Powered By Blogger
Visualizzazione post con etichetta Cabrini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cabrini. Mostra tutti i post

martedì 24 maggio 2016

VERSO EURO 2016: LA DURA VITA DEL CT. LE SCELTE AZZARDATE DI CONTE, I QUATTRO TOTEM JUVE E GLI ESTERNI DECISIVI

                                         Conte pensieroso: sarà un Europeo durissimo... 

D'accordo, quello del commissario tecnico è un mestiere ingrato, perché, come recitava il titolo di una recente fiction Rai di successo, "come fai sbagli". Tuttavia, a volte sembra che gli stessi allenatori azzurri si divertano a sfidare il comune buon senso, con decisioni all'apparenza inspiegabili. Certo, il momento è fra i più stranianti nella storia della nostra Nazionale: sta per iniziare l'avventura europea, e penso di poter dire che mai il Club Italia si era accostato a un grande evento internazionale in vesti così dimesse, e in un clima di così dilagante sfiducia; ma sta anche terminando l'avventura di Antonio Conte, primo caso conclamato di cittì "in scadenza". Quale impatto emotivo sul gruppo possa avere questo disimpegno anticipato, al momento non è dato sapersi. 
STAGE INUTILE - Nelle pre - convocazioni per Euro 2016, il nostro "quasi ex" trainer non si è mostrato particolarmente audace, e non ha neanche brillato per coerenza con certe prese di posizione passate. Il brevissimo stage dei "nuovi" organizzato la settimana scorsa si è rivelato, alla fine, come un inutile giro d'orizzonte, un premio per alcuni dei prospetti più interessanti prodotti dall'ultima Serie A, essendo servito a tirar fuori dal cilindro il solo torinista Benassi, protagonista di un campionato a tratti sontuoso, e il compagno di club Zappacosta (Rugani era nell'aria da tempo, e da settembre sarà imprescindibile), mentre sono state bocciate altre candidature piuttosto credibili. All'inizio della stagione in corso, Conte aveva dichiarato: "Se perdurano situazioni di azzurri che non giocano nei propri club, la Nazionale diventa a rischio. Questo preferisco dirlo, spiace ai giocatori e a me, ma bisogna tenerne conto: chi non gioca  nella propria squadra non può pensare di venire in Nazionale". Un modus operandi che, qui su Note d'Azzurro, ho criticato fin da tempi non sospetti: addirittura dopo il precedente Europeo, quando ancora sulla panca azzurra sedeva Prandelli, invitai il tecnico a muoversi in senso opposto, ossia a forzare la mano agli allenatori di club convocando giovani che trovavano poco spazio nelle rispettive squadre; un'utopia, sicuramente, forse una provocazione, ma mi pareva un modo plausibile per cercare di uscire dal circolo vizioso che ha portato i calciatori italiani ad avere minutaggi sempre più ridotti, in formazioni imbottite di stranieri. La posizione di Conte era tuttavia assolutamente legittima, e comprensibile dal punto di vista di un selezionatore che ha bisogno di mettere in campo giocatori rodati: alla luce di queste premesse, però, dovrebbe spiegarci la presenza, fra i trenta in pre allarme, di gente come Sirigu, Rugani, Sturaro e Zaza, ragazzi che in stagione han giocato poco o comunque hanno rivestito quasi sempre ruoli secondari, con pochi e isolati exploit. 
SCELTE INCOMPRENSIBILI - Intendiamoci, fa piacere soprattutto per i tre giovani juventini citati: ammesso e non concesso che rientrino fra i 23 definitivi, sarebbe lodevole aggregarli al gruppo per cominciare ad abituarli ai climi arroventati delle grandi disfide internazionali e trovarli più pronti quando, da settembre in poi, ci sarà da lottare disperatamente per contendere alla Spagna (no, dico, alla Spagna) un posto al Mondiale 2018. Però le premesse programmatiche erano altre: si porta Sirigu, quasi inoperoso nella stagione al Paris Saint Germain, e si lascia a casa la speranza Sportiello, che era forse preferibile a Marchetti, il quale in azzurro non ha mai dato totali garanzie di affidabilità (per poi aggregare al gruppo il friulano Meret, scelta senza alcun fondamento tecnico); si convoca Zaza, oppure l'inesistente Eder del girone di ritorno, oppure un Immobile che, pur con qualche timido accenno di ripresa, ha in fondo trapanato l'acqua anche quest'anno, e si lasciano a casa i due migliori bomber italiani espressi dalla stagione, Belotti (neanche preso in considerazione) e il devastante Pavoletti visto in maglia Genoa, rispedito in Liguria dopo i pochi giorni a Coverciano, e che, pur privo di esperienza europea, avrebbe potuto rappresentare la carta a sorpresa come lo fu, ad esempio, il Rossi del 1978 (il paragone non è sul piano della classe pura, intendiamoci). Per tacere della fiducia quasi cieca concessa a elementi ormai in riserva come Thiago Motta e Montolivo. 
SPAZIO AI FEDELISSIMI - Inutile prendersela più di tanto, è sempre stato così e così sarà sempre:  Sacchi e Trapattoni, in passato, rinunciarono a cuor leggero a Signori e a Roby Baggio (e ne pagarono lo scotto con brucianti eliminazioni, se è per quello...). Anche Conte non è sfuggito al vizietto della fedeltà oltre ogni limite: si punta cioè sui propri pretoriani, pur se reduci da mesi anonimi o poco felici, rinunciando ad avventurarsi nei territori inesplorati rappresentati dagli esponenti della nouvelle vague. Si dirà: la fedeltà al gruppo storico fu l'arma vincente di Bearzot; vero solo in parte: il Vecio, nel '78, inserì in un telaio collaudato quel paio di pedine nuove di zecca (il citato Rossi e Cabrini) che gli fecero fare il definitivo salto di qualità; viceversa, il Trap di Euro 2004 puntò su elementi sfiatati e in involuzione lasciando a casa Gilardino, all'epoca ultimo grido in fatto di centravanti, e dovette fare le valigie dopo sole tre partite. 
I NOSTRI TOTEM - Rimango comunque del parere che questo Club Italia abbia poche ma significative frecce al proprio arco, a patto che sappia ben sfruttarle. Il declino è più sul piano quantitativo che su quello qualitativo, nel senso che il bacino da cui attingere si sta sempre più restringendo, ed è un declino che riguarda solo alcuni ruoli. Dobbiamo aggrapparci alle nostre poche certezze: così, al momento risulta difficile che Conte non riproponga in azzurro il possente quartetto difensivo del quinto scudetto bianconero: Buffon - Barzagli - Bonucci - Chiellini è il totem attorno al quale tutto ruoterà; giocando a tre dietro, si potranno schierare laterali bassi piuttosto offensivi che saranno in grado di appoggiare efficacemente il lavoro degli esterni alti. 
ESTERNI CRUCIALI - Non è un caso che, diramando la lista dei convocati, sia stata introdotta la dicitura, mai usata prima, "centrocampisti ed esterni". Gli elementi di fascia, cioè, acquisiscono dignità di ruolo autonoma, senza venire inglobati in gruppi generici. E' naturale, perché i giocatori di questo tipo sono quasi l'emblema del football moderno, sempre più determinanti negli schemi offensivi delle squadre con il loro tourbillon, i movimenti senza palla, gli assist, gli inserimenti. Proprio loro, gli esterni, saranno dunque la nostra seconda àncora di salvezza: dietro, i quattro colossi targati Juve, dalla trequarti in avanti e sui lati gli elementi più dotati di talento in una rosa di caratura non eccelsa. I Candreva, gli El Shaarawy, gli Insigne, i Bernardeschi dovranno darci quel quid in più per ovviare alle limitate risorse degli uomini di punta, magari col sostegno di chi arriva da dietro, gente come Florenzi e Giaccherini, oppure il rivitalizzato De Sciglio ammirato nella finale di Coppitalia, utile nelle due fasi come potrebbe esserlo Darmian. Le nostre sorti francesi, soprattutto quelle offensive, si decideranno in queste zone del campo, e sono legate a questi uomini.

domenica 23 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: ITALIA CANTIERE APERTO, BRASILE BUONO MA NON ECCELSO

                                      Fred segna di potenza il terzo gol brasiliano

Il secondo tempo di Brasile - Italia ha confermato un dato che dovrebbe essere lapalissiano per chi mastica calcio da anni, e che però molti addetti ai lavori, anche referenziati, tendono a dimenticare quando sono chiamati ad analizzare prestazioni di squadre e singoli, lasciandosi travolgere dall'impressione dell'ultimo momento: la condizione fisica è talmente vitale, nel football d'oggidì, da poter letteralmente trasfigurare il volto di un team, a seconda che essa manchi o meno. Quella di Prandelli non è (ancora) una grande Nazionale; è però una buonissima Nazionale, eppure in almeno tre delle sue più recenti uscite (Repubblica Ceca, Haiti, Giappone) è parsa un'accozzaglia di elementi men che mediocri, una rappresentativa di seconda fascia europea o forse peggio: palleggio approssimativo, errori elementari di tocco, passaggi sbagliati, idee di gioco latitanti, mobilità nulla e smagliature tattiche in ogni zona del campo. Ma si vedeva lontano un miglio che era una squadra sulle gambe, in riserva di energie; nella mezz'ora finale del match di ieri a Salvador de Bahia,  recuperata come d'incanto un minimo di brillantezza atletica, ecco i nostri prodi riavvicinarsi al livello cui ci avevano abituati negli ultimi tre anni, ecco di nuovo quella voglia di fare gioco, di spingere, di prendere l'iniziativa, di cercare il gol (trovandolo anche, e non è cosa da poco). 
BRASILE PIU' FORTE, MA NON DI MOLTO... - Così, per un terzo di partita e contro l'avversario più difficile fra quelli fin qui incontrati, si è vista la migliore Italia di questa sua Confederations Cup ad handicap. Non è stata sufficiente, per tutta una serie di motivi, che vedremo di analizzare brevemente. Innanzitutto, il Brasile attuale è più forte dei nostri: non di molto, attenzione, ma lo stretto necessario per prevalere in un confronto giocato, oltretutto, sul terreno amico. La Seleçao in versione 2013 è una compagine collaudata, con un progetto tecnico già sufficientemente delineato pur se, diciamola tutta, non trascendentale. Come scritto nel mio precedente post, è una formazione "europea" ma nel senso deteriore del termine, perché ha una manovra fin troppo scarna, fondata su una difesa solida ma capace anche di far ripartire l'azione (soprattutto in David Luiz), su un centrocampo a corto di inventiva autenticamente brasiliana e su una trequarti - prima linea in cui ci si affida in gran parte alle luminarie di un Neymar che, peraltro, mostra ancora una certa fragilità caratteriale (leggasi falli in serie) quando, come ieri, si trova a doversi confrontare con difensori un po' più ruvidi di quelli con cui, evidentemente, ha avuto a che fare fino ad oggi nel campionato locale. 
CANTIERE AZZURRO - E' però bastato questo Brasile, buono ma non eccelso, per avere la meglio sull'Italia. Italia che, a differenza del gruppo di  Scolari, in questo 2013 si trova ad essere un cantiere aperto. La squadra che ci ha condotti quasi sul tetto d'Europa è ben lungi dall'aver esaurito il suo ciclo, ma, lo ribadiamo, ha bisogno di alcuni innesti rivitalizzanti, di forze fresche; e ha sopratutto necessità di sposare un'idea tattica chiara e definitiva, a cui ancorarsi  e sulla quale fare eventualmente variazioni sul tema a seconda delle situazioni e degli avversari. Per questa avventura in Sudamerica, Prandelli ha deciso di sperimentare la formula a un'unica punta che continua a lasciarmi perplesso, e i motivi li ho ampiamente illustrati nei miei precedenti interventi. Avere il solo Balotelli davanti, per quanto in efficienza sia il buon Mario, mortifica e limita la vocazione offensiva di una Nazionale nata, lo si è detto, per praticare gioco d'iniziativa e non per speculare. 
GIACCHERINI NON BASTA - Tale modulo, per rendere al massimo, necessiterebbe di una batteria di incursori fra le linee brillanti, continui, dall'altissimo rendimento, ciò che in questa Confederations non si è visto, con la sola, sorprendente e luminosa eccezione di un indiavolato Giaccherini, verso il quale non ho mai nascosto le mie perplessità e sul quale ora non ho alcun problema a ricredermi: se si dovesse giudicare solo sulla base di questo torneo, lo juventino avrebbe un posto assicurato per Brasile 2014, in realtà sarà decisiva la prossima stagione di club; l'impressione è, tuttavia, che si tratti di uno di quegli elementi mai troppo tollerati da critica e tifosi e però ritenuti fondamentali dal cittì di turno, penso al Giampiero Marini di Bearzot, come esempio fra i più eclatanti. Tornando al modulo, si è visto ieri sera che, se la squadra non è mentalmente, fisicamente e tatticamente pronta a sostenerlo in pieno, rischia di crearsi l'effetto "coperta corta", anche nei momenti in cui il complesso riesce a esprimersi su buoni livelli dalla trequarti in su: con buona parte degli azzurri furiosamente protesi alla ricerca del pareggio, infatti, il Brasile è potuto andare a nozze negli spazi larghi, come la più banale delle squadre contropiediste, e chiudere il match con uno scarto di gol che, francamente, non meritava. 
CENTROCAMPO A CORTO DI ALTERNATIVE - Fragilità, ecco: è la sensazione che ha fornito la nostra rappresentativa, e le motivazioni sono tutte racchiuse nei ragionamenti sopra esposti. Identità tattica non ancora definita, forma fisica tutt'altro che eccezionale pur se in leggera crescita, e soprattutto necessità di nomi nuovi: se si concedono così tante chances agli avversari, e una così alta percentuale di realizzazione, non è solo colpa della difesa (che, comunque, non può assolutamente prescindere dal miglior Barzagli): il centrocampo senza De Rossi e Pirlo scade enormemente di tono, sia in fase di filtro che di impostazione, nella capacità di rallentare il gioco come in quella di renderlo più rapido e di verticalizzare; e, accertato che soprattutto il bianconero non è eterno, mai come ieri si è avvertita la mancanza di alternative valide per la nostra cerniera centrale, alcune delle quali sono peraltro state dirottate in Israele per un torneo che non ha aggiunto nulla alla loro caratura internazionale, ma è un discorso già fatto... 
DE SCIGLIO SUPER, BUFFON... MENO - Scendendo nel dettaglio delle prestazioni dei singoli, si è rivisto il De Sciglio a tratti debordante della gara d'esordio, che mi aveva indotto al paragone col Cabrini debuttante ad Argentina '78, di cui non mi pento: un De Sciglio sempre disponibile alla discesa e alla percussione, ma stavolta enormemente attento in fase difensiva, quasi senza sbavature. Buone cose, sul piano del coraggio e dell'intraprendenza, ha mostrato Candreva, e si è mosso bene El Shaarawy nello scarso minutaggio avuto a disposizione. Fra i bocciati, piazzerei l'inconsistente Aquilani, al di là di una dignitosa opera di contenimento, un Diamanti dal quale ci si aspetterebbero ben altre iniziative per vivacizzare la prima linea, e, ebbene sì, un Buffon tutt'altro che esente da colpe sul secondo e sul quarto gol brasiliani. Anche in questo caso, come per la défaillance... messicana di Barzagli, tenderei a non drammatizzare e a non urlare al declino incipiente del portierone, che ha disputato una stagione azzurra pressoché perfetta, togliendoci in più di un'occasione (a Malta, a Praga e mercoledì scorso col Giappone, per fare tre esempi) le castagne dal fuoco. Una serata storta può capitare a tutti. 

lunedì 17 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: L'ITALIA IMPERFETTA DI BALOTELLI E LA SPAGNA A NOZZE CONTRO IL FANTASMA DELL'URUGUAY

                                                 Balotelli: in gol col Messico

Un'Italia imperfetta come il suo alfiere, quel Balotelli che segna, di classe e di potenza, il gol della vittoria sul Messico e poi non trova di meglio che beccarsi l'ennesima ammonizione gratuita per la solita, inutile, esultanza a petto nudo. Un'Italia imperfetta e però capace di andare oltre i propri limiti e di trarre il massimo dai propri attuali punti di forza. Una squadra matura e cinica, dunque, base di partenza essenziale per compiere il non facile tragitto da "buona compagine" a "grande compagine". L'importante era "scollinare" questo primo impegno in Confederations: e ciò che conta, nelle gare di esordio di questi tornei a media e lunga gittata, non è tanto il giocar bene, quanto fare risultato (possibilmente pieno) e lasciare intravedere segnali incoraggianti in vista del prosieguo del cammino. 
GRAN LAVORO NEL MEZZO - Bene, è quanto accaduto ieri: aspettarsi una Nazionale scintillante e in palla dopo le strascicate prestazioni con cechi e haitiani era utopia, ma il salto di qualità c'è stato, eccome. Per un tempo si è vista un'Italia dinamica, propositiva, aggressiva. Impressionante, in particolare, la mole di lavoro svolta dal centrocampo: se De Rossi si è limitato a una prestazione di puro sacrificio, facendo diga davanti alla difesa e centellinando gli sganciamenti, Pirlo e Montolivo hanno lavorato un'infinità di palloni, quasi sempre con profitto, e Giaccherini ha sfoderato la sua miglior prova in azzurro, con una serie di devastanti inserimenti che, benché non sempre accompagnati dalla necessaria lucidità, hanno comunque fatto più volte saltare il dispositivo difensivo messicano. Nella zona nevralgica, il solo Marchisio è apparso sottotono, confermando di attraversare un delicato momento atletico: più in generale, in Nazionale raramente si è visto il Marchisio che ha fatto le fortune della Juve negli ultimi anni, il centrocampista tutto sostanza e mortifero nei sui blitz in prima linea, eppure l'innovativa formula adottata ieri da Prandelli ben si sarebbe prestata a sciogliere le briglie alle fregole offensive del bianconero.
ATTACCO A UNA PUNTA: SE C'E' MARIO... - Uno schema, quello dell'unico attaccante sostenuto da una batteria di incursori, che può rivelarsi pienamente funzionale solo a due condizioni: che gli incursori siano fisicamente brillanti e continui nella loro azione, e che la punta unica sia... Balotelli. Già, perché solo un uomo con la classe, la straripanza atletica, la visione di gioco e la varietà di soluzioni offensive di Supermario può reggere il peso di un modulo tattico che, in prima linea, dipende soprattutto da lui, dal suo stato di forma, dai suoi movimenti, dalle sue intuizioni. Altrimenti, credo rimanga sempre preferibile il format a due punte che tante soddisfazioni ha portato all'Italia prandelliana  in questi primi tre anni, sia sul piano dei risultati sia su quello della qualità della manovra. 
DE SCIGLIO COME IL CABRINI ARGENTINO - Tornando all'esordio del Maracanà, si è visto, ed eravamo stati facili profeti, un De Sciglio a tratti incontenibile, attento (e a volte fin troppo disinvolto...) in copertura, puntuale negli sganciamenti, ficcante nelle discese: una gara che, per certi versi, ha ricordato gli entusiasmanti primi vagiti azzurri di un suo illustre predecessore, il Cabrini di Argentina '78, buttato nella mischia all'ultimo momento e subito decisivo per rendere più fresco e imprevedibile il gioco della Nazionale di Bearzot. La promozione (credo definitiva, a rigor di logica) del giovanissimo milanista ha riportato al centro Chiellini, e i risultati si sono visti: lo juventino si è espresso su livelli che, con la maglia della rappresentativa, da tempo non toccava, quasi sempre puntuale nelle chiusure e negli anticipi, ruvido il giusto, punto fermo di una retroguardia che ha invece conosciuto l'imprevedibile giornata nera di Barzagli, responsabile numero uno del penalty che ha portato al momentaneo pari messicano di Chicharito Hernandez. I latini dicevano "Semel in anno, licet insanire": il toscano ha disputato, in bianconero e in azzurro, una stagione monstre, praticamente priva di sbavature, si è trattato del primo svarione dopo mesi e mesi, credo sia giusto perdonarglielo, nella quasi assoluta sicurezza che la cosa non si ripeterà. 
PIRLO NEL TEMPIO DEL CALCIO - Chiusura per Pirlo: è proprio vero che i fuoriclasse trovano motivazioni supplementari quando sono chiamati a esibirsi su palcoscenici di primo piano. Lo si è detto in un recente post, il nuovo Maracanà ha perso il fascino dello storico "stadio dei 200mila", ma rimane pur sempre, seppur "snaturato", uno dei templi del football mondiale. Abbiamo visto dunque Andrea calarsi nell'impegno col piglio del leader, sciorinare palleggi d'alta scuola, tessere calibratissime trame offensive e, soprattutto, scatenarsi in un florilegio di tiri, su azione e  da fermo. Il primo di questi, una delle sue punizioni a effetto, giunto mentre il pubblico brasiliano ne invocava a gran voce il nome, quasi a pregustarne la prodezza, ha fruttato la rete dell'uno a zero. Pirlo, fra un anno al Mondiale, sarà trentacinquenne: è vero che i tempi sono cambiati, che la... vita media del calciatore si è allungata, ma tremano i polsi al solo pensiero che questo genio del calcio possa cominciare il proprio declino nel momento meno propizio. Lo so, può sembrare fuori luogo e antipatico fare questi ragionamenti dopo aver assistito a una prestazione come quella di ieri sera, ma è un timore che è giusto avere, soprattutto se un progetto importante e complesso come quello di Brasile 2014 vede proprio in Pirlo uno degli uomini cardine, elemento imprescindibile per la buona riuscita della spedizione. 
SPAGNA: FU VERA GLORIA? - Ci sarà modo di tornare sull'argomento. Di certo, e torniamo al punto di partenza, Andrea ha rappresentato la perfezione in un'Italia, lo si è detto, imperfetta. Un'Italia il cui successo non deve indurre a troppo ottimistici vaticini (da mettere in conto anche la forma del tutto precaria di un Messico fiaccato da una serie di recenti impegni a distanza ravvicinata), ma che consentirà di certo di lavorare con maggiore serenità. Certo, vista la Spagna schienare nottetempo l'Uruguay, la distanza dagli iberici rimane ancora notevole. 
Nulla di nuovo dalle parti delle Furie Rosse: la solita ragnatela straniante e stordente gli avversari (e, debbo dirlo, a volte anche il pubblico, specie a quell'ora tarda...), ma anche una qualità tecnica sopraffina, un tocco di palla e una precisione nei passaggi che rimarranno nella leggenda di questo sport. Sussiste qualche dubbio: un Uruguay troppo brutto per essere vero, talmente brutto che non meritava nemmeno il gol della bandiera, trovato nel finale da Suarez con una deliziosa punizione. La Nazionale quarta nel mondo nel 2010 e campione del Sudamerica in carica non si è vista, in quel di Recife: il dubbio, dicevo, è dunque che molte squadre giochino contro la Spagna partendo già mentalmente battute, e assumendo atteggiamenti consequenziali sul piano tattico e agonistico, perché sulla superiorità iberica siamo d'accordo, ma la differenza fra i due team non è così abissale come visto nei novanta minuti di ieri. L'Italia di Prandelli, per dire, un anno fa all'esordio Europeo affrontò i supercampioni  con ben altro piglio, e i risultati alla fine si videro. Anche per Iniesta e compagnia, insomma, prima di trarre conclusioni sulla loro permanente invincibilità sarà il caso di aspettare altri più probanti test: se ne riparlerà in semifinale, visto che i prossimi ostacoli si chiamano, con tutto il rispetto, Tahiti e Nigeria.