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venerdì 15 giugno 2018

MONDIALE RUSSIA 2018: SUPER RONALDO SALVA IL PORTOGALLO, 3-3 STRETTO PER LA RISORTA SPAGNA


Alla prima serata di gala del Mondiale russo, i protagonisti più attesi non steccano, Portogallo e (soprattutto) Spagna onorano la ribalta più prestigiosa regalando al pubblico un 3-3 da applausi. In un torneo iridato non è scontato che ciò accada: ne ho visti tanti di match di cartello deludere largamente le aspettative, soprattutto nelle prime giornate di gara, quando la tendenza, soprattutto da parte delle grandi squadre, è quella di giocare al risparmio conservando le energie per un cammino prevedibilmente lungo. E invece, tatticismo, chi era costui? La girandola dei gol inizia quasi subito, con il rigore (generoso) conquistato e trasformato da Ronaldo, e finisce con un'altra prodezza del Fenomeno (appellativo che merita lui come lo meritava il Ronaldo precedente, quello brasiliano), quando ormai la partita sembrava aver preso decisamente la via spagnola. 
SPAGNA SUPERIORE, ISCO FUORICLASSE - Nel mezzo, tante cose da raccontare. Con una sensazione su tutte, credo destinata a rafforzarsi col passare dei giorni mondiali: la Spagna è sempre forte. O meglio, lo è di nuovo, perché nelle ultime fasi finali affrontate, Brasile 2014 ed Euro 2016, aveva sostanzialmente trapanato l'acqua, mostrando di essere alla fine di un ciclo. Ebbene, "quel" ciclo è finito, sì, ma si è rigenerato risorgendo sulle medesime radici: molti protagonisti sono scesi dal palcoscenico, ma altri veterani hanno saputo mantenere un rendimento costante e mettere la loro sapienza calcistica al servizio dei nuovi arrivati.
Quel che si definisce una rivoluzione intelligente: Roja nuova per metà e forse più, ma coi suoi totem che non rappresentano le uniche ancore di salvezza a cui aggrapparsi, perché se Sergio Ramos continua a giganteggiare in difesa e Busquets a lavorare palloni su palloni, e se Iniesta accende con più frequenza del previsto i fari della sua classe purissima ma stagionata, il vero perno della Selecciòn è uno dell'ultima covata, quell'Isco che già ci aveva fatto piangere lacrime amarissime nel settembre scorso al Bernabeu. Siamo di fronte a un fuoriclasse autentico, un costruttore e un ispiratore dal palleggio finissimo, dal tocco preciso al millimetro: strappargli la palla è pressoché impossibile, le trame offensive iberiche poggiano in larga parte su di lui, e bene è andata ai portoghesi, se questa sera non è quasi mai riuscito a liberarsi al tiro: l'unica volta che l'ha fatto, con una volée di sinistro, è stata traversa piena.... Attorno ad Isco, comunque, una squadra che sa di nuovo imporre il suo dominio assoluto sul gioco, con un giro palla fitto e avvolgente ma in grado di assumere velocità micidiale, perché accompagnato sempre dalla massima perizia. 
Una Spagna fresca e sbarazzina che ha saputo ispirare un Diego Costa fino a stasera raramente travolgente in Nazionale: se il gol dell'1-1 se l'è costruito praticamente da solo, con un'insistita azione tutta di potenza (e forse anche con un falletto), il secondo lo ha visto finalizzare sotto porta un perfetto schema su punizione battuta da David Silva. grazie anche alla torre dell'onnipresente Busquets. 
SOLO RONALDO - Poi, ha trovato il gol uno dei "gregari" della squadra (ma ce ne sono davvero, di gregari, fra le Furie Rosse?), e che gol! Una bordata al volo di destro dalla distanza, che ha mandato in Paradiso Nacho e la Spagna. Da quel momento, la gara è parsa saldamente nelle mani di Ramos e compagni, che hanno mostrato di avere un'idea di gioco e di saperla sviluppare con efficacia. Se dall'altra parte non ci fosse stato CR7, avrebbero vinto, e sarebbe stato un verdetto del tutto legittimo. Ma, per l'appunto, c'era lui, che la partita l'ha pareggiata praticamente da solo: si è procurato un rigore, diciamo così, fortemente voluto e lo ha realizzato, ha assistito impotente e arrabbiato agli errori di Guedes, che ha sprecato due contropiede favorevolissimi, poi, dopo il primo acuto di Costa, ha riportato avanti i suoi con un sinistro dal limite e con la decisiva complicità di De Gea, che in questa sua apertura mondiale ha ricordato lo Zubizzarreta di Spagna - Nigeria '98. 
MOLTO DA RIVEDERE NEL PORTOGALLO - Nella ripresa i campioni d'Europa non sono pressoché esistiti: incassato un uno - due da k.o. nella parte iniziale del tempo, sono rimasti in balìa della superiorità spagnola, non dando mai l'impressione di poter cogliere il pari, fin quando Ronaldo si è preso un fallo poco fuori area e ha azionato il suo destro malefico beffando De Gea. Ecco perché è finita pari: perché Fernando Santos ha a disposizione il cinque volte Pallone d'Oro. Siamo di fronte a una dipendenza persino più spiccata di quella che aveva l'Argentina '86 nei confronti di Maradona. Oltretutto, il Portogallo sembrava voler gestire il sollecito vantaggio con un semplice "difesa e ripartenza", ma quando i citati errori in contropiede hanno fatto saltare il piano, la squadra non è sembrata avere valide strategie alternative.
Questo per dire che il risultato finale non rispecchia la disparità di valori vista in campo, e deve destar preoccupazione in campo lusitano, perché i fenomeni possono vincere o pareggiare da soli alcune partite, ma per fare bene in un torneo ci vuole un impianto di gioco ben definito, ci vogliono un collettivo funzionante e giocatori in grado di esprimere appieno il loro potenziale: giocatori che il Portogallo ha, visto che la finale dell'Europeo francese l'ha vinta in pratica senza il suo "dio". Ma alcuni degli elementi visti stasera non sembrano avere il peso necessario per fare i titolari in un Mondiale. 

domenica 3 settembre 2017

SPAGNA - ITALIA 3-0: GLI ERRORI DI VENTURA ALLARGANO UN SOLCO CHE NON E' COSI' AMPIO. DOV'E' FINITO LO SPIRITO DI SAINT DENIS?



Da Saint Denis a Madrid, poco più di un anno per ritrovarsi al punto di partenza; anzi, persino qualche metro più indietro, fino a scoprire di essere tornati... a Kiev. Il trionfo sulla Spagna a Euro 2016, quell'impresa meritata e indiscutibile firmata da Chiellini e da Pellè (ma soprattutto da Antonio Conte) ci aveva fatto credere che il calcio azzurro avesse recuperato classe, mentalità e  personalità in dosi utili a ridurre o annullare, perlomeno in gara secca, il gap tecnico fra noi e la Roja. Ahimè, è stata una crudele illusione. Il Santiago Bernabeu ci ha restituito un Club Italia ridotto ai minimi termini come quello che era affondato nella finale continentale del 2012, a Kiev, per l'appunto. 
INDIETRO DI CINQUE ANNI - Ricordate? Fu un 4-0 dipinto come umiliante, in realtà una punizione eccessiva per una squadra stanca, con troppi elementi in condizioni precarie, e che comunque qualche cosa era riuscita a creare, fin quando le gambe e il fiato avevano retto. Sul piano della prestazione, è assai più inquietante il rovescio di ieri sera; "solo" tre gol sul groppone, ma una disperante dimostrazione di impotenza, una inferiorità a tratti imbarazzante sotto tutti i profili: talento (e si sapeva, ma non fino a questo punto), brillantezza atletica, organizzazione di gioco... Inutile tornare sulla mancanza di idee, sull'inconsistenza in tutte le zone del campo, sull'imprecisione assoluta nel tocco e nel passaggio: la gara in sé non si presta a commenti e analisi approfondite, è stato un semplice monologo, e quando ci si riduce a fare da sparring partner a una rivale storica, in una gara ufficiale e decisiva, qualche domanda è lecito porsela, al di là dei contratti rinnovati fino a lontane e improbabili scadenze. 
K.O. TARGATO VENTURA - Poche ore fa, come nella sfida d'andata a Torino, il fallimento (perché quell'1-1 fu una mezza sconfitta) porta l'indelebile firma del cittì Ventura. Che all'Olimpico piemontese sbagliò clamorosamente formazione di partenza (se ne avete voglia, andate a rileggervi cosa scrissi all'epoca, qui), mentre in terra iberica ha optato per una scelta tattica suicida. Suicida, perché un 4-2-4 in casa di una delle rappresentative più forti al mondo, che gioca oltretutto con due risultati su tre a disposizione, lo puoi fare solo se hai interpreti tecnicamente all'altezza, abituati a tale modulo da una lunga pratica e, soprattutto, sorretti da una straripante condizione fisica, trattandosi di un modulo che richiede grande dispendio di energie per risultare efficace in avanti senza tralasciare l'adeguata copertura. E invece, ci siamo ritrovati con un centrocampo in cui Verratti e De Rossi, presi in mezzo dai fini dicitori spagnoli, sono naufragati senza possibilità di riscatto, anche perché poco o nulla supportati dai vari Candreva, Insigne e compagnia. Sì, d'accordo, la vecchia storia della Nazionale che in settembre fatica: ma proprio perché lo si sa da anni, non era opportuno pararsi le spalle infoltendo la zona nevralgica (là dove le partite si vincono e si perdono), sciogliendo le briglie al solo fantasista napoletano come suggeritore delle due punte? O tornare al nostro 3-5-2 vecchia maniera, che spesso gli iberici hanno patito? Si sarebbe perso ugualmente? A parte che non è detto, alla luce dei freschi precedenti, ma persino una sconfitta di misura ed onorevole sarebbe servita per il morale e per i delicati equilibri psicologici di un gruppo in fase di formazione e crescita. 
ELASTICITA' TATTICA - Non è una questione di coerenza col discorso tattico intrapreso negli ultimi mesi. La coerenza del progetto la si vede da altri elementi: il gruppo azzurro consolidatosi nella scorsa stagione, il lavoro in prospettiva sui giovani con l'inserimento di tanti volti nuovi... Il discorso sulla strategia da adottare in campo viene dopo, è secondario, e deve sempre tenere conto sia dell'avversario, sia della situazione contingente, ossia degli uomini a disposizione in quel momento e del loro stato di forma. Con una rosa al 40 per cento (e stiamo larghi) delle proprie effettive potenzialità, non è peccato mortale adottare un atteggiamento più prudente: oltretutto il 3-5-2 o il 4-3-3 non sono sinonimi di attendismo, così come il 4-2-4 non lo è di spregiudicatezza, e la serata madrilena lo ha ampiamente dimostrato... Si chiama elasticità, uno dei fattori in grado di far la differenza fra un buono e un ottimo allenatore. 
DIVARIO IRREALE - La Spagna ci è superiore in questo momento, è vero. Ma ciò che si è visto ieri è stato un divario tecnico simile a quello che può esserci fra Italia e Lichtenstein, e questo è inaccettabile, perché le cose non stanno così, e basterebbe il nostro buon Europeo francese, o la graduale affermazione di tanti nostri ragazzi in sboccio, a dimostrare che, pur inferiori, potremmo comunque giocarcela. Torniamo a quel pomeriggio magnifico di Saint Denis 2016: lo sto citando a ogni piè sospinto perché è un termine di riferimento imprescindibile, mentre molti sembrano averlo già dimenticato. Per una Nazionale che deve ricostruire la credibilità internazionale cancellata dal disastroso Mondiale brasiliano, le piccole conquiste intermedie vanno difese strenuamente, e quel 2-0 fu una piccola grande conquista che avrebbe dovuto incrementare la nostra autostima, la nostra personalità, e spingerci a lavorare ancor di più per affinare i nostri mezzi di "offesa" in vista dei successivi confronti con le Furie Rosse; un traguardo che doveva essere valorizzato, facendo tesoro delle modalità adottate per ottenerlo. Invece quel patrimonio è andato sprecato, per inseguire improbabili chimere di gioco, per la voglia di strafare, per immaturità agli alti livelli di un trainer che ha ricevuto, probabilmente, la più sonora lezione di calcio della sua carriera. 
AVANTI CON MENO FIDUCIA - La situazione è meno semplice di quel che sembra: perché non è il massimo della vita avviarsi a concludere il girone con la consapevolezza di dover poi passare attraverso un playoff, con tutti i rischi connessi. Barrage peraltro ancora tutto da conquistare. Sarà un autunno di fuoco, per la nostra ridimensionatissima Azzurra, e lo si affronterà partendo da uno 0-3 che ha incrinato certezze precoci e fiducia eccessiva. Ormai il danno è fatto: perso il terreno che si era recuperato sulla Spagna, tornata a distanza siderale, e persa la possibilità di conquistare un primo posto che, nonostante tutto, era alla portata, bisogna concentrarsi sulle modeste esigenze del momento. Ossia coniugare il lavoro in prospettiva con i risultati. A Ventura si chiede solo un atteggiamento maggiormente camaleontico: più che nei moduli, il coraggio lo dovrà dimostrare nella scelta di uomini che possano adeguatamente surrogare giovani e meno giovani troppo spesso balbettanti, alcuni forse sopravvalutati, altri non più all'altezza di certe ribalte, per naturale esaurimento. Fare nomi riguardo al match madrileno sarebbe ingeneroso, perché nessuno ha avvicinato la sufficienza. Ma le forze fresche ci sono, sia pure in ridotta quantità. Il calcio italiano non è quella "cosa" senza capo né coda che, ridicolizzata dagli assi di Lopetegui, ci ha fatto provare momenti di notevole imbarazzo. Ora, sotto con Israele, senza melodrammi. 

lunedì 1 luglio 2013

CONFEDERATIONS CUP: IL BRASILE E' GIA' UNA SQUADRA DA MONDIALE

                                   Neymar, protagonista assoluto della Confederations

Il Brasile si è tenuto l'abito buono per la recita più importante. Come la Spagna di Euro 2012, che arrivò all'atto conclusivo della kermesse quasi camminando, per poi deflagrare proprio a Kiev contro gli stremati azzurri, la Seleçao ha trovato la quadratura del cerchio solo sulla dirittura d'arrivo di questa tormentata (per motivi extrasportivi) Confederations Cup 2013. Quella che ha schiantato le Furie Rosse, completando il... lavoro ai fianchi operato dall'Italia di Prandelli, è una squadra diventata finalmente adulta, e che ha ora in sé le stimmate della grande favorita della Coppa del Mondo prossima ventura. 
UNA SQUADRA DA... MONDIALE - Ho scritto più volte, nei giorni scorsi, di Brasile buono ma non trascendentale, soprattutto in riferimento alla qualità del football proposto. Un undici che stava costruendo le sue fortune su una difesa scolpita nel granito eppure manovriera assai, tanto da prevalere, in fase di costruzione del gioco, su di un centrocampo assai povero di genio e di inventiva; quanto all'attacco, bastava che Neymar accendesse la luce del suo fiammeggiante talento per far saltare il banco, con accecanti prodezze individuali o con movenze, intuizioni, giocate in appoggio ai compagni di reparto. Così è stato, fino alla semifinale, ma al Maracanà, al cospetto degli iberici pluridecorati, si è visto un Brasile diverso: una "squadra" con tutti i crismi, per l'appunto. Un Brasile dinamico, dal palleggio agile ed essenziale, capace di travolgere, con avanzate in rapidità, prima il centrocampo del tiki taka e poi una terza linea solitamente impermeabile nelle competizioni ufficiali (due gol subiti al Mondiale 2010, uno all'Europeo dell'anno scorso, uno in Confederations prima di questa notte). Una compagine corta, compatta, che si difendeva in blocco ma poi sapeva scatenarsi in avanti con controffensive imbastite a velocità vertiginosa, senza che ciò andasse a scapito della precisione. Scolari ha costruito, in pochi mesi, una formazione che non sarà la quintessenza della spettacolarità, ma che nelle serate di vena, come quella che ha chiuso questo torneo, sa comunque esprimere un calcio gradevole, abbinandolo a una spietata efficacia. 
SENZA STORIA - Non è, lo giuro, per togliersi qualche sassolino dalla scarpa rispetto a dodici mesi fa, ma l'equilibrio delle forze in campo a Rio non è stato tanto diverso rispetto alla famigerata finale europea fra Spagna - Italia, eterno e ingiusto metro di misurazione dei limiti dell'Azzurra di Prandelli. Fred e compagni, ieri sera, potevano vincere con uno scarto anche maggiore, e dopo nemmeno un quarto di gara sarebbero potuti essere sul 3 a 0, se Oscar non avesse sfiorato il palo di destro e se Fred non avesse sciaguratamente calciato addosso a Casillas in uscita disperata. Poi, è vero, prima del raddoppio di Neymar David Luiz, straordinario giocatore universale, difensore di rara efficacia e abile costruttore di gioco, ha letteralmente tolto dalla porta il pallone del pari calciato da Pedro, ma rientra nella logica che una grande squadra, anche nella sua versione più dimessa, ogni tanto si accenda e rischi di fare l'immeritato colpaccio con l'unico guizzo degno di nota in novanta minuti. 
DECLINO IBERICO? FORSE SI', MA... - Non è accaduto, ed è stato giusto così, anche se ora non è il caso di farsi soverchie illusioni sulla fine del ciclo spagnolo. E tuttavia, attenzione... La Confederations non è né il Mondiale né l'Europeo, d'accordo, ma non se ne possono nemmeno minimizzare gli esiti: questa Seleccion, tre giorni prima, aveva rischiato seriamente la ghirba anche contro un'Italia in emergenza fisica e di uomini, e priva del suo più micidiale terminale offensivo. E' pur vero che dietro i colossi di ieri e di oggi premono gli Isco e gli Alcantara, ma occhio: non è scontato che le stelle del calcio giovanile possano essere trapiantate con efficacia immediata nel tessuto di una Nazionale adulta reduce, oltretutto, da un ciclo leggendario, quindi con equilibri e dinamiche interne consolidate e delicatissime; e, anche se fosse, attorno ai ragazzi che fioriscono ci sarebbero gli "anziani", o i meno giovani, che cominciano a declinare. Voglio dire che questa Spagna è ormai bloccata da anni sul medesimo gruppo storico, con poche new entry periodiche: il giorno che il calo diventasse acclarato, confermando i verdetti di queste ultime gare, occorrerebbe rifondare la squadra, non basterebbe modificarla con pochi innesti, sia pure di qualità sopraffina. E le rifondazioni si compiono con grande dispendio di tempo, e passando anche attraverso delusioni ed amarezze. 

mercoledì 19 giugno 2013

DA KIEV A GERUSALEMME, SPAGNA SEMPRE TROPPO FORTE. MA CHE BELLA LA GIOVANE ITALIA DI MANGIA!

                                            Borini: gol all'Olanda e alla Spagna

Una dolcissima maledizione. E' quella che ha perseguitato il calcio azzurro negli ultimi due anni: essere sempre l'ultimo ostacolo a frapporsi fra la Spagna e un trofeo. Essere gli ultimi a cedere, gli ultimi irriducibili avversari delle Furie Rosse... più furiose che mai: essere i più bravi in Europa, dopo di loro, sia fra i giovani sia fra gli... adulti. Da Kiev 2012 a Gerusalemme 2013 la musica, in buona sostanza, non è cambiata: il problema è che quando arrivi fino in fondo, e ti guadagni il diritto a sfidare gli "stratosferici", è altissimo il rischio di incorrere in piccole grandi figuracce.
L'anno scorso, per i ragazzi di Prandelli, la figuraccia fu soprattutto nel punteggio, per una squadra che aveva già fatto più di quanto ci si potesse aspettare arrampicandosi fino alla finale continentale, e che però si approcciò male a quel fascinoso impegno, e lo gestì ancor peggio in corso d'opera (ai tempi, ne scrissi così). Oggi, lo smacco per la nostra Under 21 è stato più che altro sul piano del gioco, e a tal proposito non devono... esaltare più di tanto i soli due gol di differenza maturati alla fine fra le due rappresentative, visto che nelle battute conclusive i fenomeni di Lopetegui han rallentato il ritmo e sposato una sterile accademia, consentendo ai nostri di farsi sotto e di chiudere comunque con sommo onore la loro avventura. 
DUE ARGENTI ONOREVOLI - Vicecampioni: c'è chi, in passato, ha deriso questa espressione ("Chi sarebbero i vicecampioni? Quelli che fanno gli onori di casa quando i campioni vanno in bagno?", scrisse un bel dì un celeberrimo opinionista). La realtà è chiaramente diversa: in certi tornei, raggiungere la semifinale è un grossissimo successo, e tutto ciò che viene in più, dopo, è tanto di guadagnato. Una medaglia d'argento vale tantissimo, perché in finale ci si è comunque arrivati, e una finale può essere decisa anche da eventi aleatori, che c'entrano solo in parte con i meriti e i valori tecnici. I due argenti azzurri 2012 - 2013, poi, valgono ancora di più: i nostri rappresentanti di ieri e di oggi hanno ceduto contro due compagini che sono espressione del momento in assoluto più felice, prospero, efficace di sempre del football spagnolo. Non è una questione di sistemi di gioco, di modo di stare in campo, di ragnatele di passaggi e di tiki taka: è il materiale umano che è di prim'ordine. Classe sopraffina, palleggio ai limiti della perfezione, intelligenza tattica, velocità, capacità di far correre il pallone. Un esempio di cosa voglia dire plasmare con sapienza i campioni  del domani. Certo, poi ci vuole anche fortuna, perché i grandi cicli, nello sport, li fanno i fuoriclasse: ma se è vero che gli Iniesta e gli Xavi non nascono tutti i giorni, forse il calcio spagnolo rappresenterà un'eccezione anche in questo, visto che i Thiago Alcantara e gli Isco che stanno emergendo sembrano avviati a ripercorrere le orme degli illustri e pluridecorati colleghi. 
UNA DELLE PIU' BELLE UNDER AZZURRE - Recriminazioni per l'Italia, dunque? Beh, la sensazione, al di là delle piccole défaillance contingenti, degli errori difensivi, dei cali atletici e via dicendo,  è che, a Gerusalemme come a Kiev, fosse impossibile capovolgere il rapporto di forza. La Nazionale di Mangia, come un anno fa quella di Prandelli, aveva, questo sì, i mezzi per rendere meno netta la sconfitta (il 2 a 4, lo ripetiamo, è comunque dignitosissimo), meno evidente la differenza di valori, ma sempre sconfitta sarebbe stata. L'unico rimpianto è, semmai, di carattere storico: questa Under azzurra, lo dico senza tema di smentite, è una delle più forti di tutti i tempi. Forse solo la splendida compagine del grande Azeglio Vicini, biennio 1984 - '86, si può considerare superiore a questa, sul piano del tasso di classe, della personalità, della quantità di elementi di valore assoluto. E' una squadra, questa, che avrebbe stravinto buona parte degli Europei di categoria disputatisi fino al 2009, ossia prima della deflagrazione di questa generazione di fenomeni in maglia rossa, con la quale ha avuto la sfortuna di condividere la sua traiettoria agonistica. 
Il team impostato da Ciro Ferrara (che errore abbandonare il lavoro coi giovani!) e perfezionato dall'ex tecnico del Palermo ha comunque segnato una cesura importante, nell'accidentato percorso recente del calcio italiano: perché ha imposto ai nostri club di prima fascia una parziale inversione di tendenza, dopo anni di ostracismo ai prodotti del nostro vivaio in favore dell'esperienza di ultratrentenni imbolsiti o del dubbio talento di stranieri improbabili. Sono talmente validi, questi ragazzi, che alcuni di loro sono riusciti a ritagliarsi, pur fra mille diffidenze, posti da titolare in Serie A (per non parlare degli "emigranti di lusso" Verratti e Borini). Hanno giocato molto, nelle ultime due stagioni, ma ancora non abbastanza, se si pensa invece all'esperienza addirittura internazionale già maturata da diversi elementi delle Furie Rosse. Ma nella prossima stagione, ad esempio, come potrà Insigne non diventare un uomo cardine del nuovo Napoli di Benitez?

                                      Mangia: ottimo lavoro alla guida dell'Under 21 

BARDI, BIANCHETTI, VERRATTI E... - La classe pura, il dinamismo, l'estro messo al servizio della squadra: doti che il folletto napoletano ha nitidamente fatto balenare nel corso della spedizione israeliana, fin quando le condizione fisica lo ha sorretto. E l'Euro Under 21 ci ha fatto scoprire anche un Bardi reattivo e capace di decisive prodezze (soprattutto contro l'Inghilterra e poi ieri, a limitare il passivo). La difesa, che veniva considerata la parte debole della fuoriserie azzurra, ha mostrato ieri un Bianchetti inesauribile, tempista, sempre presente a coprire le falle che la manovra spagnola inevitabilmente apriva nel tessuto della nostra squadra, mentre nelle gare precedenti Donati e Caldirola avevano sfoderato puntualità e autorevolezza nelle due fasi. Nel mezzo, per un Florenzi onnipresente (anche ieri, prima di cedere alla fatica, è stato fra i più continui e aggressivi, tanto da ritrovarsi sui piedi due palle gol) e un Marrone visto sciorinare visione di gioco, precisione e predisposizione al sacrificio prima di essere cancellato da un infortunio nel match iniziale, qualche perplessità ha destato Verratti: intendiamoci, Europeo sufficiente, ma lo si è visto sempre troppo "rintanato" a ridosso della difesa, troppo preso a fare filtro, mentre lui è un centrocampista completo che dovrebbe caricarsi sulle spalle il peso della manovra anche in fase di impostazione. Per un lavoro di pura quantità bastano anche elementi con piedi meno "nobili". 
Rimango del parere che per il campioncino del Paris Saint Germain, come per Florenzi, come per lo stesso Insigne, avrebbe avuto più logica la partecipazione alla spedizione della Maggiore per la Confederations: un'esperienza essenziale per cominciare a inserirsi nel gruppo dei grandi, e vivere atmosfere, problematiche  e situazioni tecniche simili a quelle di un Mondiale, osservando da vicino campioni fatti e finiti e cominciando a ritagliarsi spazi preziosi sul terreno di gioco. Comunque per loro è solo questione di settimane, così come dovrebbe presto rientrare nel giro prandelliano quel Borini già parte della rosa azzurra a Euro 2012 e in lenta risalita dopo i tanti infortuni: per lui, due gol nelle ultime due gare in Israele, pur con un'autonomia ridotta. Altri seguiranno: occhio a quelli già citati e anche al guizzante e fantasioso Saponara, che avrà l'occasione Milan, e a Gabbiadini, dalla sventola mancina potente e mortifera. 
SPAGNA, DITTATURA DEL GIOCO - In definitiva, un'Italia che trova nel secondo posto continentale la sua collocazione ideale, al momento il massimo a cui potesse aspirare. Per capire come fosse impossibile salire sul gradino più alto, una semplice riflessione: il team di Devis Mangia ha quasi sempre giocato, in questo biennio, un calcio frizzante, gradevole, di iniziativa, ha attaccato e creato occasioni (emblematica la sfida con l'Inghilterra in questa fase finale della competizione, o, andando indietro, i due spareggi con la Svezia o la trionfale amichevole in Olanda). Ebbene, contro la Spagna è stato costretto a disporsi secondo l'antica tradizione italiana, lavorando in copertura e cercando di ripartire con fulminei contropiede, gioco riuscito pienamente solo due volte e che ha fruttato il gol di Immobile e l'occasionissima di Florenzi. Nulla di disdicevole, anzi, ma comunque una forzatura, la necessità di adattarsi al tipo di partita imposta da avversari superiori, contro i quali fare calcio aggressivo e d'attacco è pressoché impossibile, per il semplice fatto che lo attuano loro ed eseguono lo spartito in modo tale da prendersi in toto la scena, tenendo salde in mano le redini e lasciando ai dirimpettai pochi spiragli, limitati nel tempo e nello spazio d'azione, per imbastire frettolosamente una qualche manovra diversiva. Avidi di gioco e di gol, gli iberici, desiderosi di occupare quasi... militarmente il campo, di menare le danze dall'inizio alla fine. Per disinnescarli occorre essere perfetti, e sperare che, per una volta, loro non lo siano. Ma verrà il tempo.