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domenica 19 febbraio 2012

SANREMO 2012: LE PAGELLE DEI BIG E DEI GIOVANI

I BIG
"La notte" - Arisa: smessi i panni della semplicità e dell'ingenuità un po' da "bambina fra le nuvole", su cui aveva costruito un'immagine fresca e vincente, si è gettata fra le braccia della più tradizionale melodia all'italiana, in un format che avrebbe letteralmente spopolato nei Festival anni Ottanta e Novanta. Il pezzo è gradevole, intenso, splendidamente interpretato, ma convenzionale, e con questo stile parecchio inflazionato non sarà facile per lei restare protagonista ai massimi livelli. VOTO: 7. 
"Un pallone" - Samuele Bersani: dopo le incertezze della prima serata, il cantautore ha ripreso quota e ha fatto "arrivare" agli ascoltatori il suo brano dalla costruzione insolita e dal ritmo cadenzato e coinvolgente. Testo a tratti ermetico ma tutto sommato accessibile, sempre sospeso fra fantasia, metafore e realtà, unite infine da un ideale fil rouge. VOTO: 7.
"Nanì" - Pierdavide Carone e Lucio Dalla: poetica veramente di stampo "dalliano", delicata, evocativa ma al contempo estremamente cruda nella lettura della vita quotidiana. Limitato ma di gran sostanza l'apporto del grande cantautore bolognese, con dei controcanti che evidenziano la suggestione intatta della sua voce. Un peccato non si sia "dato" di più al pubblico e alla canzone presentata. VOTO: 7
"Al posto del mondo" - Chiara Civello: come già detto in altri post, e sorvolando sul fatto che comunque questo brano è "vecchio" di due anni e già noto al popolo del web, ci si aspettava qualcosa di più. Presentata come eccellenza jazz di livello internazionale, di jazz non ne ha invero portato sul palco dell'Ariston, puntando su una classica melodia di stampo festivaliero, certo interpretata con garbo, ma non era questo che le si chiedeva. Altre artiste di nicchia che in passato hanno tentato la carta sanremese erano state più coraggiose, penso a Nicky Nicolai e ad Amalia Grè. VOTO: 6
"Respirare" - Gigi D'Alessio e Loredana Bertè: ribadisco quanto già scritto nel commento alla quarta serata: il remix in chiave dance avrebbe funzionato di più e meglio se fosse strato proposto come versione originale per la gara, spiazzante e ben confezionato. Giudicando invece la canzone nella sua forma primaria, il ritmo fonde il "neomelodismo dalessiano" con un arrangiamento "eighties" e vaghe reminiscenze disco settantiane. Piacevole, insomma, ma un po' demodé. Testo semplice ma che va dritto al cuore, una dichiarazione di affetto fraterno e protettivo che pare rivolta proprio all'interprete femminile del pezzo. Più dignitose di qualche anno fa, ma sempre pericolosamente altalenanti le prestazioni al microfono di Loredana.VOTO: 6. 
"Ci vediamo a casa" - Dolcenera: il ritornello meglio strutturato e più orecchiabile del Festival. La cantante pugliese prosegue la sua marcia verso sonorità pop più elaborate ed "europee", accompagnate da testi più complessi. Dei due pezzi maggiormente impegnati "socialmente" (l'altro è quello di Emma), questo mi è parso più toccante e azzeccato, perché descrive in maniera meno diretta e rabbiosa, e più soffusa ed evocativa, una situazione che coinvolge molti di noi, riportando alfine l'attenzione sull'amore che, anche in un quadro così fosco e scoraggiante, rappresenta una delle ancore di salvezza, forse la principale, a cui aggrapparsi per resistere. VOTO: 9. 
"Non è l'inferno" - Emma: costruita per vincere. Qui, come detto, lo sguardo sulla realtà è diretto, aggressivo, senza mediazioni e mezzi termini. Va comunque bene così, purché se ne parli, perché di fronte a questo sfascio non si può tacere. Nel merito musicale, trattasi di pop puro e senza arzigogoli, e la costruzione in crescendo enfatizza il tutto rendendo il pezzo di forte impatto. VOTO: 7. 
"E tu lo chiami Dio" - Eugenio Finardi: intensa e ispirata, questa composizione, ben servita dalla voce matura e dal carisma scenico del cantautore. Il testo non è immediatissimo, non tanto nel linguaggio quanto nei concetti espressi, la spiritualità e la ricerca di una entità superiore anche da parte di chi non si considera un credente a tutto tondo, un percorso che avviene per tutti attraverso esperienze di amore e di dolore. Azzardo e dico che potrebbe avere persino appeal radiofonico. VOTO: 7,5. 
"Grande mistero" - Irene Fornaciari: in questi giorni sono probabilmente stato l'unico a trovare che il brano pittoresco e favolistico di Van De Sfroos le sia stato cucito addosso alla perfezione (e forse rientra pure nelle corde del padre Zucchero, detto incidentalmente), e che lei vi si sia dedicata anima e corpo restituendolo al pubblico con convinzione e credibilità. Evidentemente deve ancora essere abbattuto un diaframma di empatia fra questa giovane artista e la grande massa. VOTO: 6/7. 
"Canzone per un figlio" - Marlene Kuntz: queste presenze musicalmente "aliene" per il Festival fanno sempre piacere perché accrescono lo spettro di generi da mettere alla portata del pubblico televisivo. Rock all'italiana (non particolarmente aspro) di discreta fattura e impreziosito da una voce graffiante, ma forse un po' troppo annacquato da un arrangiamento live che dà eccessivo spazio all'orchestra, soprattutto ai fiati. Anche loro, insomma, hanno optato per un compromesso e si sono banalizzati, ma non ai livelli della Civello. VOTO: 6 +. 
"Sei tu" - Matia Bazar: ritorno dignitosissimo dopo una lunga assenza. Mezzanotte ai limiti della perfezione, ritornello acchiappa applausi di quelli che si facevano una volta a Sanremo. Forse più convincente questa proposta rispetto a quella vincitrice nel 2002 ("Messaggio d'amore"). La parte iniziale dell'inciso evoca "Gente come noi" di Spagna, ma in maniera molto vaga, non si può parlare di scopiazzatura come qualcuno ha fatto. VOTO: 6,5. 
"Sono solo parole" - Noemi: il buon Fabrizio Moro è assai poliedrico e passa dai pezzi sociali al rap duro e puro e alle ballad con l'amore in primo piano: è il caso, quest'ultimo, della canzone confezionata per Noemi, la cui voce "nera" calda e affascinante l'ha colorata con le giuste tonalità, prima soffuse e poi grintose. Lei è un talento vero e il brano, pur non banale nella struttura, è furbo e orecchiabile, più di facile presa rispetto all'intensa "Per tutta la vita" di due anni fa. VOTO: 8. 
"La tua bellezza" - Francesco Renga: la miglior voce maschile del pop italiano si conferma, anche se la sua canzone (almeno per le mie orecchie) non è immediatissima e ha necessitato di più ascolti. Esce alla distanza, anche se di impatto minore rispetto a quella che gli regalò l'unico trionfo sanremese, "Angelo" del 2005. Arrangiamento di squisita fattura, specie con gli arricchimenti corali e strumentali nel finale.  VOTO: 7,5. 
"Per sempre" - Nina Zilli: una delle voci più complete ed eclettiche della canzone italiana anni Duemila, ha scelto il suo stile "vagamente retrò", come dicevano i Matia Bazar in "Souvenir" (Sanremo 1985), e sofisticato assai, con pennellate di jazz e blues, e lo persegue con convinzione. E' evidente il richiamo a Mina, che rende non originalissima nell'impostazione ma comunque di grande effetto la sua canzone. Può però fare di meglio. VOTO: 6,5. 

I GIOVANI
"E' vero" - Alessandro Casillo: la sua vittoria è quella della filosofia da "talent show": canzone che è l'essenza dell'easy listening, bella presenza e schiere di ragazzine adoranti. Più che la qualità del pezzo e il talento del giovanotto, ha deciso la sua provenienza artistica. Gli auguro comunque un bel futuro, ma non si illuda perché non sarà sempre tutto così facile come questo trionfo annunciatissimo. VOTO: 6.
"Nella vasca da bagno del tempo" - Erica Mou: ecco, a proposito di talento vero... Lei era la migliore, con uno stile scarno ma efficace, pensieri di una ragazza di fronte al futuro cesellati con finezza poetica ma anche concretezza e immediatezza. Ispirazione cantautoriale abbinata a un'immagine di grande serenità e semplicità. Non sprecate questa gemma, cari discografici. VOTO: 8.
"Guasto" - Marco Guazzone: lui è invece più convenzionale nel linguaggio, lo stile è maggiormente commerciale ma di stampo contemporaneo e internazionale. Brano di forte impatto. VOTO: 7,5.
"Incredibile" - IoHoSempreVoglia: ritmo incalzante per una "soft rock ballad" che richiama sonorità di alcuni gruppi dell'underground italiano anni Novanta, che parte in maniera promettente ma poi si sviluppa seguendo linee standard e prevedibili della musica leggera. Non impeccabile la voce solista. VOTO: 6. 
"Carlo" - Celeste Gaia: la canzone forse più insolita di tutto il Festival, per il testo stralunato e ricco, un linguaggio nuovo carico di suggestioni, di pennellate immaginifiche e sognanti ma anche di concreto realismo. E la musica non può non rapire l'orecchio, così come non può non rapire lo sguardo la sua bellezza particolare. Altro gioiello da non sciupare con scelte discografiche poco coraggiose. VOTO: 8. 
"Sono un errore" - Bidiel: svolazzi di rock and roll, qua e là, in un brano magari non originalissimo nell'impostazione ( addirittura con echi degli A-ha di "Take on me" nel refrain) ma tutto sommato di discreta fattura. Voci già sufficientemente graffianti. VOTO: 6. 
"La mail che non ti ho scritto" - Giulia Anania: sottotono. Canzone piuttosto banale e che sa un po' di vecchio e di già sentito.  La parola moderna inserita nel titolo non basta a dare al tutto un alone di contemporaneità.  VOTO: 5. 
"Incognita poesia" - Giordana Angi: brano pretenzioso e non facile, per una debuttante che ha feeling nella voce ma che, nella circostanza, ha voluto strafare, con virtuosismi ed arabeschi spesso fini a loro stessi e dannosi per la buona riuscita dell'esecuzione. Deve essere più moderata nella performance, poi se ne può riparlare, perché la stoffa c'è. VOTO: 5,5. 

sabato 18 febbraio 2012

SANREMO 2012, QUARTA SERATA: NON TUTTI SFRUTTANO I DUETTI

Se questo Festival numero 62 fosse una schedina del vecchio Totocalcio, il compianto Paolo Valenti avrebbe pronunciato la classica frase: "Le quote sono popolari", ossia risultati facili da pronosticare e pochi soldi da distribuire ai tanti vincitori. Così, dopo gli scontati ripescaggi del giovedì, verdetti prevedibili quando non annunciatissimi anche ieri sera: nessuno è stato in grado di frenare la corsa di Alessandro Casillo verso il trionfo fra i Giovani, troppo poderosa la spinta dell'oceanico popolo di fans che già stravede per il ragazzino di "Io canto", nonostante tra i finalisti ci fossero almeno due proposte più mature, talentuose e meritevoli. E fra i Big, hanno salutato la compagnia prima della sfida conclusiva di oggi i quattro nomi che erano da considerare gli "anelli deboli" del cast, per motivi diversi (Civello e Matia, dopo Marlene e Fornaciari). 
Sotto quest'ultimo aspetto, qualcosa di positivo c'è: la finalissima presenterà ai nastri di partenza la "griglia" migliore, e la partita si annuncia equilibrata, certo più dell'anno scorso, quando niente e nessuno pareva poter interferire nel duello fra Vecchioni e la coppia Modà - Emma, come poi accadde. Proprio Emma è, ad oggi, l'unica vera favorita, colei che distanzia un po' tutti gli altri nelle quote, ma la sua figura e la sua canzone non si stagliano nettamente sopra tutte le altre, anche se le carte in regola per sbancare l'Ariston ci sono tutte.
DUETTI NON SFRUTTATI - Intanto, "in questa notte di venerdì", come cantava proprio Morandi nel 1987 con Ruggeri e Tozzi, i Big hanno scaldato i motori  e cercato di guadagnare considerazione con l'arma dei duetti, ormai una istituzione del "sanremone". Però, c'è duetto e duetto. Ce ne eravamo già accorti giovedì, quando a eventi di assoluta eccellenza si erano affiancate due o tre performance davvero.. dimenticabili, e la conferma è arrivata a 24 ore di distanza. Questa serata era nata, nel 2005, con l'intento originario di colorare in maniera diversa i brani in concorso, di fornirne versioni alternative, ma dobbiamo constatare che col trascorrere del tempo questa spinta alla "rilettura" si è un po' annacquata. La mia interpretazione di questa involuzione è che molti cantanti si fidino ciecamente delle loro canzoni nel "format" originale e cerchino di rischiare il meno possibile, in chiave gara ed eliminazioni, apportando solo il minimo sindacale di modifiche. 
Così, molte accoppiate si esauriscono nella soddisfazione, per  lo spettatore, di vedere sul palco popolari volti della canzone oltre a quelli già in competizione, senza però che la loro presenza incida più di tanto. Presenza che, in altri casi, risulta addirittura del tutto pleonastica. E' ciò che è avvenuto con Paolo Rossi, che non è praticamente esistito a coadiuvare Bersani, al di là di qualche rotolamento sul palcoscenico, da clown di terza categoria: era davvero necessario? E nessuno si era accorto dell'inutilità dell'attore in quel contesto, per fermarlo in tempo? Per fortuna, il pezzo di Samuele è sufficientemente forte da poter... cavarsela da solo, così come brilla di luce propria "Nanì" di Dalla - Carone, anche se Gianluca Grignani ci ha messo voce e grinta ma senza lasciare più di tanto il segno. Discreto ma sostanzioso l'apporto di Gaetano Curreri a Noemi, due voci poliedriche, particolari, dolci e potenti allo stesso tempo, che si sono ben amalgamate pur senza guizzi particolari.  
D'ALESSIO DANCE: GIU' IL CAPPELLO! - Debbo invece levarmi il cappello di fronte a D'Alessio e alla compagna d'arte Bertè: ecco, loro sì che hanno compreso appieno lo spirito della serata. Hanno preso la loro "Respirare", ritmata e trascinante ma un po' datata nell'arrangiamento, e l'hanno rivoltata come un calzino, trasformandola, grazie alla consulenza "sul campo" di Fargetta, in un pezzo dance ultramoderno che ha fatto esplodere il teatro. Bravi. E bravo anche Finardi a scegliere l'accompagnamento di Peppe Servillo: due voci così ispirate e ricche di sfumature e di registri, dall'intensità di stampo cantautorale, non potevano che esaltare una canzone di forte impatto emotivo come "E tu lo chiami Dio". Lo stesso discorso può applicarsi ad Arisa, la cui solenne melodia ad ampio respiro è stata resa ancor più d'atmosfera dalla raffinatissima voce di Mauro Giovanardi e dal violino leggendario di Mauro Pagani. 
RENGA "SOTTOVOCE" - Una rilettura in minore quella de "La tua bellezza" da parte di Francesco Renga, che ha approfittato del coro Scala & Kolacny Brothers per una interpretazione meno d'impeto e più sottovoce: scelta intelligente che ha saputo fornire una visione più completa del brano e che, per quanto mi riguarda, me lo ha fatto apprezzare e capire maggiormente anche nella versione originale. Promossa anche Dolcenera con Max Gazzè, il quale, pur non incidendo in modo profondissimo sulla canzone, ne ha cantato una parte in modo del tutto convincente, l'ha fatta sua, tanto da non far sembrare astrusa l'ipotesi che "Ci vediamo a casa" potesse essere presentata in gara direttamente da questo inedito duo. Un'abbinata fin dal primo giorno avrebbe forse potuto giovare anche a Nina Zilli,  eccellente nella interpretazione a due voci con Giuliano Palma, che ha esaltato le venature soul e Rythm and blues di entrambi. 
PLATINETTE SORPRENDENTE - Sempre impeccabile (e bellissima) Alessandra Amoroso, che forse era stata più incisiva nel duetto di due anni fa con Valerio Scanu (da molti considerato decisivo per la vittoria del sardo): ma non era il caso di strafare, in quanto Emma il suo pezzo lo valorizza abilmente anche da sola. Coraggiosa e fuori dagli schemi la scelta dei Matia Bazar di farsi accompagnare sul palco da una Platinette che, per una volta, si è spogliato della sua maschera di scena, e ha dato vita a un recitato che ha reso la canzone "Sei tu" molto simile, per impostazione, a una certa "La paura di morire", splendida composizione presentata da una certa Annagloria al Festival di Sanremo 1975. Per Chiara Civello, l'idea della versione "da pianoforte", anzi doppio piano, poteva essere azzeccata, purtroppo l'artista jazz non è stata supportata con efficacia da una Francesca Michielin forse ancora acerba per il palco di Sanremo. Chiara, per avere qualche chance in più di arrivare in fondo a questa gara, avrebbe dovuto scegliere due duetti (straniero e italiano) assolutamente impeccabili e "da urlo", li ha invece sbagliati entrambi e ne è stata ingiustamente penalizzata, pur cercando di reggere la baracca da par suo: bocciato in toto Shaggy, solo "rimandata", con le attenuanti dell'età (verdissima) e delle innegabili capacità la ragazza di X Factor.  
I GIOVANI E TUTTO IL RESTO- Di Casillo si è detto, e casomai sorprende che l'orchestra, la quale aveva la possibilità di operare una scelta fondata sulla qualità, non ne abbia in qualche modo "ostacolato" il cammino: ha vinto il pezzo di facilissima presa, ma il talento vero era nel sound internazionale di Marco Guazzone e nella fresca, essenziale, innovativa e ispirata vena autoriale di Erica Mou. Per il resto, la serata ha offerto un'apertura magica, con la danza elegante e gioiosa della splendida Simona Atzori, un esempio per tutti, una forza della natura animata da una serenità interiore veramente invidiabile. Performance in crescendo per un Alessandro Siani che ha via via trascinato il pubblico dell'Ariston con una comicità semplice, in qualche modo di classica matrice napoletana, ma il cui stampo si sta perdendo ed è giusto che i pochi difensori di tale cultura vengano valorizzati. Senza guizzi l'ospitata di Sabrina Ferilli, mentre Rocco Papaleo continua, in punta di piedi, a regalare "svolazzi" della sua comunicativa teatrale e saggi di scarna e fantasiosa poetica. Sottovalutato. 

venerdì 17 febbraio 2012

RIDATECI IL DOPOFESTIVAL! (provocazione)

Ridateci il Dopofestival! E già, perché il Dopofestival non esiste più, si sa, da ben quattro anni (l'edizione conclusiva coincise con l'ultimo Sanremo targato Baudo, nel 2008), nonostante qualcuno, in questi giorni, abbia tentato di "spacciare" come tale lo "speciale Sottovoce" che Gigi Marzullo sta quotidianamente conducendo a notte inoltrata su Rai 1, dedicandolo proprio alla kermesse rivierasca. Siamo su due pianeti distanti anni luce, diciamolo subito. E intendiamoci, qui non si vuole fare una riflessione sulla qualità intrinseca delle due trasmissioni. Personalmente, da anni auspico una tv che metta da parte i pollai trash in cui tutti urlano e alla fine non si capisce alcunché, in favore di più talk show in cui si possa ragionare e confrontarsi civilmente. 
SOTTOVOCE - Per questo motivo, trasmissioni come quella di Marzullo dovrebbero incontrare il mio gradimento. L'ho un po' seguita, in differita, grazie al servizio Internet Rai Replay, e, per carità, non tutto è da buttare. Certo non manca la pacatezza, ma chi segue anche solo marginalmente da un po' di anni il popolare giornalista non può esserne sorpreso. Quello che manca è un dibattito sì tranquillo, ma ricco di contenuti, di scambi di vedute, di pareri non convenzionali, cosa che fra l'altro sarebbe pure possibile andando in onda a orari da insonni e senza l'obbligo del conformismo che permea tanta televisione diurna. E la scelta di alcuni ospiti raramente o mai sfruttati da altre trasmissioni, penso al mitico Nico Fidenco, potrebbe essere propedeutica a uno sviluppo del genere. Invece, niente: solite opinioni trite e ritrite, standardizzate, fotocopiate e mandate a memoria di default, come le dichiarazioni dei calciatori prima e dopo le partite: si spazia da "Sanremo oggi non è più rappresentativo dell'attuale realtà musicale italiana" a "non so se le canzoni di questa edizione si ricorderanno fra qualche mese", da "ai miei tempi si vendevano milioni di dischi" a "i brani di quest'anno non mi hanno emozionato". La fantasia al potere, insomma. Da salvare, una maggiore attenzione all'analisi dell'aspetto prettamente musicale della rassegna (grazie ad esperti veri come Gian Maurizio Foderaro), con chicche come l'intervista a Bruno Santori, direttore artistico della Sanremo Festival Orchestra. 
IL VERO "DIBATTITO" - Ma il Dopofestival autentico, lo ripeto, era un'altra cosa. La nostalgia non è tanto per il format, ma per l'istituzione. Sì, perché quella trasmissione spesso scombiccherata, caotica, con scalette aleatorie e variabili, era diventata un must autentico, faceva ormai parte del sistema Festival, ne era stata eletta  "sfogatoio" ufficiale, per cantanti delusi e giornalisti inaciditi dal tempo ma pur sempre alla ricerca del quarto d'ora annuale di popolarità da piccolo schermo. Gli artisti impegnati nella gara inizialmente non vi partecipavano volentieri, proprio perché sapevano che sarebbero finiti nel mirino di critici spesso ansiosi solo di sparare a zero a prescindere. Col tempo le nostre "ugole d'oro" si erano ammorbidite, avendo forse imparato una lezione elementare ma preziosa: firma prestigiosa o meno, quelle dei rappresentanti della stampa erano solo opinioni e nulla più, non inappellabili giudizi di Dio. 
Così, al termine di ogni serata festivaliera (finale esclusa) andava in scena il consueto teatrino, sopra descritto per sommi capi. Negli anni cambiavano i presentatori (e i nomi erano spesso di grido, da Mara Venier a Serena Dandini a Piero Chiambretti) e, meno frequentemente, il format, e spesso l'efficacia ne risentiva. Si ricorda ad esempio una edizione invero assai fiacca guidata da Bruno Vespa nel '97, con i ritmi non certo stuzzicanti del suo "Porta a porta"; l'ultima andata in scena, nel 2008, è stata invece fra le meglio costruite, originali e frizzanti, grazie alla presenza di Elio e le storie tese e della rivelazione Lucilla Agosti. Eppure, proprio in quest'ultima circostanza si sviluppò uno dei momenti più trash dell'intera storia del programma, la rissa sfiorata fra Zampaglione dei Tiromancino e Frankie Hi Energy. 
Essendo il Dopofestival, dopo un paio di tumultuose sperimentazioni nell'87 e nell'88, andato a pieno regime negli anni Novanta, chiaro che Pippo Baudo, ai tempi e anche successivamente deus ex machina della manifestazione, ne sia stato il principale animatore, anche se quasi mai, mi pare, ne figurò come conduttore vero e proprio. Nel periodo del suo personale "apogeo", a metà del decennio, se ne videro delle belle, e nel '96 il Pippo nazionale strabordò letteralmente, fra vivaci polemiche coi giornalisti e attacchi a telespettatori (sì, c'erano anche le telefonate da casa) che cercavano sommessamente di avanzare qualche critica sulle canzoni da lui scelte per la competizione. Questo per dire che spesso si finiva in caciara, non si riusciva quasi mai a operare approfondimenti di carattere tecnico e artistico e forse non importava nemmeno, ciò che contava era fare colore e creare movimento e attenzione attorno a un evento sempre più mediatico e sempre meno musicale (purtroppo). Però un abbozzo di dibattito si creava, e difficilmente si raggiungevano abissi da Processo del Lunedì. Ci si divertiva e ci si infervorava anche da casa (quando si riusciva a rimanere alzati) schierandosi quasi sempre a favore dei cantanti e contro i critici (le stesse facce da mezzo secolo), i quali tra l'altro spesso, non per dire, avevano torto: ricordo Fabrizio Moro massacrato per la canzone presentata al suo debutto tra i Big ("Eppure mi hai cambiato la vita", a me graditissima), e poi arrivata terza e gratificata di un buon successo dopo Sanremo (tiè). E che dire della rassegna stampa di Gianni Ippoliti, negli anni sempre molto simile a se stessa e che, però, un sorriso riusciva sempre a strapparcelo? 
Insomma, il Dopofestival non era propriamente un esempio di bon ton televisivo e di trasmissione rigorosa ed elegante, ma rispetto a ciò che si vede oggi era una boccata d'aria pura (o quasi), roba da educande. Un "defatigante" dopo lo "stress da spettatore" accumulato nella lunghe serate canzonettistiche. Per cui, lo ripeto e lo grido a gran voce: ridateci (anzi, arridatece) il Dopofestival!
A seguire, uno spezzone tratto dal Dopofestival 1994.


SANREMO 2012, TERZA SERATA: SILENZIO, CANTANO I MITI ROCK

Certo, si può dire tutto il male possibile di Sanremo (e difatti sono in molti a farlo, a volte con argomenti solidi, altre volte senza averlo mai visto veramente se non a spizzichi e mozzichi, ancora più spesso solo perché sparlarne fa tanto trendy e "gggiovane"). Però poi vedi spuntare sul quel palco la sagoma minuta e il volto spigoloso di Patti Smith, che ti regala un'interpretazione da brividi di "Impressioni di settembre" (col fondamentale apporto dei sottovalutati Marlene Kuntz) aggiungendovi a buon peso una delle canzoni simbolo della storia del rock, "Because the night". E poco prima avevi ricevuto una scarica di adrenalina da un certo Brian May, la cui simbiosi perfetta con la sua chitarra è ancora in grado di sprigionare sensazioni e vibrazioni che fanno bene al cuore e all'anima. E allora pensi che pur con tutti i suoi difetti, pur nella necessità innegabile di migliorarla, sarebbe folle colui che, un giorno, decidesse di mandare in pensione questa rassegna. Perché si parla fin troppo di celentanate, Ivanke e farfalline (non qui, peraltro), ma poi si scopre che la musica al Festival c'è, sa ancora conquistarsi a forza un ruolo da protagonista e costruire serate - evento da brivido. Senza trovate di dubbio gusto quando non proprio trash, ma solo con la forza dell'arte e del talento. 
LEGGENDE ROCK - In un happening come quello di ieri sera, costruito sull'apporto di cantanti stranieri chiamati a cimentarsi su un repertorio italiano, il rischio dell'infortunio, della caduta di tono, dell'approssimazione figlia dell'improvvisazione (causa limitato tempo a disposizione per le prove) è sempre dietro l'angolo. Qualcosa è successo di "storto", ma alla fine il bilancio è chiaramente in attivo. Patti Smith, dicevamo: il carisma è sempre magnetico, la voce è limpida e potente come quella di una ragazzina, "Because the night" è più di un evergreen, è una leggenda.  E che dire di quella "Impressioni di settembre" sapientemente cesellata col corposo supporto dei Marlene, finalmente liberi dal peso della gara e in grado di riappropriarsi compiutamente della loro anima rock? 
Rock vuol dire anche Brian May, mister Queen, i cui assolo alla chitarra, nella loro perfezione geometrica e devastante esplosività, hanno sprigionato energia ma anche tanta nostalgia per ciò che è stato e non è più. Sono stati i due picchi della serata, ma personalmente ho trovato di grande suggestione l'abbiamento tra i Matia Bazar (della cui solista, Silvia Mezzanotte, non si ricordano né stecche né minime incertezze a memoria d'uomo: è davvero impeccabile e molto meno "fredda" nell'interpretazione di quanto si dica) e un Al Jarreau forse un po' invecchiato, ma ancora in grado di sprigionare tutta la qualità del suo eclettismo vocale e di una mimica da consumato performer.
VOCI EMOZIONANTI E SUGGESTIVE - Efficace ed equilibrato l'impasto creatosi, in "Never never never" (Grande grande grande) tra la voce potente e ricca di arabeschi di Nina Zilli e quella morbida di Skie dei Morcheeba, di cui ricordo un altro vellutato duetto italiano con Alice in "Open your eyes", alla fine dei Novanta. Feeling in quantità, con leggere pennellate di blues e jazz, nell'accoppiata Sarah Jane Morris - Noemi in "Amarti un po'" nella doppia versione italo - inglese, con la "bonus track" della citazione di un successo di Tracy Chapman, che persolamente adoro. Quanto a Noa, beh, se non ha già la cittadinanza onoraria qualcuno gliela dia, per favore: emoziona e quasi commuove il genuino entusiasmo che manifesta ogni volta che è chiamata a interpretare brani della nostra tradizione; ama il nostro Paese e la nostra musica, tanto che alcuni anni fa accettò perfino di venire a Sanremo in gara (ho ricordato l'evento in un mio post amarcord di qualche giorno fa): allora, era il 2006, suoi compagni di avventura furono Carlo Fava e i Solist String Quartet, e questi ultimi erano di nuovo con lei ieri sera: assieme a Eugenio Finardi, hanno regalato una rilettura originale di "Torna a Surriento", lei sulla dolce melodia italiana, lui sulle note scatenate della versione "presleyiana".
I NUOVI DIVI - Non particolarmente svettanti, ma comunque gradevoli, nel segno del più tradizionale pop da classifica, le abbinate fra Dolcenera (sempre più sicura di sé) e il rapper Professor Green in "Vita spericolata" (fra i due un'intesa frutto di una collaborazione già in corso da alcuni mesi), e  fra Emma e uno degli artisti più gettonati del momento, il Gary Go di "Wonderful". Dalla Spagna, Francesco Renga ha portato una voce in grado di rinverdire una tradizione iberica di stampo melodico che, dalle nostre parti, stava un po' appassendo, dopo gli exploit ormai datati dei vari Julio Iglesias, Bertin Osborne ed El Puma (tutti transitati dal Festival in tempi diversi): tra la voce "tonante" dell'italiano e quella alla Fausto Leali di Sergio Dalma, classica performance da mandare in sollucchero un pubblico tradizionalista come quello dell'Ariston, e c'è da dire che il brano scelto, "Il mondo" di Jimmy Fontana, ben si prestava alla bisogna.
GLI ALTRI - Non ha perso smalto Josè Feliciano, peccato che venga periodicamente richiamato in Italia sempre e solo per reinterpretare "Che sarà" (mi pare l'avesse già fatto al Sanremo del 1998): eppure è un artista pluridecorato per diverse opere, nel suo continente. Spiazzante la versione di "Romagna mia" dell'orchestra di Goran Bregovic, ricca come sempre di suggestioni tzigane ed etno - folk, mentre non troppo convincente è apparso il danese Mads Langer: "Anima e core" è pane per i denti di Lucio Dalla, ma non pareva proprio nelle corde del giovane nordico. Una considerazione che ci introduce ai veri e propri flop della serata: l'ouverture era stata affidata a Shaggy, la cui performance è stata a tratti irritante. Sfiatato, alle prese con una canzone decisamente fuori target rispetto al suo stile, "Io che non vivo", ma di certo lui non ha fatto molto per adattarvisi, e ha preferito puntare sull'ennesima riproposizione del suo ormai fiacco tormentone "Mr. Boombastic".
Deludente anche Macy Gray col duo D'Alessio - Bertè: fermo restando che un gioiellino come "Almeno tu nell'universo" è una di quelle canzoni che non dovrebbero mai essere "coverate", in quanto cucite su misura per l'interprete originale (avevo trovato parecchio deludente anche la versione di Elisa di qualche anno fa, pur baciata da buon successo), mi è parso che Loredana abbia voluto strafare e appropriarsene, e del resto era per lei la prima vera occasione di omaggiare in musica su quel palco la sorella scomparsa, Mia Martini: la Gray ha preso atto e si è ritrovata confinata a una parte marginale della performance, che peraltro non ha certo onorato, mostrando scarsa ispirazione ed eccessivo distacco. Dopodiché D'Alessio non ha perso occasione per promuovere un suo nuovo brano cantato assieme alla stessa artista americana: non mi è parso un gesto opportuno ed elegante, e sinceramente non ricordo se sia mai successo che un cantante in gara abbia lanciato, nel corso della manifestazione, un altro suo pezzo inedito.
PRESENTATORI IN DIFFICOLTA' - Il discorso sulle delusioni ci introduce a una lettura critica dell'andamento generale della serata. Che, appunto, sul piano del contorno all'happening musicale ha mostrato la corda, e non poco: Morandi è parso stanco e a corto di idee, schiavo del gobbo elettronico e di testi certo poco esaltanti, che però lui non è mai in grado di vivacizzare con guizzi di fantasia e improvvisazioni. Ciò che invece non manca a Rocco Papaleo, sapientemente stralunato, sinceramente entusiasta ma anche in grado di regalare sporadici sprazzi della sua preparazione attoriale. Dovrebbe avere un ruolo meno marginale nella conduzione. Tornando al "Gianni nazionale", è riuscito perlomeno ad evocare sul palco più nazionalpopolare che ci sia un artista di nicchia e forse dimenticato dai più come Goran Kuzminac: l'ha fatto involontariamente, in quanto doveva presentare Goran Bregovic, ma vuoi mettere la soddisfazione per noi nostalgici della musica Settanta - Ottanta? E' pressoché di nuovo sparita Ivana Mrazova: poche incerte presentazioni e una lunghissima assenza dal palco nel corso della serata. Saranno i postumi del malanno, ma rimane la sensazione che i soldi si potessero spendere meglio (e in quantità minore). Viceversa, era da sfruttare di più la presenza di Federica Pellegrini, che, vista la sua disinvoltura, poteva fare da autentica "copresentatrice aggiunta" e si è invece limitata alla classica ospitata sanremese.
RIPESCAGGI - Infine, il répechage dei Big: anche qui, tutto secondo copione. Quando decide solo il televoto e in gara ci sono un ragazzo di "Amici" e uno dei più popolari divi pop del momento, non può esserci speranza per gli "alternativi" come i Marlene Kuntz, che, probabilmente consci delle loro residue chances, si son subito giocati il duetto del venerdì (peccato per la collocazione oltre l'una di notte, anche se Samuel dei Subsonica non è che abbia aggiunto quel quid in più capace di stravolgere e innalzare la canzone). Ci credeva invece Irene Fornaciari, contestata da più parti e che forse solo a me, in queste tre sere, è parsa calata appieno nel pezzo che le ha cucito addosso Davide Van de Sfroos, da lei ben reso con una interpretazione trascinante. Peccato.

giovedì 16 febbraio 2012

FESTIVAL DI SANREMO: I GIOIELLI NASCOSTI DEGLI ANNI DUEMILA - I GIOVANI

Terza puntata del nostro amarcord sanremese dedicato ai "gioielli" musicali nascosti o dimenticati dei festival targati Duemila. Questa volta ci dedichiamo ai giovani, a quelle Nuove Proposte che rappresentano da anni la categoria più bistrattata in una kermesse che,  già di per sé, sempre più sacrifica la musica, e che i debuttanti spesso li penalizza relegandone le esibizioni ad orari impossibili. Meritano più attenzione, e noi nel nostro "ultrapiccolissimo" cerchiamo di dargliela, anche a... posteriori. 
Partiamo dunque dal Duemila, annata sanremese contraddistinta da un livello qualitativo piuttosto alto e dalla presenza di composizioni non banali e non tutte di facile presa, sia fra i Big che fra i Giovani. In quest'ultima categoria, che mai più sarebbe stata così affollata (ben diciotto in concorso), emerge una Marjorie Biondo che pare avanti di un decennio rispetto tanta produzione italiana del'epoca. Sonorità underground, testo originalissimo, echi di Alanis Morissette. Artisti così andrebbero salvaguardati, e invece... 



Sempre nel primo festival del secolo, ecco la proposta di Alessio Bonomo, una delle più insolite nella storia della manifestazione. Un brano spiazzante, straniante, crudo nel sound e nel testo, impossibile da non notare. 






Saltiamo al 2002: la citazione è d'obbligo per Valentina Giovagnini, un talento autentico, una potenziale fuoriclasse della canzone italiana. "Il passo silenzioso della neve" è fatto di atmosfere soffuse e avvolgenti, celtiche, e sviluppa una vera e propria ricerca sonora in corso d'opera. La voce, morbida eppure potente a suo modo, fa il resto. La ragazza verrà incredibilmente privata della vittoria di categoria, a beneficio di Anna Tatangelo, tenterà ancora di tornare a Sanremo ma senza fortuna, e a inizio 2009 scomparirà tragicamente in un incidente stradale. 




Nella stessa edizione, in mezzo a tante proposte sottotono o standardizzate si distinguono i Botero con "Siamo treni", brano non convenzionale a metà strada fra tradizione e modernità, con arrangiamento variegato e buon impasto vocale. 







Anche nel 2003 la categoria dei debuttanti lascia a desiderare: ancora poche idee e scopiazzature di artisti affermati. Tuttavia qualcosa di dignitoso emerge: come Patrizia Laquidara, con un pop sofisticato, elaborato nella struttura musicale e nella vocalità, con vaghe reminiscenze folk ed etniche. 






Molto più di facile presa "Chiaraluna" di Daniele Stefani, un brano tuttavia orecchiabile e ben scritto. Stefani era stato una delle rivelazioni del 2002, ma esibirsi in un Festival non premiato dagli ascolti non lo aiutò di certo a spiccare il volo. 




Saltiamo al 2006, altro anno non felicissimo per il Sanremone. Eppure, il gruppo dei Giovani vede emergere figure di assoluto talento e destinate a lasciare un segno nel panorama pop italiano. C'è Simone Cristicchi, e c'è L'Aura, esplosa l'anno precedente con "Radio star" e capace di ben figurare anche all'Ariston, con una "Irraggiungibile" non facilissima, ricca di virtuosismi vocali e di modalità sonore non convenzionali. Due anni più tardi, L'Aura sarà tra i Big con la meno complessa "Basta!", un buon pezzo. Dispiace non sia ancora riuscita ad affermarsi del tutto, anche se l'inverno scorso le ha portato buona popolarità grazie al duetto con Nek nella cover di "Total Eclypse of the heart". 




Sempre nel 2006 ecco Ivan Segreto, musicista a tutto tondo e ispirato, portatore di un genere forse troppo "alto" e complesso per fare breccia immediata nel pubblico. 



Nel 2007 rimangono subito al palo i Grandi Animali Marini, che pure propongono un pezzo originale, moderno e di respiro internazionale. 





Stesso anno, dietro all'asso pigliatutto Fabrizio Moro si piazza Stefano Centomo, con una canzone melodica tradizionale ben costruita e interpretata con trasporto. 



2008, ultimo anno dell'era Baudo, e le giurie hanno il torto di lasciare al palo la ligure, già pluridecorata in vari concorsi musicali, Maria Pierantoni Giua, con un talento che sarebbe stato in grado di rinverdire un scuola cantautoriale sempre ispirata e mai scontata. Stile scarno e testo originale. Giua continua a cantare, ma ad oggi la sua popolarità non supera i confini della sua regione, purtroppo. 





Fermiamoci al 2009, anno particolarmente propizio per i debuttanti festivalieri. Esplodono Arisa, Malika Ayane, Simona Molinari e Irene Fornaciari, scusate se è poco. In tale abbondanza, rimangono confinate in un cono d'ombra due proposte interessantissime. La prima è quella di Karima, una "Amica di Maria De Filippi" il cui talento non ha ancora trovato piena valorizzazione. Voce avvolgente e, come si suol dire, piena di feeling, canzone straordinariamente elegante e raffinata. Pazzesco il duetto con Mario Biondi, per non parlare di Burt Bacharach al piano. 






Per chiudere, la figlia d'arte Chiara Canzian. Anche per lei, una voce convincente e un brano orecchiabile ma che, con lo zampino di Sangiorgi dei Negramaro, era strutturato in maniera assolutamente insolita soprattutto nella parte testuale, in particolare con quei versi finali giocati sul nome di battesimo della cantante.