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mercoledì 16 novembre 2022

CLUB ITALIA: BASTA COI PIAGNISTEI. ALBANIA E AUSTRIA OCCASIONI PER CRESCERE, NON TAPPE DI UNA VIA CRUCIS GIA' FINITA. E DOMENICA SCATTA UN MONDIALE SENZA POESIA

 

Più Tirana, meno Doha. Ebbene sì: seguirò con più interesse le due amichevoli azzurre di questa settimana, rispetto al plastificato Mondiale qatariota, e pazienza se mi si prende per pazzo. I motivi li ho già spiegati mesi fa. In estrema sintesi: le fasi di ricostruzione della Nazionale mi affascinano, e ce ne sono state già tante, nella sua storia ultracentenaria. A otto mesi dalla sciagurata notte palermitana, è perfettamente inutile continuare a fustigarsi, e secondo me sbaglia Mancini  a sottolineare a ripetizione quanto sia duro per noi questo periodo in cui gli altri affrontano la sfida iridata, e quanto sia importante psicologicamente superare novembre e dicembre. Basta, è successo, guardiamo avanti, i mezzi e gli uomini per farlo li abbiamo, ancorché sempre più ridotti all'osso. 

Allo stesso modo, sono ormai fuori luogo e fuori tempo le ironie spicciole di certi frequentatori del web: le battutine sulla presunta inutilità dei nostri impegni del 2022 potevano esser tollerate all'inizio, alla lunga diventano stracche e ripetitive, e del resto i social non hanno mai sfornato nuovi geni della satira calcistica. Sulla seconda eliminazione mondiale ho scritto chilometri di blog. Sintetizzo ancora: le ragioni contingenti sono state decisive assai più dei guai strutturali del nostro calcio, innegabili e da me denunciati da lustri. Episodi di campo: bastava uno dei due rigori sbagliati per evitare persino gli spareggi. Contingenze stagionali: il calo fisico e mentale post Europeo non adeguatamente intercettato dal CT, che avrebbe avuto tempo e modo di porre rimedio immettendo forze fresche (e meno fresche, ma più in palla) in luogo di certi campioni spompati e appagati.

ILLUSTRI PRECEDENTI - Basta così, la frittata è fatta, amen. Del resto, l’Inghilterra saltò due Mondiali di seguito nel ’74 e nel ’78, e andò vicina al clamoroso tris anche nel 1982, salvata unicamente dai risultati degli altri; la Francia ne saltò due nel ’90 e nel ’94, e vi tornò nel ’98, senza passare attraverso le insidie della fase eliminatoria, perché giocò in casa; la Spagna ne mancò due nel ’70 e nel ’74. Insomma, non siamo casi umani unici: l’importante è saper ripartire senza piangersi addosso. Mi sembra che questa Italia l’abbia in parte già fatto, più solida e più fiduciosa di tanti tifosi piagnucolanti: dopo il tonfo macedone, ha vinto il suo girone di Nations League, un girone di ferro in cui, secondo i soliti satiri improvvisati della rete, sarebbe sicuramente stata il vaso di coccio, persino dietro l’Ungheria. 

QUELLE CHE PENSAVANO AL QATAR - Dicono: la Nations non conta nulla. Sono gli stessi che hanno intonato il de profundis dopo lo 0-3 contro l’Argentina nella comica “finalissima” londinese, quello sì un trofeo importante e storico, no? Per la cronaca, le semifinaliste della precedente edizione del nuovo torneo europeo sono state Francia (vincitrice), Spagna, Italia e Belgio, di quella in corso Italia, Spagna, Olanda e Croazia, cioè i campioni d’Europa e tre squadre qualificate per gli imminenti Mondiali, fra le quali la finalista sconfitta di Russia 2018. Sarà anche un torneo burletta, ma è onorato da molte grandi Selezioni, per cui diventa anche patetico giustificare i fallimenti di certe big (Francia e Inghilterra, disastrose, quest’ultima perfino retrocessa) dicendo che tanto “pensavano al Qatar”. Può essere, ma si può pensare al Qatar anche vincendo e giocando bene, come hanno fatto Furie Rosse e Furie… arancioni.

PAFUNDI? MAH... - Tornando a noi: dopo Palermo nessuna partita è stata inutile, non lo saranno nemmeno le prossime due. Anzi, raramente, dopo un obiettivo così sciaguratamente mancato, c’è stato tanto tempo e spazio di manovra per rimettere insieme i cocci. Tempo che non venne concesso per preparare la sfida alla Macedonia, ma questo è un altro discorso. Mancini sta facendo ciò che deve, avrebbe forse dovuto cominciare a farlo dopo le prime due infelici uscite post Euro, ma non si può avere tutto dalla vita: sta ristrutturando il gruppo, ha ripescato uomini di valore che erano ingiustamente rimasti fuori dal vittorioso listone del 2021, ha spalancato le porte ai giovani, talvolta esagerando. La convocazione di Pafundi ha scarsa logica, e lo scrive uno che la linea verde per il Club Italia l’ha sempre sposata in pieno, Note d’azzurro me ne è testimone dal 2011 a oggi. 

Pafundi è, a detta di tutti gli esperti di calcio giovanile, una delle massime speranze del nostro vivaio. Ma ha 16 anni e una sola presenza in A, nessuna in altri campionati professionistici, cinque in rappresentativa Under 17. Penso che pochi come me possano capire l’ansia, il desiderio di scoprire e lanciare gli azzurri del domani, ma questo mi sembra davvero il classico passo più lungo della gamba, che rischia di fare più male che bene al ragazzino. A meno che non siano tutti già convinti di essere di fronte a un potenziale crack, crack vero, ma di nuovi Maradona, nuovi Van Basten e nuovi Maldini ne ho già visti tanti, dacché seguo il calcio, e il più delle volte non è finita bene. Discorso diverso per Miretti e Fagioli, che di presenze in A ne stanno mettendo insieme un bel gruzzoletto e hanno già avuto modo di risultare decisivi nelle sorti della Juve, non propriamente l’ultimo dei club. 

SPIRAGLI DI LUCE GIOVANE - Al di là di tutto, questi nomi dimostrano ciò che ho sempre scritto: nonostante le politiche giovanili folli, nonostante l’esterofilia perniciosa, il vivaio  nostrano continua a sfornare prospetti di valore. Il guaio è che, spesso e volentieri, ai massimi livelli li aspetta la panchina, e non per colpa loro. Qualche spiraglio si sta intravedendo quest’anno (gli exploit dei suddetti juventini, di Casale, di Parisi, di Scalvini, di Udogie, le conferme di Pobega e Frattesi) ma sono casi singoli, non il frutto di una strategia pianificata volta a valorizzare capillarmente il “prodotto interno”. Rimane il problema di alcuni ruoli scoperti: poca gente per il centro della difesa (sperando che Okoli opti definitivamente per l’azzurro), e un pauroso vuoto generazionale per gli attaccanti di peso, una carenza mai vista e secondo me non casuale, ma frutto di concezioni tattiche a livello giovanile che andrebbero analizzate e rimodellate. Speriamo comunque nell’esplosione di almeno qualcuno fra i vari Lucca, Pellegri, Vignato, Cambiaghi, Colombo, Oristanio, e, per quanto riguarda il medio termine, nella consacrazione del bel Raspadori visto in Nations; poi, che Scamacca possa al più presto togliersi di dosso le ruggini azzurre e che Kean continui nella risalita intrapresa nelle ultime uscite bianconere.

MONDIALE SENZA GIOIA - Ritorno al Mondiale. Aspetto domenica con tanta malinconia, e non solo per l’assenza dei nostri. Oggi appare come il Mondiale più falso e insensato di sempre. A partire dalle modalità di assegnazione, sulle quali molti giornalisti investigativi hanno scritto parole di pietra, fino alla fase organizzativa che ha richiesto un colossale tributo di sangue, per chiudere con la questione dei diritti umani in loco. E ancora, la manifestazione assegnata a un Paese senza alcuna tradizione calcistica (e credo che neanche comincerà a costruirla a partire da questo torneo, come invece accadde negli Stati Uniti dopo il ’94), la collocazione nell’autunno – quasi inverno europeo, con conseguente brusca interruzione dei campionati nazionali del Vecchio Continente, che potrebbero ripartire con equilibri falsati dagli strascichi della kermesse. Tornei che sono andati avanti fino a una settimana prima del match inaugurale, e convocazioni diramate dieci giorni scarsi prima dell’evento. Una vigilia, cioè, praticamente inesistente, pathos e attese ridotte all’osso. 

Niente più poesia, per quanto mi riguarda. E non è una questione di età, di tempo che passa: ancora nel 2014, e avevo già 40 anni, contavo con emozione i giorni che mancavano all'inizio della festa. Quell’anno, poi, avevo grande fiducia nell’Italia, vice campione d’Europa, qualificatasi con due partite di anticipo (mai accaduto prima), con elementi validi in ogni reparto: fiducia che venne tradita da tutti, da Prandelli in primis, ma è inutile riaprire la ferita. Però la voglia di calcio e di Mondiale c’era sempre, nonostante gli anni, i pensieri, le delusioni. Ora no. Ovviamente vedrò qualcosa, sempre se me lo consentiranno impegni lavorativi e problematiche familiari che negli ultimi tempi si sono moltiplicati, ma senza l’ansia di un tempo di dover correre a casa per non perdere la tal partita. Dai quarti in poi, quello sì, cercherò di seguire tutto. Ma la magia, la poesia di un appuntamento unico, non riesco più a percepirle. 

 

lunedì 6 settembre 2021

MONDIALI 2022: L'ITALIA ZOPPICA ANCORA E RISCHIA GROSSO. MANOVRA AD ALTO TASSO DI IMPRECISIONE, LUCIDITA' ZERO, CONDIZIONE DEFICITARIA: URGE CAMBIO DI ROTTA

E' stato un brodino, come si dice in gergo pallonaro. Ma uno di quei brodini che lasciano in bocca un retrogusto oltremodo sgradevole. Certo, di base un pareggio in casa della rivale più accreditata nella corsa al Qatar non è affatto da buttare, anzi; ma inquieta e irrita il modo in cui è arrivato. E irrita a maggior ragione dopo aver sentito le dichiarazioni post partita di Mancini e di Chiellini, che hanno straparlato di grande prestazione, superiore anche a quella di Euro 2020 a Roma contro i medesimi avversari: mi sono sentito preso in giro, senza offesa per nessuno, e non c'era bisogno di questo ulteriore boccone amaro per rendermi indigesta una serata già di per sé avvilente. 

LA PEGGIOR CRISI DEL TRIENNIO - Diciamolo: è il momento più difficile dell'eccellente era Bobby Gol. Non ci trovavamo in così evidenti ambasce tecniche dalla zoppicante Nations League 2018, ma all'epoca le giustificazioni erano solide: la squadra era un cantiere, un abbozzo, un'idea ancora di là dal diventare una realtà stabile e credibile. Oggi tutto ciò non esiste. Il fatto che questa fase di crisi si stia manifestando subito dopo il trionfo europeo è di una gravità inaudita. Nessuno ci toglierà mai quella coppa dall'albo d'oro, nessuno ci toglierà i giorni di gioia sportiva che abbiamo vissuto: ma certi titoli, importantissimi, epocali, vanno anche onorati. E onorati da subito; andate a vedervi, per esempio, il rendimento immediato della Spagna di Del Bosque dopo i suoi molteplici trionfi euromondiali: tantissime vittorie, qualche pareggio qua e là. Non si esprimeva sempre al massimo delle sue enormi potenzialità, incontrava qualche difficoltà anche contro formazioni modeste, ma in un modo o nell'altro la sfangava e portava a casa le partite. Perché le grandi squadre devono saper fare soprattutto questo: trarre il massimo anche nelle giornate di scarsa vena, anche nei momenti in cui la brillantezza latita. A maggior ragione se sono in palio punti pesantissimi, come quelli per una qualificazione mondiale. 

IL "SETTEMBRE MOSCIO" E IL CALENDARIO DA RIVEDERE - Oltretutto, questa storia della maledizione settembrina comincia francamente a stufare. Nel caso specifico forse non si poteva fare granché, per via dello slittamento di un anno dell'Euro 2020 che ha portato a un affollamento del calendario internazionale difficile da gestire con equilibrio. Ma questa défaillance di fine estate che colpisce la rappresentativa azzurra è una problematica nota da tempo: riuscirà prima o poi, la nostra federazione, a porre mano al programma calcistico interno per apportarvi le opportune modifiche? Non si chiede tanto: giusto un inizio di Serie A anticipato di sette giorni con in più l'aggiunta di un turno infrasettimanale, in modo da arrivare alla prima sosta per le nazionali con almeno quattro giornate di campionato nelle gambe e nella testa. Con i calendari che torneranno ai normali regimi pre Covid non dovrebbe essere difficile farlo, se davvero si tiene al Club Italia: a queste ultime, fondamentali e in certa misura sciagurate partite, hanno preso parte giocatori che ancora non erano scesi in campo coi rispettivi club, come Berardi, o che avevano disputato solo uno spezzone di incontro, come Chiellini. Ed errori clamorosi come quello compiuto dall'esterno del Sassuolo davanti a Sommer si spiegano anche con i muscoli imbastiti, la mancanza di abitudine all'impegno agonistico, l'assenza di lucidità e di freddezza che invece diventano bagaglio abituale per atleti rodati. 

SI PUO' VINCERE ANCHE IN QUESTO MESE - Rimango convinto che questa falsa partenza sia in larga parte dovuta al grave deficit di condizione atletica che ci affligge in questo periodo dell'anno ma, ripeto, ciò rappresenta una giustificazione solo parziale. Come avevo detto in apertura del commento a Italia-Bulgaria, in passato ci è capitato di vincere sfide importantissime in questo mese, nella identica situazione di fragilità psico-fisica. Proprio contro i bulgari, ad esempio, la Selezione di Prandelli si aggiudicò una sofferta e brutta partita nel settembre 2013, facendo il bis pochi giorni dopo con la Repubblica Ceca (e in quell'occasione offrì anche una prestazione di tutto rispetto) e conquistando in anticipo il pass per Brasile 2014; persino la mediocre Italia di Conte fece il pieno nel settembre 2015 con Malta e, ancora una volta, Bulgaria, senza incantare ma ponendo una seria ipoteca sulla qualificazione all'Europeo francese. 

TROPPI ERRORI A FRENARE LA MANOVRA - Anche la storia e la tradizione, dunque, dicono che si poteva e doveva fare meglio. Tanto più, e non mi stancherò mai di ribadirlo, da freschi campioni continentali. Nel dettaglio del match, non voglio e non posso lasciarmi incantare dalla dichiarazioni semi-trionfali del cittì e di Chiellini, di cui ho detto in apertura. Sostenere che la nostra prova di Basilea sia stata sullo stesso livello di quella del 16 giugno a Roma è un insulto alla logica e all'intelligenza. Gli azzurri hanno espresso un buon tasso di agonismo, rispondendo colpo su colpo al furore degli elvetici, ma sul piano tecnico il bilancio è in rosso. La consueta manovra avvolgente si è vista, ma stavolta è stata ostacolata da tanti, troppi errori di misura nei lanci, nei passaggi, nel controllo di palla: e se il nostro team smarrisce precisione millimetrica e rapidità di esecuzione nella fascia di mezzo, perde gran parte della propria pericolosità. Essendo, quella azzurra, una formazione dal tasso di classe piuttosto elevato, è fin troppo chiaro che tali lacune non siano fisiologiche ma dovute a fattori contingenti. 

JORGINHO: MAI COSI'  "DOWN" - Fra questi fattori, detto e stradetto della preparazione fisica quasi inesistente, non mi sento ancora di inserire l'appagamento post trionfo, perché un gruppo giovane come il nostro non può essere appagato, soprattutto se ha davanti l'obiettivo di un Mondiale da raggiungere e giocare, e perché comunque non ho visto in campo, né a Firenze né ieri sera, segnali di sufficienza o di scarsa umiltà, ma solo fiacchezza e poco sprint di gambe e di cervello. Non si può spiegare in altra maniera un Jorginho così timido, così rintanato nelle retrovie, così parsimonioso nel dispensare idee di gioco plausibili, così "sulle sue". Il rigore orrendamente calciato non è stato che l'inevitabile approdo di una prestazione gravemente insufficiente. A proposito del penalty: perché non farlo calciare ad Immobile, che dopo un primo tempo, al solito, con più ombre che luci, aveva bisogno di una iniezione di fiducia, e che i tiri dal dischetto li sa eseguire quasi sempre con maestria? Poteva essere la svolta positiva dell'incontro, per noi e per lui. Dettagli, sì, ma dettagli che in quadri tattici così equilibrati come quello di Basilea possono fare la differenza. 

PASSI INDIETRO RISPETTO A FIRENZE - Sarò una mosca bianca a pensarlo, ma secondo me, sul piano della fluidità di manovra, della precisione nella costruzione del gioco, della capacità di andare dentro e calciare pericolosamente in porta, si sono fatti grossi passi indietro rispetto a giovedì scorso. Certo, l'avversario era di consistenza diversa, giocava in casa e non è detto abbia tratto svantaggio dall'assenza di veterani come Shaqiri e Xhaka che hanno probabilmente già dato il meglio, ma, in questo triennio, i nostri avevano sofferto così tanto solo una volta, ossia nella semifinale di Wembley contro la Spagna. Potevamo vincerla comunque, certo, perché le occasioni grosse non sono mancate: nel primo tempo Ciro ha mancato l'ennesimo gol pesante del suo percorso azzurro sparando alle stelle su splendido assist di Berardi, il quale poi, lanciato da Locatelli in contropiede, ha calciato su Sommer, quindi Insigne, dopo bella combinazione con Locatelli e Immobile, ci ha provato con un tiro a giro dei suoi, purtroppo non ben calibrato come quello che a Monaco spezzò la resistenza del Belgio. Nella ripresa, detto del penalty, ci sono state altre due buone, ma non clamorose, opportunità per Insigne, la seconda ben rintuzzata da un Sommer che è più che mai, al momento, l'uomo simbolo del nuovo corso elvetico targato Yakin. 

POCHE OCCASIONI, SCARSO APPORTO DEL CENTROCAMPO - Non è molto, come si può evincere dalla cronaca: l'ItalMancio è abituata a creare molto di più, in fase di tiro. Con una produzione offensiva così modesta, sul piano qualitativo e quantitativo, già di per sé è difficile vincere, e diventa impossibile se si gettano alle ortiche le due uniche palle-gol veramente nette e limpide, che sono state due reti sbagliate, più che due prodezze del guardiano di casa. Una produzione modesta soprattutto a causa del modesto lavoro del reparto di mezzo, dove il solo Locatelli ha offerto buone illuminazioni con lanci e intuizioni di pregio, mentre della latitanza di Jorginho abbiamo detto e Barella non è mai riuscito a entrare nel vivo dell'opera di impostazione, limitandosi a un piccolo cabotaggio assolutamente inutile nella circostanza. 

BERARDI FA IL SUO, DI LORENZO SUFFICIENTE, BONUCCI NO - Insigne, come a Firenze, si è sbattuto ma non ha trovato la precisione sotto porta che un campione d'Europa "deve" avere, mentre ci penserei due volte prima di bocciare Berardi: era sì e no al 30 per cento della preparazione, ha sbagliato un gol ma ha anche messo lo zampino in quasi tutte le poche azioni pericolose dei nostri, procurandosi oltretutto il rigore causato da Ricardo Rodriguez. Certo peggio di lui ha fatto Chiesa, che probabilmente ben altro contributo avrebbe offerto giocando dall'inizio e che nel finale ha saputo solo conquistare un fallo prima di entrare in area con un insistito assolo tutto sommato fine a se stesso. Zaniolo ha toccato molti palloni, è stato presente dalla trequarti in su, ha combinato poco ma ha lasciato intravedere buone potenzialità per sviluppi nuovi e interessanti della nostra manovra d'attacco, che ne ha decisamente bisogno. Dietro, infine, a parte un paio di incertezze Di Lorenzo non ha demeritato: sicuramente un  passo avanti enorme rispetto al.... Florenzi fiorentino (ma non ci voleva molto), ma con la riserva dello scarsissimo apporto in fase di spinta, mentre ha profondamente deluso Bonucci, che ha commesso molti errori sia in copertura sia al momento di rilanciare. 

PROSPETTIVE, NUOVI TITOLARI, IL PERCORSO DA COMPIERE - Insomma, per quanto mi riguarda il quadro è questo, al di là delle surreali interviste post partita. Di eventuali correttivi sostanziali, cioè non dettati dall'ovvio turn over, cominceremo a parlare dopo Italia-Lituania, ossia dopo una vittoria obbligata, perché qualsiasi altro esito prefigurerebbe cataclismi a cui non voglio neanche pensare. I nomi, del resto, sono lì sotto gli occhi di tutti, e il bacino da cui pescare non è mai stato così ricco, negli ultimi dieci anni: dietro Lazzari, Calabria, Bastoni, Mancini, nel mezzo Pessina, Castrovilli, oltre a Locatelli ormai titolare aggiunto, dalla trequarti in su Pellegrini, Zaniolo, Kean, Raspadori: le strade per innovare e rinvigorire la squadra senza perdere competitività ci sono... 

Il tabellino di marcia che avevo abbozzato dopo Italia-Bulgaria resta valido: dieci punti da fare, di cui tre con la Svizzera, e la qualificazione è sicura. Il primo punto è stato fatto, e non è da buttare, ma era preferibile farne subito tre contro gli incompleti rossocrociati, perché vivere con l'obbligo di doverle vincere tutte non è semplice, e perché un ulteriore motivo di pressione potrebbe essere rappresentato da una Svizzera che si presenterebbe a Roma in vantaggio in classifica, e quindi con la possibilità di giostrare al meglio sul piano tattico, e abbiamo visto che, quanto a malizia e a intelligenza strategica, Seferovic e compagni sono messi piuttosto bene. Una pressione che potrebbe diminuire se, nel frattempo, i nostri rivali perdessero qualche punto per strada, ma dover cominciare già a settembre a guardare i risultati degli altri rappresenta l'ennesimo elemento di disonore di questo balordo post Europeo. 

venerdì 3 settembre 2021

MONDIALI 2022: L'ITALIA SI INCEPPA CON LA BULGARIA. COSA E' MANCATO? IL KILLER INSTINCT E IL PIGLIO DA CAMPIONI D'EUROPA. PREOCCUPARSI SI', MA NON TROPPO

 Niente da fare. Proprio non ci si riesce a smarcare dalla maledizione agostano-settembrina che grava da anni sulla nostra Nazionale. Non si scappa: alla prima uscita stagionale o non si vince, e a volte si perde persino, o si vince ma giocando in maniera deludente quando non invereconda (ricordo un Cipro-Italia e un Italia-Malta da far accapponare la pelle...). Inutile dire che per ieri sera sarebbe stata di gran lunga preferibile questa seconda soluzione, perché non era una partita qualsiasi e perché i due punti persi rischiano di pesare parecchio, sulla strada verso Qatar '22. Se e quanto peseranno effettivamente, lo sapremo a breve, domenica sera per l'esattezza, dopo il confronto di Basilea, che delicato lo era già di per sé e che adesso è diventato delicatissimo. Vogliamo fare due conti? Per arrivare al Mondiale basteranno venti punti, ossia basterà ripetere nella seconda parte del girone quanto è stato fatto nella prima: ma venti punti vuol dire prenderne almeno quattro alla Svizzera. Qualsiasi altra soluzione ci esporrà a rischi enormi: lotta punto a punto e incerta fino alla fine, decisione alla differenza reti, secondo posto e gironcini di spareggio. E' innegabile che siamo più forti degli elvetici, ma lo siamo anche dei bulgari, eppure...

DOV'ERA L'AUTOREVOLEZZA DEI CAMPIONI? - La premessa, cruda ma realistica, era doverosa. Non posso negare di essere profondamente deluso: non possiamo ricadere nell'errore di sbagliare le gare da non sbagliare, non ora, da campioni d'Europa. Se c'è un'eredità del trionfo di Wembley che dobbiamo conservare e mettere a frutto, è la riconquistata autorevolezza internazionale, che porta con sé quel pizzico di mestiere utile a risolvere a nostro favore anche le sfide più intricate nelle serate meno propizie. Ecco, questo quid in più, il piglio dei vincitori, a Firenze non si è visto, ed è la cosa che più mi preoccupa, oltre al risultato. Certo, di qui a lasciarsi andare al disfattismo più nero ce ne passa, perché le chance di arrivare primi al traguardo del gruppo permangono ancora intatte. Oltretutto, la partita di ieri non lascia particolari inquietudini sul piano della prestazione collettiva: in fin dei conti, si è visto il solito Club Italia targato Mancio. Una compagine che ha menato le danze dall'inizio alla fine, ha aggredito, ha cercato di stanare l'avversario con fitte trame, a volte troppo fitte, e ha concluso più di una volta pericolosamente. 

TANTE OCCASIONI, POCHISSIMA LUCIDITA' - Parliamoci chiaro: gli azzurri nulla avrebbero rubato portando a casa l'intera posta. Prima e dopo il sinistro vincente di Chiesa, Insigne due volte e Immobile erano andati vicini alla segnatura, e nella ripresa ci sono state altre occasioni per Chiesa, Barella, Ciro, più altre situazioni di potenziale pericolo nell'area dei rossi. In tutto questo, Iliev ha trovato il pari sull'unica incursione offensiva bulgara autenticamente pericolosa, ma favorita da una grave incertezza in ripiegamento di Florenzi. Per il resto, il copione avversario è stato il medesimo di tanti nostri oppositori dell'ultimo triennio: difesa stretta e spazi intasati, con qualche ripartenza più dimostrativa e di alleggerimento che effettivamente in grado di far male. 

Della difficoltà a far gioco contro retroguardie chiuse a catenaccio abbiamo più volte detto ed è inutile ritornarci. La giustificazione, peraltro, vale relativamente, riguardo al match di poche ore fa, perché, come detto, alla resa dei conti i ragazzi di Mancini qualche spiraglio per cercare la porta l'hanno trovato. Ma se su otto palle gol più o meno nitide ne concretizzi soltanto una, non hai poi diritto a recriminare molto se non riesci a fare bottino pieno. Cos'è mancato, dunque? In primis, ma non solo, la cattiveria in fase di finalizzazione, problema già più volte emerso in passato e che pareva esser stato parzialmente risolto durante l'Europeo. Non è stata una questione di appagamento: questa Azzurra non può essere appagata, non può compiere lo stesso, malinconico percorso dei campioni di Spagna '82 perché, al contrario di quegli eroi indimenticabili, questi sono in maggioranza elementi ancora nel pieno della vigoria psico-fisica, molti di loro sono giovani se non giovanissimi, e quindi più che mai affamati. 

LA PRECARIETA' FISICA HA INCISO - Ha un bel dire il cittì che lo stato fisico dei giocatori non c'entra, che stavamo bene: la condizione atletica c'entra eccome, a inizio settembre, con una preparazione brevissima e con due sole gare di campionato alle spalle. E la condizione lacunosa incide sulla lucidità, quella che dovrebbe darti la freddezza e la precisione necessaria per non sbagliare gol e assist determinanti. Immobile e gli altri hanno sparato ripetutamente sul portiere: è stato bravo ma non fenomenale, il buon Georgiev; più che di sue prodezze, nella maggior parte dei casi parlerei, appunto, di mira difettosa dei nostri. Perché fare gol infierendo su certe modeste difese di casa nostra è un discorso, riuscirci a livello internazionale, perlopiù districandosi a fatica in fortini munitissimi, è un altro. 

MANOVRA LENTA E TROPPO ELABORATA - Non è stato solo questo, ci mancherebbe. La partenza dell'azione è stata visibilmente e ripetutamente a velocità da moviola, consentendo agli orientali di disporsi opportunamente sul terreno, e la manovra di approccio e rifinitura, fra trequarti e area, è stata spesso troppo elaborata, sono mancate intuizione e velocità di pensiero per mettere palla dentro e per smarcarsi al momento giusto. E non sempre si son presidiati i sedici metri bulgari come si doveva: esempio lampante il cross rasoterra di Emerson che, nel finale, ha attraversato tutta l'area piccola senza che nessuno appoggiasse in rete, proprio perché nessuno era in posizione ideale. Anche queste défaillance sono il prodotto, credo, dello scarsissimo minutaggio ancora nelle gambe e nella testa dei nostri. Non fossimo campioni continentali, e quindi col dovere di volare al di sopra degli alibi, potremmo dire che non siamo stati favoriti dal calendario, visto che di fatto ci giocheremo l'accesso ai mondiali nel mese per noi meno propizio, quello delle figuracce anche contro le scartine, mentre la Svizzera disputerà ben cinque dei suoi otto match da ottobre in poi: ma tant'è. 

VERRATTI IN OMBRA, JORGINHO SUPER - Assenza di killer instinct a parte, dunque, i tre di punta hanno tutto sommato fatto parecchio, quanto a vivacità e iniziative: lo stesso Immobile, tornato bersaglio preferito di critica e tifosi già dai quarti dell'Europeo, ha comunque triangolato con Chiesa nell'azione del gol. Dei subentrati, Raspadori ha trovato un guizzo in un'area affollatissima e il tiro gli è stato ribattuto in corner, Berardi si è acceso a intermittenza ma si è anche trovato addosso mezza difesa bulgara, manco fosse Maradona; e, non essendo appunto Diego, non poteva dribblare tutti ed entrare in porta col pallone... A centrocampo Jorginho ha dato l'anima, toccando un'infinità di palloni e alimentando incesantemente l'azione, meno a fuoco e meno incisivo è parso Verratti, discontinuo ma generoso Barella, utile al solito anche in copertura. 

PROBLEMI SULLE FASCE, DA SFRUTTARE MEGLIO LO STATO DI GRAZIA DI CHIESA - Ci si aspettava di più da Cristante, troppo timido negli inserimenti, e doveva entrare prima Pellegrini: probabile che i due romanisti trovino maggiore spazio già in Svizzera, essendo anche più rodati di altri per via degli impegni in Conference League. Palmieri ha corso e tentato spesso l'incursione, ma l'efficacia di Spinazzola è tutt'altra cosa ed è un'assenza che stiamo scontando pesantemente, anche se molti sembrano essersene dimenticati. Perplessità sull'utilizzo di Florenzi, non solo per l'errore che ha portato all'1-1 ma per una generale insicurezza palesata in varie fasi di gioco: le alternative sul versante destro non mancano, e Di Lorenzo dovrebbe comunque essere la prima scelta, come da indicazioni dell'Europeo. Comunque, su con la vita: tra tanta paura, restano ancora molte certezze. La prima, valida da tre anni, è che non andremo a Basilea a fare bieco attendismo ma cercheremo di giocarcela, e ciò è di grande conforto. La seconda è che abbiamo un Chiesa ancora "caldo" dopo gli splendori di Wembley, e in crescita continua: non approfittare del suo stato di grazia sarebbe delittuoso. 

lunedì 12 luglio 2021

EURO 2020: L'ITALIA SBANCA WEMBLEY, E' CAMPIONE D'EUROPA SULLE ALI DEL GIOCO. UN TRIONFO CRISTALLINO E UN FUTURO CHE FINALMENTE CI SORRIDE

 "Un'estate italiana" di Nannini-Bennato può finalmente risuonare, nel catino di Wembley, a sottolineare una serata azzurra memorabile, e non un cumulo di rimpianti. Non eravamo più nessuno, il nulla cosmico calcistico, e oggi ci ritroviamo sul tetto del Vecchio Continente. Siamo usciti dal tunnel con una velocità che era difficile prevedere anche per chi, come me, ha sempre accompagnato questa nostra Nazionale con parole di fiducia e ottimismo. Dall'inferno al paradiso in meno di quattro anni. Campioni d'Europa, e scriverlo suscita perfino un effetto straniante. L'emozione è enorme, da groppo in gola che non passa dopo una notte quasi insonne. Si dice che in casi come questo risulti superfluo avventurarsi in analisi tecniche dell'evento in sé, perché conta il fattore sociale, l'entusiasmo che l'ItalMancio ha trasmesso al Paese, facendolo scendere in piazza a folleggiare dopo oltre un anno da incubo. 

TRIONFO SENZA OMBRE - Invece no, perché proprio l'aspetto sportivo della finale di ieri ne esalta ancor più i contorni di impresa. Si è trattato di un successo limpido, cristallino, meritato. Nessun dubbio è lecito sulla legittimità di un titolo che ritorna nello Stivale dopo 53 anni, un'eternità. Non vale mai la pena dover aspettare così tanto per assaporare la gioia della vittoria, ma possiamo dire che, perlomeno, l'attesa sia stata ripagata da un Club Italia pienamente all'altezza della situazione. Migliore di tutti per continuità di rendimento, ad alto livello, dalla prima alla settima partita. Pochi i momenti di cedimento: le difficoltà nel secondo tempo con l'Austria, la semifinale con la Spagna, la prima frazione della finalissima. L'avevo scritto dopo il soffertissimo successo sugli iberici, nel mio piccolo: giocando in quel modo, old style tricolore, si possono vincere le singole battaglie, non le guerre. Per prevalere in un atto conclusivo così impervio, da disputare in casa dell'avversaria, di fronte a un pubblico di oltre 60mila persone quasi interamente ostile, ci sarebbe voluta la vera Azzurra, quella che mi ha fatto innamorare in questo triennio manciniano, quella propositiva e brillante, col gusto della manovra, quella dal palleggio inesorabile e preciso al millimetro. 

IL NOSTRO "SECONDO INIZIO" - Ebbene, quell'Italia non si è vista, nella prima mezz'ora allo stadio Imperiale. I nostri hanno stranamente impiegato più del lecito ad entrare nel clima rovente del match e hanno pagato il loro "cuore freddo" con lo sbandamento difensivo che li ha visti in versione "belle statuine" sul cross di Trippier da destra e sull'appoggio in rete di Shaw dopo meno di due minuti. La classica mazzata che potrebbe abbattere un toro. Ma già nell'ultimo quarto d'ora della frazione si è cominciata a intravedere una Nazionale diversa, una squadra che si era ripresa di prepotenza l'iniziativa e la gestione della palla. La nostra... seconda finale era iniziata: certo, in partenza il possesso pareva un po' fine a se stesso, una lunga serie di trame che però non producevano granché, nei sedici metri finali, anche se ottenevano il non trascurabile risultato di schiacciare sempre più gli inglesi sulla loro trequarti. 

INGLESI SOLIDI DALLA CINTOLA IN GIU', KANE RIFINISCE MA NON TIRA - Diamo qualche merito anche alla truppa di Southgate, per diana: compagine che raramente ruba lo sguardo, che produce scariche elettriche soltanto con le improvvise accelerazioni di uno Sterling il quale peraltro, nella circostanza, è parso velleitario e nervoso. Ma, anche, una compagine di invidiabile solidità dalla cintola in giù, perfetta nei sincronismi difensivi che sono davvero difficili da forzare, mentre in avanti fa reparto quasi da solo Kane che ieri si è esaltato però solo nel lavoro di rifinitura, come sapevano mirabilmente fare il Rossi e il Bettega della prima Italia bearzottiana, mentre in zona tiro non è stato in grado di incidere come ci si attendeva. 

Un collettivo granitico che però forse si è specchiato un po' troppo nella sua presunta superiorità, o che semplicemente non è riuscito a chiudere l'incontro, quando ne ha avuto la possibilità, perché i nostri, passato lo shock d'apertura, hanno assunto l'assetto più funzionale e adatto alla bisogna. Non si doveva soffrire come contro la Spagna, si è detto, e così è stato: disinnescate le offensive britanniche, rimaneva da trovare il modo di penetrare nella retroguardia. Nel primo tempo, quando il nostro ritmo era ancora troppo basso per mandare in tilt il loro dispositivo di copertura, occorreva un'iniziativa personale, una scossa d'estro, e l'ha tirata fuori dal cilindro Chiesa, con una poderosa progressione chiusa con un sinistro a lato di pochissimo. 

LA SERATA DIFFICILE DI BARELLA E IMMOBILE - Un buon inizio, ma, come detto, non sarebbe bastato se la manovra non fosse lievitata ai consueti livelli "manciniani". E' ciò che è accaduto dopo l'intervallo, complici anche due intuizioni del nostro citti. In queste settimane europee c'è stato perfino chi è riuscito a sostenere, senza vergogna, che, insomma, non è il massimo della vita dover ricorrere sempre alla panchina per correggere errori iniziali di formazione. A parte che la panchina è una ricchezza, se ben sfruttata (e la nostra offre ampie varianti, tutte di grande affidamento ed efficacia), ma non è stato comunque il caso dell'ultimo match di Wembley. Mancini non ha sbagliato l'undici di partenza, semplicemente Barella non ne aveva più e non è riuscito a offrire quegli strappi centrali, quelle idee e quegli inserimenti che spesso sono stati una delle armi in più della nuova Italia, mentre Immobile confermava la sua parabola discendente nel torneo, anche se aveva provato una girata da centro area contrata alla bell'e meglio dalla difesa. E tuttavia, l'ingresso di Cristante portava peso e sostanza nel mezzo, mentre Berardi, col suo movimento e la sua imprevedibilità, era senz'altro meno controllabile del buon Ciro. 

CAMBIO DI  MARCIA E DOMINIO AZZURRO - Anche grazie a queste due novità, la gestione della palla e la solita precisione di tocco venivano puntellate da una maggiore velocità di esecuzione, mentre mutava totalmente anche l'atteggiamento di base: passata la paura iniziale, messa da parte anche la successiva prudenza, rimaneva solo la voglia di provarci, in ogni modo, perché loro non erano marziani e "si poteva fare".  Insigne mancava di poco il bersaglio su punizione dopo averci già provato con un tiro da posizione defilata su assist di Chiesa, un'altra accelerazione di Federico portava lo juventino alla battuta, stavolta di destro, con ottima deviazione in tuffo di Pickford. Il pareggio era maturo e giungeva sugli sviluppi di un corner da destra di Emerson: dopo una torre di Cristante, un tentativo di intervento di Chiellini arginato da Stones (poteva starci il rigore) e un tocco di testa di Verratti deviato dal portiere sul palo, interveniva Bonucci per il facile tap in di sinistro: un gol vero, dopo quello cancellatogli per fuorigioco contro il Belgio. A quel punto, per venti minuti abbondanti, siamo diventati letteralmente padroni del campo, e qui sta il grande cruccio: potevamo chiuderla prima, evitando perfino i supplementari, e su lancio dello stesso Bonucci Berardi quasi pescava il jolly, scavalcando Pickford con un sinistro al volo che però terminava di poco alto. In tutto questo carosello azzurro, l'Inghilterra solo una volta tornava a rendersi pericolosa, con una inzuccata di Stones su angolo alzata sopra la traversa da Donnarumma. 

FOSSE RIMASTO IN CAMPO CHIESA... - L'uscita per infortunio di Chiesa (ah, la famosa "fortuna" italiana...) poneva fine a questo periodo azzurro sontuoso. L'inerzia del match era ormai ribaltata, fatti salvi alcuni brevi break dei bianchi, ma ci mancavano le energie e, soprattutto, lo stoccatore per completare il capolavoro. Poteva esserlo il figlio d'arte, per l'appunto, protagonista della migliore prova in assoluto, pur senza trovare il gol, fra le ottime già fornite in questa competizione, e col piede palesemente "caldo". Nei supplementari accadeva poco, ma, tanto per gradire, una percussione di Emerson sulla sinistra mandava Bernardeschi, proprio il sostituto di Chiesa, a un passo dalla deviazione vincente sotto misura, mentre i locali ci provavano con un destro da fuori di Phillips. Ai rigori di spareggio erano tutti meno precisi del solito: per noi sbagliava Belotti e un terribile contrappasso sembrava dover colpire Jorginho, neutralizzato da Pickford con rimpallo sul palo, errore beffardo come beffardo era stato il penalty decisivo alla Spagna, ma Donnarumma, che già aveva respinto il tiro di Sancho, effettuava identica parata su Saka e non esultava, lasciandoci per un attimo con il cuore in gola davanti ai teleschermi. In realtà era fatta, e per Gigio era anche la consacrazione a miglior portiere del continente. Chissà che il Pallone d'oro... 

TUTTI DA ELOGIARE - Non solo il portierone nella conquista azzurra, comunque, e non è retorica dire che tutti, con diverse sfumature, siano da elogiare. Anche Di Lorenzo, qualche responsabilità sul gol inglese (come tutto il reparto, del resto) ma rialzatosi alla distanza, i monumentali Bonucci e Chiellini, ed Emerson quasi in versione Spinazzola, costante e incisivo nella spinta sulla sinistra. Al centro, Verratti, da leader autentico, ha tenuto a galla la squadra quando, nel primo tempo, rischiava di disunirsi, l'ammaccato Jorginho ha stretto i denti ed entrambi hanno alternato con apprezzabili risultati fioretto e sciabola, mentre Cristante è entrato col piglio giusto, scattando e proponendosi in avanti. Non sempre preciso Insigne, ma la sua presenza nel vivo dell'azione offensiva non è mai venuta meno, anche se, come detto, il migliore dei nostri per distacco, in prima linea, è risultato Chiesa, che prima di questo Euro 2020 non si era mai visto in azzurro così "sul pezzo", decisivo, trascinatore. Comunque il napoletano, pur fra alti e bassi, esce decisamente ingigantito da questa esperienza, avendo messo in curriculum gol pesanti, vivacità e generosità nei ripiegamenti.

NAZIONALE CHE UNISCE - Ribadisco: abbiamo vinto sulle ali del gioco e persino col parziale rimpianto di aver dovuto attendere la giostra finale dei penalty. Ma non è il caso di fare troppo gli schizzinosi, non oggi. L'Italia ha conquistato Londra, ha strappato ai padroni di casa un Europeo che sembrava disegnato su misura per loro, un England 2020 camuffato da torneo itinerante, costringendoli alla patetica scena conclusiva delle medaglie d'argento tolte una frazione di secondo dopo averle indossate (non sono stati i primi a farlo, intendiamoci, ma è un'abitudine pessima). Che impresa, per Mancio e Vialli. E che tristezza, consentitemelo, per i genoani che non esultano in virtù della presenza in panchina dei due ex dioscuri blucerchiati. Santo Iddio, la Nazionale è un fattore unificante, non divisivo. Non ci furono tanti contestatari nell'82 a schifare un'Italia a vistose tinte bianconere, e non ci sono stati nemmeno questa notte, deo gratias, perché alla fine la ragionevolezza vince sempre. Vince come questa splendida Azzurra, che ha meravigliosamente messo a tacere critici ad oltranza, disfattisti in servizio permanente effettivo, e quelli per cui il calcio italiano è sistematicamente peggiore degli altri. 

LA DISFATTA DEI CRITICI DELLA DOMENICA - Dovevano metterci sotto tutti, dicevano, pure i turchi. Quando abbiamo cominciato (anzi, continuato, come nei tre anni precedenti) a vincere e convincere, l'ultimo labile argomento dei bastian contrari era la debolezza degli avversari (fra cui la Svizzera che ha poi fatto fuori la Francia e sfiorato il bis con la Spagna). Ma alla fine sono arrivati anche i crash test terribili così pedantemente richiesti da chi, nonostante tutto, non credeva in questa truppa: e sono stati tre splendidi esami di maturità superati. Con sofferenza e abnegazione contro le Furie Rosse, con svettante autorità contro il Belgio e, dopo la prima mezz'ora, con l'Inghilterra. Per me è una scommessa vinta: metto da parte per un attimo l'umiltà dell'osservatore e mi sento di poter stare a pieno titolo sul carro del vincitore, dove sono salito già nell'autunno 2018, quando intuii le straordinarie potenzialità di una Nazionale allora ancora in abbozzo. Del resto, bastava guardare e giudicare... 

IL FUTURO, IN QUALCHE MODO, E' NOSTRO - Prima e durante questa kermesse, per la verità, ho anche scritto più volte che l'Italia di Bobby gol sembrava strutturata e pensata per dare il meglio dopo l'Europeo, pensavo cioè fosse già validissima ma non ancora pronta per un simile, straordinario traguardo. Ho sbagliato? Forse, ma non è neanche detto... Perché al contrario di quanto avvenne nel 2012, quando non si riuscì a dare un seguito al brillante argento conquistato a Kiev, stavolta ci sono le premesse per continuare a sognare. Questa Italia è all'inizio della sua parabola, ben lungi dal potersi sentire appagata (guai, guai!). Dovrà essere svecchiata in alcuni (pochi) tasselli, ha titolari in grado di reggere sul piano internazionale ancora per un po' di anni, ha giovani elementi già nella rosa dei 26 (Bastoni, Locatelli, Pessina, Castrovilli, Raspadori) e altri rimasti momentaneamente a casa, per scelta tecnica (Kean, Cragno, Gianluca Mancini, Lazzari, Romagnoli) o per infortunio (Sensi, Zaniolo, Lollo Pellegrini), per tacere di altri virgulti in fase di salita dall'Under (Tonali, già provato nella Maggiore, e Scamacca, i primi nomi che mi vengono in  mente). Inutile parlare della possibilità di aprire un ciclo, è prematuro e sicuramente presuntuoso pensarlo, ma di certo il futuro, in termini di competitività sui grandi palcoscenici, è nostro, quantomeno "anche" nostro. Non so se vinceremo altre coppe a breve, la concorrenza è sempre terribile, ma saremo lì a giocarcela. L'Italia è tornata, signori. 

sabato 3 luglio 2021

EURO 2020: IL CRASH TEST BELGIO SUPERATO A PIENI VOTI, L'ITALMANCIO FRA LE PRIME QUATTRO SENZA SNATURARSI. PRODEZZE DA TOP PLAYER PER BARELLA, DONNARUMMA E INSIGNE, TRISTEZZA PER SPINAZZOLA

 Le prime parole non possono che essere per Leonardo Spinazzola, uno dei top player in assoluto di un Europeo che non potrà concludere, lui che più di tutti avrebbe meritato di giocarselo fino all'ultimo istante dell'ultimo match. Un infortunio che si preannuncia grave, giunto in maniera beffardamente banale al culmine di uno di quegli slanci di generosità agonistica che sono nel Dna di questo ragazzo talentuoso e fragilissimo. E di Spinazzola c'è stato tanto pure nel trionfo di Monaco di Baviera, anche se non nella maniera a cui ci aveva abituati: meno esplosività "spacca difese" nella spinta sulla fascia, anche se la sua presenza in appoggio all'attacco è stata al solito costante, ma un più sostanzioso apporto in copertura, come richiesto dal copione tattico assunto ben presto dalla gara, con la chicca di un provvidenziale e fortunato salvataggio quasi sulla linea su tocco di Lukaku. Poi, quando il laterale romanista stava finalmente cominciando a cercare con più insistenza l'incursione di forza, approfittando dei maggiori spazi concessi da un Belgio alla ricerca del pari, ecco il maledetto crac. 

IL CRASH TEST PIU' DURO - Così, un'ombra di tristezza si è depositata sulla serata più bella e intensa del calcio azzurro dai tempi del disastro svedese dell'autunno '17. Chi scrive, è risaputo, mai ha nutrito dubbi sull'efficienza e sulla validità dell'ItalMancio, ma è certo che ieri sera si sia compiuto il passaggio definitivo dalla polvere agli altari. Era il crash test più duro, senza se e senza ma. Perché poi, alla fine, di super squadroni non è che ce ne siano tantissimi, in giro per il Continente. Non lo era la Francia iridata, quantomeno non più a livelli siderali, essendo stata spazzata via con pieno merito dall'intraprendente Svizzera di Petkovic, una delle "signore nessuno" che, secondo tanti pseudo esperti da bar sport, abbiamo affrontato in questo triennio; non il Portogallo, che non ha mai convinto in questo torneo, per tacere di una Germania in fase di passaggio  generazionale. Forse può esserlo l'Inghilterra, che però, se arriverà in fondo alla kermesse, lo avrà fatto giocando quasi sempre in casa, a parte il quarto di questa sera a Roma, vantaggio non da poco. Come dire, Europeo itinerante ma non troppo, e non certo per i sudditi di Sua Maestà. E insomma, non è che si possano incontrare squadroni un giorno sì e l'altro pure, come pretendevano gli incontentabili critici della nostra Azzurra... 

L'ITALIA NON SI E' SNATURATA - Rimaneva il Belgio, dunque, capofila del ranking FIFA, quindi una delle migliori selezioni al mondo. Esame tostissimo, per noi, e superato a pieni voti. Sempre che qualche ipercritico non abbia da eccepire sul come è stato superato. Certo sarebbe stato assurdo pretendere un'Italia al comando della sfida e in controllo assoluto come da piacevole tradizione della gestione Bobby gol, perché a volte ti trovi davanti squadre non attendiste, e anzi capaci di prendere per prime il pallino e di sprigionare luminarie offensive che è arduo contenere. Ma neanche di fronte al colosso belga la nostra Nazionale si è snaturata, se non in minima parte nei momenti di più acuta sofferenza, quando gli uomini di Martinez hanno spinto con vigore e continuità, diciamo nelle fasi iniziali dei due tempi e poi nel caotico arrembaggio conclusivo. Gli azzurri non si sono mai chiusi, non hanno mai fatto mucchio di fronte ai sedici metri, hanno accettato la sfida in campo aperto guadagnandosi gli spazi e i tempi per dispiegare la loro consueta manovra ariosa, elaborata, ieri confermatasi più che mai arma vincente da non mettere da parte mai, perché consente di alzare il baricentro, allentare la pressione avversaria e giostrare sempre vicini all'area altrui. 

VERRATTI DI ROTTURA, LE PRODEZZE DI BARELLA E INSIGNE - Uno stile di gioco che calza a pennello ai nostri, perché sostenuto dall'ormai nota precisione di tocco e di palleggio che anche in questa occasione, salvo poche sbavature causate dalla tensione, non è venuta meno, consentendoci pure uscite dalla zona difensiva in velocità ed assoluta disinvoltura. Detto del lavoro oscuro dello sfortunato Spinazzola, anche Di Lorenzo ha fornito il solito contributo di peso in retroguardia, a parte il rigore su Doku che tuttavia è stato concesso, mi pare, con un  pizzico di generosità; Bonucci e Chiellini si sono espressi su standard da Juve contiana e allegriana, e a proteggere il reparto ha dato una grossa mano un Verratti persino ruvido, a tratti, e che come spesso gli capita ha offerto il meglio di sé in fase di "rottura". Ma non solo, perché da un suo lancio  a rimettere il pallone in area, dopo che la difesa si era arrangiata alla bell'e meglio su Immobile, è scaturito lo splendido assolo di Barella, che è sgusciato di forza fra due difensori per poi scaraventare di potenza in rete il pallone dell'1-0. Sono elementi di acclarata statura internazionale, dribblano e saltano l'uomo come i campioni di un tempo, questi ragazzi: lo ha fatto anche Insigne, che si è bevuto in scioltezza Tielemans sulla trequarti per poi bucare Courtois con uno dei suoi tiri a giro a lunga gittata; il solito movimento, lo scarto a destra e la conclusione, tutto come da spartito mandato a memoria, lo si diceva anche di Robben, ma sono gesti tecnici che, se eseguiti bene, risultano difficili da disinnescare, anche se ripetuti all'infinito. 

MAI PASSIVI, E DONNARUMMA DECISIVO - Lo stesso Insigne sta nitidamente emergendo in questo Euro 2020 per il lavoro a tutto campo a sostegno dei reparti arretrati, mentre il neotitolare Chiesa ha giocato soprattutto in avanti e, nel primo tempo, ha avuto anche l'occasione per far male con una fiondata di destro dal limite e, prima ancora, con un tiro deviato che per poco non sorprendeva il lungagnone guardiano dei Diavoli Rossi. Nella ripresa ci ha provato al volo anche Spinazzola su assist dell'ispirato Insigne, altri potenziali pericoli sono rimasti in abbozzo ma spesso il pallone ha danzato nei pressi o all'interno dell'area belga. Sempre vivi, attivi e reattivi, insomma, con Jorginho un po' più sottotraccia del solito ma intraprendente nell'inserirsi in prima linea (e su di lui poteva starci un rigore, non nitidissimo esattamente come quello su Doku). Il numero di occasioni create non si è incrementato, stavolta, soprattutto per via della serata no di Immobile, che col suo incaponirsi in certi tentativi solitari ha palesato una certa mancanza di lucidità, dovuta forse a un serbatoio di energie che comincia a essere in riserva. 

Poi, come detto, ci sono state le inevitabili concessioni alla possanza del gioco belga: nel primo quarto di partita Donnarumma ha tolto le castagne dal fuoco due volte su Lukaku e una su un De Bruyne che ha confermato appieno la sua classe, con accelerazioni che hanno messo in ambasce il nostro reparto di mezzo come raramente era capitato fino a oggi. Nel secondo tempo, come detto, un pizzico di buona sorte col rocambolesco salvataggio di Spinazzola a due passi dalla linea (ma almeno, come si dice in questi casi, era al posto giusto nel momento giusto...), e col solito Lukaku che non è riuscito a toccare di testa un cross di Chadli radente la porta, quindi l'assalto finale di Mertens e compagni del tutto inconcludente e contenuto senza nemmeno troppo affanno. 

BELGIO SCONFITTO MA FORTE - E' stato quel che si dice un bell'incontro, perché trame di grana buona e giocate di pregio si sono fuse con il clima di acre battaglia agonistica che ha per lunghi tratti imperversato. Acre ma corretta, giova dirlo. Il Belgio non esce ridimensionato da questo confronto, tutt'altro: ha trovato sulla sua strada una rivale giovane in molti suoi uomini ma già credibile, organizzata, con un progetto di gioco moderno e sbarazzino e con individualità di assoluto spessore, al di là delle ormai risibili sottovalutazioni di certa critica ma soprattutto, spiace dirlo, di larga parte del pubblico. Non ho più voglia di polemizzare, ciò che avevo da dire sull'argomento l'ho scritto in lungo e in largo qua e sull'unico social che frequento: posso solo aggiungere che provo tristezza per chi ha scoperto l'Italia di Mancini solo a Monaco, perché si è perso tante gioie precedenti, tante partite godibili e prestazioni brillanti. Perché negarsi l'effimera felicità dello spettacolo calcistico per il puro gusto di fare i bastian contrari e i contestatori a tutti i costi? 

ABBIAMO GIA' VINTO - La terra di Germania ci è stata di nuovo propizia, come nel 2006: peccato che stavolta sia stata solo una toccata e fuga. Ora, come scrisse Italo Cucci sul Guerino all'indomani di Italia-Brasile 1982, "non vorrei che gli azzurri fossero come me: felici e paghi". Già, perché per me l'Europeo è già vinto, non solo moralmente (alle vittorie morali non ho mai dato troppo peso nemmeno al Festival di Sanremo) ma sul piano meramente sportivo. Dopo essere entrata fra le prime otto d'Europa, ora la nostra Azzurra si ritrova fra le prime quattro, un traguardo splendido che nessuno con un minimo di raziocinio avrebbe potuto pretendere da Jorginho e compagni, alla vigilia. Nel 2017 avevamo toccato il fondo della ultracentenaria storia di questa gloriosa rappresentativa, ora abbiamo di nuovo una Nazionale competitiva ai massimi livelli, che può permettersi persino il lusso di sognare ciò che io per primo, da sempre estimatore del lavoro di Mancini e dei suoi ragazzi, non osavo nemmeno chiedere a questo Club Italia. Con la Spagna, a Wembley, si potrà benissimo perdere, perché quella di Luis Enrique è compagine fresca, coraggiosa e ricca di piedi buoni, proprio come la nostra. Ma non è più la mitica Roja 2008-2012, se è vero che stava per essere disinnescata dalla Svizzera già castiga-Francia. Ci possiamo provare, ancora una volta, senza assilli e senza pressione. 

venerdì 26 marzo 2021

ITALIA-IRLANDA NORD 2-0: BENE IL RISULTATO, GIOCO COSI' COSI'. GLI ATTEGGIAMENTI PRUDENTI E AL RISPARMIO NON FANNO PER QUESTA NAZIONALE

 Si doveva vincere e si è vinto. Sicuramente banale, ma non scontato, visto che negli occhi ci sono ancora gli imbarazzanti impacci patiti dalla Francia contro l'Ucraina, con i campioni del mondo incapaci di far valere la loro nitida superiorità di talento e avvitati in un gioco modesto e monocorde. E che dire della Spagna, bloccata sul pari interno dalla Grecia, medesima sorte toccata a Griezmann e compagni? Non erano scogli insormontabili, quelli sui quali si sono arenati i due colossi europei, così come, in linea tecnica, non lo era per noi l'Irlanda del Nord. Ma i britannici, come gli altri avversari che ci attendono nel raggruppamento, rappresentano quel tipo di squadra, tosta fisicamente e rognosa tatticamente, contro cui la nostra rappresentativa da sempre soffre le pene dell'inferno. 

UN'AZZURRA... CONTRO NATURA - Prendiamoci dunque questi tre punti, e pazienza se nella mente rimangono quei secondi 45 minuti che, andando a memoria, hanno offerto il peggio della gestione Mancini, escludendo le prime timide uscite nella Nations League 2018, ormai preistoria calcistica. Leziosità fine a se stessa, ritmi bassi, prudenza immotivata che ha portato a un abbassamento eccessivo del baricentro, col risultato di aver concesso tre-quattro occasioni pericolose a una compagine dalle risorse offensive enormemente limitate. Insomma, tutta una serie di atteggiamenti assolutamente antitetici ai principi ispiratori del nuovo corso del Club Italia. E nel marasma della ripresa non potevamo farci mancare, naturalmente, l'ossessione della  "costruzione dal basso a tutti i costi", che ci è costata alcuni svarioni difensivi malamente sfruttati dai verdi. Ora che anche lo stesso cittì ha sottolineato, nel dopo gara, come non sia necessario legarsi mani e piedi a questa formula, forse ci sarà un minimo di rinsavimento. Fin dai tempi di Sacchi, gli estremismi tattici non hanno mai portato da nessuna parte: e di questa arma strategica, per quanto redditizia in determinate circostanze, non dovrebbe abusare a maggior ragione l'Azzurra attuale. Che ha nel pacchetto di mezzo il suo punto di forza, un insieme di elementi dai piedi buoni, dal palleggio sopraffino e dalla notevole visione di gioco, e che quindi deve cercare di far partire da lì la fase d'impostazione della manovra, appoggiandosi casomai sugli esterni bassi e alti, che ad esempio nella serata di Parma hanno offerto più di uno spunto positivo. 

COSTRUIRE NEL MEZZO - E' stato un esperimento, certo, favorito anche dal fatto che il risultato era stato sostanzialmente messo in cassaforte già nella prima frazione. Ed è comunque importante provare nuove idee, ricercare fonti e strade alternative per la costruzione dell'azione, per dare ulteriori brio e imprevedibilità a un atteggiamento comunque già spiccatamente propositivo. Ma l'anima del gioco azzurro, lo ribadisco, resta lì, in quella che una volta veniva chiamata "zona nevralgica". Certo, poi qualcosina cambia se non puoi contare su Jorginho e Barella, ossia su due dei giocatori di maggiore statura internazionale del gruppo. Locatelli, comunque, ha tenuto saldamente in mano le redini della squadra, prima di appannarsi nella ripresa come gran parte dei compagni, e Lorenzo Pellegrini ha ben giostrato da trequartista in appoggio diretto al trio d'attacco. Senza i due big di cui sopra, tuttavia, la tessitura è apparsa più "spiccia", essenziale, meno fine e metodica.

BERARDI SUPER - Gli spunti migliori in fase d'attacco, come detto, sono arrivati dalle corsie esterne. Da un'iniziativa di Florenzi è nato il perentorio affondo di Berardi che ha fruttato il vantaggio, mentre per realizzare il raddoppio Immobile si è involato sulla sinistra su lancio di Insigne, freddando l'incerto Peacock-Farrell. Berardi sta vivendo il momento migliore della carriera, o forse, ed è quanto ci auguriamo, si è finalmente assestato sugli ottimi standard di rendimento che la sua classe gli impone: dai suoi piedi, altri due assist non adeguatamente sfruttati da Immobile e da Emerson, quest'ultimo non in serata di gran vena: meglio di lui, nello scarso minutaggio a disposizione, ha fatto Spinazzola, coraggioso e intraprendente negli affondo. Ripeto quanto già scritto in passato: al momento il posto di titolare sulla sinistra spetta al romanista. 

INUTILE GIOCARE AL RISPARMIO - L'intensa settimana di qualificazioni, che si estenderà fin quasi alla vigilia di Pasqua, somiglia tanto a una prova generale del format che i grandi club vorrebbero dare agli impegni delle rappresentative, concentrandoli in un unico limitatissimo spazio temporale, possibilmente a fine stagione. Anche il fatto di doversi sottoporre a tre impegni ravvicinati con punti pesantissimi in palio, cosa che di solito avviene solo nelle fasi finali di Mondiali ed Europei ma con un maggior margine di giorni di riposo fra una gara e l'altra, può avere indotto inconsciamente i nostri a rallentare nel secondo tempo, un rischio però non ben calcolato, visti gli spazi e le opportunità concesse agli irlandesi. Insomma, si poteva spingere con più tranquillità sull'acceleratore, anche perché è mia convinzione che la Nazionale attuale si trovi in una situazione invidiabile, quanto ad alternative da mettere in campo.

Già detto di Jorginho (al momento indisponibile) e Barella, c'è almeno un'altra buona decina di ragazzi che possono subentrare senza che il tono qualitativo del complesso e le espressioni di gioco ne risentano più di tanto. E parliamo di elementi, oltretutto, che stanno vivendo una stagione buona se non eccellente: il già citato Spinazzola ma anche Bastoni, Lazzari, Gianluca Mancini, Pessina, Soriano (splendida seconda giovinezza), un Chiesa che è stato fra i pochi a salvarsi nella fallimentare campagna Champions della Juventus, Grifo sempre efficace e decisivo in Germania, e quel Kean che è diventato elemento chiave del PSG e che presto, ritengo, diverrà quasi imprescindibile anche per il Mancio, in attesa del ritorno di Zaniolo, da non forzare. Insomma, abbiamo tante frecce al nostro arco, ecco perché il gioco al risparmio, come quello visto nella ripresa del Tardini, è assolutamente da evitare. E risulta anche controproducente, in quanto lontanissimo dalle corde e dallo spirito di questo Club Italia. 

lunedì 16 novembre 2020

NATIONS LEAGUE: ITALIA-POLONIA 2-0. GLI AZZURRI VINCONO E CONVINCONO, IN UN CLIMA DI FRONDA ANTI NAZIONALI

 Sono tempi duri per le Nazionali, e per una in particolare: la nostra. A molti di voi non sarà sfuggita, nelle scorse settimane, la vergognosa alzata di scudi contro la Nations League e più in generale contro le soste dedicate alle rappresentative. Nations League inutile, si dice, come se fossero utili un torneo indecoroso e tecnicamente improponibile quale l'Europa League (che acquista una parvenza di validità solo nei suoi turni conclusivi), o tante partite surreali dei campionati nazionali a cui siamo costretti ad assistere nei mesi primaverili, partite inevitabili in leghe ipertrofiche, ingolfate da squadre che un sistema calcio serio non proporrebbe mai nella massima serie. Viaggi internazionali pericolosi in tempo di pandemia, si sostiene, come se non si fossero registrati contagi e positività anche all'interno dei patri confini. Ma tanto a pagare devono sempre essere le Selezioni e mai i club. Da noi, poi, si aggiunge un problema che temo sia quasi esclusivamente italiano: l'odio aprioristico per la Nazionale. 

L'ITALIA VINCE? GLI AVVERSARI SONO SCARSI  - I social sono tutto un florilegio di attacchi alla squadra di Mancini, paragoni improponibili con un passato spesso ipervalutato e sistematica tendenza allo sminuire le qualità del Club Italia di oggi. Se si perde (e, fra l'altro, da due anni a questa parte non è mai capitato) è perché i nostri sono scarsi; se si vince, sono scarsi gli avversari. Non si scappa: è scarsa anche la Polonia, strabattuta ieri, una compagine che, al contrario di noi, ha partecipato agli ultimi Mondiali, e che poi si è qualificata, come noi, per l'Europeo vincendo il proprio girone, è tuttora in lizza per il primato nel raggruppamento di Nations e schiera molti elementi che sono punti di forza di nostre formazioni di Serie A, oltre a uno dei bomber più quotati a livello planetario, tal Lewandowski. Ma niente da fare, i nostri sono sempre avversari deboli, modesti, mediocri, come anche la Finlandia che è approdata per la prima volta alle fasi finali continentali e che nei giorni scorsi, sia pure in amichevole, ha colto un successo storico in casa della Francia campione iridata. Ah già, le amichevoli: inutili anche quelle a prescindere, figuriamoci poi in epoca di Covid. Molti evidentemente dimenticano che, per restare all'attualità, la gara con l'Estonia a Firenze era fondamentale da vincere per il ranking Fifa, e per mantenere la testa di serie in vista dell'ormai prossimo sorteggio dei gironi di qualificazione a Qatar '22: e li volevo poi sentire, giornaloni e tifosi, se putacaso l'Italia fosse finita in seconda fascia. 

CELEBRAZIONI DISCUTIBILI - Scusate la lunga digressione, ma non ne posso più. Da due anni l'Azzurra del Mancio gioca bene, e gioca un calcio moderno, propositivo, aggressivo, financo elegante. Il cittì ha saputo valorizzare i giovani come pochi suoi successori, ha dato la possibilità di fare minutaggio ed esperienza a elementi che non trovavano spazio nei club, e così abbiamo scoperto che i talenti sono ritornati a fiorire, seppur non in tutti i ruoli e reparti. Non si può essere ciechi di fronte alla crescita esponenziale fatta registrare dal nostro movimento dopo lo scempio dell'esclusione da Russia 2018. A proposito: in questi giorni, molti siti web e pagine social hanno trovato interessante "celebrare" i tre anni dalla Caporetto con la Svezia. A parte la bizzarria dell'anniversario (perché celebrare un triennio? Che senso ha?),  ognuno fa legittimamente le scelte giornalistiche che vuole, ma sinceramente mi è sfuggita l'utilità di certi approfondimenti, in questo particolare momento storico. Personalmente, preferisco soffermarmi sul fatto che abbiamo di nuovo una Selezione degna di questo nome, che inchioda davanti al televisore e che ci fa disperare non per il gioco e per i risultati, ché quelli non mancano quasi mai, ma per l'incapacità di chiudere con buon anticipo i match pur creandone ripetutamente i presupposti 

CONVINCENTI E PROPOSITIVI - E' quanto accaduto ieri a Reggio Emilia, ed è stata l'unica macchia di una gara tra le più brillanti, efficaci e convincenti del nuovo corso azzurro. Conforta soprattutto una cosa: l'Italia può incappare in serate no, come in occasione del recente pareggio con l'Olanda, ma sono eventi episodici. Il trend, da fine 2018 ad oggi, è chiaro: il livello delle prestazioni è quasi costantemente alto, con oscillazioni dovute anche a situazioni contingenti. Poche ore fa, ad esempio, non erano disponibili Bonucci, Chiellini, Spinazzola, Biraghi, Verratti, Sensi, Castrovilli, Zaniolo, Immobile, Pellegrini, Chiesa, Kean. Per un calcio stracolmo di improponibili stranieri, che offre al Commissario Tecnico e al suo staff un bacino di azzurrabili estremamente limitato, sono assenze pesanti. Eppure, si riesce sempre a mettere in campo formazioni competitive, soprattutto in grado di non discostarsi dal DNA originario imposto dal trainer, cioè di non agire "in emergenza" ripiegando su moduli e tattiche più conservative; anche rimaneggiati, la filosofia è sempre quella di tenere il muso puntato verso la porta avversaria, di manovrare, di giocare la palla. E questa Italia lo può fare perché si ritrova un centrocampo dall'altissimo tasso di classe. 

CENTROCAMPO STELLARE, DIFFICOLTA' A FINALIZZARE - Anche questa non è una novità, per chi segue costantemente la Nazionale, ma va ribadito: le doti di palleggio, la capacità di costruzione di gioco della nostra zona nevralgica sono già adesso di caratura europea. Impressionante ed emblematica la ragnatela di passaggi che ha portato al sospirato raddoppio di Berardi su lancio di Insigne. A proposito: il napoletano si è ormai assestato su una quota di rendimento costante e soddisfacente. Ieri è stato il vero animatore di un attacco menomato da Covid e infortuni, ha sfiorato un gol con un tiro ad effetto, un altro lo ha realizzato vedendoselo però cancellato dall'arbitro per fuorigioco di posizione di Belotti. Insomma, dopo tanti dubbi, dopo una lunga attesa, ora abbiamo avuto le conferme che servivano per considerare Lorenzo come elemento chiave della formazione azzurra. Una formazione che è anche tornata a produrre palle gol in quantità: fra il rigore di Jorginho e il 2-0, oltre ad Insigne ci hanno provato Barella con un tiro alto di poco, Emerson sul cui sinistro si è immolato Bereszynski, e due volte Belotti, con una bella girata fuori bersaglio e con una occasione clamorosa fallita a tu per tu con Szczesny, sulla quale peraltro c'è stato un clamoroso mani in area di Bednarek non sanzionato dal direttore di gara francese Turpin. Il Gallo si è anche procurato il rigore dell'1-0 ma, complice una condizione fisica approssimativa, non è ancora la bocca di fuoco di cui questa squadra avrebbe necessità. Lo abbiamo detto: si gioca bene, si produce tanto, ma non si raccoglie in proporzione a quanto seminato. La mente torna anche alla gara vinta in Olanda, che per larghi tratti dominammo uscendo però dal campo con un risicato 1-0. 

MIGLIORARE L'EFFICACIA DEGLI INSERIMENTI DA DIETRO - Se l'immenso Immobile laziale in azzurro perde pericolosità, complice anche un quadro tattico a lui non del tutto congeniale, se Belotti non compie il salto di qualità definitivo, se Caputo abbisogna di ulteriori conferme in campo internazionale, le soluzioni restanti non sono molte: una potrebbe essere Kean, che sta facendo benissimo al Paris Saint Germain e che, dopo i problemi caratteriali, si avvia a diventare una carta forse decisiva per il futuro del nostro calcio. Nel frattempo, per porre parzialmente rimedio ai limiti offensivi, occorrerebbe maggiore efficacia conclusiva da parte di chi si inserisce da dietro. Barella, ad esempio, può arrivare al tiro anche più frequentemente di quanto già non faccia, mentre abbiamo visto in un paio di occasioni un Florenzi che, giunto in posizione di "sparo", ha cincischiato fino a perdere l'attimo propizio, ed è abbastanza strano per un giocatore che, ai tempi della militanza romanista, ha sempre avuto una buona confidenza con la porta avversaria. 

LOCATELLI SUPER, DIFESA BLINDATA - Rimangono però dati di fatto assolutamente confortanti: la citata, poderosa mole di gioco che scaturisce da un centrocampo di qualità, in cui sta emergendo prepotentemente Locatelli, capace di alternare squisitezze tecniche a giocate di cruda efficacia e precisione. E una difesa solida, sicura, a tratti persino disinvolta in certe uscite in palleggio dall'area. Acerbi ha dominato la terza linea in lungo e in largo, sfoderando tratti di leadership tali da non far rimpiangere Bonucci e Chiellini, Al suo fianco Bastoni ha offerto una prova con pochissime sbavature: sarà anche un pochino merito loro se il "Pallone d'oro virtuale" Lewandowski è stato pressoché disinnescato? Sulle fasce è arrivata una spinta costante da Florenzi ed Emerson, con quest'ultimo capace di prodursi anche in preziose chiusure. Dopo tutto questo, però, la final four rimane da conquistare: siamo primi, ma il viaggio in Bosnia non è mai una passeggiata. Dzeko e compagni non hanno avuto una Nations felice, ma all'andata, a inizio stagione, ci bloccarono sul pari, quindi vincere è tutt'altro che scontato. Ah, una cosa, per chiudere il cerchio con quanto detto all'inizio: se, nonostante le premesse, il primato nel gruppo non dovesse essere centrato, cosa possibilissima, niente lamenti, per favore. Questa Italia è mediocre, no? E allora perché pretendere risultati che non è in grado di ottenere? 

giovedì 15 ottobre 2020

NATIONS LEAGUE: ITALIA IN DIFFICOLTA' CON L'OLANDA. CI SALVANO L'ASSE CHIELLINI - BARELLA E UN'OTTIMA TENUTA DIFENSIVA

Non si era mai vista così in difficoltà la Nazionale del Mancio, perlomeno da quando è diventata una squadra vera, ossia dalla trasferta in Polonia per la prima Nations League, gara qui pluricitata in quanto pietra angolare del processo di maturazione del nuovo Club Italia. Nella serata di Bergamo l'Olanda, a tratti, ci ha fatto veder le streghe, e in simili circostanze è sempre meglio guardare alla metà piena del bicchiere: non aver perso è un grande risultato e mantiene intatte le nostre speranze di artigliare il primato nel girone. 

Di più: pur in una situazione di notevole sofferenza, i nostri le hanno prese ma anche date, nel senso che, a fronte dei rischi corsi, hanno avuto almeno tre opportunità clamorose per conquistare l'intera posta, due delle quali, una per tempo, capitate sui piedi di Immobile, per il quale in azzurro continua a mancare il killer instinct laziale. La svolta negativa del match è coincisa proprio con la palla gol fallita da Ciro su perfetto assist di Verratti: dal possibile, e non immeritato, 2-0, si è passati all'1-1 nel volgere di una manciata di minuti, coi tulipani oggettivamente fortunati, visto che il pari di Van de Beek è stato propiziato da un rimpallo a centro area. 

Da quel momento, lo si è detto, Italia in ambasce, ma più per una situazione di imbarazzo tattico che per la classe degli avversari, visto che quanto a livello tecnico, a qualità dei singoli, le due rappresentative grosso modo si equivalgono, a parer mio. I problemi che affliggono il cittì sono noti, al di là delle contingenze della partita: Jorginho ha confermato di attraversare un periodo di scarsa brillantezza, Immobile ha sempre il "braccino" nei sedici metri finali, Chiesa continua ad essere troppo fumo e poco arrosto: qualche giocata la azzecca, ma non basta, e l'incisività in avanti è ancora una chimera. Come vivacità, come spirito di iniziativa, meglio il subentrante Kean, che però parte eccessivamente da lontano non riuscendo a diventare pericoloso in zona tiro. 

E tuttavia, giusto sottolinearlo, non sono mancati i motivi di consolazione. Tre nomi dalla cintola in su: Verratti, per il citato lancio ad Immobile e per aver saputo comunque dare ordine a un reparto di mezzo un po' sballottato, a costo di qualche scorrettezza di troppo in fase di copertura; Barella, ottimo sia in interdizione che in impostazione, scheggia in perenne movimento e autore del geniale passaggio in diagonale che ha mandato in gol Pellegrini; e Lorenzo, appunto, confermatosi incursore di vaglia e il cui contributo al lavoro offensivo è stato questa volta premiato da una meritata segnatura. Ma è naturale e confortante che, in una gara di notevole sofferenza come quella di ieri, le cose migliori siano arrivate dalla difesa. Per una squadra abituata a tenere pallino, ad aggredire, a giocare sempre col muso puntato verso la porta avversaria, un esame di sostanza per la retroguardia era necessario, e va detto che è stato superato tutto sommato a pieni voti. Perché, come detto, il gol del pari è stato favorito da circostanze anche fortuite, mentre altre situazioni spinose sono state risolte con efficacia, spesso anche senza guardare troppo alla forma, all'estetica.

Il calcio italiano, si sa, sconta da almeno un decennio la crisi della sua leggendaria vocazione difensiva, e quando è costretto in trincea deve spesso aggrapparsi a certi vecchi draghi. A Bergamo, ad esempio, è stata la notte di Chiellini, gagliardo come ai bei tempi, tempista e risoluto, decisivo nel tappare falle che potevano risultare esiziali. Attorno a lui un po' tutta la terza linea si è esaltata, e così abbiamo visto, ad esempio, Donnarumma sventare l'1-2 su un preciso diagonale di Depay. Da elogiare anche Spinazzola, che nel primo tempo stava cominciando a carburare e a offrire le sue consuete discese sulla sinistra, anche con una insidiosa conclusione verso Cilessen, mentre nella ripresa ha fatto risaltare le sue doti di contenimento dando un prezioso contributo per arginare le folate Orange. 

In sintesi, sull'asse Chiellini - Barella si è sostanzialmente retta la Nazionale vista poche ore fa: sono stati i più continui ed efficaci nelle rispettive zone d'operazione, i collanti di una formazione che in certi passaggi del match ha rischiato il naufragio ma, con notevole personalità, ha saputo rimanere a galla. Ora però occorre qualcosa di più: se permangono le difficoltà di Jorginho, si può dare spazio con più convinzione a Locatelli, anche ieri abbastanza in palla nel poco minutaggio avuto a disposizione. Per il resto, più che di uomini penso sia questione di condizione atletica e mentale: a novembre dovrebbe registrarsi una crescita e l'Azzurra potrà riappropriarsi delle misure di gioco che le sono consuete. La Nations League è un torneo giovane e forse di scarso appeal, ma dopo tanti anni a secco di trofei non possiamo rinunciare a cuor leggero alla possibilità di giocare in casa nostra la final four. 

sabato 5 settembre 2020

NATIONS LEAGUE: ERA IMPORTANTE RIPARTIRE. MA SENZA VERRATTI, JORGINHO, DINAMISMO E FRESCHEZZA ATLETICA, E' UN'ITALIA ANNACQUATA

Era importante ripartire, possibilmente senza troppi danni, ed è stato fatto. In una situazione come quella attuale, è difficile e forse anche poco sensato tracciare un quadro critico della performance azzurra con la Bosnia. Si tornava in campo dopo dieci mesi di stop, un intervallo agonistico così lungo la Nazionale non lo viveva dal 1946, e già questo dovrebbe bastare a dare un'idea dell'eccezionalità del momento. Sarà difficile considerare attendibili le gare di una Nations League collocata a cavallo fra le due stagioni più anomale nella storia del calcio mondiale del dopoguerra, con campionati e coppe di club finiti da poche settimane e già prossimi alla ripresa, con calciatori storditi da un tour de force di partite estive, con poche vacanze per rigenerarsi e pochi giorni di allenamento nelle gambe. 

Questo non è calcio, mi pare evidente. Poi vale più o meno per tutti, a tutte le latitudini, ma in fasi del genere soffre di più chi ha un'idea di gioco propositiva. Ecco, se non altro la gara di Firenze ha lasciato l'impressione che la lunghissima pausa non abbia annacquato gli insegnamenti di Roberto Mancini, i cui primi risultati si videro proprio in chiusura della precedente Nations League, in Polonia, quando sbocciò improvvisa e inattesa una squadra manovriera, capace di impadronirsi del campo e di tenere costantemente sotto pressione gli avversari. I cardini di questa filosofia si sono intravisti al Franchi, ma al di là delle buone intenzioni non si poteva andare. Mancavano troppi fattori determinanti: l'Italia scesa in campo poche ore fa non è la migliore possibile in senso assoluto. Nemmeno le Nazionali più forti, esperte e consolidate nella loro struttura possono rinunciare contemporaneamente a due pedine chiave nel reparto più importante: la nostra selezione era priva di Verratti e Jorginho (quest'ultimo in panca ed evidentemente non al meglio, dopo il rientro in extremis dal Chelsea), cioè il cuore pulsante di tutto il meccanismo. Lo splendido Barella di questo 2020 ha confermato l'acquisita personalità internazionale caricandosi sulle spalle il lavoro di tutto il reparto, ma è ovvio che non possa cantare e portare la croce da solo. Sensi può essere una buona spalla ma solo in condizioni di forma accettabili, che non ha ancora raggiunto, comprensibilmente, dopo i triboli della stagione interista; ha trovato comunque il modo di lasciare il segno sul match propiziando l'autorete del pareggio, confermandosi arma letale negli inserimenti offensivi. Risulterà utilissimo quando tornerà al top, così come Lorenzo Pellegrini acquisirà maggior efficacia giocando qualche metro più avanti, da trequartista, cosa che accadrà inevitabilmente quando nel mezzo rientreranno i grandi assenti di ieri sera. 

Per una gara così delicata, un nuovo debutto dopo un vuoto quasi "bellico", il cittì ha evitato sperimentazioni (ci saranno un paio di amichevoli più avanti, per tentare strade nuove), affidandosi ad alcune certezze acquisite nella prima parte della sua gestione, diciamo a un manipolo di "pretoriani". Da qui, ad esempio, l'utilizzo di Biraghi in luogo del titolare Emerson, e di Chiesa sulla fascia destra d'attacco. Se il laterale basso ha fatto il suo, dignitosamente, come quasi sempre in rappresentativa, il figlio d'arte continua ad essere né carne né pesce: un buon tiro sull'esterno della rete nel primo tempo, il lungo traversone per il palo di Insigne, tanti tentativi abortiti sul nascere, molto fumo e poco arrosto per quello che, avanti di questo passo, rischia di diventare il primo vero "caso" della Nazionale targata Mancio. Ma, lo ripetiamo, tutto è relativo: questa è una squadra nata per tenere l'iniziativa, far girare palla, aggredire; per riuscirci deve avere brillantezza fisica e lucidità, ciò che al momento latita. Troppo lenta la fase di impostazione per poter far assumere al gioco i connotati della pericolosità: senza dinamismo, senza passaggi e smarcamenti rapidi, una compagine votata alla difesa come quella bosniaca non può che avere vita facile, costringendoti a soluzioni estemporanee e velleitarie come i continui cambi di fronte, da destra a sinistra e viceversa, attuati dai nostri nei primi quarantacinque minuti, con esiti sconfortanti. 

Contenimento e contropiede: questo e null'altro hanno fatto gli uomini del santone Bajevic, dopodiché, quando si può contare su uno dei pochi fuoriclasse d'attacco del calcio mondiale, si può anche riuscire a sfruttare una delle poche palle gol e a sfiorare una vittoria che sarebbe stato premio fin troppo eccessivo. Verrebbe da dire che se questa Italia avesse un Dzeko, là davanti, potrebbe persino avvicinarsi ai massimi valori del football europeo, una volta raggiunta la miglior condizione atletica. Al Franchi Belotti ha deluso, timido e privo di slancio; avendo in rosa la Scarpa d'oro europea, bisognerebbe trovare il modo di sfruttarla al meglio. Da troppe parti si legge che Immobile non rappresenti la soluzione ideale per il modulo - Mancini, ma credo sia un preciso dovere del trainer e dello stesso bomber laziale trovare un punto d'incontro tattico, per non privare la selezione di una bocca da fuoco potenzialmente devastante. 

Poco da dire sugli altri singoli. Senza infamia e senza lode la prova della coppia centrale Acerbi - Bonucci, che si sono lasciati sfuggire Dzeko sul gol ma hanno almeno tentato di contribuire alla fase di rilancio, com'è nelle loro corde (soprattutto dello juventino). Il più attivo in assoluto è stato Insigne: spesso disordinato, raramente incisivo, alla fine è risultato comunque il più pericoloso della sterile squadra azzurra, sfiorando il palo su punizione, colpendo un legno di testa e, nel finale, mettendo sulla testa di Zaniolo un tiro-cross che ha portato il romanista a un passo dal gol. Ma l'occasione migliore è capitata sui piedi di Florenzi, che di destro ha chiamato il portiere Sehic a una gran deviazione. E' stata peraltro l'unica cosa positiva per il veterano azzurro ex Valencia, divenuto famoso per le sue percussioni offensive che invece, nella circostanza, raramente si sono manifestate. In questa nuova era azzurra rimane un buon ripiego per un ruolo in cui dovrebbe figurare come prima scelta il napoletano Di Lorenzo. 

lunedì 8 giugno 2020

ITALIA '90 TRENT'ANNI DOPO: EMOZIONI E AMAREZZE DEL NOSTRO MONDIALE "SOTTO CASA"

                   Un'immagine della splendida cerimonia d'apertura al Meazza (foto Guerin Sportivo)

Trent'anni dopo, un turbinio di sensazioni e non saper da dove iniziare per descrivere l'estate più magica, emozionante, dolceamara della mia vita. Esagerazioni, si dirà: in fondo, erano solo partite di calcio. Beh, no, le cose non stanno proprio così. Italia '90 non fu soltanto un mero susseguirsi di sfide al vertice del football internazionale. Arrivo a dire che non fu semplicemente una Coppa del Mondo come le tante che la precedettero e la seguirono. Almeno non per me, adolescente italiano che da pochi anni, per l'esattezza dal Mundial precedente, Mexico '86, aveva scoperto la passione per il pallone e ne era stato travolto. Ecco, immaginate cosa potesse significare, per un ragazzino di sedici anni che viveva di pane e calcio, poter avere, praticamente, un Mondiale sotto casa. Respirare da vicino l'atmosfera dell'evento sportivo e sociale più importante del pianeta assieme alle Olimpiadi, un evento che, ogni quattro anni, invade le pagine di cronaca per poi passare direttamente nei libri di storia e, a volte, nella leggenda. 
IL MONDIALE SOTTO CASA - E sì: era inebriante, l'aria che si respirava in quell'estate italiana. La canzone - inno della kermesse, "Un'estate italiana", per l'appunto, le notti magiche cantate a squarciagola da Gianna Nannini ed Edoardo Bennato, rende solo in parte il clima che vivemmo, noi che abbiamo avuto la fortuna di esserci. Si creò il mix perfetto, ideale, probabilmente irripetibile: la spensieratezza della gioventù e l'amore per questo sport, sul piano personale, e in generale la massima competizione planetaria ospitata dal Paese che in quel momento era davvero la patria del calcio. Vi si giocava una Serie A di altissimo livello tecnico, zeppa di campionissimi di ogni latitudine, e i nostri club si facevano onore nelle coppe europee: quella stagione 1989/90 si era conclusa col secondo trionfo consecutivo del Milan in Coppa Campioni, con il primo alloro internazionale della Samp in Coppa Coppe, con lo scontro fratricida fra Juve e Fiorentina nella finale Uefa, scontro vinto dai bianconeri. E per completezza storica, ritengo giusto aggiungere anche il Bari, che si aggiudicò la Mitropa Cup superando il Genoa in finale. Senza dimenticare che, allo spirare dell'89, sempre il Milan aveva conquistato Supercoppa europea e Coppa Intercontinentale. 
La Scala del calcio non era solo San Siro, era tutta la Penisola. E, importante sottolinearlo in questa sventurata epoca di bassa esterofilia, il merito non era solo dei fuoriclasse d'oltrefrontiera. Il vivaio nostrano scoppiava di salute, al punto che, nel periodo 1986-1990, sarebbe stato possibile schierare due differenti Nazionali maggiori con simile competitività; andatevi a rileggere la rosa della nostra selezione olimpica che partecipò a Seul '88, per dire: un gruppo che avrebbe fatto la sua degnissima figura in tanti Mondiali ed Europei recenti. 
AZZURRI, GENERAZIONE DI FENOMENI - C'era, soprattutto, una generazione di calciatori italiani ricca di classe e personalità, la generazione cresciuta da Azeglio Vicini nella sua Under 21 1984-1986, che mancò il titolo continentale di categoria per un soffio ma che incantò osservatori italiani e stranieri, grazie al suo gioco propositivo e spettacolare e ai piedi buoni  di quasi tutti i suoi elementi. Diventato CT della Selezione A dopo l'addio di Bearzot in seguito al fiasco del Mundial messicano, il buon Azeglio vi trapiantò gradualmente i suoi "pulcini". Era la nidiata di Zenga, Riccardo Ferri, Donadoni, De Napoli, Giannini, Vialli, Mancini. Altri ragazzi di assoluto valore si aggiunsero col passare del tempo: fra gli altri il poco più che ventenne Maldini, che aveva già le stimmate del fuoriclasse, il travolgente Nick Berti, il già fenomenale Roby Baggio non ancora Divin Codino, e dulcis in fundo Schillaci, approdato alla Serie A dopo una lunghissima gavetta e diventato subito protagonista e trascinatore della Juventus di Zoff, con gol e prestazioni a cui Vicini non poteva restare insensibile. Su questi e su altri validissimi giocatori, a far da chioccia, vegliava il carisma di Kaiser Franz Baresi, Pallone d'argento 1989. 
Ecco, Italia '90 è rimasto nell'immaginario di noi giovani di allora anche perché a difendere i colori azzurri c'era una squadra come quella appena descritta: talento, freschezza, spigliatezza, spirito offensivo. Una squadra che era l'immagine ideale del momento storico perfetto del pallone italiano, ossia gli anni a cavallo fra la decade degli Ottanta e quella dei Novanta: anni in cui il nostro movimento calcistico scoprì il gusto dell'attacco senza dimenticare la propria arte difensiva. L'Azzurra di Vicini ne era l'esempio plastico: giocava per vincere, spingeva, creava, ma dietro era quasi impenetrabile. "Quasi", purtroppo: il primo gol subìto in quel Mondiale, dall'argentino Caniggia nella semifinale di Napoli, le costò in pratica il titolo iridato. Ma di questo magari parleremo più dettagliatamente un'altra volta, perché il senso del mio post è un altro: e, anzi, tengo a sottolineare che oggi, a trent'anni di distanza, l'amarezza per il mancato quarto alloro mondiale è nettamente surclassata dalla dolcezza del ricordo di quelle settimane meravigliose, indimenticabili. 
IL RUOLO DEL GUERINO - Fu un crescendo di attesa e di emozioni, fin dai lunghi mesi della vigilia, e lo fu anche, devo sottolinearlo, grazie al Guerin Sportivo, quello che amo definire "il giornale della mia vita". Il Guerino seguì il Mondiale italiano in maniera esemplare: servizi, approfondimenti, commenti, foto meravigliose, inserti, iniziative speciali, e questo già da molti mesi prima che iniziasse la kermesse; ovviamente non lesinò nemmeno le critiche, perché l'organizzazione ebbe anche lati negativi, addirittura tragici, con la morte di alcuni operai nei cantieri di ristrutturazione degli stadi, aspetto che non va mai dimenticato. Probabilmente, Italia '90 non avrebbe lasciato in me un ricordo tanto indelebile se non ci fosse stato il mitico "Guerriero" ad accompagnarmi in quei mesi. Lo aspettai, lo aspettammo spasmodicamente quel torneo, e per quanto mi riguarda, alla prova del campo, mi soddisfò. Non fu così per tutti, quantomeno per tanti esperti, che ancora oggi considerano Italia '90 uno dei Mondiali storicamente più deludenti, sul piano tecnico e spettacolare. 
COM'ERA IL CALCIO DEL 1990 - Sono convinto che, per valutare appieno e correttamente la caratura di un evento sportivo lungo, articolato e complesso come un campionato del mondo, sia doveroso anche tenere conto del contesto storico calcistico in cui si disputò: quel torneo iridato cadde in un momento particolarmente complesso, direi problematico, per l'evoluzione del football. Era un periodo in cui il tatticismo esasperato stava prendendo piede un po' ovunque: il debordante Milan di Sacchi rappresentava un'eccezione, in campo internazionale, mentre, val la pena ricordarlo, le finali delle coppe europee erano sempre più un inno alla prudenza e al difensivismo: basti pensare a Steaua - Barcellona dell'86 e a Benfica - PSV Eindhoven dell'88, entrambe finali di Coppacampioni, come esempi più eclatanti. Non è un caso che, di lì a qualche anno, sarebbero state introdotte importanti novità regolamentari tese a facilitare la corsa al gol. Era un calcio in generale più equilibrato, più attento alla copertura, rispetto a quello di oggi: di fronte a questo trend generalizzato, aspettarsi un Mondiale scoppiettante, ricco di reti e di sarabande offensive, era ingenuo e fuori luogo. 
IL MEGLIO E IL PEGGIO DELLE KERMESSE - Si segnò poco, ma i momenti di buon calcio e le belle partite non mancarono. Non sempre i tanti gol sono sinonimo di spettacolo: ricordo gare come Italia - Austria, Brasile - Argentina, Germania Ovest - Cecoslovacchia, tutte terminate con una sola segnatura eppure piacevoli, palpitanti, ben giocate. Nella valutazione storica del tenore qualitativo di Italia '90 pesa eccessivamente, purtroppo, la brutta finale fra tedeschi e argentini, ma prima ci fu modo di vedere delle sfide godibilissime. La Germania interista di Brehme, Matthaus e Klinsmann vinse tutto sommato con merito, anche se chiuse in calando e, in un atto conclusivo con gli azzurri, si sarebbe trovata in notevoli ambasce; l'Argentina ebbe una fortuna sfacciata, a partire dall'incredibile ottavo di Torino col Brasile in cui venne bersagliata di tiri da ogni parte, salvata ripetutamente dai legni per poi vincere con una singola giocata d'alta scuola Maradona - Caniggia; Inghilterra e Camerun furono fra le compagini che più onorarono la rassegna, abbinando piacevolezza estetica e concretezza; Cecoslovacchia e Jugoslavia, che avevano mancato l'appuntamento con Mexico '86, si ripresentarono su ottimi livelli di rendimento, ma per loro la storia, e non parlo solo di quella calcistica, sarebbe cambiata radicalmente di lì a poco. 
Ancora: la Spagna di Luisito Suarez cittì e dello scatenato Michel ben figurò, uscendo per mano di due prodezze di Dragan Stojkovic proprio quando pareva in crescita di fiducia e di condizione; la Seleçao, nella versione più "europea" e prudente di sempre, addirittura con un libero (Mauro Galvao), non offrì le consuete luminarie, però creò moltissime palle gol ma con una bassa percentuale realizzativa, e ciò le costò la qualificazione nel citato derby con il team di Bilardo campione in carica; deluse profondamente l'Olanda, detentrice del titolo europeo, pur con una rosa straordinariamente competitiva ma penalizzata da una situazione incerta nella stanza dei bottoni (Leo Beenhakker fu nominato Commissario Tecnico poche settimane prima dell'inizio delle ostilità); e dulcis in fundo l'Italia, che disputò un grandissimo torneo pagando un prezzo esorbitante per l'unico calo di tensione, l'unico errore difensivo in sette partite giocate: una punizione abnorme, che Vicini e i suoi ragazzi non meritavano. 
INSEGNAMENTI PREZIOSI - Ecco, Italia '90 fu importante anche sotto questo aspetto, un aspetto educativo. In una estate in cui tutto sembrava perfetto, e in cui ad ognuno di noi italiani, ad un certo punto, parve quasi inevitabile che la sera dell'8 luglio sarebbe toccato a capitan Bergomi alzare la Coppa FIFA, capimmo invece che lo sport e la vita sono costellati anche di battute d'arresto improvvise, di sconfitte impreviste e per questo ancor più dolorose. Capimmo in maniera definitiva che non bisogna mai dar nulla per scontato, che spesso la realtà non è bella come nei nostri sogni. Diciamo che quella sconfitta calcistica un po' mi temprò, mi rese più preparato ai ko facendomi godere più pienamente i successi che nel percorso terreno di ciascuno di noi, in fondo, non sono poi tanti. Ebbene sì, Italia '90, col suo finale dolceamaro, fu persino una lezione di vita. Anche per questo, è stato finora il mio Mondiale più bello e più sentito. 
La Pagina Fans Facebook del Guerin Sportivo darà vita, fino all'8 luglio, a "ITALIA '90 REWIND": racconteremo giorno per giorno il Mondiale italiano con resoconti sull'andamento del torneo e foto d'epoca.