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venerdì 26 marzo 2021

ITALIA-IRLANDA NORD 2-0: BENE IL RISULTATO, GIOCO COSI' COSI'. GLI ATTEGGIAMENTI PRUDENTI E AL RISPARMIO NON FANNO PER QUESTA NAZIONALE

 Si doveva vincere e si è vinto. Sicuramente banale, ma non scontato, visto che negli occhi ci sono ancora gli imbarazzanti impacci patiti dalla Francia contro l'Ucraina, con i campioni del mondo incapaci di far valere la loro nitida superiorità di talento e avvitati in un gioco modesto e monocorde. E che dire della Spagna, bloccata sul pari interno dalla Grecia, medesima sorte toccata a Griezmann e compagni? Non erano scogli insormontabili, quelli sui quali si sono arenati i due colossi europei, così come, in linea tecnica, non lo era per noi l'Irlanda del Nord. Ma i britannici, come gli altri avversari che ci attendono nel raggruppamento, rappresentano quel tipo di squadra, tosta fisicamente e rognosa tatticamente, contro cui la nostra rappresentativa da sempre soffre le pene dell'inferno. 

UN'AZZURRA... CONTRO NATURA - Prendiamoci dunque questi tre punti, e pazienza se nella mente rimangono quei secondi 45 minuti che, andando a memoria, hanno offerto il peggio della gestione Mancini, escludendo le prime timide uscite nella Nations League 2018, ormai preistoria calcistica. Leziosità fine a se stessa, ritmi bassi, prudenza immotivata che ha portato a un abbassamento eccessivo del baricentro, col risultato di aver concesso tre-quattro occasioni pericolose a una compagine dalle risorse offensive enormemente limitate. Insomma, tutta una serie di atteggiamenti assolutamente antitetici ai principi ispiratori del nuovo corso del Club Italia. E nel marasma della ripresa non potevamo farci mancare, naturalmente, l'ossessione della  "costruzione dal basso a tutti i costi", che ci è costata alcuni svarioni difensivi malamente sfruttati dai verdi. Ora che anche lo stesso cittì ha sottolineato, nel dopo gara, come non sia necessario legarsi mani e piedi a questa formula, forse ci sarà un minimo di rinsavimento. Fin dai tempi di Sacchi, gli estremismi tattici non hanno mai portato da nessuna parte: e di questa arma strategica, per quanto redditizia in determinate circostanze, non dovrebbe abusare a maggior ragione l'Azzurra attuale. Che ha nel pacchetto di mezzo il suo punto di forza, un insieme di elementi dai piedi buoni, dal palleggio sopraffino e dalla notevole visione di gioco, e che quindi deve cercare di far partire da lì la fase d'impostazione della manovra, appoggiandosi casomai sugli esterni bassi e alti, che ad esempio nella serata di Parma hanno offerto più di uno spunto positivo. 

COSTRUIRE NEL MEZZO - E' stato un esperimento, certo, favorito anche dal fatto che il risultato era stato sostanzialmente messo in cassaforte già nella prima frazione. Ed è comunque importante provare nuove idee, ricercare fonti e strade alternative per la costruzione dell'azione, per dare ulteriori brio e imprevedibilità a un atteggiamento comunque già spiccatamente propositivo. Ma l'anima del gioco azzurro, lo ribadisco, resta lì, in quella che una volta veniva chiamata "zona nevralgica". Certo, poi qualcosina cambia se non puoi contare su Jorginho e Barella, ossia su due dei giocatori di maggiore statura internazionale del gruppo. Locatelli, comunque, ha tenuto saldamente in mano le redini della squadra, prima di appannarsi nella ripresa come gran parte dei compagni, e Lorenzo Pellegrini ha ben giostrato da trequartista in appoggio diretto al trio d'attacco. Senza i due big di cui sopra, tuttavia, la tessitura è apparsa più "spiccia", essenziale, meno fine e metodica.

BERARDI SUPER - Gli spunti migliori in fase d'attacco, come detto, sono arrivati dalle corsie esterne. Da un'iniziativa di Florenzi è nato il perentorio affondo di Berardi che ha fruttato il vantaggio, mentre per realizzare il raddoppio Immobile si è involato sulla sinistra su lancio di Insigne, freddando l'incerto Peacock-Farrell. Berardi sta vivendo il momento migliore della carriera, o forse, ed è quanto ci auguriamo, si è finalmente assestato sugli ottimi standard di rendimento che la sua classe gli impone: dai suoi piedi, altri due assist non adeguatamente sfruttati da Immobile e da Emerson, quest'ultimo non in serata di gran vena: meglio di lui, nello scarso minutaggio a disposizione, ha fatto Spinazzola, coraggioso e intraprendente negli affondo. Ripeto quanto già scritto in passato: al momento il posto di titolare sulla sinistra spetta al romanista. 

INUTILE GIOCARE AL RISPARMIO - L'intensa settimana di qualificazioni, che si estenderà fin quasi alla vigilia di Pasqua, somiglia tanto a una prova generale del format che i grandi club vorrebbero dare agli impegni delle rappresentative, concentrandoli in un unico limitatissimo spazio temporale, possibilmente a fine stagione. Anche il fatto di doversi sottoporre a tre impegni ravvicinati con punti pesantissimi in palio, cosa che di solito avviene solo nelle fasi finali di Mondiali ed Europei ma con un maggior margine di giorni di riposo fra una gara e l'altra, può avere indotto inconsciamente i nostri a rallentare nel secondo tempo, un rischio però non ben calcolato, visti gli spazi e le opportunità concesse agli irlandesi. Insomma, si poteva spingere con più tranquillità sull'acceleratore, anche perché è mia convinzione che la Nazionale attuale si trovi in una situazione invidiabile, quanto ad alternative da mettere in campo.

Già detto di Jorginho (al momento indisponibile) e Barella, c'è almeno un'altra buona decina di ragazzi che possono subentrare senza che il tono qualitativo del complesso e le espressioni di gioco ne risentano più di tanto. E parliamo di elementi, oltretutto, che stanno vivendo una stagione buona se non eccellente: il già citato Spinazzola ma anche Bastoni, Lazzari, Gianluca Mancini, Pessina, Soriano (splendida seconda giovinezza), un Chiesa che è stato fra i pochi a salvarsi nella fallimentare campagna Champions della Juventus, Grifo sempre efficace e decisivo in Germania, e quel Kean che è diventato elemento chiave del PSG e che presto, ritengo, diverrà quasi imprescindibile anche per il Mancio, in attesa del ritorno di Zaniolo, da non forzare. Insomma, abbiamo tante frecce al nostro arco, ecco perché il gioco al risparmio, come quello visto nella ripresa del Tardini, è assolutamente da evitare. E risulta anche controproducente, in quanto lontanissimo dalle corde e dallo spirito di questo Club Italia. 

venerdì 29 giugno 2018

MONDIALI 2018: BILANCIO DELLA PRIMA FASE GIRONE PER GIRONE


Tempo di bilanci parziali, a Russia 2018. Il primo turno si è chiuso con un solo 0-0 (la "passeggiata" fra Francia e Danimarca, che decisamente non si sono dannate l'anima per superarsi), 122 gol per una media di circa 2,5 a partita, non male se si pensa che si è trattato soprattutto di una fase interlocutoria della kermesse. Ancora troppi dubbi gravano su buona parte delle grandi, anche se tutte hanno in un modo o nell'altro centrato il traguardo qualificazione, eccezion fatta per la Germania, la cui caduta fragorosa di fronte alla Sud Corea già eliminata resterà negli annali del football.
INUTILE GIGANTISMO - Prima dell'analisi dettagliata girone per girone, mi limito ad osservare che la FIFA continua ad allargare il campo dei partecipanti alla manifestazione (dal 2026 48 rappresentative, a meno che la riforma non venga anticipata a Qatar 2022), ma alla fine siamo sempre e comunque dove eravamo trenta o quarant'anni fa, più o meno: l'Africa è stata cancellata nonostante le prove generose del Senegal e qualche sprazzo di buon calcio mostrato dalla Nigeria; cinque rappresentanti per il Continente nero sono già fin troppe, così come altrettante per l'Asia, col solo Giappone a superare (col fiatone) le forche caudine del girone eliminatorio, mentre della Corea del Sud rimane l'animosa prova contro gli ex campioni e dell'Iran l'impresa sfiorata in quel finale all'arma bianca coi portoghesi. E che dire dei tre posti  Concacaf (Nord e Centro America)? Ce l'ha fatta il solito Messico per il rotto della cuffia, nulla da fare per i debuttanti di Panama e per la Costarica, che comprensibilmente non è riuscita a ripetere l'incredibile exploit di quattro anni fa.
Sempre brillante il Sud America, che ha perso il solo Perù ma che comunque vanta la partecipazione del 50 per cento delle sue federazioni, qualche scricchiolio per la vecchia Europa che comunque regge più che dignitosamente, avendo perso quattro delle sue quattordici rappresentanti ma anche presentato alla ribalta protagoniste inattese, come le sottovalutate Svezia e Svizzera. Voglio dire, la distribuzione dei posti alle varie confederazioni è già generosa attualmente, nei confronti dei continenti più giovani calcisticamente: perché questa esigenza di continuo gigantismo?
LE BELLE PARTITE - La pletorica fase a gironi ha offerto spettacoli di grana buona, ma pochi picchi di eccellenza, ossia gare in cui il buon rendimento delle due contendenti si è accompagnato alla presenza di valori tecnici di spessore e alla piena espressione degli stessi: diciamo Portogallo-Spagna e non ci sbagliamo, aggiungiamo Serbia-Svizzera, Germania - Svezia, Colombia-Polonia grazie ai cafeteros, Argentina-Croazia per merito di questi ultimi. Belgio e Inghilterra hanno divertito contro Panama, ma era, per l'appunto, Panama, ossia una debuttante assoluta senza grandi mezzi per ben figurare. Uruguay e Giappone sono andate avanti grazie a organizzazione e concretezza, il Messico ha staccato pericolosamente la spina nell'ultima gara dopo aver dato scacco matto ai panzer, alcune "piccole" (Marocco, Iran, Corea) hanno offerto spunti di eroismo sportivo approfittando anche della debolezza, transitoria o definitiva, degli illustri avversari, la Francia ha più nascosto che esposto i suoi giovani assi, il Brasile sta carburando ma non traduce in adeguate quantità di gol la gran mole di lavoro di costruzione, l'Argentina... Basta, il resto lo leggerete sotto. Non prima di aver sottolineato un dato: benedetta Goal Line e benedetto anche il Var, fallibile perché manovrato da esseri umani ma comunque in grado di abbassare notevolmente il numero di svarioni arbitrali e, di conseguenza, di musi lunghi e polemiche.
GIRONE A - Un gruppo soft per non far troppo penare i padroni di casa. I patiti di storia del calcio ricorderanno Francia '98, quando Les Bleus di Zidane ebbero di fatto una prima fase di allenamento, venendo opposti a Sudafrica, Arabia Saudita e Danimarca. Ebbene, medesimo trattamento per gli uomini di Cherchesov, con la stessa Arabia, l'Egitto e l'Uruguay, e i due avversari più deboli da affrontare subito per mettere in ghiaccio la qualificazione. Così è stato, e la Russia ha pur mostrato un buon gioco d'assieme, spogliatoio moralmente solido e qualche picco tecnico notevole (Cerysev, Dzjuba), per poi cedere di schianto all'Uruguay in una caduta non priva di conseguenze, visto che le ha recapitato un avversario terribile per gli ottavi, la Spagna. Quanto ai sudamericani, hanno convinto più per concretezza che per il tono estetico del gioco espresso: ma ciò che hanno raccolto lo hanno meritato, Suarez ha smaltito in fretta la delusione per i gol mancati al debutto con l'Egitto, gli altri "grandi vecchi" Godin e Cavani tengono botta egregiamente, Gimenez mostra la sicurezza dei veterani e stanno emergendo i "genovesi" Laxalt e Torreira. Una squadra che non ruba gli occhi, ma è compatta e ben coperta. Può anche andare oltre l'ottavo col Portogallo, CR7 permettendo. 
GIRONE B - Pronostici rispettati alla lettera, Spagna prima e Portogallo secondo, ma la classifica è maturata attraverso sentieri tortuosi. Soprattutto nell'ultima giornata, le due grandi hanno rischiato l'inverosimile, i lusitani addirittura un'eliminazione in extremis che non sarebbe neppure stata scandalosa, di fronte a un Iran volitivo, aggressivo e tecnicamente non disprezzabile. Delle due iberiche ho scritto in un post dopo lo scontro diretto: il team di Fernando Santos, che già a Euro 2016 aveva mostrato di avere la sua forza nell'organizzazione difensiva, nel gioco al risparmio svolto nell'attesa di stanare avversari arrembanti, in Russia pare avere ulteriormente accentuato la sua vocazione sparagnina: tanti gregari al servizio di Ronaldo, che per fortuna dei rossoverdi in questo Mondiale si è acceso assai spesso. Solo nel debutto la Spagna ha mostrato sprazzi di raffinatezza  e di efficacia all'altezza della sua età dell'oro, poi è andata in calando e ha manifestato black out preoccupanti, soprattutto contro il Marocco. Del resto, l'incredibile avvicendamento in panchina poco prima del Mondiale non poteva non lasciare qualche strascico, quantomeno psicologico, magari anche solo a livello inconscio. 
GIRONE C - Anche qui tutto come previsto, ma il Perù avrebbe meritato di più: al ritorno sulla ribalta iridata dopo ben 36 anni, ha mostrato un gioco verticale, sempre rivolto verso la porta avversaria, propositivo, ma anche eccessiva prodigalità al momento di finalizzare. La Francia ha marciato col freno a mano tirato, mostrando le sue vere potenzialità in venti minuti di grana fine con i sudamericani e per il resto "dosandosi" col bilancino: il talento è tanto, i muscoli pure, ma l'Argentina già agli ottavi era di certo un'avversaria inattesa. Danimarca al traguardo senza grossi lampi e con un pizzico di buona sorte. Piuttosto triste il match fra transalpini e nordici, che hanno giocato a ritmi ridotti e senza dannarsi l'anima in fase offensiva, per uno zero a zero utile a entrambe. 
GIRONE D - La qualificazione argentina? Per ora è solo un brodino caldo. Da vedere nel prosieguo dove arriverà la Selecciòn, che continua a non convincere, anche nella versione parzialmente rivitalizzata vista con la Nigeria. Un buon primo tempo, un gran gol di Messi, poi, dopo il pari su rigore degli africani, è salito il nervosismo, la squadra pareva paralizzata dalla paura, e sono riemerse le pecche già note: una manovra in cui il filo logico si vede solo a tratti, la mancanza di idee chiare sul piano tattico, improvvisazione in molte fasi di gioco. Ci ha dovuto pensare il "terzino" Rojo a sbrogliare la matassa, ma per quanto visto finora il team di Sampaoli non sembra destinato a percorrere un lungo cammino. Resurrezioni improvvise come quella dell'altra sera possono però scatenare balzi di rendimento impensabili.
Rimane il dubbio sulla guida tecnica; se il cittì è stato davvero esautorato, la "pace" in seno all'albiceleste non potrà durare a lungo: le autogestioni dei calciatori non hanno mai portato nulla di buono. Ora come ora scommetterei maggiormente sulla Croazia, a volte bella a vedersi, sempre estremamente pratica, con solisti capaci di giocate sontuose ma mai fini a loro stesse (Rakitic e Modric). Sulla ribalta mondiale i limiti di talento dell'Islanda sono emersi brutalmente, mentre la Nigeria, sul piano del rendimento complessivo, meritava la qualificazione quanto l'Argentina, ma nel secondo tempo dello scontro diretto ha mancato tre o quattro palle gol nitide, e a certi livelli gli sprechi si pagano. 
GIRONE E - Il Brasile dei giocolieri e dei fuochi d'artificio offensivi è un lontano ricordo. La Seleçao ormai da anni bada soprattutto al sodo, pur non trascurando le finezze stilistiche, solo che nella versione Russia 2018 ha palesato due lacune non da poco: non riesce a raccogliere in proporzione a quanto semina (vedi sfide con Svizzera e soprattutto Costarica) e non sembra sempre in totale controllo della partita. Nell'ultimo incontro, ad esempio, in vantaggio sulla Serbia al culmine di un buon primo tempo, ha poi ceduto le redini della gara agli avversari, che caricavano infuriati minacciando a più riprese Allison. Ci ha dovuto pensare un difensore, un Thiago Silva mortifero come nel 2014, a chiudere i conti e a consentire ai suoi un po' di accademia.
Si aspettava Neymar, tanto fumo e poco arrosto, teso come una corda di violino e in grado di deliziare le platee solo a risultato acquisito, ed è arrivato invece un Coutinho forma e sostanza (qualcuno in Italia dovrebbe mordersi le mani). La Svizzera è meritatamente seconda: ha mostrato di saper soffrire in trincea (Brasile) ma anche di riprendere in mano un match e capovolgerne l'esito alzando con disinvoltura il baricentro, spingendo sull'acceleratore, trovando coraggio nelle soluzioni di tiro (contro la Serbia). Kolarov e compagni troppo a corrente alternata per puntare in alto, Costarica chiude con un punto e può andar bene così: d'accordo, aveva sfiorato la semifinale quattro anni fa, ma non è una grande potenza del football in grado di garantire risultati con continuità da un mondiale a un altro. 
GIRONE F - Toh, la Svezia al primo posto! Abbiamo passato mesi a fustigarci per aver ceduto il playoff di novembre a una squadra modesta, e invece... La verità è che quella scandinava era e rimane una compagine limitata qualitativamente e tatticamente: però ha fiato, strategia essenziale e lineare, e tre o quattro elementi di classe ed esperienza (Granqvist, Claesson, Forsberg, Berg). Un'Italia meglio gestita e meglio costruita poteva superarla, non ce l'ha fatta e non ce la stava facendo nemmeno la Germania, che sui gialloblù si era imposta fra mille riserve, e il cui declino è stato snudato dalla malizia messicana prima e dal muro coreano dopo, in una di quelle partite che rimarranno pietre miliari nella storia della Coppa del Mondo. Rinnovare si deve, come scritto l'altroieri: del resto, alcuni degli ex campioni iridati sono sulla breccia da otto anni e oltre. Il Messico è partito sparato e poi ha perso giri, sognava un calendario comodo per toccare finalmente la boa dei quarti, invece il crollo coi nordici l'ha dirottato fra le braccia del Brasile. Auguri.
GIRONE G - Tutto troppo facile per Belgio e Inghilterra, che hanno tolto di mezzo la fragile opposizione tunisino - panamense senza troppi problemi, a parte le sofferenze inglesi contro gli africani (sofferenze non di gioco, quanto di difficoltà nel trovare la rete risolutiva). Sarebbe stato bello vedere le due europee giocarsi il primo posto con le formazioni titolari, come fecero Italia e Argentina nella celeberrima sfida di Baires '78, ma così non è stato, e quindi ben poche considerazioni si possono trarre dall'ultima vittoria del team di Martinez, che nelle due precedenti uscite aveva destato una grossa impressione per armoniosità di manovra, copiosa produzione di gioco offensivo e di reti, ma gli avversari erano poco più che sparring partners. Poi, che i Diavoli Rossi annoverino nelle loro file elementi dai piedi buonissimi e di vasta esperienza internazionale non lo scopriamo oggi, e hanno tutto per andare molto lontano. L'Inghilterra è squadra "a fari spenti", con poche stelle di prima grandezza (Kane su tutti) ma tanti uomini di buon talento, una formazione dal gioco piacevole e redditizio. Se supera il terribile esame colombiano, diventa autorevole candidata alla Coppa.
GIRONE H - Grosso spavento per la Colombia, sfortunata il giusto all'esordio col Giappone ma poi rimessasi brillantemente in carreggiata, come esigeva il suo enorme carico di talento, anche se nell'ultima gara ha mostrato ancora qualche impaccio di troppo. James Rodriguez non ha la continuità ai massimi livelli di Brasile 2014, ma dispensa qua e là gemme di calcio doc (perfetto il suo assist per Cuadrado nel 3-0 alla Polonia). Senegal beffato sul filo di lana dal Giappone: africani peraltro parsi al di sotto delle loro possibilità, mentre gli uomini del Sol Levante hanno davvero fatto il massimo coi mezzi a disposizione. Evento storico: per la prima volta una qualificazione, quella dei nipponici, è stata decisa dal fair play, per il minor numero di cartellini gialli a parità di tutti gli altri criteri di "spareggio". Attesissima era la Polonia, divenuta invece la più grossa delusione del torneo (Germania a parte). Involuta e prevedibile, priva di forza penetrativa, fragile in tutti i reparti, ormai specializzata in vittorie inutili ad eliminazione già consumata (accadde anche nelle precedenti esperienze del 2002 e del 2006). Gli eredi di Lato, Deyna, Boniek, Zmuda e Smolarek devono ancora nascere.

martedì 29 maggio 2018

NAZIONALE, IL DEBUTTO VINCENTE DI MANCINI: LA NUOVA ITALIA NON PUO' FARE A MENO DI BALOTELLI. COME VOLEVASI DIMOSTRARE


Balotelli in azzurro vuol dire gol, piaccia o meno. Lo dice chiaramente il suo stato di servizio con la Nazionale, lo ha ribadito la serata svizzera del debutto di coach Mancini. Prima di questa rentréè, l'ultima volta di Supermario in campo a difendere il tricolore fu al Mondiale brasiliano, nientemeno. Ora, passi per i due anni di crisi tecnica, psicologica e caratteriale che seguirono il fiasco iridato, ma aver rinunciato ai suoi servigi nelle ultime due stagioni è stata una scelta priva di qualsiasi fondamento, una delle tante colpe ascrivibili all'ex cittì Ventura, tornato fra l'altro a parlare in questi giorni senza che si avvertisse il bisogno di sue dichiarazioni.
Come già ricordato ieri, dal 2011 al 2014 Balotelli mise a segno 13 reti con l'Italia, in gran parte di pregevole fattura, quasi tutte decisive ai fini del risultato; dopo, in molti si sono avvicendati nel tentativo di rimpiazzarlo, ma nessuna altra punta è stata in grado di eguagliarne lo score. Per una squadra che, nella disgraziata annata dell'esclusione da Russia 2018, fra le tante sue lacune ha manifestato una esasperante sterilità realizzativa, il discusso attaccante avrebbe di certo tolto qualche castagna dal fuoco: pur senza trasformare l'Italia in uno squadrone, ci avrebbe magari consentito di superare il barrage con la Svezia, tutt'altro che proibitivo. E oggi, forse, staremmo in qualche località dal clima fresco a preparare la spedizione a Mosca e dintorni, invece di fare da sparring partner a chi, invece, la Coppa del Mondo la disputerà, come l'Arabia Saudita. 
MOMENTO "STORICO" - A proposito di Arabia: ci sarebbe da parlare della partita di ieri sera e lo faccio volentieri. Certo, è stata un'amichevole di fine stagione, contro un'avversaria di non trascendentale caratura (eufemismo). Ma era la prima gara col nuovo trainer in panca, era il vero inizio della rifondazione azzurra, dopo aver gettato alle ortiche i due probanti test match di marzo. Uno di quei passaggi storici che comunque si ricorderanno, perché rappresentano delle pietre miliari nel cammino della Nazionale. I grandi appassionati di calcio, ad esempio, probabilmente rammentano ancora come iniziò il percorso di Bearzot in azzurro, nel 1975: l'allenatore che ci avrebbe portati fin sul tetto del mondo, esordì con un pari casalingo contro la Finlandia, che la critica del tempo non esitò a definire scandaloso (e la prestazione fu in effetti sconfortante).  
SQUADRA PIMPANTE - Questo per dire che in qualche modo bisogna pur cominciare un capitolo nuovo, rompere il ghiaccio, e la nuova Italia l'ha fatto tutto sommato in maniera dignitosa. Non c'è solo il dato statistico del ritorno alla vittoria e al gol su azione, pur se significativo: entrambi gli eventi non si verificavano dalla cupa trasferta albanese dell'autunno scorso, quando già per il football nostrano iniziavano a palesarsi presagi di... sventura. A San Gallo, per un'oretta di gioco, si è vista una squadra pimpante, precisa nel tocco di palla come da tempo non le accadeva, rapida e ficcante negli scambi in velocità che tagliavano sistematicamente fuori la retroguardia asiatica. Con tale agilità di manovra, le occasioni sono giunte in quantità: Pellegrini, puntuale negli inserimenti in avanti, ha sprecato due volte calciando alto, Florenzi ha superato il portiere in uscita ma si è visto respingere il suo sinistro sulla linea di porta, Bonucci ha mancato di poco la deviazione da pochi passi sugli sviluppi di un corner, e il solito Balotelli ha prima sfiorato il gol di testa, per poi andare a segno con un destro dal limite al culmine di un'insistita azione personale. 
UN NUOVO INIZIO PER CRISCITO - Oltre a sbloccare il risultato, l'ex interista ha giocato molto anche per i compagni, facendo salire la squadra e smistando palloni: davvero non si poteva chiedere di più per questo suo ritorno in Nazionale. Stesso discorso che vale per Criscito, praticamente perfetto prima di calare alla distanza come tutti gli azzurri: poco impegnato in retroguardia, ha appoggiato costantemente la manovra offensiva e, quando si è presentato al tiro, ha sfoderato un poderoso sinistro stampatosi sulla traversa. Anche in questo caso, ribadisco quanto scritto ieri: almeno in questa prima fase, il genoano sarà un pilastro della nuova Italia, mentre a lui e a noi tutti rimarrà il rimpianto per i sei anni (sei anni!) di esilio dalla selezione: sappiamo chi dobbiamo ringraziare. 
ITALIA E ARABIA, PREPARAZIONE DIVERSA - Criscito e, dall'altro lato, Zappacosta, prima dell'ultima mezz'ora in affanno hanno spinto con costanza, rendendo ariose e quindi più incisive le trame del team tricolore. A ripresa inoltrata c'è stato anche il ritorno al gol (da grande opportunista d'area) di Belotti, ma a quel punto era già un'altra partita. Vuoi per l'inevitabile girandola di cambi operata da Mancini, vuoi per la crescita degli arabi, si è andati in sofferenza fino a concedere almeno tre tiri pericolosi agli avversari, che hanno trovato il gol della bandiera su una palla persa a centrocampo da Zappacosta e anche grazie a un'uscita fin troppo avventata del solito Donnarumma di questi tempi. Ma tutto rientra nella normalità; normale che i nostri siano calati alla distanza, normale che gli uomini di Juan Antonio Pizzi siano invece venuti fuori dopo un'ora in apnea: stanno preparando il Mondiale, sono verosimilmente imballati da notevoli carichi di lavoro che, però, consentono loro di emergere a match inoltrato. Stanno lavorando per essere al top in occasione del vernissage di Russia 2018, che li vedrà impegnati contro la squadra di casa. Per noi, una vittoria che fa morale e con gli aspetti positivi che prevalgono su quelli negativi, ma ovviamente tutto va rivisto alla prova di impegni più ardui, come i due dei prossimi giorni con Francia e Olanda. Lo spirito sembra quello giusto, anche se, probabilmente, la vera Italia la vedremo solo in autunno, in Nations League. 

domenica 23 giugno 2013

CONFEDERATIONS CUP: ITALIA CANTIERE APERTO, BRASILE BUONO MA NON ECCELSO

                                      Fred segna di potenza il terzo gol brasiliano

Il secondo tempo di Brasile - Italia ha confermato un dato che dovrebbe essere lapalissiano per chi mastica calcio da anni, e che però molti addetti ai lavori, anche referenziati, tendono a dimenticare quando sono chiamati ad analizzare prestazioni di squadre e singoli, lasciandosi travolgere dall'impressione dell'ultimo momento: la condizione fisica è talmente vitale, nel football d'oggidì, da poter letteralmente trasfigurare il volto di un team, a seconda che essa manchi o meno. Quella di Prandelli non è (ancora) una grande Nazionale; è però una buonissima Nazionale, eppure in almeno tre delle sue più recenti uscite (Repubblica Ceca, Haiti, Giappone) è parsa un'accozzaglia di elementi men che mediocri, una rappresentativa di seconda fascia europea o forse peggio: palleggio approssimativo, errori elementari di tocco, passaggi sbagliati, idee di gioco latitanti, mobilità nulla e smagliature tattiche in ogni zona del campo. Ma si vedeva lontano un miglio che era una squadra sulle gambe, in riserva di energie; nella mezz'ora finale del match di ieri a Salvador de Bahia,  recuperata come d'incanto un minimo di brillantezza atletica, ecco i nostri prodi riavvicinarsi al livello cui ci avevano abituati negli ultimi tre anni, ecco di nuovo quella voglia di fare gioco, di spingere, di prendere l'iniziativa, di cercare il gol (trovandolo anche, e non è cosa da poco). 
BRASILE PIU' FORTE, MA NON DI MOLTO... - Così, per un terzo di partita e contro l'avversario più difficile fra quelli fin qui incontrati, si è vista la migliore Italia di questa sua Confederations Cup ad handicap. Non è stata sufficiente, per tutta una serie di motivi, che vedremo di analizzare brevemente. Innanzitutto, il Brasile attuale è più forte dei nostri: non di molto, attenzione, ma lo stretto necessario per prevalere in un confronto giocato, oltretutto, sul terreno amico. La Seleçao in versione 2013 è una compagine collaudata, con un progetto tecnico già sufficientemente delineato pur se, diciamola tutta, non trascendentale. Come scritto nel mio precedente post, è una formazione "europea" ma nel senso deteriore del termine, perché ha una manovra fin troppo scarna, fondata su una difesa solida ma capace anche di far ripartire l'azione (soprattutto in David Luiz), su un centrocampo a corto di inventiva autenticamente brasiliana e su una trequarti - prima linea in cui ci si affida in gran parte alle luminarie di un Neymar che, peraltro, mostra ancora una certa fragilità caratteriale (leggasi falli in serie) quando, come ieri, si trova a doversi confrontare con difensori un po' più ruvidi di quelli con cui, evidentemente, ha avuto a che fare fino ad oggi nel campionato locale. 
CANTIERE AZZURRO - E' però bastato questo Brasile, buono ma non eccelso, per avere la meglio sull'Italia. Italia che, a differenza del gruppo di  Scolari, in questo 2013 si trova ad essere un cantiere aperto. La squadra che ci ha condotti quasi sul tetto d'Europa è ben lungi dall'aver esaurito il suo ciclo, ma, lo ribadiamo, ha bisogno di alcuni innesti rivitalizzanti, di forze fresche; e ha sopratutto necessità di sposare un'idea tattica chiara e definitiva, a cui ancorarsi  e sulla quale fare eventualmente variazioni sul tema a seconda delle situazioni e degli avversari. Per questa avventura in Sudamerica, Prandelli ha deciso di sperimentare la formula a un'unica punta che continua a lasciarmi perplesso, e i motivi li ho ampiamente illustrati nei miei precedenti interventi. Avere il solo Balotelli davanti, per quanto in efficienza sia il buon Mario, mortifica e limita la vocazione offensiva di una Nazionale nata, lo si è detto, per praticare gioco d'iniziativa e non per speculare. 
GIACCHERINI NON BASTA - Tale modulo, per rendere al massimo, necessiterebbe di una batteria di incursori fra le linee brillanti, continui, dall'altissimo rendimento, ciò che in questa Confederations non si è visto, con la sola, sorprendente e luminosa eccezione di un indiavolato Giaccherini, verso il quale non ho mai nascosto le mie perplessità e sul quale ora non ho alcun problema a ricredermi: se si dovesse giudicare solo sulla base di questo torneo, lo juventino avrebbe un posto assicurato per Brasile 2014, in realtà sarà decisiva la prossima stagione di club; l'impressione è, tuttavia, che si tratti di uno di quegli elementi mai troppo tollerati da critica e tifosi e però ritenuti fondamentali dal cittì di turno, penso al Giampiero Marini di Bearzot, come esempio fra i più eclatanti. Tornando al modulo, si è visto ieri sera che, se la squadra non è mentalmente, fisicamente e tatticamente pronta a sostenerlo in pieno, rischia di crearsi l'effetto "coperta corta", anche nei momenti in cui il complesso riesce a esprimersi su buoni livelli dalla trequarti in su: con buona parte degli azzurri furiosamente protesi alla ricerca del pareggio, infatti, il Brasile è potuto andare a nozze negli spazi larghi, come la più banale delle squadre contropiediste, e chiudere il match con uno scarto di gol che, francamente, non meritava. 
CENTROCAMPO A CORTO DI ALTERNATIVE - Fragilità, ecco: è la sensazione che ha fornito la nostra rappresentativa, e le motivazioni sono tutte racchiuse nei ragionamenti sopra esposti. Identità tattica non ancora definita, forma fisica tutt'altro che eccezionale pur se in leggera crescita, e soprattutto necessità di nomi nuovi: se si concedono così tante chances agli avversari, e una così alta percentuale di realizzazione, non è solo colpa della difesa (che, comunque, non può assolutamente prescindere dal miglior Barzagli): il centrocampo senza De Rossi e Pirlo scade enormemente di tono, sia in fase di filtro che di impostazione, nella capacità di rallentare il gioco come in quella di renderlo più rapido e di verticalizzare; e, accertato che soprattutto il bianconero non è eterno, mai come ieri si è avvertita la mancanza di alternative valide per la nostra cerniera centrale, alcune delle quali sono peraltro state dirottate in Israele per un torneo che non ha aggiunto nulla alla loro caratura internazionale, ma è un discorso già fatto... 
DE SCIGLIO SUPER, BUFFON... MENO - Scendendo nel dettaglio delle prestazioni dei singoli, si è rivisto il De Sciglio a tratti debordante della gara d'esordio, che mi aveva indotto al paragone col Cabrini debuttante ad Argentina '78, di cui non mi pento: un De Sciglio sempre disponibile alla discesa e alla percussione, ma stavolta enormemente attento in fase difensiva, quasi senza sbavature. Buone cose, sul piano del coraggio e dell'intraprendenza, ha mostrato Candreva, e si è mosso bene El Shaarawy nello scarso minutaggio avuto a disposizione. Fra i bocciati, piazzerei l'inconsistente Aquilani, al di là di una dignitosa opera di contenimento, un Diamanti dal quale ci si aspetterebbero ben altre iniziative per vivacizzare la prima linea, e, ebbene sì, un Buffon tutt'altro che esente da colpe sul secondo e sul quarto gol brasiliani. Anche in questo caso, come per la défaillance... messicana di Barzagli, tenderei a non drammatizzare e a non urlare al declino incipiente del portierone, che ha disputato una stagione azzurra pressoché perfetta, togliendoci in più di un'occasione (a Malta, a Praga e mercoledì scorso col Giappone, per fare tre esempi) le castagne dal fuoco. Una serata storta può capitare a tutti. 

mercoledì 16 maggio 2012

VERRATTI E GLI ALTRI: LO SGUARDO DI PRANDELLI VERSO IL FUTURO AZZURRO

                                            Marco Verratti, "fiocco azzurro" a sorpresa

Le pre - convocazioni di Cesare Prandelli in vista di Euro 2012 sono state qualcosa di più di un semplice primo elenco di... "papabili azzurrabili". Forse a qualcuno è sfuggito, ma si è trattato di un passaggio autenticamente epocale per il nostro calcio. Un listone azzurro così spiazzante, rivoluzionario, evocativo di scenari futuri non lo si vedeva da tempo: non fu tale nemmeno quando, invece, tutti si aspettavano un qualcosa di sconvolgente, un taglio radicale col passato, ossia dopo il disastro lippiano di Sudafrica 2010. 
Spiego meglio: con questa "convocatoria" (come si dice in Spagna), Prandelli ha lanciato un messaggio fondamentale, un messaggio che vale in parte per l'ormai prossimo impegno in Polonia ed Ucraina, ma che al contempo lo supera, proiettandosi ben oltre. Il messaggio è che, per il calcio italiano, è davvero giunta l'ora di svoltare, di costruire il futuro. E costruire un futuro degno, per un movimento come il nostro, in flessione tecnica, in crisi finanziaria e del tutto allo sbando sul piano logistico e organizzativo, significa prima di tutto spalancare le porte ai giovani, e farlo davvero, non con contentini e spezzoni di partita, ma costruendo una Nazionale nuova, fresca, piena di benzina verde. 
VOLTI NUOVI PER L'OGGI E PER IL DOMANI - Ecco, nei convocati per lo stage pre - Europeo c'è quella che, nelle intenzioni del cittì e nei voti di tutti, sarà l'ossatura della Nazionale da settembre in poi, quella che dovrà sgomitare in un difficile girone di qualificazione (da molti sottovalutato, ma ne riparleremo) per farsi largo fino a Brasile 2014. Compaiono dunque nomi che si potevano prevedere, come quelli di Ogbonna, già da diverse partite nel giro azzurro, e di Borini, la rivelazione stagionale in Serie A, uno che potrebbe recitare un ruolo di rilievo già nella manifestazione continentale di giugno; ma, al loro fianco, fanno capolino volti che pensavamo di trovare in gruppo solo dopo l'estate: Schelotto e Destro, certo, ma soprattutto il nome più spiazzante, più sorprendente in assoluto. 
VERRATTI, CASO UNICO - E già, perché alzi la mano chi si attendeva la chiamata del pescarese Marco Verratti. Già da qualche anno, la presenza sempre più invasiva di stranieri nei nostri club di A (stranieri in larga parte modesti, non mi stancherò mai di sottolinearlo) ha costretto i selezionatori della rappresentative giovanili a rivolgersi, per la formazione delle loro squadre, al torneo di B, dove spesso e volentieri trovano posto e minuti per giocare i ragazzi italiani chiusi nelle gerarchie interne delle compagini di vertice. Prandelli ha fatto un passo oltre, sdoganando questo forzato modus operandi ed estendendolo anche alla Selezione maggiore. E lo ha fatto sapendo bene che con ciò non arrecherà alcun nocumento alla solidità tecnica del gruppo: perché Verratti milita in cadetteria, certo, ma le cronache raccontano che è già giocatore da grandi palcoscenici. Ne parlano come un possibile nuovo Pirlo, ma a noi questi paragoni scomodi e ingombranti mai sono piaciuti: diciamo che si tratta di un "cervello" del centrocampo con le stimmate del grande, personalità, intelligenza tattica e versatilità, piedi estremamente sensibili, e per ora fermiamoci qui.  
I PRECEDENTI - Scelta comunque rivoluzionaria, si diceva: certo, nel passato più o meno recente altri giocatori "cadetti" hanno provato l'ebbrezza della convocazione in azzurro, ma erano casi diversi e meno "radicali". Ricordiamoci di Collovati, che nell'80-81 giocò in Nazionale e contemporaneamente in B col Milan, ma faceva parte del gruppo di Bearzot già da un paio d'anni; e ancor prima, Fulvio Bernardini avviò la sua selezione post Mondiale '74 convocando una marea di elementi, fra i quali tre militanti in B (Bertuzzo, Pirazzini e Facchi) e persino uno in C (Martelli), ma furono convocazioni un tantino provocatorie, quasi a voler "urlare" in modo clamoroso la necessità di svecchiare un gruppo ancora troppo legato alle stanche glorie di Messico '70; e furono, soprattutto, chiamate che, come era logico, non ebbero seguito.
Ci fu poi il caso degli juventini di Serie B, nel 2006/07, ma quella fu proprio una situazione particolare: sappiamo infatti che quei giocatori si erano ritrovati in seconda divisione a causa di Calciopoli, ma erano campioni d'Italia e del Mondo. E c'è stato, infine, il caso di Ogbonna, che però è entrato nel giro azzurro dopo aver già debuttato nella massima divisione. Calcio di Serie A che invece Verratti non ha ancora mai visto, così come ha solo appena assaggiato la Nazionale Under 21: ecco quindi la portata epocale di una convocazione che segna davvero un punto di svolta per il prosieguo della storia azzurra.

                                             Mattia Destro, grande stagione a Siena
                                             

PERCHE' SOLO ADESSO - In molti, come detto, si attendevano che Prandelli innovasse profondamente i ranghi già dopo il citato disastro sudafricano. Non ha potuto né voluto farlo: non ha potuto perché, soprattutto nel suo primo anno di gestione, troppo pochi sono stati i giovani capaci di emergere in maniera così prepotente da meritare di esser presi in considerazione; non ha voluto, perché comunque capì che il fallimento mondiale non era stato dovuto alla mediocrità del materiale umano a disposizione di Lippi: c'erano buoni giocatori che non erano in forma (fisica e psicologica) o che vennero stati usati male, ce n'erano altri (giovani e meno giovani) estremamente validi che il precedente tecnico aveva ingiustamente lasciato a casa, e con quelli si poteva cominciare a ricostruire qualcosa di positivo in chiave Europeo, come poi è effettivamente avvenuto.
Ma ora il vento è cambiato: le ultime edizioni di Serie A e Serie B hanno regalato una discreta fioritura di campioncini in sboccio, ed è giusto che ad essi venga subito data la possibilità di accumulare esperienza internazionale, per far sì che non si ripeta ciò che è avvenuto nell'ultimo decennio di calcio italiano, ossia ritrovarsi giocatori di 25 - 26 anni che vengono ancora considerati "promesse" e che si sono intristiti e ingrigiti in anni di panchina e di mancati contatti col football d'oltrefrontiera.
Per tutto questo, quelle di Verratti, Schelotto e Destro non rimarranno convocazioni premio: magari non andranno in Polonia, ma li ritroveremo più avanti, così come ad occhio e croce dovremmo ritrovare El Shaarawy, Astori (se già non farà parte del gruppo per Euro 2012), mentre potrebbero entrare in lizza i vari Bonaventura, Paloschi, Poli, quel Marrone che ha trovato pochissimo spazio nella Juve scudettata, ma che quando è stato chiamato in causa da Conte ha risposto alla grande e, tanto per gradire, ha chiuso la stagione con un gol nel giorno della festa; e ancora, dalla B, Insigne, Immobile, Florenzi, Donati, Capuano.... Tutta gente che deve dimostrare tantissimo, ma alla quale, lo ripetiamo, occorre dar fiducia da subito. Solo così il calcio italiano potrà tornare a fiorire.