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domenica 23 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: ITALIA CANTIERE APERTO, BRASILE BUONO MA NON ECCELSO

                                      Fred segna di potenza il terzo gol brasiliano

Il secondo tempo di Brasile - Italia ha confermato un dato che dovrebbe essere lapalissiano per chi mastica calcio da anni, e che però molti addetti ai lavori, anche referenziati, tendono a dimenticare quando sono chiamati ad analizzare prestazioni di squadre e singoli, lasciandosi travolgere dall'impressione dell'ultimo momento: la condizione fisica è talmente vitale, nel football d'oggidì, da poter letteralmente trasfigurare il volto di un team, a seconda che essa manchi o meno. Quella di Prandelli non è (ancora) una grande Nazionale; è però una buonissima Nazionale, eppure in almeno tre delle sue più recenti uscite (Repubblica Ceca, Haiti, Giappone) è parsa un'accozzaglia di elementi men che mediocri, una rappresentativa di seconda fascia europea o forse peggio: palleggio approssimativo, errori elementari di tocco, passaggi sbagliati, idee di gioco latitanti, mobilità nulla e smagliature tattiche in ogni zona del campo. Ma si vedeva lontano un miglio che era una squadra sulle gambe, in riserva di energie; nella mezz'ora finale del match di ieri a Salvador de Bahia,  recuperata come d'incanto un minimo di brillantezza atletica, ecco i nostri prodi riavvicinarsi al livello cui ci avevano abituati negli ultimi tre anni, ecco di nuovo quella voglia di fare gioco, di spingere, di prendere l'iniziativa, di cercare il gol (trovandolo anche, e non è cosa da poco). 
BRASILE PIU' FORTE, MA NON DI MOLTO... - Così, per un terzo di partita e contro l'avversario più difficile fra quelli fin qui incontrati, si è vista la migliore Italia di questa sua Confederations Cup ad handicap. Non è stata sufficiente, per tutta una serie di motivi, che vedremo di analizzare brevemente. Innanzitutto, il Brasile attuale è più forte dei nostri: non di molto, attenzione, ma lo stretto necessario per prevalere in un confronto giocato, oltretutto, sul terreno amico. La Seleçao in versione 2013 è una compagine collaudata, con un progetto tecnico già sufficientemente delineato pur se, diciamola tutta, non trascendentale. Come scritto nel mio precedente post, è una formazione "europea" ma nel senso deteriore del termine, perché ha una manovra fin troppo scarna, fondata su una difesa solida ma capace anche di far ripartire l'azione (soprattutto in David Luiz), su un centrocampo a corto di inventiva autenticamente brasiliana e su una trequarti - prima linea in cui ci si affida in gran parte alle luminarie di un Neymar che, peraltro, mostra ancora una certa fragilità caratteriale (leggasi falli in serie) quando, come ieri, si trova a doversi confrontare con difensori un po' più ruvidi di quelli con cui, evidentemente, ha avuto a che fare fino ad oggi nel campionato locale. 
CANTIERE AZZURRO - E' però bastato questo Brasile, buono ma non eccelso, per avere la meglio sull'Italia. Italia che, a differenza del gruppo di  Scolari, in questo 2013 si trova ad essere un cantiere aperto. La squadra che ci ha condotti quasi sul tetto d'Europa è ben lungi dall'aver esaurito il suo ciclo, ma, lo ribadiamo, ha bisogno di alcuni innesti rivitalizzanti, di forze fresche; e ha sopratutto necessità di sposare un'idea tattica chiara e definitiva, a cui ancorarsi  e sulla quale fare eventualmente variazioni sul tema a seconda delle situazioni e degli avversari. Per questa avventura in Sudamerica, Prandelli ha deciso di sperimentare la formula a un'unica punta che continua a lasciarmi perplesso, e i motivi li ho ampiamente illustrati nei miei precedenti interventi. Avere il solo Balotelli davanti, per quanto in efficienza sia il buon Mario, mortifica e limita la vocazione offensiva di una Nazionale nata, lo si è detto, per praticare gioco d'iniziativa e non per speculare. 
GIACCHERINI NON BASTA - Tale modulo, per rendere al massimo, necessiterebbe di una batteria di incursori fra le linee brillanti, continui, dall'altissimo rendimento, ciò che in questa Confederations non si è visto, con la sola, sorprendente e luminosa eccezione di un indiavolato Giaccherini, verso il quale non ho mai nascosto le mie perplessità e sul quale ora non ho alcun problema a ricredermi: se si dovesse giudicare solo sulla base di questo torneo, lo juventino avrebbe un posto assicurato per Brasile 2014, in realtà sarà decisiva la prossima stagione di club; l'impressione è, tuttavia, che si tratti di uno di quegli elementi mai troppo tollerati da critica e tifosi e però ritenuti fondamentali dal cittì di turno, penso al Giampiero Marini di Bearzot, come esempio fra i più eclatanti. Tornando al modulo, si è visto ieri sera che, se la squadra non è mentalmente, fisicamente e tatticamente pronta a sostenerlo in pieno, rischia di crearsi l'effetto "coperta corta", anche nei momenti in cui il complesso riesce a esprimersi su buoni livelli dalla trequarti in su: con buona parte degli azzurri furiosamente protesi alla ricerca del pareggio, infatti, il Brasile è potuto andare a nozze negli spazi larghi, come la più banale delle squadre contropiediste, e chiudere il match con uno scarto di gol che, francamente, non meritava. 
CENTROCAMPO A CORTO DI ALTERNATIVE - Fragilità, ecco: è la sensazione che ha fornito la nostra rappresentativa, e le motivazioni sono tutte racchiuse nei ragionamenti sopra esposti. Identità tattica non ancora definita, forma fisica tutt'altro che eccezionale pur se in leggera crescita, e soprattutto necessità di nomi nuovi: se si concedono così tante chances agli avversari, e una così alta percentuale di realizzazione, non è solo colpa della difesa (che, comunque, non può assolutamente prescindere dal miglior Barzagli): il centrocampo senza De Rossi e Pirlo scade enormemente di tono, sia in fase di filtro che di impostazione, nella capacità di rallentare il gioco come in quella di renderlo più rapido e di verticalizzare; e, accertato che soprattutto il bianconero non è eterno, mai come ieri si è avvertita la mancanza di alternative valide per la nostra cerniera centrale, alcune delle quali sono peraltro state dirottate in Israele per un torneo che non ha aggiunto nulla alla loro caratura internazionale, ma è un discorso già fatto... 
DE SCIGLIO SUPER, BUFFON... MENO - Scendendo nel dettaglio delle prestazioni dei singoli, si è rivisto il De Sciglio a tratti debordante della gara d'esordio, che mi aveva indotto al paragone col Cabrini debuttante ad Argentina '78, di cui non mi pento: un De Sciglio sempre disponibile alla discesa e alla percussione, ma stavolta enormemente attento in fase difensiva, quasi senza sbavature. Buone cose, sul piano del coraggio e dell'intraprendenza, ha mostrato Candreva, e si è mosso bene El Shaarawy nello scarso minutaggio avuto a disposizione. Fra i bocciati, piazzerei l'inconsistente Aquilani, al di là di una dignitosa opera di contenimento, un Diamanti dal quale ci si aspetterebbero ben altre iniziative per vivacizzare la prima linea, e, ebbene sì, un Buffon tutt'altro che esente da colpe sul secondo e sul quarto gol brasiliani. Anche in questo caso, come per la défaillance... messicana di Barzagli, tenderei a non drammatizzare e a non urlare al declino incipiente del portierone, che ha disputato una stagione azzurra pressoché perfetta, togliendoci in più di un'occasione (a Malta, a Praga e mercoledì scorso col Giappone, per fare tre esempi) le castagne dal fuoco. Una serata storta può capitare a tutti. 

giovedì 23 maggio 2013

BILANCIO TECNICO DELLA SERIE A, PARTE PRIMA: I PROMOSSI. SPETTACOLO NAPOLI E FIORENTINA

                                          Cavani: semplicemente mostruoso

La Serie A va in archivio, e in sede di bilancio tecnico va subito detto che non tutto è stato da buttare. Nonostante le (sacrosante) grida di dolore per l'abbassamento qualitativo fatto registrare dal torneo negli ultimi anni, mi sento di poter confermare quanto scritto al giro di boa del campionato, ossia che non mi pare si siano registrati ulteriori passi indietro sul piano del livello del gioco, rispetto alle precedenti stagioni. Certo, ciò non è stato merito di tutti, anzi, forse mai come quest'anno si è assistito a una spaccatura netta, un divario abissale fra un gruzzolo di squadre che hanno prodotto calcio dignitoso quando non estremamente piacevole, e la maggioranza che invece ha dovuto fare di necessità virtù, limitandosi a una manovra scarna ed esteticamente dimenticabile, a un piccolo cabotaggio sparagnino e allo sfruttamento massimale dei loro pochi uomini dotati di classe superiore. 
FORMULA DA CAMBIARE - Si moltiplicano i dubbi sulla formula: il finale di stagione ha "regalato" una serie di partite senza alcuna rilevanza effettiva ai fini della classifica, senza "sale" agonistico, principalmente per "colpa" di un folto drappello di compagini che, avendo comunque il merito di essersi messe in sicurezza con congruo anticipo, si sono consegnate a una marcia in folle che ha fatto scadere spettacolo e interesse. Nella consapevolezza che il calcio italiano non sia quello inglese, e che quindi, per DNA più che per furbizia o disonestà, sia difficile chiedere ai giocatori di mantenere la stessa intensità di impegno una volta raggiunto il loro obiettivo, ritengo che il problema risieda nel format a 20 squadre, discutibile in tempi di vacche grasse, figuriamoci con la penuria attuale di talento. Sul tema, pare abbia finalmente battuto un colpo anche Abete: benissimo, ora che il meccanismo federale si è messo in moto, fra una decina d'anni assisteremo finalmente alla tanto agognata riduzione d'organico...
Battute a parte, basterebbe questo, non i playoff tanto desiderati da qualcuno e che, personalmente, ritengo una profonda ingiustizia sportiva, e in Serie B se ne hanno esempi tutti gli anni (da ieri sera, Livorno ed Empoli sono costrette a giocarsi l'ultimo posto in A contro squadre arrivate anni luce lontane da loro in regular season): i campionati nazionali non sono come Mondiali ed Europei che durano un mese, un torneo che si snoda lungo l'arco temporale di quattro stagioni non può  e non deve essere deciso da una serie di spareggi da consumarsi in pochi giorni.
NAPOLI - Poche squadre a onorare il bel football, dicevamo. Fra queste naturalmente i campioni della Juventus, ai quali ho già dedicato un lungo post e sui quali quindi è superfluo ritornare. Assieme ai bianconeri, un podio... allargato formato da Napoli, Fiorentina e Udinese. Che dire dello splendido team azzurro? Macchina da gioco e da punti, collettivo di straordinaria efficacia, capace di migliorare mostruosamente il bottino messo insieme nel 2011/12 nonostante la partenza di Lavezzi, che personalmente avevo intuito non essere così incisivo e determinante: i veri fuoriclasse sono altri, anche se magari l'argentino lo diverrà, un giorno... In compenso, sta sorgendo l'astro di Insigne, che ha saputo ritagliarsi momenti di splendore autentico, con una presenza viva (anche se non sempre lucidissima) nel gioco d'attacco, con assist sontuosi e colpi risolutivi sotto porta. Chiaro, manca la continuità, ma la stoffa c'è, eccome.
Su Cavani qualsiasi considerazione sarebbe superflua: uno dei bomber più prolifici degli anni Duemila, percentuali di realizzazione strabilianti, roba da Batistuta degli anni d'oro, varietà di soluzioni conclusive praticamente illimitata. Qui arrivano le dolenti note, perché il club partenopeo potrebbe perdere lui e di certo ha già perso Mazzarri. Eppure, con loro il sogno di riportare il tricolore sotto il Vesuvio non era impossibile. Cosa accadrà adesso? Semplice: se si vuole continuare su questo trend, occorre investire su un allenatore di altissimo profilo, scegliendo nel mazzo dei tanti che si sono liberati in questi giorni in Italia e all'estero, e investire i soldi ricavati dall'eventuale cessione dell'uruguagio, per cercare campioni che lo possano anche solo avvicinare in termini di classe e di resa. Osvaldo? Benissimo, ma da solo non basterebbe: tuttavia qui i discorsi si fanno del tutto aleatori, perché cambio di guida tecnica potrebbe significare cambio di filosofia di gioco, con una manovra che non punti più su di un unico sbocco offensivo ma che preveda di giungere al gol attraverso strade molteplici. Un po' come la Juve di Conte... 
FIORENTINA - La Fiorentina è stata la squadra più spettacolare e scintillante, abbinando "morbidezza" di gioco a dinamismo,  un collettivo capace di chiudere e rilanciare con pulizia e di approcciarsi alla rete avversaria con ampia varietà di schemi. Montella ha rilanciato Pasqual, Aquilani e persino un Toni che pareva al capolinea; la società ha azzeccato (bravura e fortuna) tutto ciò che poteva in sede di campagna acquisti, da Borja Valero in giù: per chiudere di netto un capitolo storico come quello che era stato scritto dai vari Gamberini, Behrami e Montolivo non basta il coraggio, ci vogliono capacità di programmare e profonda conoscenza del mercato, e a Firenze hanno dimostrato di possedere entrambe queste doti. Notazione per Liajic che, da ragazzino immaturo che era, si è trasformato in un guastatore devastante. E se Jovetic, uno dei pochi fuoriclasse d'oltrefrontiera ancora presenti in Italia, farà le valigie, per l'anno prossimo c'è un Giuseppe Rossi che darà l'anima per riconquistare un posto in Nazionale.

                                    Di Natale: fuoriclasse, anche se solo in Italia...

UDINESE - L'Udinese ci ha sorpresi ancora. Al giro di boa pareva evidente che, dopo tanti anni, l'ennesimo mercato all'insegna delle partenze eccellenti avesse infine prodotto il temuto contraccolpo sulle ambizioni friulane. Timori spazzati via da un girone di ritorno a media scudetto, o giù di lì: questa volta, però, i soliti "stranieri sconosciuti" pescati chissà dove hanno inciso meno di altri del passato. A trascinare i bianconeri è stato sopratutto il blocco italiano, lo zoccolo duro della squadra, i Domizzi e i Pinzi, quelli che restano mentre attorno tutto o quasi cambia vorticosamente. Presa nota della conferma del flessuoso Muriel dopo le promesse leccesi, Di Natale merita un discorso a parte: dopo l'ennesima stagione stratosferica, entrerà nella storia come uno dei grandi misteri del nostro football: su dimensioni da fuoriclasse d'attacco senza mezzi termini entro gli italici confini, buon giocatore o poco più, ma raramente deflagrante, quando si trova a dover recitare su ribalte internazionali. Un limite, certo, ma ad ogni buon conto avercene, di elementi così!
Rimane un cruccio: perché, dopo tanto affannarsi a inseguire il piazzamento europeo, in Coppa si fa sempre cilecca? La gestione della partecipazione all'Europa League di quest'anno è stata imperdonabile, e nessuno mi darà mai a bere che questa Udinese valesse meno di Basilea, Fenerbahce o altre squadre giunte quasi fino alla fine della competizione. E per quanto riguarda i problemi di gestione dell'impegno sui due fronti (che comunque esistono anche per le squadre degli altri Paesi, le quali però in generale l'EL la onorano), faccio presente che l'unico anno in cui i friulani fecero davvero strada, giungendo a un passo dalla semifinale del torneo, ossia nel 2009, in campionato ottennero un onorevolissimo settimo posto, senza quindi correre rischi di retrocessione...
LAZIO - Bicchiere solo mezzo pieno per la Lazio, che all'andata si era imposta come la squadra che, assieme alla Fiorentina, più di tutte riusciva ad abbinare gioco di buona fattura e risultati, anche se con minore intensità spettacolare. Quando già si pregustava l'inserimento nell'area scudetto, il crollo, per un ritorno a scartamento ridotto, con media punti buona per una salvezza tranquilla ma non troppo. Il settimo posto conclusivo, con troppe sconfitte e con il sorpasso in dirittura d'arrivo dei concittadini giallorossi, non possono essere considerati soddisfacenti in toto. Però ci sono una finale di Coppitalia da giocare e un buon cammino in Europa League, con l'eliminazione di due rappresentanti di quel calcio tedesco che, oggi, ci surclassa su quasi tutti i fronti. Tuttavia, per potenziale d'organico e capacità di produrre manovra di pregio ed efficacia il piazzamento europeo doveva essere centrato senza dover attendere l'appendice (di lusso) di domenica prossima. Di rilievo il rilancio su misure internazionali di Marchetti e di un Candreva duttile, completo e decisivo.
CATANIA E BOLOGNA OK - Al di fuori del ristretto novero delle big d'elezione, meritano la citazione altre due compagini che hanno cercato di tenere alto il nome del bel gioco, pur disponendo di mezzi limitati. Su tutte il Catania argentino, solido in difesa, ispirato nel mezzo da un Lodi che è, al momento, uno dei migliori centrocampisti italiani per saggezza tattica e inventiva, ed effervescente in avanti, in particolare con un Gomez che è ormai campione a tutto tondo e un Bergessio che ha limato certe ruvidezze ed è diventato bomber inesorabile. Elogi anche per il Bologna: riuscire a mostrare sprazzi di buon calcio nell'inferno della zona rischio non è facile, ma i felsinei hanno centrato la salvezza anticipata senza mai scendere a compromessi con tatticismi esasperati e gioco al risparmio. Certo, avendo in squadra il satanasso Diamanti (che merita una grande), il ritrovato Glilardino e centrocampisti di quantità e qualità come Kone e Taider era giusto puntare più sulla spigliatezza offensiva e sui piedi buoni che sul "fare legna", e allora non resta che recriminare su una squadra costruita... a metà, perché con un pizzico di qualità in più dietro, i rossoblù avrebbero potuto togliersi ben altre soddisfazioni. Sulla stessa linea (di rendimento e di gradevolezza estetica di gioco) si è mantenuta  a lungo l'Atalanta, poi scadimenti di forma, discontinuità, errori di mercato (Schelotto e Peluso via a gennaio: perché?) hanno complicato le cose e ingrigito la squadra.

giovedì 7 febbraio 2013

BRUTTA ITALIA IN OLANDA: RIPARTIRE DAL "VECCHIO" BUFFON E DALLO SCRICCIOLO VERRATTI

                                Osvaldo: fra le poche note liete azzurre ad Amsterdam 

Possono bastare dieci minuti all'arma bianca per riscattare una partita che più grigia non sarebbe potuta essere? No, ragionevolmente no, anche se quel finale in cui gli azzurri han messo a ferro e fuoco l'area olandese è valso perlomeno a rompere l'incantesimo statistico, scongiurando in extremis la sesta sconfitta consecutiva in amichevole, un'onta francamente inaccettabile per la squadra vicecampione d'Europa pur trattandosi di partite senza nulla di concreto in palio. L'1 a 1 di Amsterdam soddisfa dunque le esigenze degli almanacchi, mentre rappresenta un passo falso clamoroso sul piano della qualità della prestazione, nonché su quello dell'immagine che, negli ultimi due anni, la Nazionale italiana ha saputo trasmettere al mondo intero. 
AZZURRI AI MINIMI TERMINI - Guai, in occasioni del genere, a farsi condizionare dal risultato positivo, e soprattutto dall'ultima impressione, quella lasciata dagli assalti finali alla porta Oranje, coronati dal gol gioiello di Verratti. Dieci minuti, o giù di lì, sono solo una debole fiammella accesasi in un'ora e mezza di buio pressoché totale. Parliamoci chiaro: una partita così brutta, l'Italia non la giocava probabilmente dagli albori dell'era Prandelli, penso ad esempio allo squallido 1 a 1 di Klagenfurt con la Romania. Non ha funzionato alcunché o quasi, e fino ai fuochi d'artificio sul filo del rasoio era emersa solo la grandezza di Buffon, uno a cui occorre solo augurare di percorrere fino in fondo l'identica parabola agonistica dell'illustre predecessore Dino Zoff: chi Iddio lo conservi ancora a lungo su certi standard, il buon Gigi, rimasto da solo per larga parte del match ad opporsi alle bordate olandesi: unico a tenerci in partita, sventando almeno tre palle gol, unico ad aver interpretato questa sfida col piglio giusto, il piglio del professionista che, ovviamente entro i limiti dettati dagli stimoli e dalla consistenza della posta in palio, non deve far distinzione fra impegno amichevole e incontro coi tre punti in palio. 
LE AMICHEVOLI SONO UN IMPICCIO? - C'è chi dirà che, nel pieno della stagione agonistica, col campionato che sta entrando nel vivo e la ripresa delle Coppe ormai alle porte, questi "test match" risultino più un impiccio che altro, per i calciatori. Storia vecchia, che l'ardore agonistico dell'Olanda ha smentito in corso d'opera e della cui infondatezza, del resto, gli stessi azzurri hanno dato dimostrazione più volte, anche in tempi recenti (ultimi esempi, le gare di Dortmund contro la Germania nel febbraio 2011, o contro la Spagna a Bari nell'agosto dello stesso anno, e persino quella di pochi mesi fa con la Francia a Parma, persa immeritatamente). Non esiste una regola in tal senso, se non quella che la concentrazione massima, per partite di questo genere, a volte è presente e a volte no. Dipende da tanti fattori, non necessariamente dalle distrazioni provenienti dai club. Resta il fatto che si è trattato di un'occasione buttata via, un autobus perso sulla strada della maturazione, del perfezionamento del profilo internazionale del gruppo. 
FALLIMENTARI - Quasi nulla ha funzionato, dicevamo, a partire da una difesa costantemente in affanno, più sul piano collettivo che su quello individuale: perché Astori, ad esempio, non ha fatto male, offrendo alcune chiusure effettuate con gran tempismo, ma è mancato il sincronismo nei movimenti di tutto il reparto. Centrocampo di carta velina, nel filtro come in fase di rilancio e impostazione, tanto che la costruzione del gioco d'attacco, per larghissimi tratti dell'incontro, semplicemente non è esistita. E la prima linea, soprattutto in Balotelli ed El Shaarawy, ha risentito di questa assoluta inconsistenza della manovra, rimanendo abbandonata a se stessa e affidandosi a sporadici spunti individuali quasi costantemente frustrati da una retroguardia arancione rimpolpata e rinvigorita, nemmeno lontana parente della banda del buco di Euro 2012. Più in generale, il modulo 4-3-3, per la verità piuttosto "spurio" visto il tridente atipico con Candreva, non mi pare il più funzionale per una rappresentativa cresciuta e consolidatasi percorrendo altre strade tattiche. Ma è stato l'atteggiamento complessivo sul terreno di gioco ad essere da squadra modesta, involuta, svogliata, priva di personalità: timorosi in ogni fase del gioco, i nostri, rinunciatari e remissivi, tanto da consentire più volte agli avversari di giungere senza contrasto fino ai limiti dell'area, dove Van Persie, Lens e compagni venivano poi affrontati senza decisione e con scarsa reattività. 
Insomma, una partitaccia che, oltre ai citati Buffon e Astori, di buono ha mostrato solo l'intraprendenza di Abate nelle sue sgroppate offensive, retaggio di un passato da esterno alto ai tempi dell'Under 21, inserimenti peraltro non supportati da adeguata precisione in fase di cross, e un Balotelli che, pur al 30 per cento delle proprie possibilità, è stato l'unico, nel desolante primo tempo, a minacciare la porta di Krul con un destro potente ma impreciso. Sugli altri, meglio stendere il classico velo pietoso. Poi, i i tanti cambi e la svolta, tardiva sul piano del gioco ma efficace ai fini del risultato: Florenzi ha portato intraprendenza e coraggio, Diamanti tanto movimento anche se, alla resa dei conti, poca lucidità e incidenza nulla in avanti, mentre Osvaldo e Gilardino sono andati a costituire una coppia estemporanea ma imprevedibilmente efficace, col romanista a sfiorare due volte la marcatura di testa e il bolognese a chiamare il portiere a una deviazione prodigiosa su tocco ravvicinato. 
GILA C'E'! - Gila non è il futuro di questa nostra Nazionale, ma la mini - prestazione di stasera è importante per la sua autostima, e rappresenta in fondo una sonora, simbolica rivincita nei confronti di chi troppo frettolosamente, alle prime avversità, appiccica etichette di "giocatore in declino" o "da pensione". Già nella disgraziata parentesi genoana, prima dell'infortunio, aveva mostrato la sua grandezza di centravanti completo, abile a far gol ma anche a giocare per i compagni, a tenere su la squadra, a creare varchi e fornire assist. A Bologna, pur in un contesto complessivamente modesto, si è ritrovato, dopodiché è chiaro che il domani azzurro passa principalmente attraverso Supermario, il Faraone e altri giovanotti, magari anche quel Borini appena riemerso da un lungo stop. Ma, dietro le quinte, lui c'è ancora, pronto per mortiferi blitz part time. 
VERRATTI, BATTESIMO DEL GOL - Da Amsterdam, Prandelli riporta in patria una sola, autentica gemma, il battesimo del gol di Verratti, talento purissimo che ancora fatica a uscire dal bozzolo in azzurro, che dispensa le sue geometrie con discontinuità (ma, del resto, con discontinuità viene utilizzato, e in spezzoni di gara non è che si possa sempre dare il meglio di sé, soprattutto quando si ricopre un ruolo così delicato), ma che non si risparmia e sa votarsi al sacrificio, se necessario, vista la capacità di far legna e interdizione. Un bel segnale, il suo sinistro morbido e chirurgico a fil di sirena, l'unico di una serata che non ha dato né lustro all'albo d'oro, né indicazioni importanti e definitive al cittì. Un'Olanda - Italia che, in definitiva, non aggiunge nulla al percorso di formazione del gruppo azzurro sulla strada di Brasile 2014. Un'occasione gettata alle ortiche, lo ribadiamo.
SPERIMENTARE - Forse è sbagliata la concezione di fondo: ai tempi della gestione Bearzot, c'era un famosissimo e bravo giornalista, Gualtiero Zanetti, che contestava il trainer perché, nelle amichevoli, schierava quasi sempre i titolari, gli stessi, noti e stranoti, che disputavano le gare ufficiali, da Zoff a Cabrini, da Scirea a Tardelli, da Causio a Paolo Rossi; la celebre prima firma del Guerin Sportivo (e opinionista della Domenica Sportiva) sosteneva che nei test match sarebbe stato più giusto sperimentare, cercare alternative valide ai mostri sacri della prima squadra. Ecco, forse ora come ora il criterio da seguire sarebbe questo. Si badi, non come regola aurea, ma adatta al momento storico, alla contingenza che sta vivendo la nostra selezione: all'alba del 2013, la Nazionale ha ormai una sua fisionomia sufficientemente definita, delineatasi in due anni e mezzo di gare ad alto livello e sublimatasi in un ottimo Europeo. E' una squadra che, per l'80 - 90 per cento della sua abituale formazione tipo, può tranquillamente reggere fino al Mondiale, necessitando solo di alcuni ritocchi e di un gruzzolo di "titolari aggiunti". Bene, si utilizzino allora questi test match in tal senso, dando ampio spazio alle attuali seconde linee: sugli esiti tecnici e tattici non garantiamo, ma lo spirito giusto per affrontare l'impegno non mancherà, e i subentrati di questa sera, con la loro voglia e la loro aggressività, lo hanno dimostrato in maniera inequivocabile. 

lunedì 25 giugno 2012

EURO 2012 - DIARIO EUROPEO: GIUSTIZIA E' FATTA, L'ITALIA BASTONA UN'INGHILTERRA AVVILENTE

                                              Diamanti: suo il rigore decisivo

Poiché la giustizia non è di questo mondo, tantomeno del mondo del calcio, non era affatto scontato che gli azzurri, dopo aver dominato gli inglesi 110 minuti su 120, trovassero nella giostra finale dei penalty (che è una lotteria, sebbene qualcuno si ostini ad affermare il contrario) l'imprimatur ufficiale a un successo largamente meritato nei tempi di gioco. Eupalla, la dea del pallone secondo Gianni Brera, non si è girata dall'altra parte: del resto, la sua punizione ce l'aveva già inflitta trascinando la partita fino al penultimo tiro dal dischetto. Colpa nostra: il mal di gol continua ad essere devastante, e così i ragazzi di Prandelli hanno mancato di chiudere i conti con largo anticipo, come avrebbero dovuto, scialacquando occasioni su occasioni. 
INGHILTERRA, ANTICALCIO E BARRICATE - Insomma, si è sfiorata una beffa che sarebbe stata autenticamente epocale: sbattuti fuori da Euro 2012 dopo aver giocato forse la nostra miglior partita internazionale dell'ultimo quinquennio. Non è accaduto perché la decenza ha alfine reclamato i suoi diritti: quella decenza che gli inglesi hanno lasciato evidentemente in terra d'Albione, poiché indecente è stata la loro prestazione. Si è parlato spesso, anche su questo blog, della Grecia e del suo calcio difensivo, del contenimento come unica arma da opporre ad avversari ben più dotati sul piano della classe e dell'esperienza. Ma il team di Hodgson è andato oltre, praticando un catenaccio interpretato nella sua forma più deteriore (perché il catenaccio originario, il "verrou" nato negli anni Trenta, era modulo con una sua dignità e non necessariamente nemico dello spettacolo), retriva, quasi antisportiva. Una difesa di massa, tutti dietro al pallone, a fare mucchio, ostruzionismo, continuamente, senza altra idea se non quella di distruggere il gioco, di impedire agli avversari di  fare calcio, e rifiutandosi essi stessi di farlo. 
NON E' FOOTBALL ALL'ITALIANA - E' quasi offensivo, nei confronti del nostro movimento calcistico e della sua storia, dire che l'Inghilterra, soprattutto in seguito alla gestione Capello, abbia tratto insegnamento da noi. La rappresentativa azzurra non gioca un calcio di stampo difensivo da almeno trent'anni, se non di più (diciamo pure dall'inizio dell'era Bearzot). E se qualche volta (molto raramente, ma è accaduto) si è dovuta  rintanare dietro le barricate, lo ha fatto perché vi si è trovata costretta in corso d'opera dalle preponderanti forze nemiche (come contro l'Olanda, semifinale di Euro 2000), non certo per scelta premeditata. Ergo, non vengano a raccontarci fandonie, i sudditi di Sua Maestà: con la prestazione di ieri sera, tutta in trincea e quasi totalmente rinunciataria, hanno sporcato una gloriosissima tradizione calcistica, fatta di arrembaggi generosi anche se a volte scriteriati. 
AZZURRI BENE, MA IL MAL DI GOL CONTINUA - Va da sé che, contro compagini chiuse a riccio come questa triste Inghilterra 2012, giocare bene e produrre occasioni diventa estremamente difficile. Da questo punto di vista, l'Italia merita solo elogi: dopo un inizio folgorante (ah, quel palo di De Rossi su schioccante conclusione dalla distanza...), ci sono stati dieci minuti di sofferenza acuta e inspiegabile, con i britannici rapidi, pronti a ripartire e aggressivi, capaci di andare vicini al gol per due volte, prima con il difensore Johnson in mischia (prodezza di Buffon) e poi con un'inzuccata alta di Rooney.
Insomma,  i pronostici della vigilia, quelli che parlavano di un indecifrabile 50 e 50, sembravano dover essere rispettati in pieno, con continui scambi di colpi. Macché: l'Italia ha superato la buriana con personalità e maturità tattica, e ha avviato l'assedio: nonostante gli spazi si intasassero sempre di più, i nostri riuscivano ad arrivare un considerevole numero di volte nei pressi d Hart, e in questo brillava particolarmente Balotelli, propositivo e ficcante ma, ahinoi, ben poco preciso al momento di cogliere i frutti del buon lavoro svolto. 
Eccoci di nuovo al punto dolente: questa "Azzurra" versione Prandelli, l'ho scritto mille volte, è compagine che ha il gusto del gioco, manovriera a centrocampo, sostenuta da una discreta spinta sui lati, capace di assumere l'iniziativa anche contro avversarie di alto lignaggio e di creare un buon numero di palle gol. Ma non concretizza se non in minima parte la mole di lavoro prodotta. Mole di lavoro che ieri è stata davvero mastodontica, in rapporto alle difficoltà offerte da una compagine barricadera e ostruzionistica, nella quale ha se non altro brillato un Terry all'altezza della sua fama: ma con pazienza e con una circolazione di palla a tratti "spagnoleggiante", i nostri infine i varchi li hanno trovati: detto delle occasioni mancate da De Rossi e Supermario nel primo tempo, nella ripresa ancora De Rossi sprecava da pochi metri, poi il solito Balo non sfruttava una corta respinta di Hart e si faceva di nuovo deviare il tiro, prima che Montolivo si lanciasse sul pallone scagliandolo di poco al di sopra della traversa. E, nel finale, Johnson si produceva in un miracoloso recupero su Nocerino, contrandone un tiro diretto probabilmente in fondo al sacco. 
MONTOLIVO, PECCATO! - Alla lunga, la stanchezza per il lungo forcing e alcune impreviste défaillance fisiche (De Rossi, Abate) hanno appannato la manovra dei nostri, che comunque hanno continuato a premere e a cercare il gol della vittoria incessantemente, fino all'ultimo secondo dei supplementari. Ai rigori i rabbiosi Balotelli e Nocerino, un Pirlo che ha ritrovato il gusto per la follia dei fuoriclasse (gol in pallonetto come Totti nel 2000), un Buffon glaciale e un Diamanti niente affatto a disagio di fronte al momento più delicato e importante della sua quasi vergine carriera internazionale, hanno rimediato all'errore di Montolivo, che non meritava il peso della responsabilità di un'eventuale sconfitta, avendo interpretato la gara con grande umiltà e acume tattico, dannandosi l'anima per cercare spiragli in quell'ammucchiata umana dalle maglie bianche e sacrificandosi anche con puntuali rientri. 

                                              De Rossi e Buffon, due protagonisti

MESSAGGIO - Fra gli altri italiani, la coppia Bonucci - Barzagli ha avuto ben pochi cedimenti: tempista ed efficace sia di testa che di piede, con l'ex barese abile ad uscire a testa alta per cercare di riavviare l'azione. Abate ha brillato più in retroguardia che in fase di spinta, eccezion fatta per la mezz'ora precedente la sua uscita forzata, mentre Balzaretti è stato il consueto stantuffo, ma non sempre confortato da adeguata misura nei cross e nei passaggi.
De Rossi - Pirlo è tornata una cerniera di valore mondiale, incredibile il numero di palloni lavorati, il fervore nelle due fasi, l'agonismo, mentre Marchisio ha fatto un bel po' di "legna" nel mezzo, correndo per due, e spinto con continuità senza però trovare gli spunti giusti per sfondare le retrovie britanniche, e in attacco è parso sotto il suo standard Cassano, scarsamente ispirato nelle iniziative personali e un po' smarrito nella gabbia difensiva allestita da Hodgson. Ma, al di là delle valutazioni sui singoli, tutta la squadra ha fornito una prova da incorniciare, nel senso del messaggio lanciato all'Europa e al mondo del pallone: la vittoria va inseguita attraverso le vie del gioco, se se ne hanno le potenzialità tecniche e tattiche. L'Italia queste potenzialità le ha, e giustamente cerca di valorizzarle e sfruttarle; ma le ha, anche se forse leggermente meno rispetto a noi, anche l'Inghilterra, e per questo il suo atteggiamento "perdente" deve suscitare scandalo. 
E SE BALOTELLI... - Un messaggio di speranza che va al di là del valore effettivo della nostra rappresentativa e delle sue prospettive in questo Europeo: perché le lacune nella concretizzazione, diciamo pure la sterilità strisciante,  chiederanno il conto al cospetto di una Germania che, ora come ora, si para innanzi a Buffon e compagni come un baluardo oggettivamente insormontabile. Ma nelle battute conclusive di questi tornei, quando la qualità delle squadre non è più il solo valore di riferimento, ma ad esso vanno sovente a sommarsi altri parametri, altri fattori che determinano il risultato finale, non è il caso di fasciarsi la testa prima che sia rotta.
Un problema come quello del gol non si risolve in pochi giorni: mancano i Toni e i Gilardino dei bei tempi, tanto per restare ad esempi recenti. Scartata ormai  l'ipotesi del lancio di Borini,  e dopo aver preso seriamente in considerazione il ripescaggio di Di Natale o anche dello sgusciante Giovinco, che potrebbe far ammattire le panzerdivisionen, è chiaro che il perno attorno al quale ruotano tutte le nostre speranze offensive è Balotelli:  che nella settimana di Europeo rimasta il nostro golden boy possa finalmente riuscire a raddrizzare la mira, "annusando" il peso del grosso traguardo a portata di mano, è ipotesi tutt'altro che campata per aria. Al momento, però, le mie percentuali sono orientate verso un 65 Germania e 35 Italia: ma sono le stesse percentuali che, fossi stato già allora un appassionato di calcio, avrei dato per Italia - Brasile dell'82, a favore degli auriverdes. E anche all'epoca c'era un attacco che, inizialmente, faticava non poco a finalizzare, prima che esplodesse un certo Pablito Rossi...
A scanso di equivoci, comunque, il sottoscritto considera già un traguardo eccezionale l'ingresso nel ristrettissimo circolo delle quattro grandi d'Europa. Ricordiamoci da dove siamo partiti, ossia da Sudafrica 2010: e guardiamo dove siamo adesso. Il football nostrano non è poi tanto male, no? E, soprattutto, lo ripeterò fino alla noia, il difensivismo fine a se stesso non abita più qui. Se lo mettano bene in zucca, i giornalisti e tutti gli addetti ai lavori stranieri. 

martedì 19 giugno 2012

EURO 2012 - DIARIO EUROPEO: ITALIA AVANTI SENZA GLORIA, CERCASI KILLER INSTINCT


                                         Cassano e Balotelli, i match winner con l'Eire

Certo che è davvero frustrante. Dopo aver costruito, con tanta fatica e poca brillantezza, una preziosissima vittoria, senza tuttavia riuscire a darle le proporzioni auspicate, ci si ritrova a dover soffrire le pene dell'inferno anche dopo il triplice fischio, nel timore che dall'altro campo giunga notizia del gol che ti condanna al... volo di ritorno. E' quanto accaduto ieri all'Italia: ed è quanto accade a chi, nel calcio, si mette nelle condizioni di non dipendere più soltanto dai propri risultati. 
Ecco: frustrante, prima ancora che da cardiopalmo, è la definizione ideale per la serata polacca di ieri. E dunque, al netto dell'euforia a caldo, è giusto non lasciarsi prendere la mano dai trionfalismi: archiviato con legittima soddisfazione il superamento del primo turno, che in manifestazioni come l'Europeo è sempre un traguardo di tutto rispetto (e che rappresenta comunque un netto miglioramento rispetto al disastro Mondiale del 2010), è giusto dire che la compagine azzurra è andata avanti senza gloria, fra pochi chiari e molti scuri. 
Si è rivista una delle peggiori versioni della Nazionale, una versione a cui purtroppo siamo abituati da anni e anni di prestazioni ossessivamente simili: quasi ogni volta che i nostri prodi si trovano a dover affrontare formazioni oggettivamente modeste e comunque chiaramente inferiori alla nostra, ma solo un poco tignose tatticamente e fresche atleticamente, il loro motore prende a girare in folle, i riflessi si annebbiano, la manovra diventa arruffata e involuta, vengono a mancare la velocità di esecuzione e le intuizioni per scardinare le non irresistibili linee nemiche. 
TARA EREDITARIA - E già. Quante volte l'abbiamo visto, il medesimo film "ammirato" durante Italia - Eire? E' una... tara ereditaria, c'è poco da fare: per carità, se il bilancio azzurro complessivo mette comunque sull'altro piatto della bilancia quattro titoli mondiali e una buonissima continuità storica a livello di risultati, ci si può accontentare; ma è, lo ripetiamo, frustrante vedere una squadra dotata come la nostra non riuscire a far valere la propria superiorità nei confronti di avversari, nella fattispecie gli irlandesi, che nella circostanza hanno confermato la loro pochezza in fatto di classe e uno schematismo tattico elementare e prevedibile, gettando nella mischia solo un agonismo sopra le righe e una voglia di riscatto che ha contribuito alla "bambola" iniziale dei nostri. 
La prima mezz'ora di Poznan è stata in effetti avvilente: a tratti, è parso di intuire lo stesso, disastroso approccio all'impegno decisivo che ebbe l'ultimissima Italia di Lippi, quella dello scempio Mondiale contro la Slovacchia. Per fortuna, questa squadra ha più qualità complessiva e più carattere, e ne è uscita fuori senza danni: ma accostarsi con tale leggerezza mentale alla sfida "dentro o fuori" (addirittura con occasionissima immediata per Doyle, giunto a pochi passi da Buffon) conferma una mancanza di personalità, agli alti livelli, che del resto è anche lo scotto da pagare al decadimento internazionale del nostro calcio: molti dei ragazzi in campo ieri hanno avuto, coi loro club, pochissimi confronti ad altissimo livello, e anche questo conta. 
BALZARETTI, FINALMENTE! - Comunque, passata la buriana, gli uomini di Prandelli si sono riassestati e hanno praticato un calcio quantomeno razionale, anche se certamente non da applausi. Il ritorno alla difesa a quattro, da me lungamente auspicato, ha provocato all'inizio qualche ovvio scompenso, dopo una preparazione all'Europeo quasi interamente incentrata sullo schieramento a tre con De Rossi perno centrale; la ricomparsa di Balzaretti nel ruolo di esterno sinistro basso, un ripescaggio che ho invocato per ancor più lungo tempo, ha rappresentato un autentico toccasana per la squadra. Il palermitano, l'ho ripetuto all'infinito, è stato uno degli azzurri più continui e incisivi nel biennio, l'averlo messo da parte per utilizzare, fuori ruolo, il debuttante assoluto Giaccherini, che ha fatto il suo ma non ha certo brillato, non è stata una genialata: la sua prova di ieri, fatta di corse a perdifiato sulla fascia, recuperi e un continuo proporsi in appoggio (anche con qualche tentativo di tiro non fortunatissimo) ha confermato le mie sensazioni.

                                                 Balzaretti, finalmente titolare

MAL DI GOL - Nella fase centrale del match e nei minuti finali al galoppo si è vista un'Italia decente, che però continua a soffrire il mal di gol. Pure contro i mediocri e nervosi ragazzoni del Trap, una fatica boia a concludere con efficacia verso la porta, anche quando, dopo gli inceppamenti iniziali, si sono alfine trovati gli spazi per colpire: Di Natale ci ha provato due volte sotto misura ma è stato sempre contrato in extremis, e una terza ha dato un saggio  della sua classe con un destro da posizione decentrata salvato sulla linea. Cassano, al secondo tentativo di testa dopo quello con la Croazia, ha fatto centro, ma poi tutti han ripreso a cincischiare, a non affondare i colpi con cattiveria, e le idee hanno latitato paurosamente. 
CENTROCAMPO "IN FOLLE" - Non ha girato il centrocampo, solitamente assai più propositivo e produttivo: il solo De Rossi si è sfiancato per tre, Marchisio non ha sfoderato il consueto dinamismo e la prontezza negli inserimenti, Thiago Motta è parso lento e avulso dal gioco, Pirlo stanco e poco preciso ("semel in anno", e non parliamone più...). L'ingresso nel finale di Diamanti ha portato freschezza e tonicità per un lavoro più che altro di quantità, di "legna", necessario in una nuova fase di sbandamento azzurro culminata nella punizione - quasi gol di Andrews, ma il contributo di genio e fantasia sulla trequarti è stato impalpabile. Il 2 a 0 è arrivato solo in chiusura, grazie a un Balotelli che, prodezza a parte, ha trovato davvero una serata fortunata, in quanto avrebbe potuto aver sulla coscienza la nostra eliminazione: pensate se quel 3 a 0 fallito per egoismo e precipitazione (tiro in porta invece di servire lo smarcatissimo Bonucci) fosse giunto in contemporanea al pareggio croato a Danzica? 
CRESCERE - Insomma, voliamo bassi, e voglio dirlo dopo aver ripetutamente, in questi mesi e nelle ultime settimane, formulato attestati di fiducia a Prandelli e al suo gruppo. Non è con l'atteggiamento psicologico, col piglio caratteriale, con l'approccio tattico di ieri che potremo far strada a Euro 2012. Ma abbiamo ritrovato un assetto più funzionale, e riportato alla ribalta elementi che non meritavano di star fuori. Il futuro immediato è legato a due fattori, più di altri: crescita di testa, ossia mettere gli artigli e sfoderare quella personalità in rilievo che ti permette di gettare il cuore oltre l'ostacolo anche in condizioni di difficoltà, e  raddrizzare la mira, perché una grande squadra non ha bisogno di creare cinque o sei opportunità o di... operare laboriose manovre di approccio prima di far centro, e nemmeno si fa scrupolo di piazzare il colpo del ko. 
Ecco un altro tasto dolente: dall'inizio dell'avventura di Prandelli alla fine delle qualificazioni, raramente si era vista un'Italia attendista, tesa a lucrare sul vantaggio minimo: in questo Europeo invece a tratti lo sta facendo, magari indotta dagli eventi, ma lo sta facendo. E le riesce male, proprio perché non ha la forma mentis e le caratteristiche tecnico - tattiche per farlo: deve dunque ritrovare per intero, e non solo per metà gara come si è visto in Polonia, il gusto per il gioco propositivo e di iniziativa, che è più nelle sue corde. Ma per ritrovarlo deve appunto trovare la crescita spontanea di cui si è fatto cenno sopra.
CROAZIA, GIUSTO COSI' - Detto questo, e confermate le mie sensazioni circa la... repulsione degli spagnoli per biscotti e dolciumi vari, onore alla Croazia, che ha fatto quanto era nelle sue possibilità per sgambettare gli iberici. Due occasionissime per Modric e Perisic nel secondo tempo, un rigore reclamato non a torto da Mandzukic, ma anche un deciso complesso di inferiorità (comprensibile, ci mancherebbe) al cospetto di una Spagna che, va detto, ha tenuto pallino pur giocando al 50 per cento delle proprie possibilità, con una manovra ragionata in vecchio stile danubiano e affondo numerosi ma non accompagnati dalla necessaria cattiveria nelle conclusioni: meno palle gol del solito, ma prima della rete di Navas, Iniesta, Torres, Silva e Fabregas erano stati assai insidiosi. 
Non c'è comunque dubbio che, nell'arco dei tre incontri, l'Italia abbia meritato più dei biancorossi il passaggio ai quarti: perché ha giocato senza paura al cospetto dei campioni euromondiali, e ha dominato per oltre metà gara gli stessi croati, prima di ritrarsi davanti a Buffon cadendo vittima più delle proprie insicurezze che dell'accresciuta incisività avversaria. Giusto così, insomma.