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domenica 3 luglio 2016

EURO 2016: L'ITALIA NEUTRALIZZA LA GERMANIA MA PERDE... LA LOTTERIA. GRANDE TORNEO, MA ORA IL RISCHIO E' CHE SI RIPARTA DA ZERO


Non sono trascorse che poche ore, l'amarezza è ancora grande, i rimpianti al livello di guardia. Eppure, questa volta, non c'è bisogno di ragionare a sangue freddo per ribadire quanto già avevo scritto dopo il trionfo sulla Spagna. L'Europeo degli azzurri è stato eccezionale, sic et simpliciter: hanno ridimensionato il precoce mito del Belgio squadra del futuro (e comunque seconda nel ranking FIFA) con un esemplare saggio di calcio all'italiana in versione 2.0, difesa attiva e spirito d'iniziativa, per poi vincere in scioltezza e in anticipo il girone iniziale; hanno strabattuto e dominato sul piano del gioco, dell'aggressività, della continuità d'azione gli iberici bicampioni continentali, concludendo la demolizione della Roja invincibile avviata due anni fa da Olanda e Cile; hanno, infine, neutralizzato e quasi ridotto all'impotenza la Germania campione del mondo in carica. In poche settimane, Conte e i suoi ragazzi son stati in grado di colmare, nei confronti di queste tre squadre, un gap di talento e classe che alla vigilia pareva abissale. Sono andati a un passo da una clamorosa semifinale, ma a un passo davvero, uscendo pressoché indenni da un tabellone che i sorprendenti sviluppi del torneo avevano reso, sulla carta, proibitivo.  
SQUADRA DA RICORDARE - Sul serio: come si poteva pretendere di più? Certo, l'ingresso fra le magnifiche quattro, le elette del Vecchio Continente, a un certo punto ci è parso davvero alla portata, e in fondo è quello il traguardo che scava il solco fra una buona e un'ottima Nazionale. Questa Italia, sul piano delle fredde statistiche, degli almanacchi, è rimasta a metà del guado. E anche per questo, ieri sera, abbiamo visto Andrea Barzagli piangere lacrime sincere in televisione: "Nessuno si ricorderà più di noi, essendo usciti ai quarti"; e già: nessuno parlerà di questo splendido gruppo, delle belle prestazioni offerte, dei pronostici sovvertiti, delle gare giocate ad armi pari con le grandi d'Europa. Ebbene, mi sento di poter dire che il nostro statuario difensore si sbaglia di grosso, e non date retta a giornalisti che non sanno guardare al di là del punteggio; il risultato non può essere sempre l'unico metro di giudizio, e ogni traguardo raggiunto, o mancato, va tarato sulla situazione del momento, sul valore proprio e su quello degli avversari.
C'E' ELIMINAZIONE ED ELIMINAZIONE... - Tanto per esser chiari: questa uscita ai quarti vale molto di più, infinitamente di più sia di quella del 2008, quando ci presentammo come campioni del mondo e giocammo un Europeo mediocre dall'inizio alla fine, sia di quella del Mondiale '98, quando rotolammo fino all'eliminazione per mano francese sulle ali di un gioco sparagnino, risparmiatore, poco spettacolare, pur potendo schierare campioni in ogni reparto e, soprattutto, una batteria di attaccanti che tutto il mondo ci invidiava. In questo particolare momento storico, invece, il calcio tricolore aveva soprattutto bisogno di ritrovare una propria identità, di ricostruirsi una credibilità andata in frantumi due anni fa in Sudamerica. Aveva bisogno di una Nazionale che, a dispetto dell'indifferenza dell'ambiente, sapesse conquistarsi prepotentemente un posto al sole, tornare nel cuore degli appassionati fornendo anche un'immagine di serietà, di pulizia, di unità interna, pur battendosi in una situazione di grande disagio tecnico, di mezzi non eccezionali che han fatto parlare in molti, ingenerosamente, di "peggiore Italia degli ultimi cinquant'anni", o cose del genere. 
ITALIA OLTRE I PROPRI LIMITI - Ecco, direi che tutti questi obiettivi sono stati centrati, fra Lione, Saint Denis e Bordeaux. L'Italia ha di nuovo una Nazionale, una Nazionale che non vive di espedienti ma che ha trovato una identità precisa, sul piano tecnico, tattico e morale. Una squadra che oggi poteva festeggiare il successo sulla Germania e attendere l'avversario di semifinale, e sarebbe stata una delle imprese più clamorose nella storia del pallone nostrano. Perché, davvero, nell'anno di disgrazia 2016 era quasi impossibile fare di meglio: queste tre settimane di battaglia non hanno cancellato la crisi profonda del nostro movimento, la scarsa attenzione verso i giovani del nostro vivaio, i club imbottiti di stranieri, la carenza di uomini di valore in molti ruoli chiave; e hanno solo mascherato la realtà di una rappresentativa che è andata costantemente oltre i propri limiti, limiti evidenti dalla cintola in su e che, siamo onesti, presto o tardi avrebbero dovuto presentare il conto, anche perché storicamente il Club Italia, nelle sue fasi di più acuta difficoltà, raramente trova quella fortuna che sorregge altri: come la Grecia 2004 che vinse casualmente un Europeo partendo dal nulla e nel nulla tornando, o anche, ebbene sì, come la Germania.
LA FORTUNA? A VOLTE E' ANCHE TEUTONICA - La continuità storica agli alti livelli dei vincitori di ieri è fatta di tantissimi, enormi meriti, ma anche di un pizzico di buona sorte sparsa qua e là, quella che li ha quasi sempre portati a pescare il numero fortunato della lotteria, le poche volte che si sono trovati ad affrontare sfide infide: quando vanno in sofferenza (e, lo ripetiamo, capita di rado), quando si trovano a un passo dal baratro, quando l'equilibrio è esasperato ma la bilancia sembra poter pendere dalla parte dei rivali, nove su dieci riescono a cavare fuori dal cilindro, in qualche modo, il colpo da prestigiatori che li fa scollinare. Da Spagna '82 a Mexico '86, da Corea - Japan 2002 a questo Euro 2016: non c'è nulla di male, e del resto la fortuna aiuta gli audaci, quindi è giusto così. 
NULLA DI MEMORABILE - Nel dettaglio, questa ennesima Germania - Italia è stata, nei 120' di gioco, meno epica e memorabile di tante indimenticabili tenzoni del passato. Tutto un po' sotto tono, in un clima tragicamente straniante, perché emozionarsi per una partita di football risulta veramente difficile quando si gioca con il lutto al braccio, quando l'ennesima strage si è consumata nel nome del più ottuso e barbaro fra tutti gli ottusi e barbari terrorismi che hanno infangato il genere umano. Sul campo, un primo tempo bloccatissimo, con leggero predominio teutonico ma migliore occasione per i nostri, su cross lungo di Giaccherini e tiro di Sturaro che, deviato da Boateng, finiva a lato di pochissimo. Ripresa con gli uomini di Low più decisi, vicini al gol con Thomas Muller (gran salvataggio in acrobazia di Florenzi), a segno con una deviazione sotto misura di Ozil su cross di Hector sporcato da Bonucci, e vicini al raddoppio su tacco di Gomez, deviazione di Chiellini e provvidenziale intervento di Buffon. Ma poi, scampato il pericolo, ecco il generoso ritorno azzurro: cross di De Sciglio e girata di poco a lato di Pellè, quindi gratuito mani in area di Boateng e penalty solare impeccabilmente trasformato da Bonucci, e poco dopo un bel destro dell'attivissimo De Sciglio sull'esterno della rete.

                                    Conte: dopo il suo addio, futuro carico di incognite

L'UNICA PARTITA POSSIBILE - Piccole schermaglie nei prolungamenti (ma peccato, peccato davvero per quell'Insigne messo dentro troppo tardi),  a sancire un pari sostanzialmente giusto, in cui le contendenti si sono battute gagliardamente, ognuna coi mezzi a disposizione, ma nessuna delle due avrebbe meritato di cogliere l'intera posta. L'Italia non ha preso in mano il gioco come fatto contro la Spagna, né ha potuto sprigionare la buona aggressività, la spinta e la velocità di esecuzione sciorinate al debutto coi belgi, perché l'avversaria era diversa, più tosta, più fresca, più smaliziata tatticamente, più nitidamente superiore. Una Germania che della versione "rullo compressore" di Brasile 2014 ha conservato solo l'impermeabilità difensiva, meccanismi perfetti che hanno sistematicamente chiuso ogni varco ai tentativi azzurri, e qualche sprazzo di manovra vellutata e rapida in fase di costruzione, poche e pericolose accelerazioni tra mille languori. Pur sempre una montagna difficile da scalare, a cui Barzagli e compagni hanno opposto le sole armi possibili: difesa paziente (ma gli unici momenti di autentica sofferenza si sono avuti nel periodo culminato con l'1 a 0), occupazione degli spazi e ricerca dello spiraglio giusto in ripartenza: quest'ultima parte del piano poteva riuscire con centrocampisti più dotati in fase di impostazione (ma Verratti e Marchisio erano a casa) e con attaccanti di maggior statura internazionale. Nelle nostre condizioni, ripeto, si è fatto il possibile e lo si è fatto assai bene. 
LOTTERIA, SENZA SE E SENZA MA - Poi l'assurda giostra dei rigori. Da anni sostengo sia una pura e semplice lotteria (il blog mi è testimone), a prescindere da chi vince e da chi perde, perché troppi fattori prevalgono sulla mera perizia tecnica degli esecutori, fino a schiacciarla: quando si battono diciotto tiri dal dischetto consecutivi (come nella finalina di Europa '80 fra Italia e Cecoslovacchia), la mazzata dell'errore può colpire chiunque, in qualsiasi momento, quando meno la si aspetta. E' una roulette mozzafiato, ma pur sempre una roulette, preferibile alla monetina ma non alla ripetizione della partita (con la moltiplicazione delle gare anche inutili che caratterizza il calcio d'oggidì, strano che non si trovi posto in calendario per incontri di spareggio da far disputare in queste situazioni).
Dopodiché, certo, magari un Pellè poteva evitare di presentarsi ai sedici metri facendo il figo e credendo di poter intimorire Neuer, lui, umile punta del Southampton: il suo atteggiamento imperdonabile (e seguito dall'ovvio errore) è chiaramente sintomo di immaturità, dovuta alla scarsa esperienza agli altissimi livelli sua e di tanti compagni di Nazionale. Un peccato, in ogni caso, perché questa smargiassata gli alienerà molte simpatie ed era l'ultima cosa di cui aveva bisogno, trattandosi comunque di un giocatore che, anche dopo un buonissimo torneo, è tutto fuorché intoccabile, e per conservare la maglia azzurra dovrà sudare sette camicie. 
VENTURA: UN SALTO NEL BUIO CON LA LINEA VERDE - Questa considerazione, e il definitivo 7-6 di Bordeaux, chiudono il dolceamaro capitolo Europei e aprono immediatamente quello successivo. Come Zoff nel 2000, ma per ben altri motivi, Conte lascia a metà un lavoro estremamente promettente. Il rilancio azzurro rimane con l'urlo strozzato in gola, da settembre si rischia di ripartire quasi da zero, con un allenatore meno carismatico e meno avvezzo alle grandi ribalte del football mondiale (nonché molto meno vincente, particolare tutt'altro che trascurabile). Ventura dovrà innanzitutto mantenere il magico clima, l'unità d'intenti che Conte aveva saputo ricreare. E dovrà innovare, innovare profondamente, perché il tempo stringe per tanti azzurri di oggi, e i giovani non possono davvero più attendere.
Sarà ancora l'Italia di Buffon e Bonucci, di Chiellini e forse persino di un Barzagli in là con gli anni ma ancora in piena efficienza, e come rinunciare a Parolo, Candreva, Giaccherini (uno dei migliori in assoluto di Euro 2016), a un Darmian che ha potenzialità maggiori di quelle mostrate in Francia, a un De Sciglio concreto e concentrato come non si vedeva dai tempi degli esordi azzurri, all'eclettico e generoso Florenzi, a uno Sturaro che accumulando minutaggio può solo migliorare? Ma dovrà essere anche l'Italia di Rugani, Romagnoli, Zappacosta, Cataldi, Benassi, Berardi, Belotti, i migliori Under 21 del biennio 2013-2015, nonché l'Italia dei grandi esclusi di Conte, da Bonaventura a Soriano, da Acerbi a Jorginho, da Pavoletti a Gabbiadini; l'Italia dei grandi infermi che torneranno, Perin, Verratti e Marchisio, e dei convocati che in queste settimane hanno avuto pochissimo spazio: Ogbonna (positivo nell'unico match disputato, quello con l'Eire) e soprattutto Bernardeschi, Insigne ed El Shaarawy; senza tralasciare l'incognita Lapadula, potenzialmente un boom. I mezzi non mancano, ma è concreto il timore che il circolo virtuoso innestato da Conte si spezzi in assenza del "mentore". Una bruttissima gatta da pelare per il nuovo cittì, nel momento in cui la nostra selezione aveva soprattutto bisogno di stabilità e continuità nella guida tecnica. 

lunedì 30 maggio 2016

VERSO EURO 2016: ITALIA SCIALBA E MACCHINOSA CON LA SCOZIA. EDER SEMPRE PIU' GIU'

                                Eder non riesce più a esultare in azzurro: Europeo a rischio? 

Fra i tanti difetti di questa crepuscolare Azzurra targata Conte c'è anche la cronica incapacità di sorprendere. Il primo dei due test match sulla strada per la Francia, lungi dal far emergere segnali incoraggianti, è stato la stanca ripetizione di tante altre inquietanti amichevoli pre Europei e pre Mondiali, nulla di più e nulla di meno. Fra quelle da me mai viste per motivi anagrafici, ma di cui ho letto sui giornali del tempo, Italia - Jugoslavia del maggio '78 e Italia - Sporting Braga del giugno '82 non devono essere state tanto più inguardabili dello scialbo Italia - Scozia a La Valletta; da che seguo il calcio, ricordo due terrificanti confronti contro Svizzera e Costarica prima di USA '94, fra l'altro terminati entrambi con lo stesso punteggio di ieri, una vittoria per 1 a 0 che non può ovviamente dare alcuna garanzia per l'ormai imminente impegno transalpino. Ma se non altro all'epoca c'era la certezza di una robusta dose di classe ed esperienza internazionale a corroborare le nostre speranze in vista della trasferta oltreoceano... 
I TRE PUNTI CHIAVE - Parole che si porta via il vento, in ogni caso, perché decrittare l'attendibilità di questi "provini" è storicamente impresa improba anche per il più scafato degli esperti: molte firme illustri presero per oro colato le risultanze tecniche dei citati incontri prima di Argentina '78 e Spagna '82, e andarono incontro a impietose figuracce professionali. Del resto, pregi e limiti di questa Nazionale 2016 sono ormai noti, e un felice esito (leggasi: superamento della prima fase e poi un altro paio di turni) dipenderà essenzialmente da tre fattori: una condizione atletica ottimale da parte di tutti, la tenuta del blocco difensivo juventino e una adeguata gestione dei tanti esterni dai piedi buoni che potrebbero darci la marcia in più per scardinare le difese avversarie. 
SQUADRA DI "SOLITI NOTI" - Ieri sera, al Ta' Qali, Conte si è affidato a una formazione esperta, senza grossi slanci di inventiva nella scelta degli undici. Tipico dei CT in queste fasi di approccio ai grandi eventi: si va sul sicuro, si cerca di capire quali garanzie possano dare i veterani o comunque gli uomini più utilizzati nel biennio, e si tirano le somme. Poi c'è chi, come il Bearzot del '78, prende il coraggio a quattro mani e rinfresca il team mettendo dentro Cabrini e Rossi; oppure chi, come il Trap di Euro 2004, rinuncia al bomber rampante Gilardino e a un Baggio ancora in pieno vigore, pur se quasi al passo d'addio, per puntare su elementi reduci da una stagione fiacca e su attaccanti in riserva di energie, per tacer del Lippi che nel 2010 va al massacro coi suoi reduci mundialisti lasciando a casa i Giuseppe Rossi e i Cassano e in panchina i Bonucci, i Pazzini e i Quagliarella. 
GIACCHERINI FUORI POSTO - L'Italia di Malta è una squadra con scarso peso offensivo e con troppe incongruenze tattiche. Giaccherini interno è una forzatura fin troppo evidente, e ieri il furetto bolognese non ha resistito al richiamo della foresta, alla vocazione originaria, brillando più per i suoi puntuali inserimenti che per il lavoro di tessitura nel mezzo: il fatto è che le tre ghiotte occasioni avute a disposizione nella prima frazione sono state sprecate, e se sulla prima c'è lo zampino del portiere avversario Marschall, bravo a ribattere il suo tocco ravvicinato sugli sviluppi di una punizione, le altre due sono svanite per assoluta mancanza di precisione nelle conclusioni. Mira sballata anche per Florenzi, un paio di volte al tiro. Ancor peggio la ripresa, sul piano delle produttività in attacco, ma se non altro impreziosita dalla rete della ritrovata vittoria, su lancio di De Rossi ben lavorato da Eder per Pellè, che ha fiondato in gol dal limite dell'area. 
EDER A PICCO - E' stata, per inciso, una delle poche giocate decenti dell'attaccante del Southampton, che comunque si è confermato il marcatore più prolifico (diciamo così) del biennio, e l'unica dell'oriundo, assolutamente impalpabile e fuori dalle trame offensive. Il nuovo commentatore tecnico Rai Walter Zenga (una boccata d'ossigeno dopo il quasi inascoltabile Trapattoni) continua a ritenerlo pedina fondamentale e lo ha ripetuto più volte in cronaca; personalmente, andasse in Francia lo vedrei al momento come uno dei tanti azzardi della storia azzurra, dal Rossi da rilanciare nell'82 (scommessa vinta in extremis) al Del Piero da recuperare fisicamente nel '98 (scommessa persa, e pure fragorosamente); difficile non tenere conto dell'orribile seconda parte di stagione dell'interista, confermata in pieno dalla prestazione di ieri, ma le alternative in prima linea sono quelle che sono, e allora... Piuttosto inconcludente anche Candreva, sulla linea di un campionato laziale in chiaroscuro, ma da tre anni a questa parte è un perno del Club Italia, fondamentale movimentatore della manovra, utile all'assist e gran tiratore; difficile rimanga a casa. 
INSIGNE E BERNARDESCHI SMARRITI - Anche Insigne e Bernardeschi, piccoli eroi di Udine contro la Spagna, si sono smarriti nel marasma finale, fra ammucchiate invereconde e gioco sempre più farraginoso e sterile, ma il test friulano era stato ben più attendibile e sono comunque giocatori che possono dare sprint, dinamismo, ampliare l'arco delle soluzioni in fase di costruzione e di finalizzazione, al pari di quell'El Shaarawy che, onestamente, fatico a non vedere in un ipotetico undici titolare a Euro 2016; per Zaza, infine, tanto fumo e poco arrosto, come spesso gli capita, grande aggressività e determinazione ma poca sostanza. 
PIU' SPAZIO A JORGINHO E BONAVENTURA - Passando alla fascia centrale, De Rossi non ha demeritato ma nemmeno brillato, potrebbe essere ancora essenziale in questa selezione a patto di recuperare una forma fisica decente; da ritenere fallito l'esperimento Giaccherini, assai più utile sull'esterno dove renderebbe maggiormente anche Florenzi (comunque adattabile senza danni nel mezzo), Jorginho e il sottostimatissimo Bonaventura meriterebbero più spazio, visto anche che Montolivo pare più dentro che fuori e che su Thiago Motta sussistono le perplessità già da me più volte sottolineate in passato. In estrema sintesi, la squadra di ieri, ritemprata e più brillante sotto il profilo atletico, può esser giusta per sette - otto undicesimi, ma necessita assolutamente di iniezioni energizzanti sulla trequarti, nonché di più fosforo e rapidità di esecuzione nella zona mediana.

martedì 24 maggio 2016

VERSO EURO 2016: LA DURA VITA DEL CT. LE SCELTE AZZARDATE DI CONTE, I QUATTRO TOTEM JUVE E GLI ESTERNI DECISIVI

                                         Conte pensieroso: sarà un Europeo durissimo... 

D'accordo, quello del commissario tecnico è un mestiere ingrato, perché, come recitava il titolo di una recente fiction Rai di successo, "come fai sbagli". Tuttavia, a volte sembra che gli stessi allenatori azzurri si divertano a sfidare il comune buon senso, con decisioni all'apparenza inspiegabili. Certo, il momento è fra i più stranianti nella storia della nostra Nazionale: sta per iniziare l'avventura europea, e penso di poter dire che mai il Club Italia si era accostato a un grande evento internazionale in vesti così dimesse, e in un clima di così dilagante sfiducia; ma sta anche terminando l'avventura di Antonio Conte, primo caso conclamato di cittì "in scadenza". Quale impatto emotivo sul gruppo possa avere questo disimpegno anticipato, al momento non è dato sapersi. 
STAGE INUTILE - Nelle pre - convocazioni per Euro 2016, il nostro "quasi ex" trainer non si è mostrato particolarmente audace, e non ha neanche brillato per coerenza con certe prese di posizione passate. Il brevissimo stage dei "nuovi" organizzato la settimana scorsa si è rivelato, alla fine, come un inutile giro d'orizzonte, un premio per alcuni dei prospetti più interessanti prodotti dall'ultima Serie A, essendo servito a tirar fuori dal cilindro il solo torinista Benassi, protagonista di un campionato a tratti sontuoso, e il compagno di club Zappacosta (Rugani era nell'aria da tempo, e da settembre sarà imprescindibile), mentre sono state bocciate altre candidature piuttosto credibili. All'inizio della stagione in corso, Conte aveva dichiarato: "Se perdurano situazioni di azzurri che non giocano nei propri club, la Nazionale diventa a rischio. Questo preferisco dirlo, spiace ai giocatori e a me, ma bisogna tenerne conto: chi non gioca  nella propria squadra non può pensare di venire in Nazionale". Un modus operandi che, qui su Note d'Azzurro, ho criticato fin da tempi non sospetti: addirittura dopo il precedente Europeo, quando ancora sulla panca azzurra sedeva Prandelli, invitai il tecnico a muoversi in senso opposto, ossia a forzare la mano agli allenatori di club convocando giovani che trovavano poco spazio nelle rispettive squadre; un'utopia, sicuramente, forse una provocazione, ma mi pareva un modo plausibile per cercare di uscire dal circolo vizioso che ha portato i calciatori italiani ad avere minutaggi sempre più ridotti, in formazioni imbottite di stranieri. La posizione di Conte era tuttavia assolutamente legittima, e comprensibile dal punto di vista di un selezionatore che ha bisogno di mettere in campo giocatori rodati: alla luce di queste premesse, però, dovrebbe spiegarci la presenza, fra i trenta in pre allarme, di gente come Sirigu, Rugani, Sturaro e Zaza, ragazzi che in stagione han giocato poco o comunque hanno rivestito quasi sempre ruoli secondari, con pochi e isolati exploit. 
SCELTE INCOMPRENSIBILI - Intendiamoci, fa piacere soprattutto per i tre giovani juventini citati: ammesso e non concesso che rientrino fra i 23 definitivi, sarebbe lodevole aggregarli al gruppo per cominciare ad abituarli ai climi arroventati delle grandi disfide internazionali e trovarli più pronti quando, da settembre in poi, ci sarà da lottare disperatamente per contendere alla Spagna (no, dico, alla Spagna) un posto al Mondiale 2018. Però le premesse programmatiche erano altre: si porta Sirigu, quasi inoperoso nella stagione al Paris Saint Germain, e si lascia a casa la speranza Sportiello, che era forse preferibile a Marchetti, il quale in azzurro non ha mai dato totali garanzie di affidabilità (per poi aggregare al gruppo il friulano Meret, scelta senza alcun fondamento tecnico); si convoca Zaza, oppure l'inesistente Eder del girone di ritorno, oppure un Immobile che, pur con qualche timido accenno di ripresa, ha in fondo trapanato l'acqua anche quest'anno, e si lasciano a casa i due migliori bomber italiani espressi dalla stagione, Belotti (neanche preso in considerazione) e il devastante Pavoletti visto in maglia Genoa, rispedito in Liguria dopo i pochi giorni a Coverciano, e che, pur privo di esperienza europea, avrebbe potuto rappresentare la carta a sorpresa come lo fu, ad esempio, il Rossi del 1978 (il paragone non è sul piano della classe pura, intendiamoci). Per tacere della fiducia quasi cieca concessa a elementi ormai in riserva come Thiago Motta e Montolivo. 
SPAZIO AI FEDELISSIMI - Inutile prendersela più di tanto, è sempre stato così e così sarà sempre:  Sacchi e Trapattoni, in passato, rinunciarono a cuor leggero a Signori e a Roby Baggio (e ne pagarono lo scotto con brucianti eliminazioni, se è per quello...). Anche Conte non è sfuggito al vizietto della fedeltà oltre ogni limite: si punta cioè sui propri pretoriani, pur se reduci da mesi anonimi o poco felici, rinunciando ad avventurarsi nei territori inesplorati rappresentati dagli esponenti della nouvelle vague. Si dirà: la fedeltà al gruppo storico fu l'arma vincente di Bearzot; vero solo in parte: il Vecio, nel '78, inserì in un telaio collaudato quel paio di pedine nuove di zecca (il citato Rossi e Cabrini) che gli fecero fare il definitivo salto di qualità; viceversa, il Trap di Euro 2004 puntò su elementi sfiatati e in involuzione lasciando a casa Gilardino, all'epoca ultimo grido in fatto di centravanti, e dovette fare le valigie dopo sole tre partite. 
I NOSTRI TOTEM - Rimango comunque del parere che questo Club Italia abbia poche ma significative frecce al proprio arco, a patto che sappia ben sfruttarle. Il declino è più sul piano quantitativo che su quello qualitativo, nel senso che il bacino da cui attingere si sta sempre più restringendo, ed è un declino che riguarda solo alcuni ruoli. Dobbiamo aggrapparci alle nostre poche certezze: così, al momento risulta difficile che Conte non riproponga in azzurro il possente quartetto difensivo del quinto scudetto bianconero: Buffon - Barzagli - Bonucci - Chiellini è il totem attorno al quale tutto ruoterà; giocando a tre dietro, si potranno schierare laterali bassi piuttosto offensivi che saranno in grado di appoggiare efficacemente il lavoro degli esterni alti. 
ESTERNI CRUCIALI - Non è un caso che, diramando la lista dei convocati, sia stata introdotta la dicitura, mai usata prima, "centrocampisti ed esterni". Gli elementi di fascia, cioè, acquisiscono dignità di ruolo autonoma, senza venire inglobati in gruppi generici. E' naturale, perché i giocatori di questo tipo sono quasi l'emblema del football moderno, sempre più determinanti negli schemi offensivi delle squadre con il loro tourbillon, i movimenti senza palla, gli assist, gli inserimenti. Proprio loro, gli esterni, saranno dunque la nostra seconda àncora di salvezza: dietro, i quattro colossi targati Juve, dalla trequarti in avanti e sui lati gli elementi più dotati di talento in una rosa di caratura non eccelsa. I Candreva, gli El Shaarawy, gli Insigne, i Bernardeschi dovranno darci quel quid in più per ovviare alle limitate risorse degli uomini di punta, magari col sostegno di chi arriva da dietro, gente come Florenzi e Giaccherini, oppure il rivitalizzato De Sciglio ammirato nella finale di Coppitalia, utile nelle due fasi come potrebbe esserlo Darmian. Le nostre sorti francesi, soprattutto quelle offensive, si decideranno in queste zone del campo, e sono legate a questi uomini.

mercoledì 30 marzo 2016

L'ITALIA VERSO L'EUROPEO: ANALISI DELLA DISFATTA TEDESCA. LA RINASCITA PASSA DAVVERO ATTRAVERSO THIAGO MOTTA?

                              Verratti: urge un suo recupero per rivitalizzare il gioco azzurro

Due anni per cercare di lasciarsi alle spalle lo scempio del Mondiale brasiliano, ed ecco che a due mesi e mezzo dall'Europeo, appuntamento chiave per cominciare a ricostruire la credibilità del nostro football, Antonio Conte non trova di meglio che ripescare Thiago Motta, uno dei principali responsabili di quel fallimento (molto più del bistrattato Balotelli, per dire), e piazzarlo addirittura in mezzo al campo a dirigere il traffico, titolare nei due test - maturità contro Spagna e Germania. Se queste sono le conclusioni a cui il nostro CT in scadenza è giunto dopo quasi due stagioni di sperimentazioni, è poi perfettamente inutile sorprendersi di un cappotto come l'1 a 4 incassato ieri sera all'Allianz Arena. Perché già, al momento, il confronto coi campioni iridati per noi è improponibile, ma per ridurre il divario bisognerebbe almeno mettersi nelle migliori condizioni tecniche, tattiche e fisiche. 
IL CASO MOTTA - Esagero, naturalmente, perché l'italo - brasiliano non è certo la causa unica del disastro in terra tedesca, ma il suo utilizzo è comunque la spia di un certo disagio nella gestione di questa fase d'approccio alla kermesse continentale: nel momento decisivo, sta forse mancando il coraggio di voltare pagina, di guardare al futuro, per tornare invece ad ancorarsi ad antiche certezze che peraltro, come nel caso dell'ex Genoa e Inter, certezze non sono affatto. Mi si potrà obiettare che Thiago era in campo anche a Udine, quando al cospetto della Roja l'orchestra azzurra suonò una musica ben diversa: ma giovedì scorso la Nazionale ha cambiato veramente passo soltanto con l'ingresso in campo di Insigne e Bernardeschi. La squadra scaturita dal biennio "contiano" ha bisogno di ben altro, che non i placidi ritmi e lo scarso spirito d'iniziativa del centrocampista del Paris Saint Germain,  e viene fra l'altro da chiedersi perché a giocatori tutt'altro che fondamentali vengano date ripetute chances anche dopo conclamate delusioni, mentre a certi giovani virgulti le porte vengano sbarrate dopo le prime incertezze: modus operandi che, beninteso, riguarda tutto il calcio tricolore, non solo la rappresentativa, la quale del resto può solo raccogliere i magri frutti del campionato. 
VERRATTI, TI ASPETTIAMO - Fortunatamente, in Francia i titolari nella zona mediana dovrebbero essere Verratti (se supererà bene la pubalgia da cui è afflitto) e Marchisio, e le alternative non mancheranno, dal Montolivo che nei primi venti minuti di Monaco pareva ritrovato a buoni livelli, dinamismo ed efficacia nelle due fasi, ad elementi duttili come Soriano e Bonaventura, oppure all'altro oriundo Jorginho. Speriamo dunque, almeno in questo caso, in un sollecito ravvedimento del trainer, dopodiché sottolineiamo per l'ennesima volta che i problemi del Club Italia non sono tanto di classe complessiva, quanto di squilibri qualitativi. Perché fra centrocampisti, trequartisti, laterali di spinta e incursori le pedine valide sono numerose, mentre in difesa andiamo in sistematica sofferenza non appena dobbiamo rinunciare a qualche pilastro, come Chiellini (che pure ha i suoi grossi limiti): ieri sera, in posizione centrale, Darmian ha pur regalato qualche giocata di spessore in copertura, ma è stato il reparto a fallire nel suo insieme, come tenuta e come collettivo. Il 3-4-3 è un modulo che, in queste condizioni, l'Italia attuale non può permettersi, la difesa a quattro rimane la prima scelta, con la possibilità poi di variare gli schemi di approccio alla fase offensiva; in un quadro del genere, potrebbe avere meno spazio Giaccherini, altro ripescaggio dal passato motivato da un rendimento eccezionale col Bologna, e i cui esiti sono stati però poco convincenti, in questa settimana azzurra: molto movimento, grande intraprendenza, ma risultati pratici zero.
ATTACCO SOTTOZERO - Ma il vero dramma tecnico, si sa, è in attacco. Spagna e Germania sono state due "esaminatrici" toste e attendibili, e hanno certificato l'assoluta mancanza di spessore internazionale delle nostre punte: Eder e Pellè inesistenti a Udine, tanto fumo e poco arrosto per Zaza poche ore fa. Le alternative sulla carta più credibili, Pavoletti e Gabbiadini, sono quasi fuori dai giochi per ragioni già evidenziate in questo mio post; rimane da provare Okaka con più convinzione, oppure insistere su Immobile che nelle ultime settimane pare un po' rivitalizzato, ma che in tutte le sue esperienze di alto livello, fra club e Nazionale (Siviglia, Borussia Dortmund, Mondiali), ha finora sistematicamente trapanato l'acqua. La sensazione è che, chiunque verrà piazzato al centro della prima linea, difficilmente farà la differenza. Le nostre uniche possibilità di percorrere un po' di strada in terra francese sono dunque legate alla batteria di "guastatori", questa sì veramente ricca: Candreva, Insigne, Bernardeschi e soprattutto l'ultimo esplosivo El Shaarawy potrebbero fare impazzire le difese avversarie, se verranno messi nelle condizioni di pungere da un centrocampo mobile e propositivo. Ma per risultare veramente decisivi dovranno incrementare, e di molto, la loro efficacia nei sedici metri finali: altrimenti, anche nelle sue migliori espressioni di gioco, questa rappresentativa non potrà andare oltre la "vittoria ai punti", come accaduto la settimana scorsa contro la Spagna. 
GAP FISICO - Poi, certo, c'è dell'altro, come ad esempio la sistematica sofferenza atletica che affligge i nostri calciatori nei confronti internazionali. Prandelli aveva già denunciato questa nostra deficienza due anni fa, alla vigilia di Brasile 2014, dopo un'altra amichevole di lusso con le Furie Rosse, che fu sconfortante nel livello di prestazione assai più che nel punteggio (0 a 1); e altri campanelli d'allarme giungono ripetutamente dai continui tonfi dei club italiani nelle coppe europee. La Germania, che era reduce da una poco fortunata amichevole con gli inglesi giocata due giorni dopo la nostra in Friuli, ieri andava a doppia velocità rispetto agli azzurri, per tacere della precisione assoluta nel palleggio, cosa che nella Penisola, ormai, è merce sempre più rara. Insomma, parlare di approccio mentale sbagliato, come hanno fatto in molti, è riduttivo ed estremamente pericoloso: credo che nessun calciatore nostrano sia mai sceso in campo contro i tedeschi senza la dovuta concentrazione, e del resto l'inizio di gara era parso assolutamente promettente. I difetti, dunque, sono strutturali, ma chi legge questo blog lo sa da tempo, così come sa che con un assetto più razionale e con gli uomini giusti questa "Azzurra" può puntare a qualcosina in più del semplice passaggio del primo turno a Euro 2016. 

mercoledì 18 novembre 2015

CLUB ITALIA VERSO EURO 2016: BELGIO E ROMANIA RIDIMENSIONANO GLI AZZURRI

                                         Marchisio: gol su rigore contro la Romania

E' stato il più tragico intermezzo internazionale calcistico che io ricordi. E scrivo "calcistico" perché il pallone, questa volta, ne è stato suo malgrado protagonista diretto. Prima la strage sventata allo Stade de France, poi la non ancora chiarita minaccia di ieri ad Hannover. Due amichevoli di lusso, Belgio - Spagna e Germania - Olanda, cancellate: la speranza è che certi provvedimenti drastici siano frutto del momento particolare, dei giorni post attentati in cui il quadro della situazione non ha ancora contorni definiti e si devono mettere a punto i nuovi parametri di sicurezza, che saranno ovviamente, d'ora in poi, particolarmente rigorosi. Lo spero, perché se si comincia a sospendere e annullare eventi sportivi ad ogni pié sospinto ci si incammina su una strada pericolosa e piena di incognite. Chiaramente la vita umana viene prima di ogni cosa, e del resto tutti noi nei mesi a venire dovremo essere più attenti e prudenti in ogni fase delle nostre giornate, ma senza concedere troppo campo a chi fa del terrore la propria filosofia di vita. So che a parole sembra tutto facile, ma è l'unica via: a giugno, proprio in Francia, ci sarà Euro 2016, e quella kermesse non potrà trasformarsi in un corollario di partite non disputate. Sarebbe la fine, anche se non si deve nemmeno giungere all'eccesso opposto, agli incontri di calcio disputati poche ore dopo i bombardamenti, come accadeva in Italia durante la Seconda guerra mondiale. 
Proviamo dunque a parlare di football. La nostra Nazionale, in fondo, è stata fortunata, riuscendo a portare a termine entrambi gli impegni in calendario. Non era scontato, e il fatto che ieri a Bologna il minuto di silenzio, forse per la prima volta, sia stato finalmente un minuto di silenzio autentico, senza i consueti, fastidiosi applausi per le vittime di turno, dimostra quanto i luttuosi eventi di Parigi abbiamo lasciato un segno veramente profondo in tutta la comunità internazionale. I calciatori, dal canto loro, si sono comportati da professionisti seri, facendo il loro dovere in campo e regalando momenti di serenità al pubblico: non altro gli si chiede, in fondo. 
TEST PROBANTI CON ESITO DELUDENTE - Le risultanze tecniche e gli spunti di riflessione non sono mancati. Quale peso attribuirgli è il problema che, da sempre, pongono le gare senza posta concreta in palio. Per il Club Italia, forse, sarebbe stato meglio restare al felice esito, di gioco e di risultati, delle ultime due uscite ufficiali, contro Azerbaigian e Norvegia. Ma non si può, perché Belgio e Romania erano due test estremamente probanti, e i nostri mentalmente erano presenti a loro stessi, hanno affrontato entrambe le gare con lo spirito giusto e non con la testa al campionato. Proprio per questo, i troppi campanelli d'allarme suonati vanno tenuti nella massima considerazione. Il bilancio complessivo è ampiamente in rosso: è vero, potevamo uscire imbattuti dall'Heysel (sempre quello è, anche se ha cambiato nome e si è rifatto il trucco) e battere la Romania. 
Due risultati che ci stavano, per il livello delle nostre prestazioni: non averli conseguiti torna a nostro esclusivo demerito. Per circa settanta minuti gli azzurri hanno tenuto bellamente testa, in campo avverso, alla rappresentativa numero uno al mondo (ranking FIFA alla mano), legittimando ampiamente il fulmineo vantaggio di Candreva; poco prima e poco dopo l'1 a 2 hanno avuto, con Eder e Pellè, palle gol nitidissime; hanno giocato con buona disinvoltura, in particolare percuotendo le corsie laterali con apprezzabile efficacia, e mostrando persino una precisione di palleggio che è sovente mancata, negli ultimi anni; c'è stata sofferenza autentica solo nella parte iniziale della ripresa, prima del crollo in dirittura d'arrivo che ha consegnato agli almanacchi un 1-3 bugiardo e oltremodo severo. Invece a Bologna, dopo un primo tempo da arrossire, è arrivato un provvidenziale cambio di marcia che ha portato i nostri a capovolgere meritatamente il risultato, ma per l'ennesima volta è stato fallito il colpo del ko, con immancabile beffa finale fra il tripudio degli oltre 4mila romeni del Dall'Ara. 
TENUTA FISICA, POCA CONCRETEZZA ED ERRORI DIETRO - I problemi emersi, a ben guardare, sono quelli di sempre. Sul piano atletico, l'incapacità di mantenere ritmi alti con continuità, e il verificarsi di troppo frequenti cedimenti fisici alla distanza (a Bruxelles, nel finale, gli uomini di Conte sono letteralmente spariti e il punteggio poteva diventare addirittura più pesante); sul piano del gioco, alla ormai cronica prodigalità offensiva si è aggiunto il ritorno di quei tremori in terza linea che avevano macchiato la fase conclusiva della gestione Prandelli. Alla Romania, tanto per dire, i ragazzi di Conte hanno concesso due gol su quattro conclusioni pericolose, e in entrambe le circostanze i tentennamenti dei nostri difensori sono stati esiziali: scontro Darmian - Barzagli che ha dato il via libera a Stancu per lo 0-1, goffo tentativo di parata di Sirigu per la ribattuta decisiva di Andone. 
Quattro giorni prima, i Diavoli Rossi avevano pareggiato con Vertonghen lasciato libero di colpire di testa a centro area (su calcio d'angolo!), per poi mettere la freccia con De Bruyne, in seguito a un pasticcio di Bonucci, che dovrebbe essere il punto cardine della nostra retroguardia. Ce n'è abbastanza per essere preoccupati. Soprattutto dal momento che, lo ripetiamo, in avanti la concretezza è ancora un miraggio. A Bologna El Shaarawy ha avuto due occasioni clamorose, Marchisio ci ha provato con una bella fiondata da fuori in chiusura di prima frazione (per poi cogliere su rigore il meritato successo personale), imitato nella ripresa da Parolo; delle occasioni di Pellè ed Eder in Belgio si è già detto, e non sono state le uniche, se pensiamo ad altri tentativi andati a vuoto di Candreva, Florenzi e dello stesso Faraone. 
TANTI DUBBI E POCHE CERTEZZE - Proprio per questo non c'è da stare tranquilli: quando si gioca tutto sommato su livelli apprezzabili e si torna a casa con un pugno di mosche, vuol dire che i margini di miglioramento, per quanto esistenti, non sono poi enormi. In ogni caso, qualche certezza questi due test l'hanno pur lasciata: Florenzi e Candreva al top, ad esempio, non possono assolutamente restare fuori dall'undici titolare, ed El Shaarawy si sta lentamente riappropriando delle misure di un tempo, quantomeno come capacità di movimentare la manovra offensiva (la precisione sotto porta è invece ancora uno sbiadito ricordo di quella fulminante parentesi rossonera). Davanti a Buffon, sperando che quello di Bonucci sia solo un momentaneo appannamento, Chiellini continua a non brillare, e tutto il movimento calcistico italiano deve mordersi le mani nel vedere Rugani, il più dotato dei giovani difensori nostrani, ai margini di una Juventus in cui, vista la stagione ormai chiaramente di transizione, potrebbe e dovrebbe esserci lo spazio per qualche sperimentazione (nemmeno troppo ardita perché, lo ripetiamo, il ragazzo ex Empoli è una certezza). Speriamo in una ulteriore crescita di Romagnoli e in un ritorno in auge di Astori: altre alternative in mezzo non ve ne sono, puntare ancora su Ranocchia sarebbe davvero un salto nel buio. 
PEPITO E MANOLO - Nella fascia centrale, Verratti è diventato ormai indispensabile, Bonaventura reclama una chance, mentre qualche metro più avanti si tratterà di trovare spazio per Insigne, Berardi (che all'azzurro ci tengono eccome) e Bernardeschi. Sempre più lontana l'eventualità di una rinascita sul breve periodo di Balotelli, rimane la speranza di un recupero alla causa di Pepito Rossi, ipotesi tutt'altro che peregrina, mentre merita senz'altro un più ampio minutaggio l'inesorabile Gabbiadini (ieri in gol poco dopo l'ingresso in campo): affrontare Euro 2016 con la coppia di punta Pellè - Eder, dignitosa e nulla più, ci escluderebbe a priori dal grosso giro, a meno di non trovare più puntuali rifornitori di palle gol e incrementare al massimo l'efficacia sotto porta della nostra nutrita batteria di potenziali incursori. 

mercoledì 1 aprile 2015

CLUB ITALIA, COSI' LA SETTIMANA AZZURRA: BERTOLACCI E SORIANO SICUREZZE, FASCE BLINDATE. EDER NON RISOLVE I PROBLEMI OFFENSIVI

                                                  Bertolacci: bene a Sofia

Una breve ricomparsa dopo quattro mesi di stop, e ora la Nazionale torna di nuovo in letargo fino al 12 giugno,  salvo stage o amichevoli organizzate in tutta fretta: l'appuntamento è in Croazia, per la tappa più difficile verso Euro 2016 (ma poi ci saranno quattro gare da potenziale bottino pieno, a settembre e a ottobre). Se non altro, c'è molto da salvare di questa settimana azzurra fra Sofia e Torino: diverse indicazioni positive e comunque utili in prospettiva, al di là di certi strali critici che con eccessiva virulenza si sono abbattuti soprattutto sulla prestazione di sabato, e al di là delle inutili polemiche partite da casa Juve. 
BERTOLACCI E SORIANO OK - Abbiamo scoperto, ad esempio, che il serbatoio verde della nostra rappresentativa è meno vuoto di quanto si sia indotti a pensare, in questi tempi di vacche magre. Bastino due nomi: Bertolacci e Soriano. Il genoano è stato il vero protagonista azzurro nella serata invernale del Vasil Levski, alla pari del celebrato Eder: ha illuminato la manovra col suo dinamismo e la sua intraprendenza, ha spinto e creato gioco, dialogando mirabilmente sulla sinistra con l'ex compagno Antonelli (una coppia rossoblù che non si sarebbe mai dovuta scindere, ed era possibile tenerli entrambi in Liguria...). Il blucerchiato ha invece brillato di vivida luce ieri sera a Torino, giostrando a tutto campo, con un contributo particolarmente sostanzioso in fase di filtro. Non sono risultanze da poco: due nomi nuovi definitivamente aggiunti al gruppo, due sicurezze su cui si potrà sempre contare in futuro, soprattutto ora che l'addio di una grande figura come Pirlo si fa sempre più imminente e lo stesso De Rossi non pare più il totem di un tempo. 
CANDREVA E PAROLO: CERTEZZE - Ancora: in Bulgaria si è visto come Candreva sia, attualmente, il nostro centrocampista di maggior spessore internazionale, per doti atletiche, classe e personalità, un vero leader, mentre nel primo tempo contro gli inglesi ha ben figurato Parolo, propositivo, veloce, abile in appoggio alla manovra offensiva e coraggioso nel tentare la conclusione. Quattro nomi da cui il nostro reparto nevralgico non potrà prescindere per lungo tempo, così come non si potrà fare a meno di Verratti, per quanto il "parigino" non abbia ancora preso totalmente possesso della squadra: potendo contare sul sostegno di tanti affidabili scudieri, da lui si pretenderebbe una presenza più sostanziosa nel vivo dell'azione, là dove prende corpo il lavoro di impostazione. Valdifiori è ovviamente da rivedere, ma ha sciorinato coraggio e discreta visione di gioco.
VARIE SCELTE PER LE FASCE - Buone nuove anche dalle corsie esterne, fondamentali nel gioco di Conte: Darmian ha stentato in Bulgaria sulla destra, ma si è pienamente ritrovato una volta spostato sul versante opposto, confermandosi allo Juventus Stadium. Potrebbe essere l'ideale... soluzione mancina, che libererebbe spazio dall'altro lato per giovani rampanti come Donati e Zappacosta (o per il multiforme Florenzi), in attesa che De Sciglio si riappropri delle misure tecniche palesate ai tempi della Confederations Cup in Brasile. Antonelli, molto attivo in fase di spinta nella gara di qualificazione, ha però mostrato il difetto di sempre, ossia scarsa precisione nel cross, limite certo più grave dell'occasionale errore sotto porta di ieri sera, quando ha mancato la rete della vittoria dopo un bel duetto con Immobile, cose che capitano ai terzini... La classicissima con gli inglesi ha anche mostrato una difesa più sicura, soprattutto un Ranocchia senza sbavature, ma non c'è da farvi grosso affidamento: la carriera dell'interista è stata fin qui contrassegnata da alti e bassi e clamorosi cali di concentrazione. Non è mai troppo tardi per maturare, ma fossimo nel cittì non differiremmo ulteriormente la chiamata di Rugani e Romagnoli, gioielli di terza linea ai quali occorre dare minutaggio ed esperienza, in fatto di sfide "che contano". 
IN ATTACCO SBAGLIANO TUTTI - Il reparto avanzato è stato un po' il punto dolente del doppio impegno azzurro. Immobile ha sbagliato molto sotto porta, Zaza ultimamente si è votato (per nuova vocazione o per necessità?) a un lavoro più oscuro, di sponda e di sostegno ai compagni, in stile Ciccio Graziani a fine carriera: ma l'avvio di stagione l'aveva visto ergersi a protagonista per la sua incisività al tiro, ed è in quelle vesti che può avere una sua effettiva utilità. Gabbiadini, a Sofia, ha mancato la rete che avrebbe potuto darci tre punti pesantissimi, Pellè ieri ha freddato Hart con uno svolazzo di testa, ma nella ripresa ha fallito il raddoppio a porta quasi vuota, dopo una respinta del portiere. 
C'è insomma da aggiustare la mira, però questi sono ragazzi che valgono, e alla fine comunque le occasioni là davanti arrivano. Non è neanche vero che l'oriundo Eder sia la panacea di tutti i mali: perché ha salvato la baracca sabato scorso (gran prodezza, chapeau), ma ad esempio poche ore fa ha sprecato una palla gol che pareva più difficile sbagliare che realizzare, a tu per tu col guardiano inglese. Il discorso è sempre lo stesso: solo giocando tanto ad alti livelli è possibile acquisire maggior freddezza sotto porta, anche Vialli e Mancini a inizio carriera si divoravano gol clamorosi (lungi da me il voler fare paragoni arditi, la questione è un'altra)... Viene una rabbia immensa pensando all'ennesima annata gettata alle ortiche da Balotelli, uno che, anche solo al 60 per cento della forma, potrebbe essere utilissimo alla causa di Conte (guai a dimenticare i tanti gol pesanti messi a segno durante la gestione Prandelli). 

                                               Candreva, ormai insostituibile

POCA CONCRETEZZA - E' un peccato, perché questa scarsa consistenza offensiva impedisce di cogliere frutti che il nostro team meriterebbe: contro la rinvigorita armata di Roy Hodgson, per dire, la nostra Azzurra ha ben figurato, per oltre un'ora ha tenuto il campo con autorità, correndo pochi rischi, controllando gli avversari con una malizia tattica e una tranquillità che da tempo non sfoderava; ma ha mancato il colpo del ko, consentendo agli ospiti di restare in partita e di centrare infine il pari con Townsend, dopo che Buffon e Rooney avevano inscenato una serie di bei duelli tutti stravinti dal vecchio Gigi. 
Stessi esiti in Bulgaria, anche se quella partita si è sviluppata in maniera diversa, e l'Italia vi ha palesato difetti ormai congeniti. I nostri han giocato da grande squadra solo in due fasi, le più prevedibili e in genere le meno redditizie: in avvio di gara, il che però serve a poco se non dai contorni cospicui alla tua superiorità (un solo gol su autorete e un paio sbagliati), e nel finale, quando è naturale e ovvio andare all'assalto per rimediare agli errori precedenti, ma quando, però, la frenesia rappresenta un limite insormontabile per attaccanti già, come detto prima, scarsamente lucidi in condizioni normali. Così, si concretizza poco e si concede agli avversari la puntualissima rimonta, in Bulgaria favorita anche dai consueti errori di tocco e di misura in fase di gestione della palla, errori tuttavia in parte scomparsi nel test match piemontese.  
LA SCORCIATOIA ORIUNDI E I NOSTRI BUONI UNDER - Rimane comunque la sensazione di una squadra in crescita, in formazione, alle prese con una maturazione certo laboriosa ma poggiata su buone basi. E gli oriundi, lo ripetiamo, rappresentano una scorciatoia facile ma di scarsa prospettiva, il tutto mentre, dopo la bella Under 21 costruita da Ferrara e da Mangia seconda all'Europeo 2013, ci ritroviamo fra le mani, fra lo stupore generale, un'altra giovanile discretamente competitiva, che mesi fa ha centrato la qualificazione alla rassegna continentale (ai danni fra gli altri della Serbia e del quotato Belgio), e venerdì scorso ha sfiorato il colpaccio in Germania. Ma siam sempre lì: se poi questi ragazzi non giocano nei loro club, o vengono relegati in Serie B, è inevitabile che le promesse siano destinate a rimanere tali: non certo per mancanza di talento, ma perché vengono negate loro le possibilità di esprimersi. Certo è più semplice pescare l'Eder o il Vazquez di turno, piuttosto che lavorare pazientemente su un Berardi o su un Baselli.