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giovedì 8 novembre 2012

RETROSPETTIVA AZZURRA: I PRIMI PASSI VERSO BRASILE 2014

                                           El Shaarawy: il futuro azzurro è suo

La mia prolungata assenza dal blog, di cui ho fornito spiegazioni qualche post più sotto, mi ha impedito di commentare le prime quattro uscite della Nazionale azzurra nelle qualificazioni al Mondiale brasiliano. Poiché la rappresentativa maggiore del nostro calcio è, da sempre, una delle tematiche principali di "Note d'azzurro", torno ora sull'argomento, con qualche riflessione a freddo e... scusandomi per il ritardo. 
FALSA PARTENZA, POI RISCATTO - Alle corte: per due partite e mezza, abbiamo visto una Nazionale francamente impresentabile, talmente brutta da insinuare il sospetto che il secondo posto all'Europeo fosse stato un illusorio fuoco di paglia. Chi aveva seguito il gruppo di Prandelli nel biennio precedente sapeva che non poteva essere così, sapeva che quell'insperata medaglia d'argento era stata il giusto premio per una compagine cresciuta e maturata cercando sempre di fare gioco, di aggredire con intelligenza, di prendere l'iniziativa. Una squadra con un progetto tattico ben definito, con una personalità via via emersa sempre più nitidamente, con una dotazione di classe pura non disprezzabile, che non poteva essersi dissolta nel giro di pochi mesi. E in effetti, a partire dal secondo tempo della gara con l'Armenia, De Rossi e compagni si sono riavvicinati ai loro abituali standard di rendimento. Pur senza miracol mostrare, si è rivista un'Italia più equilibrata, razionale, produttiva, in grado di far valere la legge del più forte.
L'ultima "azzurra", quella trionfatrice sulla Danimarca in un Meazza desolatamente mezzo vuoto (che bello quando anche le amichevoli facevano registrare il tutto esaurito o quasi: poi dicono che il calcio non sia peggiorato...) è stata la migliore, più per solidità del complesso e carattere che per qualità di manovra, in particolare con un Balotelli mai così bene inserito nel collettivo, disposto al sacrificio a tutto campo ben al di là delle proprie mansioni specifiche. Del resto, le grandi squadre, e questa di Prandelli ne ha le stimmate, devono avere nel Dna anche la capacità di imporsi giocando male, o comunque senza sciorinare football di finissima caratura, e allora... 
TOCCATO IL FONDO CON MALTA - Insomma, certi picchi spettacolari raggiunti a Euro 2012 permangono lontani, ma di certo con armeni e danesi un bel passo avanti è stato compiuto, rispetto alla pena provata osservando le prestazioni contro Bulgaria e Malta: fu, quella, un'Italia "ancien régime", l'Italia vista tante, troppe volte in passato, la squadra timorosa e sparagnina che, una volta andata in vantaggio, viene improvvisamente colta da "paura di vincere" e, invece di affondare i colpi, lascia progressivamente campo all'avversario, cercando di gestire il risultato senza averne (ancora) la capacità. Una défaillance pagata a caro prezzo coi bulgari (due preziosissimi punti persi sulla strada per il Brasile), mentre contro i maltesi la vittoria è stata salvata per oggettiva modestia dell'avversario, domato però definitivamente solo nel finale e dopo avergli concesso inusitate opportunità di andare alla conclusione. Insomma, qualcosa di peggiore della consueta idiosincrasia della nostra Selezione alle partite facili. 
EL SHAARAWY SU, GIOVINCO GIU' - Fra Nazionale e stagione di club, sono nel frattempo giunte a Prandelli indicazioni di una certa attendibilità, riguardanti l'effettivo spessore internazionale di taluni elementi da tempo sotto la lente di ingrandimento. Due nomi su tutti, uno in positivo e l'altro in negativo. Sugli altari El Shaarawy, senza alcun dubbio protagonista assoluto di questo primo scorcio di annata. Era dai tempi dell'esordio di Balotelli con l'Inter che non si assisteva a un impatto così devastante di un giovane italiano col calcio di altissimo livello. Stephan, coi suoi gol e con la sua classe, sta tenendo in piedi praticamente da solo un Milan molto male in arnese; e in azzurro, a Erevan, poco c'è mancato che trovasse la sua prima segnatura in Nazionale. Chiaro che il ragazzo non potrà restare a lungo fuori dalla formazione titolare: la concorrenza in prima linea è quantomai agguerrita, ma l'ex Genoa ha caratteristiche uniche (opportunismo, rapidità di movimenti e di esecuzione, fantasia, eclettismo) che potrebbero presto renderlo indispensabile.
Pollice verso invece per Giovinco. Sia con l'Italia, sia in maglia Juve, la "formica atomica" in questi primi mesi  di attività ha purtroppo confermato i dubbi emersi negli anni scorsi: è giocatore che immancabilmente si smarrisce nelle grandi sfide al di fuori dei confini nazionali, palesando scarsa personalità e incisività pressoché nulla; rimane invece un'arma spesso micidiale negli impegni... sul suolo patrio, ma al cittì serve ben altro...

                                              Balotelli: più maturo e altruista

CENTROCAMPO: FLORENZI PER IL FUTURO? - Il centrocampo è ormai cristallizzato sul poderoso asse De Rossi - Pirlo - Marchisio - Montolivo, con quest'ultimo in crescendo vistoso, più continuo nella sua azione di tessitura e sempre più deciso e convinto in zona tiro. Verratti, in leggero calo in Francia dopo un avvio al fulmicotone, rimane comunque una sicurezza per il futuro, mentre la nostra Serie A sta portando prepotentemente alla ribalta Florenzi, già diventato un perno della zona nevralgica romanista:  qualità, quantità, intelligenza tattica, corsa e gol.
DESTRO E INSIGNE IN STAND BY - Contro Malta, Destro ha trovato il suo (bel) primo gol in Nazionale, poi ha patito oltremisura la concorrenza in giallorosso di Osvaldo (efficacissimo anche con la maglia tricolore) e di Lamela, in gran forma, ma le qualità, sia pur da smussare, sono emerse e di certo il ragazzo è destinato a restare nel giro. Dovrà fare ancora un po' di anticamera Insigne, che nel Napoli, quando viene chiamato in causa, non si comporta affatto male (molti alti e qualche comprensibile basso), ma che viene giudicato dalla critica con eccessiva severità, quasi dovesse essere questo talentuoso ma imberbe ragazzino la panacea di tutti i mali partenopei... Il futuro farà giustizia dell'impazienza e dell'incontentabilità di certe "prime firme".
RIFIORISCONO CRISCITO E RANOCCHIA, CHIELLINI INVOLUTO - In difesa si sono rivisti Criscito e Ranocchia. Mimmo, in Armenia, ha fornito una delle sue prove più convincenti in azzurro, per efficacia nelle due fasi: la sua assurda esclusione dalla spedizione europea, mai giustificata in maniera esauriente dallo staff azzurro, grida e continuerà a gridare vendetta per anni, ma l'ex laterale del Genoa, pur privato di una così grande occasione professionale, non può non essere contento di essersi riappropriato di un posto che, per talento e rendimento, gli spetta di diritto da anni. Tramontata invece, come sospettavamo, la cometa Peluso, buon giocatore ma non più di primo pelo e non dello spessore tecnico necessario per reggere le luci della ribalta mondiale (gli resta comunque come ricordo azzurro il fortunoso gol ai maltesi).
Ranocchia, come auspicavamo, è riapparso in questa stagione letteralmente rigenerato, mentre nella prima metà del 2012 per molti era scaduto a livello di brocco, o poco più: la dimostrazione di come l'andazzo negativo di una squadra possa condizionare pesantemente anche il rendimento dei migliori, ma anche l'ennesima conferma della totale incapacità dell'italico calcio, in tutte le sue componenti,  di valorizzare e aspettare i giovani, che vengono messi alla berlina ai primi errori e ai primi cali di forma. Nel frattempo si attende il ritorno in pista di Ogbonna, perché l'unica sicurezza autentica nel "pacchetto centrale" della terza linea pare essere Barzagli: Chiellini è da mesi in fase involutiva e anche all'Europeo si era espresso nettamente al di sotto delle sue possibilità, Bonucci non si è ancora riappropriato delle misure di difensore completo sciorinate  in Polonia  e Ucraina, e alcune amnesie contro avversari non certo trascendentali hanno lasciato non poche inquietudini per l'avvenire. 

martedì 6 novembre 2012

LE MIE RECENSIONI: 007- SKYFALL



Bentornato, 007. L'ultimo James Bond, quello di "Skyfall", in questi giorni nelle sale, ritrova in parte la sua originaria identità, quella annacquata dalla "nouvelle vague" dei due precedenti film, i primi col volto di pietra di Daniel Craig. Soprattutto in "Quantum of solace" le stimmate classiche della saga, le modalità narrative, la caratterizzazione dei personaggi consolidatesi nei decenni erano state quasi completamente dissolte da scelte registiche e di scrittura che volevano forse essere innovative, e invece avevano fatto dell'ennesima avventura dell'agente segreto inglese niente più che un contorto action movie, con un eccesso di scene caotiche ed effetti speciali che ci si può aspettare di trovare in qualsiasi produzione americana del genere, non certo in una "isola cinematografica" dalle caratteristiche storiche assolutamente uniche e peculiari come quella di Bond, M, Q e compagnia impavida. 
RITORNO AL CLASSICO - Certo, ripetere all'infinito lo stesso identico canovaccio può essere deleterio, e in tal senso era stata apprezzabile la scelta, compiuta col primo film di quest'ultima trilogia - Craig, "Casino Royale", di smitizzare alcuni tormentoni dei precedenti 007 (resta memorabile lo scambio di battute fra Bond e il barman del Casinò: "Come lo vuole il suo Martini, agitato o mescolato?"; "Ma che vuole che me ne importi!"). In "Quantum", come detto, la filosofia delle origini era stata invece essenzialmente tradita, mentre viene parzialmente rispolverata, sia pure in chiave moderna, in "Skyfall", diretto da Sam Mendes. 
Si ritorna a una trama più lineare, tradizionale, diciamo pure classicheggiante. Facile da seguire, laddove, in parte già a partire dal periodo Brosnan, spesso ci si trovava in difficoltà a comprendere i vari passaggi di un filo narrativo troppo spesso cervellotico e arzigogolato, anche perché non adeguatamente spiegato nel corso dei film. Il glaciale Craig trova in questa produzione una caratterizzazione finalmente più umana: e questo è forse uno degli elementi più rivoluzionari di questo episodio un po' più convenzionale. 
BOND UMANO E FRAGILE - Sì, perché, forse per la prima volta, si vede un Bond alle prese con le sue debolezze, la sua fragilità fisica e psicologica; un Bond che ritrova i fantasmi del suo passato, dei genitori persi in giovane età; un Bond che, profondamente offeso e ferito nell'orgoglio per la scelta del suo capo, la sempre inappuntabile e rigidissima Judi Dench, di metterne a repentaglio la vita nella classica "missione a inseguimento" di inizio film, si finge morto e si dà alla macchia, costruendosi una nuova vita invero un po' triste e grigia, con qualche superalcolico di troppo, lontano, anzi lontanissimo dalla Gran Bretagna, ove però torna  quando scopre che l'organizzazione di cui fa parte, l'MI6, è minacciata da un folle genio dell'informatica. E quando torna, però, scopre di aver perso lo smalto da infallibile agente "con licenza di uccidere": vedrete tremare la mano di James una volta impugnata la pistola, una primizia assoluta, e lo vedrete col fiatone, incapace di portare a termine una sequela di esercizi fisici che, per lui, sarebbero dovuti essere acqua fresca...
SMITIZZAZIONI ED EPICI RIPESCAGGI - Uno 007 fra storia e contemporaneità, dicevamo: perché, come in "Casino Royale", prosegue la smitizzazione di certi elementi fissi del passato: il nuovo Q dice a James di non aspettarsi da lui la dotazione di  armi bizzarre e sofisticate che gli fornivano i suoi predecessori, questa volta ci sono solo una pistola un po' particolare e una trasmittente satellitare (sarà un riferimento alla crisi economica globale?); non c'è una autentica "Bond girl" dominante, una di quelle che compaiono all'improvviso e che diventano essenziali fino alla fine del film: sembrerebbe poter ambire a questo ruolo, ad un certo punto, la fatalona ed enigmatica Bérénice Marlohe, invece la sua sarà una presenza effimera; c'è però la presenza tutto sommato discreta di Naomie Harris, giovane collega del protagonista, la cui identità coglierà di certo gli spettatori di sorpresa... 
Ma la storia, anzi, la mitologia della saga si riappropria prepotentemente della scena e reclama i suoi diritti a tornare in primo piano con un ripescaggio da lacrimoni, l'Aston Martin d'epoca che è una delle icone della serie. E il "classicismo" trionfa nel duello finale, comunque non privo di colpi di scena del tutto imprevisti, in cui alle dotazioni faraoniche del nemico, un crudele e istrionico Javier Bardem in una delle interpretazioni più convincenti della sua carriera, il protagonista contrappone una... frugalità assoluta, armi e difese che più tradizionali non potrebbero essere. 
FRA PASSATO E FUTURO - Per le modalità in cui avviene, per l'esito e per il teatro dello scontro, ossia Skyfall, il luogo dell'infanzia di Bond, la battaglia conclusiva è densa di significati: riscoperta delle radici, resa dei conti col passato per ridare un significato all'avvenire, apertura di una nuova era per la saga e per il suo primattore. Insomma, in estrema sintesi, uno 007 che si riconcilia (e ci riconcilia) con la sua storia dopo aver troppo "flirtato" con una deteriore ultramodernità, un film più pacato e persino introspettivo che però non rinuncia a strizzare l'occhio al futuro, un futuro da guardare con la tranquillità di chi ha alle spalle un importante bagaglio cinematografico da continuare a valorizzare, e senza l'ansia di doversi per forza rinnovare fino a snaturarsi. 

QUALCHE SPIEGAZIONE AI LETTORI

Ho ricominciato a scrivere l'altroieri, con due post a sfondo calcistico. Credo che qualcuno abbia notato la mia prolungata assenza dal blog, un mese e mezzo di silenzio non previsto e non voluto. Devo una spiegazione, che sarà forzatamente sintetica perché ancora non posso essere preciso e dettagliato. L'intenzione era quella di limitare al massimo, su "Note d'azzurro", gli interventi di natura strettamente personale, ma in questo caso è d'obbligo. Il fatto è che la mia salute ci si è messa di mezzo: problemi non da poco, che in queste settimane mi hanno portato a girovagare fra studi medici e laboratori di analisi, fra day hospital, visite varie, Tac e prelievi sanguigni in quantità. E anche nella settimana appena iniziata gli impegni di tal genere non mancheranno: sono in fase diagnostica per alcuni linfonodi ingrossati, e l'ultimo passaggio ci sarà venerdì, con una biopsia che dovrò fare in anestesia generale e quindi in regime di ricovero, anche se breve. 
Questo è ciò che posso dirvi al momento: i dubbi e i sospetti non mancano, ma sono pronto ad affrontare qualsiasi evenienza, nella consapevolezza che, se si sta male, bisogna curarsi, e non importa quanto lunghe debbano essere queste cure, perché la vita è un dono troppo bello per essere buttato via senza combattere. 
Comunque tornerò a parlarne quando io stesso saprò qualcosa di più preciso. Spero di dare buone notizie ma, mi ripeto, non posso escluderne di meno buone. In ogni caso cercherò di essere il più possibile presente da queste parti, più di quanto lo sia stato nelle ultime settimane, ma, sapete, non è facile, da sano che si era, trovarsi all'improvviso catapultati nel limbo dei "malati che non si sa cosa hanno". Soprattutto i primi giorni, dopo i primi risultati di esami che mostravano anomalie, ho passato momenti molto brutti. Non per il mio stato di salute fisico, che al momento rimane più che discreto a parte qualche disturbo, ma per l'angoscia che mi divorava e che mi ha fatto trascorrere più di una notte insonne. Poi la fase peggiore è passata, ma rimane l'ansia di sapere cosa mi aspetterà in futuro. 
Mi è dispiaciuto per il blog: nulla di esaltante, ma lavorando, scrivendo, commentando altrove, facendomi pubblicità ero riuscito a creare uno zoccolo duro di visitatori abbastanza costanti. La gente passava, da queste parti; e in queste settimane è in parte continuata a passare, ma non mi sorprenderei se, nel frattempo, in molti si fossero persi per strada, stufi di venire qui ogni giorno e di non trovare nulla di nuovo. Li capisco e mi spiace, è stato per me l'ennesimo, piccolo tassello di sfortuna di un 2012 scalognato per tanti altri versi: ma non potevo fare altrimenti, non avevo proprio lo spirito per sedermi davanti al pc, aprire "Note d'azzurro" e mettermi a scrivere, anche se spunti di riflessione da riversare in questo spazio ne avrei avuti eccome. Questo è quanto: ora, compatibilmente con tutto il resto, si riprende. Abbiate pazienza tutti e continuate a venirmi a trovare, se lo volete. 

domenica 4 novembre 2012

CALCIO GENOVESE: SPROFONDO ROSSO, GENOA E SAMP IN CRISI NERA

Gigi Delneri, nuovo trainer del Genoa

Il calcio genovese sprofonda. I numeri raramente mentono, e i numeri dicono che parlare di crisi è perfino riduttivo: sei sconfitte consecutive per la Sampdoria, quattro per il Genoa. Andando a ritroso, scavando nella memoria, non rammento una così devastante contemporaneità di risultati fallimentari collezionati dalle due squadre della ex Superba. Poi, chiaro, dietro la discesa a precipizio di rossoblù e blucerchiati ci sono situazioni e cause diverse, che cercherò di analizzare in maniera sintetica. 
GENOA - I nodi stanno venendo impietosamente al pettine. I nodi di una gestione tecnica lacunosa quando non fallimentare, di un "regno Preziosi" che sembra puntare decisamente la prua verso un mesto capolinea. Mi duole dirlo, perché ho sempre cercato di mantenere una posizione equilibrata nella guerra che da mesi devasta la tifoseria genoana, quella fra "preziosiani" e "antipreziosiani". I meriti del Joker li ho elencati più di una volta, in altri post dedicati in passato alle alterne vicende del Grifone, e persino la chiusura dell'ultimo mercato, con gli arrivi in extremis di Vargas e Borriello, uniti a due buoni prospetti come Bertolacci e soprattutto Immobile, mi aveva illuso che ci fossero i mezzi per conseguire, quantomeno, una salvezza più tranquilla rispetto a quella del maggio scorso. 
Le illusioni sono ben presto cadute: dopo la splendida e sfortunata partita contro la Juventus (dominata per sessanta minuti e poi incredibilmente persa), c'era in giro un pernicioso entusiasmo: si gioca bene, si diceva, le occasioni sgorgano in quantità, bisogna solo continuare così e i risultati di certo arriveranno. Ahimè, è un ragionamento che ho sentito fare tante, troppe volte in passato, applicato a squadre che praticavano un gioco di buona qualità, sprecavano palle gol e poi perdevano. In tutti quei casi, l'ultimo passo, quello verso la concretizzazione del buon lavoro fatto, non veniva mai compiuto: anzi, più spesso capitava di assistere a un involuzione progressiva. Prima, bel gioco e niente punti; dopo, niente più bel gioco e, in quanto a punti, sempre zero assoluto.
Non mi ha dunque affatto sorpreso che il medesimo percorso lo abbia compiuto questo scalcagnato Genoa 2012/13: il pomeriggio dell'1-3 coi bianconeri è stato solo l'eccezione alla regola di una squadra senza un'identità tattica precisa, senza un'anima che la portasse a serrare le fila, a stringere i denti, a gettare il cuore oltre l'ostacolo nei momenti di difficoltà, senza un gioco plausibile che non fosse il puntare tutto sui gol e sulla capacità di far reparto da solo dell'unico elemento di statura tecnica superiore della compagnia, ossia Borriello. 
Venuto a mancare quest'ultimo, il Genoa si è sciolto come neve al sole. Tutto è iniziato col ko con la Roma: tutti hanno capito come vanno affrontati i giallorossi di Zeman quest'anno, e infatti tutti o quasi stan facendo punti contro di loro. Non il Grifo, ovviamente, che trovato un inatteso doppio vantaggio ha lasciato campo libero a una compagine che si esalta nell'andare all'assalto di difese oltretutto fragili e mal protette. Già, perché il Genoa dell'anno scorso aveva ballato soprattutto in retroguardia, e la retroguardia è stata potenziata col solo Canini, peraltro fin qui senza infamia e senza lode, mentre per il centrocampo si è preferito puntare su stranieri la cui affidabilità a certi livelli permane tutta da dimostrare (Tozser e Anselmo in primis, ma che dire del leggerissimo, quasi inconsistente Merkel, sul quale pure si appuntavano tante speranze?). 
Così, il modesto De Canio è stato giustamente allontanato (dopo l'esonero del 2004: caro Prez, errare è umano, perseverare è diabolico...), dopodiché il Genoa ha stabilito un nuovo record: sì, perché sono veramente poche le squadre che non traggono almeno un minimo di giovamento dal cambio di panchina. E invece, voilà, arriva Delneri e, con lui, arrivano tre sconfitte di fila. Senza colpo ferire, nel senso che il Genoa non colpisce e non affonda, giochicchia improvvisando alla ricerca dello zero a zero e, inevitabilmente, finisce col beccare gol anche da squadre abbordabilissime (il Milan sull'orlo di una crisi di nervi di una settimana fa e il mediocrissimo ma pugnace Siena targato Cosmi). 
Certo, ha avuto poco tempo, il quotato mister ex centrocampista di Udinese e Foggia, per plasmare il gruppo a sua immagine e somiglianza, ma è altresì innegabile che in questi primi dieci giorni a Pegli abbia capito poco o nulla. O forse ha capito sin troppo, cioè che il Genoa affidatogli è squadra costruita senza alcuna logica tecnica e che, mancando per infortunio i pochi elementi di spessore, è votata al massacro perché svuotata di personalità, affidata a veterani sfiatati, stranieri modesti e giovani immaturi (Bertolacci e Immobile sono anche bravi, ma non possono crescere e maturare adeguatamente in un contesto di tale povertà qualitativa), senza gente che faccia da collante nello spogliatoio e che motivi il gruppo: dei rossoblù storici è rimasto il solo Marcolino Rossi, peraltro da mesi ai box per infortunio. E anche su questo punto, ossia su questa benedetta infermeria rossoblù costantemente piena e sempre per periodi di tempo eccezionalmente lunghi, qualcuno dovrà prima o poi rispondere, ma l'efficienza assoluta dello staff sanitario sembra un dogma inattaccabile, e allora andiamo avanti così, ma questa squadra deve sperare di arrivare al mercato di gennaio senza aver compiuto danni irreparabili. E poi, questo mercato di gennaio, sarà davvero la panacea di tutti i mali? E bisogna sempre arrivare a gennaio per raddrizzare situazioni che si potrebbero aggiustare già in estate con un minimo di accortezza operativa in più? 

                                           L'attaccante blucerchiato Eder

SAMPDORIA - Se la situazione del Genoa è sportivamente drammatica, quella della Samp, mi si consenta, è... tragicomica. Fin da quest'estate le grancasse mediatiche cittadine (soprattutto due, una cartacea e una televisiva) hanno fatto a gara nel magnificare le doti di una compagine destinata, a parer loro, a recitare la parte della mina vagante, fors'anche con qualche piccola ambizione di medio - alta classifica. E quando sono arrivate le tre vittorie nelle prime tre giornate, apriti cielo: qualche buontempone parlava già di "Samp terza forza del torneo". Ohibò: sfuggiva loro che la squadra era modellata sull'ossatura arrivata sesta in Serie B e arrampicatasi fino ai playoff, e poi alla promozione, con molta fortuna e col pragmatismo di un trainer, Iachini, messo poi alla porta con ben poca riconoscenza per inseguire chimere oggettivamente irraggiungibili (Benitez, suvvia...). Dimenticavano che certi acquisti (De Silvestri, Maresca) erano delle incognite per più di un motivo; dimenticavano che Ferrara, in Serie A, non è che si fosse coperto di gloria nelle sue precedenti esperienze. 
Così, quando sono arrivati i primi rovesci, la grancassa mediatica non ha alzato bandiera bianca, e ha continuato a nascondere la polvere sotto il tappeto puntando l'attenzione su veri o presunti torti arbitrali quali unici responsabili, o quasi, del trend negativo. Torti che in alcuni casi ci sono stati, ma non più pesanti di quelli di cui sono state vittime altre squadre (Catania, avete presente?) e di certo non tali da giustificare l'odierna "panolada". Negare l'evidenza della propria pochezza tecnica e di gioco, emersa in maniera lampante soprattutto contro Cagliari e Atalanta, non può portare che guai, e infatti ecco i blucerchiati mettere a segno una sequenza da record: sei sconfitte consecutive non saranno una primizia assoluta in Serie A, ma è sicuramente un "filotto" del tutto degno di nota. 
La Samp, come il Genoa, è squadra da bassifondi, con pochi picchi qualitativi (Gastaldello, Maresca, Obiang, Poli e in parte Maxi Lopez, però troppo discontinuo e nervoso), una marea di incognite e tanti elementi da piccolo cabotaggio. Forse un po' più equilibrata dei rossoblù, grazie a una guida societaria più lineare, ma in ogni caso compagine sopravvalutata, che dovrà fare un bel bagno di umiltà senza arrampicarsi sugli specchi di giustificazioni che alla lunga non reggono. 

L'INTER DI TORINO HA SALVATO IL CALCIO ITALIANO. QUANTO DURERA'?

                                                       Esultanza interista

Vincendo a Torino, l'Inter non ha solo salvato la lotta scudetto da una... morte precoce. No, nell'impresa nerazzurra in casa Juventus c'è stato di più, molto di più: le stilettate di Milito e Palacio hanno salvato la faccia, forse addirittura la vita, di tutto il movimento calcistico italiano. La sensazione è che, purtroppo, si sia trattato di un salvataggio momentaneo, perché i guasti sono troppo profondi in ogni ganglio vitale del sistema per essere aggiustati in una sola sera, ma visto l'andazzo recente non è il caso di far troppo gli schizzinosi (o choosy, come ama dire un nostro non irresistibile ministro dalla lacrima facile). 
CREDIBILITA' - Onestamente, a sette giorni di distanza dallo scandalo di Catania, uno dei punti più bassi toccati dal calcio tricolore in oltre cento anni di storia (roba che "er go' de Turone" del 1981 scade a semplice episodio da moviolone per tv private), ho tremato al pensiero di cosa sarebbe potuto accadere se anche il match scudetto, lo scontro più atteso dell'anno, la partita che avrebbe dovuto lanciare definitivamente la Juve verso il titolo e verso il record di imbattibilità, fosse stato deciso dall'ennesimo, clamoroso, solare errore arbitrale pro bianconeri (il fuorigioco di Asamoah). Intendiamoci, non che mi aspettassi chissà che: gesti di protesta clamorosi degli sconfitti, squadra ritirata dal campo, azioni legali. Nulla di tutto ciò, perché il calcio italiano, questo triste calcio italiano, è abituato ad andare avanti nascondendo sotto il tappeto tutta la sua sporcizia, metabolizzando vicende che in un consesso civile non dovrebbero mai passare in cavalleria. E però, di certo, il contraccolpo sul piano della credibilità interna e internazionale sarebbe stato enorme, qualcosa di molto simile a un colpo di grazia definitivo per le pallide ambizioni di rinascita del pallone tricolore, già preso ampiamente a pesci in faccia nelle competizioni europee per club e sempre più a disagio in quel ranking Uefa che un tempo non lontano ci vide dominatori. 
IN FUGA DAGLI STADI - Sono convinto del fatto che, dopo l'orrore del Massimino di una settimana fa, molti tifosi abbiano deciso di non mettere più piede in uno stadio. Non li biasimo: continuare a seguire con passione uno sport in cui la legge non è uguale per tutti e in cui, anzi, c'è sempre qualcuno più uguale degli altri (oggi i bianconeri, ieri altre grandi, domani chissà, non è una questione di società ma di modus operandi generale), è qualcosa che rasenta l'ottusità o, nella migliore delle ipotesi, il sadomasochismo. Ormai il velo sulle vergogne del nostro football è stato ampiamente sollevato da anni di malgoverno, di scandali, di gestione fallimentare sotto tutti i punti di vista (tecnico, finanziario, organizzativo): la favoletta che ci raccontavano fin da piccoli, quella che "i torti e i favori arbitrali a fine anno si compensano per tutti", e che qualche buontempone irrispettoso del buon senso comune continua a propinarci, oramai non se la beve più nessuno. 
Ieri sera, però, si è rischiato il corto circuito definitivo. Solo che, per una volta, Eupalla, la Dea del calcio partorita dalla penna di Gianni Brera, ha deciso di entrare in azione per salvare il salvabile, restituendo un minimo di attendibilità a una vicenda agonistica altrimenti destinata a precipitare nella finzione stile wrestling e nel caos, fra tifosi indignati, società sull'aventino, arbitri (giustamente) nell'occhio del ciclone. Perché questa volta, boutade del tipo "è vero, siamo andati in vantaggio con un gol irregolare, ma alla fine avremmo vinto lo stesso perché giochiamo meglio e siamo in più forti", i veri amanti del calcio italiano non le avrebbero accettate. Per tutto questo, benedetta sia stata la vittoria dell'Inter, al di là del peso che questa potrà avere nell'assegnazione del titolo a maggio: rimane ancora qualcosa in cui credere, a cui aggrapparsi per noi poveri fessi che ancora dedichiamo qualche ora del nostro tempo a questo sport in stato comatoso. 
ESISTE UN PROBLEMA ARBITRI ITALIANI - Cionondimeno, le questioni rimangono tutte sul tappeto: quest'estate, dopo un altro capitolo scandaloso, la Supercoppa di Pechino fra Juve e Napoli decisa dall'entrata in scena in pompa magna del direttore di gara, avevo cercato di fornire un'interpretazione della questione un po' fuori dal coro, concentrando l'attenzione non già sui bianconeri favoriti o sulla premiazione disertata dai partenopei, quanto sull'impreparazione e le manie di protagonismo di tante, troppe giacchette nere italiche. Come si è visto in questa settimana devastante per la credibilità della categoria dei fischietti, la tematica rimane più che mai all'ordine del giorno: mai come in questi ultimi tempi gli arbitri hanno assunto un'incidenza così profonda, spesso a sproposito, nel determinare l'esito definitivo delle contese. 
TRASPARENZA - Ecco, a tutto ciò si dovrebbe dire basta: pensionando chi si è dimostrato non all'altezza e ricorrendo massicciamente, come si fa in altre discipline, alla tecnologia. E magari tentando un ripescaggio delle designazioni per sorteggio. Una tale operazione avrebbe il sapore della trasparenza, e solo la trasparenza (unita ovviamente ad adeguate competenza e preparazione) può salvare il nostro calcio, perché se si insinua nel tifoso il sospetto che non si combatte ad armi pari, beh, è il principio della fine. 
Il calcio italiano è però vittima di un immobilismo che si potrebbe risolvere solo azzerando i vertici della federazione e commissariandola. Ma non mi pare sia aria e allora continuiamo così, navigando a vista, nella speranza che ogni tanto compaia un'Inter capace di essere più forte delle ingiustizie e di ripulire parzialmente e temporaneamente l'immagine compromessa del nostro sgangherato pallone, che sarà sempre meno competitivo e destinato a esibire poveri spettacoli davanti a spalti sempre più deserti, se chi lo governa continuerà a non vedere lo sfascio in cui lo sta precipitando.