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mercoledì 27 giugno 2018

MONDIALI 2018: GERMANIA ADDIO. LA COREA AFFONDA I CAMPIONI, SOLO L'OMBRA DEI MERAVIGLIOSI TRIONFATORI DI RIO


Quella volta che incappò nella sua prima vera "Corea", alla Germania (Ovest) andò decisamente meglio: dopo la sconfitta shock con l'Algeria all'esordio nel Mundial '82, riuscì ugualmente a passare il turno in maniera non troppo elegante (la famosa partita-vergogna di Gijon con l'Austria) per poi spingersi faticosamente fino alla finalissima con l'Italia. Stavolta, invece, il tonfo è senza rimedio, ed è probabilmente il più fragoroso nella gloriosissima storia della Nationalmannschaft: 0-2 coi sudcoreani, e vacanze anticipate. In primis un dato che fa riflettere: per la terza volta consecutiva, e per la quarta negli ultimi cinque Mondiali, la squadra detentrice della coppa è costretta a salutare la compagnia già dopo le tre partite del primo turno. In linea di massima, la ragione è sempre la stessa: più che l'appagamento (perché i veri campioni non si stancherebbero mai di vincere), si tratta di una questione di logorio psico-fisico per i continui impegni ad altissimo livello richiesti al nucleo dei titolarissimi, in parte anche conseguenza dello scarso coraggio mostrato dai vari cittì nel rinfrescare le squadre a loro affidate, immettendo forze nuove. Fedeltà ai veterani oltre ogni evidenza: il tranello in cui caddero, in misure diverse, Bearzot ('86) e Lemerre (2002), Lippi (2010) e Del Bosque (2014).
INUTILE RICONOSCENZA - Una storia che si ripete da lustri, una lezione che non viene mai mandata a memoria. Ma fa scalpore che sia oggi accaduto alla Germania: la Nazionale solida e irriducibile per eccellenza, quella che è sempre e comunque sul pezzo, che può anche non vincere il trofeo ma un piazzamento, in un modo o nell'altro, riesce spessissimo a metterlo nell'albo d'oro; quella squadra espressione di un movimento che, a partire dai tempi del Mondiale 2006, abbiamo sempre ammirato per l'ottimo lavoro effettuato sui vivai, per aver "costruito" in casa tanti giovani di statura internazionale che assicuravano un ricambio pressoché costante.
DAL 2014 AL 2018, UN ABISSO - Tutto ciò è andato in frantumi fra Mosca, Sochi e Kazan. I veri tedeschi, in questo torneo, non si sono mai visti, se non, in parte, all'inizio e nel secondo tempo del match con gli svedesi, del quale avevo discettato in questo articolo pochi giorni fa. Fra i campioni del mondo 2014 e questa grigia versione delle selezione teutonica c'è un abisso: dove prima spiccavano brillantezza, precisione, continuità, compattezza, concretezza, in questi giorni abbiamo visto una compagine lacunosa sotto ogni aspetto. Già avevamo sottolineato i gravi squilibri fra i reparti emersi nelle prime due gare, e anche oggi la Corea del Sud ha approfittato della quasi totale mancanza di filtro davanti alla difesa dei bianchi per avventurarsi in numerosi contropiede: le sono mancati attaccanti adeguati alla ribalta iridata (quante esitazioni nell'andare al tiro, dopo un ottimo lavoro in fase di costruzione e rifinitura!), altrimenti avrebbe potuto dare contorni ancor più nitidi alla sua impresa. 
ANCHE KROOS DELUDE. AGGRAPPATI A GOMEZ - Contro gli asiatici, i detentori hanno ruminato gioco senza costrutto, con un possesso palla fin troppo fitto ma che produceva ben pochi sbocchi offensivi; la manovra subiva continui rallentamenti, certo per la buona copertura del campo attuata dai rossi, ma anche per la scarsa ispirazione di chi avrebbe dovuto accendere la lampadina in avanti: parlo di un Ozil che pare ormai alla fine della sua parabola in rappresentativa, ma anche Kroos, salvatore della patria con la Svezia, ha avuto rare intuizioni felici. Poi le occasioni non sono mancate, è vero: Goretzka di testa, Gomez due volte, Hummels, tutti da distanza ravvicinata, tutti rintuzzati dai difensori e dal saettante portiere Jo Hyun Woo. Ma a ben altra pressione offensiva, a ben altri forcing ci aveva abituati la Mannschaft: erano, quelli di questo pomeriggio, attacchi portati senza la necessaria lucidità, senza la freddezza sotto porta che è una caratteristica storica dei tedeschi, è nel loro DNA; e che la pericolosità sia aumentata con l'ingresso in campo dell'anziano Supermario non è neppure tanto incoraggiante: se l'ex Fiorentina sa ancora essere più vivo e incisivo in area rispetto a un Timo Werner, per fare il nome di una nuova leva, ebbene Low, o chi verrà dopo di lui, qualche domanda dovrà farsela, sia sulla bontà della selezione effettuata per Russia 2018, sia sulla prontezza degli emergenti per cimenti così impegnativi. 
COME L'ITALIA IN SUDAFRICA - La disfatta teutonica ha avuto contorni simili a quella azzurra in Sudafrica, otto anni fa: anche allora le prime due uscite dell'Italia avevano destato preoccupazione, ma restò la convinzione che le poche cose buone mostrate dai nostri potessero bastare per fare punti con la Slovacchia e approdare quantomeno agli ottavi: poi sappiamo come andò. Allo stesso modo, oggi nessuno avrebbe scommesso non dico su una sconfitta, ma neppure su una mancata vittoria di Neuer e compagni, eppure... Succede che si rompa la magia di una squadra che si pensava invincibile o giù di lì, e che il tramonto avvenga in maniera lenta ma inesorabile, come per l'Italia dell'82, o repentinamente, come per questa Germania che, come spesso si usa dire in ambito calcistico, non avrebbe fatto gol neppure se avesse giocato per un'altra ora, e che sul finire è stata punita dalle stilettate di Kim Young Gwon (tocco ravvicinato sugli sviluppi di un corner, con convalida dopo revisione VAR) e di Son Heung Min, in contropiede a porta vuota, con il citato Neuer a cercare improbabile gloria in avanti. 
IL LOGORIO DEL... PALLONE MODERNO - No, non eravamo abituati alla fragilità tedesca, una fragilità tale da aver zavorrato gli ex campioni trascinandoli fino all'ultimo posto nel girone. Nella loro storia una sola uscita di scena immediata in Coppa del Mondo, prima di quella odierna: nel 1938 in Francia, nientemeno, in un ottavo a eliminazione diretta per mano della Svizzera. E' casomai interessante rilevare che questi "spodestamenti" avvengono con impressionante regolarità nel calcio del Duemila, mentre fino alla fine del secolo scorso la kermesse iridata non aveva riservato "cadute degli Dei" così sorprendenti: solo il Brasile venne subito eliminato da detentore nel '66, mentre un caso a parte rappresenta quello dell'Italia del '50, che si presentò sì nelle vesti di bicampione venendo immediatamente estromessa dalla Svezia, ma all'epoca si era alla ripresa della Coppa del Mondo dopo ben dodici anni di interruzione per via della tragedia del secondo conflitto mondiale, e per sovrappiù il nostro calcio fu gravemente menomato, tecnicamente e moralmente, dall'annientamento del Grande Torino nella sciagura di Superga, datata 1949.
Dal 2002 a oggi, come detto all'inizio, quattro volte su cinque. I calciatori di punta delle selezioni trionfatrici sono, nel quadriennio successivo (ma spesso anche prima), sottoposti  a uno stress elevatissimo, arrivando a giocare un numero esorbitante di partite stagionali: logico che il logorìo sia più rapido, rispetto a quello dei pedatori di un tempo. Il segreto lo abbiamo detto: rinnovare, rinnovare, rinnovare, conservando un ridotto drappello di vecchi fusti a far da chioccia. Rimanere legati ai grandi vecchi pareva un problema soprattutto italiano, ma trovare tracce di questa ritrosia al cambiamento nella Nazionale-panzer era proprio l'ultima cosa che potessi aspettarmi. Pazienza: una caduta così traumatica servirà ai nostri "carissimi nemici" ad essere più umili, sentirsi meno "irriducibili" e più umani (già: la trita faccenda degli irriducibili tedeschi non dovremmo più sentirla almeno per due anni, si spera...), e a individuare le cause dei problemi (non molti, ma ci sono). Loro, almeno, dovrebbero saper affrontare la contingenza negativa e uscirne rafforzati, come han sempre fatto in passato. 

martedì 28 giugno 2016

EURO 2016: RIECCO L'ITALIA DELLE IMPRESE EPICHE. SPAGNA ANNICHILITA, AZZURRI FRA LE PRIME OTTO, BRASILE 2014 LONTANO ANNI LUCE...


Quattro anni dopo Varsavia, il calcio italiano si scopre ancora capace di regalarsi, e regalarci, epiche imprese da tramandare ai posteri. In Polonia fu la semifinale di Euro 2012 a restare scolpita nei libri di storia: la più bella Azzurra targata Prandelli annichilì la favoritissima Germania, la sera in cui Balotelli parve davvero a un passo dal diventare uno dei campionissimi dell'era contemporanea. Da allora, il buio: quattro anni di crisi, di miserie, di declino di tutto un movimento, col punto più basso toccato nella breve e nefasta spedizione brasiliana, e con una Nazionale che, anche dopo quel ko, è sempre parsa tollerata e mal sopportata dai club, invece di esser vista come fondamentale volano per il rilancio del nostro pallone. Un tunnel dal quale sembrava impossibile potessero sortire favole così belle come quelle che Conte e i suoi ragazzi ci stanno raccontando in questo assolato giugno. Già ci aveva inebriati il colpaccio messo a segno al debutto col Belgio, la squadra del futuro, una delle papabili per il titolo, e che in seguito ha dimostrato di non essere un bluff, al punto di trovarsi ormai un solo, non irresistibile ostacolo davanti prima di approdare alla semifinale. 
VITTORIA DEL GIOCO - Quello contro i Diavoli Rossi fu un capolavoro di football all'italiana riveduto e corretto in versione moderna, ossia difesa attiva  e propositiva. Ma ieri, a Saint Denis, si è visto tutt'altro. Proprio come quattro anni fa, ma anche come nell'82 col Brasile al Sarrià (ebbene sì, il paragone ci sta tutto), i nostri hanno sfidato i favoritissimi spagnoli sul loro stesso terreno, il terreno del gioco, dell'iniziativa, dell'aggressività, e si sono (ri)scoperti intraprendenti e coraggiosi. Hanno affrontato il match con lo stesso spirito positivo del duello in Confederations di tre anni fa, che avevo evocato nel mio ultimo post: ma allora ci spegnemmo a gioco lungo, questa volta ci sono state più intensità, più resistenza fisica e morale, più incisività, più cattiveria. Hanno spazzato via la Roja, talmente stranita da cotanto affronto al punto di non riuscire, per almeno settanta minuti, ad imbastire una risposta degna di tal nome, e della fama che accompagna Iniesta e compagni da quasi dieci anni. Da tempo non si vedeva la nostra selezione attaccare con tale continuità, e con tanta precisione nella costruzione delle proprie manovre. Prima e dopo il gol sblocca - punteggio di Chiellini, in un difficile tap-in su punizione di Eder non trattenuta da De Gea, si sono registrati i tentativi di Pellè, Giaccherini in splendida rovesciata, Parolo, ancora Giaccherini con una fiondata di destro alzata in corner dall'erede di Casillas. E nella ripresa di nuovo Eder ha mancato il raddoppio dopo una bella fuga palla al piede. 
BRILLANTI E POCO CONCRETI DAVANTI - L'han gridato tutti: bisognava chiuderla prima, dannazione; occorreva essere più concreti. Ma non si diceva, fino a poche ore fa, che il più grosso limite di questa Italia fosse rappresentato dalla mancanza di efficaci terminali offensivi? Ebbene, è ancora così, un Vieri, un Del Piero o un Toni non si inventano dall'oggi al domani, e con uno solo di questi tre la Spagna avrebbe probabilmente incassato, ieri, una delle lezioni più umilianti della sua storia. I ripetuti errori sotto porta hanno inevitabilmente esposto i nostri a un finale di gara in piena sofferenza, perché le leggende al tramonto non si arrendono senza combattere. Si incattiviscono, menano fendenti a ripetizione, magari lo fanno in maniera disordinata, ma sanno comunque portar scompiglio. Lì, e solo lì, si è rivista l'Italia della tradizione, quella da trincea, di super Gigi e della BBC (Barzagli - Bonucci - Chiellini), la sola su cui alla vigilia si puntava per uscire indenni da un confronto che pareva impari. Ed è stata invece un'Italia completa, a tutto campo, capace di coprirsi ma ancor prima di produrre un calcio bello ed essenziale, di andare al tiro e di fare paura, di tenere sotto pressione rivali fra i più reputati. 
GIACCHERINI, DE SCIGLIO E BUFFON: SUPER - E' stata prima di tutto la vittoria del collettivo, dell'organizzazione, dei movimenti perfettamente sincronizzati e, finalmente, degli errori di tocco e di misura ridotti al minimo. Tutti su livelli di eccellenza, con pochi picchi autentici, direi lo straripante Giaccherini del primo tempo, esaltatosi nella funzione che più gli è congeniale, quella di micidiale incursore dal palleggio sovente letale. E poi un De Sciglio ripropostosi sulle misure azzurre che aveva lasciato intuire ai tempi degli esordi in Confederations Cup 2013, preciso e pulito negli interventi difensivi  e sempre ben disposto a sganciarsi, per quanto nella gara di Parigi sia rimasto più che altro fedele alle consegne di copertura. Rivisto anche un Eder magari non lucidissimo ma sempre vivo e pronto a infilarsi nelle maglie della difesa iberica, un Bonucci talmente sicuro di sé da proporsi in frequenti avanzamenti, un Buffon che, inoperoso per due terzi di gara, ha saputo ergersi a baluardo nel momento più difficile, con almeno due deviazioni da urlo su Iniesta e Piquè e altri interventi impeccabili.

                                              Chiellini: ha sbloccato il risultato

DIFESA PULITA E ARMONICA - Il fatto che, alla fine, nessuno dei nostri più importanti diffidati (il trio della terza linea) abbia raccolto il secondo giallo non è un dato da poco: significa che non c'è stato bisogno di affannosi recuperi, di falli più o meno scaltri, o di scorrettezze "tattiche" per troncare sul nascere pericolose offensive di David Silva e compagni; la copertura è stata perfetta e armonica, al punto da consentire ai tre dietro di giostrare in totale serenità, senza mai forzare un intervento. L'unico "cartellinato" ad andare in squalifica è stato alla fine Thiago Motta, la cui utilità nel meccanismo azzurro francamente continua a sfuggirmi. Non arrivo a dire che i patemi di ieri siano iniziati col suo ingresso in campo al posto di De Rossi, ma è persistente la lentezza sia nei movimenti sia nella lettura delle situazioni tattiche, nonché errori che da parte di uno coi suoi piedi sono assolutamente inaccettabili. Credo che in prospettiva sia più utile Sturaro, il quale anche ieri avrebbe portato più grinta, dinamismo e qualche idea. E, già che si parla di "riserve", menzione per Insigne, che nel suo solito part time ha sfiorato un gol anticipando troppo la conclusione (avrebbe potuto avvicinarsi un po' di più a De Gea) e ha dato il là all'azione del sospirato raddoppio, perfezionata dall'affondo di Darmian e conclusa dalla "consueta" girata sotto porta di Pellè, il nostro Ciccio Graziani 2.0, punta generosa e votata al sacrificio ma spesso pronta quando si tratta di far male in area. 
FINE CICLO IBERICO? SI', MA... - I giornali spagnoli, in queste ore, parlano di fine di un ciclo. Sicuramente è così. Avevamo detto che la Spagna era ancora forte, ma non più ai livelli di quella che ha dominato l'Europa e il mondo fra il 2008 e il 2012. Il tonfo brasiliano era stato talmente fragoroso da non poter essere frutto di un momento di appannamento; il fatto che, poi, Del Bosque sia caduto nell'errore di tanti commissari tecnici vincenti di ogni parte del mondo (i nostri Bearzot e Lippi, il francese Lemerre), continuando a puntare sui "leggendari" dei primi trionfi e prolungando l'anticamera dei giovani rampanti (che sono forse... meno rampanti di come i media li dipingono) non poteva che produrre i frutti che abbiamo visto: ossia una rappresentativa ancora qualitativa, ancora in grado di sciorinare football di grana fina e di stendere avversari non irresistibili (cechi e turchi, in questo Europeo), ma più vulnerabile non appena si alza il livello dello scontro. Comunque i conti non sono ancora chiusi, per noi: nel prossimo biennio incroceremo gli iberici altre due volte, e non potrà che essere una Spagna nuova, forse ancora con tre o quattro totem, ma soprattutto con i vari Koke, Alcantara e Morata a dettar legge. Contenderemo loro la qualificazione mondiale, lo faremo sgravati dal peso di una serie negativa spezzata nell'umidità dello Stade de France, ma anche noi dovremo immettere linfa nuova nelle nostre vene, perché gli eroi di questi giorni francesi non saranno eterni.
BILANCIO GIA' IN ATTIVO - Il domani porta la Germania, che invece pare ben lungi dal chiudere il suo ciclo vincente. Dopo le brutture offerte con la Polonia nella seconda giornata, è andata in crescita lenta ma costante, pur se le avversarie affrontate non hanno certo rappresentato banchi di prova da far tremare i polsi. Impenetrabile dietro, forse l'unica difesa al mondo all'altezza, nei singoli, del nostro blocco arretrato juventino, dalla trequarti in su sta recuperando la freschezza e la forza penetrativa del Mondiale di Rio. Tuttavia, e non è per mettere le mani avanti, l'Italia questo Euro 2016 l'ha già abbondantemente onorato, vincendo quando doveva vincere, rovesciando pronostici avversi ed eliminando con pieno merito i campioni in carica: essere fra le prime otto del Continente è un progresso enorme, innegabile, rispetto al fondo toccato due anni fa. E aver raggiunto questo traguardo nel periodo di più acuta difficoltà mai attraversato dal pallone tricolore va vieppiù a titolo d'onore per gli azzurri e per il loro strano cittì "dimezzato". Sabato, a Bordeaux, que sera, sera...  

mercoledì 20 agosto 2014

NAZIONALE ITALIANA: INIZIA L'ERA DI CONTE, CHE PUNTA SUL "BLOCCO JUVE". MA... ESISTE UN BLOCCO JUVE?


Con la conferenza stampa di ieri è dunque iniziata ufficialmente l'era azzurra targata Antonio Conte. Un Commissario Tecnico scelto in fretta e furia a venti giorni dalla prima uscita della "nuova" Nazionale (amichevole con l'Olanda a Bari), da parte di un neo presidente federale giunto al più alto scranno di via Allegri in un clima generalizzato di sfiducia e indignazione (fuori dal Palazzo: dentro, tutti contenti o quasi...). Un presidente inadeguato, debole, dalla credibilità internazionale pressoché nulla (ora è arrivata pure l'inchiesta dell'UEFA: era così difficile aspettarsi un caos del genere, ed era il caso di infilarcisi dentro con totale incoscienza?). Sinceramente mi attendevo una partenza diversa, per quello che, quasi sicuramente, sarà un passaggio storico decisivo, direi vitale, per il movimento calcistico nostrano. Un biennio che è anche un bivio: o si iniziano a risolvere gli enormi problemi che gravano sul pallone tricolore, o ci si avvia mestamente al definitivo ridimensionamento dello stesso. 
BATTAGLIA PERSA - Che questa nuova fase politica non sia propriamente iniziata col piede giusto lo dimostra anche il marasma che regna nel campionato di Serie B, con un organico ancora da completare quando mancano poco più di dieci giorni al via. Roba da quarto mondo, a voler essere generosi, non certo il miglior biglietto da visita per la nuova presidenza Figc. Riguardo all'opportunità dell'elezione di una figura discussa come quella di Tavecchio, è appurato che si tratta di una battaglia persa: gli appelli in tal senso si sono infranti contro il muro di gomma di un elettorato chiuso a riccio sulle proprie indifendibili posizioni, alcune delle quali, oltretutto, dimostratesi assai volatili, vista l'aleatorietà di quello che la stampa ha definito, con notevole sforzo di fantasia, "fronte no TAV". 
Acqua passata, purtroppo. Una volta compiuto quel passo, tutto ciò che ne deriva non riesce più a destar scandalo, nemmeno la nomina di un cittì  non "immacolato", sul piano della giustizia sportiva, vista la squalifica di un paio di anni fa. In Italia, in questo Paese senza più regole e senza più futuro, funziona così, si passa sopra a tutto, facendo spallucce di fronte a ogni stortura, e del resto gli esempi arrivano anche dagli ambienti politici e istituzionali. Già negli anni Settanta Indro Montanelli, uno che di brutture dello Stivale se ne intendeva, invitava a "votare DC turandosi il naso". I tempi non son cambiati, sono anzi peggiorati: è, quella che stiamo sfortunatamente vivendo, l'epoca del "turarsi il naso". Pare non ci sia altra via per sopportare ciò che ci accade intorno, se tutte le istanze di pulizia morale e di crescita culturale vengono neutralizzate dalla peggior classe dirigente possibile, in tutti i settori della vita civile, quindi anche in ambito calcistico. 
SCELTA AZZECCATA - Turiamoci il naso, dunque, e cerchiamo, con enorme sforzo e fatica, di scovare qualche aspetto positivo in questo rabbrividente dopo Mundial. Al netto di quanto scritto sopra, la scelta di Conte non presta il fianco a grosse critiche. I suoi meriti tecnici sono indiscutibili: ha riportato in alto una Juventus ancora impantanata nelle secche di Calciopoli, dandole tre scudetti consecutivi in un crescendo rossiniano che ha ben presto assunto le dimensioni di uno strapotere, per quanto facilitato dalla progressiva perdita di qualità del campo di battaglia interno (la Serie A); ha vinto battendo la strada di un football d'iniziativa, dispendioso, fatto di forcing e aggressività, nel segno dell'esaltazione di un collettivo capace di mandare in gol uomini di tutti i reparti (Bonucci e Chiellini, Vidal e Pogba, per tacere di Pirlo, hanno regalato punti pesanti, con le loro prodezze sotto rete). 
INCOGNITA INTERNAZIONALE - E' dunque una scelta di alto profilo, come lo furono quelle di Sacchi e di Lippi. Uomini dalla personalità spiccata, ispida, allenatori "martello" per la maniacale dedizione al lavoro. Rispetto ai due illustri predecessori, Conte cede diversi punti sul piano dello spessore internazionale (ma l'età gioca in favore del pugliese): in Europa la sua Juve è rimasta un'incompiuta, pur se non così disastrosa come l'ha dipinta qualcuno. La campagna di Champions 2012/13 fu assai più che dignitosa, con vittorie pesanti (Chelsea, Shakhtar, Celtic) e una onorevole resa nei quarti al super Bayern dell'epoca; meno bene è andata l'anno passato, anche se si potrebbe dire che, in un periodo di vacche così magre, non è proprio il caso di sputare sul raggiungimento di una semifinale di Europa League. In ogni caso, Conte era una delle prima scelte per il Club Italia, assieme a Mancini e a Spalletti (la candidatura di quest'ultimo è rimasta però solo su un piano ipotetico): grave che fra le alternative abbia fatto a lungo capolino il buon Zaccheroni, allenatore rispettabilissimo, ma per curriculum e profilo tecnico assolutamente inadeguato al colossale lavoro di ricostruzione di una Nazionale pluridecorata rasa al suolo dall'avventura brasiliana. 
QUALE BLOCCO JUVE? - La conferenza di ieri non ha detto granché. Affermare che nessuno verrà convocato a prescindere, o che la Nazionale dovrà diventare "una squadra" nel senso più pieno del termine, significa semplicemente scoprire l'acqua calda: dovrebbero essere i principi cardine nell'allestimento di ogni rappresentativa. Ottimo invece l'elegante accantonamento di quel non senso prandelliano pomposamente definito "codice etico", sovrastruttura retorica e moraleggiante mal concepita e ancor peggio applicata. 
Più inquietante il riferimento alla necessità, visti i tempi operativi assai ristretti (dopo l'Olanda a Bari si vola a Oslo per il debutto nelle qualificazioni europee), di ancorarsi a determinate certezze di squadra: ma "lavorare sul blocco juventino", in questo momento, significa affidarsi a un gruppo formato per metà da giocatori vicini alla conclusione della carriera (Buffon, Pirlo, Barzagli), più un elemento che troppo spesso, negli ultimi due anni, ha mostrato una sostanziale inadeguatezza ai grandi palcoscenici mondiali (Chiellini) e altri su cui si può puntare, ma che devono essere ricostruiti nel morale (Bonucci, Marchisio): insomma, una politica di basso profilo e dagli orizzonti limitati, così come l'imprescindibile necessità di "parlare con Pirlo", un 35enne visto ancora come potenziale punto fermo. Mai come in questo momento sarebbe fondamentale un taglio netto col passato, un pensionamento dei veterani spompati, ma evidentemente la temerarietà di Fulvio Bernardini (che nel '74 fece piazza pulita dei "messicani" e avviò la rinascita poi completata da Bearzot) è tuttora patrimonio di pochi. 
E SE PROVASSIMO UN'ITALIA "MOSAICO"? - La speranza è che sia una scelta di emergenza, per "scollinare" questi primi approcci e inserire poi gradualmente più giovani possibile, fidando sulle maglie larghe delle eliminatorie (Euro 2016 sarà a 24 squadre) e a prescindere dalla fiducia che alle nuove leve verrà data dai club (assai poca, a giudicare dalle strategie di mercato seguite dalle nostre "grandi", sempre a caccia di occasioni esotiche a basso prezzo e del tutto indifferenti al "prodotto interno"). Questo anno e mezzo di qualificazioni soft potrebbe rappresentare il brodo di coltura ideale per imbastire una Nazionale mosaico, da sempre vista come una iattura: perché è vero che uno zoccolo duro prelevato da una società di prima fascia rappresenta sovente la via più rapida per diventare squadra di statura internazionale, ma, per i motivi appena detti, in questo momento non esiste un gruppo indigeno totalmente affidabile da portare di peso nel Club Italia: il gruppo, invece, andrebbe formato direttamente in azzurro, come seppe mirabilmente fare Azeglio Vicini, che prese come base di partenza non il blocco di un top club, ma i ragazzi della sua bella Under. 

mercoledì 12 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: ECCO PERCHE' E' UN TORNEO IMPORTANTE E "VERO"


La Confederations Cup, che prenderà il via domani con la sfida Brasile - Giappone, è un torneo che, dopo gli albori incerti e quasi... semi - clandestini (correvano i primi anni Novanta), si è ormai conquistato dignità e rilievo internazionale. Certo, non ha, e mai potrà assumere, l'importanza e il prestigio di un Mondiale o di un Europeo, ineguagliabili per valore tecnico, tradizione, contenuti storici e fascino anche extracalcistico. Però è una competizione che ha sostanza e spessore autentici, tutt'altra cosa rispetto a quei tornei "semi - amichevoli" fra Nazionali che spesso venivano disputati in passato per riempire gli anni dispari, quelli orfani di grandi manifestazioni: gli esempi più noti sono la Copa de Oro del 1981 in Uruguay (il famigerato Mundialito) e il Tournoi de France del 1997. 
No, qui siamo davanti a un torneo con tutti i crismi, e non solo perché si svolge sotto l'egida della Fifa, quindi con carattere assolutamente ufficiale. E' l'idea stessa alla base della Confederations ad essere vincente e ricca di appeal: mettere di fronte le rappresentative migliori di ogni Confederazione calcistica del pianeta, sulla inoppugnabile base dei risultati espressi dai vari tornei continentali dell'ultimo quadriennio o biennio, opponendole nel contempo alla Nazionale "campione dei campioni", ossia alla detentrice del titolo iridato; una manifestazione, quindi, estremamente selettiva, in quanto per prendervi parte occorre avere vinto qualcosa (a meno che non si sia il Paese ospitante). Con qualche eccezione, certo, come l'Italia che si schiera in questa edizione 2013 senza portare con sé alcun trofeo. Ma è un'eccezione legittima e giustificata, in quanto i nostri sono arrivati secondi all'ultimo Europeo dietro una Spagna che, in Brasile, aveva già un posto prenotato grazie al trionfo di Sudafrica 2010. 
Di grande significato anche la funzione di questa kermesse come "prova generale" in vista del Mondiale dell'anno successivo: test di carattere logistico, in quanto si gioca nello stesso Paese che ospiterà la Coppa del Mondo, e vi è quindi l'occasione di fare il punto sullo stato di avanzamento dei lavori per impiantistica, infrastrutture, capacità ricettive, e sull'efficienza della struttura organizzativa nel suo complesso; test, anche, prettamente calcistico: le Nazionali in lizza, buona parte delle quali saranno presenti anche a Brasile 2014, saggeranno il clima, l'ambiente, i terreni di gioco, e soprattutto sperimenteranno condizioni tecniche simili a quelle che troveranno fra dodici mesi, ossia la permanenza in loco di una rosa ampia di giocatori per un periodo prolungato e le partite da disputare a distanza ravvicinata l'una dall'altra: verranno quindi verificate le risposte, fisiche e mentali, dei calciatori a queste tipiche situazioni "da torneo", e gli staff tecnici valuteranno eventuali modifiche nelle composizione delle loro rose da attuare nel corso dell'ultima stagione pre Mondiale. Ciò che, ad esempio, non fece Lippi dopo il disastroso esito della Confederations edizione 2009: a partire dall'agosto successivo, nonostante l'evidente logorio del gruppo "mundialista" del 2006, fu assai parsimonioso nel rinfrescare la formazione (dentro Criscito,  Marchisio e pochi altri) e andò incontro alla disfatta sudafricana contro Nuova Zelanda e Slovacchia. Un precedente da non sottovalutare e che rappresenta un altro indicatore dell'attendibilità e utilità di questa competizione. 
Certo, nel contempo ciò non vuol dire che gli esiti di tale torneo vadano presi per oro colato al cento per cento, perché in un anno di calcio, particolarmente nell'anno che precede un Mondiale, succedono tante cose e gerarchie apparentemente immutabili possono cambiare, così come certezze granitiche sull'affidabilità di una squadra o di un giocatore. Ma è certo che si tratti di indicazioni da tenere nel debito conto, in quanto maturate in un contesto tecnico e agonistico che è, oggi, assolutamente di primo piano. La Confederations Cup, parere personale, è diventata adulta nel 2001, dopo anni di ovvio "apprendistato" (e di faticosa ricerca di una degna visibilità mediatica): fu la prova generale per la Coppa del Mondo organizzativamente più complessa di sempre, quella che, per la prima volta, sarebbe stata ospitata da due nazioni, Corea del Sud e Giappone; sul piano meramente sportivo, fu impreziosita dalla presenza della Francia euromondiale, che in quella circostanza alimentò ulteriormente il suo mito aggiudicandosi anche quel torneo, oltretutto superando in semifinale il Brasile. 
Ecco, quella fu una affermazione di certo non fallace, perché fotografava il momento di strapotere del football transalpino, però portò a trarre troppo affrettate conclusioni all'allora CT del Bleus Roger Lemerre: la Francia pareva addirittura più forte di quella che vinse il Mondial 1998, sembrava destinata a concedere un clamoroso bis iridato e invece, nel 2002, si sciolse come neve al sole. Ma intanto aveva dato una spinta importante alla crescita della credibilità di questa giovane kermesse. Kermesse che non va quindi snobbata, considerandola come un'esibizione fine a se stessa. E' una cosa seria e lo sarà, ritengo, sempre di più in futuro. Forse non riempirà di orgoglio il petto dei tifosi come una Coppa del Mondo, ma fa albo d'oro, eccome.
Messaggio che vale soprattutto per gli azzurri, i quali devono riscattare il loro unico, amarissimo precedente sopra ricordato, e che, stando all'attualità più stringente, sono chiamati a dimostrare che le ultime, incolori uscite sono solo frutto di una precarietà contingente, e non piuttosto la spia del logorio di una formula di squadra faticosamente messa a punto da Prandelli in questi primi tre anni di brillante gestione tecnica. Pericolo, quest'ultimo, che non credo sia effettivamente concreto, ma è sempre meglio tenere le antenne drizzate... 

ITALIA - HAITI, GLI AZZURRI AL LUMICINO E LA DOMANDA DI SEMPRE: E' GIUSTO PREOCCUPARSI?

                                    Giaccherini: Contro Haiti gol a tempo di record

Mettiamola così: al di là del lodevolissimo intento benefico (il terremoto di tre anni fa ha lasciato ferite che chissà quando si rimargineranno), l'amichevole di ieri sera fra Italia e Haiti valeva soprattutto per il suo significato "vintage". Un remake, a 39 anni di distanza, del primo e unico confronto fra le due rappresentative: correva l'anno 1974, gli azzurri debuttarono nel primo dei due Mondiali disputati in terra tedesca proprio contro i caraibici, vinsero solo 3 a 1 e la mancata goleada (che avrebbero potuto realizzare tranquillamente, se Chinaglia e compagni non avessero troppo scialacquato sotto porta) di fatto precluse loro il passaggio del primo turno (eliminati dall'Argentina per differenza reti), in un torneo al quale si erano invece presentati come una delle squadre da battere. Mettiamola così, dicevo, perché se dovessimo analizzare la sfida di Rio de Janeiro sul piano prettamente tecnico cadrebbero le braccia, al di là del rilievo sul gol record di Giaccherini, il più veloce nella storia del calcio azzurro. 
TEST ATTENDIBILE? - Sia chiaro, è sempre arduo attribuire una patente di attendibilità a partite come questa: la sensazione è di aver assistito a uno di quei galoppi amichevoli  che precedono i tornei importanti (e la Confederations Cup che si aprirà sabato lo è, se ne parlerà a breve su questo blog), partite senza sugo, disputate senza voglia e col freno a mano tirato: esempio classico, quello Sporting Braga - Italia di pochi giorni antecedente il Mundial del 1982, gara che l'Italia di Bearzot giocò talmente male da far esclamare all'allora presidente federale Federico Sordillo: "Se la nostra Nazionale è questa è inutile andare alla kermesse iridata, meglio tornare subito a casa". Però non è neanche giusto minimizzare totalmente, e del resto anche il cittì Prandelli ha ammesso che la figura non è stata di quelle da tramandare ai posteri con orgoglio. Di certo, Haiti ha rappresentato un banco di prova un tantino più probante di quel San Marino che rimane, spiace dirlo, una realtà inconsistente a livello internazionale, e che poche settimane fa a Bologna i nostri travolsero, oltre che con quattro reti, con un florilegio di tiri e occasioni da gol (ne contai una quindicina abbondante). 
ITALIA (ANCORA) SVUOTATA - Per questo, le preoccupazioni sono lecite. Sono cambiati gli uomini, ma nessun miglioramento vi è stato rispetto alla dimessa recita di Praga: Si è vista un'Italia svuotata fisicamente e mentalmente, senza ritmo, dinamismo, agilità, terribilmente lenta di gambe e di testa, priva di  apprezzabili idee di gioco; si è vista, soprattutto, una certa abulia, un impegno ridotto al minimo sindacale e forse anche meno, ma questa, pur se discutibile sul piano sportivo, è la cosa che inquieta meno, perché si sa che le motivazioni rifioriscono per incanto quando un calciatore italiano si trova di fronte agli impegni che contano. 
Casomai, va detto che dell'approccio della nostra massima rappresentativa a certi confronti ritenuti abbordabili avevo già severamente parlato pochi mesi fa, ai tempi della prestazione in quel di Malta, una prestazione indecorosa sul piano della qualità del gioco, con rischi assurdi (rigore neutralizzato da Buffon) e col risultato salvato soltanto da un Balotelli all'epoca in gran vena. Scrissi così:  "Sappiano, gli azzurri, che non sempre ti gira bene, non sempre i rigori si riescono a neutralizzare anche se ci si chiama Buffon e non sempre ci sarà un Balotelli in stato di grazia, capace di trasformare in gol la quasi totalità dei pochi palloni che gli capitano sui piedi". Ecco, è infine capitato che certi acuti personali non siano più stati sufficienti a mascherare le magagne del collettivo, e che Davide abbia fatto il colpaccio contro Golia: per fortuna era solo un'amichevole, ma si spera che questo 2-2, una figuraccia "da almanacco", abbia smosso qualcosa nell'animo dei nostri prodi azzurri, convincendoli che ogni sfida vada affrontata col piglio del killer instinct, senza pensare che in ogni caso la superiore caratura consentirà di portare a casa il risultato. 
PREOCCUPANTE O NO? - Ecco, l'analisi della partita di ieri sera potrebbe terminare qui. Andare oltre significherebbe addentrarsi in un terreno minato. La domanda, da decenni, è sempre la stessa: quanto vanno prese per oro colato le indicazioni, inquietanti o meno, di certi collaudi pre Mondiali, pre Europei o, in questo caso, pre Confederations? Non esiste risposta univoca. Prima abbiamo citato l'allenamento col Braga del 1982, ma l'esempio più fresco rimane la disfatta con la Russia che precedette il nostro "quasi trionfale" Europeo polacco - ucraino: nell'uno e nell'altro caso, sembravano non esservi speranze per gli azzurri, che invece in pochi giorni risorsero e disputarono dei tornei da incorniciare. Altre volte, però, le negative prestazioni della vigilia trovarono conferma negli impegni ufficiali: l'Italia del Trap perse male, al di là dello 0 a 1 finale, contro la Repubblica Ceca nel 2002, prima di partire per il Mondiale nippo - coreano che, lo sappiamo, regalò solo amarezze; e la seconda, pallida "Azzurra" di Lippi si avviò al disastro sudafricano sulle ali di una mortificante sconfitta col Messico, nell'ex Heysel di Bruxelles. 
L'IMPORTANZA DEL RITIRO - E allora, come distinguere fra indicazioni fallaci e segnali attendibili? L'unica certezza è che un buono o un cattivo torneo si costruiscono nel ritiro di preparazione, nel quale lo staff tecnico si trova a dover gestire situazioni delicatissime, equilibri precari, problematiche molteplici: in quella sede, occorre si cementi alla perfezione, se già non è presente, la coesione del gruppo, occorre che vengano smaltite nel più breve tempo possibile le scorie psico- fisiche lasciate dalla stagione di club, e che i giocatori recuperino una condizione atletica e mentale almeno discreta, da far poi ulteriormente lievitare man  mano che ci si avvicina agli impegni decisivi. E' poi necessario che il cittì azzecchi sia le scelte tecniche (convocazioni prima, formazioni poi) sia quelle tattiche, e che gli uomini a sua disposizione sposino senza perplessità e mugugni sia le une sia le altre. Conta poi anche la fortuna: perché se i giocatori, soprattutto quelli decisivi, proprio nelle settimane del torneo incocciano nel loro periodo d'oro, nessun traguardo è precluso, se invece (per condizioni di forma, bioritmi e quant'altro) cadono nel momento peggiore dell'anno, allora non c'è verso di dare una svolta alla situazione. 
Ecco perché non bisogna né drammatizzare, né nascondere la testa sotto la sabbia. I cinque giorni che mancano al debutto potrebbero bastare a rimettere in piedi i nostri stanchi e corrucciati eroi, ma anche no. Di certo, va detto, non è lecito attendersi prestazioni debordanti da formazioni, come quella messa in campo ieri sera da Prandelli, che potremmo definire benevolmente "raffazzonate", ossia formate da elementi che solitamente non sono titolari e che insieme non avevano mai giocato: manca l'amalgama, manca l'idea di squadra, d'accordo, ma, lo si è detto, i problemi emersi contro Haiti sono stati di altra natura. Nell'auspicio che il gruppo azzurro recuperi brillantezza, una rinfrescata all'undici cristallizzatosi come titolare non guasterebbe in ogni caso: si trovi, se possibile, un angolino a De Sciglio e a Cerci, e si valuti l'apporto che un Diamanti e un Aquilani finalmente integro potrebbero dare, in termini di dinamismo e idee,  a un centrocampo e a una trequarti ultimamente a corto di fiato e di inventiva. 

giovedì 15 novembre 2012

GLI AZZURRI DOPO ITALIA - FRANCIA: "BRAVO CHI PERDE", MA...

                                            Montolivo: sempre più convincente

"Bravo chi perde": titolò così il Guerin Sportivo nel novembre 1985, ironizzando sulla quasi unanime beatificazione critica che accolse una sconfitta della Nazionale italiana in un'amichevole con la Polonia. Gli azzurri di Bearzot giocarono piuttosto bene, a tratti dominarono, colpirono tre legni, ma il successo finale arrise alla rappresentativa di Zibì Boniek e compagni. "Conquistare sconfitte immeritate è, in fondo, il destino dei mediocri", chiosò sconsolato nel suo commento il grande Adalberto Bortolotti, a lungo prima firma del Guerino. Quella circostanza mi è tornata in mente ieri sera, assistendo all'ennesimo ko in amichevole della selezione di Prandelli. Contro la Francia la serie si è allungata a cinque capitomboli consecutivi, dopo quelli con Uruguay, Stati Uniti, Russia e Inghilterra. Statisticamente è un dato da pugno nello stomaco, ma, si dirà, nel mezzo sono arrivati un secondo posto europeo e una partenza tutto sommato buona nelle qualificazioni mondiali, e allora lagnarsi sembrerebbe fuori luogo e anche vagamente ridicolo. 
Ecco, in larga parte è vero, ma con qualche riserva, che analizzeremo più avanti. Fermo restando che la situazione evocata a proposito degli azzurri del 1985 non può essere applicata al rovescio parmense di qualche ora fa. Diverso contesto storico - calcistico, con l'Italia di oggi che ha già felicemente verificato la sua competitività agli alti livelli e la sua notevole caratura complessiva. E' una squadra, la nostra, più che altro alla ricerca di giovani e valide alternative a quei titolarissimi consacratisi nel biennio 2010 - 2012, sfociato nella bella avventura polacco - ucraina. E, da questo punto di vista, le risultanze del confronto del Tardini, al di là dell'amarezza per il risultato numerico, non possono non essere considerate positive. Sì, questa volta dire "bravo chi perde" non è fare esercizio di sarcasmo. 
CHE MONTOLIVO! - Contro i galletti si è vista a sprazzi una bella Nazionale, al di là di quelle che erano le aspettative della vigilia, assai contenute alla luce del volto sperimentale dato dal cittì alla formazione. Quando si mette in campo una squadra nuova per metà e tatticamente rivoluzionata dal centrocampo in su, non ci si può attendere continuità assoluta nella produzione di gioco, e questo spiega e giustifica l'andazzo a corrente alternata degli azzurri, vissuti fra momenti a ritmi elevatissimi e pause peraltro neanche troppo prolungate. Un undici propositivo, il nostro, ben disposto ad assumere l'iniziativa, come nella migliore tradizione prandelliana. L'anima, il fulcro dell'azione è stato un Montolivo del quale avevo già sottolineato, nel recente articolo dedicato alle prime partite di qualificazione iridata (qui), i notevoli progressi sul piano della personalità e della costante presenza nel cuore della manovra. Ebbene, ieri il milanista è parso straripante, aggressivo sui portatori di palla avversari, ispirato nel reggere le file delle trame offensive: non a caso suo è stato l'assist per il battesimo del gol di El Shaarawy.  
TRIDENTE EFFICACE - Il Faraone è stato un'altra delle note liete, anche in questo caso senza che la cosa ci sorprendesse. In generale non ha strafatto, ma è stato incisivo e decisivo nei momenti topici, come un vero campione in pectore: bella sponda per Balotelli nell'azione dell'incrocio dei pali, perentorio affondo sul passaggio gol di Montolivo chiuso con un rasoterra vincente. E poi, altre iniziative a svariare in disinvolto palleggio sul fronte d'attacco, a confermare la sua vivacità e poliedricità, nonché la capacità di trovare celermente la giusta collocazione anche in un canovaccio tattico in abbozzo come era quello dell'Italia parmense. 
Nell'improvvisato tridente, ha fatto decorosa figura anche Candreva, sempre intraprendente, sempre pronto a proporsi in avanti, per quanto non sempre sorretto dalla necessaria lucidità. E Balotelli ha confermato, sia pure in versione ridotta, quanto fatto vedere con la Danimarca, ossia una maggiore predisposizione al sacrificio e alla partecipazione alla manovra collettiva, anche se ciò, nella circostanza, è andato a scapito di una presenza più efficace nei sedici metri finali (una traversa e un colpo di testa di poco fuori sono comunque un bottino in assoluto non disprezzabile). 

                                              Florenzi: buon esordio in azzurro

VERRATTI E FLORENZI ABILI E ARRUOLATI - Tornando nella zona nevralgica, mentre c'è da registrare la serata di scarsa vena di Marchisio, meno mobile e frizzante del solito, poco propenso a regalare i suoi consueti, mortiferi inserimenti, c'era grossa attesa attorno alla prova di Verratti. Il ragazzo non ha affatto deluso, anche se non ha mostrato miracoli: nel suo bottino azzurro, tante cose buone e qualcuna meno buona. Qualche difficoltà in copertura, mentre in fase di impostazione ha sciorinato, a tratti, un gioco essenziale, fatto di tocchi semplici e rapidi ma quasi sempre azzeccati. Deve migliorare come fisicità e continuità d'azione, ma è evidente la sua propensione a prendersi comunque delle responsabilità, a non nascondersi quando la partita si accende. 
Bene, secondo noi, anche l'esordiente assoluto Florenzi, bocciato da qualche critico frettoloso:  nel "precario" secondo tempo azzurro, col centrocampo rivoluzionato da tre cambi quasi contemporanei, ha alfine trovato la sua dimensione: dinamismo, buona efficacia nelle due fasi, grande sforzo in fase di ripiegamento e qualche tentativo in assist alle soglie dell'area avversaria. Pretendere di più sarebbe stato ingeneroso: rivediamolo all'opera in un contesto di squadra più solido e definito...
BENE MAGGIO E BARZAGLI -  Poco da dire invece sulla difesa, che era il reparto meno rivoluzionato: Sirigu è un buon portiere ma non un fenomeno come Buffon, che è in grado di indirizzare l'esito delle partite con autentiche prodezze. Una volta consapevoli di questo, possiamo dire che la sua prova è stata tutto sommato priva di sbavature, e nel finale ha pure evitato, su Menez, un 3 a 1 che per la Francia sarebbe stato un premio sproporzionato (già lo è stato la vittoria, se è per questo...). Maggio scattante e pieno di iniziativa anche più del solito, pur se la misura dei passaggi non è sempre perfetta, ma la partecipazione al gioco corale è stata assidua: smussasse certi eccessi agonistici, sarebbe un terzino di spinta di assoluto valore mondiale... Dall'altra parte, Balzaretti  un po' più sulle sue, mentre al centro Barzagli, pur beffato da Valbuena in occasione della prodezza dell'1 a 1, si è confermato guardiano d'area affidabilissimo, uno che migliora con gli anni e che ha anche imparato a uscire più frequentemente palla al piede per spostare in avanti il baricentro, allorquando ne intravede lo spazio. Per Chiellini una gara onesta, da mestierante, senza infamia e senza lode, ma l'impressione è che Prandelli potesse azzardare qualche esperimento in più là dietro, dove urgono nuove alternative: un po' di minutaggio per Santon e Astori non avrebbe fatto male alla crescita del gruppo.
L'ABITUDINE ALLA SCONFITTA - Tutto ciò detto, e tornando invece per un attimo alla riflessione da cui avevamo iniziato, d'accordo sul "bravo chi perde", ma senza esagerare. Perché l'abitudine alla vittoria, o quantomeno al risultato positivo, è sempre meglio conservarla anche nei confronti senza punti in palio, a maggior ragione in quelli contro rivali storiche come la Francia. Del resto, questa Nazionale di Prandelli si è formata, ha acquisito fiducia nei propri mezzi e statura internazionale, anche attraverso importanti affermazioni in amichevole: penso al bel successo di Bari con la Spagna, poco più di un anno fa, o al pareggio in Germania a inizio 2011, o, ancora, alle affermazioni in Ucraina e in Polonia. Insomma, contano, eccome, anche questi risultati, sebbene per qualcuno rimangano partite inutili. Pensiamo anche, ad esempio, alla prima Italia di Lippi: avrebbe affrontato con lo stesso piglio vincente il Mondiale 2006 senza i trionfi (in amichevole, per l'appunto) su Olanda e Germania dei mesi precedenti? Ribadiamo dunque che a questa nostra rappresentativa troppo spesso continua a far difetto il killer instinct, la capacità di chiudere i conti o comunque di saper gestire vantaggi anche minimi. Doti che hanno le grandi squadre: per potersi definire tale, l'Italia deve ancora abbattere questi ultimi ostacoli.  

giovedì 13 ottobre 2011

DUE O TRE COSE SU CASSANO

Tormentone Cassano. I vizi, le virtù e le inquietudini del discusso "mezzo fuoriclasse" barese sono tornati prepotentemente alla ribalta nelle ultime ore. Inevitabile, sia per la bella prestazione contro l'Irlanda del Nord, degna chiusura dell'eccellente girone di qualificazione europeo azzurro, sia per le sue dichiarazioni post gara, snodatesi tra un bagno di umiltà ("Ho vinto poco? Se uno vince tanto o poco se lo è meritato") e propositi di abbandono ("Voglio fare altri tre anni bene e poi smettere"). 
Premesso che certe dichiarazioni, come il 99 per cento di quelle di ogni uomo di calcio, lasciano il tempo che trovano, e che vanno ad arricchire l'infinita collezione di una "cassaneide" oltremodo stucchevole (fatta di alti e bassi, ascese e ricadute, dichiarazioni sagge e altre da mattocchio, di un "tutto e il contrario di tutto" specchio di una personalità tumultuosa e contraddittoria), ciò che mi preme in questa sede è esporre la mia posizione sul giocatore e sul suo percorso professionistico. Non amo parlare sulla scia dell'ultima impressione: quando qui a Genova, da parte di certa stampa compiacente, si tessevano le lodi di un Cassano ormai maturo e distante anni luce dai colpi di testa di un tempo, ero fra i pochi (per chi mi conosce, visto che all'epoca non avevo un blog in cui esprimere le mie opinioni) a mostrare scetticismo su questa improvvisa conversione, e i fatti successivi un po' di ragione me l'han data. Insomma, ho sempre cercato di andare oltre la facciata e le verità ufficiali, cercando di valutare le cose a tutto tondo. 
SEGNO DEL DESTINO? - Quando Cassano fece la sua fragorosa comparsa sulla scena calcistica nazionale (ricordiamolo: Bari - Inter del dicembre 1999, gol strepitoso a Ferron) anch'io fui tra quelli che pensarono che una prodezza del genere non potesse essere un caso, ma che stesse per nascere un nuovo fenomeno del football internazionale. Una parentesi: mi colpiva, in quegli anni, una singolare coincidenza, che all'epoca, nella mia ingenuità, interpretai come un sicuro segno del destino: il barese è un classe '82, oltretutto nato il 12 luglio, il giorno dopo la finale mondiale che aveva regalato all'Italia l'ultimo (in quel momento) titolo iridato. Un altro giovane virgulto che sarebbe esploso qualche anno dopo, Alberto Gilardino, è anche lui un '82, nato il 5 luglio, stessa data della memorabile sfida Italia - Brasile. Ecco, io speravo che in un giorno non lontano potessero essere proprio questi due fuoriclasse in pectore, venuti al mondo nei giorni della massima gloria di Zoff, Pablito e compagni, a riportare in Italia la Coppa FIFA, nel segno di un ideale fil rouge fra le due conquiste. 
I PRIMI FUOCHI D'ARTIFICIO - Poi, le cose sono andate un po' diversamente. Gila non ha rispettato in toto le folgoranti promesse di inizio carriera, ma ha fatto comunque una carriera di alto livello, diciamo pure da campione, e un Mondiale l'ha vinto, anche se non da protagonista assoluto. Il barese avere iniziato bene: fiammate e mattane nella Roma di re Totti, ma anche un ottimo Europeo nel 2004: gettato nella mischia per disperazione da Trap dopo il deludente esordio con la Danimarca, lo ripagò con un gol alla Svezia (vanificato dalle tremarelle tattiche del CT) e un altro alla Bulgaria, per una vittoria che non evitò l'eliminazione. Lippi voleva farne un cardine della sua prima gestione, tanto da arrivare a dire: "Vedrete che Antonio si stuferà di giocare in Nazionale". Alcune prove incoraggianti, come quella di Milano con la Scozia, poi il passaggio al Real, dove recitò da comparsa e anche meno. Fu l'inizio di un periodo nero, in cui personalmente cominciai a nutrire seri dubbi sulla effettiva consistenza del fenomeno Cassano. Fuori dal giro azzurro, salvo una fugace apparizione all'inizio dell'era Donadoni, poi l'approdo alla Samp, quando già la schiera dei suoi estimatori si era assottigliata. 
LA SUA VERA DIMENSIONE - L'esperienza genovese, conclusa in modo traumatico ancorché "misterioso", ha dato secondo me la vera misura del giocatore Cassano. In sintesi: il fuoriclasse promesso non è mai veramente sbocciato: forte coi deboli, raramente decisivo nelle grandi sfide a livello nazionale (eccezion fatta per alcune rimarchevoli prestazioni nella stagione 2009/10, irripetibile per la Sampdoria ed, evidentemente, anche per lui), praticamente mai nei big match internazionali. Lo ho dimostrato nel deludente Euro 2008, con prestazioni "da compitino", e lo ha ribadito anche nel girone eliminatorio appena concluso: sei gol, sì, ma due alle Far Oer, due all'Estonia e due all'Irlanda del Nord sperimentale di Pescara. Nelle sfide decisive con Slovenia e Serbia è toccato ad altri togliere le castagne dal fuoco. Ecco perché l'ho chiamato "mezzo fuoriclasse". Alzi la mano chi si ricorda, contro squadre di primissimo piano, una prestazione azzurra all'altezza della sua fama. Forse l'amichevole agostana con la Spagna: ma, per quanto anch'io abbia ritenuto importante quel match nel percorso di crescita della Nazionale, sempre di amichevole si trattava.
SOPRAVVALUTATO - Ingeneroso? Forse, perché in fondo son sempre gol che portano punti, e fan comodo anche quelli. Ma son gol relativamente facili, contro avversari di seconda o terza schiera: non è questo ciò che si sarebbe dovuto chiedere a uno come lui. Da potenziale top player a gingillo umorale, utile a scardinare difese magari non trascendentali, ma contro le quali può capitare che altri attaccanti, meno fantasiosi e in giornata no, finiscano per sbattere la testa senza risultati. Utile, insomma, ma da qui ad averne fatto, come ha deciso Prandelli, uno dei cardini della ricostruzione azzurra il passo è stato per me troppo lungo. Il giocatore, di occasioni per mostrare il suo valore ne ha avute a bizzeffe: Roma, Real, Milan, Nazionale e Champions League. Ha quasi trent'anni e quello che ha fatto è sotto gli occhi di tutti. 
GERARCHIE - Per questo, molto modestamente, ritengo azzardato puntare forte su di lui ora che l'asticella sta per alzarsi, ora che non avremo più di fronte le suddette rappresentative, ma compagini di tutt'altro spessore. Pazzini, Rossi e Balotelli, ciascuno per motivi diversi, meritano più di Fantantonio la possibilità di giocarsi i posti in prima linea. Altrimenti, non vorrei si ricreasse la "sindrome Del Piero". Ricordate? Tutti i commissari tecnici che si succedevano sulla nostra panchina continuavano inspiegabilmente a puntare su di lui, quando era ormai acclarato che Pinturicchio avesse una particolare idiosincrasia per gli impegni ultimativi in maglia azzurra, nelle fasi finali di Europei e Mondiali. E Del Piero è uno che in carriera ha fatto mille cose più di Cassano.  
Per questo, al momento, preferisco non partecipare al coro di osanna per l'Antonio ritrovato. Quante volte l'abbiamo ritrovato? E quante volte lo abbiamo (e si è) perso? Se poi, in Polonia e Ucraina, saprà fare per la prima volta in carriera quello che avrebbe dovuto fare tantissime volte, visto il talento donatogli da madre natura, ossia vincere qualcosa da protagonista, beh, nonostante quello che ho scritto non sarò certo meno felice di altri!

mercoledì 5 ottobre 2011

AMARCORD: SERBIA - ITALIA DEL 2003, L'ILLUSIONE AZZURRA DEL TRAP

Serbia - Italia è una sfida quasi inedita. Chiariamo subito: di precedenti, con la vecchia Jugoslavia unita, ce ne sono a bizzeffe, quasi tutti storicamente significativi, alcuni di grandissima rilevanza (pensiamo solo alla doppia finale dell'Europeo '68 a Roma, l'unico finora vinto dagli azzurri). Ma, tutti lo sapranno però è sempre meglio ribadirlo, la mitica selezione plava, così come l'abbiamo conosciuta fino agli anni Novanta, era un'altra cosa: c'erano dentro serbi, croati, bosniaci, sloveni, macedoni, montenegrini, insomma, tutte le etnìe di quel martoriato Paese. Dal '91 in poi, in seguito ad eventi politici e bellici che sarebbe lungo e anche improprio rievocare in questa sede, le varie realtà hanno via via acquisito autonomia anche sportiva, prima la Slovenia e a seguire tutte le altre. 
La Jugoslavia, pur ridotta in pratica alle sole Serbia e Montenegro,  mantenne comunque il suo nome, anche calcisticamente, fino al 4 febbraio del 2003, e in tale veste iniziò le qualificazioni a Euro 2004: il confronto con l'Italia giocato a Napoli nell'ottobre del 2002, e chiusosi sull'1-1 (Mijatovic e Del Piero in gol, quest'ultimo con una deviazione avversaria), rappresentò di fatto l'ultimo confronto fra la nostra rappresentativa e quella slava. 
NASCE LA SERBIA - MONTENEGRO - Poco meno di un anno dopo, settembre 2003, gli azzurri trovarono in campo, per il retour match di Belgrado, la nuova rappresentativa della Federazione di Serbia e Montenegro. Ed è questo l'unico precedente ufficiale (ossia coi tre punti in palio) autentico fra le due squadre, al quale fece seguito, nel giugno 2005, un'amichevole disputata a Toronto, nell'ambito di una tournée della selezione di Lippi, e chiusasi sull'1 a 1 (Lucarelli a segno per noi). Si tratta comunque di due precedenti "spuri", perché ben presto anche i montenegrini acquisiranno totale indipendenza anche sui campi di football, e avranno proprio con noi uno dei primi confronti ufficiali, nell'ambito del girone eliminatorio per la Coppa del Mondo in Sudafrica. Ma questa è un'altra storia... 
LA SECONDA ITALIA DEL TRAP - Torniamo dunque a quel confronto di otto anni fa. Era la... seconda Italia targata Trapattoni. La prima, nata e cresciuta fra l'entusiasmo generale, aveva affrontato il Mondiale del 2002 nel ristretto novero delle grandi favorite, ma ne era uscita con le ossa rotte agli ottavi, per fattori esterni (alcuni arbitraggi furono effettivamente vergognosi, e il più scandaloso non fu certo quello famigerato di Byron Moreno nel confronto con la Sud Corea) ma anche interni, ossia rendimento nettamente sotto le attese di diversi protagonisti (in primis Totti, che doveva essere una delle grandi figure del torneo) e clamorosi errori e incertezze di gestione, da parte dei uno dei tecnici più vincenti nella storia del calcio italiano e internazionale. Insomma, si cadde dall'alto e ci si fece malissimo, tanto che la squadra continuò per mesi a portare i segni di quella traumatica esperienza: il dopo - Mondiale, apertosi con una sconfitta con la Slovenia già rievocata su questo blog, proseguì con un incerto avvio nelle eliminatorie europee culminato con la sconfitta in Galles. A quel punto, e si era nel tardo autunno del 2002, la qualificazione per il torneo continentale pareva compromessa, e la panchina del Trap, a cui il presidente federale Carraro aveva rinnovato la fiducia dopo la Corea (non si è mai capito se per convinzione autentica o per... mancanza di alternative immediate) terribilmente traballante. 
Fu a quel punto che ci fu una piccola svolta: il tecnico decise di smuovere l'ambiente aprendo le porte della squadra a giocatori non di primissimo piano, sul piano della militanza di club e dello spessore tecnico, eppure meritevoli di una considerazione che, fino a quel momento, era stata loro negata. A partire dall'amichevole novembrina con la Turchia a Pescara, ecco immessa nel serbatoio azzurro la benzina di gente come Nervo, Di Natale, Corradi, Legrottaglie, Perrotta, Camoranesi, Miccoli. L'intento di Trap era duplice: allargare la rosa dei giocatori con esperienza internazionale, e scuotere alcune grandi figure azzurre che, a partire dal Mondiale, sembravano essere sprofondate nel torpore, forse per mancanza di concorrenza. 
UN 2003 MEMORABILE - L'effetto fu dirompente: la squadra riacquistò brio, molti dei nuovi fornirono un contributo talmente sostanzioso da entrare in pianta stabile nel giro, e la loro presenza servì da stimolo ai vecchi (nel senso di militanza) azzurri, che ritrovarono motivazioni e rendimento. Ne nacque un 2003 sensazionale, con la bellezza di sette vittorie consecutive (una addirittura in Germania, con splendido gol di Vieri) e l'impetuosa risalita nel girone di qualificazione europeo, culminata con il trionfo milanese sul Galles (che aveva inizialmente preso la vetta grazie a una partenza strepitosa): tripletta di Inzaghi e prestazione scintillante, pochi giorni prima della trasferta belgradese. 
Gli slavi, dal canto loro, erano una delle delusioni della fase eliminatoria, essendo incappati in passi falsi incredibili (quattro punti su sei lasciati all'Azerbaigian!), e in quel momento avevano come unico, difficile obiettivo quello del secondo posto nel girone, che avrebbe dato loro l'accesso ai playoff. 
LA SFIDA DI BELGRADO - Ecco, è questo il quadro d'assieme in cui le due squadre, in quel settembre 2003, scesero in campo nel maestoso Marakanà, per la verità mezzo vuoto. Per la nostra squadra era e rimane uno dei campi tradizionalmente più ostici, eppure partimmo favoriti, sull'onda dello straordinario filotto di risultati di cui si è detto e del gioco scintillante mostrato coi britannici. 
La gara dei nostri deluse invece le attese, e rischiò di tramutarsi in un nuovo scivolone trapattoniano. I padroni di casa, consapevoli di essere all'ultimissima spiaggia, ci schiacciarono fin dall'inizio, e fu subito sofferenza. Centrocampo tagliato fuori, ma la difesa resse egregiamente e davanti c'era un Inzaghi in stato di grazia: dopo alcune occasioni fallite dai serbi, Pippo sfruttò un lungo lancio dalla retroguardia incuneandosi nella stranita difesa avversaria e freddando Jevric di sinistro. Quel gol cambiò la partita fino all'intervallo, l'Italia prese possesso delle redini del match, sfiorò il raddoppio con Vieri e si vide negare un rigore ancora sullo scatenato Superpippo. Ma nella ripresa i locali tornarono a caricare col sangue agli occhi, e gli uomini del Trap non riuscirono più a ripartire con i loro contropiede mortiferi: nel finale giunse dunque, meritato, il pari di Ilic.
LO "STELLONE AZZURRO" - Serviva a poco ai serbi, ma era anche un mezzo buco nell'acqua per l'Italia, che avrebbe rischiato di dover andare agli spareggi fra le seconde se non fosse giunto in aiuto il classico italico stellone: il Galles si fece clamorosamente fermare sul pari interno dalla Finlandia, in caso di vittoria si sarebbe presentato al turno finale (da giocare ancora in casa di fronte agli slavi ormai fuori dei giochi) con un punto di vantaggio sui nostri. Così non fu, nell'ultima gara l'Italia dispose con facilità dell'Azerbaigian a Reggio Calabria e volò in Portogallo. Dove il secondo fallimento, dopo quello coreano, consegnò alla storia azzurra Trapattoni come il peggior commissario tecnico del dopoguerra, in rapporto alla qualità del materiale umano avuto a disposizione.