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mercoledì 21 novembre 2018

VERSO SANREMO 2019: PUBBLICATO IL REGOLAMENTO. A FEBBRAIO SARÀ GARA A GIRONE UNICO


Con la pubblicazione del regolamento sul sito ufficiale, la marcia di avvicinamento a Sanremo 2019 entra nel vivo. È arrivata la conferma, nero su bianco, di ciò che il direttore artistico Claudio Baglioni aveva già annunciato e ampiamente illustrato fin dalla scorsa estate. Il Festivalone cambia volto, dunque, per l'ennesima volta nella sua quasi settantennale storia: da rilevare, però, che non ci troviamo di fronte a novità assolute, quanto al ripescaggio di formule vincenti del passato, in parte rivedute e corrette per l'occasione. Vale per lo sdoppiamento della kermesse con una ribalta autunnale riservata agli emergenti, un'invenzione di Pippo Baudo che risale agli anni Novanta; e vale per quanto accadrà dal 5 al 9 febbraio prossimi. 
Si torna al listone unico di concorrenti, questa l'innovazione: concorso fra ventiquattro cantanti, ventidue big più i due giovani vincitori della rassegna che andrà in scena a dicembre. Non accadeva dal 2004, è accaduto solo due volte negli ultimi quarant'anni. Eppure, si tratta del format base con cui la kermesse rivierasca è nata, è cresciuta e si è affermata. Le edizioni del boom di popolarità e di vendite discografiche, quelle fra il '64 e il '71, si svolsero tutte secondo questo canovaccio, ma con una differenza sostanziale rispetto a ciò che avverrà nel Festival numero 69: all'epoca, c'era gara senza esclusione di colpi fin dalla prima serata, c'erano le eliminazioni. Vedettes italiane e straniere rischiavano da subito di essere sbattute fuori, e in effetti molti nomi eccellenti dovettero mandar giù bocconi amarissimi: da Celentano a Modugno, da Cher a Marianne Faithfull, i delusi non si contavano, in quegli epici Sanremo all'arma bianca. Era una formula che piaceva al pubblico televisivo dei tempi, appassionato di lotte canzonettistiche allo spasimo, era verosimilmente poco amata dagli artisti ma evidentemente gradita agli industriali della musica, i quali altrimenti non avrebbero fornito ogni anno agli organizzatori i nomi più prestigiosi presenti sul mercato. 
Oggi, invece, niente eliminazioni: in ventiquattro partiranno e in ventiquattro arriveranno. È il marchio di fabbrica della gestione Baglioni: accadde infatti anche nell'ultima edizione, quando tutti i partecipanti giunsero fino alle due competizioni conclusive (venerdì i giovani, sabato i "grandi"). Da buon cantautore italiano, categoria da sempre refrattaria alle gare, una volta chiamato a dirigere la più importante ha voluto da subito "ammorbidirne" i contorni, riducendo al minimo i rischi di brutte figure per i partecipanti. E va detto che ci ha visto giusto: molti temevano un tracollo di audience, dopo anni in cui la platea italiana si era abituata a sfide serratissime, a un Sanremo estremamente competitivo, pur con varie sfumature; invece, la kermesse 2018 è stata un successo televisivo. La delusione è semmai venuta dal riscontro commerciale delle canzoni in lizza, tutt'altro che esaltante. Riscontro che personalmente mi ha sorpreso, in quanto ritenevo e ritengo tuttora di buon livello qualitativo il pacchetto di proposte presentate quest'anno all'Ariston.
Se, dunque, sul piano del gradimento catodico il buon Claudio dovrebbe essere in una botte di ferro, sarà invece chiamato a lavorare di cesello per scovare opere in grado di imporsi anche a manifestazione conclusa. Rispetto all'ultima edizione firmata da Carlo Conti, trionfante sia sul piccolo schermo sia nei negozi di dischi reali e virtuali, la prima dell'artista romano si è contraddistinta per un cast più variegato, multiforme, aderente ma non troppo al gusto corrente: c'erano alcuni dei divi del momento, come Meta - Moro, Noemi e Annalisa, ma anche veterani da tempo un po' fuori dal grande giro commerciale, penso a Barbarossa, ad Avitabile o ai Decibel, e proposte di alto taglio autoriale come quella del trio Vanoni - Bungaro - Pacifico. Quest'anno occorrerà probabilmente fare meglio i conti con l'attuale realtà discografica italiana, il che vorrà dire ad esempio aprire le porte a qualche rapper, ma non solo. 
Già, perché il panorama musicale del Bel Paese è oggi molto più ricco di quanto si creda, se si ha la buona volontà di non fermarsi al mainstream e all'heavy rotation radiofonica. C'è una nicchia affollatissima di ragazzi da tempo sulla breccia con produzioni di notevole livello. Qualche nome? Ce ne sono tantissimi, ma mi piace citare Patrizia Laquidara, Paolo Simoni, Erica Mou, Zibba, Antonio Maggio, Simona Molinari, Chiara Dello Iacovo (tutti passati dal vivaio sanremese in tempi più o meno recenti, fra l'altro), gente che ha ampiamente dimostrato di saper fare musica D.O.C., che ha il suo giro di fans e di serate, ma che rischia di rimanere confinata a vita in un limbo lontano dai riflettori delle grandi platee. E Claudio Baglioni ha la personalità, il coraggio, gli orizzonti culturali per dare una chance anche a qualcuno di loro, oltre ai soliti noti. Il girone unico, in tal senso, rappresenta un'opportunità unica per fare un Sanremo diverso, più ricco di tendenze canore, più "democratico".  

mercoledì 25 luglio 2018

VERSO SANREMO 2019: LA RIVOLUZIONE A META' DI BAGLIONI. GIOVANI A DICEMBRE E LISTONE UNICO A FEBBRAIO: ERA NECESSARIO?


Sanremo: per il 2019 si cambia, e parecchio. Era fisiologico: nella storia del Festival, sporadici scossoni giungono a incidere profondamente sul tessuto della manifestazione, dopo lunghi periodi di calma più o meno piatta, di regolamenti e meccanismi di gara consolidati e immutabili, salvo minime variazioni. E così, per la sua 69esima edizione la rassegna sarà assai diversa da come ci eravamo abituati a vederla negli ultimi anni. Partiamo dai dati di cronaca, così come comunicati ieri dall'ufficio stampa della Rai e dal confermatissimo direttore artistico Claudio Baglioni sul suo profilo Facebook. Due le novità: Sanremo 2019 si sdoppierà, la classica cinque giorni di febbraio avrà un sostanzioso anticipo in dicembre, con una gara tutta riservata ai giovani; quattro appuntamenti in fascia televisiva pre-serale e due finali in prima serata, dalle quali usciranno i due volti nuovi ammessi al Festival vero e proprio. E qui arriva il secondo elemento di rottura col passato recente: a febbraio, sparirà la ormai classica divisione in due categorie, Big e Nuove proposte, ci sarà un unico listone di concorrenti, forse ventiquattro, fra i quali troveranno spazio i vincitori dicembrini della sfida fra nuove leve. 
INNOVAZIONI CON SGUARDO AL PASSATO - Rivoluzione sì, ma a metà, perché a ben guardare di veramente inedito in questi cambiamenti c'è poco. La selezione autunnale degli esordienti fu la migliore delle innovazioni apportate alla struttura del Festival da Pippo Baudo, nel 1993: tre serate dalle quali scaturirono i ben diciotto giovani ammessi al Festivalone. Nel tempo le serate si ridussero a due, poi a una, e per diversi anni la preselezione in diretta tv venne soppressa, con la clamorosa eccezione del 2002, quando fu allestito addirittura un talent, "Destinazione Sanremo": una trasmissione, poco fortunata sul versante Auditel, che si allungò per tre mesi fra vetrine quotidiane e appuntamenti in prime time, e che fornì dodici delle sedici Nuove proposte in lizza a Sanremo 2003. A Carlo Conti il merito di aver riportato in auge l'evento, rinominato "Sarà Sanremo" e modellato in buona parte secondo i moderni format catodico-musicali tanto in voga, tipo X Factor, con giuria vip in studio ed eliminazioni progressive. Ma era una serata unica, mentre Baglioni e la Rai hanno voluto questa volta creare un palcoscenico di lusso interamente riservato alle nuove leve della canzone italiana, che in pratica avranno visibilità televisiva per una settimana. 
ACCANTONATA LA FORMULA DELLA "RINASCITA" SANREMESE - Sull'altro piatto della bilancia, l'accantonamento della gara per categorie nel Festival propriamente detto, una delle innovazioni che pensavo potesse essere introdotta già l'anno scorso, se il cantautore romano avesse avuto più tempo per mettere mano al progetto: me ne è testimone il blog, leggete qui... Non accadeva dal 2004, quando il coraggioso Renis reintrodusse il listone unico di concorrenti, che però, non va dimenticato, fu consuetudine sanremese in tutta la prima, gloriosa fase della storia della kermesse: formula immutabile fino al 1973, poi ripresa altre volte negli anni della grande crisi (da me raccontati nell'e-book "Sanremo all'inferno e ritorno") e definitivamente accantonata a partire dal 1980, fatta salva l'eccezione di cui sopra. Anche in questo caso, dunque, nulla di particolarmente innovativo, pur se tale modifica al regolamento, fatta in questo momento, assume un peso specifico enorme, per le sue implicazioni. Viene infatti messa da parte una struttura di gara che è stata l'asse portante della risalita di Sanremo dopo il tunnel attraversato negli anni Settanta: tutte le edizioni della ritrovata grandeur rivierasca hanno schierato in campo Big da una parte ed esordienti dall'altra, quasi sempre con graduatorie separate. Una formula che ha più volte funzionato sul piano degli ascolti televisivi, e che ha spesso portato risultati positivi in termini di vendite di dischi e popolarità per i cantanti di entrambi i gruppi. 
PER I GIOVANI MEGLIO LA PASSERELLA DI FEBBRAIO - I tempi sono cambiati, si dice da più parti, la distinzione fra giovani e vip non ha più senso, e spesso i confini fra i due gironi sono risultati molto elastici e indefiniti, con nomi già sulla cresta dell'onda inseriti fra i debuttanti e ragazzini diventati "campioni" dopo gli effimeri exploit ottenuti ad Amici o show simili; e del resto già nel lontano 2003 un esperto di cose musicali come Linus aveva proposto di abolire la sezione giovani, sull'onda di un paio di edizioni piuttosto parche di autentiche rivelazioni. Personalmente, non sono convinto che questa mini-rivoluzione strabica, una rivoluzione che guarda contemporaneamente al passato e al futuro, possa essere funzionale alle fortune del Festival: detto dell'efficacia dimostrata nel tempo dalle due categorie in gara su piste parallele, credo che la soluzione per rivitalizzare il concorso degli emergenti non sia quella di toglierlo dall'evento principe di febbraio per confinarlo nei freddi giorni pre - natalizi.
I TALENTI LANCIATI DA CONTI - Conti, dal 2015 al 2017, si era mosso in direzione radicalmente opposta, cercando di ridare visibilità ai giovani riportandoli in apertura delle varie serate, dopo anni in cui le loro esibizioni erano state inserite in scaletta a orari da nottambuli. E pur fra mille difficoltà qualche risultato fu ottenuto, se pensiamo che da quel triennio sono venuti fuori Francesco Gabbani ed Ermal Meta, il che già basterebbe, più altri personaggi ancora in anticamera ma assai promettenti come Tommaso Pini, Maldestro, Chiara Dello Iacovo, solo per citarne alcuni; e anche il primo anno di gestione dell'autore di "Questo piccolo grande amore" ha, tutto sommato, portato all'inatteso decollo di Ultimo e al lancio di Lorenzo Baglioni e di Mirkoeilcane, talenti che hanno qualcosa da dire. Difficile, invece, prevedere boom di audience per una serie di trasmissioni incentrate soltanto su cantanti pressoché sconosciuti e messe in calendario due mesi prima del Festivalone (anche se sicuramente ci sarà un minimo di appeal scatenato dall'effetto novità): e senza audience diminuiscono nettamente le possibilità di essere notati, per ragazzi che hanno invece un disperato bisogno di essere visti e ascoltati da un'ampia platea. Poi, felice di essere smentito...
GIRONE UNICO: COME SARA'? - Il listone unico di febbraio presenta poi varie controindicazioni, della serie "maneggiare con cura"... D'accordo per i due vincitori delle selezioni, ma per il resto come si procederà  alla composizione del cast? Gli altri componenti del maxi girone saranno tutti big, o ci sarà anche un po' di spazio per cantanti di non grande notorietà che stanno tentando di emergere attraverso altre vie? Penso ad esempio a ottimi artisti come Zibba, Patrizia Laquidara, Maria Pierantoni Giua, Paolo Simoni, Antonio Maggio ed Erica Mou, che da anni si sono creati il loro pubblico e svolgono un'intensa attività, restando però sostanzialmente ai margini del circuito mainstream. In questo secondo caso, e dovendo quindi pescare in un bacino più ampio di proposte, facile prevedere che il lavoro di cernita svolto dal buon Claudio finirà per provocare ancor più malcontento di quello, tradizionale, degli esclusi dalla categoria regina nel passato. Senza pensare a ciò che accadrebbe se a vincere il Festival fosse, appunto, uno degli ex sconosciuti. Ricordate la costernazione che accolse i trionfi dei Jalisse, o di Tiziana Rivale, o di Annalisa Minetti? Una gara in cui può spuntarla l'ultimo arrivato rischia di diventare sempre meno appetibile per i veri big, già così restii a mettersi in gioco in una competizione canora.
Furono proprio eventi come quelli citati, o come l'imprevista vittoria di Mino Vergnaghi nel '79, a spingere organizzatori e direttori artistici vari a creare una blindatura per i cantanti affermati, garantendo loro accesso alla finale e possibilità di gareggiare solo con interpreti di pari o analogo curriculum. Tornando ai giovani, prevalere all'Ariston su colleghi di prestigio è raramente viatico per una carriera d'alto livello (unica eccezione Giorgia, in epoca relativamente vicina), rendendo anzi più arduo il consolidamento, perché si è da subito sotto esame in una misura più critica e spietata di quella riservata a chi ha percorso tutte le tappe di una lunga gavetta. Per tutto questo, il ripensamento del modello Sanremo così come è stato concepito non è secondo me la panacea dei mali festivalieri. Se nell'ultimo decennio la sezione dei "nuovi" ha spesso mostrato difficoltà ad emergere, è stato per altri motivi: la citata collocazione oraria penalizzante, oppure un infelice lavoro di selezione eccessivamente appiattito sui modelli imposti dai talent imperanti, trascurando altre realtà più originali e meno commerciali. E' dunque un problema di sostanza, non di forma. Ne riparleremo. 

martedì 14 gennaio 2014

FESTIVAL DI SANREMO 2014: UN PRIMO GIUDIZIO SUI BRANI DELLE NUOVE PROPOSTE, ZIBBA E THE NIRO DAVANTI A TUTTI



Poco più di un mese al Festival di Sanremo numero 64 (si parte il 18 febbraio), ed è dunque tempo di iniziare a scaldare i motori. Breve focus sulle Nuove proposte, dal momento che, come capita ormai da alcuni anni, con discreto anticipo la Rai ha offerto la possibilità di ascoltare per intero, on line, i brani degli otto giovani ammessi alla tenzone rivierasca. E dunque, cosa bolle nella pentola del più prestigioso "vivaio" della musica leggera nostrana? 
Diciamo subito che, dopo i primi ascolti, il livello qualitativo della categoria parrebbe grosso modo sulla stessa linea degli ultimi due anni, ossia discreto, dignitosissimo, senza far gridare al miracolo. Ci sono tre - quattro nomi in grado non dico di sfondare, ma comunque di gettare buone basi per tentar di conquistare un posticino al sole, e, del resto, per una mera questione statistica difficilmente potrebbero essere di più, visti i "minimi termini" a cui la sezione esordienti è stata ridotta. Scegliere appena otto ragazzi sui tantissimi che hanno fatto domanda non implica affatto che i "sopravvissuti" alla dura selezione siano dei fuoriclasse delle sette note, come del resto la storia delle ultime edizioni ampiamente dimostra: è soltanto una scelta editoriale che, non è dato sapere per quali motivi, ha imposto un taglio drastico dei posti a disposizione delle nuove leve. 
Comunque, lo ripeto, qualcosa di decente c'è: che poi le promesse e le premesse possano tramutarsi in realtà è tutto da dimostrare, perché questi ragazzi dovranno scontrarsi con una realtà, quella del mercato discografico italiano, che definire drammatica è riduttivo. La mente corre a certi personaggi interessantissimi passati negli ultimi anni dal palco del'Ariston e che, per un motivo o per l'altro, ancora non sono riusciti a consacrarsi: su tutti Erica Mou, il cui definitivo decollo è forse finalmente iniziato nel 2013 grazie alla colonna sonora del film di Rocco Papaleo "Una piccola impresa meridionale",  ma anche Il Cile, Marco Guazzone, Celeste Gaia, Jacopo Ratini (bocciato nelle eliminatorie di quest'anno): gente di talento, ma che sta faticando terribilmente ad emergere. 
Speriamo vada meglio quest'anno, ma chi vive sperando... Il presupposto fondamentale sarebbe, in sede di serate televisive del Festival di Sanremo, riservare un trattamento più degno alla categoria: confinarla a tarda sera, o inserirla di straforo tra l'esibizione di un grosso ospite e l'altra, chiaramente non aiuta, e va detto che su questo delicatissimo punto nemmeno la fin troppo strombazzata formula innovatrice di Fazio e compagnia ha portato miglioramenti nel 2013. Detto questo, parliamo invece dei "ragazzi del 2014": in una ipotetica e personalissima griglia di partenza, metterei in prima fila Zibba e The Niro, in seconda Diodato e Filippo Graziani, Bianca possibile outsider e gli altri tre, ossia Veronica De Simone, Rocco Hunt e Vadim, decisamente staccati. Questo su un piano meramente qualitativo: sul palco della kermesse, l'interpretazione dal vivo (e ciò è positivo) e la reazione del pubblico a certe proposte fin troppo facili (e questo è invece altamente negativo) potrebbero sparigliare le carte e, ad esempio, portare in cielo le canzoni di Veronica o di Hunt. Vediamo nel dettaglio un sintetico panorama della categoria, ribadendo che il giudizio arriva dopo i primi ascolti dei motivi in gara e va dunque preso per quello che è.
ZIBBA - SENZA DI TE: è il brano che potrebbe mettere d'accordo tutti, coniugando raffinatezza, qualità e orecchiabilità. C'è un testo poetico e non banale ma di facile comprensione, che tocca le corde più sensibili dell'anima; c'è una certa ricercatezza nelle musiche e negli arrangiamenti. C'è, insomma, un deciso piglio cantautoriale, ma il pezzo "arriva" subito grazie a un ritornello ben costruito. Tutto questo sorvolando sul fatto che, secondo molti addetti ai lavori, uno col percorso artistico di Zibba avrebbe meritato di essere iscritto fra i Big, ma capita spesso che, in quel di Sanremo, le differenze fra le due categorie siano piuttosto aleatorie... Con lui all'Ariston, secondo quanto dichiarato dallo stesso cantante, ci saranno anche i fedelissimi Almalibre, non iscritti alle selezioni per motivi di... anzianità.
THE NIRO - 1969: probabilmente il pezzo più contemporaneo della categoria, per stile di scrittura e per impianto musicale. Non c'è nemmeno il classico refrain che "spacca", è tutto il brano a coinvolgere, per intensità, ispirazione e originalità, in particolare con un arrangiamento di caratura internazionale. Impatto non immediato, ma grana finissima. 
DIODATO - BABILONIA: anche in questo caso, buon livello di contemporaneità (parola d'ordine di Fazio per il Sanremo 2014), anche se in un giusto compromesso con i classici stilemi della tradizione italiana: testo a tratti persino complesso, nel suo raccontare l'amore in maniera "cerebrale", senza struggimenti e mielosità, impianto musicale essenziale,  pop con venature di soft rock, discreto crescendo finale, buon eclettismo vocale. 
FILIPPO GRAZIANI - LE COSE BELLE: l'impronta paterna è largamente percettibile nella voce, che comunque mantiene una sua originalità, e nello stile compositivo. Canzone musicalmente vivace, senza cedimenti, facile da ricordare eppure non banale, un esempio di come si possa parlare dei problemi di una generazione senza scadere nella retorica e nel già sentito. Potrebbe essere la variabile impazzita della gara, non è escluso un clamoroso exploit. 
BIANCA - SAPRAI: a volte ritornano, le classiche canzoni da Sanremo anni Novanta: splendida voce femminile, melodia a vele spiegate, una certa vena malinconica di fondo. Però si tratta di un pezzo tutto sommato ben costruito, impreziosito da una vocalità originale, una canzone che onora con dignità la tradizione melodica nostrana, il che non è un reato, anzi. Potrebbe anche fare breccia nella parte tradizionalista del pubblico sanremese, ossia nella parte dominante. 
VERONICA DE SIMONE - NUVOLE CHE PASSANO: anche qui siamo nel solco del Sanremo classic. Di giovani voci femminili da usignolo il Festivalone ce ne ha proposte tantissime, soprattutto dagli anni Novanta in poi, con particolare riferimento alle gestioni di Baudo, ma non basta saper cantare bene per lasciare un segno nella storia della musica. Ecco, Veronica ha voce limpida e senza incrinature, a giudicare dal videoclip pare anche in possesso di buone doti sceniche, ma non è adeguatamente servita da una canzone che ha ben poco di originale, e che personalmente mi ricorda certe ultime uscite rivierasche di Noemi e di Arisa. 
ROCCO HUNT - NU JUORNO BUONO: francamente, speravo che i tempi di operazioni in stile "Gigi Finizio e i Ragazzi di Scampia" fossero passati. E mi aspettavo anche che il rap all'italiana, protagonista delle classifiche del 2013, trovasse a Sanremo una più qualificata rappresentanza. La canzone napoletana continua ancora oggi ad offrire voci e produzioni di altissimo spessore, sia nell'alveo della tradizione che in quello della modernità. Non è il caso di questo stanco rap all'acqua di rose, che con retorica e senza un pizzico di inventiva canta del disagio della società napoletana e della voglia di superare i tempi duri. 
VADIM - LA MODERNITA': in molti sul web l'hanno massacrato. Ecco, diciamo che ad Area Sanremo potevano scegliere di meglio, ma non drammatizzerei più di tanto. Il testo è a tratti sconcertante per banalità, il pregio è nell'arrangiamento in larga parte monocorde, quindi straniante  e per questo un tantinello originale. 

lunedì 8 luglio 2013

MUSIC SUMMER FESTIVAL: FESTIVALBAR IN VERSIONE 2.0?


Il caro, vecchio Festivalbar è improvvisamente rinato a nuova vita, resuscitando in... versione 2.0? Andiamo con ordine. La buona notizia è che dal grigiore dei palinsesti Mediaset degli ultimi anni è spuntata, come un fiore nel deserto, una kermesse canora che, nei suoi tratti essenziali, ricorda molto da vicino i "raduni canzonettistici" che affollavano i nostri canali televisivi nell'età dell'oro degli anni Ottanta e Novanta. Per il Music Summer Festival - Tezenis Live, rassegna in quattro puntate partita giovedì scorso su Canale 5, il termine di paragone più plausibile col passato, per come è strutturato l'evento, è proprio la gloriosa e mai abbastanza rimpianta creatura di Vittorio Salvetti. Diciamo subito che, in linea di massima, non si può non plaudire all'iniziativa: la musica italiana aveva disperatamente bisogno di una nuova vetrina promozionale sul piccolo schermo, laddove, fino all'anno scorso, una volta consumato il rito istituzional - celebrativo (io premio te, tu premi me e via così) dei Wind Music Awards, i nostri cantanti si trovavano... televisivamente appiedati, costretti a percorrere altre e certo più impervie vie per giungere al cuore del pubblico e dare visibilità alle loro più recenti produzioni anche durante la stagione calda.  
COME I FESTIVALBAR DEGLI OTTANTA - Oltretutto, anche se verosimilmente chi lo ha ideato non se ne è accorto, il Music Summer Festival è molto più vicino ai Festivalbar di vero culto, ossia quelli delle prime edizioni "berlusconiane" a cavallo della metà degli anni Ottanta, che non all'ultima versione della storica manifestazione, quella andata in pensione nel 2008 e che si caratterizzava per essere una semplice passerella di artisti italiani e stranieri, senza una competizione vera e propria e con vincitori decretati  dall'organizzazione senza classifiche e votazioni popolari. Al MSF, come a quei lontani Festivalbar targati eighties, invece la gara c'è, anche se riservata  ai giovani e ai DJ (come all'epoca c'erano il Discoverde, sezione nuove proposte, e la categoria Deejay-star, disfida fra artisti che proponevano musica dance e che lanciò personaggi come Carrara e Valerie Dore), e ci sono perfino gli intermezzi comici (nelle prime edizioni trasmesse su Canale 5, 1983 e 1984, facevano spesso capolino sul palco i vari cabarettisti di casa alla  Fininvest, da Gigi Sabani a Gigi e Andrea). 
FORMAT EFFICACE - Insomma, senza volerlo, chi ha ideato e organizzato il Music Summer Festival gli ha dato un sapore vintage assai più sostanzioso di quanto emerga a prima vista. E il buon impatto televisivo di un format vicino a certi schemi del passato dimostra che i discorsi sui tempi che sono cambiati, e con essi le modalità di fruizione del prodotto musicale sul piccolo schermo, lasciano un po' il tempo che trovano. E poi, quali sarebbero le nuove modalità di fruizione? Le noiose feste "governative" della discografia come i WMA (peraltro quest'anno salvati da un maggiore coraggio nell'allestimento del cast, cosa che avevo sottolineato sul blog)? E lasciamo fuori dal discorso il Festival di Sanremo, che ha un radicamento talmente forte e una... costituzione così sana e robusta da poter resistere a crisi, cambi generazionali, stravolgimenti dei gusti, ma che nella maniera in cui è  attualmente impostato non sempre aiuta la musica, riempito com'è di elementi extra che con la canzone c'entrano come i cavoli a merenda (nell'ultima edizione c'è stato un po' più di rigore in tal senso, per fortuna).
IL TRIBUTO AI TALENT - Il nuovo format di cui non si può non tener conto è di certo quello dei talent show: così, i giovani in gara al MSF vengono giudicati dai colleghi big, una sorta di supergiuria di qualità che dovrebbe risultare assai più affidabile di quelle allestite in anni recenti al Festivalone ligure, caratterizzate dalla presenza di vip che non potevano certo esser definiti sommi esperti delle sette note... Il tributo ai talent porta però anche alcune contraddizioni: vedere Antonio Maggio, trionfatore fra i giovani a Sanremo, ancora costretto a cimentarsi nella categoria degli esordienti, e per contro un "Amico di Maria", Moreno, essere introdotto sul palco di Roma fra fanfare e squilli di tromba e collocato fra i super divi fuori concorso, beh, stona un po', anche se dalla sua parte ci sono i riscontri di vendita, effettivamente notevoli.

                                      Moreno, protagonista al Music Summer Festival

LE SOLITE FACCE - Il vero tallone d'Achille del Music Summer Festival non è stato questo, a ben vedere, e nemmeno lo squilibrio di valori fra i due presentatori, con una Alessia Marcuzzi fin troppo gigioneggiante ma tutto sommato padrona della situazione (anche lei, del resto, rappresenta un trait d'union con un'altra epoca felice del Festivalbar e della musica tv, la seconda metà dei Novanta) alla quale ha fatto da contraltare un Simone Annichiarico totalmente pesce fuor d'acqua, privo di slancio e freddo come un ghiacciolo. No, il vero "buco nero" della manifestazione è rappresentato dalla solita ristrettezza di vedute nella composizione del cast dei big. Certo, fa sempre piacere vedere all'opera gente come Gianna Nannini ed Eros Ramazzotti, e del resto sono fondamentali per assicurare all'evento una adeguata audience. Però, gira che ti rigira, la sfilata catodica è riservata sempre ai soliti nomi (i due citati, Zucchero, Pino Daniele...): personaggi che non hanno certo bisogno di promozione, perché sono fra i pochi artisti italiani ancora in grado di fare sistematicamente il vuoto nelle hit parade. Voglio dire, giusto che ci siano per impreziosire lo spettacolo, ingiusto che si punti quasi tutto sulla loro presenza togliendo spazio ad altri che, invece, di promozione e passaggi tv avrebbero bisogno come il pane, al contrario dei "divi". 
I DIMENTICATI - Faccio alcuni esempi: nelle scorse settimane, hanno dato alle stampe le loro nuove opere cantanti di assoluto valore come Alexia, Marco Masini, i Velvet, Fabrizio Moro, Enrico Ruggeri, Paola e Chiara, Erica Mou (rivelazione di Sanremo 2012),  Niccolò Fabi, Antonella Lo Coco, Federica Camba, Anna Tatangelo. Veterani, giovani, big di fresco conio e qualche rappresentante di quella generazione di mezzo degli anni Novanta troppo presto accantonata, diciamo pure "pensionata" a livello mediatico ed esclusa dal grande giro dei passaggi tv. E' la classe media della nostra musica leggera, professionisti di talento e di discreto seguito che magari non sbancheranno le classifiche (però qualcuno di loro lo ha fatto, in passato) ma che meritano visibilità e necessitano di un sostegno maggiore rispetto a quello dato agli onnipresenti mostri sacri. Poiché il cartellone del Music Summer Festival è in evoluzione, magari qualcuno dei sopra citati comparirà nelle prossime tre serate, e sarò il primo ad esserne felice. Per il momento, non posso che registrare questo "strabismo" artistico degli organizzatori, che puntano a vincere facile con cantanti dall'appeal internazionale innegabile (ma che rischiano di inflazionarsi) e non hanno il coraggio di fare accomodare al tavolo anche il  resto della popolosa (e meritevole) fauna canzonettistica nostrana.
IL RAP E I SUOI NUOVI PROFETI - Di originale, nella serata romana andata in onda giovedì scorso, c'è stato l'ampio spazio riservato agli esponenti del mondo rap in tutte le sue sfaccettature e contaminazioni: una presenza financo sovrabbondante, ma anche qui c'è poco da scandalizzarsi. Se il criterio di scelta è stato quello... commerciale, non si poteva fare altro: dando un occhio alla classifica di Sorrisi e Canzoni della settimana scorsa, nella top ten dei cd più venduti ci sono quattro artisti catalogabili in questa categoria: Moreno, Fedez, Gué Pequeno e Coez, tutti presenti sul palco del Music Summer Festival. Queste rassegne canore devono avere la capacità di anticipare certe tendenze ma anche di registrare fedelmente quelle già sulla cresta dell'onda: e questo è il momento del rap, piaccia o no, anche se questa improvvisa deflagrazione di un genere non propriamente alla portata di tutte le orecchie, con conseguente sovraesposizione televisiva, porta con sé il rischio di una rapida saturazione. 

domenica 19 febbraio 2012

SANREMO 2012: LE PAGELLE DEI BIG E DEI GIOVANI

I BIG
"La notte" - Arisa: smessi i panni della semplicità e dell'ingenuità un po' da "bambina fra le nuvole", su cui aveva costruito un'immagine fresca e vincente, si è gettata fra le braccia della più tradizionale melodia all'italiana, in un format che avrebbe letteralmente spopolato nei Festival anni Ottanta e Novanta. Il pezzo è gradevole, intenso, splendidamente interpretato, ma convenzionale, e con questo stile parecchio inflazionato non sarà facile per lei restare protagonista ai massimi livelli. VOTO: 7. 
"Un pallone" - Samuele Bersani: dopo le incertezze della prima serata, il cantautore ha ripreso quota e ha fatto "arrivare" agli ascoltatori il suo brano dalla costruzione insolita e dal ritmo cadenzato e coinvolgente. Testo a tratti ermetico ma tutto sommato accessibile, sempre sospeso fra fantasia, metafore e realtà, unite infine da un ideale fil rouge. VOTO: 7.
"Nanì" - Pierdavide Carone e Lucio Dalla: poetica veramente di stampo "dalliano", delicata, evocativa ma al contempo estremamente cruda nella lettura della vita quotidiana. Limitato ma di gran sostanza l'apporto del grande cantautore bolognese, con dei controcanti che evidenziano la suggestione intatta della sua voce. Un peccato non si sia "dato" di più al pubblico e alla canzone presentata. VOTO: 7
"Al posto del mondo" - Chiara Civello: come già detto in altri post, e sorvolando sul fatto che comunque questo brano è "vecchio" di due anni e già noto al popolo del web, ci si aspettava qualcosa di più. Presentata come eccellenza jazz di livello internazionale, di jazz non ne ha invero portato sul palco dell'Ariston, puntando su una classica melodia di stampo festivaliero, certo interpretata con garbo, ma non era questo che le si chiedeva. Altre artiste di nicchia che in passato hanno tentato la carta sanremese erano state più coraggiose, penso a Nicky Nicolai e ad Amalia Grè. VOTO: 6
"Respirare" - Gigi D'Alessio e Loredana Bertè: ribadisco quanto già scritto nel commento alla quarta serata: il remix in chiave dance avrebbe funzionato di più e meglio se fosse strato proposto come versione originale per la gara, spiazzante e ben confezionato. Giudicando invece la canzone nella sua forma primaria, il ritmo fonde il "neomelodismo dalessiano" con un arrangiamento "eighties" e vaghe reminiscenze disco settantiane. Piacevole, insomma, ma un po' demodé. Testo semplice ma che va dritto al cuore, una dichiarazione di affetto fraterno e protettivo che pare rivolta proprio all'interprete femminile del pezzo. Più dignitose di qualche anno fa, ma sempre pericolosamente altalenanti le prestazioni al microfono di Loredana.VOTO: 6. 
"Ci vediamo a casa" - Dolcenera: il ritornello meglio strutturato e più orecchiabile del Festival. La cantante pugliese prosegue la sua marcia verso sonorità pop più elaborate ed "europee", accompagnate da testi più complessi. Dei due pezzi maggiormente impegnati "socialmente" (l'altro è quello di Emma), questo mi è parso più toccante e azzeccato, perché descrive in maniera meno diretta e rabbiosa, e più soffusa ed evocativa, una situazione che coinvolge molti di noi, riportando alfine l'attenzione sull'amore che, anche in un quadro così fosco e scoraggiante, rappresenta una delle ancore di salvezza, forse la principale, a cui aggrapparsi per resistere. VOTO: 9. 
"Non è l'inferno" - Emma: costruita per vincere. Qui, come detto, lo sguardo sulla realtà è diretto, aggressivo, senza mediazioni e mezzi termini. Va comunque bene così, purché se ne parli, perché di fronte a questo sfascio non si può tacere. Nel merito musicale, trattasi di pop puro e senza arzigogoli, e la costruzione in crescendo enfatizza il tutto rendendo il pezzo di forte impatto. VOTO: 7. 
"E tu lo chiami Dio" - Eugenio Finardi: intensa e ispirata, questa composizione, ben servita dalla voce matura e dal carisma scenico del cantautore. Il testo non è immediatissimo, non tanto nel linguaggio quanto nei concetti espressi, la spiritualità e la ricerca di una entità superiore anche da parte di chi non si considera un credente a tutto tondo, un percorso che avviene per tutti attraverso esperienze di amore e di dolore. Azzardo e dico che potrebbe avere persino appeal radiofonico. VOTO: 7,5. 
"Grande mistero" - Irene Fornaciari: in questi giorni sono probabilmente stato l'unico a trovare che il brano pittoresco e favolistico di Van De Sfroos le sia stato cucito addosso alla perfezione (e forse rientra pure nelle corde del padre Zucchero, detto incidentalmente), e che lei vi si sia dedicata anima e corpo restituendolo al pubblico con convinzione e credibilità. Evidentemente deve ancora essere abbattuto un diaframma di empatia fra questa giovane artista e la grande massa. VOTO: 6/7. 
"Canzone per un figlio" - Marlene Kuntz: queste presenze musicalmente "aliene" per il Festival fanno sempre piacere perché accrescono lo spettro di generi da mettere alla portata del pubblico televisivo. Rock all'italiana (non particolarmente aspro) di discreta fattura e impreziosito da una voce graffiante, ma forse un po' troppo annacquato da un arrangiamento live che dà eccessivo spazio all'orchestra, soprattutto ai fiati. Anche loro, insomma, hanno optato per un compromesso e si sono banalizzati, ma non ai livelli della Civello. VOTO: 6 +. 
"Sei tu" - Matia Bazar: ritorno dignitosissimo dopo una lunga assenza. Mezzanotte ai limiti della perfezione, ritornello acchiappa applausi di quelli che si facevano una volta a Sanremo. Forse più convincente questa proposta rispetto a quella vincitrice nel 2002 ("Messaggio d'amore"). La parte iniziale dell'inciso evoca "Gente come noi" di Spagna, ma in maniera molto vaga, non si può parlare di scopiazzatura come qualcuno ha fatto. VOTO: 6,5. 
"Sono solo parole" - Noemi: il buon Fabrizio Moro è assai poliedrico e passa dai pezzi sociali al rap duro e puro e alle ballad con l'amore in primo piano: è il caso, quest'ultimo, della canzone confezionata per Noemi, la cui voce "nera" calda e affascinante l'ha colorata con le giuste tonalità, prima soffuse e poi grintose. Lei è un talento vero e il brano, pur non banale nella struttura, è furbo e orecchiabile, più di facile presa rispetto all'intensa "Per tutta la vita" di due anni fa. VOTO: 8. 
"La tua bellezza" - Francesco Renga: la miglior voce maschile del pop italiano si conferma, anche se la sua canzone (almeno per le mie orecchie) non è immediatissima e ha necessitato di più ascolti. Esce alla distanza, anche se di impatto minore rispetto a quella che gli regalò l'unico trionfo sanremese, "Angelo" del 2005. Arrangiamento di squisita fattura, specie con gli arricchimenti corali e strumentali nel finale.  VOTO: 7,5. 
"Per sempre" - Nina Zilli: una delle voci più complete ed eclettiche della canzone italiana anni Duemila, ha scelto il suo stile "vagamente retrò", come dicevano i Matia Bazar in "Souvenir" (Sanremo 1985), e sofisticato assai, con pennellate di jazz e blues, e lo persegue con convinzione. E' evidente il richiamo a Mina, che rende non originalissima nell'impostazione ma comunque di grande effetto la sua canzone. Può però fare di meglio. VOTO: 6,5. 

I GIOVANI
"E' vero" - Alessandro Casillo: la sua vittoria è quella della filosofia da "talent show": canzone che è l'essenza dell'easy listening, bella presenza e schiere di ragazzine adoranti. Più che la qualità del pezzo e il talento del giovanotto, ha deciso la sua provenienza artistica. Gli auguro comunque un bel futuro, ma non si illuda perché non sarà sempre tutto così facile come questo trionfo annunciatissimo. VOTO: 6.
"Nella vasca da bagno del tempo" - Erica Mou: ecco, a proposito di talento vero... Lei era la migliore, con uno stile scarno ma efficace, pensieri di una ragazza di fronte al futuro cesellati con finezza poetica ma anche concretezza e immediatezza. Ispirazione cantautoriale abbinata a un'immagine di grande serenità e semplicità. Non sprecate questa gemma, cari discografici. VOTO: 8.
"Guasto" - Marco Guazzone: lui è invece più convenzionale nel linguaggio, lo stile è maggiormente commerciale ma di stampo contemporaneo e internazionale. Brano di forte impatto. VOTO: 7,5.
"Incredibile" - IoHoSempreVoglia: ritmo incalzante per una "soft rock ballad" che richiama sonorità di alcuni gruppi dell'underground italiano anni Novanta, che parte in maniera promettente ma poi si sviluppa seguendo linee standard e prevedibili della musica leggera. Non impeccabile la voce solista. VOTO: 6. 
"Carlo" - Celeste Gaia: la canzone forse più insolita di tutto il Festival, per il testo stralunato e ricco, un linguaggio nuovo carico di suggestioni, di pennellate immaginifiche e sognanti ma anche di concreto realismo. E la musica non può non rapire l'orecchio, così come non può non rapire lo sguardo la sua bellezza particolare. Altro gioiello da non sciupare con scelte discografiche poco coraggiose. VOTO: 8. 
"Sono un errore" - Bidiel: svolazzi di rock and roll, qua e là, in un brano magari non originalissimo nell'impostazione ( addirittura con echi degli A-ha di "Take on me" nel refrain) ma tutto sommato di discreta fattura. Voci già sufficientemente graffianti. VOTO: 6. 
"La mail che non ti ho scritto" - Giulia Anania: sottotono. Canzone piuttosto banale e che sa un po' di vecchio e di già sentito.  La parola moderna inserita nel titolo non basta a dare al tutto un alone di contemporaneità.  VOTO: 5. 
"Incognita poesia" - Giordana Angi: brano pretenzioso e non facile, per una debuttante che ha feeling nella voce ma che, nella circostanza, ha voluto strafare, con virtuosismi ed arabeschi spesso fini a loro stessi e dannosi per la buona riuscita dell'esecuzione. Deve essere più moderata nella performance, poi se ne può riparlare, perché la stoffa c'è. VOTO: 5,5. 

sabato 18 febbraio 2012

SANREMO 2012, QUARTA SERATA: NON TUTTI SFRUTTANO I DUETTI

Se questo Festival numero 62 fosse una schedina del vecchio Totocalcio, il compianto Paolo Valenti avrebbe pronunciato la classica frase: "Le quote sono popolari", ossia risultati facili da pronosticare e pochi soldi da distribuire ai tanti vincitori. Così, dopo gli scontati ripescaggi del giovedì, verdetti prevedibili quando non annunciatissimi anche ieri sera: nessuno è stato in grado di frenare la corsa di Alessandro Casillo verso il trionfo fra i Giovani, troppo poderosa la spinta dell'oceanico popolo di fans che già stravede per il ragazzino di "Io canto", nonostante tra i finalisti ci fossero almeno due proposte più mature, talentuose e meritevoli. E fra i Big, hanno salutato la compagnia prima della sfida conclusiva di oggi i quattro nomi che erano da considerare gli "anelli deboli" del cast, per motivi diversi (Civello e Matia, dopo Marlene e Fornaciari). 
Sotto quest'ultimo aspetto, qualcosa di positivo c'è: la finalissima presenterà ai nastri di partenza la "griglia" migliore, e la partita si annuncia equilibrata, certo più dell'anno scorso, quando niente e nessuno pareva poter interferire nel duello fra Vecchioni e la coppia Modà - Emma, come poi accadde. Proprio Emma è, ad oggi, l'unica vera favorita, colei che distanzia un po' tutti gli altri nelle quote, ma la sua figura e la sua canzone non si stagliano nettamente sopra tutte le altre, anche se le carte in regola per sbancare l'Ariston ci sono tutte.
DUETTI NON SFRUTTATI - Intanto, "in questa notte di venerdì", come cantava proprio Morandi nel 1987 con Ruggeri e Tozzi, i Big hanno scaldato i motori  e cercato di guadagnare considerazione con l'arma dei duetti, ormai una istituzione del "sanremone". Però, c'è duetto e duetto. Ce ne eravamo già accorti giovedì, quando a eventi di assoluta eccellenza si erano affiancate due o tre performance davvero.. dimenticabili, e la conferma è arrivata a 24 ore di distanza. Questa serata era nata, nel 2005, con l'intento originario di colorare in maniera diversa i brani in concorso, di fornirne versioni alternative, ma dobbiamo constatare che col trascorrere del tempo questa spinta alla "rilettura" si è un po' annacquata. La mia interpretazione di questa involuzione è che molti cantanti si fidino ciecamente delle loro canzoni nel "format" originale e cerchino di rischiare il meno possibile, in chiave gara ed eliminazioni, apportando solo il minimo sindacale di modifiche. 
Così, molte accoppiate si esauriscono nella soddisfazione, per  lo spettatore, di vedere sul palco popolari volti della canzone oltre a quelli già in competizione, senza però che la loro presenza incida più di tanto. Presenza che, in altri casi, risulta addirittura del tutto pleonastica. E' ciò che è avvenuto con Paolo Rossi, che non è praticamente esistito a coadiuvare Bersani, al di là di qualche rotolamento sul palcoscenico, da clown di terza categoria: era davvero necessario? E nessuno si era accorto dell'inutilità dell'attore in quel contesto, per fermarlo in tempo? Per fortuna, il pezzo di Samuele è sufficientemente forte da poter... cavarsela da solo, così come brilla di luce propria "Nanì" di Dalla - Carone, anche se Gianluca Grignani ci ha messo voce e grinta ma senza lasciare più di tanto il segno. Discreto ma sostanzioso l'apporto di Gaetano Curreri a Noemi, due voci poliedriche, particolari, dolci e potenti allo stesso tempo, che si sono ben amalgamate pur senza guizzi particolari.  
D'ALESSIO DANCE: GIU' IL CAPPELLO! - Debbo invece levarmi il cappello di fronte a D'Alessio e alla compagna d'arte Bertè: ecco, loro sì che hanno compreso appieno lo spirito della serata. Hanno preso la loro "Respirare", ritmata e trascinante ma un po' datata nell'arrangiamento, e l'hanno rivoltata come un calzino, trasformandola, grazie alla consulenza "sul campo" di Fargetta, in un pezzo dance ultramoderno che ha fatto esplodere il teatro. Bravi. E bravo anche Finardi a scegliere l'accompagnamento di Peppe Servillo: due voci così ispirate e ricche di sfumature e di registri, dall'intensità di stampo cantautorale, non potevano che esaltare una canzone di forte impatto emotivo come "E tu lo chiami Dio". Lo stesso discorso può applicarsi ad Arisa, la cui solenne melodia ad ampio respiro è stata resa ancor più d'atmosfera dalla raffinatissima voce di Mauro Giovanardi e dal violino leggendario di Mauro Pagani. 
RENGA "SOTTOVOCE" - Una rilettura in minore quella de "La tua bellezza" da parte di Francesco Renga, che ha approfittato del coro Scala & Kolacny Brothers per una interpretazione meno d'impeto e più sottovoce: scelta intelligente che ha saputo fornire una visione più completa del brano e che, per quanto mi riguarda, me lo ha fatto apprezzare e capire maggiormente anche nella versione originale. Promossa anche Dolcenera con Max Gazzè, il quale, pur non incidendo in modo profondissimo sulla canzone, ne ha cantato una parte in modo del tutto convincente, l'ha fatta sua, tanto da non far sembrare astrusa l'ipotesi che "Ci vediamo a casa" potesse essere presentata in gara direttamente da questo inedito duo. Un'abbinata fin dal primo giorno avrebbe forse potuto giovare anche a Nina Zilli,  eccellente nella interpretazione a due voci con Giuliano Palma, che ha esaltato le venature soul e Rythm and blues di entrambi. 
PLATINETTE SORPRENDENTE - Sempre impeccabile (e bellissima) Alessandra Amoroso, che forse era stata più incisiva nel duetto di due anni fa con Valerio Scanu (da molti considerato decisivo per la vittoria del sardo): ma non era il caso di strafare, in quanto Emma il suo pezzo lo valorizza abilmente anche da sola. Coraggiosa e fuori dagli schemi la scelta dei Matia Bazar di farsi accompagnare sul palco da una Platinette che, per una volta, si è spogliato della sua maschera di scena, e ha dato vita a un recitato che ha reso la canzone "Sei tu" molto simile, per impostazione, a una certa "La paura di morire", splendida composizione presentata da una certa Annagloria al Festival di Sanremo 1975. Per Chiara Civello, l'idea della versione "da pianoforte", anzi doppio piano, poteva essere azzeccata, purtroppo l'artista jazz non è stata supportata con efficacia da una Francesca Michielin forse ancora acerba per il palco di Sanremo. Chiara, per avere qualche chance in più di arrivare in fondo a questa gara, avrebbe dovuto scegliere due duetti (straniero e italiano) assolutamente impeccabili e "da urlo", li ha invece sbagliati entrambi e ne è stata ingiustamente penalizzata, pur cercando di reggere la baracca da par suo: bocciato in toto Shaggy, solo "rimandata", con le attenuanti dell'età (verdissima) e delle innegabili capacità la ragazza di X Factor.  
I GIOVANI E TUTTO IL RESTO- Di Casillo si è detto, e casomai sorprende che l'orchestra, la quale aveva la possibilità di operare una scelta fondata sulla qualità, non ne abbia in qualche modo "ostacolato" il cammino: ha vinto il pezzo di facilissima presa, ma il talento vero era nel sound internazionale di Marco Guazzone e nella fresca, essenziale, innovativa e ispirata vena autoriale di Erica Mou. Per il resto, la serata ha offerto un'apertura magica, con la danza elegante e gioiosa della splendida Simona Atzori, un esempio per tutti, una forza della natura animata da una serenità interiore veramente invidiabile. Performance in crescendo per un Alessandro Siani che ha via via trascinato il pubblico dell'Ariston con una comicità semplice, in qualche modo di classica matrice napoletana, ma il cui stampo si sta perdendo ed è giusto che i pochi difensori di tale cultura vengano valorizzati. Senza guizzi l'ospitata di Sabrina Ferilli, mentre Rocco Papaleo continua, in punta di piedi, a regalare "svolazzi" della sua comunicativa teatrale e saggi di scarna e fantasiosa poetica. Sottovalutato. 

giovedì 16 febbraio 2012

SANREMO 2012: SECONDA SERATA, FINALMENTE LA MUSICA AL CENTRO

Musica, finalmente! Una boccata d'ossigeno per i puristi del Festival. E sì, perché la seconda serata è parsa, vivaddio, più in linea con l'essenza originaria della manifestazione, quella che dovrebbe "coccolare" i cantanti e le loro canzoni, ponendoli al centro dell'attenzione invece di lasciarli in un cono d'ombra, oscurati da baracconate di varie umanità e di dubbia validità artistica. Così è stato, e per fortuna, ogni volta che Gianni Morandi ha invocato, dal palco dell'Ariston, nuove irruzioni di Celentano, è giunto il silenzio come unica risposta: ce ne faremo una ragione, nella consapevolezza che presto, entro sabato, in Riviera sarà di nuovo l'ora del Molleggiato. Intanto, per questo secondo capitolo della saga festivaliera, ecco snodarsi uno spettacolo al passo con le moderne esigenze di uno show musical - televisivo ma assolutamente rispettoso della tradizione della kermesse: canzoni a ritmo sufficientemente sostenuto, intervallate da momenti "extra" non invasivi e debordanti come la celentanata di ventiquattr'ore prima, e poi il tanto sospirato pathos delle eliminazioni, sottratto alle brame degli spettatori la sera del debutto, e persino le nuove proposte di Sanremosocial collocate in scaletta ad orari non eccessivamente penalizzanti. 
Del resto, quando si è vista comparire la sospiratissima Ivana Mrazova, è stato chiaro che tutto era ritornato alla normalità, e difatti, dopo gli "sconvolgimenti" del vernissage, nulla è parso fuori posto o stonato, nemmeno le incursioni dei Soliti Idioti, che personalmente non conoscevo, se non per sentito dire (e non era un sentito dire incoraggiante) e che ho trovato tutto sommato gradevoli, anche quando non han dovuto far ricorso alla trivialità che pure ne rappresenta, pare, un corposo e discusso marchio di fabbrica. I due ragazzi "made in Mtv" hanno persino regalato alcuni momenti musicali certo ironici, ma non privi di un certo spessore, spaziando da un rock persino più schietto di quello dei Marlene Kuntz a un divertissement di stampo "arboriano", con quella "Buongiorno" decretata d'autorità, da loro stessi, canzone vincitrice del Festival. I richiami all'omosessualità? Leggeri e con la voglia di sdrammatizzare un tema che, anche in edizioni recentissime, è stato vissuto con toni aspri e polemici non degni di una Italia del Duemila (basti pensare al caso Povia del 2009). 
Troppo buono? Forse, ma serate come questa, in cui la musica prende il sopravvento tanto da riportare alla mente gli anni storici della gara canora, un po' di manica larga ci vuole. E pazienza se oggi ci sono i Soliti Idioti e una volta c'erano Grillo e Manfredi, e successivamente Panariello e persino la Littizzetto: ogni epoca ha i suoi comici, forse cambiano le modalità di divertimento, forse si ride secondo schemi diversi, e comunque Mandelli e Biggio sono due dei personaggi del momento, piaccia o no, e portarli all'Ariston è stato una bella intuizione della direzione artistica. 
Musica, dicevamo: cominciano a chiarirsi le idee sui Big, e delle quattro eliminazioni (provvisorie: stasera è già tempo di ripescaggi) due non destano scandalo né sorpresa: D'Alessio - Bertè dal ritmo trascinante ma piuttosto datato, e con una Loredana di nuovo a disagio con la voce dopo la discreta riuscita dell'esordio, Marlene Kuntz portatori di un genere tradizionalmente (purtroppo) indigesto alla platea del Festival, e il fatto che abbiano cercato di "annacquare" il loro rock con un apporto orchestrale decisamente sopra le righe ha forse peggiorato le cose. Ci si poteva tutto sommato attendere un esito del genere per Irene Fornaciari, che mi sembra comunque alla sua performance sanremese più convincente, con l'unico pezzo veramente trascinante e ben confezionato da Davide Van de Sfroos, mentre sorprende la bocciatura del duo Carone - Dalla, con una poesia che alterna toni crudi e delicati ma fa forse un uso troppo parsimonioso della vocalità del grande Lucio. 
Fra i promossi, più convincente alla seconda uscita è parso Samuele Bersani: la prima sera il brano non mi aveva colpito particolarmente, ma mi sembrava di aver intuito una certa difficoltà di esecuzione da parte dell'autore di "Spaccacuore". Emma stupisce per la sicurezza da veterana, Arisa invece non sorprende più per la sua voce cristallina e senza cedimenti a sostegno di un brano melodico stile anni Novanta; la Civello si è convertita a un  easy listening che può convincere le classiche giurie demoscopiche ma non so quanta strada possa fare fuori Sanremo. Finardi ispiratissimo in voce e in corpo (non lo ricordavo così generoso in fatto di gestualità), Renga mi pare alle prese con la necessità di far rendere subito al massimo un pezzo forte ma di non facilissima presa, e non è ancora riuscito appieno nell'impresa. Per chiudere, le tre "meraviglie": una Zilli che offre reminiscenze... mazziniane (nel senso di Mina), una Noemi che ha voce e canzone ben costruita in testo e impianto musicale da Fabrizio Moro, e una Dolcenera con un piccolo gioiello pop che, per quanto mi riguarda, ho già eletto "la mia canzone di Sanremo 2012", quella che canticchierò ancora fra diversi mesi, e forse anni.
E i giovani? In linea di massima, confermate le mie impressioni della vigilia: i pezzi più "solidi" sono quelli di Erica Mou (cantautorato moderno e intelligente) e Marco Guazzone (impianto sonoro con echi internazionali). Di Alessandro Casillo si sapeva, ha puntato sull'orecchiabilità con una linea musicale "acchiappa ragazzini", e del resto il suo compito è stato facilitato da una Dana Angi davvero troppo sopra le righe, con una serie di virtuosismi vocali forzati che hanno reso incomprensibili diverse parti del brano. Spiace invece per Celeste Gaia (e non solo perché ha dedicato una canzone al... mio nome, forse prima assoluta nella storia della musica italiana...), con una "Carlo" originale e di buon impatto. Delusione, infine, per Giulia Anania: non basta inserire nel titolo una parola contemporanea (mail) per rendere moderna una canzone invece piuttosto demodé. 

martedì 14 febbraio 2012

PICCOLA GUIDA RAGIONATA A SANREMO 2012

Dunque, ci siamo! Poche ore al via del Festival numero 62: vediamo allora di fare il punto focalizzando l'attenzione su quelli che saranno, a mio personalissimo giudizio, i temi e gli elementi chiave di queste cinque serate.
I FAVORITI - C'è forse una cantante più avanti degli altri nei pronostici, Emma, ma non un favorito assoluto come è accaduto spesso in passato (tante volte negli anni Ottanta, meno di recente, ad onor del vero). Grande equilibrio, dunque, ed è ovvio che senza aver ascoltato i brani la confusione aumenti. Così, mi gioco una rosa piuttosto larga: io punto sul sestetto Renga - Emma - Carone con Dalla - Zilli - Bersani - D'Alessio con Bertè. Difficilmente ci si discosterà da questi nomi. Tutte da verificare le potenzialità del duetto fra il napoletano e Loredana, la cui resa vocale, spesso assai precaria, sarà fondamentale per la buona riuscita del progetto. Le varie Arisa, Noemi e Dolcenera le vedo solo come outsiders, alle quali potrebbe aggiungersi Irene Fornaciari, del cui pezzo ho sentito parlare bene anche da parte di esperti solitamente mai teneri verso la produzione sanremese. Finardi prende idealmente il posto (cantautorato nobile) che fu di Vecchioni lo scorso anno, ma difficilmente riuscirà a ripeterne l'exploit, trattandosi di un artista più di nicchia e meno incline alle suggestioni da musica di facile presa rispetto al buon Roberto. Però Morandi lo ha voluto fortemente, rapito dalla bellezza della canzone. Sentiremo.
DA NON PERDERE - Per gli amanti della grande musica internazionale, da non mancare l'appuntamento con la sera di giovedì, un autentico happening con tanti nomi di pregio della ribalta mondiale. Da Al Jarreau a Josè Feliciano, da Skye dei Morcheeba a Shaggy, da uno degli idoli del momento, Gary Go, ad autentiche icone rock come Patti Smith e Brian May,  a musicisti di spessore come Goran Bregovic. Tutti insieme sul palco dell'Ariston ad interpretare, con i 14 Big italiani in gara, canzoni evergreen della tradizione nostrana. Ma occhio anche a ciò che accadrà venerdì, la serata dei duetti diventata ormai un classico del format sanremese (e la cui introduzione si deve proprio a Mazzi, attuale direttore artistico, e a Bonolis, anno 2005): i big interpreteranno in versione leggermente diversa le canzoni in concorso con altri artisti, in larghissima parte italiani. Spesso negli anni scorsi da questa serata sono emerse autentiche chicche sonore, tanto che spesso si è parlato dell'opportunità di pubblicare cd con quelle esibizioni, da affiancare alle compilation ufficiali del Festival, ma non mi risulta che tale progetto sia mai andato in porto. Quest'anno vedremo tra gli altri Alessandra Amoroso, Max Gazzè, Gianluca Grignani, Davide Van de Sfroos (quasi un vincitore morale della passata edizione), ma anche personaggi sulla cui "utilità artistica" per il Festival ci sarebbe da eccepire, come Platinette (coi Matia Bazar).
SOTTO ESAME - Gianni Morandi. Sì, proprio lui, il gran cerimoniere. Analizzando con occhio critico la sua performance dell'anno passato, si scopre una rendimento non sempre altissimo, diciamo da onesto mediano, sul 6,5. A far girare il tutto a mille fu la squadra, con menzione d'onore per Luca e Paolo, assolutamente strepitosi. Quest'anno il "gruppo di lavoro" presta il fianco a qualche perplessità in più: una modella al debutto nella tv italiana ed estranea al mondo della musica, un attore di alto livello ma che pare un po' fuori dai canoni sanremesi (il che non è detto sia un male, se ci si riesce ad adattare agli schemi e, nel contempo, a plasmarli a seconda delle proprie inclinazioni artistiche). Insomma, la sensazione è che il Gianni nazionale quest'anno dovrà metterci qualcosa in più.
L'INCOGNITA - E' l'evento di questo Sanremo, ma anche il più grosso punto interrogativo. Il 62esimo passerà comunque alla storia come il "Festival di Celentano", e siamo sicuri che la sua sola presenza, e il battage mediatico scatenatosi attorno ad essa già da molte settimane, basterà ad assicurare a questa edizione un boom di ascolti (complice anche la quasi totale assenza di concorrenza, diciamolo...). Però i dubbi e i timori non mancano: su cosa farà, su come lo farà e soprattutto sui tempi lunghi che si prenderà (per stasera si parla di 40 minuti). Il rischio è che i suoi interventi fiume cannibalizzino tutto il resto, magari penalizzando anche alcuni artisti in gara costretti ad esibirsi a tarda ora.
I GIOVANI DI SANREMOSOCIAL - La modifica del programma, che ha concentrato la gara delle "nuove proposte" in due serate, quella del mercoledì (eliminatoria modello playoff calcistici fra gli otto concorrenti) e quella del venerdì (finale a quattro) secondo noi gioverà a questa categoria, negli ultimi anni sempre bistratta con orari impossibili: secondo la formula originaria, quattro di questi ragazzi avrebbero dovuto esibirsi il giovedì, cioè nel bel mezzo del seratone coi superbig stranieri, e avrebbero verosimilmente finito col perdersi e scomparire in mezzo a tale abbondanza qualitativa. Scendendo nel dettaglio della gara, a un primissimo ascolto (ho sentito i brani solo il giorno della diretta web delle pre - selezioni, voglio godermeli appieno nelle serate sanremesi) le proposte più "corpose" sembrano arrivare da Erica Mou, Celeste Gaia e Marco Guazzone. Alessandro Casillo è però spinto in maniera possente da schiere oceaniche di fans accumulati con la partecipazione a "Io canto".