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martedì 5 giugno 2018

CLUB ITALIA: I SETTE PUNTI SU CUI LAVORARE DA SETTEMBRE E I FUTURI AZZURRABILI


Siamo ancora alla fase del "cantiere aperto". Per cui, al momento, tentare dotte analisi tecnico - tattiche sulla nuova Italia di Mancini risulterebbe esercizio puramente accademico. Tre partite giocate in una settimana, con pochissimi giorni di lavoro alle spalle: così, da San Gallo a Torino passando per Nizza, si è visto di tutto e di più, indicazioni contraddittorie, prestazioni singole incoraggianti e altre un po' meno, sprazzi di buon gioco e altri (ma pochi, onestamente) che ci hanno riportato alla mente gli ultimi, tristi mesi della gestione Ventura. Tutto normale. Ricostruire una squadra nazionale quasi da zero, dopo un fallimento tremendo come quello dell'autunno scorso, non è cosa che si possa portare a compimento in tempi ristretti.
IL PRECEDENTE DEL '74 - Torno a fare, come nel precedente post, l'esempio della rifondazione post Monaco '74: il CT Fulvio Bernardini, prima da solo e poi assieme a Bearzot, impiegò più di due anni per trovare una minima quadratura del cerchio, per dare caratura internazionale ai tanti giovani che in quella metà dei Seventies stavano emergendo, da Gentile a Scirea, da Antognoni a Graziani, da Tardelli a Bettega, fino allo sfortunatissimo Rocca. Giovani che all'epoca avevano ampio spazio per giocare e fare esperienza, in una Serie A a frontiere chiuse e con le rose dei club totalmente italiane (a parte gli ultimi scampoli di carriera di Clerici e di Altafini, quest'ultimo in realtà brasiliano "oriundo" italiano, tanto da aver giocato con la nostra selezione il Mondiale cileno del 1962).
Oggi non è più così e, dunque, ci vuole tanta pazienza, ma, se vogliamo dar credito ai corsi e ricorsi storici, la recente sconfitta con la Francia somiglia tanto a quella che proprio la giovane Italia del grande "Fuffo" rimediò a Rotterdam con l'Olanda di Cruijff, in una delle prime uscite dopo la delusione al Mondiale tedesco: stesso punteggio (1-3) e stesso confronto improponibile, perché quell'Italia era a distanza siderale dalla splendida Arancia meccanica, così come questa, allo stato attuale, non può competere con i rampanti transalpini che puntano dritti al titolo iridato. Vediamo ora per sommi capi alcuni spunti offerti da questa settimana azzurra.
1) Sto diventando noioso, me ne rendo conto, ma non posso che ripetermi: questa Italia in fasce non può assolutamente prescindere, al momento, da Balotelli. L'unico della batteria d'attacco a non avere le polveri bagnate, uno dei pochi a giocare sempre "in verticale", a cercare la conclusione non appena ne trova la possibilità, peccando a volte anche di egoismo, giustificabile (per ora...) con la fame di gol nata dai quattro anni di assenza in rappresentativa. Oltre a questo, c'è anche il lavoro sporco fatto per per la squadra, la capacità di far reparto da solo che già c'era nel primo Supermario ma che ora appare ulteriormente affinata.
2) Altro elemento da cui è impossibile prescindere in fase propositiva è Federico Chiesa. Lo si era già intuito dai tempi dell'acuto di Wembley a marzo, la sera del pari conquistato in rimonta dalla squadra provvisoriamente affidata a Di Biagio (fu lui a procurare il rigore dell'1-1). Il figlio d'arte, come Balo, ha sempre il portiere avversario nel mirino, punta la rete con avanzate in velocità che portano scompiglio e creano varchi e opportunità anche per i compagni: la dinamica del gol di Zaza a Torino, con fuga sulla destra del fiorentino e cross al centro, è lampante, in tal senso. Gli manca ancora un po' di precisione al tiro, ma non ci sono dubbi che arriverà, una volta che tutto il meccanismo di squadra sarà andato a punto. 
3) A proposito di precisione nei sedici metri finali: è questa una delle più grosse lacune della Nazionale convalescente. Una squadra che crea, a volte lo fa anche con belle manovre in velocità e in punta di tecnica, ma che continua a sprecare troppo, pure in questa versione parzialmente rivitalizzata. Ieri sera, contro l'Olanda, il primo tempo poteva concludersi con un vantaggio persino insperato, ma Belotti (una volta) e Verdi (due) hanno mancato occasioni clamorose, mentre Criscito, di testa su angolo, si è visto respingere il pallone sulla linea di porta. Il gol è paradossalmente arrivato nella ripresa, quando sono stati i tulipani a mostrarsi più brillanti, cogliendo in extremis un pareggio non scandaloso. Al di là del livello qualitativo della rosa che Mancini sta allestendo, secondo me tutt'altro che malvagio, ciò che in questo momento ci tiene lontani da una accettabile competitività internazionale è proprio la mancanza di killer instinct, quello che consente alle grandi squadre di vincere anche in giornate di scarsa vena. 
4) L'apporto di Insigne al gioco azzurro continua ad essere sostanzialmente impalpabile. Poche luci e molte ombre anche ieri sera, pur se il tocco all'indietro per Verdi, sprecato poi dal bolognese con una conclusione alta, rimane una delle cose più pregevoli del match. Ma da uno come lui, iradiddio nel Napoli "sarriano", ci si aspetta molto di più. Avrà altre chances, perché rimane una delle pedine più talentuose dello scacchiere calcistico tricolore, ma si deve dare una mossa. 
5) Il decollo di questa Italia post disastro non potrà essere completo se non si risolverà l'enigma del centrocampo: Jorginho, sul quale il cittì ha puntato forte in questa prima fase, è sempre presente nel vivo del gioco ma non riesce a costruire azioni con apprezzabile continuità. Urge recuperare Verratti, insistere su Pellegrini, Mandragora e Baselli, provare anche l'indemoniato Benassi ammirato in quest'ultimo campionato, nonché il Barella impostosi come il centrocampista più efficace e completo dell'ultima leva, mentre sulla trequarti Cristante, pur non sempre preciso, ha mostrato a sprazzi quelle doti di "vivacizzatore" offensivo che ne hanno fatto un perno dell'Atalanta gasperiniana. La possibilità di scelta, come visto, non manca a Bobby Gol: a lui trovare il mix giusto. 
6) Prima Sirigu e poi Perin, nei novanta minuti avuti rispettivamente a disposizione contro Francia e Olanda, hanno ben figurato più di quanto sia riuscito a fare Donnarumma in tutte le sue uscite in azzurro. Nessun accanimento verso il giovanissimo milanista, ma al momento le cose stanno così: al di sotto della patina di visibilità mediatica, ci sono alternative più affidabili. Il rilievo vale in particolare per l'ormai ex genoano e neo juventino, che per età ha ancora margini di miglioramento e una carriera potenzialmente lunga davanti, e nel frattempo ha mostrato doti di reattività, coraggio e colpo d'occhio che lo rendono, parere mio, il più credibile aspirante alla maglia di "goleiro". 
7) Il ripescaggio di Criscito è andato a buon fine: nonostante la sbavatura nel finale di gara a San Gallo (senza conseguenze), nonostante l'espulsione esagerata di Torino, ha messo in mostra le qualità già note: buon rendimento difensivo, ottima propensione alla spinta e alla ricerca del gol. Un recupero fondamentale, dopo i sei anni di vuoto azzurro interrotti solo da due fugaci apparizioni a cavallo fra 2013 e 2014. Sarà una delle chiocce di questa delicata fase di incubazione, assieme a Bonucci. Intoccabile, anche perché le alternative sul suo versante, purtroppo, latitano: D'Ambrosio non pare da Nazionale, De Sciglio deve ritrovare le misure mostrate fino a Euro 2016, si potrebbe provare con Masina e Barreca. 
NATIONS LEAGUE -  Ieri sera allo Stadium si sono affrontate due selezioni malate, ma non moribonde. Già nelle versioni provvisorie messe in campo in questa amichevole, Italia e Olanda hanno mostrato di avere uomini, idee e carattere per risalire la china. Per loro la nuova Nations League potrebbe essere più che altro un apprendistato da vivere con pazienza e senza isterismi legati a eventuali insuccessi, visti i due gironi terribili in cui sono state inserite (Portogallo e Polonia per noi, Germania e Francia per gli arancioni), ma la voglia di riscatto e la qualità dei due trainer (il nostro Mancio e Ronald Koeman: i due rivali di Wembley '92...) potrebbero riservare qualche sorpresa.
SI RIPARTE DA LORO? - Il bacino da cui può pescare Mancini è ristretto, ma offre, credo, più alternative di quelle che si presentarono ad Antonio Conte e a Ventura. Ecco uno sguardo d'insieme sugli azzurrabili del momento e in prospettiva.
PORTIERI: Perin, Sirigu, Donnarumma, Meret. DIFENSORI DI FASCIA E CENTRALI: Zappacosta, Andrea Conti, Calabria, Darmian, Bonucci, Rugani, Caldara, Romagnoli, Criscito, De Sciglio, Barreca, Masina, Emerson. CENTROCAMPISTI E TREQUARTISTI: Verratti, Pellegrini, Barella, Jorginho, Mandragora, Benassi, Florenzi, Gagliardini, Baselli, Cristante, Insigne, El Shaarawy, Bernardeschi, Bonaventura, Berardi. ATTACCANTI: Balotelli, Chiesa, Cutrone, Belotti, Immobile, Zaza, Verdi.
Dopodiché, sicuramente il neo coach saprà tenere gli occhi bene aperti sull'Under 21 e su altre novità che il campionato gli prospetterà. Alcuni nomi "futuribili": Audero, Capradossi, Pezzella, Mancini, Biraschi, Bonifazi, Di Marco, Romagna, Sensi, Murgia, Cerri, Edera, Parigini, Orsolini, Favilli, Vido. Se son rose...

venerdì 17 giugno 2016

EURO 2016: ITALIA BRUTTA, VINCENTE E QUALIFICATA. CON LA SVEZIA ABBIAMO SOFFERTO PERCHE'...


Nulla di sorprendente, nei mille stenti attraverso cui è passata un'Italia imbolsita per venire a capo della Svezia e conquistare un'anticipata qualificazione agli ottavi di finale, risultato impensabile fino a una settimana fa e anche meno. No, non è stata la "sindrome da seconda partita" che avevo paventato nel mio precedente post, e che è stata infine esorcizzata: certo, in alcuni momenti del primo tempo qualche timore di un terribile deja vu si è manifestato, visto che i nostri prodi parevano in difficoltà anche sul piano fisico (quasi sempre secondi sul pallone, scarsamente mobili, lenti a smarcarsi), ma va detto che non si sono raggiunti gli abissi di non gioco di due anni fa contro Costarica e Uruguay, che peraltro ritengo difficilmente eguagliabili anche da rappresentative italiane meno valide di quella attuale. 
QUELLE SQUADRE CHE PROPRIO NON DIGERIAMO... - Altri fattori hanno inciso sulla assoluta mediocrità della prestazione, solo in parte riscattata da un avvio di ripresa promettente e dal finale arrembante. In primis, la Svezia appartiene a quella categoria di squadre che, da sempre, la nostra Nazionale soffre: Bulgaria, Norvegia, Repubblica Ceca, solo per pensare a selezioni affrontate in anni recenti. Squadre, cioè, senza grossi picchi di classe (fra i nordici di questo Euro 2016 c'è giusto Ibrahimovic, che peraltro è stato disinnescato quasi senza colpo ferire, e pochissimo altro), ma solide, organizzate, tatticamente accorte e atleticamente sempre svettanti, tese più a distruggere e a coprirsi che ad aggredire. Rivali ispidi che ci mettevano in difficoltà già quando eravamo ricchi di risorse tecniche, figuriamoci in questa fase di involuzione del prodotto calcistico nostrano: senza stelle in grado di dominare là dove nasce la manovra, senza elementi di grande fantasia capaci di saltare l'uomo e scardinare il dispositivo difensivo avversario, e per di più senza la brillantezza e l'ordine sciorinati contro il Belgio, abbiam finito persino per lasciare agli svedesi l'iniziativa. Data la loro evidente modestia, non hanno saputo approfittare di questo regalo, finendo più o meno sistematicamente nelle maglie della nostra terza linea. Che però aveva un Bonucci maggiormente sulle sue rispetto alla straripante versione di Lione, mai sul pezzo quando si trattava di ribaltare con rapidità e precisione il fronte del gioco, e men che meno sapevano farlo i suoi compagni che operavano nella zona nevralgica, dove Giaccherini correva a vuoto e De Rossi non riusciva ad andare oltre un lavoro di interdizione. 
MURAGLIA GIALLA SCARDINATA DA UN SOLISTA - Le poche volte che trovavamo la qualità di palleggio per spingerci in zona di potenziale pericolo, la nostra carenza di inventiva ci portava a impantanarci in una muraglia gialla, con spazi intasati all'inverosimile, con passaggi che non potevano arrivare a destinazione, se non sporadicamente. Ripeto, un tipo di partita che ho visto e rivisto più volte, grosso modo uguale, soprattutto nei vari bienni, nelle gare di qualificazione europea e mondiale; incontri in cui chi ha il... coltello del talento dalla parte del manico deve approfittare delle poche occasioni e dei pochi momenti in cui riesce a esprimersi al meglio; e se non lo fa, come non l'ha fatto l'Italia di Tolosa, deve sperare in un'alzata di ingegno di uno dei suoi uomini più dotati. Così è accaduto, con Eder che, sfruttando la puntuale torre di Zaza, si è letteralmente inventato dal nulla un ubriacante assolo da numero dieci vecchia maniera, chiuso con un destro chirurgico. 
BRUTTI MA GIUSTAMENTE VINCENTI - Poco prima, Parolo aveva scosso la traversa di testa, e poco dopo Candreva, in uno dei suoi numerosi affondo sulla destra, aveva chiamato Isaksson a una difficile respinta, ignorando a centro area il liberissimo Sturaro; altre occasioni propizie erano rimaste a livello di pia intenzione, sbagliando l'ultimo passaggio o difettando in velocità di esecuzione o di lettura dell'azione, ma gli spiccioli di cronaca prima elencati bastano a evidenziare come il successo azzurro, per quanto bruttarello assai, sia nella sostanza meritato. La Svezia, come detto, è stata tutto fumo e niente arrosto: l'occasione migliore, a metà ripresa, l'ha avuta... in fuorigioco, con Ibra che ha mancato un gol a porta vuota su lungo traversone da sinistra, e nel primo tempo lo stesso fuoriclasse (per me un po' sopravvalutato, ma son pareri personali) ha sfiorato l'incornata vincente contrato all'ultimo da Chiellini; aggiungiamo una pericolosa mischia a fine gara, ben oltre i tre minuti di recupero segnalati dall'arbitro, con Granqvist che ha reclamato un inesistente rigore, e per il resto, da parte dei poveri eredi di Liedholm e Nordahl, solo uno sterile possesso palla e tentativi offensivi del tutto velleitari. 
I POCHI DA SALVARE E I TANTI DA BOCCIARE - Vittoria che ci sta, dunque. Questa Italia non è una grande squadra, e quindi difficilmente avrebbe potuto ripetere la super prestazione dell'esordio, a maggior ragione per le oggettive difficoltà prima esposte, mentre è più facile che, in condizioni di particolare concentrazione e freschezza, possa fare il botto contro formazioni chiaramente superiori. Da salvare la tenuta stagna di una retroguardia che ha sofferto il giusto, la discreta vivacità di Giaccherini e Candreva (ma quest'ultimo ancora troppo discontinuo, dovrebbe essere un martello sulla sua fascia), l'intensità di un Florenzi però spesso confusionario, e l'acuto di Eder, che ha fiutato con l'istinto del campione il momento più propizio per scrollarsi di dosso le ruggini di sei mesi di buio interista. Il resto è stato una delusione totale, dal Bonucci che ha tradito i suoi compiti di primo costruttore del gioco, alla mancanza di gente capace di produrre idee efficaci  nel mezzo (ma rinunciare in un colpo solo a Verratti e Marchisio e riuscire a fare sei punti in due gare è quasi un miracolo), dall'inconsistenza offensiva di Pellè e del subentrato Zaza (ottimo assist gol, ma nient'altro di rilevante) alla conferma della scarsa utilità di Motta, che quando è entrato non ha portato alcun contributo ed ha anzi incontrato grosse difficoltà al cospetto dei giganti svedesi.

                 Ibra perplesso: ancora una volta ai margini in una grande competizione per Nazionali

CON L'EIRE TURN OVER MASSICCIO - Qualcosa da cambiare c'è, senza dubbio, e il terzo match con l'Eire (ma perché nessuno la chiama più così?) offrirà l'opportunità di fare un saggio turn over. Credo sia necessario sperimentare almeno quattro - cinque nuovi titolari e dare fiato ad almeno uno dei due difensori titolari gravati da diffida (direi Bonucci, molto più importante per l'economia complessiva del gioco rispetto a un Chiellini che comunque, lo ribadisco, mi pare più pulito e meno ruvido del solito nei suoi interventi). Da provare a tempo pieno Zaza, i fantasisti - velocisti Insigne ed El Shaarawy, uno Sturaro che potrebbe portare nuovo fiato e nuove intuizioni a un centrocampo che ha bisogno di trovare geometrie e soluzioni in fase di costruzione e di spinta, magari anche con l'accentramento di Florenzi. 
SCHERZI DEL TABELLONE PRE CONFEZIONATO - Insomma, visto che in ogni caso andrà meglio rispetto al tonfo brasiliano, tanto vale cercare di allargare il mazzo di alternative per giocarci tutte le carte possibili in un Euro 2016 fin qui equilibrato ma anche di scarso appeal spettacolare, un torneo in cui hanno tradito quasi tutte le grandi, basti vedere le seconde performance di una Francia opaca, incostante, prevedibile e priva di idee che si è fatta irretire dalla non irresistibile Albania, e di una Germania stranamente depotenziata dalla trequarti in su, con Muller che sembra il parente povero del fuoriclasse ammirato negli ultimi due Mondiali. Poi, certo, in queste manifestazioni hanno un grosso peso anche i tabelloni preconfezionati in fase di sorteggio dicembrino: il nostro girone e quello del Portogallo sono gli unici i cui vincitori dovranno affrontare, nel turno successivo, una seconda classificata, e a noi, se ci aggiudicassimo il gruppo E, toccherebbe una fra Spagna, Croazia e, meno probabilmente, Rep. Ceca o Turchia. Ma non siamo nelle condizioni di fare calcoli, (e comunque raramente ne abbiamo fatti in queste competizioni,  checché se ne dica, verificare per credere), e quindi prendiamoci tutto ciò che arriva. 

martedì 24 maggio 2016

VERSO EURO 2016: LA DURA VITA DEL CT. LE SCELTE AZZARDATE DI CONTE, I QUATTRO TOTEM JUVE E GLI ESTERNI DECISIVI

                                         Conte pensieroso: sarà un Europeo durissimo... 

D'accordo, quello del commissario tecnico è un mestiere ingrato, perché, come recitava il titolo di una recente fiction Rai di successo, "come fai sbagli". Tuttavia, a volte sembra che gli stessi allenatori azzurri si divertano a sfidare il comune buon senso, con decisioni all'apparenza inspiegabili. Certo, il momento è fra i più stranianti nella storia della nostra Nazionale: sta per iniziare l'avventura europea, e penso di poter dire che mai il Club Italia si era accostato a un grande evento internazionale in vesti così dimesse, e in un clima di così dilagante sfiducia; ma sta anche terminando l'avventura di Antonio Conte, primo caso conclamato di cittì "in scadenza". Quale impatto emotivo sul gruppo possa avere questo disimpegno anticipato, al momento non è dato sapersi. 
STAGE INUTILE - Nelle pre - convocazioni per Euro 2016, il nostro "quasi ex" trainer non si è mostrato particolarmente audace, e non ha neanche brillato per coerenza con certe prese di posizione passate. Il brevissimo stage dei "nuovi" organizzato la settimana scorsa si è rivelato, alla fine, come un inutile giro d'orizzonte, un premio per alcuni dei prospetti più interessanti prodotti dall'ultima Serie A, essendo servito a tirar fuori dal cilindro il solo torinista Benassi, protagonista di un campionato a tratti sontuoso, e il compagno di club Zappacosta (Rugani era nell'aria da tempo, e da settembre sarà imprescindibile), mentre sono state bocciate altre candidature piuttosto credibili. All'inizio della stagione in corso, Conte aveva dichiarato: "Se perdurano situazioni di azzurri che non giocano nei propri club, la Nazionale diventa a rischio. Questo preferisco dirlo, spiace ai giocatori e a me, ma bisogna tenerne conto: chi non gioca  nella propria squadra non può pensare di venire in Nazionale". Un modus operandi che, qui su Note d'Azzurro, ho criticato fin da tempi non sospetti: addirittura dopo il precedente Europeo, quando ancora sulla panca azzurra sedeva Prandelli, invitai il tecnico a muoversi in senso opposto, ossia a forzare la mano agli allenatori di club convocando giovani che trovavano poco spazio nelle rispettive squadre; un'utopia, sicuramente, forse una provocazione, ma mi pareva un modo plausibile per cercare di uscire dal circolo vizioso che ha portato i calciatori italiani ad avere minutaggi sempre più ridotti, in formazioni imbottite di stranieri. La posizione di Conte era tuttavia assolutamente legittima, e comprensibile dal punto di vista di un selezionatore che ha bisogno di mettere in campo giocatori rodati: alla luce di queste premesse, però, dovrebbe spiegarci la presenza, fra i trenta in pre allarme, di gente come Sirigu, Rugani, Sturaro e Zaza, ragazzi che in stagione han giocato poco o comunque hanno rivestito quasi sempre ruoli secondari, con pochi e isolati exploit. 
SCELTE INCOMPRENSIBILI - Intendiamoci, fa piacere soprattutto per i tre giovani juventini citati: ammesso e non concesso che rientrino fra i 23 definitivi, sarebbe lodevole aggregarli al gruppo per cominciare ad abituarli ai climi arroventati delle grandi disfide internazionali e trovarli più pronti quando, da settembre in poi, ci sarà da lottare disperatamente per contendere alla Spagna (no, dico, alla Spagna) un posto al Mondiale 2018. Però le premesse programmatiche erano altre: si porta Sirigu, quasi inoperoso nella stagione al Paris Saint Germain, e si lascia a casa la speranza Sportiello, che era forse preferibile a Marchetti, il quale in azzurro non ha mai dato totali garanzie di affidabilità (per poi aggregare al gruppo il friulano Meret, scelta senza alcun fondamento tecnico); si convoca Zaza, oppure l'inesistente Eder del girone di ritorno, oppure un Immobile che, pur con qualche timido accenno di ripresa, ha in fondo trapanato l'acqua anche quest'anno, e si lasciano a casa i due migliori bomber italiani espressi dalla stagione, Belotti (neanche preso in considerazione) e il devastante Pavoletti visto in maglia Genoa, rispedito in Liguria dopo i pochi giorni a Coverciano, e che, pur privo di esperienza europea, avrebbe potuto rappresentare la carta a sorpresa come lo fu, ad esempio, il Rossi del 1978 (il paragone non è sul piano della classe pura, intendiamoci). Per tacere della fiducia quasi cieca concessa a elementi ormai in riserva come Thiago Motta e Montolivo. 
SPAZIO AI FEDELISSIMI - Inutile prendersela più di tanto, è sempre stato così e così sarà sempre:  Sacchi e Trapattoni, in passato, rinunciarono a cuor leggero a Signori e a Roby Baggio (e ne pagarono lo scotto con brucianti eliminazioni, se è per quello...). Anche Conte non è sfuggito al vizietto della fedeltà oltre ogni limite: si punta cioè sui propri pretoriani, pur se reduci da mesi anonimi o poco felici, rinunciando ad avventurarsi nei territori inesplorati rappresentati dagli esponenti della nouvelle vague. Si dirà: la fedeltà al gruppo storico fu l'arma vincente di Bearzot; vero solo in parte: il Vecio, nel '78, inserì in un telaio collaudato quel paio di pedine nuove di zecca (il citato Rossi e Cabrini) che gli fecero fare il definitivo salto di qualità; viceversa, il Trap di Euro 2004 puntò su elementi sfiatati e in involuzione lasciando a casa Gilardino, all'epoca ultimo grido in fatto di centravanti, e dovette fare le valigie dopo sole tre partite. 
I NOSTRI TOTEM - Rimango comunque del parere che questo Club Italia abbia poche ma significative frecce al proprio arco, a patto che sappia ben sfruttarle. Il declino è più sul piano quantitativo che su quello qualitativo, nel senso che il bacino da cui attingere si sta sempre più restringendo, ed è un declino che riguarda solo alcuni ruoli. Dobbiamo aggrapparci alle nostre poche certezze: così, al momento risulta difficile che Conte non riproponga in azzurro il possente quartetto difensivo del quinto scudetto bianconero: Buffon - Barzagli - Bonucci - Chiellini è il totem attorno al quale tutto ruoterà; giocando a tre dietro, si potranno schierare laterali bassi piuttosto offensivi che saranno in grado di appoggiare efficacemente il lavoro degli esterni alti. 
ESTERNI CRUCIALI - Non è un caso che, diramando la lista dei convocati, sia stata introdotta la dicitura, mai usata prima, "centrocampisti ed esterni". Gli elementi di fascia, cioè, acquisiscono dignità di ruolo autonoma, senza venire inglobati in gruppi generici. E' naturale, perché i giocatori di questo tipo sono quasi l'emblema del football moderno, sempre più determinanti negli schemi offensivi delle squadre con il loro tourbillon, i movimenti senza palla, gli assist, gli inserimenti. Proprio loro, gli esterni, saranno dunque la nostra seconda àncora di salvezza: dietro, i quattro colossi targati Juve, dalla trequarti in avanti e sui lati gli elementi più dotati di talento in una rosa di caratura non eccelsa. I Candreva, gli El Shaarawy, gli Insigne, i Bernardeschi dovranno darci quel quid in più per ovviare alle limitate risorse degli uomini di punta, magari col sostegno di chi arriva da dietro, gente come Florenzi e Giaccherini, oppure il rivitalizzato De Sciglio ammirato nella finale di Coppitalia, utile nelle due fasi come potrebbe esserlo Darmian. Le nostre sorti francesi, soprattutto quelle offensive, si decideranno in queste zone del campo, e sono legate a questi uomini.

lunedì 7 settembre 2015

CLUB ITALIA: CON LA BULGARIA BUON GIOCO, MA L'ATTACCO LANGUE. NESSUNO LO AMMETTE, MA BALOTELLI E' INDISPENSABILE

                                              De Rossi: gol ed espulsione per lui

Buona la seconda? Potremmo dire di sì, a patto di non esser troppo schizzinosi. Anzi, una visione largamente ottimistica della situazione azzurra mi spingerebbe ad affermare di avere assistito, ieri sera, alla miglior prestazione dell'Italia di Antonio Conte dai tempi dell'esordio settembrino del 2014, con quelle due brillanti affermazioni su Olanda (in amichevole) e Norvegia, quella stessa Norvegia imprevedibilmente assurta al ruolo di mina vagante del nostro girone europeo, con concrete chances di qualificazione al torneo francese del giugno 2016. 
ATTACCO SOTTO ZERO - Ebbene sì: contro la Bulgaria, a Palermo, tutt'altra musica rispetto al fiasco fiorentino di giovedì. Si è vista una squadra equilibrata, organizzata, volitiva. Un undici con le idee sufficientemente chiare e in grado di ridurre a sostanziale impotenza i non irresistibili avversari, davvero pericolosi solo in un paio di circostanze (assolo di Mitsanski nel primo tempo e tiraccio centrale da fuori di Milanov in chiusura: in entrambe le occasioni ci ha pensato un Buffon reattivo e decisivo come ai bei tempi). Onestamente, anche per il più arcigno dei critici sarebbe impossibile bocciare un team che ha saputo costruirsi una decina di palle gol nitide nell'arco dei novanta minuti. E' luogo comune del football dire che l'importante sia crearle, le occasioni, ché tanto prima o poi le reti arriveranno. Vero in larga parte, ma non del tutto: minacciare ripetutamente la porta avversaria significa aver prodotto una manovra efficace, significa avere un progetto di gioco e saperlo tradurre in pratica: significa, in poche parole, essere una squadra "viva". Ma la prodigalità nei sedici metri finali, la pervicacia con cui si sono fallite opportunità anche clamorose, rappresentano la fotografia definitiva, e impietosa, di una congiuntura storica fra le più sfavorevoli di sempre, quanto a qualità delle nostre presunte "bocche da fuoco".
BALO - PEPITO - FARAONE: ERA QUESTA LA STORIA... - Scarsa prontezza di riflessi, incapacità di intuire in anticipo il passaggio del compagno, mancanza di precisione o di potenza in fase di tiro: al Barbera i nostri uomini di attacco hanno sfoggiato il campionario completo della più assoluta modestia offensiva. Eppure, gli Dei del pallone avevano scritto un'altra storia, per questa Nazionale degli anni Dieci: una storia i cui protagonisti dovevano essere il devastante Balotelli, il guizzante e tecnico Pepito Rossi, il furetto El Shaarawy. Il destino ha deciso diversamente, per tutta una serie di motivi. Piangersi addosso è inutile, sperare in un recupero di elementi utili alla causa è invece doveroso. 
In attesa di verificare la tenuta fisica del puntero fiorentino, torno a insistere sul "Mario non più super", come lo definii l'anno scorso: rimango convinto che, anche solo al cinquanta per cento della condizione fisica e psicologica, da solo possa riassumere, e forse anche incrementare, il potenziale d'attacco sciorinato (si fa per dire) in questi due impegni europei dai vari Eder, Pellè, Zaza e Gabbiadini. Per il neo (ehm) milanista parla il ruolino di marcia in azzurro, fatto di tredici gol disseminati in tre stagioni, quasi tutti belli, e soprattutto quasi tutti decisivi. L'abbiamo (momentaneamente?) perso soprattutto per colpe sue, ma anche per responsabilità di trainer e dirigenti che non si sono mostrati in grado di "educare" un ragazzone indubbiamente esuberante e fuori dagli schemi, ma non certo un atleta "dissipato" come se ne sono visti in passato. Ripeto: un Balotelli vero anche solo per metà ieri avrebbe chiuso la pratica bulgara in men che non si dica. 
ZAZA E PELLE', NON BENE - Dopodiché, è chiaro, il talento esiste anche al di là dei grandi assenti: Gabbiadini, in particolare, è un ragazzo dai piedi buoni e dalle doti balistiche notevoli, e meriterebbe più spazio. Continua invece a lasciarmi perplesso una prima linea incentrata su un Pellè che si muove tanto ma è raramente lucido; sempre in attesa del riscatto di Immobile, che non può aver perso il suo guizzo sotto rete, ieri ha gettato al vento un'ottima chance Zaza, parso fuori fase nelle poche occasioni in cui è stato chiamato in causa. 
DE SCIGLIO RISORTO - Il meglio, a Palermo, è venuto dalle retrovie: terza linea sicura con un Bonucci rivisto nella duplice veste di... serratura difensiva e punto di partenza delle controffensive, e fasce percosse dalle sollecitazioni di Darmian (più attento in copertura) e soprattutto di un ritrovato De Sciglio, la più piacevole sorpresa del match, abile nelle chiusure, inizialmente restìo a sganciarsi per poi invece proporsi in numerose discese, alcune chiuse con cross di buona fattura. Parolo e Verratti (il parigino con maggiore continuità) hanno fatto interdizione con altissimo profitto, filtrando e rallentando il gioco quando necessario, e questo spiega la quasi inesistente pericolosità dei bulgari, mentre De Rossi, rigore doppiamente trasformato a parte, non ha particolarmente brillato, trovando anche il modo di scadere in una reazione da debuttante (stile Sturaro all'Euro Under 21) con conseguente espulsione.  
EL SHAARAWY SULLA BUONA STRADA - In avanti, creatività affidata a un Candreva diventato un po' monocorde col passare dei minuti (ma rimane elemento da cui non si può prescindere, anche se deve assumersi maggiori responsabilità in fase di tiro) e soprattutto a El Shaarawy, uno dei tre "gioielli smarriti" di cui si diceva poco sopra, di certo il più vicino al recupero completo. Ha fatto il diavolo a quattro sulla sinistra, ha giocato per sé e per i compagni, e tuttavia anche lui sembra aver smarrito il senso del gol che ne caratterizzò la splendida, prima parte di esperienza in rossonero (non a caso proprio in quei mesi trovò anche il primo e unico acuto azzurro, in amichevole con la Francia): ma è evidente che il Faraone sia uno su cui vale la pena insistere. E chissà che alla lunga non possa finalmente ricomporsi il tridente con Balo e Pepito, per riallacciare i fili di una vicenda bruscamente interrotta.

lunedì 1 giugno 2015

BILANCIO DELLA SERIE A, SECONDA PARTE: SAMP, TORO E PALERMO OK, GIOVANI AZZURRI ALLA RIBALTA, L'INTRAMONTABILE TONI

                                 Toni: ha scoperto l'elisir dell'eterna giovinezza calcistica
                                       
A proposito di Europa: chi sarà la terza rappresentante tricolore nell'ex Coppa UEFA? Non dovesse andare chi l'ha meritato sul campo, ossia il Genoa, dietro regna sovrana la confusione. La Sampdoria è la prima pretendente in virtù del suo settimo posto, ma c'è una norma che parla chiarissimo (è a pagina 3 del regolamento della manifestazione, per chi volesse toccare con mano): per partecipare, occorre non essere stati coinvolti direttamente o indirettamente, a far data dal 27 aprile 2007, in attività volte ad influenzare il risultato di incontri nazionali o internazionali. E i blucerchiati, nel 2012, sono stati deferiti per responsabilità oggettiva e presunta in merito all'affaire Guberti per Bari - Sampdoria dell'anno precedente, uscendo dal procedimento non per assoluzione, ma patteggiando una condanna di un punto di penalizzazione e 30mila euro di ammenda. Il problema esiste, non a caso la UEFA ha chiesto chiarimenti in merito alla Federcalcio italiana: e il fatto che nel 2014 il Toro sia stato invece regolarmente ammesso alla competizione (oltretutto da ripescato per il caso Parma), nonostante il coinvolgimento in analogo problema "giudiziario", non implica in automatico che l'errore, se di errore si è trattato, debba essere ripetuto una seconda volta. 
SAMP E TORO, PIU' ALTI CHE BASSI - Tornando alle cose di campo, proprio Samp e Toro, così come il Palermo, sono state altre protagoniste positive del torneo, oltretutto sostanzialmente inattese, anche se i loro risultati li hanno colti percorrendo strade di gioco diverse dalle compagini citate nella prima parte di questa analisi: meno fioretto e più sciabola, in estrema sintesi. Per tre quarti di torneo i blucerchiati hanno addirittura respirato aria di Champions, troppa grazia, ma nel valutare il loro cammino pesa enormemente il crollo finale, una sola vittoria nelle ultime dieci gare, undici punti di vantaggio dilapidati nei confronti dei "cugini": un'involuzione che non può essere spiegata solo con la forzata rinuncia all'ottimo Eder, che però è evidentemente pesata tantissimo. I granata sono stati più altalenanti, "spargendo" lungo il cammino le fasi "up" e quelle "down": eccellente in particolare la prima parte del ritorno, con imprese importanti (vittoria a Milano con l'Inter e in casa col Napoli, derby conquistato dopo tempo immemorabile), poi forse ha pesato la fatica del doppio impegno, con le belle prove europee al cospetto di Athletic Bilbao e Zenit San Pietroburgo a compensare ampiamente le piccole amarezze interne. 
NESSUNO IN... VACANZA ANTICIPATA - Il Palermo ha spiccato il volo sulle ali dello straordinario Dybala, fuoriclasse in pectore, e non ha mai veramente mollato i pappafichi: nel finale, arbitro della lotta salvezza, ha perso con l'Atalanta, ma si è riscattato vincendo a Cagliari. A tal proposito, mi piace sottolineare un altro aspetto positivo di questo torneo: nessuno, in dirittura d'arrivo, ha davvero sbracato come troppo spesso è accaduto in passato. Pur con qualche fisiologica pausa dovuta al calo di motivazioni, grosso modo tutti han fatto il loro dovere fino in fondo, e l'hanno dimostrato o con risultati effettivi o con prestazioni gagliarde (penso a quella dell'Udinese a Roma, o dell'Empoli con la Samp). Neanche il disastrato Parma ha smobilitato, e anzi ha accumulato un discreto tesoretto sottraendo punti anche a rivali quotatissimi. 
I MIGLIORI AZZURRI E AZZURRABILI - Italiani alla ribalta, si diceva, giovani e meno giovani. Il rendimento elevatissimo di Florenzi e la sua versatilità lo collocano fra i potenziali titolari inamovibili della Nazionale, così come Parolo, splendido tuttofare del centrocampo, una delle chiavi della stagione monstre laziale assieme a Candreva, ormai giocatore di statura internazionale così come lo juventino Bonucci, che giganteggia in difesa e partecipa anche alla costruzione; confortanti conferme sono giunte da Darmian, che già era stato uno dei pochi a salvarsi dal disastro di Brasile 2014. Detto nella prima parte di Rugani e Valdifiori, altri elementi definitivamente acquisiti alla causa azzurra sono Bertolacci e Soriano, di cui ho già ampiamente tessuto le lodi in passato, e restando in casa Samp dovrebbe a breve sfondare anche Romagnoli, mentre il guardiano rossoblù Perin, fin da adesso, potrebbe prendere in qualsiasi momento il posto di Buffon fra i pali della rappresentativa (ma l'ostinato Gigi vuole imitare Zoff e disputare il Mondiale 2018 a 40 anni suonati).
 Paloschi ha tirato fuori dal cilindro un campionato superlativo, elemento cardine della tranquilla salvezza del Chievo: è definitivamente recuperato al grande calcio, e la convocazione per lo stage dell'Italia conferma che può essere utilissimo alla causa di Conte, in un momento in cui le punte "azzurrabili" segnano drammaticamente il passo. Scendendo.. d'età, Gabbiadini ha convinto all'esordio in una grande, Berardi ha di nuovo messo insieme un buonissimo bottino di gol (mentre Zaza è stato troppo intermittente), sono emersi Zappacosta (laterale completo), Baselli e Cataldi; Pavoletti, che non è più di primo pelo, è stato la grande sensazione del finale di stagione genoano, e Bonaventura ha navigato con maestria nel mare in tempesta di un Milan quasi allo sbando.  
TONI IL SEMPITERNO - Di Luca Toni si è detto tutto il bene possibile: per quanto mi riguarda rimane una riserva, che è poi la stessa che accompagna le ripetute prodezze sotto rete di altri due "vecchiacci" (detto affettuosamente) come Totti e Di Natale (ma anche del redivivo e meno reclamizzato Maccarone), ossia il fatto che il calo qualitativo della nostra massima serie abbia allungato la carriera a molti stagionati bomber di qualità, consentendo loro di aver vita relativamente facile in maglie difensive slabbrate e poco talentuose (basti vedere il numero elevatissimo di gol complessivo delle ultime stagioni, "vendemmiate" che non sono quasi mai sinonimo di calcio di pregio). Ma certo ci vogliono anche classe, quella classe in possesso di gente cresciuta in un football italiano più competitivo, applicazione in campo e negli allenamenti, in poche parole professionalità: Toni è risorto nel 2012 dopo un quadriennio oscuro che lo aveva quasi collocato fra gli ex, merita solo un plauso incondizionato. 
DELUSIONI - Come detto in precedenza, la delusione più nobile e grottesca è stata quella romanista, mentre lo stesso Napoli non può certo dirsi soddisfatto della propria temporada. Bocciatissime le milanesi: Inter senza progetto tecnico e aggrappato a sporadiche giornate sì, alle alterne lune di Guarin e alla costanza di fromboliere di Icardi; insufficiente l'apporto di Mancini, dal quale ci si aspettava un quid in più atteso invano fino alla fine; inspiegabile l'involuzione di Ranocchia, lontano anni luce dai tempi baresi. Più misteriosa, ai miei occhi, la crisi del Milan, il cui organico lo poneva assolutamente in grado di conquistare quantomeno un posto in Europa League. Coraggioso l'investimento sul "prodotto interno lordo" in una fase di diffusa esterofilia: detto di Bonaventura, Destro fra alti e bassi ha confermato di saper comunque vedere la porta, mentre non ha convinto Antonelli (grave errore lasciare Genova). Nel finale si è rivisto un positivo El Shaarawy, un ragazzo che deve essere assolutamente recuperato in pieno per il bene di tutto il calcio tricolore, perché ha numeri da potenziale fuoriclasse. 
Nonostante l'impennata finale (quattro vittorie su quattro), inserisco a malincuore fra le delusioni il Sassuolo, perché credo che dai neroverdi sia lecito attendersi molto: lo dicevo già l'anno scorso, l'ho ribadito quest'estate, per qualità di organico quella di Di Francesco è rosa da medio - alta classifica, invece nel girone di ritorno è andata incontro a una profonda involuzione e ha trovato la salvezza matematica (per quanto nei fatti già scontata) solo col successo di Cesena. Zaza, che aveva iniziato alla grande anche in azzurro, ha poi conosciuto una stagione problematica, ma anche lui è un patrimonio del nostro calcio e va atteso con fiducia. (2 - FINE). 

mercoledì 25 marzo 2015

DOSSIER AZZURRI: DOPO QUATTRO MESI DI NULLA, L'ITALIA DI CONTE TORNA IN VERSIONE "STRANIERA"

                                        Eder in azzurro, una sola domanda: perché? 

Quattro mesi senza Nazionale. Una assurda eternità: colpa, certo, delle ulteriori restrizioni imposte dal nuovo calendario FIFA in tema di date per le amichevoli, ormai viste come fumo negli occhi. Colpa, soprattutto, dell'assoluta impotenza della nostra Federcalcio, che non è stata neppure in grado di imporre uno straccio di stage, solleticando il sempre meno latente malcontento del trainer Conte. Ma quest'ultimo punto desta ben poca sorpresa: l'inconsistenza della reggenza Tavecchio sul piano dell'autorevolezza e della capacità di governare era già evidente ben prima delle elezioni dello scorso agosto, tutto ciò che è accaduto dopo rientra in una drammatica normalità. 
ORIUNDI COME SE PIOVESSE - Quattro mesi senza azzurri, dopodiché l'Italia si ripresenta a Coverciano nella versione peggiore possibile, piegata alla logica dell'oriundismo (orribile termine da me testé coniato...). E dunque, per rilanciare le scolorite ambizioni della squadra rasa al suolo dalla Coppa del Mondo 2014, non si trova nulla di meglio che naturalizzare Eder e Vazquez, un brasiliano non più di primo pelo che sembra toccato dalla grazia (come tutta la sua Sampdoria) e un furetto argentino che da un paio d'anni sta facendo le fortune del Palermo. E cara grazia che Dybala, altro rosanero, fuoriclasse in pectore, abbia cortesemente declinato l'invito del Commissario Tecnico, perché giustamente sa di avere i mezzi per puntare alla Selecciòn biancoceleste, all'equipo del suo Paese. 
BACINO RISTRETTO - Ecco, sinceramente non mi pare una prospettiva allettante, quella di ritrovarmi con un Club Italia in versione dopoguerra, quando la Nazionale si aggrappava ai naturalizzati collezionando brutte figure in serie, in primis la clamorosa eliminazione dal Mondiale del '58 (ciò che accadeva negli anni Trenta è discorso diverso, per contesto storico, politico, calcistico, di leggi civili e di regolamenti sportivi).
Certo, il bacino da cui pescare è quello che è. Censurato giustamente Prandelli per la conduzione dell'infausta operazione iridata, va anche detto che nei primi tre anni di gestione fece obiettivamente miracoli, riuscendo a creare una rosa piuttosto ampia di azzurrabili, quasi tutti di buona affidabilità (e al 99 per cento "prodotti casalinghi"), e che fino a un certo punto risposero sul campo con buone prestazioni e risultati accettabili. Ma i miracoli non possono protrarsi all'infinito, e la Serie A di oggi ha ulteriormente ristretto le prospettive al nuovo cittì. 
Grazie all'imprescindibile Calcioitalia, aggiornatissimo almanacco del Guerin Sportivo, mi son tolto lo sfizio di buttare giù qualche statistica: sui circa 600 calciatori che compongono i roster delle 20 di A (cifra comprendente i Primavera, aggregati alla prima squadra per scaldare la panchina o i seggiolini in tribuna...), gli italiani sono circa 270, il 46 per cento del totale. Non sarebbe nemmeno terribile, come dato generale, visto l'andazzo degli ultimi anni, ma si sa che la Nazionale deve, preferibilmente, poter selezionare i suoi elementi nei club di alta classifica, o al limite in quelli di fascia media, per poter contare su atleti rodati alle sfide "che contano", meglio ancora se con buona esperienza internazionale. 
DI ITALIANI NE GIOCANO POCHI... - Ed è qui che la situazione si fa tragica. Altra analisi statistica, basata sulle formazioni messe in campo in campionato nei mesi di gennaio e febbraio: Fiorentina e Napoli, i due sodalizi che si stanno facendo onore in Europa League, schierano in media poco più di un italiano a gara (Pasqual, Aquiliani, Maggio, Gabbiadini: i nomi sono quelli, sostanzialmente). L'Inter è poco sotto la media di due (grazie a Santon, Ranocchia e D'Ambrosio che hanno trovato spesso spazio), la Roma poco sotto il quattro. Fra le grandi classiche, onore alla Juventus, con cinque italiani a match, lo zoccolo duro di nazionali che tutti conosciamo, ma anche al Milan, poco sopra il cinque, grazie soprattutto al coraggio mostrato nel mercato invernale, con gli arrivi di molti "virgulti" di casa nostra, da Bocchetti ad Antonelli a Destro, aggiuntisi ai vari De Sciglio, Montolivo, Poli ed El Shaarawy: una politica che finora non sta dando grossi frutti, ma i problemi rossoneri sono altri e ben più complessi... Caso stranissimo quello della Lazio: ha solo cinque "tricolori" in organico, ma ultimamente sono quasi sempre titolari, anche il giovanissimo Cataldi, fra i pochissimi nomi nuovi "made in Italy" emersi in questa grigia stagione. 
SI PESCA FRA LE "MEDIE" - Nelle società di fascia media la situazione migliora, ma non più di tanto: Genoa e Palermo, belle realtà della prima parte di stagione ora "annacquatesi" per varie ragioni, sono a un deludente 3,5, o giù di lì, di titolari nostrani: ciò deve suonare a condanna soprattutto del Grifone, che si era presentato ai nastri di partenza estivi con un gruppo dal forte cuore tricolore e che invece si è arreso, a gennaio, all'esterofilia dilagante, congedando Antonelli, Sturaro e Matri per i vari Bergdich, Laxalt e Niang (Borriello al momento è stato del tutto inconsistente, come era ampiamente prevedibile). 
Meglio i cugini sampdoriani, che sono sulla media del 6,5 di italiani in campo, e che anche da questo fattore, ne sono convinto, stanno traendo slancio per una "temporada" decisamente sopra le righe. Stessa media del Torino, dignitosissimo protagonista anche in Europa, mentre l'Udinese è ormai una multinazionale che non supera l'1,5 (Di Natale, Domizzi e poco altro), dopo che anche la valorizzazione del portierino Scuffet (l'anno scorso addirittura accostato alla Nazionale A) è stata gettata alle ortiche puntando su Karnezis. Scendendo, ci sarebbero i casi esemplari di Empoli (quasi otto titolari di media) e soprattutto Sassuolo (oltre dieci), che non a caso sono diventati serbatoi importanti per le nostre due principali rappresentative (maggiore e Under 21), ma è decisamente un'anomalia che per costruire il Club Italia ci si debba rivolgere a squadre in odor di salvezza. 
C'ERANO SPAZIO E TEMPO PER LAVORARE SUGLI ITALIANI - Ecco, questo è il desolante panorama in cui Conte si trova a dover agire. Meno alternative vi sono, più difficile è scovare calciatori di qualità, questo è certo. Ma niente paura, perché è stata trovata l'immediata soluzione: naturalizzare, naturalizzare senza sosta. Dopo Vazquez ed Eder, si fanno già i nomi di De Maio e Vecino. E sì, sanno veder davvero lungo, i responsabili del nostro calcio: eppure, in questo biennio soft, con la qualificazione europea pressoché scontata (ricordiamo sempre che a Francia 2016 saranno ammesse 24 finaliste), c'era tutto lo spazio per impostare un lavoro di prospettiva sui ragazzi di casa nostra, per far giocare, crescere con calma, "svezzare" e abituare ai confronti internazionali i giovani italiani che, fra mille difficoltà, stanno emergendo. Insistere sui Berardi e sui Zaza, sugli Immobile e sui Gabbiadini, ma anche sui Rugani e sui Romagnoli, molti dei quali ancora assurdamente confinati fra i babies di Di Biagio.

Immobile: insistere su di lui

SENZA PROSPETTIVE - Gli oriundi sono un tutto e subito (la cui efficacia, peraltro, è da dimostrare), un voler vivere alla giornata. E la levata di scudi quasi oceanica pro Conte, anche da parte di certa stampa "istituzionale", rattrista: perché certifica che la situazione è ormai irrecuperabile, che la trascuratezza dei vivai diventerà abbandono totale, che non c'è alcuna volontà di investire sui nostri talentini in erba, oltre al fatto che si vuole scindere qualsiasi legame fra calcio e territorio, e depotenziare il più genuino senso di appartenenza, che è fondamento della passione per il football.
Le grida di dolore sentite degli addetti ai lavori scadono a vuote dichiarazioni di facciata: ci si appella ai regolamenti, si parla di retorica superata, mentre si perdono di vista l'essenza, il significato, la ragion d'essere delle rappresentative: unico autentico traino dei movimenti calcistici nazionali (è una storia quasi secolare a dirlo), nonché sola attendibile cartina tornasole per valutare lo stato di salute degli stessi, con particolare riferimento alla prolificità dei vivai locali. Dato di fatto ancor più valido al giorno d'oggi, dal momento che il calcio di club di vertice è ormai popolato, l'abbiamo visto, da sodalizi "all stars", con rose gonfie di stranieri e pochi elementi "fatti in casa".
Ma di questo, evidentemente, non frega nulla a nessuno: si devono ottenere risultati (ma quali, ripeto? Una qualificazione europea che arriverebbe in ogni caso?), e li si possono ottenere solo con gli oriundi (forse). Però non venite a cianciare a vanvera di modernità, di globalizzazione e di Paesi esteri che fanno la stessa cosa, perché in Spagna e, soprattutto, Germania, è stato impostato un lavoro radicalmente diverso. Come al solito, qui da noi si manda a memoria solo una parte della lezione, e sovente la peggiore. E apertura alle istanze della società  multietnica non vuol dire trasformare una Nazionale in un club a tesseramento libero: perché i Balotelli, gli Okaka e gli Ogbonna sono cosa ben diversa dai sopracitati stranieri (sì, stranieri).
SI PUO' FARE ANCHE SENZA ORIUNDI - Le basi per migliorare, come sarebbe doveroso, la qualità del nostro serbatoio calcistico, oltretutto ci sarebbero. L'estate scorsa, dopo il disastro brasiliano, avevo pubblicato un listone di una cinquantina di papabili per la ricostruzione azzurra. Sono tutti in larga parte riproponibili, anche con qualche aggiunta. Sono la dimostrazione che la scuola italiana, nonostante i pesanti attacchi che le giungono da più parti, ha davvero un DNA forte, se riesce ancora a produrre elementi di discreta validità e che ancora di più potrebbero valere, se fosse dato loro modo di maturare. Fornisco qui una versione aggiornata di quell'elenco, da cui ho escluso infortunati lungodegenti (ad esempio Bernardeschi, e Insigne che è da poco ricomparso) e giocatori da troppo tempo in netto calo di rendimento (Balotelli, per dire): dateci un occhio, e poi ditemi se il Club Italia, nonostante tutto, ha davvero bisogno di Eder e Vazquez, per tacere di De Maio e Vecino.
PORTIERI: Sirigu, Buffon, Perin, Marchetti, Consigli.
DIFENSORI: Darmian, Bonucci, Romagnoli, Chiellini, Astori, Acerbi, Moretti, De Sciglio, Zappacosta, Criscito, Rugani, Donati, Tonelli, Santon, Pasqual, Antonelli. CHIOCCIA: Barzagli.
CENTROCAMPISTI: Florenzi, Verratti, Marchisio, Montolivo, Candreva, Parolo, Bonaventura, Bertolacci, Soriano, Baselli, Valdifiori, Poli, Verdi. CHIOCCE: De Rossi e Pirlo.
ATTACCANTI: Immobile, Gabbiadini, Destro, Berardi, Zaza, Pellè, Sansone, Okaka, Paloschi.
GIOVANI DA SEGUIRE: Izzo, Cataldi, Belotti, Verde, Crisetig, Cristante, Sturaro, Viviani, Mandragora. 

lunedì 17 novembre 2014

IL PARI AZZURRO CON LA CROAZIA: PUNTO GUADAGNATO PER UN'ITALIA "SFAVORITA", IMPROVVISATA E SENZA FOSFORO


Stranezze azzurre, a San Siro. L'Italia gioca di domenica, una consolidata consuetudine fino alla metà del secolo scorso o giù di lì, ma in seguito evento estremamente raro (che accade, quando accade, quasi esclusivamente nelle fasi finali di Mondiali ed Europei). E, fatto ancora più insolito, la nostra Nazionale affronta una sfida interna di qualificazione nelle vesti di sfavorita. Non è il caso di stracciarsi le vesti: le urla di ribellione, casomai, andavano lanciate qualche annetto fa, quando scelte suicide di mercato e strategie sparagnine di tanti celebrati trainer cominciarono a frenare la crescita dei nostri giovani. Oggi, non resta che prenderne atto e adattarsi con umiltà al basso profilo, in attesa di tempi migliori (che però non arriveranno per miracolo divino), cercando di trarre il massimo da un materiale umano non esaltante ma neppure così modesto da indurre alla disperazione.
Tutto questo per dire che, sì, ci stanno gli applausi, i visi soddisfatti e i sospironi di sollievo per l'1 a 1 con la Croazia maturato al Meazza, in un contesto di diffusa inciviltà: italiana (i fischi all'inno, ormai deprecabile tradizione) e soprattutto croata (controfischi, lancio di fumogeni, teppismo assortito sugli spalti, con tanto di sospensione forzata del match). Incivile, o comunque sintomo di inefficienza ai massimi livelli, è anche consentire a questa gentaglia di introdurre certo materiale negli impianti, un mistero poco gaudioso che si trascina da decenni.
TECNICAMENTE INFERIORI - Tornando al calcio, la selezione biancorossa è, al momento, più collaudata, organizzata e tecnicamente dotata della nostra: se poi sei costretto ad affrontarla con l'handicap dell'assenza di due - tre titolari chiave, beh, non puoi pensare di cavartela a buon mercato. Gli azzurri sono stati quasi costantemente in soggezione nella zona nevralgica, là dove prende corpo la manovra, ed era ampiamente prevedibile: i palleggiatori croati hanno irretito con facilità estrema il nostro reparto di mezzo, che non aveva fosforo e lucidità da opporre in quantità sufficienti. Inevitabile: oggi come oggi, Conte non può rinunciare contemporaneamente al suo attempato creatore di gioco, il Pirlo in crescita delle ultime uscite juventine, a un Verratti che potrebbe surrogarlo degnamente, pur con caratteristiche diverse, e a un Bonucci essenziale per la sua capacità di impostare dalle retrovie. 
SQUADRA ACEFALA - Era dunque un Club Italia acefalo, che per le sue scarne luminarie offensive si affidava alle estemporanee giocate del duo Immobile - Zaza: pressoché nullo in fase conclusiva, ma abile (soprattutto col golden boy del Sassuolo) a creare varchi, portar via difensori, appoggiare i compagni in inserimento. Proprio da un'azione simile, difesa della palla di Zaza in area e tocco all'indietro per Candreva, nasceva il vantaggio dei nostri, realizzato dall'esterno laziale con una fiondata dalla distanza finalmente precisa, dopo tanti, troppi tiri fuori bersaglio nelle precedenti uscite azzurre. Prima, i nostri avversari avevano tenuto pallino ma creando un solo autentico pericolo, una ciabattata di Vida altissima da posizione ultra - favorevole; a rovinare tutto ci pensava Buffon, con una delle topiche più clamorose della sua carriera: destro telefonato di Perisic e pallone sotto il ventre. 
DE ROSSI IN TRINCEA - Al di là del colossale infortunio di Gigi, l'undici di Conte non incantava, ma faceva il suo con dignità: superava lo shock dell'infortunio di Pasqual grazie all'ingresso di un Soriano dinamico e intraprendente, e si avvantaggiava dell'uscita di Modric, fondamentale uomo - squadra del team di Kovac. Il trio difensivo, del tutto improvvisato, teneva botta con mestiere, grazie anche alla copertura di un De Rossi che rinunciava pressoché completamente alla propulsione per dirigere il traffico in fase di filtro, mentre Ranocchia trovava il suo momento di gloria con un provvidenziale salvataggio sulla linea su conclusione di Olic, antico nostro castigatore al Mondiale 2002.

                                                  Zaza: troppo solo in avanti

IL RITORNO DEL FARAONE - L'inaudita sofferenza della prima metà della ripresa (ma anche questa, a ben vedere, con pochi veri pericoli per la nostra porta) nasceva, oltreché dall'elevato ritmo impresso al match dagli ospiti, da una mal concepita alchimia tattica del cittì, che immetteva El Shaarawy per Immobile affidandogli però compiti eccessivamente difensivi, col risultato di schiacciare troppo verso Buffon la squadra (anche perché, ripetiamo, non c'erano i titolari maggiormente predisposti a far ripartire l'azione), mentre il povero Zaza pagava un elevato debito atletico all'assurdità di dover tenere botta da solo contro l'intera terza linea croata. Per fortuna, il Faraone made in Genoa era una pentola in ebollizione, dopo un'anticamera troppo lunga: si impadroniva del match e trascinava l'Italia fuori dalla trincea, armando una serie di tiri verso la porta di Subasic (uno dei quali terminava alto di un nulla). L'ingresso di Pellè, centravanti vecchio stampo, abile a impegnare i rivali anche solo su un piano meramente fisico, consentiva ai nostri di rinsaldare ulteriormente il controllo della partita, fatto salvo un inopinato rischio in contropiede corso nel finale, con Perisic che si presentava da solo davanti a Buffon ma calciava a lato. 
CIRO E ZAZA ABBANDONATI A LORO STESSI - Sarebbe stata una punizione eccessiva, per un'Italia in totale emergenza. Senza qualcuno che regga le fila della manovra, che produca idee sulla mediana, difficile andare al di là della prestazione "tutto cuore". Un peccato, perché a tratti si è persino vista più precisione di tocco rispetto al recente passato, in alcuni pregevoli scambi sulla trequarti: ma sono state fiammate, affidate più all'estro dei singoli che frutto di un'organizzazione corale. Se non hai cervelli non puoi batterti ad armi pari con avversari così forniti di classe, soprattutto se l'alternativa tattica, ossia lo sfruttamento delle fasce, rimane un progetto incompiuto: De Sciglio, che pure ha fatto il suo in copertura, non riesce proprio a trovare continuità di spinta, arrivando troppe poche volte al cross.
In un contesto così dimesso è risultata totalmente depotenziata anche la promettente coppia gol Immobile - Zaza: soprattutto il "tedesco" non ha saputo andare oltre il lavoro oscuro: ma erano troppo isolati, in una squadra spezzata in due tronconi. Osservando certe fasi del match, mi sono trovato a pensare che il Balotelli  dei primi tre anni in azzurro, un Mario "a posto" fisicamente e mentalmente, avrebbe potuto, anche in una compagine così precaria, creare qualche preoccupazione in più alla retroguardia di Kovac. Ma è un discorso già trito e ritrito. Casomai, occorrerà valutare se sia opportuno continuare nella costruzione del "monumento Buffon", visto che da almeno un anno il portierone non è più un autentico valore aggiunto. Sirigu e Perin scalpitano... 

venerdì 5 settembre 2014

LA NUOVA ITALIA DI CONTE: CON L'OLANDA UN SUCCESSO CHE VALE. SORPRESA: GLI AZZURRI SANNO ANCORA GIOCARE A CALCIO

                                         Immobile: ha aperto le marcature a Bari

La notizia più clamorosa giunta ieri sera dal San Nicola di Bari? Gli italiani sanno ancora giocare a pallone. Una piacevole riscoperta, dopo due partite mondiali, quelle con Costa Rica e Uruguay, da bollino rosso per la pochezza (direi anzi nullità) delle prestazioni, e dopo due stagioni in cui la Nazionale ha troppo spesso balbettato un calcio timido, mediocre, impreciso. Aggiungiamoci le granitiche certezze sparse a piene mani da troppi sedicenti esperti, secondo i quali i giovani di casa nostra non trovano più spazio nei nostri club semplicemente perché gli stranieri sono più forti. Lo si è visto poche ore fa, in effetti, quanto scarsi siano quei pedatori senza arte né parte che rispondono ai nomi di Immobile e Zaza, protagonisti di una serie di assolo e di duetti da poesia del football: la loro è stata, tutto sommato, la risposta più efficace, e sicuramente più elegante delle sonore pernacchie che meriterebbero certi soloni. 
RIVOLUZIONE CONCETTUALE - E già: ci voleva proprio, una ripartenza così. Ne aveva bisogno il Club Italia, ne avevamo bisogno tutti noi che, a vario titolo, gravitiamo attorno al movimento calcistico tricolore: nulla di che, intendiamoci, perché gli impegni con i tre punti in palio devono ancora arrivare, ma una iniezione di fiducia sostanziosa, e la rassicurazione sul fatto che non tutto sia perduto, che il serbatoio azzurro conserva ancora delle risorse di qualità a cui attingere. Il cambio di rotta portato da Antonio Conte è stato più che altro concettuale: il listone dei convocati, la formazione stessa scesa in campo poche ore fa, strizzavano palesemente l'occhio al disastroso gruppo che aveva lasciato il Brasile fra sacrosanti improperi di pubblico e critica. 
Ma sono cambiati spirito, idea di gioco, approccio alla gara: la plastica dimostrazione di come possa incidere profondamente, a volte, un avvicendamento alla guida tecnica. Un nuovo allenatore può davvero causare sconvolgimenti in positivo: ricompattare uno spogliatoio diviso, restituire motivazioni a giocatori che parevano già appagati, togliere certezze ad altri che credevano di aver diritto al posto per meriti acquisiti nel passato, individuare nuove soluzioni tattiche in grado di aumentare il potenziale di un team che si credeva avesse già toccato l'apice del rendimento. In pochi giorni, l'ex trainer della Juve ha quantomeno gettato basi credibili per questa rivoluzione.
SUCCESSO VERO - Il successo sull'Olanda è un successo che vale: perché i Tulipani, a parte Vlaar e Robben, si sono presentati con la formazione che ha centrato la medaglia di bronzo Mundial, e perché il 2 a 0 è maturato quando ancora le due compagini erano in parità numerica. Sappiamo ancora giocare a pallone, si diceva in apertura: dopo aver ammirato alcuni scambi in velocità e di prima dalla trequarti in su, tutti effettuati, quasi sempre, con proprietà di palleggio e precisione millimetrica, vien davvero da pensare che l'ultimo anno e mezzo di gestione prandelliana sia meritevole di entrare in un qualche trattato di psicologia applicata al calcio: non ce li siamo sognati, certi momenti di gioco sconfortanti, nei quali i nostri baldi rappresentanti manifestavano impacci imbarazzanti nella gestione della palla, controlli e passaggi imprecisi, incapacità di saltare l'uomo, lacune gravissime nei fondamentali. Certo, i problemi ci sono, ma l'impressione è che quando è il progetto complessivo a non funzionare, chi scende in campo dia davvero il peggio di sé, anche al di là dei propri oggettivi limiti. 
AGGRESSIVI E VELOCI A TUTTO CAMPO - La prestazione barese è stata una chiara indicazione di ciò che potrebbe essere la nuova Italia: una squadra aggressiva (e la nostra lo è stata finché la condizione fisica l'ha sostenuta), capace di attaccare a pieno organico (visti i difensori spesso in posizione avanzata, per partecipare attivamente alla costruzione), coraggiosa in certe situazioni di gioco, agile e mobile, capace di manovrare con rapidità per tagliar fori la difesa avversaria. Tutto troppo bene, ma il banco di prova, per quanto amichevole, era di assoluto valore, e certe indicazioni non possono essere fallaci. De Rossi, a parte l'impeccabile trasformazione del rigore, è stato il califfo della zona di mezzo, efficacissimo nelle due fasi, Bonucci è tornato a fare ciò che le sue qualità gli consentono: difendere e far ripartire l'azione con proprietà, dando il là all'impostazione, e non è un caso che il gol di Immobile sia nato da un suo lungo e preciso lancio. Ranocchia e Astori  tempisti e concentrati, con poche sbavature, mentre Darmian e De Sciglio, che ad occhio e croce dovrebbero essere titolari nel ruolo per diverso tempo, devono migliorare come continuità di spinta ma quasi sempre si son fatti trovare pronti se chiamati in causa in proiezione offensiva. E la coppia d'attacco ha regalato momenti di calcio oggettivamente squisito: peccato per Zaza, che avrebbe meritato la soddisfazione personale del gol, negatagli da Cilessen e da un eccesso di confidenza nel chiudere quel meraviglioso contropiede condotto assieme allo scugnizzo del Borussia Dortmund. 
INSERIRE ALTRI GIOVANI - In Norvegia già la musica sarà diversa, quantomeno per ritmi e intensità di gioco che i nostri saranno chiamati a sostenere: ma iniziare in siffatta maniera il nuovo percorso può risultare fondamentale, accresce la fiducia e la voglia di far bene. Poi, certo, il futuro dovrà forzatamente far leva su un maggior numero di nomi nuovi: non è con Quagliarella e Giovinco, tanto per dire, che potremo approdare a Euro 2016, e gente come Florenzi, Verratti, Destro ed El Shaarawy dovranno assolutamente trovare spazio, mentre in retroguardia si spera in un rilancio di Ogbonna; gli altri giovani (che ci sono, come avevo eloquentemente evidenziato in questo post dei tempi del Mundial) dovranno essere messi in condizione di giocare il più possibile nei club, ma su questo punto la mia fiducia è relativa, e allora ritorno su un mio vecchio pallino: il CT dovrebbe "forzare" la mano in tal senso, dando spazio nelle sue convocazioni anche a ragazzi che trovano pochi spiragli in campionato. Come fece Prandelli dopo Euro 2012, con le chiamate di Perin e De Sciglio. Ma ci sarà tempo per discuterne. La nuova Italia c'è, sembra esserci: un'Olanda quasi titolare non si batte mai per caso.