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sabato 3 luglio 2021

EURO 2020: IL CRASH TEST BELGIO SUPERATO A PIENI VOTI, L'ITALMANCIO FRA LE PRIME QUATTRO SENZA SNATURARSI. PRODEZZE DA TOP PLAYER PER BARELLA, DONNARUMMA E INSIGNE, TRISTEZZA PER SPINAZZOLA

 Le prime parole non possono che essere per Leonardo Spinazzola, uno dei top player in assoluto di un Europeo che non potrà concludere, lui che più di tutti avrebbe meritato di giocarselo fino all'ultimo istante dell'ultimo match. Un infortunio che si preannuncia grave, giunto in maniera beffardamente banale al culmine di uno di quegli slanci di generosità agonistica che sono nel Dna di questo ragazzo talentuoso e fragilissimo. E di Spinazzola c'è stato tanto pure nel trionfo di Monaco di Baviera, anche se non nella maniera a cui ci aveva abituati: meno esplosività "spacca difese" nella spinta sulla fascia, anche se la sua presenza in appoggio all'attacco è stata al solito costante, ma un più sostanzioso apporto in copertura, come richiesto dal copione tattico assunto ben presto dalla gara, con la chicca di un provvidenziale e fortunato salvataggio quasi sulla linea su tocco di Lukaku. Poi, quando il laterale romanista stava finalmente cominciando a cercare con più insistenza l'incursione di forza, approfittando dei maggiori spazi concessi da un Belgio alla ricerca del pari, ecco il maledetto crac. 

IL CRASH TEST PIU' DURO - Così, un'ombra di tristezza si è depositata sulla serata più bella e intensa del calcio azzurro dai tempi del disastro svedese dell'autunno '17. Chi scrive, è risaputo, mai ha nutrito dubbi sull'efficienza e sulla validità dell'ItalMancio, ma è certo che ieri sera si sia compiuto il passaggio definitivo dalla polvere agli altari. Era il crash test più duro, senza se e senza ma. Perché poi, alla fine, di super squadroni non è che ce ne siano tantissimi, in giro per il Continente. Non lo era la Francia iridata, quantomeno non più a livelli siderali, essendo stata spazzata via con pieno merito dall'intraprendente Svizzera di Petkovic, una delle "signore nessuno" che, secondo tanti pseudo esperti da bar sport, abbiamo affrontato in questo triennio; non il Portogallo, che non ha mai convinto in questo torneo, per tacere di una Germania in fase di passaggio  generazionale. Forse può esserlo l'Inghilterra, che però, se arriverà in fondo alla kermesse, lo avrà fatto giocando quasi sempre in casa, a parte il quarto di questa sera a Roma, vantaggio non da poco. Come dire, Europeo itinerante ma non troppo, e non certo per i sudditi di Sua Maestà. E insomma, non è che si possano incontrare squadroni un giorno sì e l'altro pure, come pretendevano gli incontentabili critici della nostra Azzurra... 

L'ITALIA NON SI E' SNATURATA - Rimaneva il Belgio, dunque, capofila del ranking FIFA, quindi una delle migliori selezioni al mondo. Esame tostissimo, per noi, e superato a pieni voti. Sempre che qualche ipercritico non abbia da eccepire sul come è stato superato. Certo sarebbe stato assurdo pretendere un'Italia al comando della sfida e in controllo assoluto come da piacevole tradizione della gestione Bobby gol, perché a volte ti trovi davanti squadre non attendiste, e anzi capaci di prendere per prime il pallino e di sprigionare luminarie offensive che è arduo contenere. Ma neanche di fronte al colosso belga la nostra Nazionale si è snaturata, se non in minima parte nei momenti di più acuta sofferenza, quando gli uomini di Martinez hanno spinto con vigore e continuità, diciamo nelle fasi iniziali dei due tempi e poi nel caotico arrembaggio conclusivo. Gli azzurri non si sono mai chiusi, non hanno mai fatto mucchio di fronte ai sedici metri, hanno accettato la sfida in campo aperto guadagnandosi gli spazi e i tempi per dispiegare la loro consueta manovra ariosa, elaborata, ieri confermatasi più che mai arma vincente da non mettere da parte mai, perché consente di alzare il baricentro, allentare la pressione avversaria e giostrare sempre vicini all'area altrui. 

VERRATTI DI ROTTURA, LE PRODEZZE DI BARELLA E INSIGNE - Uno stile di gioco che calza a pennello ai nostri, perché sostenuto dall'ormai nota precisione di tocco e di palleggio che anche in questa occasione, salvo poche sbavature causate dalla tensione, non è venuta meno, consentendoci pure uscite dalla zona difensiva in velocità ed assoluta disinvoltura. Detto del lavoro oscuro dello sfortunato Spinazzola, anche Di Lorenzo ha fornito il solito contributo di peso in retroguardia, a parte il rigore su Doku che tuttavia è stato concesso, mi pare, con un  pizzico di generosità; Bonucci e Chiellini si sono espressi su standard da Juve contiana e allegriana, e a proteggere il reparto ha dato una grossa mano un Verratti persino ruvido, a tratti, e che come spesso gli capita ha offerto il meglio di sé in fase di "rottura". Ma non solo, perché da un suo lancio  a rimettere il pallone in area, dopo che la difesa si era arrangiata alla bell'e meglio su Immobile, è scaturito lo splendido assolo di Barella, che è sgusciato di forza fra due difensori per poi scaraventare di potenza in rete il pallone dell'1-0. Sono elementi di acclarata statura internazionale, dribblano e saltano l'uomo come i campioni di un tempo, questi ragazzi: lo ha fatto anche Insigne, che si è bevuto in scioltezza Tielemans sulla trequarti per poi bucare Courtois con uno dei suoi tiri a giro a lunga gittata; il solito movimento, lo scarto a destra e la conclusione, tutto come da spartito mandato a memoria, lo si diceva anche di Robben, ma sono gesti tecnici che, se eseguiti bene, risultano difficili da disinnescare, anche se ripetuti all'infinito. 

MAI PASSIVI, E DONNARUMMA DECISIVO - Lo stesso Insigne sta nitidamente emergendo in questo Euro 2020 per il lavoro a tutto campo a sostegno dei reparti arretrati, mentre il neotitolare Chiesa ha giocato soprattutto in avanti e, nel primo tempo, ha avuto anche l'occasione per far male con una fiondata di destro dal limite e, prima ancora, con un tiro deviato che per poco non sorprendeva il lungagnone guardiano dei Diavoli Rossi. Nella ripresa ci ha provato al volo anche Spinazzola su assist dell'ispirato Insigne, altri potenziali pericoli sono rimasti in abbozzo ma spesso il pallone ha danzato nei pressi o all'interno dell'area belga. Sempre vivi, attivi e reattivi, insomma, con Jorginho un po' più sottotraccia del solito ma intraprendente nell'inserirsi in prima linea (e su di lui poteva starci un rigore, non nitidissimo esattamente come quello su Doku). Il numero di occasioni create non si è incrementato, stavolta, soprattutto per via della serata no di Immobile, che col suo incaponirsi in certi tentativi solitari ha palesato una certa mancanza di lucidità, dovuta forse a un serbatoio di energie che comincia a essere in riserva. 

Poi, come detto, ci sono state le inevitabili concessioni alla possanza del gioco belga: nel primo quarto di partita Donnarumma ha tolto le castagne dal fuoco due volte su Lukaku e una su un De Bruyne che ha confermato appieno la sua classe, con accelerazioni che hanno messo in ambasce il nostro reparto di mezzo come raramente era capitato fino a oggi. Nel secondo tempo, come detto, un pizzico di buona sorte col rocambolesco salvataggio di Spinazzola a due passi dalla linea (ma almeno, come si dice in questi casi, era al posto giusto nel momento giusto...), e col solito Lukaku che non è riuscito a toccare di testa un cross di Chadli radente la porta, quindi l'assalto finale di Mertens e compagni del tutto inconcludente e contenuto senza nemmeno troppo affanno. 

BELGIO SCONFITTO MA FORTE - E' stato quel che si dice un bell'incontro, perché trame di grana buona e giocate di pregio si sono fuse con il clima di acre battaglia agonistica che ha per lunghi tratti imperversato. Acre ma corretta, giova dirlo. Il Belgio non esce ridimensionato da questo confronto, tutt'altro: ha trovato sulla sua strada una rivale giovane in molti suoi uomini ma già credibile, organizzata, con un progetto di gioco moderno e sbarazzino e con individualità di assoluto spessore, al di là delle ormai risibili sottovalutazioni di certa critica ma soprattutto, spiace dirlo, di larga parte del pubblico. Non ho più voglia di polemizzare, ciò che avevo da dire sull'argomento l'ho scritto in lungo e in largo qua e sull'unico social che frequento: posso solo aggiungere che provo tristezza per chi ha scoperto l'Italia di Mancini solo a Monaco, perché si è perso tante gioie precedenti, tante partite godibili e prestazioni brillanti. Perché negarsi l'effimera felicità dello spettacolo calcistico per il puro gusto di fare i bastian contrari e i contestatori a tutti i costi? 

ABBIAMO GIA' VINTO - La terra di Germania ci è stata di nuovo propizia, come nel 2006: peccato che stavolta sia stata solo una toccata e fuga. Ora, come scrisse Italo Cucci sul Guerino all'indomani di Italia-Brasile 1982, "non vorrei che gli azzurri fossero come me: felici e paghi". Già, perché per me l'Europeo è già vinto, non solo moralmente (alle vittorie morali non ho mai dato troppo peso nemmeno al Festival di Sanremo) ma sul piano meramente sportivo. Dopo essere entrata fra le prime otto d'Europa, ora la nostra Azzurra si ritrova fra le prime quattro, un traguardo splendido che nessuno con un minimo di raziocinio avrebbe potuto pretendere da Jorginho e compagni, alla vigilia. Nel 2017 avevamo toccato il fondo della ultracentenaria storia di questa gloriosa rappresentativa, ora abbiamo di nuovo una Nazionale competitiva ai massimi livelli, che può permettersi persino il lusso di sognare ciò che io per primo, da sempre estimatore del lavoro di Mancini e dei suoi ragazzi, non osavo nemmeno chiedere a questo Club Italia. Con la Spagna, a Wembley, si potrà benissimo perdere, perché quella di Luis Enrique è compagine fresca, coraggiosa e ricca di piedi buoni, proprio come la nostra. Ma non è più la mitica Roja 2008-2012, se è vero che stava per essere disinnescata dalla Svizzera già castiga-Francia. Ci possiamo provare, ancora una volta, senza assilli e senza pressione. 

giovedì 15 ottobre 2020

NATIONS LEAGUE: ITALIA IN DIFFICOLTA' CON L'OLANDA. CI SALVANO L'ASSE CHIELLINI - BARELLA E UN'OTTIMA TENUTA DIFENSIVA

Non si era mai vista così in difficoltà la Nazionale del Mancio, perlomeno da quando è diventata una squadra vera, ossia dalla trasferta in Polonia per la prima Nations League, gara qui pluricitata in quanto pietra angolare del processo di maturazione del nuovo Club Italia. Nella serata di Bergamo l'Olanda, a tratti, ci ha fatto veder le streghe, e in simili circostanze è sempre meglio guardare alla metà piena del bicchiere: non aver perso è un grande risultato e mantiene intatte le nostre speranze di artigliare il primato nel girone. 

Di più: pur in una situazione di notevole sofferenza, i nostri le hanno prese ma anche date, nel senso che, a fronte dei rischi corsi, hanno avuto almeno tre opportunità clamorose per conquistare l'intera posta, due delle quali, una per tempo, capitate sui piedi di Immobile, per il quale in azzurro continua a mancare il killer instinct laziale. La svolta negativa del match è coincisa proprio con la palla gol fallita da Ciro su perfetto assist di Verratti: dal possibile, e non immeritato, 2-0, si è passati all'1-1 nel volgere di una manciata di minuti, coi tulipani oggettivamente fortunati, visto che il pari di Van de Beek è stato propiziato da un rimpallo a centro area. 

Da quel momento, lo si è detto, Italia in ambasce, ma più per una situazione di imbarazzo tattico che per la classe degli avversari, visto che quanto a livello tecnico, a qualità dei singoli, le due rappresentative grosso modo si equivalgono, a parer mio. I problemi che affliggono il cittì sono noti, al di là delle contingenze della partita: Jorginho ha confermato di attraversare un periodo di scarsa brillantezza, Immobile ha sempre il "braccino" nei sedici metri finali, Chiesa continua ad essere troppo fumo e poco arrosto: qualche giocata la azzecca, ma non basta, e l'incisività in avanti è ancora una chimera. Come vivacità, come spirito di iniziativa, meglio il subentrante Kean, che però parte eccessivamente da lontano non riuscendo a diventare pericoloso in zona tiro. 

E tuttavia, giusto sottolinearlo, non sono mancati i motivi di consolazione. Tre nomi dalla cintola in su: Verratti, per il citato lancio ad Immobile e per aver saputo comunque dare ordine a un reparto di mezzo un po' sballottato, a costo di qualche scorrettezza di troppo in fase di copertura; Barella, ottimo sia in interdizione che in impostazione, scheggia in perenne movimento e autore del geniale passaggio in diagonale che ha mandato in gol Pellegrini; e Lorenzo, appunto, confermatosi incursore di vaglia e il cui contributo al lavoro offensivo è stato questa volta premiato da una meritata segnatura. Ma è naturale e confortante che, in una gara di notevole sofferenza come quella di ieri, le cose migliori siano arrivate dalla difesa. Per una squadra abituata a tenere pallino, ad aggredire, a giocare sempre col muso puntato verso la porta avversaria, un esame di sostanza per la retroguardia era necessario, e va detto che è stato superato tutto sommato a pieni voti. Perché, come detto, il gol del pari è stato favorito da circostanze anche fortuite, mentre altre situazioni spinose sono state risolte con efficacia, spesso anche senza guardare troppo alla forma, all'estetica.

Il calcio italiano, si sa, sconta da almeno un decennio la crisi della sua leggendaria vocazione difensiva, e quando è costretto in trincea deve spesso aggrapparsi a certi vecchi draghi. A Bergamo, ad esempio, è stata la notte di Chiellini, gagliardo come ai bei tempi, tempista e risoluto, decisivo nel tappare falle che potevano risultare esiziali. Attorno a lui un po' tutta la terza linea si è esaltata, e così abbiamo visto, ad esempio, Donnarumma sventare l'1-2 su un preciso diagonale di Depay. Da elogiare anche Spinazzola, che nel primo tempo stava cominciando a carburare e a offrire le sue consuete discese sulla sinistra, anche con una insidiosa conclusione verso Cilessen, mentre nella ripresa ha fatto risaltare le sue doti di contenimento dando un prezioso contributo per arginare le folate Orange. 

In sintesi, sull'asse Chiellini - Barella si è sostanzialmente retta la Nazionale vista poche ore fa: sono stati i più continui ed efficaci nelle rispettive zone d'operazione, i collanti di una formazione che in certi passaggi del match ha rischiato il naufragio ma, con notevole personalità, ha saputo rimanere a galla. Ora però occorre qualcosa di più: se permangono le difficoltà di Jorginho, si può dare spazio con più convinzione a Locatelli, anche ieri abbastanza in palla nel poco minutaggio avuto a disposizione. Per il resto, più che di uomini penso sia questione di condizione atletica e mentale: a novembre dovrebbe registrarsi una crescita e l'Azzurra potrà riappropriarsi delle misure di gioco che le sono consuete. La Nations League è un torneo giovane e forse di scarso appeal, ma dopo tanti anni a secco di trofei non possiamo rinunciare a cuor leggero alla possibilità di giocare in casa nostra la final four. 

mercoledì 12 giugno 2019

VERSO EURO 2020: L'ITALIA C'E', RIMONTA LA BOSNIA E SCIORINA UN INSIGNE DI SPESSORE INTERNAZIONALE

                                                 Verratti (foto Guerin Sportivo)

Ormai è ufficiale: l'Italia c'è, c'è di nuovo, è ritornata. Io per primo, nel precedente articolo di commento al trionfo in Grecia, avevo sottolineato l'importanza di non esaltarsi e di aspettare  test più probanti, per la giovane selezione di Roberto Mancini. Ebbene, il test impegnativo è arrivato, ed è stato superato con una brillantezza che, ad un certo punto della gara, pareva utopico auspicare. La Bosnia è squadra tosta, scaltra, di elevato tasso tecnico in numerosi elementi, non solo gli arcinoti Pjanic e Dzeko (Besic, Saric e Visca danno del tu al pallone). Per un'ora abbondante ha messo in grave imbarazzo i nostri, che tenevano pallino ma subivano ripetutamente la rapidità e la precisione delle ripartenze avversarie. In questo quadro tattico, il vantaggio ospite era stato quasi inevitabile: già Bonucci aveva salvato in scivolata su un inserimento di Visca, che poi forniva al centravanti della Roma un pallone comodo comodo per il tocco dello 0-1.
REAZIONE DI GIOCO, NON DI NERVI - Ma l'Italia ha saputo reagire, e lo ha fatto non di soli nervi, non solo attingendo a quell'orgoglio che è stato spesso, in passato, l'arma in più della nostra rappresentativa. Lo ha fatto cercando comunque di produrre gioco, nonostante un centrocampo che girava a scartamento ridotto grazie all'abilità dei bosniaci nel neutralizzarne le trame. Ha mantenuto una sua linearità di manovra, dapprima sofferta e spezzettata, poi via via sempre più "centrata", evitando assalti all'arma bianca che avrebbero, probabilmente, creato solo confusione e intasamento nell'area dei rivali. E' sintomo di una lucidità, di una consapevolezza nei propri mezzi che mai si erano palesate nella precedente gestione. Ed è merito di un gruppo di "piedi buoni" che stanno facendo dimenticare le imprecisioni e le incertezze di tocco cui negli ultimi anni ci eravamo tristemente abituati. 
L'INSIGNE CHE ASPETTAVAMO DA TEMPO - La sensazione è che questa giovane Nazionale sappia sempre cosa fare, e sia pronta a opporre le adeguate contromisure ad imprevisti e contrarietà. Così, nella prima ora di gioco, col pacchetto di mezzo sovente saltato dai rapidi tagli in avanti dei biancoblù, si sono rivisti i centrali di difesa alzare il baricentro e giocare in appoggio, in particolare con Chiellini che giungeva spesso fin sulla trequarti e sfiorava addirittura il gol del pari mancando di poco una deviazione ravvicinata su cross di Insigne (ripetendosi poi nel secondo tempo con una poderosa inzuccata respinta d'istinto dal portiere). Già, Insigne: se due indizi possono cominciare a fare una prova, la seconda prestazione super dopo quella di Atene dimostra che il partenopeo si è finalmente preso le chiavi della prima linea azzurra, riesce a dare libero sfogo al suo estro giostrando con efficacia per se stesso e al servizio dei compagni. Ha tirato fuori da ogni impaccio la squadra con la strepitosa rete dell'1-1 in avvio di ripresa, destro al volo di rara potenza sugli sviluppi di un corner, e ha poi continuato a martellare la retroguardia di Prosinecki, chiamando Sehic a un gran intervento su colpo di testa e poi appoggiando a Verratti il pallone per il colpo di biliardo che, in zona Cesarini, è valso la vittoria che ci avvicina ad Euro 2020. 
FINALE SPRINT DI VERRATTI: GIOCASSE SEMPRE COSI'... - Il talento e l'esperienza internazionale della stellina del PSG sono emersi alla lunga, dopo che l'aggressività bosniaca aveva a lungo costretto lui e i compagni di reparto a remare controcorrente. Nella zona nevralgica, il solo Barella ha retto la baracca nel momento peggiore, mostrando il suo volto di combattente che ne completa le doti propositive, ieri meno appariscenti rispetto alla trasferta ellenica; poi è venuto fuori Jorginho, con un gioco scarno ma fondamentale per ricreare equilibrio nel settore, e la chiusura, come detto, è stata tutta del "francese", che se giocasse sempre coi ritmi, la continuità, la precisione e la concretezza degli ultimi venti minuti sarebbe elemento di valore planetario. 
I MERITI DELLA DIFESA; BERNARDESCHI GIU' DI TONO - Pur stregati dall'ondata offensiva finale, che ha visto il fresco Belotti fornire un contributo di notevole spessore fisico e Insigne sfiorare persino il 3 a 1 in contropiede poco prima del triplice fischio, non dobbiamo però dimenticare il ruolo decisivo recitato dalla terza linea per larghi tratti di gara. L'atalantino Mancini ha un po' sofferto nel tenere a bada gli avanti bosniaci, in particolare un Dzeko indiavolato, un perno offensivo che farebbe la fortuna di rappresentative anche più qualificate. Del duo juventino si è detto, mentre Emerson è stato costretto dalle circostanze a rimanere quasi sempre rintanato dietro, essendo invece un laterale che dà il meglio di sé in fase di spinta; ma merita una citazione anche Sirigu, che ha sfoderato sicurezza assoluta e coraggio, come quando è uscito su Dzeko strappandogli il pallone coi piedi. Fra lui, Donnarumma e l'ottimo Meret dell'ultima stagione napoletana, ci troviamo ad essere più coperti nel ruolo di quanto ci aspettassimo, dopo l'addio di Buffon. In avanti, come detto, Insigne uber alles; per il resto, Quagliarella ha avuto un solo pallone giocabile nel primo tempo e l'ha scagliato verso la porta di destro, consentendo a Sehic di prodursi nella miglior parata della serata, mentre ha deluso Bernardeschi, che col centrocampo in crisi avrebbe dovuto prendersi maggiori responsabilità in chiave creativa. Ma sono dettagli; importanti, certo, ma di sicuro nulla di irrimediabile. E poi si è ritrovato il feeling con le vittorie, senza le quali il morale resta sotto i tacchi e di strada se ne fa poca. Avanti così. 

domenica 18 novembre 2018

NATIONS LEAGUE: PASSA IL PORTOGALLO MA L'ITALIA C'È, ECCOME. DIFESA SOLIDA E CENTROCAMPO DI LUSSO, MANCA IL BOMBERONE

                                                   
                                                                         Verratti, fra i migliori

Delusione? Suvvia, non scherziamo. Solo gli ottimisti a oltranza potevano sperare in un aggancio in extremis della final four di Nations League: il vero obiettivo di questo primo scorcio di stagione, per l'Italia, era la salvezza, ed è stato ottenuto brillantemente in Polonia. Non un'impresa da poco, se pensiamo ai balbettii di inizio torneo e se vediamo la fine che ha fatto la Germania, passata in pochi mesi dagli altari planetari alla polvere della Serie B europea. È ancora una Nazionale in cantiere, la nostra, e solo nell'ottica della ricostruzione in corso vanno interpretati i segnali giunti dalla sfida di San Siro col Portogallo (il quale anche in caso di sconfitta avrebbe poi avuto un bel match point contro Piatek e compagni). 
OCCASIONI A GO GO - Segnali positivi e bicchiere mezzo pieno, senza alcun dubbio. In settembre, i nostri ragazzi naufragavano a Lisbona dopo una recita all'insegna dell'impotenza offensiva e del disagio tattico: ebbene, sembra passato un secolo. Ieri sera, per un'ora abbondante, la squadra di Mancini ha confermato gli enormi progressi già emersi a Genova e in terra polacca. Il ritrovato gusto per il gioco manovrato, la precisione nel tocco di palla e nei passaggi, la volontà di tenere sempre e comunque pallino, di aggredire. I campioni d'Europa in carica sono stati totalmente in balìa degli azzurri: incapaci di imporre la loro classica ragnatela, impossibilitati a ripartire, costretti ad armare una mera difesa passiva. Ai punti, in quei due terzi di gara, la vittoria italiana è stata schiacciante, con occasioni in serie: Insigne dalla distanza ha chiamato Rui Patricio a una difficile parata, e sulla ribattuta Immobile ha calciato alto; Florenzi ha sfiorato il palo con un destro dal limite; ancora Immobile, splendidamente liberato davanti al portiere da Verratti, si è fatto respingere la conclusione dall'estremo portoghese; Bonucci di testa, su punizione di Insigne, ha mandato sull'esterno della rete; e dulcis in fundo, in avvio di ripresa, Chiesa ha mancato il bersaglio da pochi metri (tiro deviato in corner) dopo una bella combinazione Verratti - Biraghi. 
CENTROCAMPO DI QUALITÀ, INSIGNE OK, IMMOBILE DOUBLE FACE - Il problema del Club Italia del Mancio, a ben vedere, è tutto qui: manca il killer instinct, manca la capacità di finalizzare. Non è poco, sicuramente, ma il quadro complessivo pare decisamente roseo: incredibilmente roseo, direi, se si pensa a come eravamo ridotti. Il centrocampo, che aveva fatto naufragio nelle prime uscite stagionali, ha ormai trovato una buona quadratura: Verratti si è reso protagonista della sua prova più autorevole in maglia tricolore, impadronendosi delle redini del gioco e non limitandosi, come spesso gli è capitato, a dare il meglio in interdizione; accanto a lui, anche Jorginho è lievitato a ottimi livelli di rendimento, mostrando inoltre una personalità che raramente si era vista nelle sue apparizioni pre Chorzow; Barella si è confermato giocatore coraggioso e utile nelle due fasi, deve solo trovare continuità nell'arco dei novanta minuti.
Purtroppo, l'ottima tessitura del reparto di mezzo si è scontrata con l'evanescenza della prima linea, in cui il solo Insigne ha mostrato vivacità e intraprendenza (anche per lui, la migliore prestazione di sempre in rappresentativa), mentre Chiesa si è dannato l'anima con scarsi risultati (e a volte scarsa collaborazione dei compagni); quanto a Immobile, polveri bagnate come troppo spesso gli capita quando è chiamato a indossare la casacca nazionale: clamoroso, in particolare, il gol mancato in avvio dopo la staffilata di Lorenzino.
GAP FISICO - Oltre all'incapacità di pungere, il campanello d'allarme è giunto dal netto calo fisico dell'ultima mezz'ora, che ha consentito a un Portogallo fin lì annichilito di assumere il controllo delle operazioni arrivando persino a sfiorare un'immeritata vittoria, con un velenoso tiro di William Carvalho sul quale Donnarumma si è esibito in un intervento sensazionale, confermando il buon rendimento recente in azzurro. La scarsa resistenza atletica sulla lunga distanza è un limite che caratterizza molte formazioni nostrane nei confronti internazionali, da diversi anni a questa parte, ma ci si può lavorare, e del resto il problema del Meazza è stato a monte: cioè arrivare a quella fase finale col fiato corto, senza aver prima concretizzato l'enorme mole di pregevole lavoro svolto. 
DILEMMA OFFENSIVO: CUTRONE È LA SOLUZIONE? - Torniamo dunque al problema - base: non c'è il bomber, il Vieri o l'Inzaghi della situazione, capace di trasformare in gol anche la palla più sporca (fermo restando che un po' tutti debbono aggiustare la mira...). Con Balotelli di nuovo in... purgatorio, con Belotti che solo ora sta uscendo da un periodo opaco, con Immobile Dottor Jekyll e Mister Hyde, rimane da provare Cutrone, e fossimo nel cittì non staremmo più tanto a pensarci su: il ragazzino sciorina fiuto del gol e capacità realizzative fin dai primissimi passi mossi in Serie A, ha doti tecniche e sfrontatezza giuste per ben figurare anche in un contesto di elevata competitività. In alternativa, bisogna sperare in una "operazione Napoli", ossia inventarsi un fromboliere dal nulla come riuscì a Sarri con Mertens quando si vide privato di Higuain, suo naturale terminale offensivo, oppure creare una cooperativa del gol come fece Lippi con la sua Italia mondiale 2006. Operazioni difficili che richiedono tempo, applicazione ed esercitazioni ripetute: e il tempo è poco per questa Nazionale, che nel 2019 si vedrà proiettata nelle qualificazioni all'Europeo itinerante, un obiettivo che non possiamo mancare. 
PIU' CONFERME CHE SMENTITE - Detto questo, il paragone fra le due "delusioni milanesi" a distanza di un anno, Svezia e Portogallo, non regge, checché ne dicano certi commentatori: nel novembre 2017 eravamo azzerati, avevamo toccato il fondo. Oggi, l'opera di ricostruzione della selezione ha raggiunto un grado insperato: centrocampo qualitativo, difesa dal rendimento ottimale (con un Chiellini che ha onorato al meglio la sua centesima maglia azzurra), "movimentatori offensivi" in palla (non solo Insigne ma anche Bernardeschi, la cui assenza si è avvertita non poco contro i lusitani), occorre trovare chi la "sbatta" dentro. Ma il bicchiere, lo ripetiamo, resta mezzo pieno: l'Italia c'è, c'è di nuovo, e un mese dopo, contro un avversario più forte della Polonia, ha fornito più conferme che smentite. Guardiamo avanti con moderata fiducia. 

sabato 7 ottobre 2017

NAZIONALE: CLUB ITALIA AL BUIO. SQUADRA SENZA GIOCO E SENZA IDEE, MONDIALE A RISCHIO


La prima cosa da fare è entrare nell'ordine delle idee che, avanti di questo passo, il Mondiale russo è destinato a restare una chimera. E che per evitare tale drammatica eventualità occorre cambiare registro: subito, già da lunedì. Destino beffardo: una delle fasi più critiche nella storia recente della Nazionale italiana da risolvere nel giro di pochi giorni, fare in 72 ore ciò che non è riuscito in più di un anno. La situazione è molto più allarmante di quanto si creda: perché questa Italia dall'encefalogramma piatto, se tale rimarrà, rischia di subire molti danni anche dall'Albania di Panucci, più forte della modesta Macedonia di ieri, con la conseguente eventualità di doversi aggrappare agli scivoloni altrui per restare nel novero delle migliori seconde e non dover rinunciare al barrage. Avvilente, non trovate?
Come si sia potuti giungere a tal punto non è facile capirlo. L'elemento chiave è per me, e non lo scrivo da oggi, la figura del Commissario Tecnico. Ventura ha mostrato fin qui limiti enormi nella gestione del gruppo sul piano tattico, psicologico e della scelta degli uomini. Ha sbagliato clamorosamente l'impostazione complessiva delle due gare che non doveva sbagliare, quelle con la Spagna (battibile, lo ribadisco, come aveva dimostrato Conte a Euro 2016), e dopo il capitombolo di Madrid ha perduto il polso della squadra. Non si può prescindere da questo punto di partenza per analizzare una curva involutiva che poi, ovvio, ha anche altre radici. Certo, i forfait di figure chiave come De Rossi, Verratti e Belotti (più Candreva rimasto in panca) non aiutano, così come la drammatica assenza di ricambi all'altezza, non per carenza di ragazzi validi, quanto per il loro scarso minutaggio nelle squadre di club, con conseguenti grossi limiti atletici e di tenuta. Il decadimento qualitativo del football italico non può valere come giustificazione per partite come quella di poche ore fa, perché anche l'Italia di questo delicato momento storico dovrebbe essere in grado di regolare senza patemi, fra le mura amiche, una Macedonia volitiva, grintosa, organizzata ma sostanzialmente modesta, al punto da aver concesso ben quattro palle gol alla dimessa Azzurra del primo tempo; e a proposito di nostri giocatori panchinari nelle società di appartenenza, giova ricordare che a Torino ha giganteggiato Pandev, il quale nel Genoa gioca poco (anche per motivi di età) e quando lo fa non sempre si copre di gloria. 
Diciamocelo: l'1-1 dell'Olimpico non è in alcun modo giustificabile. E non si presta nemmeno ad analisi profonde, per il vuoto tecnico che ha mostrato: fin dall'inizio è emersa lampante la pochezza dell'undici schierato da Ventura, in particolare l'assoluta inconsistenza dell'asse centrale Parolo - Gagliardini, a corto di idee e di personalità. Ma anche dalle fasce sono arrivate pessime notizie, con Darmian e Zappacosta impegnati a correre a vuoto, e in particolare con il neo acquisto del Chelsea lontano anni luce dall'efficace incursore ammirato contro Israele. In avanti, l'atteso Verdi ha regalato un paio di luminarie e poco altro, e Immobile ha avuto pochi palloni giocabili (uno dei quali trasformato in assist - gol per Chiellini), anche perché Insigne è rimasto imprigionato nel copione azzurro che troppo spesso gli abbiamo visto recitare: velleitarismo, tiri fuori misura, grosse difficoltà nel saltare l'uomo. Se poi il "cervello aggiunto" del gioco italiano, quel Bonucci che solitamente rappresenta uno dei perni della manovra per la sua capacità di ribaltare il gioco con precisi lanci lunghi, porta in Nazionale i disagi manifestati nel Milan, non si può che dire: piove sul bagnato. E sinceramente la crisi dell'ex juventino sta rappresentando un imprevisto per tutti, per il cittì così come per il coach rossonero Montella: non era ragionevolmente lecito pensare che il cambio di casacca lo disorientasse a tal punto. 
In ogni caso, sarebbe bastata un'Italia formato Israele per portare a casa la pagnotta senza troppe difficoltà; ma un mese fa, particolare non trascurabile, c'era Candreva, che da solo creò il 90 per cento del volume offensivo dei nostri. Gli azzurri di Torino, semplicemente, non sapevano da dove cominciare per imbastire autentiche situazioni di pericolo in avanti. Tali irritanti dimostrazioni di non gioco, solitamente, tendono ad amplificare i limiti di talento dei singoli, e così, puntualmente, i nostri sono parsi alla stregua di pedatori di basso livello: ma i Darmian, i Parolo, gli Insigne non sono così mediocri; e non lo è nemmeno Bernardeschi, il cui ingresso in campo non ha implementato di una virgola l'incisività dei nostri. Lo stesso Rugani, che pure è stato fra i pochi a non demeritare, sa certo essere più coraggioso e propositivo, laddove ieri si è limitato al piccolo cabotaggio, restando rintanato a presidiare un reparto che, nella ripresa, cominciava a sbandare vistosamente. Il florilegio di lanci e tocchi sbagliati, palle perse, conclusioni senza capo né coda, contrasti sistematicamente persi con gli avversari forniscono un quadro da allarme rosso, senza nemmeno più l'alibi della "stagione appena iniziata"; gli altri corrono e sono sul pezzo: persino, lo ripetiamo, il declinante Pandev. 
Cosa succederà, adesso? Dato ovviamente per scontato che la fase di qualificazione verrà portata a termine da Ventura, al momento non esiste margine per cambi radicali di rotta. Occorre solo recuperare alcuni dei titolari prima citati, perché in situazioni come questa non c'è più spazio per esperimenti che, oltretutto, lasciano il tempo che trovano. Tanto per fare un esempio, non riesco a trovare ragioni valide all'utilizzo (ma anche alla convocazione) di un Cristante, ragazzo promettente e in crescita, ma che può mettere sul piatto solo una manciata di buone partite con l'Atalanta, dopo anni di delusioni e occasioni mancate. Non sono sicuro che così si favoriscano la maturazione dei giovani e il loro inserimento in gruppo, non è con una formazione priva di certezze e di esperienza che è possibile superare lo scoglio albanese e quello degli spareggi. Se usciremo indenni dal mese di fuoco che ci aspetta, occorrerà poi porsi più di un interrogativo, anche sulla conduzione tecnica della squadra. Ma ci sarà modo di riparlarne. 

martedì 28 giugno 2016

EURO 2016: RIECCO L'ITALIA DELLE IMPRESE EPICHE. SPAGNA ANNICHILITA, AZZURRI FRA LE PRIME OTTO, BRASILE 2014 LONTANO ANNI LUCE...


Quattro anni dopo Varsavia, il calcio italiano si scopre ancora capace di regalarsi, e regalarci, epiche imprese da tramandare ai posteri. In Polonia fu la semifinale di Euro 2012 a restare scolpita nei libri di storia: la più bella Azzurra targata Prandelli annichilì la favoritissima Germania, la sera in cui Balotelli parve davvero a un passo dal diventare uno dei campionissimi dell'era contemporanea. Da allora, il buio: quattro anni di crisi, di miserie, di declino di tutto un movimento, col punto più basso toccato nella breve e nefasta spedizione brasiliana, e con una Nazionale che, anche dopo quel ko, è sempre parsa tollerata e mal sopportata dai club, invece di esser vista come fondamentale volano per il rilancio del nostro pallone. Un tunnel dal quale sembrava impossibile potessero sortire favole così belle come quelle che Conte e i suoi ragazzi ci stanno raccontando in questo assolato giugno. Già ci aveva inebriati il colpaccio messo a segno al debutto col Belgio, la squadra del futuro, una delle papabili per il titolo, e che in seguito ha dimostrato di non essere un bluff, al punto di trovarsi ormai un solo, non irresistibile ostacolo davanti prima di approdare alla semifinale. 
VITTORIA DEL GIOCO - Quello contro i Diavoli Rossi fu un capolavoro di football all'italiana riveduto e corretto in versione moderna, ossia difesa attiva  e propositiva. Ma ieri, a Saint Denis, si è visto tutt'altro. Proprio come quattro anni fa, ma anche come nell'82 col Brasile al Sarrià (ebbene sì, il paragone ci sta tutto), i nostri hanno sfidato i favoritissimi spagnoli sul loro stesso terreno, il terreno del gioco, dell'iniziativa, dell'aggressività, e si sono (ri)scoperti intraprendenti e coraggiosi. Hanno affrontato il match con lo stesso spirito positivo del duello in Confederations di tre anni fa, che avevo evocato nel mio ultimo post: ma allora ci spegnemmo a gioco lungo, questa volta ci sono state più intensità, più resistenza fisica e morale, più incisività, più cattiveria. Hanno spazzato via la Roja, talmente stranita da cotanto affronto al punto di non riuscire, per almeno settanta minuti, ad imbastire una risposta degna di tal nome, e della fama che accompagna Iniesta e compagni da quasi dieci anni. Da tempo non si vedeva la nostra selezione attaccare con tale continuità, e con tanta precisione nella costruzione delle proprie manovre. Prima e dopo il gol sblocca - punteggio di Chiellini, in un difficile tap-in su punizione di Eder non trattenuta da De Gea, si sono registrati i tentativi di Pellè, Giaccherini in splendida rovesciata, Parolo, ancora Giaccherini con una fiondata di destro alzata in corner dall'erede di Casillas. E nella ripresa di nuovo Eder ha mancato il raddoppio dopo una bella fuga palla al piede. 
BRILLANTI E POCO CONCRETI DAVANTI - L'han gridato tutti: bisognava chiuderla prima, dannazione; occorreva essere più concreti. Ma non si diceva, fino a poche ore fa, che il più grosso limite di questa Italia fosse rappresentato dalla mancanza di efficaci terminali offensivi? Ebbene, è ancora così, un Vieri, un Del Piero o un Toni non si inventano dall'oggi al domani, e con uno solo di questi tre la Spagna avrebbe probabilmente incassato, ieri, una delle lezioni più umilianti della sua storia. I ripetuti errori sotto porta hanno inevitabilmente esposto i nostri a un finale di gara in piena sofferenza, perché le leggende al tramonto non si arrendono senza combattere. Si incattiviscono, menano fendenti a ripetizione, magari lo fanno in maniera disordinata, ma sanno comunque portar scompiglio. Lì, e solo lì, si è rivista l'Italia della tradizione, quella da trincea, di super Gigi e della BBC (Barzagli - Bonucci - Chiellini), la sola su cui alla vigilia si puntava per uscire indenni da un confronto che pareva impari. Ed è stata invece un'Italia completa, a tutto campo, capace di coprirsi ma ancor prima di produrre un calcio bello ed essenziale, di andare al tiro e di fare paura, di tenere sotto pressione rivali fra i più reputati. 
GIACCHERINI, DE SCIGLIO E BUFFON: SUPER - E' stata prima di tutto la vittoria del collettivo, dell'organizzazione, dei movimenti perfettamente sincronizzati e, finalmente, degli errori di tocco e di misura ridotti al minimo. Tutti su livelli di eccellenza, con pochi picchi autentici, direi lo straripante Giaccherini del primo tempo, esaltatosi nella funzione che più gli è congeniale, quella di micidiale incursore dal palleggio sovente letale. E poi un De Sciglio ripropostosi sulle misure azzurre che aveva lasciato intuire ai tempi degli esordi in Confederations Cup 2013, preciso e pulito negli interventi difensivi  e sempre ben disposto a sganciarsi, per quanto nella gara di Parigi sia rimasto più che altro fedele alle consegne di copertura. Rivisto anche un Eder magari non lucidissimo ma sempre vivo e pronto a infilarsi nelle maglie della difesa iberica, un Bonucci talmente sicuro di sé da proporsi in frequenti avanzamenti, un Buffon che, inoperoso per due terzi di gara, ha saputo ergersi a baluardo nel momento più difficile, con almeno due deviazioni da urlo su Iniesta e Piquè e altri interventi impeccabili.

                                              Chiellini: ha sbloccato il risultato

DIFESA PULITA E ARMONICA - Il fatto che, alla fine, nessuno dei nostri più importanti diffidati (il trio della terza linea) abbia raccolto il secondo giallo non è un dato da poco: significa che non c'è stato bisogno di affannosi recuperi, di falli più o meno scaltri, o di scorrettezze "tattiche" per troncare sul nascere pericolose offensive di David Silva e compagni; la copertura è stata perfetta e armonica, al punto da consentire ai tre dietro di giostrare in totale serenità, senza mai forzare un intervento. L'unico "cartellinato" ad andare in squalifica è stato alla fine Thiago Motta, la cui utilità nel meccanismo azzurro francamente continua a sfuggirmi. Non arrivo a dire che i patemi di ieri siano iniziati col suo ingresso in campo al posto di De Rossi, ma è persistente la lentezza sia nei movimenti sia nella lettura delle situazioni tattiche, nonché errori che da parte di uno coi suoi piedi sono assolutamente inaccettabili. Credo che in prospettiva sia più utile Sturaro, il quale anche ieri avrebbe portato più grinta, dinamismo e qualche idea. E, già che si parla di "riserve", menzione per Insigne, che nel suo solito part time ha sfiorato un gol anticipando troppo la conclusione (avrebbe potuto avvicinarsi un po' di più a De Gea) e ha dato il là all'azione del sospirato raddoppio, perfezionata dall'affondo di Darmian e conclusa dalla "consueta" girata sotto porta di Pellè, il nostro Ciccio Graziani 2.0, punta generosa e votata al sacrificio ma spesso pronta quando si tratta di far male in area. 
FINE CICLO IBERICO? SI', MA... - I giornali spagnoli, in queste ore, parlano di fine di un ciclo. Sicuramente è così. Avevamo detto che la Spagna era ancora forte, ma non più ai livelli di quella che ha dominato l'Europa e il mondo fra il 2008 e il 2012. Il tonfo brasiliano era stato talmente fragoroso da non poter essere frutto di un momento di appannamento; il fatto che, poi, Del Bosque sia caduto nell'errore di tanti commissari tecnici vincenti di ogni parte del mondo (i nostri Bearzot e Lippi, il francese Lemerre), continuando a puntare sui "leggendari" dei primi trionfi e prolungando l'anticamera dei giovani rampanti (che sono forse... meno rampanti di come i media li dipingono) non poteva che produrre i frutti che abbiamo visto: ossia una rappresentativa ancora qualitativa, ancora in grado di sciorinare football di grana fina e di stendere avversari non irresistibili (cechi e turchi, in questo Europeo), ma più vulnerabile non appena si alza il livello dello scontro. Comunque i conti non sono ancora chiusi, per noi: nel prossimo biennio incroceremo gli iberici altre due volte, e non potrà che essere una Spagna nuova, forse ancora con tre o quattro totem, ma soprattutto con i vari Koke, Alcantara e Morata a dettar legge. Contenderemo loro la qualificazione mondiale, lo faremo sgravati dal peso di una serie negativa spezzata nell'umidità dello Stade de France, ma anche noi dovremo immettere linfa nuova nelle nostre vene, perché gli eroi di questi giorni francesi non saranno eterni.
BILANCIO GIA' IN ATTIVO - Il domani porta la Germania, che invece pare ben lungi dal chiudere il suo ciclo vincente. Dopo le brutture offerte con la Polonia nella seconda giornata, è andata in crescita lenta ma costante, pur se le avversarie affrontate non hanno certo rappresentato banchi di prova da far tremare i polsi. Impenetrabile dietro, forse l'unica difesa al mondo all'altezza, nei singoli, del nostro blocco arretrato juventino, dalla trequarti in su sta recuperando la freschezza e la forza penetrativa del Mondiale di Rio. Tuttavia, e non è per mettere le mani avanti, l'Italia questo Euro 2016 l'ha già abbondantemente onorato, vincendo quando doveva vincere, rovesciando pronostici avversi ed eliminando con pieno merito i campioni in carica: essere fra le prime otto del Continente è un progresso enorme, innegabile, rispetto al fondo toccato due anni fa. E aver raggiunto questo traguardo nel periodo di più acuta difficoltà mai attraversato dal pallone tricolore va vieppiù a titolo d'onore per gli azzurri e per il loro strano cittì "dimezzato". Sabato, a Bordeaux, que sera, sera...  

venerdì 17 giugno 2016

EURO 2016: ITALIA BRUTTA, VINCENTE E QUALIFICATA. CON LA SVEZIA ABBIAMO SOFFERTO PERCHE'...


Nulla di sorprendente, nei mille stenti attraverso cui è passata un'Italia imbolsita per venire a capo della Svezia e conquistare un'anticipata qualificazione agli ottavi di finale, risultato impensabile fino a una settimana fa e anche meno. No, non è stata la "sindrome da seconda partita" che avevo paventato nel mio precedente post, e che è stata infine esorcizzata: certo, in alcuni momenti del primo tempo qualche timore di un terribile deja vu si è manifestato, visto che i nostri prodi parevano in difficoltà anche sul piano fisico (quasi sempre secondi sul pallone, scarsamente mobili, lenti a smarcarsi), ma va detto che non si sono raggiunti gli abissi di non gioco di due anni fa contro Costarica e Uruguay, che peraltro ritengo difficilmente eguagliabili anche da rappresentative italiane meno valide di quella attuale. 
QUELLE SQUADRE CHE PROPRIO NON DIGERIAMO... - Altri fattori hanno inciso sulla assoluta mediocrità della prestazione, solo in parte riscattata da un avvio di ripresa promettente e dal finale arrembante. In primis, la Svezia appartiene a quella categoria di squadre che, da sempre, la nostra Nazionale soffre: Bulgaria, Norvegia, Repubblica Ceca, solo per pensare a selezioni affrontate in anni recenti. Squadre, cioè, senza grossi picchi di classe (fra i nordici di questo Euro 2016 c'è giusto Ibrahimovic, che peraltro è stato disinnescato quasi senza colpo ferire, e pochissimo altro), ma solide, organizzate, tatticamente accorte e atleticamente sempre svettanti, tese più a distruggere e a coprirsi che ad aggredire. Rivali ispidi che ci mettevano in difficoltà già quando eravamo ricchi di risorse tecniche, figuriamoci in questa fase di involuzione del prodotto calcistico nostrano: senza stelle in grado di dominare là dove nasce la manovra, senza elementi di grande fantasia capaci di saltare l'uomo e scardinare il dispositivo difensivo avversario, e per di più senza la brillantezza e l'ordine sciorinati contro il Belgio, abbiam finito persino per lasciare agli svedesi l'iniziativa. Data la loro evidente modestia, non hanno saputo approfittare di questo regalo, finendo più o meno sistematicamente nelle maglie della nostra terza linea. Che però aveva un Bonucci maggiormente sulle sue rispetto alla straripante versione di Lione, mai sul pezzo quando si trattava di ribaltare con rapidità e precisione il fronte del gioco, e men che meno sapevano farlo i suoi compagni che operavano nella zona nevralgica, dove Giaccherini correva a vuoto e De Rossi non riusciva ad andare oltre un lavoro di interdizione. 
MURAGLIA GIALLA SCARDINATA DA UN SOLISTA - Le poche volte che trovavamo la qualità di palleggio per spingerci in zona di potenziale pericolo, la nostra carenza di inventiva ci portava a impantanarci in una muraglia gialla, con spazi intasati all'inverosimile, con passaggi che non potevano arrivare a destinazione, se non sporadicamente. Ripeto, un tipo di partita che ho visto e rivisto più volte, grosso modo uguale, soprattutto nei vari bienni, nelle gare di qualificazione europea e mondiale; incontri in cui chi ha il... coltello del talento dalla parte del manico deve approfittare delle poche occasioni e dei pochi momenti in cui riesce a esprimersi al meglio; e se non lo fa, come non l'ha fatto l'Italia di Tolosa, deve sperare in un'alzata di ingegno di uno dei suoi uomini più dotati. Così è accaduto, con Eder che, sfruttando la puntuale torre di Zaza, si è letteralmente inventato dal nulla un ubriacante assolo da numero dieci vecchia maniera, chiuso con un destro chirurgico. 
BRUTTI MA GIUSTAMENTE VINCENTI - Poco prima, Parolo aveva scosso la traversa di testa, e poco dopo Candreva, in uno dei suoi numerosi affondo sulla destra, aveva chiamato Isaksson a una difficile respinta, ignorando a centro area il liberissimo Sturaro; altre occasioni propizie erano rimaste a livello di pia intenzione, sbagliando l'ultimo passaggio o difettando in velocità di esecuzione o di lettura dell'azione, ma gli spiccioli di cronaca prima elencati bastano a evidenziare come il successo azzurro, per quanto bruttarello assai, sia nella sostanza meritato. La Svezia, come detto, è stata tutto fumo e niente arrosto: l'occasione migliore, a metà ripresa, l'ha avuta... in fuorigioco, con Ibra che ha mancato un gol a porta vuota su lungo traversone da sinistra, e nel primo tempo lo stesso fuoriclasse (per me un po' sopravvalutato, ma son pareri personali) ha sfiorato l'incornata vincente contrato all'ultimo da Chiellini; aggiungiamo una pericolosa mischia a fine gara, ben oltre i tre minuti di recupero segnalati dall'arbitro, con Granqvist che ha reclamato un inesistente rigore, e per il resto, da parte dei poveri eredi di Liedholm e Nordahl, solo uno sterile possesso palla e tentativi offensivi del tutto velleitari. 
I POCHI DA SALVARE E I TANTI DA BOCCIARE - Vittoria che ci sta, dunque. Questa Italia non è una grande squadra, e quindi difficilmente avrebbe potuto ripetere la super prestazione dell'esordio, a maggior ragione per le oggettive difficoltà prima esposte, mentre è più facile che, in condizioni di particolare concentrazione e freschezza, possa fare il botto contro formazioni chiaramente superiori. Da salvare la tenuta stagna di una retroguardia che ha sofferto il giusto, la discreta vivacità di Giaccherini e Candreva (ma quest'ultimo ancora troppo discontinuo, dovrebbe essere un martello sulla sua fascia), l'intensità di un Florenzi però spesso confusionario, e l'acuto di Eder, che ha fiutato con l'istinto del campione il momento più propizio per scrollarsi di dosso le ruggini di sei mesi di buio interista. Il resto è stato una delusione totale, dal Bonucci che ha tradito i suoi compiti di primo costruttore del gioco, alla mancanza di gente capace di produrre idee efficaci  nel mezzo (ma rinunciare in un colpo solo a Verratti e Marchisio e riuscire a fare sei punti in due gare è quasi un miracolo), dall'inconsistenza offensiva di Pellè e del subentrato Zaza (ottimo assist gol, ma nient'altro di rilevante) alla conferma della scarsa utilità di Motta, che quando è entrato non ha portato alcun contributo ed ha anzi incontrato grosse difficoltà al cospetto dei giganti svedesi.

                 Ibra perplesso: ancora una volta ai margini in una grande competizione per Nazionali

CON L'EIRE TURN OVER MASSICCIO - Qualcosa da cambiare c'è, senza dubbio, e il terzo match con l'Eire (ma perché nessuno la chiama più così?) offrirà l'opportunità di fare un saggio turn over. Credo sia necessario sperimentare almeno quattro - cinque nuovi titolari e dare fiato ad almeno uno dei due difensori titolari gravati da diffida (direi Bonucci, molto più importante per l'economia complessiva del gioco rispetto a un Chiellini che comunque, lo ribadisco, mi pare più pulito e meno ruvido del solito nei suoi interventi). Da provare a tempo pieno Zaza, i fantasisti - velocisti Insigne ed El Shaarawy, uno Sturaro che potrebbe portare nuovo fiato e nuove intuizioni a un centrocampo che ha bisogno di trovare geometrie e soluzioni in fase di costruzione e di spinta, magari anche con l'accentramento di Florenzi. 
SCHERZI DEL TABELLONE PRE CONFEZIONATO - Insomma, visto che in ogni caso andrà meglio rispetto al tonfo brasiliano, tanto vale cercare di allargare il mazzo di alternative per giocarci tutte le carte possibili in un Euro 2016 fin qui equilibrato ma anche di scarso appeal spettacolare, un torneo in cui hanno tradito quasi tutte le grandi, basti vedere le seconde performance di una Francia opaca, incostante, prevedibile e priva di idee che si è fatta irretire dalla non irresistibile Albania, e di una Germania stranamente depotenziata dalla trequarti in su, con Muller che sembra il parente povero del fuoriclasse ammirato negli ultimi due Mondiali. Poi, certo, in queste manifestazioni hanno un grosso peso anche i tabelloni preconfezionati in fase di sorteggio dicembrino: il nostro girone e quello del Portogallo sono gli unici i cui vincitori dovranno affrontare, nel turno successivo, una seconda classificata, e a noi, se ci aggiudicassimo il gruppo E, toccherebbe una fra Spagna, Croazia e, meno probabilmente, Rep. Ceca o Turchia. Ma non siamo nelle condizioni di fare calcoli, (e comunque raramente ne abbiamo fatti in queste competizioni,  checché se ne dica, verificare per credere), e quindi prendiamoci tutto ciò che arriva. 

martedì 14 ottobre 2014

ITALIA INDECOROSA A MALTA: NEL PROGETTO CONTE NON C'E' ANCORA IL GIOCO. CENTROCAMPO AZZURRO DA MATITA BLU

                                            Pellè esulta dopo il gol decisivo a Malta

D'accordo, la tradizionale idiosincrasia delle Nazionali italiane ai confronti con avversarie di terza o quarta fascia. Aggiungiamoci la difficoltà di un doppio impegno fin troppo ravvicinato (dal venerdì al lunedì, invece del canonico martedì di queste finestre di qualificazione europea o mondiale). Senza dimenticare che il progetto di Conte è ancora in fase di abbozzo, e sarebbe ingeneroso pretendere già ora una squadra fatta e finita, ancorata a solide certezze di uomini, di gioco, di strategie. Va bene tutto, ma non basta a giustificare una prestazione indegna come quella offerta dagli azzurri a Malta. Lo avevo già ricordato dopo un'altra ingloriosa vittoria a La Valletta, nel 2013, firmata da un doppio Balotelli: per una prestazione simile (anzi, forse migliore, se non altro per numero di occasioni create), un soffertissimo 2 a 1 sul medesimo campo e con i medesimi rivali, il Club Italia e il suo condottiero, Arrigo Sacchi, nel dicembre del 1992 finirono nel mirino della critica, che raggiunse vette polemiche elevatissime. Non fu così per Prandelli l'anno scorso (anche se qui su NdA fui molto duro nei confronti di quella prova dei nostri), e col senno di poi si può dire che un po' più di severità mediatica avrebbe forse evitato danni peggiori nella recente trasferta brasiliana; non sarà così oggi, proprio perché la nuova era è appena iniziata e questa squadra è probabilmente ancora lontana dal trovare l'ideale inquadratura. 
NON ERA UN OSTACOLO INSORMONTABILE - Non è però il caso di esagerare col buonismo: si ricordi, il nuovo CT, che ricostruire dalle macerie del Mundial non significa solo ridare competitività internazionale alla nostra rappresentativa. Occorre anche ricreare entusiasmo popolare e passione per l'azzurro, un'opera di... proselitismo che non passa solo dai risultati, ma dal modo in cui si ottengono. E il grigiore maltese è lo spot peggiore per una Nazionale che ha un disperato bisogno di riguadagnare simpatie, di essere di nuovo amata, considerata, valorizzata, dopo due stagioni di partite sparagnine, fiacche, lacunose. E poi, sì, il cantiere è apertissimo, ma, insomma, fra il Barbera e il Ta' Qali abbiamo incontrato Azerbaigian e Malta, con tutto il rispetto. 
Si sa, sono quelle squadre che, consce della loro infinita mediocrità, quando si trovano ad affrontare i colossi del football si chiudono a riccio, intasano gli spazi, marcano a uomo come nei decenni scorsi, impediscono di giocare; e oggigiorno lo fanno ancora meglio, perché se le risorse di classe rimangono modestissime, è cresciuta esponenzialmente la loro malizia tattica (non è un caso che queste due selezioni siano pilotate da trainer stranieri, Berti Vogts e Pietro Ghedin). Già, ma sono più o meno le stesse difficoltà che, per dire, incontra la Germania quando rifila sette o otto gol a San Marino, il che significa che se ci sono elementi di qualità, condizione fisica e un canovaccio plausibile a cui appigliarsi, alla fine, che diamine, certi ostacoli si superano. 
POCO RITMO, MANOVRA SOTTO ZERO - Ecco: a Malta non ci è mancata tanto la qualità (non eccelsa, ma comunque più che sufficiente per archiviare una pratica a basso coefficiente di difficoltà), quanto il ritmo e, soprattutto, una plausibile idea di gioco. Intendiamoci, non che da questo punto di vista a Palermo le cose fossero andate meglio: anche venerdì scorso la squadra è parsa acefala, incapace di manovrare con costrutto, con un Pirlo talmente poco incisivo in fase di impostazione da far sorgere legittimi dubbi sull'utilità di puntare ancora su questo 35enne, un campionissimo onusto di gloria ma dall'autonomia limitata; e tuttavia con gli azeri un pizzico di velocità in più, maggiore continuità di spinta, la generosità di un Immobile "alla Ciccio Graziani" e qualche spunto individuale (Zaza a tratti, Giovinco in chiusura di match e le incursioni dei difensori) avevano parzialmente mascherato le magagne. Ieri sera, venuti a mancare ritmo e agilità e sempre latitante la creatività, la squadra è naufragata. Il buco nero è stato soprattutto nella zona nevralgica: un centrocampo incapace di illuminare, di inventare per le punte; un giro palla fine a se stesso, senza verticalizzazioni, senza l'abilità di trovare il varco giusto per spaccare in due l'assetto di copertura avversario; e, in avanti, movimenti inefficaci e imprecisioni negli scambi e nei tocchi. 
ANCORA AQUILANI E GIOVINCO... - Cara grazia che Pellè abbia trovato il guizzo vincente in mischia, confermandosi bomber di grande efficacia (ha sfruttato in pratica l'unica palla gol capitatagli sui piedi), ma non basta certo a salvare la serata. Florenzi non ha saputo offrire altro che un cieco sferragliare a vuoto, Marchisio sembra sempre alla ricerca della posizione ideale e ancora non l'ha trovata, Candreva ha perso (si spera momentaneamente) lo sprint, lo spirito di iniziativa che ne avevano contraddistinto l'avventura nella gestione prandelliana, manifestando incredibili impacci nell'uno contro uno, Verratti al solito è andato meglio in interdizione che in fase propositiva, ma ha avuto comunque troppe pause in una gara che avrebbe dovuto aggredire con personalità. Fra i subentranti, Aquiliani al solito non ha inciso, qualcosina in più (vedasi il palo nel finale) da parte di Giovinco, ma il fatto che l'Italia, nei momenti difficili, debba ancora aggrapparsi a questi due giocatori, che nell'ultimo quadriennio hanno ampiamente dimostrato la loro sostanziale inconsistenza  sui palcoscenici internazionali, è triste e al contempo preoccupante. Quanto agli inserimenti dalla terza linea, si tratta senz'altro di una risorsa importante, non tutti possono vantare stoccatori estemporanei come Chiellini, Bonucci e Ranocchia, ma è fin troppo chiaro che una crescita autentica e plausibile di questa nuova Azzurra non possa passare solo dall'abilità dei difensori sui calci piazzati, così come le chiavi del gioco non possono essere riposte esclusivamente nei piedi del citato Bonucci, che sono certamente educati ma non al punto di attingere le capacità di impostazione di uno Scirea, ad esempio. 
PIU' CORAGGIO NELLE SCELTE - Insomma, si naviga a vista. Forse il problema di base, oltre a quelli evidenziati, è che questa è un'Italia ancora troppo vecchia e poco nuova, negli uomini. Ci vorrebbe maggiore coraggio da parte del cittì: dal momento che è quasi impossibile fallire questa qualificazione, è proprio il caso di affrontare l'Azebaigian recuperando Pirlo alla regia (con gli esiti che abbiamo visto, oltretutto)? Ed è il caso di sperare ardentemente in un ritorno di Barzagli, stante la squalifica di Bonucci, per il match con la Croazia di novembre, che rappresenterebbe invece l'occasione ideale per lanciare in pista l'autoritario Rugani visto in questo primo scorcio di Serie A? Forse occorrerebbe chiudere definitivamente certi conti: capire cioè se determinati giocatori, dopo l'ennesima convocazione e l'ennesima partita da titolari senza sprazzi particolari (penso a Marchisio, che pure stimo), debbano continuare a essere pressoché insostituibili o vadano invece stimolati con  la concorrenza di qualche Under. L'impressione è che questa compagine già non possa più fare a meno di Zaza: con le sue accelerazioni, i suoi spunti, le sue sollecitazioni alla manovra, con Olanda e Norvegia il rendimento complessivo del gruppo era stato ben diverso. La speranza è che la punta del Sassuolo esca al più presto dall'attuale fase di appannamento. 

giovedì 20 giugno 2013

ITALIA - GIAPPONE 4-3: SI VA AVANTI, MA IL CALCIO AZZURRO NON PUO' PERMETTERSI FIGURE SIMILI

                                       Giovinco: suo il gol decisivo al Giappone

Non è scandaloso che la Nazionale italiana vada in sofferenza contro quella giapponese, perché siamo nel 2013, e negli ultimi dieci - quindici anni le espressioni di vertice del football asiatico (direi, per l'appunto, nipponici e sudcoreani) hanno drasticamente ridotto le distanze nei confronti dei massimi esponenti dei continenti calcisticamente più avanzati. E' invece inaccettabile che gli azzurri, vicecampioni d'Europa, dagli atleti del Sol Levante si vedano impartire per mezz'ora abbondante una autentica lezione di gioco, e che nel quarto d'ora finale si lascino schiacciare nella propria area, salvo poi sgraffignare il gol vittoria in una delle rare sortite in avanti, complice anche un errore della retroguardia avversaria. 
C'è a chi piace vincere così. Non a me, soprattutto non quando in campo c'è la nostra rappresentativa. E però, paradossalmente, la prestazione di questa notte, imbarazzante sotto molti punti di vista, ha schiarito l'orizzonte azzurro dalle inquietanti nubi che vi si erano addensate nelle ultime settimane, a partire dalla prova all'insegna dell'impotenza, e ugualmente fortunata, in quel di Praga: non c'è stato alcun.... imbrocchimento improvviso dei nostri calciatori, né un improvviso logorio del progetto tecnico di Prandelli. Il problema è, principalmente anche se non unicamente, fisico. 
CONDIZIONE FISICA DISASTROSA - I nostri prodi sono al lumicino, le gambe non rispondono: al netto delle difficoltà climatiche denunciate ieri da De Rossi a fine gara ("Mai giocato in condizioni ambientali simili, al 70esimo minuto mi sembrava di essere in campo da tre ore...."), che comunque esistono anche per gli altri, affermo sommessamente che questa Confederations non è stata preparata alla perfezione, sul piano atletico. E' vero, c'è il logorio di una stagione stressante: è innegabile, in questo periodo i giocatori italiani spesso non si esprimono al meglio. Però va anche detto che siamo a giugno, e a giugno solitamente si giocano Mondiali ed Europei, e qualche volta (come capitato quest'anno con la Repubblica Ceca) anche importanti match di qualificazione. Insomma, era opportuno presentarsi  in Brasile in condizioni perlomeno dignitose: ora però, visto che ci siamo guadagnati altri due incontri sicuri oltre a quello di sabato con la Seleçao, è doveroso cercare di limare il deficit e di portare questi ragazzi a una maggiore brillantezza. 
SPETTACOLO IMBARAZZANTE - Sì, doveroso, perché la Nazionale italiana di calcio, oltre a dover ottenere risultati in linea col suo status passato e presente, o almeno provarci con tutte le sue forze, ha anche un'immagine storica da difendere, e non può permettersi di fornire "spettacoli" come quello di questa notte. Il Giappone è una squadra in crescita e che continua a progredire a vista d'occhio, grazie anche al lavoro di Zaccheroni: è compagine agile, scattante, ben organizzata, coraggiosa, con un palleggio che molte rappresentative europee si sognano. Però, contro gli azzurri, a tratti i nipponici sono parsi... spagnoli, per rapidità di esecuzione, precisione nel far girare la palla e capacità di mandare in tilt gli avversari. 
In casi come questo, e fatta la tara all'effettiva caratura del team che si affronta (buono, non stratosferico), è evidente come vi sia una corresponsabilità di chi questo gioco lo subisce. Alle corte: un'Italia "vera", o quantomeno al 70 per cento delle proprie potenzialità, non avrebbe incassato quasi passivamente una lezione di football come quella di Recife. Perché il nostro calcio non ha la perfezione tecnica di quello iberico, ma non è nemmeno un calcio fatto di passaggi sbagliati, di tocchi approssimativi, di idee latitanti, ossia tutto ciò che si è visto ieri per settanta minuti su novanta. Un assist perfetto per i tanti superficiali che già stanno bollando la nostra Nazionale sulla base della gara di poche ore fa, e che forse dovrebbero ricordarsi di almeno una decina di prestazioni azzurre, negli ultimi tre anni, andate in direzione diametralmente opposta, una direzione all'insegna di un atteggiamento aggressivo e propositivo che, nonostante le recenti défaillance, continua a rappresentare il marchio di fabbrica di questa nostra squadra. 
LE COSE DA SALVARE - L'imperativo, dunque, è ora ritrovare quella strada. Di buono, nel rocambolesco e immeritato 4 a 3 sul Giappone, solo due cose: in primis la grande capacità di reazione psicologica, dopo un uno - due che avrebbe abbattuto un toro, anche perché giunto inaspettato: e, si badi bene, non è cosa da poco, perché in passato ho avuto modo di vedere all'opera Nazionali azzurre anche più dotate di questa, sul piano della classe pura, andare in bambola dopo aver subito anche un solo gol. Secondo aspetto da salvare, la grande praticità: aver realizzato quattro reti e averle fatte ben fruttare, in una serataccia come quella di ieri, significa che si sta acquisendo la spietatezza delle grandi squadre. 
UOMINI E TATTICA DA RIVEDERE - Dopodiché, lo si accennava prima, mi pare che il problema fisico, seppure preminente, non sia l'unico a minare le certezze dell'Italia. Al di là di come andrà a finire questa Confederations, è evidente come il team abbia bisogno di una iniezione di freschezza in tutti i reparti, che le può arrivare solo dalla splendida Under di Devis Mangia: perché in difesa, per dire, da troppo tempo Chiellini alterna qualche prova buona a troppe deludenti, mentre Maggio non sa più garantire la spinta dei bei tempi, al centro Pirlo ha bisogno ogni tanto di tirare il fiato e in avanti.... Ecco, la situazione della prima linea dimostra come il quadro tattico si stia ingarbugliando un poco: lo si era scritto dopo l'esordio col Messico, lo schema a una sola punta può funzionare solo con Balotelli al cento per cento e con una batteria di incursori in piena forma  e in grado, per visione di gioco, sincronismi, tempismo negli inserimenti, precisione, dinamismo, di assecondare gli estri di Supermario: ciò che si è visto solo in parte con i nordamericani, e che non si è visto affatto contro gli asiatici. E' dunque una formula assai rischiosa, perché se una sola rotella non gira a pieno regime, tutto il meccanismo rischia di saltare, lasciandoci a secco di soluzioni offensive: meglio, allora, il classico schieramento con due attaccanti, perché El Shaarawy in primis, e  poi anche Cerci, sono carte in più che è un peccato non potersi giocare fin dall'inizio, e in prospettiva si veda di trovare un posto a Insigne, ma di questo ci sarà modo di riparlare. 
E SABATO? - L'Italia di Recife, a occhio e croce, ha poche possibilità di procurar danni al Brasile, ma mai dire mai: perché in queste competizioni con impegni ravvicinati tutto può cambiare da una gara all'altra, e perché il team di Scolari visto all'opera col Messico non è parso davvero al massimo dello splendore. Ha fatto tutto uno strepitoso Neymar, per il resto si è vista una Seleçao "europea" nel senso deteriore del termine:  spettacolare solo per brevi tratti di gara e dalla manovra assai poco ariosa, addirittura costretta a impostare il gioco dalla difesa (molto bene David Luiz e Marcelo) scavalcando un centrocampo scarsamente costruttivo. Servirà un'Italia in palla e concentrata, e sarà utile vedere all'opera qualche elemento più fresco, senza però rivoluzionare lo schieramento. 

lunedì 17 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: L'ITALIA IMPERFETTA DI BALOTELLI E LA SPAGNA A NOZZE CONTRO IL FANTASMA DELL'URUGUAY

                                                 Balotelli: in gol col Messico

Un'Italia imperfetta come il suo alfiere, quel Balotelli che segna, di classe e di potenza, il gol della vittoria sul Messico e poi non trova di meglio che beccarsi l'ennesima ammonizione gratuita per la solita, inutile, esultanza a petto nudo. Un'Italia imperfetta e però capace di andare oltre i propri limiti e di trarre il massimo dai propri attuali punti di forza. Una squadra matura e cinica, dunque, base di partenza essenziale per compiere il non facile tragitto da "buona compagine" a "grande compagine". L'importante era "scollinare" questo primo impegno in Confederations: e ciò che conta, nelle gare di esordio di questi tornei a media e lunga gittata, non è tanto il giocar bene, quanto fare risultato (possibilmente pieno) e lasciare intravedere segnali incoraggianti in vista del prosieguo del cammino. 
GRAN LAVORO NEL MEZZO - Bene, è quanto accaduto ieri: aspettarsi una Nazionale scintillante e in palla dopo le strascicate prestazioni con cechi e haitiani era utopia, ma il salto di qualità c'è stato, eccome. Per un tempo si è vista un'Italia dinamica, propositiva, aggressiva. Impressionante, in particolare, la mole di lavoro svolta dal centrocampo: se De Rossi si è limitato a una prestazione di puro sacrificio, facendo diga davanti alla difesa e centellinando gli sganciamenti, Pirlo e Montolivo hanno lavorato un'infinità di palloni, quasi sempre con profitto, e Giaccherini ha sfoderato la sua miglior prova in azzurro, con una serie di devastanti inserimenti che, benché non sempre accompagnati dalla necessaria lucidità, hanno comunque fatto più volte saltare il dispositivo difensivo messicano. Nella zona nevralgica, il solo Marchisio è apparso sottotono, confermando di attraversare un delicato momento atletico: più in generale, in Nazionale raramente si è visto il Marchisio che ha fatto le fortune della Juve negli ultimi anni, il centrocampista tutto sostanza e mortifero nei sui blitz in prima linea, eppure l'innovativa formula adottata ieri da Prandelli ben si sarebbe prestata a sciogliere le briglie alle fregole offensive del bianconero.
ATTACCO A UNA PUNTA: SE C'E' MARIO... - Uno schema, quello dell'unico attaccante sostenuto da una batteria di incursori, che può rivelarsi pienamente funzionale solo a due condizioni: che gli incursori siano fisicamente brillanti e continui nella loro azione, e che la punta unica sia... Balotelli. Già, perché solo un uomo con la classe, la straripanza atletica, la visione di gioco e la varietà di soluzioni offensive di Supermario può reggere il peso di un modulo tattico che, in prima linea, dipende soprattutto da lui, dal suo stato di forma, dai suoi movimenti, dalle sue intuizioni. Altrimenti, credo rimanga sempre preferibile il format a due punte che tante soddisfazioni ha portato all'Italia prandelliana  in questi primi tre anni, sia sul piano dei risultati sia su quello della qualità della manovra. 
DE SCIGLIO COME IL CABRINI ARGENTINO - Tornando all'esordio del Maracanà, si è visto, ed eravamo stati facili profeti, un De Sciglio a tratti incontenibile, attento (e a volte fin troppo disinvolto...) in copertura, puntuale negli sganciamenti, ficcante nelle discese: una gara che, per certi versi, ha ricordato gli entusiasmanti primi vagiti azzurri di un suo illustre predecessore, il Cabrini di Argentina '78, buttato nella mischia all'ultimo momento e subito decisivo per rendere più fresco e imprevedibile il gioco della Nazionale di Bearzot. La promozione (credo definitiva, a rigor di logica) del giovanissimo milanista ha riportato al centro Chiellini, e i risultati si sono visti: lo juventino si è espresso su livelli che, con la maglia della rappresentativa, da tempo non toccava, quasi sempre puntuale nelle chiusure e negli anticipi, ruvido il giusto, punto fermo di una retroguardia che ha invece conosciuto l'imprevedibile giornata nera di Barzagli, responsabile numero uno del penalty che ha portato al momentaneo pari messicano di Chicharito Hernandez. I latini dicevano "Semel in anno, licet insanire": il toscano ha disputato, in bianconero e in azzurro, una stagione monstre, praticamente priva di sbavature, si è trattato del primo svarione dopo mesi e mesi, credo sia giusto perdonarglielo, nella quasi assoluta sicurezza che la cosa non si ripeterà. 
PIRLO NEL TEMPIO DEL CALCIO - Chiusura per Pirlo: è proprio vero che i fuoriclasse trovano motivazioni supplementari quando sono chiamati a esibirsi su palcoscenici di primo piano. Lo si è detto in un recente post, il nuovo Maracanà ha perso il fascino dello storico "stadio dei 200mila", ma rimane pur sempre, seppur "snaturato", uno dei templi del football mondiale. Abbiamo visto dunque Andrea calarsi nell'impegno col piglio del leader, sciorinare palleggi d'alta scuola, tessere calibratissime trame offensive e, soprattutto, scatenarsi in un florilegio di tiri, su azione e  da fermo. Il primo di questi, una delle sue punizioni a effetto, giunto mentre il pubblico brasiliano ne invocava a gran voce il nome, quasi a pregustarne la prodezza, ha fruttato la rete dell'uno a zero. Pirlo, fra un anno al Mondiale, sarà trentacinquenne: è vero che i tempi sono cambiati, che la... vita media del calciatore si è allungata, ma tremano i polsi al solo pensiero che questo genio del calcio possa cominciare il proprio declino nel momento meno propizio. Lo so, può sembrare fuori luogo e antipatico fare questi ragionamenti dopo aver assistito a una prestazione come quella di ieri sera, ma è un timore che è giusto avere, soprattutto se un progetto importante e complesso come quello di Brasile 2014 vede proprio in Pirlo uno degli uomini cardine, elemento imprescindibile per la buona riuscita della spedizione. 
SPAGNA: FU VERA GLORIA? - Ci sarà modo di tornare sull'argomento. Di certo, e torniamo al punto di partenza, Andrea ha rappresentato la perfezione in un'Italia, lo si è detto, imperfetta. Un'Italia il cui successo non deve indurre a troppo ottimistici vaticini (da mettere in conto anche la forma del tutto precaria di un Messico fiaccato da una serie di recenti impegni a distanza ravvicinata), ma che consentirà di certo di lavorare con maggiore serenità. Certo, vista la Spagna schienare nottetempo l'Uruguay, la distanza dagli iberici rimane ancora notevole. 
Nulla di nuovo dalle parti delle Furie Rosse: la solita ragnatela straniante e stordente gli avversari (e, debbo dirlo, a volte anche il pubblico, specie a quell'ora tarda...), ma anche una qualità tecnica sopraffina, un tocco di palla e una precisione nei passaggi che rimarranno nella leggenda di questo sport. Sussiste qualche dubbio: un Uruguay troppo brutto per essere vero, talmente brutto che non meritava nemmeno il gol della bandiera, trovato nel finale da Suarez con una deliziosa punizione. La Nazionale quarta nel mondo nel 2010 e campione del Sudamerica in carica non si è vista, in quel di Recife: il dubbio, dicevo, è dunque che molte squadre giochino contro la Spagna partendo già mentalmente battute, e assumendo atteggiamenti consequenziali sul piano tattico e agonistico, perché sulla superiorità iberica siamo d'accordo, ma la differenza fra i due team non è così abissale come visto nei novanta minuti di ieri. L'Italia di Prandelli, per dire, un anno fa all'esordio Europeo affrontò i supercampioni  con ben altro piglio, e i risultati alla fine si videro. Anche per Iniesta e compagnia, insomma, prima di trarre conclusioni sulla loro permanente invincibilità sarà il caso di aspettare altri più probanti test: se ne riparlerà in semifinale, visto che i prossimi ostacoli si chiamano, con tutto il rispetto, Tahiti e Nigeria. 

martedì 7 maggio 2013

JUVENTUS DI NUOVO LEADER DEL CALCIO ITALIANO. MA GLI SCUDETTI SON 29...

                               Esultanza juventina: un classico delle ultime due stagioni

Lo scudetto, il ventinovesimo (e già...), conquistato dalla Juventus è meritato? Solo un folle potrebbe rispondere di no, e non sarò certo io a fare il bastian contrario, per quanto su questo blog non sia sempre stato tenero nei confronti dei bianconeri (o meglio, nei confronti di un certo clima di "sudditanza psicologica arbitrale" che ne ha accompagnato, anche in questa trionfale stagione, più di una prestazione, come del resto è accaduto anche per il Milan, soprattutto nel girone di ritorno). Al di là dei numeri, la cui schiacciante evidenza già basterebbe a liquidare l'argomento, c'è molto di più. C'è una squadra che, "sul campo" (precisazione non casuale, lo vedremo dopo) si è definitivamente scrollata di dosso i fantasmi del passato recente ed è tornata ad essere la compagine guida di tutto il movimento calcistico italiano. 
JUVE AZZURRA - La Juve di oggi è la spina dorsale della Nazionale italiana, la selezione che meno di un anno fa ha conquistato l'argento europeo e che ora guarda con legittima speranza ai Mondiali brasiliani del 2014. Un blocco azzurro che, piaccia o no ai nostalgici del bel tempo che fu, ricorda molto da vicino quello che innervò, con risultati esaltanti, l'Italia di Bearzot fra il '78 e l'82. C'era in linea di massima più classe, all'epoca, forse è in parte vero: ma qualcuno è in grado di affermare che un Buffon o un Pirlo non avrebbero degnamente figurato in quella magica formazione, diventandone anzi degli autentici alfieri? O che Marchisio, per tecnica, personalità, eclettismo e doti atletiche, non abbia le potenzialità per ripercorrere le orme di un Tardelli? Sugli altri nazionali "torinesi", penso principalmente a Bonucci, Barzagli e Chiellini, si può discutere, e riconoscere che sì, certi paragoni sono effettivamente un po' azzardati (basta andare con la memoria a Cabrini e Scirea, per dire), ma non si può negare la loro efficacia, la loro affidabilità, la loro continuità di rendimento anche sul palcoscenico internazionale. 
VIVAIO NOSTRANO - Juventus squadra guida del nostro movimento, e nel senso più autentico del termine. Perché non lo è stata, ad esempio, l'Inter mattatrice dal 2007 al 2010, una multinazionale con pochi elementi prodotti dal vivaio nostrano. Il club bianconero ha scelto invece la strada di una spiccata italianità, l'unica praticabile, del resto, per cominciare a rivitalizzare un football, il nostro, che sarebbe stato destinato a rapida decadenza se le squadre di vertice avessero continuato a puntare su campioni (o presunti tali) di fuorivia, penalizzando sempre più i talenti tricolori. Ed è significativo che, su questa strada, si stia avviando anche il Milan, cui appartiene, non a caso, il secondo blocco azzurro in termini quantitativi, con i vari Abate, De Sciglio, Montolivo, Balotelli ed El Shaarawy ormai presenze fisse del gruppo plasmato da Prandelli. 
GIOCO DI INIZIATIVA - La Juve bicampione è l'immagine migliore, sul piano del gioco, di un calcio italiano che ha scelto di rinnovarsi nella continuità. Ossia di praticare un football di iniziativa, di aggressione, senza tuttavia trascurare i canoni classici della tradizione del nostro Paese, quelli di una attenzione assoluta alla fase difensiva, che invece si sta smarrendo in varie parti della penisola, vuoi per involuzione tattica, vuoi per crisi produttiva di talenti autentici nei ruoli della terza linea (lo dimostra il fatto che il nostro campionato è diventato ricchissimo di gol, da "sparagnino" che era un tempo, ma ciò non può essere considerato positivo in assoluto laddove buona parte di questi gol sono il prodotto di sesquipedali errori delle retroguardie). Anche in questo caso, il "messaggio" è partito dalla Nazionale, che dopo il disastro sudafricano si è reinventata su nuovi canoni di manovra, brillanti e coraggiosi nonché esteticamente più gradevoli, tante volte descritti ed esaltati su queste modestissime pagine. La Vecchia Signora, a partire dall'arrivo in panca di Conte, ha seguito il solco prandelliano e anzi lo ha allargato: quella del trainer pugliese è una compagine che macina gioco a mille, asfissia gli avversari e crea palle gol in serie: questo il marchio di fabbrica, anche se ultimamente tali consegne non sono state sempre rispettate alla perfezione, un po' per ovvio appannamento fisico (penso alle sfide con Palermo e, soprattutto, Milan) un po' per inferiorità nei confronti dell'avversaria, come in Champions League col Bayern. 
LA RIBALTA EUROPEA - L'eliminazione patita per mano dei tedeschi pone un quesito spinoso: perché sì, d'accordo, in Italia i bianconeri dominano e non in modo casuale o fortunato, ma fondando la loro superiorità, come si è visto, su... argomentazioni tecniche solidissime. Però il confronto con Robben e illustre compagnia è stato a tratti impietoso, con la nostra rappresentante che ha praticamente fatto solo il solletico ai debordanti oppositori. Il discorso sarebbe lungo e articolato: che il football italico di club stia perdendo costantemente posizioni in ambito europeo è evidente, e il dramma è che il tempo passa  e non si avvertono miglioramenti (anche quest'anno, come nella stagione passata, nessuna nostra squadra ha varcato lo scoglio dei quarti di finale). Dal team di Conte, però, per qualità di gioco e di interpreti (il cui valore internazionale, lo ripetiamo, è dimostrato dall'ottimo rendimento e relativi risultati in maglia azzurra), ci si sarebbe aspettati qualcosa di più, quantomeno la capacità di tenere maggiormente in equilibrio la sfida. Ma va detto che il Bayern attuale si pone su livelli stratosferici, e l'epocale passeggiata di salute contro il Barcellona euromondiale lo ha certificato. Sono convinto che la Juve attuale, temprata da questo anno di buona esperienza in Coppa, sempre più sicura dei propri mezzi e con l'aggiunta di non più di un paio di pezzi grossi dalla trequarti in su, potrebbe tranquillamente alzare l'asticella delle ambizioni. "Pezzi grossi" non significa fuoriclasse, attualmente irraggiungibili per l'asfittico mercato italiano, ma giocatori di livello in grado di incidere anche nelle competizioni internazionali: ce ne sono in giro, e si possono portare a casa senza spese folli.


29 SCUDETTI - Dicevo in apertura che, sul campo, la Signora si è liberata dei fantasmi... giuridici del passato recente, e ha messo la testa a cuocere senza vittimismi, dimostrando che la cultura del lavoro rimane la via migliore per il conseguimento dei successi più ambiti. Purtroppo non si può dire lo stesso di tutto ciò che attorno al campo juventino gira. Questo insistere sui "31 scudetti", oltre ad avere stancato, è intollerabile sul piano morale. Posso concedere che chi quei due titoli "maledetti" li vinse (calciatori e allenatore) abbia effettivamente il diritto di  continuare a sentirli propri, perché spese comunque energie fisiche e mentali enormi per centrarli (e non possono esservi dubbi... calcistici quantomeno sul secondo, quello del 2006, vinto dall'alto di una superiorità schiacciante, non dissimile da quella mostrata in questo 2012/13), ma tutte le altre componenti, tifosi e soprattutto dirigenti, che continuano ad avallare questo andazzo non hanno giustificazione alcuna, così come grida vendetta quello scudo con tre stelle e il numero 30 posto all'ingresso del nuovo impianto dopo il trionfo del 2012. 
Quasi tutte le più prestigiose società di calcio italiane, nel corso dei decenni, sono finite nel tritacarne della giustizia, a volte in maniera sacrosanta, altre volte con più di qualche dubbio, ma alla fine, magari obtorto collo, hanno accettato anche i verdetti più amari, si sono rimboccate le maniche e sono ripartite: penso al Milan del 1980, o al Genoa del 2005, ma gli esempi si sprecherebbero. Perché, dunque, insistere con questa ossessione che, oltre ad aumentare la bile del tifoso medio, non giova al clima generale del football nostrano, già sufficientemente avvelenato di suo? E perché la Federazione non prende una posizione veramente netta e risoluta, invece di regalare affabili dichiarazioni come quella del presidente Abete, che, ieri, ha affermato: "Sul numero degli scudetti, la Federazione è stata chiara anche in occasione del titolo vinto l'anno scorso". Suvvia, cosa vuol dire "è stata chiara"? Ci sono sentenze giudiziarie, ci sono revoche e annullamenti sportivi, i titoli sono 29, e da chiarire, caro Abete, non c'è proprio nulla. chi continua ad alimentare, silenziosamente o meno, questo equivoco, andrebbe duramente sanzionato: perché quando si continuano a fare orecchie da mercante alle (blande) reprimende dei vertici, solo le punizioni vere e severe (multe, squalifiche, ecc.) potrebbero portare sulla retta via. Lo potrà fare, forse, una Federazione più forte di quella attuale. La si attende da anni, anche attraverso un doloroso commissariamento, l'unico modo per sbloccare lo stallo in cui si è infilato il calcio tricolore. 

lunedì 2 luglio 2012

EURO 2012 - DIARIO EUROPEO: SPAGNA NELL'OLIMPO, MA IL CONGEDO AZZURRO POTEVA ESSERE MIGLIORE


                                           Spagna di nuovo sul tetto d'Europa

All’ultimo tuffo, i nodi sono impietosamente venuti al pettine. Del resto, due anni di duro e buon lavoro non potevano bastare a colmare un gap, quello fra calcio italiano e calcio spagnolo, formatosi in un arco di tempo ben più lungo, direi a partire dal 2004, dapprima silenziosamente, quasi impercettibilmente, poi in maniera sempre più netta e fragorosa. Fragorosa come il 4 a 0 che ha chiuso, nostro malgrado, l'Europeo polacco - ucraino. Il 2004, si diceva: l'anno in cui Luis Aragonès prese in mano le redini della Nazionale spagnola, fino a quel momento il grande bluff del football mondiale, l’eterna incompiuta, sempre candidata a cogliere i più prestigiosi allori e sempre costretta a tornare a casa con le pive nel sacco e la coda fra le gambe.
DA ARAGONES A DEL BOSQUE - Il buon vecchio Luis tracciò il solco: dovette passare attraverso le forche caudine dell’ennesima brutta figura, al Mondiale 2006, ma a Berlino e dintorni c’era già, nel bozzolo, la squadra che di lì a poco avrebbe fatto parlare di sé il mondo intero. Aragonès chiuse il suo ciclo col trionfo europeo di Vienna 2008, lasciando la panchina a Del Bosque, che ha completato il passaggio di questa Selecciòn dalla leggenda al mito, all’Olimpo degli Dei del pallone, come avevo scritto qualche post fa. 
Due titoli continentali e uno mondiale in cinque anni: nessuno era mai arrivato a tanto, fino ad ora, e chissà quanto tempo dovrà passare prima che qualcuno possa imitare Xavi e compagni. Negli anni Trenta, la splendida Nazionale azzurra di Vittorio Pozzo riuscì a realizzare qualcosa del genere: dal 1934 al 1938, due Coppe del Mondo consecutive, inframezzate da una Coppa Internazionale (sorta di antenata in formato ridotto dell’Europeo) e da un torneo olimpico di calcio (a cui all’epoca veniva data, se non pari importanza, di certo pari dignità rispetto ai Mondiali).
IN FINALE PASSEGGIANDO - Forse ci hanno presi in giro, le Furie Rosse. Contro Francia e Portogallo, il loro tiki taka era parso arrugginito, a tratti involuto, addirittura sterile. La Spagna è arrivata in finale quasi passeggiando: raramente, prima dell’atto conclusivo, ha fatto girare i motori a pieno regime, forse solo nella prima partita,  quando, trovatasi sotto contro l’Italia, ha dovuto forzare i ritmi per non cominciare il torneo con un capitombolo. Da allora, è stato un trotterellare, quasi un rotolare per inerzia verso il traguardo, nella consapevolezza di una superiorità sul resto del lotto delle partecipanti che, gara dopo gara, nello spogliatoio iberico prendeva sempre più corpo. Quasi un allenamento contro l’imbarazzante Eire trapattoniana, il minimo sindacale con croati, francesi e portoghesi. Certo, in semifinale il rischio è stato grosso: bastava un Portogallo meno sulle sue e più in grado di assecondare gli estri di Cristiano Ronaldo, e bastava anche un pizzico di sfortuna in più nella giostra finale dei penalty.
Consapevoli di aver forzato troppo la mano alla buona sorte, gli uomini di Del Bosque hanno pensato che il tempo del “traccheggio” fosse finito. Eccoli, dunque, sul campo di Kiev, sciorinare il meglio del loro repertorio. La finalissima contro l’Italia è stata forse una delle espressioni più alte del leggendario ciclo quinquennale iberico: la sintesi ideale fra la Spagna bella, scintillante, vezzosa di Euro 2008 e quella oltremodo pragmatica di Sudafrica 2010. Ieri sera, Iniesta e compagni hanno lucidato e messo in bella mostra l’argenteria del loro gioco avvolgente  e dell’infinita classe racchiusa nei loro piedi; hanno indossato il vestito buono per l’occasione che valeva davvero, dopo essersi concessi con molta parsimonia nella fase d’approccio.
UNA SQUADRA DA SOGNO - Abbiamo visto all'opera la vera Selecciòn del mito: una squadra che fa correre il pallone irretendo e sfiancando gli avversari, con una manovra sincronizzata al secondo e perfetta al millimetro, una copertura capillare del terreno di gioco, una sublime capacità di gettarsi negli spazi che il “nemico” alfine le concede dopo un lungo lavoro ai fianchi. Ma come per l’Olanda degli anni Settanta, che seppe valorizzare al massimo il suo “calcio totale” perché era zeppa di fenomeni, il tiki taka giallorosso funziona perché a giocarlo sono calciatori che danno del tu alla palla, talenti dal palleggio privo di sbavature, impeccabili nel tocco, nel controllo, nei passaggi. E tutti, non solo i “cervelli” Xavi, Iniesta e Xabi Alonso, dalla visione di gioco geometrica. Quando poi a tutto ciò si aggiunge anche un pizzico di dinamismo in più, ecco che per chi sta loro davanti è notte fonda.
Siamo sinceri: dopo il primo gol, non c’è mai stata la sensazione che i nostri potessero in qualche modo rimettere in carreggiata la gara. Fabregas, letteralmente indiavolato, ha sottoposto la nostra difesa a ripetute, tremende sollecitazioni, Silva è tornato ai livelli delle sue prime apparizioni sul grande palcoscenico internazionale (non a caso i due hanno confezionato in comproprietà la prima segnatura); e Jordy Alba, l'ultimo arrivato, è già uno dei laterali mancini più impetuosi e affidabili del globo (stupendo, per tempismo nell'inserimento e rapidità di esecuzione, il gol del 2 a 0). 
Spiace dirlo, ma era dai tempi della finale mondiale del ’98 tra Francia e Brasile che non si vedeva, nell’atto conclusivo di un grande torneo, una tale disparità di forze in campo. Il momento migliore per noi, l’avvio della ripresa, ha fruttato solo due opportunità mancate da Di Natale, la prima di testa su cross di Abate, la seconda con un sinistro su Casillas in uscita. Poiché il sottoscritto non ha mai fatto mancare attestati di stima e di fiducia a questa nostra Nazionale (l’archivio del blog è una testimonianza inoppugnabile), oggi non ho scrupoli di coscienza e non sento il “dovere morale” di dover dire “grazie lo stesso”.

                                            All'Italia è mancato l'acuto finale

DOPO LA GERMANIA, SPINA STACCATA - Il bilancio di Euro 2012, per noi, è largamente positivo, perché siamo secondi in Europa dopo essere stati venticinquesimi, o ventiseiesimi, nel mondo, appena due anni fa. E perché abbiamo dato una immagine di gioco nuova, fresca, propositiva, facendo emozionare e divertire anche gli spettatori neutrali. E tuttavia, mai, per nessuna ragione, una finale può essere affrontata come l’hanno affrontata i nostri: totalmente sbagliato l’approccio e la gestione, prima e in corso d’opera.  
La sensazione è che il nostro Europeo si sia virtualmente chiuso giovedì, con il trionfo sulla Germania. Un'impresa troppo grande, una delle più belle nella storia del nostro calcio, per realizzare la quale si era dovuto dare fondo a tutto il bagaglio delle nostre risorse. Dopo, è stata solo una lunga celebrazione dei nostri rinnovati fasti, fra tanto riposo, poco allenamento, lettere del Presidente della Repubblica e dubbi del tecnico sul proprio futuro. Sembrava quasi che, a quel punto, dopo aver superato il colosso germanico nulla potesse impedirci di cogliere il massimo alloro, che sarebbe arrivato in automatico. Ma il calcio non è fatto di ineluttabilità, di corsi e ricorsi storici, di leggi dei grandi numeri.
CONDIZIONE FISICA - Imbarazzanti le condizioni fisiche dei nostri: e questa, perdonatemi, non può essere solo sfortuna. Così come il discorso  degli stage non concessi durante la stagione c’entra poco, in questo contesto: la Nazionale il suo ritiro preparatorio  l’ha fatto, ma qualcosa nella gestione atletica e medica degli uomini deve essere andata storta.  Le energie mentali possono bastare a sostenere un ultimo sforzo se quelle fisiche sono in riserva ma non al lumicino: ieri, invece, i nostri erano svuotati, completamente, nel corpo e nello spirito, al punto di rischiare una lezione ben più severa. 
La luce si era spenta anche per Prandelli: che ha mandato in campo senza alcuna ragione plausibile Chiellini, reduce da due infortuni ravvicinati, ormai disabituato a giocare con continuità in un ruolo nel quale Balzaretti aveva fatto il suo alla grande; ha richiamato in panca Cassano che era stato fra i meno peggio nella prima frazione (problemi al ginocchio? Ritorna il discorso fatto prima sulla condizione atletica e sanitaria generale, e comunque se sta male non lo fai nemmeno giocare...); ha tolto Montolivo, anche lui fra i più propositivi, pure come incontrista (dal milanista e dall’ex fiorentino, ricordiamolo, le uniche conclusioni pericolose della prima frazione, due tiri a lunga gittata respinti da Casillas). 
Per Chiellini, è il solito errore che sembra scritto nel dna dei tecnici azzurri: non si rinuncia mai ai grandi nomi del gruppo, anche quando questi sono fisicamente a terra, perché si pensa che la loro personalità, la loro esperienza, possa comunque essere utile: fu così per Roby Baggio nel ’94, per Del Piero nel ’98 e nel 2000, per Cannavaro nel 2010. I nostri cittì stanno sempre aggrappati ai loro miti, ai totem dello spogliatoio, anche quando non dovrebbero, e ne ricavano sistematicamente cocenti delusioni: impareranno mai la lezione? Ho i miei dubbi. Benedetto Lippi, che nel 2006 utilizzò quasi tutti i gli uomini a disposizione evitando di fossilizzarsi sui soliti 15-16... 
RIMPIANTI E FUTURO - I rimpianti sono tanti: la Spagna è forte, fortissima, ma noi stessi, meno di un mese fa, abbiamo dimostrato che non è inavvicinabile. Rimango convinto che un’Italia in condizioni decenti se la sarebbe giocata ben diversamente. Diciamo anche che il fatto di aver dovuto subito affrontare la “più bella”, nell'ouverture di Danzica, ci ha costretti a tenere fin dall'inizio dei ritmi elevati, ulteriormente accentuati nelle sfide a eliminazione con Inghilterra e Germania, che hanno comunque marchiato a fuoco questo torneo, regalando i momenti più intensi, ricchi di pathos e ben giocati di Euro 2012. 
Ecco, si riparta da qui: da questa nuova Italia, coraggiosa, aggressiva, desiderosa di produrre gioco e gol, almeno fin quando le energie gliel’hanno consentito. Un’Italia che può ancora farci sognare, ma a certe condizioni: che rimanga Prandelli, affinché non si ripeta il traumatico abbandono di Zoff nel 2000, dal quale derivò un quadriennio di disgrazie azzurre; occorre poi rassodare e rimpolpare tecnicamente la rosa, dando subito spazio ai giovani emersi a fatica, fra A e B, nell’ultima stagione, magari seguendo un percorso inverso rispetto a quello logico e consolidato, ossia cominciando a farli giocare in azzurro in modo da “stimolarne” l’utilizzo nei club, quasi una provocazione; da migliorare, inoltre, l'impostazione globale della preparazione  della Nazionale, ma questo rientra in un quadro complessivo di riassetto e riorganizzazione del Club Italia, dal quale non si potrà prescindere più, in alcun modo: altrimenti, l’argento di Kiev resterà un fatto isolato.