di noi, difficilmente le avversarie più deboli assumono atteggiamenti remissivi: tutti a far mucchio dietro e a intasare gli spazi, per poi ripartire in contropiede quando possibile, come hanno fatto i lituani ieri in un paio di occasioni andando anche vicini alla clamorosa segnatura (prodezza di Donnarumma su Eliosius). Ventiquattr'ore prima, per dire, avevo visto una Bielorussia imbarazzante dare il via libera al Belgio: bravi i Diavoli rossi, per carità, implacabili sotto porta, ma i loro avversari hanno giocato su livelli amatoriali, fra belle statuine e maglie larghissime in retroguardia. Forse anche l'Immobile poco ispirato di ieri sera ci sarebbe andato a nozze... 

I PROMOSSI, SENSI A PARTE - Se è vero che dalla panchina sono arrivate soluzioni efficaci per sbloccare lo stallo della prima parte, è anche innegabile che rivoltare come un calzino la formazione rispetto alla partita precedente porta inevitabilmente con sé problemi di fluidità e sincronismo di manovra. Anche per questo, lo ripeto, la prova collettiva è parsa nel complesso grigia e priva di slanci, esclusa la citata parte iniziale dei secondi 45 minuti. Rimangono comunque alcune eccellenti prestazioni individuali: da un Donnarumma sempre reattivo anche quando, come ieri, è chiamato in causa una sola volta a partita, al solito Spinazzola ficcante e preciso nei cross, da Bastoni e Mancini senza sbavature in retroguardia, a Locatelli sempre nel vivo del gioco, abile a costruire e a concludere (altra segnatura sfiorata ieri con una botta al volo). Buono, come detto, anche il rendimento di Bernardeschi nelle vesti di movimentatore offensivo (anche per lui un gol mancato di un soffio, gran sinistro da fuori nella nostra fase di maggior forcing). Il guaio è che, purtroppo, certe prestazioni per lui non rappresentano la consuetudine. Genio e sregolatezza, appunto, con qualche giornata di luna buona e molte altre da dimenticare: il timore è che sia una tendenza non più modificabile. Ora, il Club Italia torna in naftalina, poi saremo pronti, dopo i due test con San Marino e Repubblica Ceca, a tuffarci nell'avventura europea. 

sabato 5 settembre 2020

NATIONS LEAGUE: ERA IMPORTANTE RIPARTIRE. MA SENZA VERRATTI, JORGINHO, DINAMISMO E FRESCHEZZA ATLETICA, E' UN'ITALIA ANNACQUATA

Era importante ripartire, possibilmente senza troppi danni, ed è stato fatto. In una situazione come quella attuale, è difficile e forse anche poco sensato tracciare un quadro critico della performance azzurra con la Bosnia. Si tornava in campo dopo dieci mesi di stop, un intervallo agonistico così lungo la Nazionale non lo viveva dal 1946, e già questo dovrebbe bastare a dare un'idea dell'eccezionalità del momento. Sarà difficile considerare attendibili le gare di una Nations League collocata a cavallo fra le due stagioni più anomale nella storia del calcio mondiale del dopoguerra, con campionati e coppe di club finiti da poche settimane e già prossimi alla ripresa, con calciatori storditi da un tour de force di partite estive, con poche vacanze per rigenerarsi e pochi giorni di allenamento nelle gambe. 

Questo non è calcio, mi pare evidente. Poi vale più o meno per tutti, a tutte le latitudini, ma in fasi del genere soffre di più chi ha un'idea di gioco propositiva. Ecco, se non altro la gara di Firenze ha lasciato l'impressione che la lunghissima pausa non abbia annacquato gli insegnamenti di Roberto Mancini, i cui primi risultati si videro proprio in chiusura della precedente Nations League, in Polonia, quando sbocciò improvvisa e inattesa una squadra manovriera, capace di impadronirsi del campo e di tenere costantemente sotto pressione gli avversari. I cardini di questa filosofia si sono intravisti al Franchi, ma al di là delle buone intenzioni non si poteva andare. Mancavano troppi fattori determinanti: l'Italia scesa in campo poche ore fa non è la migliore possibile in senso assoluto. Nemmeno le Nazionali più forti, esperte e consolidate nella loro struttura possono rinunciare contemporaneamente a due pedine chiave nel reparto più importante: la nostra selezione era priva di Verratti e Jorginho (quest'ultimo in panca ed evidentemente non al meglio, dopo il rientro in extremis dal Chelsea), cioè il cuore pulsante di tutto il meccanismo. Lo splendido Barella di questo 2020 ha confermato l'acquisita personalità internazionale caricandosi sulle spalle il lavoro di tutto il reparto, ma è ovvio che non possa cantare e portare la croce da solo. Sensi può essere una buona spalla ma solo in condizioni di forma accettabili, che non ha ancora raggiunto, comprensibilmente, dopo i triboli della stagione interista; ha trovato comunque il modo di lasciare il segno sul match propiziando l'autorete del pareggio, confermandosi arma letale negli inserimenti offensivi. Risulterà utilissimo quando tornerà al top, così come Lorenzo Pellegrini acquisirà maggior efficacia giocando qualche metro più avanti, da trequartista, cosa che accadrà inevitabilmente quando nel mezzo rientreranno i grandi assenti di ieri sera. 

Per una gara così delicata, un nuovo debutto dopo un vuoto quasi "bellico", il cittì ha evitato sperimentazioni (ci saranno un paio di amichevoli più avanti, per tentare strade nuove), affidandosi ad alcune certezze acquisite nella prima parte della sua gestione, diciamo a un manipolo di "pretoriani". Da qui, ad esempio, l'utilizzo di Biraghi in luogo del titolare Emerson, e di Chiesa sulla fascia destra d'attacco. Se il laterale basso ha fatto il suo, dignitosamente, come quasi sempre in rappresentativa, il figlio d'arte continua ad essere né carne né pesce: un buon tiro sull'esterno della rete nel primo tempo, il lungo traversone per il palo di Insigne, tanti tentativi abortiti sul nascere, molto fumo e poco arrosto per quello che, avanti di questo passo, rischia di diventare il primo vero "caso" della Nazionale targata Mancio. Ma, lo ripetiamo, tutto è relativo: questa è una squadra nata per tenere l'iniziativa, far girare palla, aggredire; per riuscirci deve avere brillantezza fisica e lucidità, ciò che al momento latita. Troppo lenta la fase di impostazione per poter far assumere al gioco i connotati della pericolosità: senza dinamismo, senza passaggi e smarcamenti rapidi, una compagine votata alla difesa come quella bosniaca non può che avere vita facile, costringendoti a soluzioni estemporanee e velleitarie come i continui cambi di fronte, da destra a sinistra e viceversa, attuati dai nostri nei primi quarantacinque minuti, con esiti sconfortanti. 

Contenimento e contropiede: questo e null'altro hanno fatto gli uomini del santone Bajevic, dopodiché, quando si può contare su uno dei pochi fuoriclasse d'attacco del calcio mondiale, si può anche riuscire a sfruttare una delle poche palle gol e a sfiorare una vittoria che sarebbe stato premio fin troppo eccessivo. Verrebbe da dire che se questa Italia avesse un Dzeko, là davanti, potrebbe persino avvicinarsi ai massimi valori del football europeo, una volta raggiunta la miglior condizione atletica. Al Franchi Belotti ha deluso, timido e privo di slancio; avendo in rosa la Scarpa d'oro europea, bisognerebbe trovare il modo di sfruttarla al meglio. Da troppe parti si legge che Immobile non rappresenti la soluzione ideale per il modulo - Mancini, ma credo sia un preciso dovere del trainer e dello stesso bomber laziale trovare un punto d'incontro tattico, per non privare la selezione di una bocca da fuoco potenzialmente devastante. 

Poco da dire sugli altri singoli. Senza infamia e senza lode la prova della coppia centrale Acerbi - Bonucci, che si sono lasciati sfuggire Dzeko sul gol ma hanno almeno tentato di contribuire alla fase di rilancio, com'è nelle loro corde (soprattutto dello juventino). Il più attivo in assoluto è stato Insigne: spesso disordinato, raramente incisivo, alla fine è risultato comunque il più pericoloso della sterile squadra azzurra, sfiorando il palo su punizione, colpendo un legno di testa e, nel finale, mettendo sulla testa di Zaniolo un tiro-cross che ha portato il romanista a un passo dal gol. Ma l'occasione migliore è capitata sui piedi di Florenzi, che di destro ha chiamato il portiere Sehic a una gran deviazione. E' stata peraltro l'unica cosa positiva per il veterano azzurro ex Valencia, divenuto famoso per le sue percussioni offensive che invece, nella circostanza, raramente si sono manifestate. In questa nuova era azzurra rimane un buon ripiego per un ruolo in cui dovrebbe figurare come prima scelta il napoletano Di Lorenzo. 

lunedì 9 settembre 2019

VERSO EURO 2020: FILOTTO ITALIA, SEI SU SEI. SENSI E PELLEGRINI SIMBOLI DEL NUOVO CORSO, SQUADRA CHE BRILLA AL CENTRO E SULLE FASCE

              Il "Gallo" Belotti: un gol (e mezzo) e varie occasioni mancate in Armenia (foto Guerin Sportivo)

Sei su sei, filotto di vittorie, e l'Europeo ormai a portata di mano. Chi l'avrebbe mai detto, solo un anno fa, dopo le prime, pallide prove della nuova Italia in Nations League? L'Azzurra di Mancini è cresciuta inaspettatamente in fretta, ha riconquistato una discreta credibilità internazionale, ha rialzato la testa dopo l'umiliazione dell'esclusione dal Mondiale. Tantissimo, in così poco tempo: non è pertanto il caso di fare troppo gli schizzinosi di fronte a certi cali di tensione, a certi impacci emersi in queste due prime gare stagionali. Fra Jerevan e Tampere, onestamente, non mi è parso di vedere un orizzonte così fosco come qualcuno lo ha dipinto. Ricordiamoci che siamo a settembre, il mese dell'azzurro - tenebra, quello in cui le nostre selezioni, storicamente, faticano di più; ma non è stato soltanto questo il problema. Fenomeni non ce ne sono, nel girone J, ma squadre belle toste sì: del resto l'Armenia, dopo averci creato non poche difficoltà, ha castigato la quotata Bosnia di Dzeko, e la Finlandia si era messa nella condizione di arrivare al confronto diretto di poche ore fa da seconda in classifica; se avesse vinto, ci avrebbe raggiunti. 
SENSI E PELLEGRINI, SIMBOLI DEL NUOVO CORSO - Esistono anche gli avversari, insomma, anche se spesso ce ne dimentichiamo. Con tutto ciò, la giovane Italia torna a casa con un bilancio largamente positivo non solo e non tanto sul piano dei risultati (contro i finnici poteva anche finire in parità, visto il generoso rigore poi trasformato da Jorginho), quanto su quelli del gioco espresso e del rendimento degli uomini utilizzati. Cominciamo da quest'ultimo punto: il Mancio sta allargando la rosa dei giocatori su cui fare totale affidamento. Sensi e Lorenzo Pellegrini sono ormai due titolari, e sono, se vogliamo, anche gli uomini simbolo della filosofia del nuovo corso. Se è vero che il cittì desidera una Nazionale che comandi il più possibile le operazioni in campo, una Nazionale propositiva, col muso costantemente puntato verso la porta dei rivali, ecco, l'interista e il romanista ne incarnano alla perfezione lo spirito: due centrocampisti che sanno appoggiare costantemente la fase offensiva, inserendosi, creando spazi, lavorando palloni, andando alla conclusione. E, nel caso di Pellegrini, adattandosi con profitto anche a giostrare nel trio avanzato, proprio per le sue caratteristiche di uomo di costruzione (ma mantenendo, in linea di massima, le attitudini di gioco tipiche del suo ruolo naturale): subentrato in Armenia, ha immediatamente cercato il gol su punizione, l'ha poi realizzato di testa su lungo traversone di Bonucci e ne ha sfiorato un altro nel finale con un destro sul portiere, mentre in Finlandia ha disputato una gara tatticamente ineccepibile pur se meno appariscente, giocando con abilità e intelligenza a sostegno dei compagni di prima linea. Quanto a Sensi, ieri in campo al posto di Verratti, due suoi formidabili tiri a lunga gittata avrebbero potuto dare ai nostri un vantaggio meritato già nella prima frazione: bravo il numero uno di casa la prima volta, questione di centimetri la seconda. 
IL CONTRIBUTO DELLE FASCE - L'ulteriore dimostrazione che le fortune di questa nuova Italia originano dal settore di mezzo, un settore manovriero, rapido, elastico, abile nel palleggio. E poi dallo sfruttamento delle fasce: giovedì Emerson ha fatto il diavolo a quattro sulla sinistra (suo l'assist per l'1-1- di  Belotti),  mentre poche ore fa, uscito dopo otto minuti appena per infortunio, è stato più che dignitosamente rimpiazzato da un Florenzi sempre pronto a proiettarsi in avanti, sfiorando anche la segnatura con un bel destro al volo parato a terra da Hradecky; se pensiamo che, in fatto di esterni bassi, dovremmo in futuro poter contare pure sui vari Piccini, Calabria, Zappacosta, Biraghi e Spinazzola, oltre all'ormai esperto De Sciglio e auspicando un recupero di Conti, il lavoro sulle corsie laterali è destinato a diventare una soluzione ancor più determinante per l'ulteriore crescita della rappresentativa. 
Di sostanza anche il contributo degli esterni alti. Oltre al già citato Pellegrini, Chiesa è salito di tono da un match all'altro: qualche pausa di troppo in Armenia (ma anche un assist sciaguratamente sprecato dal "Gallo"), una più consistente presenza a Tampere, con varie scorribande sulla destra, un pallone ribattuto dall'estremo difensore e il cross vincente per Immobile. Promosso con riserva Bernardeschi, che quando si accende fa balenare tutto il suo talento, peccato lo faccia ancora troppo a intermittenza: nel finale di primo tempo di giovedì, due splendide conclusioni, che hanno fruttato una traversa e una salvifica prodezza del guardiano Ayrapetyan.  
SOFFERENZE TEORICHE - Dicevamo dell'allargamento del Club Italia: ci sono nuovi titolari, ma sono venuti prepotentemente alla ribalta elementi che potranno tornare utili, pur non partendo dalle prime file. Izzo e Acerbi, ad esempio, hanno sbagliato poco in copertura e contribuito con continuità alla fase di costruzione, soprattutto il laziale, nel segno di una partecipazione corale a una pressione che, alla lunga, sfianca anche compagini chiuse a riccio. Fateci caso: al di là delle critiche preconcette da parte degli incontentabili, quanto hanno davvero sofferto i Mancini-boys in questa settimana azzurra? Poco, poco davvero. La prima metà del primo tempo in entrambe le partite, poi i primi 25' della ripresa contro Mkhitaryan e soci, quando i nostri sono paradossalmente calati proprio nel momento in cui hanno dovuto fronteggiare un avversario ridotto in dieci; infine, gli ultimi minuti coi finnici, protesi alla disperata, ma disordinata, ricerca del pareggio. In entrambi i match, spesso si è trattato di sofferenze più teoriche che reali: gol iniziale a parte, gli armeni hanno avuto le uniche vere occasioni nel corso della sfuriata di metà secondo tempo, con il citato neo romanista e con Mkrtchyan, mentre il rigore  del finlandese Pukki è frutto soprattutto di un isolato errore di un Sensi a quel punto in debito di ossigeno. In compenso, per i nostri, cinque gol, almeno un'altra decina sfumati di un soffio, una serie di azioni potenzialmente pericolose e un sostanziale controllo della situazione nei momenti topici delle due sfide. 
IN ATTACCO SI DEVE CRESCERE - C'è da lavorare sulla mira nei sedici metri finali, in effetti: difetto tipico, a ben pensarci, di tante buone squadre in sboccio, limite nonostante il quale si viaggia alla media di tre segnature a incontro nella fase eliminatoria, con tutto che Immobile ha interrotto un digiuno di due anni, Insigne e Kean sono ai box e aspettiamo ancora la prima prodezza di Chiesa junior. Insomma, questo duplice battesimo stagionale ci lascia più conferme che dubbi, più momenti brillanti  che fasi di sofferenza e gioco opaco. E siamo a settembre, il mese delle nostre sofferenze calcistiche. Come si fa a non essere ottimisti? Capisco l'ansia di riguadagnare al più presto le tante posizioni perdute, ma non è questo il momento di spaccare il capello in due. La ricetta giusta è quella di Bobby gol: responsabilizzare le nuove leve ma senza caricarle di pressioni eccessive. I risultati li stiamo vedendo e, ripeto, sono sbalorditivi, pensando al vuoto in cui eravamo precipitati dopo il castigo svedese. 

mercoledì 4 settembre 2019

CALCIOMERCATO ESTIVO: LE PAGELLE DELLA SERIE A. INTER SUGLI SCUDI, BENE TORO E GENOA, LA ROMA PUNTA SUGLI ITALIANI EMERGENTI

                      L'azzurro Gianluca Mancini, neo difensore della Roma (foto Guerin Sportivo)

Come sottrarsi al piacevole esercizio di "pagellare" le squadre uscite dalla campagna acquisti - cessioni estiva? Impossibile, e allora proviamoci, non prima di qualche considerazione di carattere generale. Già: che mercato è stato, nel complesso? Meno peggio di quanto ci si potesse aspettare, nonostante qualche stucchevole telenovela trascinatasi oltre ogni limite di sopportazione (vedasi caso Icardi). Sono arrivati campioni di statura europea (quando non mondiale) come Lukaku, Rabiot, Rebic, De Ligt, Schone: discorso a parte per Ribery, fuoriclasse venuto a sparare in Italia le ultime cartucce di una lunghissima carriera, e sul cui peso specifico mi permetto di avere qualche dubbio. Alcuni dei giovani virgulti del football nazionale hanno poi ottenuto la grande chance del salto di qualità: penso a Sensi e Barella, nuovi pilastri del centrocampo interista, e a Gianluca Mancini, che dovrà cercare di "blindare" una Roma finora troppo sbilanciata in avanti. Insomma, gli spunti d'interesse non mancano. Passiamo ora a una breve analisi club per club.
ATALANTA - La rosa non richiedeva che pochi ritocchi di qualità, per alzare il tasso di competitività internazionale in chiave Champions League: sono arrivati Kjaer per puntellare la difesa e Muriel per vivacizzare ulteriormente una linea offensiva già scoppiettante, grazie agli estri di Ilicic e Gomez e alla potenza di fuoco di un Duvan Zapata all'apice della carriera. Poi, le conferme di pilastri come De Roon, Gosens, Hateboer, fino a un Gollini sempre più sicuro tra i pali. E il gioco made in Gasperini è già di caratura europea. 
BOLOGNA - I veri colpacci la società felsinea li aveva già piazzati nell'inverno scorso, con gli arrivi di Soriano e Sansone, unitamente all'insediamento in panchina di Mihajlovic: novità che fecero cambiare radicalmente marcia ai rossoblù, traendoli dalle secche di una classifica che prometteva il peggio. In questa sessione estiva, di rilievo comunque l'acquisto di Medel, che fa crescere notevolmente lo spessore fisico di una cerniera di centrocampo già granitica in Poli e Dzemaili. Ma il meglio è dalla trequarti in su: Orsolini e Sansone a inventare e svariare per i vari Santander (inattesa rivelazione l'anno passato), nonno Palacio e un Destro perennemente alla ricerca della consacrazione. Una squadra destinata a una tranquilla navigazione, forte dell'esempio dell'indomito Sinisa, sempre vicino ai suoi ragazzi nonostante la malattia. 
BRESCIA - Si candida al ruolo di "matricola terribile". Ha dato consistenza a una prima linea che, con Donnarumma e Torregrossa, ha fatto faville in B ma è tutta da verificare al piano superiore. Ora c'è persino troppo affollamento: in extremis è approdato  alla corte di Cellino l'esperto Matri, ma molto ruoterà attorno a Balotelli, ex Supermario, giunto davvero all'ultimissima occasione per raccogliere almeno in parte  frutti che, dieci anni fa, si annunciavano copiosissimi. Dal Genoa ecco Romulo, meteora azzurra ai tempi di Prandelli, anche lui un lusso per la piazza lombarda, laterale o interno, corsa e proprietà di tocco. Occhio anche a Bisoli, Morosini e soprattutto all'Under 21 Tonali, personalità da veterano, tecnica e visione di gioco. Se lasciato crescere senza eccessive pressioni, diventerà un big. 
CAGLIARI - Luci e ombre. Mercato ok, perché ha attutito come meglio non avrebbe potuto la perdita (grave) di Barella, l'elemento chiave della zona nevralgica. Il cavallo di ritorno Nainggolan è animato da fieri propositi di riscossa, Marko Rog è centrocampista moderno, dinamico e qualitativo. L'attacco "rischiava" di essere esplosivo, ma Simeone dovrà fare a meno per molto tempo del compagno di linea Pavoletti, gravemente infortunatosi, uno dei pochi centravanti colpitori di testa "vecchio stampo", stile Aldo Serena per capirci. Con questo poker d'assi al completo, il club sardo avrebbe potuto persino ambire a inserirsi nella lotta per l'Europa, sostenuto nelle retrovie da un Cragno che vuole definitivamente ritagliarsi un posto in Nazionale e da un Luca Pellegrini appena convocato dal cittì Mancini; ma anche il portierino è stato messo fuori causa da problemi fisici, e non si sa ancora quando potrà rientrare. Scalogna nera, insomma, e partire con due sconfitte interne non aiuta, anche se i margini di recupero sono enormi. 
FIORENTINA - Personalissima impressione: più fumo che arrosto. Ribery ha mandato in visibilio la piazza, ma ha 36 primavere e tante battaglie sulle spalle. Al di là di qualche isolata luminaria, quanto potrà effettivamente incidere? Felice di essere smentito, ovviamente. Pulgar e il cavallo di ritorno Badelj sono buoni puntelli in mezzo al campo, ma nel settore il meglio lo si aspetta da uno che era già in rosa, quel Benassi che, per doti di costruzione e inserimento, meriterebbe l'azzurro. Lirola e lo stagionato Caceres non alzano di molto il tasso qualitativo di una retroguardia che, sul fianco sinistro, sentirà molto la mancanza di Biraghi. Si è già messo in evidenza Boateng nella veste di impetuoso uomo d'assalto, mentre Chiesa, dopo i chiaroscuri della passata stagione, è atteso a una consacrazione ampiamente alla portata. Occhio al verdissimo Sottil, aletta tutto pepe, buttato subito nella mischia da Montella e protagonista di prestazioni incoraggianti. In definitiva, una Viola che non dovrebbe patire come accaduto in primavera, ma che difficilmente potrà fare la voce grossa a livello di alta classifica. 
GENOA - Una sorpresa, rispetto a certe convulse campagne acquisti del passato. Tappate presto e bene quasi tutte le falle emerse nella disastrosa annata 2018/19, giunti elementi di valore anche internazionale, che hanno fatto impennare la dotazione di talento del gruppo. Il veterano Zapata per la terza linea, fasce ricchissime con Ghiglione (sorpresa d'inizio stagione) e Ankersen a destra, i rampanti Barreca e Pajac a sinistra. In mezzo, in attesa del recupero di Sturaro (se al meglio, tanta roba per questi palcoscenici), ecco il crack Schone, colonna dell'Ajax, il cui arrivo ha scatenato nella tifoseria entusiasmi che non si vedevano dai tempi del secondo ingaggio di Milito. Ancora: l'estro di Saponara sulla trequarti e in avanti il virgulto Pinamonti che, tanto per gradire, ha esordito con un gol e un rigore procurato in casa della Roma, dove i genovesi non andavano a punti dal '94. Svolta anche in panca, con un Andreazzoli che fa praticare calcio di iniziativa e ora ha una squadra con la quale, oltre ai complimenti, potrebbe raccogliere qualche soddisfazione più concreta. Manca forse una punta di peso e abituata alle rudezze della A, ma questo Grifone, a occhio e croce, dovrebbe collocarsi in una media classifica di assoluta serenità, a debita distanza dalla zona - sofferenza. 
INTER - La regina del mercato. Si candida a sorpassare il Napoli come principale antagonista della Juve, essendosi rinforzata in tutti i reparti e, cosa assai apprezzabile, con molti italiani emergenti. Biraghi a stantuffare sulla sinistra, la coppia Sensi - Barella nel mezzo a lottare, creare, proiettarsi in avanti e tirare, quasi sempre con ottima mira. La retroguardia è blindata da Handanovic e Skrinjar, anche se è da valutare la tenuta agli alti livelli di Godin, mentre in avanti Lukaku ha tutto per far saltare il banco, ben spalleggiato da Lautaro e da Sanchez, oltre all'affidabile Politano. E poi, c'è un Candreva che sta dando segni di risveglio, dopo due anni grigi (non a caso, un calo manifestatosi in seguito all'esclusione azzurra dal Mondiale russo). Su tutti, vigila un tipo tosto, vincente e sempre assetato di gloria come mister Conte, mentre la soluzione in extremis del rebus Icardi dovrebbe aver finalmente portato un po' di serenità nell'ambiente, indispensabile per poter puntare ai massimi traguardi. Che sia l'anno giusto? 
JUVENTUS - Sulla carta è ancora la più forte. De Ligt e Rabiot sono due campioni, anche se l'olandese ha ballato non poco nel big match col Napoli; il ritorno di Higuain, poi, è stato col botto. Inutile passare in rassegna tutte le star della rosa: da Szczesny a Bonucci, da Pjanic a Matuidi, da CR7 a Mandzukic, danno tutti ampie garanzie. Così come Bernardeschi, che ha già dimostrato di poter stare alla grande in questo consesso di vedettes, e al quale si chiede solo maggior continuità (ma il rendimento costante deriva anche dalla costanza di impiego...). Parlando di "azzurrabili", sarebbe gradito da parte di Rugani quel salto di qualità atteso da anni: dovrebbe aprirgli qualche spazio in più il grave infortunio di Chiellini, che però ha privato la Signora di una colonna autentica per sicurezza, senso tattico, carisma. Sarri si è già ben inserito nella nuova realtà, ma deve ancora dare il giusto equilibrio alla compagine. 
LAZIO - Movimenti ridotti al minimo indispensabile. L'unico di rilievo ha riguardato il laterale Lazzari, giunto dalla Spal e già nel giro della Nazionale. Per il resto, squadra che vince e gioca bene non si cambia, e l'Aquila ha una spina dorsale di tutto rispetto: sull'asse Strakosha - Acerbi - Leiva - Luis Alberto - Milinkovic Savic - Parolo - Correa - Immobile si snodano quintali di talento, esperienza, concretezza. Ma i rimpianti non mancano, perché con un paio di rinforzi azzeccati questa potrebbe essere davvero una compagine da altissime sfere.

                 Stefano Sensi, nuovo centrocampista interista, già promosso da Conte (foto Guerin Sportivo)

LECCE - Grande perplessità attorno al ritorno in A dei salentini. Certo, l'ingaggio in extremis di Babacar, punta di dignitosa prolificità e ormai avvezza a questi palcoscenici, ha risollevato un po' le sorti di una squadra che però dovrà tirare l'anima coi denti per restare a galla. Il divario tecnico con la quasi totalità delle concorrenti pare ampio, ci si affida alla voglia di riscatto di due ex genoani reduci da stagioni poco esaltanti quando non disastrose, quali Lapadula (che ha perso la via del gol, e pensare che con Ventura era arrivato alla Nazionale...) e Rossettini (quest'ultimo al Chievo nello scorso torneo, dove ha ingoiato il boccone amaro della retrocessione), ed altri due ragazzi di discreto valore transitati dalle parti del Grifone in tempi recenti, ossia Fiamozzi e Tachtsidis. Occhio a Mancosu, trequartista dai piedi buoni: in B faceva la differenza, ma può mettersi in evidenza anche nella categoria superiore. 
MILAN - Il solito rebus. Il tasso di classe si è alzato sì, ma non al punto di poter coltivare sogni di rinnovata grandeur. Giampaolo è trainer che ha bisogno di lavorare a lungo sulla rosa per imporre i suoi dettami. Come la più quotata rivale cittadina, il club rossonero punta coraggiosamente su molti giovani di casa nostra, da Donnarumma (chiamato a eliminare quelle amnesie che ne hanno finora impedito il decollo definitivo) a Calabria e a Romagnoli, in attesa del ritorno in pista di Caldara e Conti, meritevoli di fiducia. I nuovi arrivi Bennacer e Krunic sono validi, ma non spostano più di tanto i termini della questione, mentre spiace per il benservito dato a Cutrone, ottimo prospetto che ben altra fiducia avrebbe meritato dopo aver tolto tante castagne dal fuoco al Diavolo negli ultimi, avventurosi anni. La spinta verso l'alto dovrà arrivare da Piatek, purché recuperi l'impressionante puntualità sotto porta dei tempi genoani, dalle alzate di ingegno di Paquetà e dall'ultimo colpo Rebic, eclettico uomo d'attacco.
NAPOLI - Team fortissimo, che si gioca con l'Inter il ruolo di anti - Juve. Curioso: è arrivato Manolas ad affiancare Koulibaly per rendere la difesa impenetrabile, primo presupposto per puntare al titolo, ma dopo due giornate i gol subiti sono già sette, un'infinità. Paradossi del calcio estivo, si spera per il Ciuccio, perché l'impianto di squadra pare così solido e imponente che sarebbe un peccato se venisse minato da un'inattesa permeabilità della retroguardia. Lo splendido Fabian Ruiz ammirato all'Europeo Under 21 si prenderà le chiavi del centrocampo, mentre dietro a Milik, atteso a un ulteriore incremento del già notevole score di marcature 2018/19, Lozano ha infoltito il già nutrito drappello dei movimentatori e stoccatori Callejon, Insigne e Mertens, e tanto per gradire ha subito timbrato proprio contro Madama. Una potenza di fuoco devastante, non dimenticando l'acquisto a fil di sirena di Llorente. Nelle retrovie occhio al terzino Di Lorenzo, ancora in tempo per ritagliarsi un posto di rilievo nel panorama calcistico tricolore, mentre Meret ha i mezzi per contendere a Sirigu e Donnarumma la maglia numero uno dell'Italia maggiore. 
PARMA - Non male. C'è il materiale umano perlomeno per confermare quanto di buono fatto nella stagione passata. Forse un po' carente a centrocampo sul piano costruttivo, ma buone idee di manovra dovrebbero arrivare dalle corsie laterali, poderosamente rinforzate con l'ex Nazionale Darmian e col giovane Pezzella, protagonista di ottime prove all'Euro Under 21 di giugno, e con Laurini ottima alternativa. In avanti si punta nuovamente tutto sul duo - meraviglia Gervinho - Inglese, fantasia e praticità. 
ROMA - Una scommessa affascinante, sia per il gioco spiccatamente propositivo su cui punta il nuovo trainer Fonseca, sia per i tanti giovani, o comunque emergenti, del vivaio nostrano a cui si darà fiducia (almeno, questa è la speranza di Note d'Azzurro). Mancini dietro, Zappacosta e Spinazzola ai lati, Pellegrini e Cristante a tessere nel mezzo, e poi il "fluttuante" Zaniolo che, dopo la sbandata comportamentale in coppia con Kean, si è ben ripresentato al proscenio (ottimo derby e due pali che avrebbero meritato maggior sorte). L'attacco, già ricco di frecce acuminate quali Under, Perotti e Dzeko, si è arricchito con Kalinic (che deve riscattare annate deludenti) e Mkhitaryan, in definitiva due azzardi. Compagine a trazione fin troppo anteriore, finora piuttosto ballerina dietro. Non sono convinto che l'ex Manchester Smalling sia la soluzione ai problemi di tenuta difensiva. 
SAMPDORIA - La squadra pare nel complesso indebolita, e del resto le prime due giornate hanno fornito un verdetto (parziale, per carità) impietoso. Sulla carta Murillo è un ottimo rinforzo per la difesa, ma finora non ha inciso, anzi. L'unico altro "colpo" della campagna acquisti è stato Emiliano Rigoni, raggiunto al fotofinish, e già da questo si capisce che c'è poco da stare allegri: trattasi di un buon giocatore che però difficilmente cambierà pelle all'intera formazione. Ha pesato molto, è chiaro, la confusa situazione societaria. Mister Di Francesco mastica amaro, ma per il momento può solo aggrapparsi alle certezze del gruppo, ossia Audero e Murru dietro, Ekdal, Barreto, Linetty  e Ramirez nel mezzo, sperare che Quagliarella abbia bevuto l'elisir di eterna giovinezza e che Caprari cresca ancora sul piano della continuità. Se nel frattempo avverrà l'atteso cambio di proprietà, a gennaio si potrà porre rimedio. 
SASSUOLO - Difficile da valutare: difesa grosso modo in linea con l'anno passato, centrocampo leggermente meno attrezzato, attacco più forte. Partiamo dal settore avanzato: la seconda giornata ci ha regalato un  Berardi su misure stratosferiche; che abbia finalmente deciso di tirar fuori gli artigli e mostrare quella caratura da campione che tutti gli pronosticano da tempo immemore? Accanto a lui, bocche da fuoco affidabili come l'ex Empoli Caputo e il rientrante Defrel. Reparto ricco di alternative, ma nel mezzo non c'è più un Sensi in grado di lavorare palle gol per loro, anche se Locatelli è reduce da una grande stagione e sa come garantire un sostanzioso approccio alla fase offensiva, al servizio dei compagni o andando direttamente alla conclusione. Riguardo alla difesa, sono partiti Demiral e Lirola e non è poco, ma gli arrivi di Chiriches e del pulcino Romagna possono compensare la perdita, e poi ci son sempre le bandiere Consigli e Peluso, che difficilmente tradiscono. 
SPAL - Due sole novità di rilievo, in una squadra che l'anno scorso impressionò favorevolmente per il suo gioco spesso bello a vedersi, propositivo ed efficace, coi limiti imposti da una rosa costruita comunque per centrare la sopravvivenza. Ora a difendere la porta c'è l'esperto Berisha, arresosi all'Atalanta al rampante Gollini, mentre in avanti la scheggia impazzita Di Francesco offre uno sbocco in più, e oltretutto ha dimostrato di essersi già inserito nei meccanismi di mister Semplici: non male per una prima linea che può già contare su Petagna e Paloschi, oltre al "vecchietto" Floccari. Per il resto, si avvertirà la mancanza di Lazzari, ma ci sono pur sempre le garanzie rappresentate da Vicari, Kurtic, Missiroli, Valoti e un Murgia finalmente in sboccio. Un roster ampiamente sufficiente per centrare un'altra salvezza condita da buone prestazioni.
  TORINO - Forse sarebbe il caso di parlare di "Grifotoro". Mi si conceda l'innocente battuta, ma è un fatto che, nelle ultime stagioni, il club granata sia cresciuto esponenzialmente sul campo grazie anche all'apporto di molti reduci da felici esperienze sotto la Lanterna: Ansaldi e Izzo, Rincon e Falque, ai quali si è infine aggiunto il furetto Laxalt. Ma la rosa è veramente ricca: c'è Sirigu, attualmente il miglior portiere italiano, con buona pace di Donnarumma; c'è un Bonifazi pronto a bruciare le tappe della maturazione, come dimostrato nelle prime due felici uscite in campionato (gol all'Atalanta a parte); c'è Baselli che, zitto zitto, è ormai perno imprescindibile della manovra. E poi un attacco che promette scintille: il già citato Falque, bomber Belotti a caccia di Euro 2020 come l'altalenante Zaza, irresistibile nelle giornate di grazia, e il dernier cri Verdi, piedi buoni, tecnica sopraffina, un tocco di imprevedibilità offensiva a una squadra che comunque, rispetto ad altre grandi, vanta un sostanziale equilibrio fra i reparti che potrebbe proiettarla in alto, molto in alto. 
UDINESE - La solita Babele in cui però, ironia della sorte, fra gli autentici fari spiccano due italiani: un Mandragora che deve tornare a crescere dopo un Europeo Under 21 in chiaroscuro, e un Lasagna che ha, contro ogni pronostico, artigliato la Nazionale e non vuole lasciarsela scappare. Le altre luci arriveranno dal dinamico e duttile De Paul, nell'ultima stagione issatosi ad autentico trascinatore, dallo sgusciante Fofana, centrocampista col vizio del gol, da Pussetto e Nestorovski. Non moltissimo, per un team che sarà chiamato a faticare non poco per centrare l'obiettivo della permanenza. Esordio boom per il difensore Beçao, castiga - Milan.
VERONA HELLAS - Il piatto piange, più o meno come a Lecce, dopo una promozione oltremodo sofferta. Non per ripeterci, ma c'è molto Genoa anche qui (del resto è inevitabile: il club di Preziosi ha negli ultimi anni movimentato tantissimo il mercato in entrata e in uscita, naturale quindi che "quintalate" di suoi ex giocatori si ritrovino gomito a gomito in altri contesti calcistici). Ecco dunque in terza linea Gunter e Bocchetti (azzurro di Lippi a Sudafrica 2010: sembra passato un secolo...), Veloso e Bessa nel mezzo, Lazovic sulla fascia destra, Ragusa e Salcedo in avanti. Una bella infornata... Attenzione soprattutto al regista Veloso, che per la verità in Liguria non si è mai espresso al massimo ma in un contesto con meno pressioni può far balenare la sua indubbia intelligenza calcistica, e a Bessa, fra i pochi ad elevarsi per tasso di classe e capacità di dare brio alla manovra offensiva. Lazovic è un laterale che nelle giornate di vena può sparigliare le carte e creare superiorità in avanti, in quelle di luna storta fa mettere le mani nei capelli. Chi farà i gol? Bella domanda: Pazzini non è più quello dei gloriosi tempi blucerchiati e milanisti, Di Carmine non è un fulmine di guerra sotto porta, c'è fiducia attorno a Stepinski, arrivato giusto agli sgoccioli della sessione. Probabile ultima occasione ad alto livello per mister Juric, dopo le disastrose esperienze genovesi.   

mercoledì 21 novembre 2018

CLUB ITALIA: DOPO LA VITTORIA SUGLI USA IL BILANCIO ANNUALE È IN ATTIVO, ASPETTANDO CHE FIORISCANO GLI ATTACCANTI

                                                  Kean, primo "millennial" azzurro

"Nuovi cieli azzurri, dopo un anno nero", cantava Pupo a Sanremo '83. Versi che ben si adattano al momento attuale del Club Italia. Giunti al termine del primo periodo della gestione Mancini, un periodo contraddistinto da amichevoli e gare di Nations League, si può ben dire che la luce in fondo al tunnel sia finalmente comparsa: non è ancora vivida, ma c'è, è lì, pronta ad essere raggiunta. Da Genova a Genk, dal match con l'Ucraina a quello con gli Stati Uniti, abbiamo potuto finalmente intravedere qualcosa che somiglia molto da vicino a una squadra vera. I progressi sono stati perfino inaspettati nella loro rapidità: perché se è vero che solo dalla sesta partita col neo CT in panca il gioco ha preso a lievitare in misura considerevole, è altresì innegabile che prima c'era stato il buio o quasi, col fondo toccato in occasione delle due mortificanti sfide di andata con Polonia e Portogallo. 
PIEDI BUONI, ESPERIENZA E GIOVANI - C'è un gruppo che sta prendendo forma, c'è una manovra di buona qualità estetica ma anche efficace, visto che le palle gol, nelle ultime partite, sono state prodotte in quantità ben più che accettabile, col picco toccato ieri sera in Belgio. Si è creato un buon mix fra esperienza e gioventù: tanta esperienza in difesa, con Bonucci e Chiellini che stanno anche preparando la strada al definitivo ingresso fra i titolari di Romagnoli, Caldara, Rugani e magari qualche Under pronto ad esplodere (Romagna? Calabresi?), tanta gioventù nella zona nevralgica, la più bella sorpresa di quest'ultimo scorcio di 2018, un reparto che, grazie ai piedi buoni e alla precisione nel palleggio di Verratti, Jorginho e Barella, riesce a impadronirsi dell'iniziativa in ogni incontro, perdendola solo per... esaurimento fisico, come avvenuto sabato scorso coi portoghesi; senza contare che dietro al trio titolare stanno emergendo virgulti di notevole credibilità: contro gli States abbiamo ad esempio visto all'opera un Sensi nelle vesti di debuttante di lusso, sicuro in ogni giocata, aggressivo, propenso al sacrificio, ordinato e razionale. 
PRECEDENTI INCORAGGIANTI. LA RINASCITA DOPO STOCCARDA '74 - Dunque, penso sia lecito, dopo l'ultima uscita della Nazionale in quest'anno solare, abbandonarsi a un cauto ottimismo. Del resto, azionando la macchina nel tempo e tornando indietro ad altre fasi di ricostruzione azzurra, le analogie con quella odierna sono molto più numerose di quanto si pensi. Pensiamo al biennio successivo al fallimento di Stoccarda '74, il Mondiale del tramonto degli eroi "messicani": la nostra rappresentativa, che Fulvio Bernardini guidò da solo per una stagione prima di essere affiancato da Bearzot, fu a lungo preda di una esasperante sterilità offensiva proprio come la selezione del Mancio. È sufficiente citare i numeri: nelle sei partite ufficiali del '74/75, l'Italia andò a segno solo due volte (di cui una su rigore), vinse un'unica gara (deludente 1-0 in casa della Finlandia), ne perse tre e si esibì in spettacoli calcistici decisamente modesti, con la sola eccezione di un ottimo primo tempo in casa dei super olandesi, in un confronto poi comunque perso per 1-3. 
IL RODAGGIO DI GRAZIANI, BETTEGA E VIALLI - Giusto ricordare, per onestà, che a inizio '75 ci furono anche due amichevoli non ufficiali nelle quali i nostri riuscirono a sprigionare un'insolita potenza di fuoco in prima linea: quattro reti alla Norvegia e ben dieci agli USA. Ma, appunto, furono impegni di allenamento di non grande attendibilità, come anche la stampa dell'epoca riconobbe. Pure l'avvio della stagione '75/76 fu contraddistinto da altre recite all'insegna di un'incisività quasi nulla: un gol in tre match, ad opera del centrocampista Capello, prodezza che fruttò una vittoria di prestigio sull'Olanda. Dalle uscite successive, con Grecia e Portogallo, gli attaccanti cominciarono ad ingranare: ma i Graziani, i Pulici e i Bettega erano in rosa già da prima, erano scesi in campo più volte, senza trovare mai il successo personale. E anche dopo Mexico '86, la rifondazione da parte di Azeglio Vicini fu assai laboriosa. Ricordate Vialli? Per tre anni, dall'87 al '90, fu il simbolo della bella e scintillante "giovane Italia", di cui divenne implacabile finalizzatore con strepitose prodezze sotto porta; eppure, debuttante in azzurro nel novembre '85, dovette accumulare varie presenze prima di sbloccarsi, con un gol al materasso Malta nel gennaio '87. Nel frattempo, a tenere in piedi sul piano offensivo la nostra compagine dovettero pensare i difensori o le puntuali reti del sempreverde Spillo Altobelli. 
SELEZIONE NATURALE - Sottolineo questi precedenti perché, allora come oggi, la nostra prima linea sembrava formata da "punteros" di scarso peso internazionale: calciatori che poi hanno invece dimostrato di poterci stare alla grande, sulle ribalte più impegnative. Ecco quindi che occorrono pazienza e fiducia: spesso si tratta solo di andare a regime, di trovare i giusti automatismi con i compagni, di smaltire l'emozione dei primi passi con la casacca tricolore. Poi, chiaro, ci sarà una naturale selezione, e non tutti potranno far parte del gruppo che affronterà il difficile impegno del 2019, ossia le qualificazioni ad Euro 2020: rimarranno i migliori o i più pronti, proprio come ai tempi di Bernardini e Bearzot, quando Chinaglia e Savoldi sparirono presto dai radar a vantaggio dei campioni prima citati, che scrissero diversi luminosi capitoli della storia del Club Italia. 
IMMOBILE, LASAGNA E GLI ALTRI: PROSPETTIVE AZZURRE - Ecco perché, dunque, la sterilità offensiva attuale deve preoccupare ma non allarmare. Finché si manovra con brillantezza e si creano occasioni, vuol dire che c'è un'ottima base su cui lavorare. Dopodiché, bisognerà iniziare a concretizzare, ed ecco quindi la necessità di passare al setaccio le pedine dell'attacco: per Immobile, ad esempio, le prove d'appello a disposizione stanno per esaurirsi, mentre Lasagna va rivisto, anche dopo i tre gol mancati ieri sera al cospetto degli americani. Una sfida, quella di Genk, in cui la nostra prodigalità ha rasentato l'autolesionismo: hanno sfiorato la segnatura anche Chiesa, Bonucci (splendido l'assist su punizione di Sensi) e Berardi con un bel sinistro dal limite nel primo tempo, e nella ripresa Verratti di testa, Grifo (sorpresissima delle convocazioni) con un potente destro deviato dal portiere Horvath, Kean (primo Millennial azzurro) con un tiro cross rasoterra e il citato Lasagna, ripetutamente. A fil di sirena è arrivato il sospirato gol, un gol bello e difficile, frutto di una pregevole triangolazione fra un Verratti lucido e propositivo fino al termine e il neo entrato Politano, a segno di destro sull'uscita del guardiano avversario. Una parziale conferma di quanto scritto dopo San Siro: se non ci sono attaccanti centrali che realizzano, occorre percorrere strade alternative; fra queste, quella di affidarsi agli inserimenti di incursori come l'interista, o come Bernardeschi e Insigne, è sicuramente una delle più praticabili, ma non basta a renderci competitivi. La punta di peso va cercata, e se non si trova va costruita con un lavoro paziente e certosino.