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martedì 6 settembre 2016

DOPO ISRAELE - ITALIA: E' LA NAZIONALE DI VERRATTI, DI PELLE' E DI NUOVE RISORSE OFFENSIVE. MA CHIELLINI...

                                                 Verratti: il futuro azzurro è suo

L'Italia torna da Israele con un bicchiere pieno ben oltre la metà. Al di là del risultato, Ventura ha acquisito due certezze definitive e assolute: la Nazionale in cammino verso Russia 2018 dovrà essere la Nazionale di Verratti, e per il momento è sempre più la Nazionale di Pellè. Quest'ultimo dato è forse il più incoraggiante, sul piano della stretta attualità, se pensiamo al limite tecnico che maggiormente ha frenato la nostra rappresentativa negli ultimi anni, ossia la drammatica latitanza di punte di autentico spessore internazionale. Ecco, ora almeno un attaccante di stampo europeo ce l'abbiamo: il... neo cinese sta timbrando il cartellino con regolarità impressionante fin da prima dell'estate, si è fatto scivolare addosso senza cedimenti psicologici le polemiche per la sceneggiata in occasione del famigerato rigore contro Neuer. Segna e fa segnare: ieri ha aperto le marcature e ha mandato in gol nel finale Immobile, con un assist di testa preciso al millimetro; e nel mezzo, un impegno costante e un'altra occasionissima, sempre di testa, sventata mirabilmente dal portiere di casa. 
RIFIORISCONO LE PUNTE? - Serviva come il pane, uno così là davanti, continuo ed efficace ad alti livelli in questo 2016 da favola; e attorno a lui sembra fiorire una generazione di giovanotti di nuovo in sintonia col gol: il neo laziale Ciro ha ritrovato la via della rete azzurra dopo tempo immemorabile, alle spalle premono Belotti e Pavoletti, indemoniati con le casacche di club, altre alternative potrebbe fornirle una stagione monstre di qualcuno fra i vari Gabbiadini, Paloschi, Zaza, Rossi, senza dimenticare Balotelli che deve recuperare un'infinità di strada, ma che non considero del tutto perduto per il calcio che conta. Con la collaborazione dei nostri incursori, da Candreva a Insigne, da El Shaarawy al Berardi che verrà, allo splendido Giaccherini di Euro 2016, potrebbero fare impennare la potenza di fuoco della nostra selezione. 
L'IMPORTANZA DEL PALLOTTOLIERE - E' un discorso, quello sulla prima linea azzurra, che assume importanza primaria, visto che l'obsoleto regolamento delle qualificazioni mondiali costringe a fare i conti con la differenza reti totale, quindi qualche gol in più o in meno rifilato ai "vasi di coccio" del girone potrebbe diventare determinante: anche per questo, ad esempio, ieri saremmo stati tutti grati a Immobile se non avesse fallito il 4 a 1 solo davanti a Goresh, ma non si può avere tutto dalla vita...Certo, non è detto che si arrivi a pari punti con la Spagna, ma nel caso capitasse, le Furie Rosse hanno già dato una bella sistemata al loro score grazie all'8-0 al malcapitato Lichtenstein, dimostrando che sbaglia chi dice che "non esistono più le squadre materasso". Esistono invero solo per qualcuno: l'Italia, ad esempio, contro queste rappresentative di bassissima statura qualitativa ha sempre inspiegabilmente sofferto le pene dell'inferno. Pensiamo anche alle eliminatorie dell'ultimo Europeo e al doppio 1-0 con Malta: contro il Lichtenstein, una simile "parsimonia" sotto porta ci creerebbe non pochi imbarazzi in sede di classifica.
VERRATTI LEADER - L'Italia di Pellè e degli attaccanti ritrovati, si diceva, e anche l'Italia di Verratti. Lo avevo scritto nel precedente post, ma sinceramente non ci voleva una grande fantasia: il genietto del Paris Saint Germain sarà l'uomo di Ventura, il leader della sua Azzurra, il califfo del centrocampo. Ad Haifa ha dettato legge per un'ora abbondante, prima che una condizione approssimativa e qualche acciacco prendessero il sopravvento. Fondamentale in interdizione, tranquillo e ordinato nella tessitura, incisivo in fase creativa: suo il lancio per Antonelli che ha innescato Pellè per l'1-0, suo l'assist a Bonaventura che è andato poi a conquistarsi un rigore non clamoroso ma assolutamente legittimo. Il posto là in mezzo è definitivamente suo, continuare a tenerlo costantemente sotto esame sarebbe deleterio per le sicurezze sue e della squadra. 
FARE A MENO DI CHIELLINI? SI PUO' - Sono altri, semmai, gli uomini dai quali va sollevato il velo dell'intoccabilità. Non è bello sparare su un bersaglio già vulnerabile, ma ad esempio Chiellini, in queste prime due gare targate Ventura, ne ha combinate più di Carlo in Francia, come recitava un vecchio adagio, fra svarioni difensivi e l'espulsione che, ieri, ha lasciato i suoi in inferiorità numerica per quasi tutta la ripresa. Attenuanti e aggravanti: consideriamo che un periodo negativo può capitare a tutti, e teniamo conto di una brillantezza atletica che in questa fase della stagione è appannaggio di pochi; non dimentichiamo però che il ragazzo non è più di primo pelo, e che comunque, nelle sfide fuori dai nostri confini, ha sempre alternato cose egregie a momenti di grossa difficoltà (con prevalenza delle prime, va detto). Anche in questo settore, sia pur in maniera minore rispetto al reparto avanzato, qualche alternativa c'è, e, sempre in riferimento a quanto scritto pochi giorni fa, è il caso di lanciare con decisione il bravo Rugani, magari in un assetto difensivo riadattato, perché non si può restare avvinghiati in eterno al 3-5-2, soprattutto se non hai il trio juventino in piena efficienza, mentre la difesa a quattro è senz'altro più adatta a innescare un football propositivo. 
CLASSICA ELIMINATORIA - Per il resto, quella in Israele è stata una gara di qualificazione come tante se ne sono viste in passato e tante se ne vedranno, da parte dei nostri alfieri. Di quelle gare che la nostra rappresentativa difficilmente riesce a giocare esprimendosi al massimo delle proprie potenzialità; e tuttavia, non vi fosse stato il duplice sbandamento di Chiellini, i nostri avrebbero verosimilmente condotto in porto il successo magari senza squilli, senza miracol mostrare, ma in sostanziale tranquillità, tanto è vero che anche dopo la stilettata di Ben Chaim per l'1-2 l'Italia è andata vicinissima al tris con la citata inzuccata di Pellè.
ECLETTISMO - Nella prima mezz'ora la superiorità è stata netta: due affondi pericolosi, due reti per noi. Poi, le solite paturnie azzurre, in primis la maligna capacità di rimettere in corsa avversari già groggy, un deficit di cui, temo, non ci libereremo mai. Di buono, una concretezza sotto porta non comune per le abitudini nostrane, e un certo eclettismo da parte di molti: Verratti ha giocato a tutto campo, Bonaventura e lo stesso Pellè sono stati visti spesso arretrare a dar manforte a una difesa preda di inusuali tremori, e Parolo, a lungo ai margini, è venuto fuori nel periodo di inferiorità, guadagnandosi la pagnotta in fase di copertura. 
DOPPIO CERVELLO - Ancora: discreto Antonelli, troppo sulle sue Candreva, rigore del 2 a 0 a parte (un elemento di tale spessore tecnico dovrebbe essere uno dei trascinatori della squadra, invece in azzurro troppo spesso spegne la luce) e la conferma che una cosa è giocare con una... classe dirigente (Bonucci e Verratti), un'altra con una formazione sostanzialmente "acefala" quale quella vista a Bari. Proprio per questo, per la presenza di un ben definito asse centrale dal quale si dipanava la manovra, si sono avvertiti i primi segni di una certa discontinuità nei confronti dell'ultima Italia targata Conte, che in Francia ha dovuto fare a meno dell'ex Pescara e di Marchisio, sviluppando quindi il suo gioco per altre vie. Poi, certo, tutto va tarato sulle particolari caratteristiche di questo match, prima la necessità di fare punti e poi le complicazioni tattiche dovute all'espulsione. In ogni caso, l'auspicato "scollinamento", come scritto nel precedente articolo, c'è stato. A ottobre arriva la Spagna a Torino, e forse l'Azzurra made in Ventura comincerà ad emergere più nitidamente. 

venerdì 2 settembre 2016

ITALIA DOPO IL KO CON LA FRANCIA: VENTURA VERSO ISRAELE, ALLA RICERCA DI UN COMPROMESSO FRA CONTINUITA' COL PASSATO E PRIME INNOVAZIONI

                                        Rugani: il futuro azzurro ha anche il suo volto

Certo sarebbe stato più semplice avviare il nuovo ciclo azzurro con un approccio soft, vittoria in scioltezza contro una rappresentativa ai margini del calcio che conta e applausi facili strappati al pubblico di Bari (a proposito, sentiti i fischi assordanti all'inizio dell'inno francese, ho pensato a cosa accadrebbe se per entrare allo stadio si dovesse prima superare un test d'intelligenza e di cultura generale: probabilmente i nostri impianti si svuoterebbero ulteriormente). Merita dunque un apprezzamento almeno il coraggio mostrato dalla Figc e dall'esordiente cittì Ventura per aver scelto un autentico battesimo del fuoco.  
POCHI SPRAZZI NEL PRIMO TEMPO - Per il resto, il netto ko contro i galletti di Deschamps è il classico risultato interlocutorio tipico di tante amichevoli, ancor più se disputate quando la stagione calcistica è appena agli inizi: in linea di massima non c'è da disperarsi, perché finché si è giocato ad armi atletiche pari (nel primo tempo) l'Italia è tutto sommato rimasta in partita; quando si è manifestato il puntuale crollo fisico da condizione ancora approssimativa, e quando il tessuto tecnico della squadra è stato rimescolato dalla girandola di sei cambi, fino a sfaldarsi, la luce si è spenta e la barchetta azzurra è andata definitivamente alla deriva, priva di qualsiasi identità. Ma non c'è neanche da stare troppo sereni, perché chi cita certi esordi negativi del passato poi smentiti dal prosieguo (il primo Lippi sconfitto in Islanda, Prandelli battuto dalla Costa d'Avorio), dimentica che allora ci furono diverse settimane di tempo per raddrizzare la rotta prima del successivo impegno, mentre adesso non ci sono che pochi giorni a disposizione, dietro l'angolo si staglia già Israele, qualificazioni mondiali, in un girone in cui contro le avversarie "minori" non possiamo permetterci passi falsi, visto che la nostra rivale principale è la Spagna. 
DE SCIGLIO, CANDREVA, PELLE': CONFERME - Tutto ciò premesso, vediamo in breve cosa va e cosa non va in questo nuovo Club Italia, sulla base delle parzialissime indicazioni di ieri. Partendo dal presupposto che i Bleus in questo momento storico ci sono superiori, sul piano del talento puro (anche se non di molto, parere personalissimo) e sul piano dell'esperienza internazionale (nettamente, per l'annoso problema dello scarso minutaggio riservato dai club ai giocatori nostrani), nella prima frazione, come si diceva, rari ma intensi sprazzi di gioco a livello Euro 2016, benché non sostenuti dalla medesima continuità e precisione di palleggio. Ci sono state importanti conferme: il De Sciglio rigenerato visto all'opera nel torneo francese, pur se intermittente e comunque calato alla distanza, un Candreva che si è elevato nettamente una spanna sopra tutti i compagni, per brillantezza, fervore, classe ed efficacia, un Pellè che ha sollecitamente rotto l'imbarazzo del nefasto duello con Neuer facendo pace con se stesso e coi tifosi, con uno splendido sinistro in girata che ha fulminato Mandanda; e fra i pochissimi volti nuovi, un Bonaventura che si è battuto con intelligenza e ardore, pur senza miracol mostrare. Nulla di più: rispetto all'Italia europea, mancavano due elementi assolutamente fondamentali come Bonucci, vero regista della formazione, e l'indiavolato Giaccherini che nella kermesse continentale fu uno dei top player assoluti. E mancava la pienezza delle risorse fisiche e mentali, una lacuna che ha fatto smarrire certi automatismi e portato a commettere errori banali in fase di copertura, come quello di Chiellini che ha dato il là allo 0-1 firmato da Martial. 
I CAMBI: BENE RUGANI - Poco da dire sui cambi: Montolivo si è confermato discreto tiratore dalla distanza, ma non è più il buon centrocampista (spesso utilissimo alla Nazionale) ammirato fino al nefasto infortunio pre Brasile 2014 e mi risulta difficile pensare che questo nuovo ciclo possa avere nel milanista uno dei perni; Donnarumma ha ben figurato, pur facendosi beffare dalla stilettata di Kurzawa per il 3 a 1 definitivo; Rugani ha mostrato le sue doti soprattutto in fase di rilancio dell'azione, ed è un elemento del quale presto la nostra selezione non potrà fare a meno; gli altri, anche gli attesi Verratti e Belotti, sono rimasti ai margini del gioco, ma ormai la gara era visibilmente compromessa e la manovra viaggiava sui binari della più schietta improvvisazione. 
SCOLLINARE ALLA MENO PEGGIO.. - Male la prima, dunque, ma cosa c'è da fare? Il messaggio lanciato da Italia - Francia  ha una valenza di medio periodo, perché per la sfida israeliana non è che si possano mettere a posto molte cose, e ci sta che in questi albori dell'era Ventura rimanga intatto il cordone ombelicale che lega la nuova "Azzurra" all'era Conte: per l'esordio Mondiale servono soprattutto certezze, quelle certezze che, a inizio settembre, possono arrivare solo dall'incoraggiante Euro 2016. E' un traguardo esclusivamente da "scollinare", come disse Dino Zoff all'inizio della sua avventura da CT nel 1998; ciò non toglie che il relativo valore dell'avversario dovrà dare la stura a una sperimentazione meno timida di quella vista in Puglia. 
RINNOVAMENTO PROGRESSIVO - Questa è una squadra che, partita dopo partita, dovrà cambiare pelle tattica e svecchiarsi progressivamente: perché insistere su un De Rossi in mezzo non ha più un grande senso tecnico e di prospettiva, perché in avanti la nostra Serie A propone già da diversi mesi soluzioni assai migliori di Eder, perché, come lo stesso Ventura ha più volte sottolineato, bisognerà pur trovare una strategia che consenta di sfruttare il filone aureo degli esterni offensivi, unico ruolo risparmiato dalla "crescita zero" dei nostri vivai; perché i citati Rugani e Verratti non possono più essere dei titolari a mezzo servizio; perché Berardi, al centro di polemiche forse un po' troppo sopra le righe in questi giorni, arriverà, dovrà arrivare. Per ora, auguriamoci che una compagine più "sul pezzo", più sulle gambe, innervata da un paio di iniezioni di freschezza giovanile, sia sufficiente a sbancare Haifa. 

domenica 28 agosto 2016

NAZIONALE, SI RIPARTE. CLUB ITALIA VERSO FRANCIA E ISRAELE CON UN PO' PIU' DI GIOVENTU'...

                                        Ventura: inizia il viaggio verso il Mondiale 2018

Fra pochi giorni è già Nazionale, nel pieno rispetto dei ritmi frenetici del calcio d'oggidì. Iniziare un ciclo nuovo di zecca in queste condizioni, con la preparazione concentrata in pochi giorni e con un numero esiguo di vere partite nelle gambe dei convocati, non è il massimo della vita, anche perché gli impegni saranno subito probanti: vernissage a Bari contro la Francia, deludente vicecampione europea, e poi si farà sul serio in Israele, dove prenderà il via la nostra corsa al Mondiale. Su Giampiero Ventura CT ho già esposto le mie perplessità in un post pubblicato in tempi non sospetti, ossia nel giugno scorso. Va qui ribadito che dalla sua gestione ci si aspetta soprattutto quell'attenzione ai giovani che i suoi due predecessori, Prandelli e Conte, hanno lasciato in gran parte inattuata, dopo buone premesse.
BACINO RISTRETTISSIMO - Certo, la stagione calcistica italiana appena partita non rappresenta il brodo di coltura ideale per sviluppare un progetto simile. Dando uno sguardo ai teorici titolari delle grandi e delle medie della nostra Serie A, il quadro è al solito desolante: vedere tre - quattro italiani fra gli undici è già un miracolo, il più delle volte sono anche meno, con le sparute eccezioni di Milan, Sassuolo e Toro, che continuano con pervicacia a puntare sul "prodotto interno". Il bacino in cui pescare è dunque ancora ristretto, troppo ristretto. E' pur vero che chi ha guidato le rappresentative azzurre in questi oscuri anni di esterofilia spinta ha saputo davvero trarre il massimo da una situazione di emergenza, mantenendo la Nazionale maggiore e l'Under 21 su standard tutto sommato decorosi. 
DECORO E NULLA PIU' - Decoro, per la storia calcistica dell'Italia, significa quantomeno non fallire la qualificazione alle fasi finali di Europei e Mondiali, cercando poi di farvi bella figura. Ma è chiaro che oltre un certo limite non si possa andare, se manca non tanto la qualità (il nostro vivaio, nonostante tutto, continua a produrre ragazzi ben impostati tecnicamente, perché la tradizione di una scuola è dura a morire), quanto l'esperienza di alto profilo, il minutaggio nelle gare internazionali, l'abituale frequentazione delle zone nobili del massimo campionato, delle sfide di vertice. Quello è il punto di rottura, l'incrocio in cui la strada del football italiano diverge da quelle percorse dai movimenti calcistici più aperti al lancio di forze fresche. 
Per questo ho valutato positivamente l'esperienza azzurra in terra francese di un paio di mesi fa: con quella squadra, buona ma non eccelsa, Conte ha centrato un ottimo traguardo, e poco ci mancava che entrasse addirittura fra le prime quattro del Vecchio continente. L'elevata professionalità di uomini di campo come il neo coach del Chelsea e come Di Biagio, tatticamente all'avanguardia ma eccellenti anche in tema di preparazione atletica e doti motivazionali, sta consentendo al nostro malandato pallone di restare a galla in condizioni proibitive, grazie alla valorizzazione di bravi giocatori costretti a giostrare nelle retrovie del calcio che conta, chiusi da stranieri spesso di dubbio valore; ma tutto ciò può servire a cogliere risultati parziali, intermedi (come il superamento di una fase eliminatoria, per l'appunto), o exploit isolati (come l'eliminazione ai rigori per mano tedesca nell'Exagone), non a costruire cicli vincenti di lunga durata.
VENTURA IN PRIMA LINEA - Auspicare un cambio di tendenza nel modus operandi dei nostri grandi club è pura utopia, quantomeno nel breve periodo. Ergo, il neo cittì dovrà arrangiarsi e forzare la mano ai colleghi allenatori di società, imponendo in rappresentativa giovani che faticano a farsi largo nelle squadre di appartenenza e pescando poi abbondantemente fra le "medie", dando spazio e minuti di gioco ai vari Benassi, Berardi e Belotti, assumendosi in prima persona l'onere di formarne  lo spessore internazionale che mai potranno acquisire in altra maniera; e dovrà tenere almeno un occhio costantemente all'estero, guardato spesso con freddezza da altri selezionatori prima di lui: ricordiamo che quest'estate sono partiti per lidi stranieri, fra gli azzurrabili, Soriano, Zaza e Pepito Rossi, né si potrà trascurare Pellè solo perché si è spinto in un campionato lontano e non irresistibile come quello cinese. 
LINEA VERDE? QUALCOSA SI MUOVE... - Per intanto, ci sono da valutare le prime convocazioni, e mi pare che fra luci ed ombre i segnali dell'apertura di un effettivo nuovo corso si intravedano distintamente, tra le righe: le chiamate di Donnarumma, Romagnoli e del citato Belotti, la fiducia data a chi fece inutilmente anticamera per la spedizione parigina, ossia Rugani e Pavoletti, il provvidenziale ripescaggio degli ottimi Bonaventura e Gabbiadini vanno nitidamente in questa direzione. Possono suscitare perplessità le rinunce a Insigne ed El Shaarawy, ma avranno indubbiamente pesato i responsi delle prime uscite di Napoli e Roma, mentre mi risulta difficile pensare che i due non possano avere un ruolo di primo piano nel biennio in cui si dovrà sgomitare con la Spagna per un posto a Russia 2018. 
ATTESE CONFERME DA DE SCIGLIO E PELLE' - Per il resto, come lo stesso Ventura aveva anticipato nella conferenza stampa di presentazione in luglio, non si poteva che ripartire dal tanto di buono lasciato in eredità da Euro 2016, sia per l'esito complessivamente felice di quel torneo, sia per la mancanza di tempo a disposizione per le sperimentazioni. In particolare De Sciglio e Pellè dovranno definitivamente consolidare la continuità di rendimento ad alto livello sciorinata nella kermesse continentale; giusto il premio ad Ogbonna, che nella sfortunata (e inutile) gara con l'Irlanda si era dimostrato difensore affidabile, per quanto senza lampi particolari ed esclusivamente dedito a compiti di pura copertura; in quella stessa gara Bernardeschi fece male, ma si trovò ad operare in un contesto estremamente problematico (formazione rifatta da capo a piedi, un mosaico autentico), e ha il talento per diventare una sicurezza del gruppo. 
RINNOVAMENTO DI RANGHI E CONTINUITA' DI SPIRITO - Poi, chiaro, come per ogni nuovo selezionatore, non mancano le scelte che dividono: Montolivo da tempo poco convincente in azzurro come in maglia rossonera, il De Rossi protagonista dell'ennesima alzata di ingegno comportamentale nel preliminare di Champions, un Marchetti che non riesce a scollarsi di dosso i suoi alti e bassi. Poca roba, in fondo: al momento le impressioni sono positive, il resto verrà. Con Verratti, il Club Italia recupera il punto di riferimento a centrocampo e il potenziale leader del futuro, tornerà Giaccherini, fra i migliori azzurri in assoluto a Euro 2016 (strepitosa in particolare la sua gara contro le Furie Rosse) e al momento fermato da acciacchi fisici, tornerà Perin, arriveranno, fra gli altri, Benassi e soprattutto Berardi, scatenato in questo avvio di stagione ma lasciato all'Under per le sfide decisive dell'Europeo. Ancora una volta, nonostante un campionato sempre più... globalizzato, si riparte da una buona base: al valorizzatore Ventura il compito di far sbocciare le forze nuove, toccando poi i giusti tasti psicologici per non disperdere il patrimonio di compattezza e di convinzione che animò il gruppo di Conte, per mantenere almeno in parte, nel rispetto della propria idea di football, il filo della continuità con una squadra che, in estate, aveva trovato una precisa identità tecnica, tattica e morale. 

martedì 28 giugno 2016

EURO 2016: RIECCO L'ITALIA DELLE IMPRESE EPICHE. SPAGNA ANNICHILITA, AZZURRI FRA LE PRIME OTTO, BRASILE 2014 LONTANO ANNI LUCE...


Quattro anni dopo Varsavia, il calcio italiano si scopre ancora capace di regalarsi, e regalarci, epiche imprese da tramandare ai posteri. In Polonia fu la semifinale di Euro 2012 a restare scolpita nei libri di storia: la più bella Azzurra targata Prandelli annichilì la favoritissima Germania, la sera in cui Balotelli parve davvero a un passo dal diventare uno dei campionissimi dell'era contemporanea. Da allora, il buio: quattro anni di crisi, di miserie, di declino di tutto un movimento, col punto più basso toccato nella breve e nefasta spedizione brasiliana, e con una Nazionale che, anche dopo quel ko, è sempre parsa tollerata e mal sopportata dai club, invece di esser vista come fondamentale volano per il rilancio del nostro pallone. Un tunnel dal quale sembrava impossibile potessero sortire favole così belle come quelle che Conte e i suoi ragazzi ci stanno raccontando in questo assolato giugno. Già ci aveva inebriati il colpaccio messo a segno al debutto col Belgio, la squadra del futuro, una delle papabili per il titolo, e che in seguito ha dimostrato di non essere un bluff, al punto di trovarsi ormai un solo, non irresistibile ostacolo davanti prima di approdare alla semifinale. 
VITTORIA DEL GIOCO - Quello contro i Diavoli Rossi fu un capolavoro di football all'italiana riveduto e corretto in versione moderna, ossia difesa attiva  e propositiva. Ma ieri, a Saint Denis, si è visto tutt'altro. Proprio come quattro anni fa, ma anche come nell'82 col Brasile al Sarrià (ebbene sì, il paragone ci sta tutto), i nostri hanno sfidato i favoritissimi spagnoli sul loro stesso terreno, il terreno del gioco, dell'iniziativa, dell'aggressività, e si sono (ri)scoperti intraprendenti e coraggiosi. Hanno affrontato il match con lo stesso spirito positivo del duello in Confederations di tre anni fa, che avevo evocato nel mio ultimo post: ma allora ci spegnemmo a gioco lungo, questa volta ci sono state più intensità, più resistenza fisica e morale, più incisività, più cattiveria. Hanno spazzato via la Roja, talmente stranita da cotanto affronto al punto di non riuscire, per almeno settanta minuti, ad imbastire una risposta degna di tal nome, e della fama che accompagna Iniesta e compagni da quasi dieci anni. Da tempo non si vedeva la nostra selezione attaccare con tale continuità, e con tanta precisione nella costruzione delle proprie manovre. Prima e dopo il gol sblocca - punteggio di Chiellini, in un difficile tap-in su punizione di Eder non trattenuta da De Gea, si sono registrati i tentativi di Pellè, Giaccherini in splendida rovesciata, Parolo, ancora Giaccherini con una fiondata di destro alzata in corner dall'erede di Casillas. E nella ripresa di nuovo Eder ha mancato il raddoppio dopo una bella fuga palla al piede. 
BRILLANTI E POCO CONCRETI DAVANTI - L'han gridato tutti: bisognava chiuderla prima, dannazione; occorreva essere più concreti. Ma non si diceva, fino a poche ore fa, che il più grosso limite di questa Italia fosse rappresentato dalla mancanza di efficaci terminali offensivi? Ebbene, è ancora così, un Vieri, un Del Piero o un Toni non si inventano dall'oggi al domani, e con uno solo di questi tre la Spagna avrebbe probabilmente incassato, ieri, una delle lezioni più umilianti della sua storia. I ripetuti errori sotto porta hanno inevitabilmente esposto i nostri a un finale di gara in piena sofferenza, perché le leggende al tramonto non si arrendono senza combattere. Si incattiviscono, menano fendenti a ripetizione, magari lo fanno in maniera disordinata, ma sanno comunque portar scompiglio. Lì, e solo lì, si è rivista l'Italia della tradizione, quella da trincea, di super Gigi e della BBC (Barzagli - Bonucci - Chiellini), la sola su cui alla vigilia si puntava per uscire indenni da un confronto che pareva impari. Ed è stata invece un'Italia completa, a tutto campo, capace di coprirsi ma ancor prima di produrre un calcio bello ed essenziale, di andare al tiro e di fare paura, di tenere sotto pressione rivali fra i più reputati. 
GIACCHERINI, DE SCIGLIO E BUFFON: SUPER - E' stata prima di tutto la vittoria del collettivo, dell'organizzazione, dei movimenti perfettamente sincronizzati e, finalmente, degli errori di tocco e di misura ridotti al minimo. Tutti su livelli di eccellenza, con pochi picchi autentici, direi lo straripante Giaccherini del primo tempo, esaltatosi nella funzione che più gli è congeniale, quella di micidiale incursore dal palleggio sovente letale. E poi un De Sciglio ripropostosi sulle misure azzurre che aveva lasciato intuire ai tempi degli esordi in Confederations Cup 2013, preciso e pulito negli interventi difensivi  e sempre ben disposto a sganciarsi, per quanto nella gara di Parigi sia rimasto più che altro fedele alle consegne di copertura. Rivisto anche un Eder magari non lucidissimo ma sempre vivo e pronto a infilarsi nelle maglie della difesa iberica, un Bonucci talmente sicuro di sé da proporsi in frequenti avanzamenti, un Buffon che, inoperoso per due terzi di gara, ha saputo ergersi a baluardo nel momento più difficile, con almeno due deviazioni da urlo su Iniesta e Piquè e altri interventi impeccabili.

                                              Chiellini: ha sbloccato il risultato

DIFESA PULITA E ARMONICA - Il fatto che, alla fine, nessuno dei nostri più importanti diffidati (il trio della terza linea) abbia raccolto il secondo giallo non è un dato da poco: significa che non c'è stato bisogno di affannosi recuperi, di falli più o meno scaltri, o di scorrettezze "tattiche" per troncare sul nascere pericolose offensive di David Silva e compagni; la copertura è stata perfetta e armonica, al punto da consentire ai tre dietro di giostrare in totale serenità, senza mai forzare un intervento. L'unico "cartellinato" ad andare in squalifica è stato alla fine Thiago Motta, la cui utilità nel meccanismo azzurro francamente continua a sfuggirmi. Non arrivo a dire che i patemi di ieri siano iniziati col suo ingresso in campo al posto di De Rossi, ma è persistente la lentezza sia nei movimenti sia nella lettura delle situazioni tattiche, nonché errori che da parte di uno coi suoi piedi sono assolutamente inaccettabili. Credo che in prospettiva sia più utile Sturaro, il quale anche ieri avrebbe portato più grinta, dinamismo e qualche idea. E, già che si parla di "riserve", menzione per Insigne, che nel suo solito part time ha sfiorato un gol anticipando troppo la conclusione (avrebbe potuto avvicinarsi un po' di più a De Gea) e ha dato il là all'azione del sospirato raddoppio, perfezionata dall'affondo di Darmian e conclusa dalla "consueta" girata sotto porta di Pellè, il nostro Ciccio Graziani 2.0, punta generosa e votata al sacrificio ma spesso pronta quando si tratta di far male in area. 
FINE CICLO IBERICO? SI', MA... - I giornali spagnoli, in queste ore, parlano di fine di un ciclo. Sicuramente è così. Avevamo detto che la Spagna era ancora forte, ma non più ai livelli di quella che ha dominato l'Europa e il mondo fra il 2008 e il 2012. Il tonfo brasiliano era stato talmente fragoroso da non poter essere frutto di un momento di appannamento; il fatto che, poi, Del Bosque sia caduto nell'errore di tanti commissari tecnici vincenti di ogni parte del mondo (i nostri Bearzot e Lippi, il francese Lemerre), continuando a puntare sui "leggendari" dei primi trionfi e prolungando l'anticamera dei giovani rampanti (che sono forse... meno rampanti di come i media li dipingono) non poteva che produrre i frutti che abbiamo visto: ossia una rappresentativa ancora qualitativa, ancora in grado di sciorinare football di grana fina e di stendere avversari non irresistibili (cechi e turchi, in questo Europeo), ma più vulnerabile non appena si alza il livello dello scontro. Comunque i conti non sono ancora chiusi, per noi: nel prossimo biennio incroceremo gli iberici altre due volte, e non potrà che essere una Spagna nuova, forse ancora con tre o quattro totem, ma soprattutto con i vari Koke, Alcantara e Morata a dettar legge. Contenderemo loro la qualificazione mondiale, lo faremo sgravati dal peso di una serie negativa spezzata nell'umidità dello Stade de France, ma anche noi dovremo immettere linfa nuova nelle nostre vene, perché gli eroi di questi giorni francesi non saranno eterni.
BILANCIO GIA' IN ATTIVO - Il domani porta la Germania, che invece pare ben lungi dal chiudere il suo ciclo vincente. Dopo le brutture offerte con la Polonia nella seconda giornata, è andata in crescita lenta ma costante, pur se le avversarie affrontate non hanno certo rappresentato banchi di prova da far tremare i polsi. Impenetrabile dietro, forse l'unica difesa al mondo all'altezza, nei singoli, del nostro blocco arretrato juventino, dalla trequarti in su sta recuperando la freschezza e la forza penetrativa del Mondiale di Rio. Tuttavia, e non è per mettere le mani avanti, l'Italia questo Euro 2016 l'ha già abbondantemente onorato, vincendo quando doveva vincere, rovesciando pronostici avversi ed eliminando con pieno merito i campioni in carica: essere fra le prime otto del Continente è un progresso enorme, innegabile, rispetto al fondo toccato due anni fa. E aver raggiunto questo traguardo nel periodo di più acuta difficoltà mai attraversato dal pallone tricolore va vieppiù a titolo d'onore per gli azzurri e per il loro strano cittì "dimezzato". Sabato, a Bordeaux, que sera, sera...  

mercoledì 15 giugno 2016

EURO 2016: DOPO IL TRIONFO SUL BELGIO, L'ITALIA PUO' SFUGGIRE ALLA MALEDIZIONE DEL SECONDO MATCH


E adesso riusciranno, i nostri eroi, a non rovinare tutto? Dopo il più imprevedibile trionfo della storia recente del calcio azzurro, si staglia nitido all'orizzonte il fantasma della "sindrome della seconda partita", quell'improvviso black out che spesso ha colto la nostra Nazionale nei grandi tornei, vanificando con inopinati scivoloni partenze belle e promettenti. I casi più eclatanti? Euro 1996, con vittoria all'esordio sulla Russia, poi assurdo turn over di Sacchi che cambia mezza formazione rivoluzionando difesa e attacco, sconfitta con la Repubblica Ceca e successiva uscita al primo turno dopo il pari con la Germania; per non parlare di Brasile 2014: inglesi castigati al vernissage, e il nostro Mondiale finisce praticamente lì, la squadra si sfalda in mano a Prandelli (il più colpevole di tutti), cammina in campo senza birra e senza idee, e si fa infilare in scioltezza da Costarica e Uruguay, salutando la compagnia iridata dopo soli tre match. 
TRIONFO DI SPESSORE - Certo, la situazione che sta vivendo il Club Italia di oggi pare decisamente diversa rispetto a quei due inquietanti precedenti. Il cittì Conte è un "martello", sul piano psicologico, e cali di tensione non dovrebbero essercene. Preferiamo allora pensare che il sensazionale debutto contro il Belgio rappresenti l'apertura di una porta di cui pensavamo di non possedere le chiavi, perché è un trionfo di ben altro spessore rispetto a tante illusorie vittorie iniziali del passato: due anni fa crocifiggemmo un'Inghilterra tutto sommato modesta, questa volta abbiam fatto fuori un concentrato di classe pura, gioventù ruggente ed esperienza ai massimi livelli, la squadra del futuro e forse anche del presente, nonostante il passo falso. E magari, chissà, il paragone più calzante potrebbe essere per noi quello con il '78, quando il team di Bearzot era destinato, secondo i sedicenti esperti, a finire stritolato nel girone di Francia, Ungheria ed Argentina e invece infilò un successo dopo l'altro, brillando anche sul piano del gioco. I tempi sono cambiati, l'Italia che ha bocciato il Belgio, uno degli acclamati "primi della classe" di questo Europeo, non ha regalato spettacolo, né una manovra scintillante e aggressiva. Ha vinto all'italiana, ma nel senso più nobile del termine, nel segno di una parte del nostro DNA calcistico che ci insegna a saper soffrire in trincea, a difendere con puntiglio ma senza mai rinunciare alla controffensiva, sganciandoci spesso e volentieri per micidiali puntate nell'area avversaria. Tutt'altra cosa rispetto al catenaccio che ancora molti miopi osservatori ci attribuiscono. 
VINCITORI IMPERFETTI - I ragazzi di Conte hanno vinto con pieno merito, grazie a una compattezza, un ordine tattico, un'organizzazione che ha consentito loro di venire fuori anche dai momenti più infelici della gara. Ce ne sono stati, di questi momenti, e ciò rende ancora più incredibile il 2 a 0 rifilato ai Diavoli Rossi; si pensava tutti, me compreso, che per fare la festa ad Hazard e compagni ci sarebbe voluta una prestazione da dieci e lode, invece ne è bastata una da... sette e mezzo, con più di un lato oscuro: gli errori di palleggio che ormai, purtroppo, sono consueti alle nostre latitudini, e la conseguente abnorme quantità di palloni persi anche ingenuamente, in situazioni di assoluta tranquillità, senza forcing avversario; le tante palle gol sprecate che ci avrebbero consentito di chiudere prima il match; i quattro ammoniti, troppi decisamente in una sola partita, con la speranza che questi cartellini vengano adeguatamente gestiti per non perdere uomini chiave al momento topico. Del resto, che sia un'Azzurra colma di difetti lo si sa da tempo, ma si sapeva anche, e qui lo si è sempre scritto, che non è proprio l'ultima della schiera, che ha pochi ma notevoli mezzi per poter compiere un cammino dignitoso. 
E' SEMPRE UN GRAN BEL BELGIO - Pur subendo per lunghi tratti la pressione del Belgio, i nostri hanno alla fine creato più occasioni di quelle concesse ai rivali; e pur lamentando la défaillance di diversi uomini chiave, il timido Darmian in primis, han gettato il cuore oltre l'ostacolo, colmando i vuoti di gioco grazie alla corsa e all'abnegazione di tutti: sintomatico di questo strano e un po' illogico sviluppo della gara il fatto che, a sbloccare il risultato, sia stato Giaccherini, fino a quel momento fra i peggiori in campo. Una vittoria di un italico calcio che si riscopre più artigiano e meno ricco (di classe), ma che sa far girare in folle reputate macchine da football. A proposito, non credete a chi dice che il grande Belgio sia un bluff. Il talento infinito dei suoi verdi astri emerge ogni singola settimana della stagione calcistica di club; e questa Nazionale, alla sua prima vera esperienza di rilievo sulla ribalta internazionale, due anni fa in Brasile, si è spinta fino ai quarti di finale, estromessa a fatica dall'Argentina di Messi e Higuain, lasciando la sensazione di aver espresso solo in parte il suo valore. Poi, insomma, c'è un ranking FIFA che parla chiaro, sulla potenza di fuoco e sul rendimento della rappresentativa guidata da Wilmots: può darsi che resti un'eterna incompiuta, ma è avversario terribile, che anche in una serata storta come quella di  Lione ha comunque mostrato in diversi frangenti la sua statura tecnica senz'altro superiore a quella  dei nostri baldi rappresentanti.

                                                   Il monumentale Bonucci

NON SOLO DIFESA - Ciononostante, lo ripetiamo, la vittoria di Buffon e compagni è stata limpida: i nostri le hanno prese e le hanno date, soffrendo come da copione e uscendo indenni da ogni tempesta. Si è concluso molto verso la porta, dopo una prima mezz'ora sterile, e questo è confortante; Pellè ha sfiorato il bersaglio due volte di testa prima di cogliere il meritato successo in chiusura di partita, Immobile nel finale è stato continuo e incisivo, Candreva non sempre ha mostrato lucidità ma si ascrive comunque una gran botta respinta da Courtois e l'assist del 2-0. Di Giaccherini si è detto: nella prima frazione a lungo fuori gara, confusionario e impreciso, è risorto siglando con uno splendido destro la rete che ha segnato la riscossa di questa selezione finora pallida, e  ha fornito la conferma che la sua utilità risiede nel mortifero talento da incursore, mentre nel cuore del gioco altri potrebbero fare meglio di lui.
L'ENORME BONUCCI - L'hombre del partido è stato Bonucci, a cui riconosciamo da tempo uno spessore internazionale che molti si ostinano a non vedere, ma questa partita dovrebbe aver fatto cadere ogni dubbio, lanciandolo definitivamente nell'arengo dei big continentali: non ha sbagliato un colpo in difesa (e al suo fianco Chiellini è parso persino più nitido e meno "spiccio" del solito nel chiudere ogni varco), è stato ancora una volta il vero regista della formazione, una sorta di centromediano metodista anni Trenta, abile a spezzare le trame altrui e a impostare la manovra con lanci secchi, potenti, lunghi e precisi, come quello che ha mandato in porta il buon Giack. Insomma, c'è da lavorare ma il materiale è migliore di come era stato dipinto. E c'è al nostro attivo un successo che vale oro per i motivi detti in apertura, uno di quei successi che, in genere, fanno crescere autostima, personalità, capacità di reggere le grandi ribalte. A occhio e croce, non è una rondine che non farà primavera, a patto che Conte tenga ben salde le briglie al gruppo.
LA PRIMA GIORNATA - Il passo falso del Belgio, in fondo, si inquadra nell'andazzo generale della prima tornata di gare di Euro 2016. L'allargamento a 24 squadre non sembra, per il momento, aver abbassato il livello tecnico della competizione e allargato la forbice fra grandi e medie. C'è un equilibrio esasperato, solo Germania, Italia e Ungheria sono riuscite a vincere con più di due gol di scarto, e fa piacere sottolineare il fragoroso ritorno dei magiari, che dopo un'inaccettabile assenza di trent'anni dai massimi palcoscenici (Mondiali ed Europei visti solo in tv dopo Mexico '86) si sono ripresentati imponendosi nel derby danubiano sui favoritissimi cugini austriaci. La Francia, altra big designata non solo in qualità di anfitriona, non è parsa al momento una grande squadra, esprimendosi a strappi e cogliendo il successo nell'ouverture grazie a un'isolata prodezza di Payet; gli stessi tedeschi hanno corso più rischi del previsto contro la non trascendentale Ucraina, il Portogallo è apparso fin troppo compassato e ha mostrato un Ronaldo simile a quello che sferragliò a vuoto nella recente finale Champions milanese, pasticcione (ahi, quel destro al volo ciccato nel primo tempo davanti al portiere...) e inconcludente: incredibile la segnalazione Rai di CR7 fra i tre migliori del match. L'undici ammazza torneo, insomma, non sembra esserci, ma questo avvio all'insegna del livellamento promette se non altro un prosieguo del primo turno sul filo delle emozioni.

lunedì 30 maggio 2016

VERSO EURO 2016: ITALIA SCIALBA E MACCHINOSA CON LA SCOZIA. EDER SEMPRE PIU' GIU'

                                Eder non riesce più a esultare in azzurro: Europeo a rischio? 

Fra i tanti difetti di questa crepuscolare Azzurra targata Conte c'è anche la cronica incapacità di sorprendere. Il primo dei due test match sulla strada per la Francia, lungi dal far emergere segnali incoraggianti, è stato la stanca ripetizione di tante altre inquietanti amichevoli pre Europei e pre Mondiali, nulla di più e nulla di meno. Fra quelle da me mai viste per motivi anagrafici, ma di cui ho letto sui giornali del tempo, Italia - Jugoslavia del maggio '78 e Italia - Sporting Braga del giugno '82 non devono essere state tanto più inguardabili dello scialbo Italia - Scozia a La Valletta; da che seguo il calcio, ricordo due terrificanti confronti contro Svizzera e Costarica prima di USA '94, fra l'altro terminati entrambi con lo stesso punteggio di ieri, una vittoria per 1 a 0 che non può ovviamente dare alcuna garanzia per l'ormai imminente impegno transalpino. Ma se non altro all'epoca c'era la certezza di una robusta dose di classe ed esperienza internazionale a corroborare le nostre speranze in vista della trasferta oltreoceano... 
I TRE PUNTI CHIAVE - Parole che si porta via il vento, in ogni caso, perché decrittare l'attendibilità di questi "provini" è storicamente impresa improba anche per il più scafato degli esperti: molte firme illustri presero per oro colato le risultanze tecniche dei citati incontri prima di Argentina '78 e Spagna '82, e andarono incontro a impietose figuracce professionali. Del resto, pregi e limiti di questa Nazionale 2016 sono ormai noti, e un felice esito (leggasi: superamento della prima fase e poi un altro paio di turni) dipenderà essenzialmente da tre fattori: una condizione atletica ottimale da parte di tutti, la tenuta del blocco difensivo juventino e una adeguata gestione dei tanti esterni dai piedi buoni che potrebbero darci la marcia in più per scardinare le difese avversarie. 
SQUADRA DI "SOLITI NOTI" - Ieri sera, al Ta' Qali, Conte si è affidato a una formazione esperta, senza grossi slanci di inventiva nella scelta degli undici. Tipico dei CT in queste fasi di approccio ai grandi eventi: si va sul sicuro, si cerca di capire quali garanzie possano dare i veterani o comunque gli uomini più utilizzati nel biennio, e si tirano le somme. Poi c'è chi, come il Bearzot del '78, prende il coraggio a quattro mani e rinfresca il team mettendo dentro Cabrini e Rossi; oppure chi, come il Trap di Euro 2004, rinuncia al bomber rampante Gilardino e a un Baggio ancora in pieno vigore, pur se quasi al passo d'addio, per puntare su elementi reduci da una stagione fiacca e su attaccanti in riserva di energie, per tacer del Lippi che nel 2010 va al massacro coi suoi reduci mundialisti lasciando a casa i Giuseppe Rossi e i Cassano e in panchina i Bonucci, i Pazzini e i Quagliarella. 
GIACCHERINI FUORI POSTO - L'Italia di Malta è una squadra con scarso peso offensivo e con troppe incongruenze tattiche. Giaccherini interno è una forzatura fin troppo evidente, e ieri il furetto bolognese non ha resistito al richiamo della foresta, alla vocazione originaria, brillando più per i suoi puntuali inserimenti che per il lavoro di tessitura nel mezzo: il fatto è che le tre ghiotte occasioni avute a disposizione nella prima frazione sono state sprecate, e se sulla prima c'è lo zampino del portiere avversario Marschall, bravo a ribattere il suo tocco ravvicinato sugli sviluppi di una punizione, le altre due sono svanite per assoluta mancanza di precisione nelle conclusioni. Mira sballata anche per Florenzi, un paio di volte al tiro. Ancor peggio la ripresa, sul piano delle produttività in attacco, ma se non altro impreziosita dalla rete della ritrovata vittoria, su lancio di De Rossi ben lavorato da Eder per Pellè, che ha fiondato in gol dal limite dell'area. 
EDER A PICCO - E' stata, per inciso, una delle poche giocate decenti dell'attaccante del Southampton, che comunque si è confermato il marcatore più prolifico (diciamo così) del biennio, e l'unica dell'oriundo, assolutamente impalpabile e fuori dalle trame offensive. Il nuovo commentatore tecnico Rai Walter Zenga (una boccata d'ossigeno dopo il quasi inascoltabile Trapattoni) continua a ritenerlo pedina fondamentale e lo ha ripetuto più volte in cronaca; personalmente, andasse in Francia lo vedrei al momento come uno dei tanti azzardi della storia azzurra, dal Rossi da rilanciare nell'82 (scommessa vinta in extremis) al Del Piero da recuperare fisicamente nel '98 (scommessa persa, e pure fragorosamente); difficile non tenere conto dell'orribile seconda parte di stagione dell'interista, confermata in pieno dalla prestazione di ieri, ma le alternative in prima linea sono quelle che sono, e allora... Piuttosto inconcludente anche Candreva, sulla linea di un campionato laziale in chiaroscuro, ma da tre anni a questa parte è un perno del Club Italia, fondamentale movimentatore della manovra, utile all'assist e gran tiratore; difficile rimanga a casa. 
INSIGNE E BERNARDESCHI SMARRITI - Anche Insigne e Bernardeschi, piccoli eroi di Udine contro la Spagna, si sono smarriti nel marasma finale, fra ammucchiate invereconde e gioco sempre più farraginoso e sterile, ma il test friulano era stato ben più attendibile e sono comunque giocatori che possono dare sprint, dinamismo, ampliare l'arco delle soluzioni in fase di costruzione e di finalizzazione, al pari di quell'El Shaarawy che, onestamente, fatico a non vedere in un ipotetico undici titolare a Euro 2016; per Zaza, infine, tanto fumo e poco arrosto, come spesso gli capita, grande aggressività e determinazione ma poca sostanza. 
PIU' SPAZIO A JORGINHO E BONAVENTURA - Passando alla fascia centrale, De Rossi non ha demeritato ma nemmeno brillato, potrebbe essere ancora essenziale in questa selezione a patto di recuperare una forma fisica decente; da ritenere fallito l'esperimento Giaccherini, assai più utile sull'esterno dove renderebbe maggiormente anche Florenzi (comunque adattabile senza danni nel mezzo), Jorginho e il sottostimatissimo Bonaventura meriterebbero più spazio, visto anche che Montolivo pare più dentro che fuori e che su Thiago Motta sussistono le perplessità già da me più volte sottolineate in passato. In estrema sintesi, la squadra di ieri, ritemprata e più brillante sotto il profilo atletico, può esser giusta per sette - otto undicesimi, ma necessita assolutamente di iniezioni energizzanti sulla trequarti, nonché di più fosforo e rapidità di esecuzione nella zona mediana.

mercoledì 14 ottobre 2015

VERSO EURO 2016 - DOPO ITALIA - NORVEGIA 2-1: UNA NAZIONALE DI "NON FENOMENI" CHE E' LO SPOT MIGLIORE PER IL NOSTRO CALCIO

                                          Pellè: suo il gol vittoria contro la Norvegia

Non sarà una Nazionale di "fenomeni", come invece si affannava a urlare Antonio Conte dopo il gol del sorpasso alla Norvegia firmato da Pellè, ma quella ammirata ieri è sicuramente un'Italia di cui ha disperatamente bisogno il movimento calcistico nostrano, per uscire dal grigiore involutivo in cui si è avvitato da un lustro (o giù di lì) a questa parte. Perché, riprendendo un discorso accennato nel mio precedente post, non è più tempo di piangerci addosso, imprecando al declino del nostro vivaio (peraltro non naturale, ma causato da politiche e strategie assai discutibili) e alla superiorità di altri Paesi. Dobbiamo mettere in campo coraggio, intraprendenza, gettare il cuore oltre l'ostacolo. L'Azzurra della notte romana questo ha fatto: è andata al di là dei suoi oggettivi limiti, evidenti ma non drammatici come da qualcuno dipinti, e ha sfruttato al massimo le sue risorse di talento, dinamismo, carattere, centrando una vittoria purtroppo inutile ai fini del conseguimento della testa di serie europea, ma di incalcolabile importanza per tanti, tantissimi motivi. 
CRESCITA CONTINUA - Nel giugno scorso, commentando la triste chiusura della stagione (sconfitta in amichevole col Portogallo), avevo auspicato un autunno all'insegna... del poker, ossia quattro successi nelle ultime quattro gare di qualificazione al torneo francese. Le vittorie sono arrivate, ma a confortare sono soprattutto le risultanze tecniche fornite dal gruppo azzurro in questi due mesi. E' stato un crescendo magari non rossiniano, ma di certo significativo per le prospettive che ci apre a medio termine: partiti dalla fallimentare recita contro Malta, piegata con una rete irregolare, i nostri hanno gradatamente ritrovato una dimensione assolutamente dignitosa. Già nel match coi bulgari la prova era stata incoraggiante, pur se parzialmente rovinata dall'incresciosa prodigalità sotto porta, ma le ultime due gare hanno mostrato quel che da tempo il Club Italia non era stato più in grado di offrire: prima la tranquilla gestione della partita di Baku, disputata con buona aggressività e col controllo pressoché assoluto del gioco, poi il baldanzoso assalto all'arma bianca contro una Norvegia che, vincendo, avrebbe addirittura conquistato il primo posto nel raggruppamento. 
OLTRE I PROPRI LIMITI - La sfida che ha chiuso il nostro girone è stata anche la miglior prestazione di questi primi tredici mesi di reggenza "contiana", se escludiamo l'entusiasmante ma effimero galoppo al debutto in amichevole con l'Olanda, oggi rasa al suolo da un turno eliminatorio imbarazzante. Effimera invece non dovrebbe esserlo, la dimostrazione di forza con cui ieri sono stati piegati gli scandinavi, quantomeno perché, come detto, parrebbe il naturale sviluppo di un miglioramento lento, graduale, ma evidente. Giocasse sempre così, l'Italia non presterebbe il fianco a critiche di sorta, di questi tempi: versatilità tattica, piglio propositivo, buona tenuta atletica, continuità di pressione, una pressione che a tratti è divenuta martellante. Andare oltre i propri limiti, si diceva; i limiti qualitativi nostri li conosciamo, e sono concentrati soprattutto in retroguardia e in avanti. Tali carenze hanno due conseguenze: si concedono agli avversari percentuali realizzative altissime (ieri la Norvegia un tiro e un gol, grosso modo), mentre in prima linea si deve creare tantissimo e concludere un'infinità di volte, prima di trovare l'agognata segnatura (e non è nemmeno detto che ci si riesca sempre). Chiaro che, in un tale quadro, l'intensità, l'esprimersi costantemente su ritmi elevati, sia fondamentale se si vuol nutrire qualche speranza di fare risultato: ieri è accaduto, e i frutti son stati alfine colti. 
FLORENZI IMPRESCINDIBILE - Inutile, come detto, imprecare ai vuoti generazionali. Davanti non abbiamo stoccatori inesorabili, si sa: li avessimo, a Roma avremmo chiuso il primo tempo con un vantaggio del tutto rassicurante. Pellè, pur sempre nel vivo dell'azione, ha confermato di non essere il terminale ideale per una selezione con ambizioni europee (ben quattro occasioni mancate, tre di testa e una di destro): mi ricorda un po' la generosità dell'ultimo Graziani azzurro, che però non era l'uomo cardine del reparto ma faceva da spalla a Paolo Rossi...  Anche Eder ha fallito una colossale opportunità a tu per tu con l'ottimo Nyland, che già in precedenza aveva deviato in corner un preciso diagonale dalla distanza di Soriano; nel conto va anche messo un gol misteriosamente annullato a Florenzi, messo davanti alla porta vuota da Candreva. Lo stesso Florenzi ha poi siglato il pari su dormita difensiva dei norvegesi e, dopo una fuga sulla destra, scodellato il traversone per il sinistro vincente (e il riscatto in extremis) di Pellè, dimostrando di essere elemento imprescindibile per questa compagine: eclettico, veloce, utile in ogni fase di gioco, incisivo sotto porta. Il tutto, mentre percuotevano le fasce laterali con apprezzabile continuità sia Darmian sia un De Sciglio non sempre preciso al cross, ma inesauribile, efficace in copertura e sempre pronto ad appoggiare l'azione offensiva: quasi sui livelli che, ai tempi della Confederations Cup 2013, mi fecero azzardare paragoni irriverenti con certi grandi del passato. 
GIOVINCO MAI COSI' IN PALLA - Palle gol anche per Candreva e per Giovinco, con l'ex juventino che sta smentendo alcuni luoghi comuni relativi alla scarsa attendibilità di alcuni tornei esteri: ha fatto più nelle ultime due gare, giocate da "militante" nella lega  MLS, che in tante anonime comparsate nel corso della gestione Prandelli. Un'altra arma da non sottovalutare, il piccolo Sebastian, per lo spuntato attacco azzurro; ma la fatica con cui sono stati colti i tre punti in una gara pur dominata in lungo e in largo non deve far dimenticare che questa Italia ha bisogno di ben altro, se vuole lasciare un segno tangibile a Euro 2016 (il che potrebbe voler dire arrampicarsi almeno fino ai quarti di finale): Balotelli e Pepito Rossi sono da reinserire al più presto, magari fin dalle prossime amichevoli, Insigne deve trovare spazio, va lanciato Berardi e... rilanciato Zaza, che ha dato importanti segnali di risveglio nell'ultima uscita internazionale della Juve. Insomma, la squadra va potenziata e migliorata, i mezzi per farlo sono limitati ma esistono. L'importante sarà conservare lo spirito, psicologico e tattico, gettato nella pugna poche ore fa: se è vero, e lo è, che una rappresentativa nazionale è lo specchio fedele dello stato di salute di un movimento calcistico assai più di club imbottiti di stranieri, ebbene, l'immagine riflessa da questo specchio ci piace assai, pur con tutti i suoi difetti. Se l'Italia del pallone è quella della notte romana, abbiamo ancora delle speranze. 

domenica 11 ottobre 2015

VERSO EURO 2016: L'ITALIA SI QUALIFICA. FINALMENTE PERSONALITA' E POCA SOFFERENZA

                                               Per Darmian primo gol in azzurro

Qualificarsi per la fase finale di un grande torneo è sempre impresa degna di nota. Certo, non va dimenticato quanto più volte ripetuto negli ultimi dodici mesi, qui sul blog: non arrivare a Francia 2016, a quell'orrendo maxi Europeo allargato a 24 squadre, era un'impresa quasi irrealizzabile, anche impegnandosi a fondo. La logica diceva questo, poi la realtà e il campo parlano sovente altri linguaggi. E il campo, da settembre 2014 a oggi, ha proposto alla nuova Italia di Antonio Conte un girone che, come da tradizione, si è complicato strada facendo, non tanto per défaillance nostre (sei vittorie e tre pari sono un ruolino di marcia accettabilissimo, anche se non entusiasmante per come è maturato) quanto per la puntuale resurrezione di una rappresentativa, in questo caso la Norvegia, ritenuta alla vigilia non particolarmente pericolosa, e poi salita talmente di tono da poter ancora ambire, in caso di vittoria a Roma martedì prossimo, al primo posto nel raggruppamento. Ma è stata una tendenza generale di queste strane eliminatorie, che hanno riportato alla ribalta selezioni da tempo silenti come Irlanda del Nord, Austria (graditissimo ritorno, in attesa dell'Ungheria) e Galles, e fatto impennare le quotazioni di piccole realtà come l'Albania e soprattutto la stupefacente Islanda. Quanto alla... impossibilità di non qualificarsi, gli azzurri sono maestri nel complicarsi la vita anche nei percorsi più favorevoli, ma in questo caso c'è chi ci ha superati, e parliamo dell'insospettabile Olanda, terza nel mondo, spesso e volentieri rullo compressore nei gironi di qualificazione e oggi, invece, addirittura a un passo dall'eliminazione. 
NONOSTANTE LA CRISI - Così girano le cose del pallone, e allora brindiamo pure a questo primo, parziale traguardo centrato dalla nostra Nazionale. Non a champagne, magari, un vinello leggero è più che sufficiente... Brindiamo, perché la qualificazione europea giunge nel bel mezzo di una congiuntura fra le più sfavorevoli che il nostro movimento abbia mai attraversato, dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Provateci voi a mettere insieme una rappresentativa a discreto tasso di competitività, quando le big della Serie A (e spesso anche le medie e medio - piccole) hanno roster e formazioni titolari intasate da stranieri, il più delle volte di dubbio valore, coi nostri ragazzi a intristirsi in panchina, in tribuna o nelle serie inferiori. 
Prandelli prima e Conte dopo hanno già fatto miracoli, in tal senso, riuscendo a formare gruppi azzurri assolutamente decorosi; e hanno anche dimostrato che la presunta crisi del nostro vivaio è una realtà sicuramente esistente, ma parziale, cioè non così terrificante come dipinta da qualcuno. Perché se è innegabile che in prima linea stiamo pagando lo scotto di un vuoto generazionale preoccupante (o più probabilmente del ritardo di maturazione di alcuni elementi di buonissime potenzialità, come Immobile e Zaza), in altri reparti gli uomini affidabili non mancano. Nella zona nevralgica e sulla trequarti abbiamo validissime alternative, e dietro stanno timidamente affacciandosi ragazzini che conquisteranno presto la ribalta: soprattutto Rugani, se guadagnerà fiducia in maglia Juve, e Romagnoli, che non è il nuovo Nesta ma che di certo supererà i primi impacci rossoneri, dovuti anche a una situazione tecnica generale del club che certo non favorisce l'inserimento dei giovani (ne sta pagando lo scotto, per inciso, anche il buon Bertolacci, che ha ampiamente dimostrato le sue doti nelle ultime stagioni e certo non può essersi imbrocchito in un paio di mesi). 
LA CARATURA INTERNAZIONALE NON MANCA - Insomma, forse il nostro cittì volutamente esagera, quando dice di voler andare nell'Exagone, in giugno, per puntare al bersaglio grosso, ma non gli si può dare torto. In primis perché non servono undici fenomeni per fare strada in una competizione (vincere è un altro discorso): bastano cinque - sei elementi di statura internazionale, e noi li abbiamo, dall'eterno Buffon a Bonucci, da Verratti a Candreva e a Darmian, nell'attesa del ritorno in auge di Balotelli e Pepito Rossi e dello "svezzamento" di qualche altro virgulto. In secondo luogo, perché piangersi addosso imprecando alla carenza di nuove leve non fa che minare ulteriormente il carattere di una squadra che invece, per tradizione storica e per risorse di talento, ha il dovere  e le capacità di andare a giocare su tutti i campi con personalità e piglio moderatamente aggressivo, come finalmente i nostri han saputo fare ieri in Azerbaigian. 
PARTITA BEN INTERPRETATA - Certo, l'ostacolo non era di quelli insormontabili, ma anche questa è una considerazione che lascia un po' il tempo che trova, parlando dell'Italia degli ultimi anni: una squadra che ha incontrato enormi difficoltà anche solo per incassare i tre punti contro avversari come Malta e Far Oer, o contro gli stessi azeri all'andata a Palermo (soffertissimo 2-1). Questa volta, invece, tutto è filato abbastanza liscio: unico momento down, il parziale abbassamento di ritmo giunto poco dopo la stilettata di Eder, anche se va detto che il pari di Nazarov è stato frutto di una momentanea défaillance del reparto arretrato, e non certo il naturale prodotto di una lunga fase di predominio dei padroni di casa; e comunque, in precedenza Pellè aveva sfiorato il raddoppio con una conclusione da centro area. Superata l'impasse per l'incidente di percorso, i nostri hanno continuato a macinare gioco con discreta continuità, e con una rapidità che sovente, purtroppo, è andata a discapito della precisione. Ma il pallino è sempre rimasto nelle mani degli azzurri, che hanno sollecitamente trovato il 2-1  e nella ripresa altre segnature avrebbero potuto mettere in carniere, prima e dopo la fiondata di Darmian per il 3-1 finale. 
VERRATTI, DARMIAN E IL FARAONE SUGLI SCUDI - Insomma, fatta la tara ai competitors, è stata una delle gare del biennio che più ha lasciato un dolce sapore in bocca, per le risultanze positive in tema di approccio mentale e di rendimento dei singoli. Verratti ha mostrato un buon campionario delle sue doti: concretezza in fase di filtro, buon palleggio per dettare i ritmi nel mezzo, lancio millimetrico a tranciare le linee difensive nemiche. Il citato Darmian ha regalato il consueto buon contributo nelle due fasi e trovato il primo successo personale in rappresentativa, El Shaarawy è stato il più vivace e generoso in fase propositiva, tentando più volte la conclusione e siglando un gol facile facile ma meritato, Parolo ha inciso poco ma è cresciuto nel finale, luci e ombre per un Candreva che deve decidersi a gettare la maschera, riversando anche in azzurro l'esplosività di tante sue gare con la maglia della Lazio. Ma la sostanza generale del match, lo ripetiamo, è stata assolutamente incoraggiante. Già il fatto di non aver sofferto che per pochi minuti, fra l'1-1 e l'1-2, è una conquista, se pensiamo agli stenti di tante prove recenti. Un solo consiglio in vista di Roma: si lascino da parte i gratuiti lamenti sui meccanismi che regolano il ranking FIFA e si batta la Norvegia, come già si è fatto all'andata: il terzo torneo consecutivo senza il ruolo di testa di serie sarebbe inaccettabile, per il blasone del nostro calcio. 

lunedì 7 settembre 2015

CLUB ITALIA: CON LA BULGARIA BUON GIOCO, MA L'ATTACCO LANGUE. NESSUNO LO AMMETTE, MA BALOTELLI E' INDISPENSABILE

                                              De Rossi: gol ed espulsione per lui

Buona la seconda? Potremmo dire di sì, a patto di non esser troppo schizzinosi. Anzi, una visione largamente ottimistica della situazione azzurra mi spingerebbe ad affermare di avere assistito, ieri sera, alla miglior prestazione dell'Italia di Antonio Conte dai tempi dell'esordio settembrino del 2014, con quelle due brillanti affermazioni su Olanda (in amichevole) e Norvegia, quella stessa Norvegia imprevedibilmente assurta al ruolo di mina vagante del nostro girone europeo, con concrete chances di qualificazione al torneo francese del giugno 2016. 
ATTACCO SOTTO ZERO - Ebbene sì: contro la Bulgaria, a Palermo, tutt'altra musica rispetto al fiasco fiorentino di giovedì. Si è vista una squadra equilibrata, organizzata, volitiva. Un undici con le idee sufficientemente chiare e in grado di ridurre a sostanziale impotenza i non irresistibili avversari, davvero pericolosi solo in un paio di circostanze (assolo di Mitsanski nel primo tempo e tiraccio centrale da fuori di Milanov in chiusura: in entrambe le occasioni ci ha pensato un Buffon reattivo e decisivo come ai bei tempi). Onestamente, anche per il più arcigno dei critici sarebbe impossibile bocciare un team che ha saputo costruirsi una decina di palle gol nitide nell'arco dei novanta minuti. E' luogo comune del football dire che l'importante sia crearle, le occasioni, ché tanto prima o poi le reti arriveranno. Vero in larga parte, ma non del tutto: minacciare ripetutamente la porta avversaria significa aver prodotto una manovra efficace, significa avere un progetto di gioco e saperlo tradurre in pratica: significa, in poche parole, essere una squadra "viva". Ma la prodigalità nei sedici metri finali, la pervicacia con cui si sono fallite opportunità anche clamorose, rappresentano la fotografia definitiva, e impietosa, di una congiuntura storica fra le più sfavorevoli di sempre, quanto a qualità delle nostre presunte "bocche da fuoco".
BALO - PEPITO - FARAONE: ERA QUESTA LA STORIA... - Scarsa prontezza di riflessi, incapacità di intuire in anticipo il passaggio del compagno, mancanza di precisione o di potenza in fase di tiro: al Barbera i nostri uomini di attacco hanno sfoggiato il campionario completo della più assoluta modestia offensiva. Eppure, gli Dei del pallone avevano scritto un'altra storia, per questa Nazionale degli anni Dieci: una storia i cui protagonisti dovevano essere il devastante Balotelli, il guizzante e tecnico Pepito Rossi, il furetto El Shaarawy. Il destino ha deciso diversamente, per tutta una serie di motivi. Piangersi addosso è inutile, sperare in un recupero di elementi utili alla causa è invece doveroso. 
In attesa di verificare la tenuta fisica del puntero fiorentino, torno a insistere sul "Mario non più super", come lo definii l'anno scorso: rimango convinto che, anche solo al cinquanta per cento della condizione fisica e psicologica, da solo possa riassumere, e forse anche incrementare, il potenziale d'attacco sciorinato (si fa per dire) in questi due impegni europei dai vari Eder, Pellè, Zaza e Gabbiadini. Per il neo (ehm) milanista parla il ruolino di marcia in azzurro, fatto di tredici gol disseminati in tre stagioni, quasi tutti belli, e soprattutto quasi tutti decisivi. L'abbiamo (momentaneamente?) perso soprattutto per colpe sue, ma anche per responsabilità di trainer e dirigenti che non si sono mostrati in grado di "educare" un ragazzone indubbiamente esuberante e fuori dagli schemi, ma non certo un atleta "dissipato" come se ne sono visti in passato. Ripeto: un Balotelli vero anche solo per metà ieri avrebbe chiuso la pratica bulgara in men che non si dica. 
ZAZA E PELLE', NON BENE - Dopodiché, è chiaro, il talento esiste anche al di là dei grandi assenti: Gabbiadini, in particolare, è un ragazzo dai piedi buoni e dalle doti balistiche notevoli, e meriterebbe più spazio. Continua invece a lasciarmi perplesso una prima linea incentrata su un Pellè che si muove tanto ma è raramente lucido; sempre in attesa del riscatto di Immobile, che non può aver perso il suo guizzo sotto rete, ieri ha gettato al vento un'ottima chance Zaza, parso fuori fase nelle poche occasioni in cui è stato chiamato in causa. 
DE SCIGLIO RISORTO - Il meglio, a Palermo, è venuto dalle retrovie: terza linea sicura con un Bonucci rivisto nella duplice veste di... serratura difensiva e punto di partenza delle controffensive, e fasce percosse dalle sollecitazioni di Darmian (più attento in copertura) e soprattutto di un ritrovato De Sciglio, la più piacevole sorpresa del match, abile nelle chiusure, inizialmente restìo a sganciarsi per poi invece proporsi in numerose discese, alcune chiuse con cross di buona fattura. Parolo e Verratti (il parigino con maggiore continuità) hanno fatto interdizione con altissimo profitto, filtrando e rallentando il gioco quando necessario, e questo spiega la quasi inesistente pericolosità dei bulgari, mentre De Rossi, rigore doppiamente trasformato a parte, non ha particolarmente brillato, trovando anche il modo di scadere in una reazione da debuttante (stile Sturaro all'Euro Under 21) con conseguente espulsione.  
EL SHAARAWY SULLA BUONA STRADA - In avanti, creatività affidata a un Candreva diventato un po' monocorde col passare dei minuti (ma rimane elemento da cui non si può prescindere, anche se deve assumersi maggiori responsabilità in fase di tiro) e soprattutto a El Shaarawy, uno dei tre "gioielli smarriti" di cui si diceva poco sopra, di certo il più vicino al recupero completo. Ha fatto il diavolo a quattro sulla sinistra, ha giocato per sé e per i compagni, e tuttavia anche lui sembra aver smarrito il senso del gol che ne caratterizzò la splendida, prima parte di esperienza in rossonero (non a caso proprio in quei mesi trovò anche il primo e unico acuto azzurro, in amichevole con la Francia): ma è evidente che il Faraone sia uno su cui vale la pena insistere. E chissà che alla lunga non possa finalmente ricomporsi il tridente con Balo e Pepito, per riallacciare i fili di una vicenda bruscamente interrotta.

venerdì 4 settembre 2015

CLUB ITALIA: CONTRO MALTA UNA VITTORIA IMBARAZZANTE. DENTRO I GIOVANI, SUBITO

                                             Pellè: terzo gol azzurro per lui

Ha ancora senso usare un termine impegnativo come "vergogna", per una mancata goleada contro una delle rappresentative più deboli del globo, piegata oltretutto solo grazie a una rete irregolare? Lo si è già scritto più volte su questo blog, negli ultimi anni: l'Italia non è più squadra da larghi punteggi. Gli ultimi quattro confronti con Malta, tutti giocati dal 2012 a ieri, hanno portato due successi per 2 a 0 e altrettanti per 1 a 0. E i più fedeli tifosi azzurri ricorderanno pure l'indecorosa vittoria in casa delle Far Oer, nel 2011, altro 1 a 0 sancito, anche quello, da un punto non valido (fuorigioco di Cassano). Sorvolerei invece sulla ormai proverbiale crescita fatta registrare da alcune nazionali "deboli". 
GLI INSEGNAMENTI DEI TRAINER ITALIANI... - Abbiamo visto a Firenze, in cosa consiste questa crescita: ancorati a una mediocrità tecnica sostanzialmente immutabile nel tempo, gli isolani hanno fatto mucchio difendendosi in undici nella loro metà campo e intasando gli spazi, sganciando sporadicamente il velocista Effiong in qualche pericoloso contropiede. Se questo è il progresso tattico, se questi sono gli insegnamenti che i nostri allenatori portano nei Paesi calcisticamente depressi, beh, molto si spiega sulla inarrestabile decadenza del pallone tricolore: dopodiché, ci tocca anche sentire il "nuovo" commentatore tecnico Rai, Giovanni Trapattoni, tessere le lodi del suo ex collaboratore Pietro Ghedin, ora cittì maltese (insieme firmarono uno dei periodi più disastrosi nella storia della nostra Nazionale). 
AZZURRI CON GROSSI LIMITI - Contro queste "squadre - ammucchiata" è difficile giocare da sempre, lo si sa, ma non dovrebbe esserlo al punto di dover inseguire il prezioso vantaggio fin quasi alla fine del match, e ottenerlo per di più con un colpo di mano. Vergogna no, dunque, ma un bel po' di imbarazzo sì, senza dubbio. Illudiamoci ancora per qualche giorno che l'alibi del "siamo ancora a inizio stagione" sia valido, ma vedere l'Italia, ormai ex grande potenza mondiale, ruminare football di discutibile qualità al cospetto di una selezione di quarta schiera non può che mettere tristezza. 
Del resto cosa può esserci di più triste di una compagine che, proprio quando avrebbe bisogno di una radicale rinfrescata di organico, rimane aggrappata alla compassata regia del decadente Pirlo? L'undici sceso in campo ieri era appesantito da limiti tecnici e dinamici evidenti: ormai non desta nemmeno più scandalo la quantità esorbitante di lanci e passaggi mal calibrati, di controlli sbagliati, di agganci mancati, di tiri sballati, oltre alla lentezza nell'elaborazione della manovra, all'incapacità di dar via la palla rapidamente, trovando in pochi secondi la soluzione giusta; sotto quest'ultimo profilo ha particolarmente deluso Bertolacci, mentre è lampante che l'Italia attuale non possa assolutamente prescindere da elementi come Florenzi e Candreva. Triste anche la continua ricerca di improbabili rigori, alfine punita dall'arbitro col cartellino giallo per l'incursore laziale, che ci ha provato in maniera un po' troppo plateale.
ATTACCO DISASTRO - Le idee continuano a latitare dalla trequarti in su, e la messa a punto di una funzionale formula offensiva è ancora di là da venire: Gabbiadini si è svegliato solo per mostrare quel meraviglioso sinistro a giro finito sotto l'incrocio dei pali, Eder si è mosso tanto e male, sbagliando anche un paio di facili conclusioni, Pellè ha cercato di essere sempre nel vivo dell'azione mostrando però grande imprecisione, rete (irregolare) a parte. Si diceva della mancata goleada: sarebbe tollerabile, fosse il frutto di una serie di opportunità mancate, ma non è stato purtroppo il caso dell'Italia di ieri. Che alla fine sei - sette palle gol le ha messe insieme, più che altro per inerzia, ma che non è mai riuscita, se non per brevissimi break di cinque minuti o poco più, a mettere in affanno i maltesi, a stringerli d'assedio, che sarebbe stato il minimo sindacale. Per questo, quella di ieri è stata sostanzialmente una prestazione da mani nei capelli. 
LINEA VERDE IMPRESCINDIBILE - E' un'Azzurra, si diceva, che ha un disperato bisogno di svecchiarsi, per trovare nuove risorse tecniche e nuove soluzioni tattiche. Non è più differibile l'inserimento di ragazzi come Zappacosta, Rugani, Romagnoli, Baselli, Berardi (quando guarirà) e Sturaro (a patto che smussi quegli angoli caratteriali che sono costati, a lui e a noi, l'Euro Under 21); l'Insigne di queste prime giornate di Serie A, poi, non meriterebbe una maglia da titolare? E si faccia un pensierino anche a Balotelli, bistrattato oltre i suoi demeriti: anche al 50 per cento della condizione, è in grado di garantire da solo il potenziale offensivo offerto dai tre schierati al Franchi. Dice Conte che chi gioca poco nei club non può pensare di andare in Nazionale: si ricordi del suo predecessore Prandelli, che diede un segnale forte convocando gente come Perin e De Sciglio, giovanotti all'asciutto o quasi di esperienze in campionato. E basandosi sul criterio enunciato nei giorni scorsi dal CT in conferenza stampa, uno come Rugani, di certo il migliore in assoluto dell'ultima leva per classe e personalità, rischierebbe di non vedere l'azzurro per tanto, troppo tempo.
NAZIONALI: MA QUALE CRISI? - Dopodiché, qualche riflessione generale: certi opinionisti di grana grossa asseriscono da anni che il calcio delle Nazionali sia in declino, senza portare prove che lo dimostrino e ignorando il clamoroso successo di pubblico e di sponsor delle ultime edizioni di Mondiali ed Europei. Dato uno sguardo fugace agli highlights delle gare di qualificazione europee di ieri sera, ho visto discrete quantità di spettatori in molti stadi del continente, anche per incontri non propriamente di cartello. Ad essere in crisi, dunque, crisi tecnica e di credibilità, non è il calcio delle Nazionali, ma la Nazionale italiana, che ieri, come tante altre volte nel recente passato, ha giocato in un impianto vuoto per tre quarti. Certo non è stata proprio da volpi la scelta di Firenze per un match di scarsissimo appeal: il Club Italia dovrebbe tornare a battere i campi di provincia, senza vergogna, e i dirigenti federali mostrare maggiore fantasia nella scelta delle sedi (ancora Firenze, e domenica ancora Palermo: perché?). 

mercoledì 1 aprile 2015

CLUB ITALIA, COSI' LA SETTIMANA AZZURRA: BERTOLACCI E SORIANO SICUREZZE, FASCE BLINDATE. EDER NON RISOLVE I PROBLEMI OFFENSIVI

                                                  Bertolacci: bene a Sofia

Una breve ricomparsa dopo quattro mesi di stop, e ora la Nazionale torna di nuovo in letargo fino al 12 giugno,  salvo stage o amichevoli organizzate in tutta fretta: l'appuntamento è in Croazia, per la tappa più difficile verso Euro 2016 (ma poi ci saranno quattro gare da potenziale bottino pieno, a settembre e a ottobre). Se non altro, c'è molto da salvare di questa settimana azzurra fra Sofia e Torino: diverse indicazioni positive e comunque utili in prospettiva, al di là di certi strali critici che con eccessiva virulenza si sono abbattuti soprattutto sulla prestazione di sabato, e al di là delle inutili polemiche partite da casa Juve. 
BERTOLACCI E SORIANO OK - Abbiamo scoperto, ad esempio, che il serbatoio verde della nostra rappresentativa è meno vuoto di quanto si sia indotti a pensare, in questi tempi di vacche magre. Bastino due nomi: Bertolacci e Soriano. Il genoano è stato il vero protagonista azzurro nella serata invernale del Vasil Levski, alla pari del celebrato Eder: ha illuminato la manovra col suo dinamismo e la sua intraprendenza, ha spinto e creato gioco, dialogando mirabilmente sulla sinistra con l'ex compagno Antonelli (una coppia rossoblù che non si sarebbe mai dovuta scindere, ed era possibile tenerli entrambi in Liguria...). Il blucerchiato ha invece brillato di vivida luce ieri sera a Torino, giostrando a tutto campo, con un contributo particolarmente sostanzioso in fase di filtro. Non sono risultanze da poco: due nomi nuovi definitivamente aggiunti al gruppo, due sicurezze su cui si potrà sempre contare in futuro, soprattutto ora che l'addio di una grande figura come Pirlo si fa sempre più imminente e lo stesso De Rossi non pare più il totem di un tempo. 
CANDREVA E PAROLO: CERTEZZE - Ancora: in Bulgaria si è visto come Candreva sia, attualmente, il nostro centrocampista di maggior spessore internazionale, per doti atletiche, classe e personalità, un vero leader, mentre nel primo tempo contro gli inglesi ha ben figurato Parolo, propositivo, veloce, abile in appoggio alla manovra offensiva e coraggioso nel tentare la conclusione. Quattro nomi da cui il nostro reparto nevralgico non potrà prescindere per lungo tempo, così come non si potrà fare a meno di Verratti, per quanto il "parigino" non abbia ancora preso totalmente possesso della squadra: potendo contare sul sostegno di tanti affidabili scudieri, da lui si pretenderebbe una presenza più sostanziosa nel vivo dell'azione, là dove prende corpo il lavoro di impostazione. Valdifiori è ovviamente da rivedere, ma ha sciorinato coraggio e discreta visione di gioco.
VARIE SCELTE PER LE FASCE - Buone nuove anche dalle corsie esterne, fondamentali nel gioco di Conte: Darmian ha stentato in Bulgaria sulla destra, ma si è pienamente ritrovato una volta spostato sul versante opposto, confermandosi allo Juventus Stadium. Potrebbe essere l'ideale... soluzione mancina, che libererebbe spazio dall'altro lato per giovani rampanti come Donati e Zappacosta (o per il multiforme Florenzi), in attesa che De Sciglio si riappropri delle misure tecniche palesate ai tempi della Confederations Cup in Brasile. Antonelli, molto attivo in fase di spinta nella gara di qualificazione, ha però mostrato il difetto di sempre, ossia scarsa precisione nel cross, limite certo più grave dell'occasionale errore sotto porta di ieri sera, quando ha mancato la rete della vittoria dopo un bel duetto con Immobile, cose che capitano ai terzini... La classicissima con gli inglesi ha anche mostrato una difesa più sicura, soprattutto un Ranocchia senza sbavature, ma non c'è da farvi grosso affidamento: la carriera dell'interista è stata fin qui contrassegnata da alti e bassi e clamorosi cali di concentrazione. Non è mai troppo tardi per maturare, ma fossimo nel cittì non differiremmo ulteriormente la chiamata di Rugani e Romagnoli, gioielli di terza linea ai quali occorre dare minutaggio ed esperienza, in fatto di sfide "che contano". 
IN ATTACCO SBAGLIANO TUTTI - Il reparto avanzato è stato un po' il punto dolente del doppio impegno azzurro. Immobile ha sbagliato molto sotto porta, Zaza ultimamente si è votato (per nuova vocazione o per necessità?) a un lavoro più oscuro, di sponda e di sostegno ai compagni, in stile Ciccio Graziani a fine carriera: ma l'avvio di stagione l'aveva visto ergersi a protagonista per la sua incisività al tiro, ed è in quelle vesti che può avere una sua effettiva utilità. Gabbiadini, a Sofia, ha mancato la rete che avrebbe potuto darci tre punti pesantissimi, Pellè ieri ha freddato Hart con uno svolazzo di testa, ma nella ripresa ha fallito il raddoppio a porta quasi vuota, dopo una respinta del portiere. 
C'è insomma da aggiustare la mira, però questi sono ragazzi che valgono, e alla fine comunque le occasioni là davanti arrivano. Non è neanche vero che l'oriundo Eder sia la panacea di tutti i mali: perché ha salvato la baracca sabato scorso (gran prodezza, chapeau), ma ad esempio poche ore fa ha sprecato una palla gol che pareva più difficile sbagliare che realizzare, a tu per tu col guardiano inglese. Il discorso è sempre lo stesso: solo giocando tanto ad alti livelli è possibile acquisire maggior freddezza sotto porta, anche Vialli e Mancini a inizio carriera si divoravano gol clamorosi (lungi da me il voler fare paragoni arditi, la questione è un'altra)... Viene una rabbia immensa pensando all'ennesima annata gettata alle ortiche da Balotelli, uno che, anche solo al 60 per cento della forma, potrebbe essere utilissimo alla causa di Conte (guai a dimenticare i tanti gol pesanti messi a segno durante la gestione Prandelli). 

                                               Candreva, ormai insostituibile

POCA CONCRETEZZA - E' un peccato, perché questa scarsa consistenza offensiva impedisce di cogliere frutti che il nostro team meriterebbe: contro la rinvigorita armata di Roy Hodgson, per dire, la nostra Azzurra ha ben figurato, per oltre un'ora ha tenuto il campo con autorità, correndo pochi rischi, controllando gli avversari con una malizia tattica e una tranquillità che da tempo non sfoderava; ma ha mancato il colpo del ko, consentendo agli ospiti di restare in partita e di centrare infine il pari con Townsend, dopo che Buffon e Rooney avevano inscenato una serie di bei duelli tutti stravinti dal vecchio Gigi. 
Stessi esiti in Bulgaria, anche se quella partita si è sviluppata in maniera diversa, e l'Italia vi ha palesato difetti ormai congeniti. I nostri han giocato da grande squadra solo in due fasi, le più prevedibili e in genere le meno redditizie: in avvio di gara, il che però serve a poco se non dai contorni cospicui alla tua superiorità (un solo gol su autorete e un paio sbagliati), e nel finale, quando è naturale e ovvio andare all'assalto per rimediare agli errori precedenti, ma quando, però, la frenesia rappresenta un limite insormontabile per attaccanti già, come detto prima, scarsamente lucidi in condizioni normali. Così, si concretizza poco e si concede agli avversari la puntualissima rimonta, in Bulgaria favorita anche dai consueti errori di tocco e di misura in fase di gestione della palla, errori tuttavia in parte scomparsi nel test match piemontese.  
LA SCORCIATOIA ORIUNDI E I NOSTRI BUONI UNDER - Rimane comunque la sensazione di una squadra in crescita, in formazione, alle prese con una maturazione certo laboriosa ma poggiata su buone basi. E gli oriundi, lo ripetiamo, rappresentano una scorciatoia facile ma di scarsa prospettiva, il tutto mentre, dopo la bella Under 21 costruita da Ferrara e da Mangia seconda all'Europeo 2013, ci ritroviamo fra le mani, fra lo stupore generale, un'altra giovanile discretamente competitiva, che mesi fa ha centrato la qualificazione alla rassegna continentale (ai danni fra gli altri della Serbia e del quotato Belgio), e venerdì scorso ha sfiorato il colpaccio in Germania. Ma siam sempre lì: se poi questi ragazzi non giocano nei loro club, o vengono relegati in Serie B, è inevitabile che le promesse siano destinate a rimanere tali: non certo per mancanza di talento, ma perché vengono negate loro le possibilità di esprimersi. Certo è più semplice pescare l'Eder o il Vazquez di turno, piuttosto che lavorare pazientemente su un Berardi o su un Baselli. 

martedì 14 ottobre 2014

ITALIA INDECOROSA A MALTA: NEL PROGETTO CONTE NON C'E' ANCORA IL GIOCO. CENTROCAMPO AZZURRO DA MATITA BLU

                                            Pellè esulta dopo il gol decisivo a Malta

D'accordo, la tradizionale idiosincrasia delle Nazionali italiane ai confronti con avversarie di terza o quarta fascia. Aggiungiamoci la difficoltà di un doppio impegno fin troppo ravvicinato (dal venerdì al lunedì, invece del canonico martedì di queste finestre di qualificazione europea o mondiale). Senza dimenticare che il progetto di Conte è ancora in fase di abbozzo, e sarebbe ingeneroso pretendere già ora una squadra fatta e finita, ancorata a solide certezze di uomini, di gioco, di strategie. Va bene tutto, ma non basta a giustificare una prestazione indegna come quella offerta dagli azzurri a Malta. Lo avevo già ricordato dopo un'altra ingloriosa vittoria a La Valletta, nel 2013, firmata da un doppio Balotelli: per una prestazione simile (anzi, forse migliore, se non altro per numero di occasioni create), un soffertissimo 2 a 1 sul medesimo campo e con i medesimi rivali, il Club Italia e il suo condottiero, Arrigo Sacchi, nel dicembre del 1992 finirono nel mirino della critica, che raggiunse vette polemiche elevatissime. Non fu così per Prandelli l'anno scorso (anche se qui su NdA fui molto duro nei confronti di quella prova dei nostri), e col senno di poi si può dire che un po' più di severità mediatica avrebbe forse evitato danni peggiori nella recente trasferta brasiliana; non sarà così oggi, proprio perché la nuova era è appena iniziata e questa squadra è probabilmente ancora lontana dal trovare l'ideale inquadratura. 
NON ERA UN OSTACOLO INSORMONTABILE - Non è però il caso di esagerare col buonismo: si ricordi, il nuovo CT, che ricostruire dalle macerie del Mundial non significa solo ridare competitività internazionale alla nostra rappresentativa. Occorre anche ricreare entusiasmo popolare e passione per l'azzurro, un'opera di... proselitismo che non passa solo dai risultati, ma dal modo in cui si ottengono. E il grigiore maltese è lo spot peggiore per una Nazionale che ha un disperato bisogno di riguadagnare simpatie, di essere di nuovo amata, considerata, valorizzata, dopo due stagioni di partite sparagnine, fiacche, lacunose. E poi, sì, il cantiere è apertissimo, ma, insomma, fra il Barbera e il Ta' Qali abbiamo incontrato Azerbaigian e Malta, con tutto il rispetto. 
Si sa, sono quelle squadre che, consce della loro infinita mediocrità, quando si trovano ad affrontare i colossi del football si chiudono a riccio, intasano gli spazi, marcano a uomo come nei decenni scorsi, impediscono di giocare; e oggigiorno lo fanno ancora meglio, perché se le risorse di classe rimangono modestissime, è cresciuta esponenzialmente la loro malizia tattica (non è un caso che queste due selezioni siano pilotate da trainer stranieri, Berti Vogts e Pietro Ghedin). Già, ma sono più o meno le stesse difficoltà che, per dire, incontra la Germania quando rifila sette o otto gol a San Marino, il che significa che se ci sono elementi di qualità, condizione fisica e un canovaccio plausibile a cui appigliarsi, alla fine, che diamine, certi ostacoli si superano. 
POCO RITMO, MANOVRA SOTTO ZERO - Ecco: a Malta non ci è mancata tanto la qualità (non eccelsa, ma comunque più che sufficiente per archiviare una pratica a basso coefficiente di difficoltà), quanto il ritmo e, soprattutto, una plausibile idea di gioco. Intendiamoci, non che da questo punto di vista a Palermo le cose fossero andate meglio: anche venerdì scorso la squadra è parsa acefala, incapace di manovrare con costrutto, con un Pirlo talmente poco incisivo in fase di impostazione da far sorgere legittimi dubbi sull'utilità di puntare ancora su questo 35enne, un campionissimo onusto di gloria ma dall'autonomia limitata; e tuttavia con gli azeri un pizzico di velocità in più, maggiore continuità di spinta, la generosità di un Immobile "alla Ciccio Graziani" e qualche spunto individuale (Zaza a tratti, Giovinco in chiusura di match e le incursioni dei difensori) avevano parzialmente mascherato le magagne. Ieri sera, venuti a mancare ritmo e agilità e sempre latitante la creatività, la squadra è naufragata. Il buco nero è stato soprattutto nella zona nevralgica: un centrocampo incapace di illuminare, di inventare per le punte; un giro palla fine a se stesso, senza verticalizzazioni, senza l'abilità di trovare il varco giusto per spaccare in due l'assetto di copertura avversario; e, in avanti, movimenti inefficaci e imprecisioni negli scambi e nei tocchi. 
ANCORA AQUILANI E GIOVINCO... - Cara grazia che Pellè abbia trovato il guizzo vincente in mischia, confermandosi bomber di grande efficacia (ha sfruttato in pratica l'unica palla gol capitatagli sui piedi), ma non basta certo a salvare la serata. Florenzi non ha saputo offrire altro che un cieco sferragliare a vuoto, Marchisio sembra sempre alla ricerca della posizione ideale e ancora non l'ha trovata, Candreva ha perso (si spera momentaneamente) lo sprint, lo spirito di iniziativa che ne avevano contraddistinto l'avventura nella gestione prandelliana, manifestando incredibili impacci nell'uno contro uno, Verratti al solito è andato meglio in interdizione che in fase propositiva, ma ha avuto comunque troppe pause in una gara che avrebbe dovuto aggredire con personalità. Fra i subentranti, Aquiliani al solito non ha inciso, qualcosina in più (vedasi il palo nel finale) da parte di Giovinco, ma il fatto che l'Italia, nei momenti difficili, debba ancora aggrapparsi a questi due giocatori, che nell'ultimo quadriennio hanno ampiamente dimostrato la loro sostanziale inconsistenza  sui palcoscenici internazionali, è triste e al contempo preoccupante. Quanto agli inserimenti dalla terza linea, si tratta senz'altro di una risorsa importante, non tutti possono vantare stoccatori estemporanei come Chiellini, Bonucci e Ranocchia, ma è fin troppo chiaro che una crescita autentica e plausibile di questa nuova Azzurra non possa passare solo dall'abilità dei difensori sui calci piazzati, così come le chiavi del gioco non possono essere riposte esclusivamente nei piedi del citato Bonucci, che sono certamente educati ma non al punto di attingere le capacità di impostazione di uno Scirea, ad esempio. 
PIU' CORAGGIO NELLE SCELTE - Insomma, si naviga a vista. Forse il problema di base, oltre a quelli evidenziati, è che questa è un'Italia ancora troppo vecchia e poco nuova, negli uomini. Ci vorrebbe maggiore coraggio da parte del cittì: dal momento che è quasi impossibile fallire questa qualificazione, è proprio il caso di affrontare l'Azebaigian recuperando Pirlo alla regia (con gli esiti che abbiamo visto, oltretutto)? Ed è il caso di sperare ardentemente in un ritorno di Barzagli, stante la squalifica di Bonucci, per il match con la Croazia di novembre, che rappresenterebbe invece l'occasione ideale per lanciare in pista l'autoritario Rugani visto in questo primo scorcio di Serie A? Forse occorrerebbe chiudere definitivamente certi conti: capire cioè se determinati giocatori, dopo l'ennesima convocazione e l'ennesima partita da titolari senza sprazzi particolari (penso a Marchisio, che pure stimo), debbano continuare a essere pressoché insostituibili o vadano invece stimolati con  la concorrenza di qualche Under. L'impressione è che questa compagine già non possa più fare a meno di Zaza: con le sue accelerazioni, i suoi spunti, le sue sollecitazioni alla manovra, con Olanda e Norvegia il rendimento complessivo del gruppo era stato ben diverso. La speranza è che la punta del Sassuolo esca al più presto dall'attuale fase di appannamento.