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venerdì 27 marzo 2015

LE MIE RECENSIONI - "SPLENDE", IL NUOVO ALBUM DI ANNALISA: EASY LISTENING DI QUALITA'


Semplicità, immediatezza e orecchiabilità stanno riguadagnando terreno, nel panorama nostrano del pop "mainstream". E' un po' che lo sottolineo, la proposta complessiva del Sanremo ultimo scorso lo ha in larga misura confermato. E non c'è di che dolersi della tendenza, ché anzi si avvertiva il bisogno di un certo ritorno alle melodie di facile presa. Proprio l'Ariston, poche settimane fa, ha portato alla ribalta una Annalisa sempre più convincente, nel cavalcare l'onda easy listening. Il 2015 si presentava per lei come un anno cruciale: attesa al banco di prova del secondo Festival rivierasco, dopo il positivo esordio datato 2013 (con l'originale e ballabile "Scintille"), non ha deluso le attese. "Una finestra tra le stelle", fermatasi a un passo dal podio, ha fatto da apripista ad un album, "Splende", che ha il raro dono di non concedersi pause, di non scadere in episodi autenticamente non riusciti. E' un album che "tiene", sostanzialmente, dal primo all'undicesimo brano della track list. 
RADIOFONICITA' - E' chiaro: stiamo parlando, lo si accennava all'inizio, di musica ad uso e consumo "radiofonico", come si dice oggi. Sperimentazioni stilistiche e ricerca sonora non ce ne sono che in minima parte, in questo disco, e forse è un peccato, perché l'artista ligure ha i mezzi, sia vocali sia compositivi, per poter osare un tantino di più. Però, per il momento, va bene così: la canzone nostrana necessita di un rinnovamento qualitativo del suo repertorio "fischiettabile", e allora ben vengano le Annalisa e tutte le ugole che sanno restituirci la gioia della cantabilità, dei ritornelli che si fissano subito in testa e non ne escono più. "Splende" ha questo di bello, e non è poco: è immediato e orecchiabile dall'inizio alla fine. Ma non si tratta di melodie dozzinali, "buttate lì": ci sono arrangiamenti ben congegnati, c'è quel modo di costruire i pezzi "all'italiana" declinato però in chiave contemporanea, che sta rinverdendo i fasti della nostra tradizione leggera; c'è anche un'apprezzabile varietà nella strutturazione dei pezzi.
VARIETA' DI STILI - L'album è potenzialmente un serbatoio di singoli, a parte il pezzo sanremese e i due che hanno anticipato, l'anno passato, l'uscita dell'opera, ossia "Sento solo il presente" e "L'ultimo addio". La partenza è  lanciata, con "Vincerò": è un inno all'ottimismo e alla positività, ma è soprattutto un brano senza cedimenti, convincente nella strofa, di fortissimo impatto nel ritornello, esempio ben confezionato di quel pop nostrano in salsa Duemila di cui si è appena detto. Poi la canzone che dà il titolo a tutto il lavoro: "Splende" offre una variazione sul tema, insegue un certo brio e indossa una veste vagamente dance, strizzando l'occhio a certi stilemi ritmici dei tardi anni Novanta.
KEKKO - Non annoia, la giovin savonese: con la terza traccia, "Un bacio prima di morire", cambia ancora rotta, e questa volta si affida a una costruzione quantomai classicheggiante, con pianoforte in bella evidenza, sapiente uso di cori, e grande apertura melodica sul refrain, per poi... affondare i colpi con "L'ultimo addio", ballatona old style. Di "Sento solo il presente", i fans conoscono tutto: è stata una delle canzoni più gettonate del 2014. L'impronta di Kekko Silvestre, autore "re Mida" di questi ultimi anni, si avverte chiarissima, nella poetica a tratti audace e nell'impostazione complessiva dell'opera, dal tono incalzante e a tratti solenne, con un possente sostegno orchestrale.
"Questo amore" è forse il passaggio meno convincente dell'album, anche se la sufficienza la strappa in pieno: anche qui siamo sul pop all'acqua di rose, senza rischi, ma appare più efficace la strofa che non il ritornello, tutto sommato abbastanza dimenticabile. Ci si riprende con "Una finestra tra le stelle", di cui non diremo, avendone già ampiamente tessuto le lodi in occasione del recente Festivalone, così come superfluo è soffermarsi su "Ti sento", una cover ben interpretata ma pur sempre una cover (genere verso il quale provo da sempre scarso entusiasmo): coraggiosa, comunque, l'idea di "spogliarla" di quegli arrangiamenti ultratecnologici che erano marchio di fabbrica dei Matia Bazar anni Ottanta.
ROCK E IMPRONTA CANTAUTORIALE - Di notevole spessore le restanti tre canzoni: "Niente tranne noi" sprigiona un certo vigore, forte di echi morbidamente rock, "Se potessi" è forse la più originale del lotto per tessitura e complessità sonora, con impronta quasi cantautoriale, sapiente uso di chitarre e percussioni e un buon impasto vocale nel duetto con Rapahel Nkereuwem, "Posizione fetale" ha un testo discretamente ispirato, è la più "orchestrata", al pari di "Sento solo il presente", ed esalta più di altre la consistenza e le sfumature della voce di Annalisa, che si sprigiona restando a metà strada fra accenti adolescenziali e piena maturità. Il giudizio finale, lo si è detto, è nel complesso positivo. Cosa manca, allora, per il definitivo salto di qualità? L'easy listening va benissimo, se portato avanti con perizia tecnica come fanno la Scarrone e il suo staff; magari, ecco, un po' di voglia di osare in più nella ricerca di strade compositive diverse e meno "commerciali", senza tuttavia snaturarsi. E azzardare di più nei testi, ancora acerbi in qualche passaggio. Ma le basi sono già ottime.

domenica 10 agosto 2014

VERSO SANREMO 2015: CONTI VUOLE UN FESTIVAL "SUL MERCATO", E PUNTA DEAR JACK, AMOROSO E DOLCENERA

                                      Alessandra Amoroso: in gara a Sanremo 2015? 

L'investitura di Carlo Conti a deus ex machina di Sanremo 2015 un primo effetto positivo l'ha già sortito: raramente, in passato, si era cominciato a parlare in termini concreti del Festivalone con tanto anticipo. Circolano addirittura i primi nomi dei candidati a entrare nel cast dei Big, discorsi che solitamente prendono quota ad autunno inoltrato, fra novembre e dicembre. Buon segno: significa che la macchina organizzativa è già in moto, e del resto non si è sempre detto che un Sanremo di pregio lo si possa realizzare solo iniziando a lavorarci molti mesi prima (qualcuno affermò addirittura "dal giorno successivo alla conclusione dell'edizione precedente")? Buon segno anche perché, dopo l'emorragia di spettatori della kermesse 2014, parrebbe essersi ricreato un discreto interesse mediatico e di pubblico attorno all'evento. 
DEAR JACK QUASI SICURI - I nomi, dicevamo. La band emergente dei Dear Jack viene già data per sicura, mentre elevatissime sono le percentuali di inserimento nel listone per Alessandra Amoroso e Dolcenera, la quale ha già affermato di avere un brano pronto, e giungerebbe all'Ariston sulle ali di una popolarità rinsaldata dal buon successo del singolo estivo "Niente al mondo". Se tali candidature si concretizzassero, sarebbero da accogliere con legittima soddisfazione: nelle prime dichiarazioni programmatiche sul Festival prossimo venturo, rilasciate di recente a "TV Sorrisi e canzoni", Conti ha sostenuto di voler mettere su "un Sanremo per tutti, che ospiti dal pop al rock al rap, a qualsiasi altro genere musicale. Un Sanremo in cui si ascolti la musica che va davvero per la maggiore in classifica, non uno spettacolo che mette in scena un mondo che non esiste nel mercato reale". E' sicuramente l'affermazione più concreta fra le tante, invero un po' generiche, dell'anchorman toscano sulla titanica impresa che l'attende nei prossimi mesi. Troppo spesso, in passato, la manifestazione ligure ha proposto personaggi sfiatati e ormai lontani dai gusti del pubblico, oppure, per converso, scelte troppo elitarie, di nicchia, soprattutto nell'ultimo biennio. Il cast del 2014, va detto, era stato più contemporaneo e leggero rispetto a quello di dodici mesi prima, ma si può e si deve far di meglio, entrare con entrambi i piedi nella galassia dei consumatori e "cooptare" i personaggi più gettonati, soprattutto quelli di recente affermazione (i "mostri sacri" lasciamoli perdere: non hanno bisogno del Sanremone, e di spazi mediatici per promuovere i loro prodotti ne hanno già fin troppi...). 
OLTRE MAZZI - Il modello più recente da avvicinare, e magari da migliorare, è quello dei Festival di Gianmarco Mazzi nelle sue varie declinazioni, da Bonolis alla Clerici a Morandi. Ho la sensazione che l'impresario veronese non sia troppo amato nell'ambiente discografico e in quello dello showbiz, eppure gli va ascritto il merito di aver allestito edizioni sanremesi di buon livello, certo non esenti da difetti (anzi) ma capaci di coniugare vivacità dello spettacolo, brillantezza della conduzione e buona qualità della proposta canora, con nomi giovani e sulla cresta dell'onda. Ecco, i tre artisti di cui si è detto in apertura, i primi "papabili" per la rassegna canora del prossimo febbraio, traducono alla perfezione la volontà di Conti di costruire una gara al passo coi tempi: il "complesso" (come si diceva una volta) dei Dear Jack, ennesima creatura dell'universo De Filippi, ha fatto registrare un boom magari prevedibile in linea generale, ma di certo inatteso per dimensioni quantitative: il loro primo album è ai vertici delle classifiche di vendita (secondo posto nella chart di Sorrisi della settimana in corso), e le apparizioni ai più recenti eventi pop televisivi, i Music Awards e il Coca Cola Summer Festival, si sono svolte in quel clima di "fanatismo" (nel senso di fans scatenate...) che ha sovente accompagnato, in passato, l'esplosione di celeberrime boy band d'oltrefrontiera. Se sia o meno un fenomeno passeggero lo potrà dire solo il tempo, ma al momento questi ragazzi sono a tutti gli effetti dei big del pop italico. Detto di Dolcenera, anche Alessandra Amoroso sarebbe un bel colpo: mai in gara in Riviera, dove ha però fatto passerella come ospite di colleghi in competizione (nel 2010 affiancò Valerio Scanu contribuendo non poco al suo trionfo), è per lei giunto il momento di mettersi in gioco: la sua popolarità è alle stelle e resiste ormai da diverso tempo, sicuramente una delle creature più "solide" del talent "Amici"; i recenti successi "Bellezza, incanto e nostalgia" e "Non devi perdermi" rappresentano un buon viatico. Come dire, o adesso o mai più. 
ADDIO DOPPIO BRANO - Per tutto il resto, Conti ha fornito alcune linee operative di massima, senza addentrarsi più di tanto nei dettagli. Si tornerà al brano unico in gara, l'esperimento della doppia canzone è fallito e del resto era abbastanza prevedibile: una soluzione del tutto estranea alla tradizione, direi al DNA dell'organismo festivaliero, e ulteriormente depotenziata dal modo in cui è stata proposta da Fazio e dal suo entourage. Personalmente, mi aveva dato la sensazione di rappresentare non una precisa e rigorosa scelta artistica, ma soltanto una trovata spettacolare con cui si delegava direttamente al pubblico la fase finale del lavoro di selezione delle opere, col conseguente rischio di andare incontro a scelte di basso profilo che potevano danneggiare la qualità complessiva della manifestazione; ma la carica di suspense dell'espediente si è rilevata ben misera: le serate dedicate alla scelta fra i due pezzi hanno rappresentato, in questi due anni, uno stanco antipasto del Festival propriamente detto, che è sempre iniziato "per davvero" il giovedì, nel momento in cui i cantanti "scendevano nell'arena" col brano sopravvissuto. Alle corte: Sanremo è sempre stato "una canzone a testa", si può (si deve) cambiare in tanti aspetti, deve essere progressivamente svecchiato, ma il brano unico rappresenta un punto fermo, un totem da non toccare.
PIU' BIG, MA... - Bene così, dunque, ed apprezzabile è pure il lieve innalzamento della quota partecipanti nella categoria regina: si passa da 14 a 16, che tuttavia considero sempre troppo pochi. Sarebbe più furbo, da parte di un direttore artistico, annunciare un numero minimo di concorrenti, numero eventualmente da incrementare sulla base della quantità e della pregevolezza delle proposte che giungono sul suo tavolo: era il modus operandi che adottavano Gianni Ravera e Pippo Baudo, i quali non a caso hanno firmato, come patron, alcune delle edizioni di maggior successo della kermesse. 
E' passato invece un po' sotto silenzio l'annuncio del ripristino del meccanismo dell'eliminazione anche per i "grandi", quello spietato torneo che, nelle edizioni targate Mazzi, decimava il cast dei Big di serata in serata: il rischio è quindi di tornare ad assistere a una finalissima con pochi artisti in lizza, una decina o poco più, e di dover riempire i lunghi tempi televisivi in qualche modo, con ospitate discutibili  che nulla hanno a che fare con lo spirito del Festivalone, oppure con colossali mega - promozioni dei futuri programmi Rai: scene tristi già viste troppe volte nel recente passato. Aspettiamo però di vedere come sarà effettivamente strutturata questa gara... Rimane ancora troppo ridotto, invece, lo spazio riservato alle nuove leve: dovrebbero essere otto, come sempre è avvenuto dal 2011 in poi. Aggiungerne un paio è proprio impossibile, anche alla luce dell'elevatissimo numero di richieste che giunge ogni anno? E in ogni caso, l'obiettivo da perseguire con ogni mezzo sarà quello di restituire centralità alla competizione dei giovani, negli ultimi tempi relegati a orari da "vampiri", quasi come una fastidiosa incombenza: perché, ad esempio, non arricchire la serata conclusiva spostando al sabato la tenzone decisiva fra le promesse della nostra canzone? 
RIPARTIRE DA QUESTA ESTATE CANORA - Di certo, come ho avuto modo di scrivere nelle settimane scorse, Carlo Conti ha il vantaggio di poter partire da una base solidissima, rappresentata da questa inattesa estate canora 2014 che, anche grazie al ritorno in grande stile di una rassegna "vacanziera" analoga al vecchio Festivalbar (il Coca Cola Summer Festival), ha portato alla ribalta la rinnovata vitalità dell'ambiente pop nostrano: sono ricomparse canzoni orecchiabili, di facile presa, ben costruite: Renga e Dolcenera, i Modà  e Killa, Nek e Noemi, Emma, Antonio Maggio, Gabry Ponte, gli "Amici di Maria" Amoroso, Dear Jack, Emma, Marco Carta e Deborah Jurato... C'è fermento, pare esser stata ritrovata la chiave per entrare nel cuore del grande pubblico: un terreno fertile dal quale il nuovo direttore artistico potrebbe cogliere frutti succosi, con la legittima speranza di trovare brani di forte e immediato impatto in grado di superare le forche caudine di classifiche sempre più esterofile. Altro asso nella manica che il conduttore di "Tale e quale show" dovrà giocarsi senza remore: la voglia generalizzata di ritrovare un Sanremo più pop, glamour, un pizzico nazionalpopolare, dopo la seriosità retorica che troppo spesso ha fatto capolino nelle ultime edizioni, indigeribili non tanto come proposta musicale (assolutamente dignitosa) ma come concezione globale dello spettacolo. In bocca al lupo.  

martedì 16 luglio 2013

STUDIO 5: E QUESTA SAREBBE LA CELEBRAZIONE DELLA STORIA DEL "BISCIONE"?


Analisi di "Studio 5", ovvero di una trasmissione "sbagliata" e approssimativa fin dalla sua mission. A leggere le varie schede di presentazione disseminate per il web, la confusione è grande sotto il cielo: questa sorta di show salottiero dovrebbe aver lo scopo di celebrare i 30 anni di Canale 5. O forse i 35, a sentire qualche altra campana. Boh, non ci risulta che l'ammiraglia Mediaset sia nata nel 1983, né tantomeno nel 1978. Non è un dettaglio per pedanti nozionisti della storia della tv: l'imprecisione e la superficialità persino nel chiarire le finalità di un programma non sono un buon punto di partenza, e lo... svolgimento del tema è in linea con le premesse. Del resto non c'è di che stupirsi: questo "Studio 5" è lo specchio fedele della profonda decadenza che sta attraversando in questi "anni Dieci" il palinsesto dell'emittente del "Biscione" (il logo originario della rete, lo ricordate?): un vuoto di idee che rattrista, se paragonato proprio all'epoca d'oro di Canale 5 che qui si vorrebbe festeggiare e rievocare, gli anni Ottanta del (meritato) boom catodico berlusconiano, delle Premiatissime e dei Dallas, dei Superflash e dei Grand Hotel. Vuoto di idee che traspare, perfino, dal titolo scelto per questo discutibile progetto estivo, visto che "Studio 5" è già esistito, andò in onda nella seconda metà degli eighties, era un contenitore di informazione e intrattenimento: nemmeno lo sforzo di concepire un marchio inedito... 
Fa rabbia quando la povertà di una trasmissione viene mascherata da annunci altisonanti: a "Studio 5", la storia di Canale 5 è solo un pallido pretesto per alimentare il solito teatrino di Alfonso Signorini, personaggio fra i più sopravvalutati fra i tanti partoriti negli ultimi anni dallo show business italiano (nonché direttore di uno dei più brutti "TV Sorrisi e Canzoni" che la mia memoria ricordi...), portabandiera del gossip sfrenato che ha occupato quasi militarmente i palinsesti della nostra tv generalista, come se fosse diventato un genere informativo fondamentale e irrinunciabile, altro che la Gabanelli e il giornalismo d'inchiesta. Laddove, in passato, i pomeriggi del piccolo schermo erano affollati da "Tv dei ragazzi", "Non è mai troppo tardi" e altri spazi divulgativi, nel tentativo di innalzare almeno un poco il livello culturale degli italiani, oggi si trascorrono ore a parlare di amorini e amorazzi (veri o presunti) di divi e divetti, oppure di delitti efferati consumati nelle più sperdute lande del Paese.
Ma torniamo a bomba. Ecco dunque Signorini sfruculiare i suoi ospiti in un contesto che non ha molto di diverso da un qualsiasi "Pomeriggio Cinque" o dal mai rimpianto "Kalispéra" del medesimo Alfonso. Ospiti il cui legame con la grande storia di Canale 5 francamente ci sfugge, come la pur brava Sabrina Ferilli; oppure ospiti "prezzemolini" come Maria De Filippi, che invece un ruolo preminente nella storia del canale lo ha avuto eccome, ma che (come l'inevitabile Belen Rodriguez che pare debba comparire in una delle prossime puntate) è pur sempre perfettamente organica al "mondo" prediletto dal conduttore, fatto di feuilleton rosa e di storie un po' maliziose e un po' strappalacrime in stile "C'è posta per te", passando per la presenza debordante dei talent che sembrano essere diventati una tassa fissa da pagare: ecco quindi, anche qui, sfilare a più riprese davanti alle telecamere l'immancabile Moreno Donadoni con la sua ultima hit, proposta ormai ovunque e in tutte le salse. Ma a me, spettatore che si attende un bel tuffo nella nostalgia catodica, del "mondo" di Alfonso, delle sue pur legittime predilezioni artistiche, giornalistiche e televisive, importa ben poco: se è giusto mettere un po' di se stessi in ogni trasmissione che si fa, non lo è piegare totalmente tali trasmissioni alla propria personalità, soprattutto per un progetto che dovrebbe avere un certo rigore documentaristico. 
E la storia di Canale 5? Ridotta a pochi filmati in quasi tre ore di trasmissione (piacevole, comunque, rivedere il debutto assoluto della stessa De Filippi o la prima volta di Rita Dalla Chiesa a "Forum"), nonché a un saccheggio imponente dell'archivio di "Scherzi a parte" (ma mostrare gli ospiti del programma ai tempi in cui caddero vittime di quei discutibili lazzi è davvero così rappresentativo del loro percorso professionale in quel di Mediaset?) e soprattutto a brevi spezzoni di sigle storiche utilizzate per introdurre i vari contributi video. Francamente davvero pochino. La storia come pretesto, si diceva; una foglia di fico a coprire l'inadeguatezza dell'ennesima trasmissione fondata sul chiacchiericcio fine a se stesso. 
Nel 1990, Canale 5 celebrò un anniversario importante e vero, il suo decimo compleanno, con uno show dignitosissimo e rigoroso, la cui conduzione venne affidata ai volti storici di quel primo, felice e irripetibile decennio, da Corrado a Vianello a Mike Bongiorno. Perché al giorno d'oggi è diventato un obbligo "contaminare" ogni esperimento televisivo con i format più in voga del momento, anche se questi non c'entrano alcunché con la mission dichiarata? In parole povere, e lo ripetiamo: che c'azzeccano Moreno, Belen, il gossip e... Signorini con i trent'anni (o giù di lì...) di Canale 5?  Meglio allora il buon Paolo Piccioli che, con assoluta discrezione, da tempo immemore lavora su Rete 4 a "Ieri e oggi in tv", mostrandoci davvero la storia di Canale 5 e delle reti Mediaset nella maniera più lineare, senza fronzoli: semplicemente, riproponendo nottetempo, più o meno integralmente, le trasmissioni di quegli anni. E' questo il vero rispetto per la Storia, che può essere con la "S" maiuscola anche quando riguarda un universo effimero come quello del piccolo schermo. 

venerdì 14 dicembre 2012

SANREMO 2013: I PIU' E I MENO DEL CAST DEI BIG

                                    Raphael Gualazzi: prima volta fra i Big sanremesi

Habemus cast! Fabio Fazio ha infine estratto dalla manica gli assi del suo Sanremo 2013. L'accoglienza dei critici, degli addetti ai lavori e degli appassionati veri, in queste prime 24 ore, è stata quasi trionfale, mentre non è nemmeno il caso di tener conto delle immancabili grida di dolore dei fans dell'uno o dell'altro cantante non ammesso: basta girare per la rete per trovarsi di fronte ad atteggiamenti da autentici ultras, con offese agli artisti che a Sanremo ci saranno e difese a oltranza dei propri beniamini, esaltati oltre il limite del buon senso e del buon gusto, nonché, naturalmente, ritenuti vittime della cecità e incompetenza degli organizzatori e di chissà quali oscure e losche manovre di corridoio. Vergogniamoci per questi perdigiorno del web, e passiamo oltre. 
CAST ALTERNATIVO - Entusiasmo generalizzato, si diceva, e in linea di massima non si può non essere d'accordo. Fazio e Mauro Pagani hanno messo insieme un cast per certi versi spiazzante, direi quasi alternativo e d'avanguardia, almeno  per quelli che sono i canoni tradizionali della kermesse sanremese; un cast piacevolmente aperto alla gioventù e a territori sonori che non sempre hanno trovato terreno fertile in riviera.
L'attuale conduttore di "Che tempo che fa" era atteso già a fine anni Novanta come potenziale innovatore della liturgia festivaliera, da rivoltare come un calzino per salvarla dalla piattezza e dal declino: ebbene, all'epoca il rinnovamento ci fu, ma più nella forma dello spettacolo, nella struttura del contenitore, che nella sostanza musicale. Il riferimento è alla formula rivoluzionaria del suo primo Festival, quello del '99, del Sanremo presentato da tutti, astronauti, calciatori, attori, casalinghe e premi Nobel. Riguardo al cast dei cantanti, un certo svecchiamento ci fu, con la proposta di nuove leve rampanti e solitamente poco presenti al Festivalone, ma nulla a che vedere con l'invasione di grandissimi nomi della musica italiana che tutti si attendevano. Questa volta è andata un po' diversamente: la rottura dei meccanismi di allestimento del listone dei Big è evidente: basti citare la presenza di Almamegretta, Marta sui Tubi, ma anche il ritorno di Elio e di Simona Molinari, in coppia con Peter Cincotti. Scelte coraggiose, comunque non convenzionali, che meritano un plauso incondizionato.
DOV'E' IL CANTAUTORATO NOBILE? - Certo, oltre ai "più" ci sono anche i "meno". Mancano le star, i volti in grado di far saltare il banco, di monopolizzare i pronostici assicurando nel contempo un sicuro apporto qualitativo: i nomi, tanto strombazzati nelle scorse settimane, di Gino Paoli, Fiorella Mannoia, Carmen Consoli e Mario Biondi sono rimasti lettera morta. Anche quest'anno il tanto atteso cantautorato nobile storico, il clou dell'alta scuola italiana, se ne starà accuratamente lontano dall'Ariston. La presenza di qualche grande cantautore nostrano era una delle "innovazioni" che si chiedevano a Fazio, puntando anche sui contatti ripetuti con quell'ambiente sviluppati dall'anchorman savonese in tante edizioni della sua trasmissione su Rai Tre, ma su questo punto è forse il caso di mettersi una buona volta il cuore in pace: certi personaggi a Sanremo non li vedremo mai (o rarissimamente...). Vale anzi la pena di ricordare che qualcuno di questi mostri sacri ha calcato quel palco proprio quando nessuno se lo aspettava, ossia durante l'ultimo quadriennio, quello gestito da Gianmarco Mazzi e frettolosamente liquidato da molti come il periodo del "Sanremo - talent": ebbene, nel 2011 abbiamo visto esibirsi all'Ariston, in gara, Vecchioni e Battiato, e nel 2012 Lucio Dalla, poche settimane prima della sua improvvisa scomparsa. Il fatto che solo il primo lo abbia fatto da protagonista, laddove gli altri due hanno scelto delle presenze più discrete, come ospiti di altri artisti, cambia di poco il discorso.

                                            Max Gazzè: è al quarto Festival

SEMPRE MENO "VETERANI" - I più e i meno, si diceva. Fra i più possiamo senz'altro inserire l'accantonamento (definitivo?) di certi "ultra - veterani" della nostra musica leggera, ormai da un paio di decenni fuori tempo massimo ma tenuti mediaticamente in vita fino a pochi anni fa proprio da Sanremo. E tuttavia anche in questo caso si fa torto al buon Mazzi, il quale, soprattutto a partire dal 2010 e con rare eccezioni, aveva provveduto a svecchiare il cast del Festival, dando sempre più spazio ai "giovani Big", sia quelli prodotti dal vivaio sanremese sia quelli usciti dai vari talent show. Certo, bravi Fazio e Pagani a seguire il solco, ma la strada l'hanno tracciata altri. Se, comunque, non si può non tirare un sospiro di sollievo di fronte all'assenza dei vari Leali, Al Bano e Patty Pravo, persiste una incomprensibile idiosincrasia alla cosiddetta "generazione di mezzo" della nostra musica, quella dei cantanti emersi negli anni Novanta e ai quali non è più stata data una chance che pure avrebbero meritato, penso a gente come Mariella Nava, Massimo Di Cataldo o Silvia Salemi (non so se avessero presentato brani, ma sono alcuni esempi del buono che la nostra canzone seppe produrre in quel periodo)
PERPLESSITA' SU CHIARA - Come previsto e come ampiamente ribadito su questo blog, il presunto ostracismo di Fazio nei confronti dei talent show era molto, molto.... presunto, per l'appunto. Non ci risultava avesse mai lanciato simili diktat, e la lista diramata ieri lo conferma: c'è Mengoni, talento vero che oltretutto si è ormai sdoganato dal suo passato "X factoresco" e ha già in curriculum una positiva esperienza sanremese (nel 2010), ma ci sono anche Annalisa Scarrone e Chiara Galiazzo. La prima, già accostata al Festival l'anno passato (non si sa se con fondatezza), è ormai entrata abbastanza stabilmente nel circuito discografico che conta e approda a Sanremo per cercare la consacrazione definitiva e il lancio presso un pubblico più ampio; sulla seconda non nascondo qualche perplessità: balzata agli onori delle cronache da pochi giorni, già celebrata come il nuovo fenomeno della canzone italiana degli anni Dieci, mi pare che vi sia stata troppa fretta di farle bruciare le tappe.
Si dirà:  identico percorso negli anni scorsi seguirono lo stesso Mengoni e Nathalie, ma non è una buona ragione per perseverare; in effetti Nathalie, dopo l'esperienza del 2011 (con un brano di buona fattura, oltretutto), è entrata in un pericoloso limbo, mentre il buon Marco, nonostante il consistente exploit di "Credimi ancora" che sfiorò la vittoria, ha faticato non poco per mantenere quei livelli di popolarità e di successo commerciale. In sintesi, credo che almeno un anno preparatorio dopo l'uscita dallo show ex Rai e ora Sky sarebbe un toccasana, sia per la crescita di questi giovani artisti, sia per un ulteriore miglioramento della qualità del prodotto musicale proposto, sia, infine, per farsi quelle "spalle larghe" necessarie per mantenersi a lungo a galla nel sempre più ostico panorama musicale nostrano. Detto questo, poi, magari, ci troveremo di fronte la nuova Pausini, o la nuova Giorgia, e allora tutti zitti...

                                          Simona Molinari: graditissimo ritorno

LE NUOVE LEVE CANTAUTORIALI - In ogni caso, lo ripetiamo, non c'è proprio da strapparsi i capelli. Se non ci sono i cantautori storici della nostra canzone, ci sono quelli di scuola più recente, una scuola della quale Max Gazzè e Daniele Silvestri sono forse i rappresentanti più originali: le loro precedenti apparizioni in riviera non sono mai state banali, così come quelle di Simone Cristicchi, che va atteso con fiducia perché centellina le sue partecipazioni ma quando arriva all'Ariston sa sempre regalare piccole perle, che siano intense e sofferte come "Ti regalerò una rosa" o fortemente ironiche come l'ultima "Meno male".
GUALAZZI E MOLINARI SU, NAZIONALE GIU' - Di solito, quando viene annunciato il listone compaiono, invariabilmente, dei nomi che mai erano stati fatti nella ridda di anticipazioni giornalistiche. Quest'anno, però, il fenomeno si è accentuato: di Elio, di Marta sui Tubi, dello stesso Cristicchi nessuno aveva parlato, così come di Maria Nazionale, la cui presenza fra i Big è estremamente discutibile, ma d'altronde ogni Sanremo ha le sue stranezze (ricordo ancora meteore come Cattivi Pensieri, Alessandro Safina e Piero Mazzocchetti inseriti nella categoria "regina", quindi perché stupirsi?). Il sottoscritto era stato uno dei pochi, nelle settimane scorse, a invocare il ritorno di Gualazzi, ritorno che mi pareva assolutamente "maturo" dopo i successi mietuti su scala internazionale, e sono contento di averci azzeccato; di converso, fino a poche ore dall'annuncio di Fazio, molti davano per certa la presenza in gara dei Musica Nuda, che molto modestamente avevo "sponsorizzato" qualche settimana fa sul mio blog: spero che venga presto anche il loro momento.  Festival aperto a vari generi, si diceva: in questo senso, Marta sui Tubi rappresentano un azzardo, a parer mio, molto più rischioso degli Afterhours o dei Marlene Kuntz visti di recente. Da accogliere con entusiasmo il ritorno di Simona Molinari, uno dei prodotti migliori del vivaio festivaliero degli anni Duemila, abile a ritagliarsi una sua nicchia fra pop, swing e jazz, con risultati assai lusinghieri sul versante critico e, ultimamente, anche presso il grosso pubblico.
SANREMO ED ELEZIONI - Il ritorno di Elio e le Storie Tese è la sorpresa che nessuno, ma proprio nessuno, si aspettava: con i Modà, Malika e almeno uno dei "talent boys", potrebbero giocarsi la vittoria finale, ma parlarne adesso è assolutamente prematuro. Anche perché non si sa nemmeno... quando il Festival si svolgerà. L'ultimo rinvio della manifestazione, che io ricordi, avvenne nel 1974, nientemeno, ma per motivi "interni" alla macchina organizzativa festivaliera. Oggi è diverso, ma se davvero le elezioni venissero fissate per il 17, lo spostamento di una o due settimane sarebbe fondamentale per la buona riuscita della rassegna, che altrimenti verrebbe fagocitata da una settimana di feroce campagna elettorale televisiva.
Lasciamo dunque che la Rai consegni i propri schermi ai tanti talk show, infestati da politici parolai che all'abilità dialettica non hanno mai fatto seguire i fatti: ore e ore di discussioni e soprattutto di battibecchi, in diretta e in differita, che non sono affatto serviti, negli ultimi vent'anni, a fare dell'Italia un Paese migliore (anzi...). Meglio Sanremo, una delle poche cose serie (ebbene sì) rimaste in questa sventurata nazione. Se poi il problema è anche la probabilissima satira di Littizzetto o del possibile ospite Albanese, beh, c'è da rimpiangere il Sanremo di una volta, quello che era soprattutto concorso canoro, con pochi momenti extra - musicali, che sbancava l'Auditel e che faceva il pieno nei negozi di dischi. Ma è un discorso già fatto, e che ci porterebbe comunque troppo lontano...

martedì 19 giugno 2012

FESTIVAL DI SANREMO 2013: SCOCCA L'ORA DI "FAZIO TERZO"



Scrivere del Sanremo prossimo venturo già a giugno fa un po' specie, ma la notizia è di quelle grosse: il padrone di casa del Festivalone 2013 sarà Fabio Fazio. Non era uno dei nomi più gettonati per la successione a Gianni Morandi, ma la candidatura ha preso corpo rapidamente nelle ultime settimane, e ancor più rapidamente si è concretizzata. 
E' in rampa di lancio il "Fazio terzo", dunque. Inevitabile tornare con la mente alle due edizioni delle kermesse già presentate dall'anchorman ligure, nel 1999 e nel 2000. Un secolo fa e termini di paragoni impropri, perché di acqua ne è passata sotto i ponti, e tante, troppe cose sono cambiate nei mondi che Sanremo attraversa e vive: quello musicale in primis, quello televisivo, e quello... finanziario (da cui non si può prescindere nell'allestimento di uno show di tali faraoniche dimensioni). Ma, anche se non soprattutto, è cambiato lui, l'anfitrione designato. Il Fazio di fine ventesimo secolo era il Fazio di "Anima Mia" (trionfo insperato alla vigilia della messa in onda) e di "L'Ultimo valzer" (flop altrettanto inatteso), ma soprattutto del primo, indimenticabile "Quelli che il calcio". 
IL FAZIO DI IERI... - All'epoca, Fazio era quasi un "elfo" del piccolo schermo, l'uomo nuovo dell'intrattenimento leggero ma ragionato: il ragazzone ancora bambino dentro, il "fantasista" che cercava una nuova via al divertimento catodico, rovistando nei magazzini ideali della memoria e in quelli più... prosaici della Rai per lanciare un filone nostalgico - vintage che funziona ancora oggi, andando a scoprire nuovi canoni spettacolari, format mai sperimentati, personaggi inediti e pescati fra la gente comune, ma personaggi che avevano qualcosa da dire e da raccontare, anche poco ma l'avevano, non gente senza qualità secondo la moda della "tv di tutti" in stile Grande Fratello. Una visione allegramente scanzonata del mondo reale e mediatico, la sua;  un distacco non superbo ma umile, quasi a dire: "Scusate, sono qui per caso", nella ricerca continua di una vicinanza assoluta allo spettatore, in luogo dell'inavvicinabilità tipica del divo. 
... E IL FAZIO DI OGGI - Oggi, le cose sono un po' diverse: la metamorfosi di Fazio, forse, è cominciata  in parte proprio da quei lontani giorni di Sanremo. Non nel '99, quando mise in piedi un Festival totalmente in linea col suo stile (ricordiamo la trovata del "Sanremo quest'anno lo presentano tutti", con casalinghe, calciatori, astronauti e inservienti dell'Ariston ad alternarsi sul palco), ma di certo nel 2000, allorché si impose di modellare una rassegna sostanzialmente rigorosa e dedicata in toto alla musica, essendo quella l'edizione del cinquantenario, dando inoltre grosso rilievo ad una iniziativa umanitaria che ebbe eco planetaria, quel "Jubilèe" che puntava alla cancellazione del debito dei Paesi più poveri del globo. In seguito, molti eventi l'hanno segnato: rendendolo più ispido, ruvido, meno allegrotto, anche per via di certe amarezze (il precoce tramonto dell'avventura a La7), ma in primis più rigoroso, in una differente interpretazione della sua professione, del suo ruolo televisivo, ruolo che ha completamente ripensato dedicandosi a un intrattenimento alto, per certi versi "di nicchia". 
Il Fazio di oggi, e non lo scopro certo io, è il Fazio che passa in rassegna politici, magistrati, attori di spessore, cantautori e scrittori a "Che tempo che fa"; ed è soprattutto il Fazio impegnato delle trasmissioni - record con Roberto Saviano. Ed eccoci dunque al punto: come trasferirà, il conduttore savonese, tutte queste sue nuove esperienze, questo suo bagaglio di cultura umana e televisiva distante anni luce da quello di tredici anni fa, nel Sanremo che verrà? 
IL SUO TERZO SANREMO - Non è facile rispondere, in questo momento. Precisando che nelle due edizioni condotte Fazio non si è mai occupato direttamente della selezione dei brani in concorso, io credo che questa volta invece farà sentire la sua voce, sia pur sommessamente: sarà l'occasione, credo e voglio sperare, per un'apertura più convinta non solo al cantautorato nobile che è un suo vecchio pallino, ma anche a generi musicali meno esplorati, anche se ugualmente di buon impatto commerciale. 
Chi, invece, auspica una liquidazione del discorso "talent show" è fuori strada, secondo me: come avevo scritto a commento dell'ultimo Festival, quella degli "Amici di Maria" e degli "X Factorini" è una realtà che, al momento, la manifestazione rivierasca non può assolutamente ignorare, sia per motivi discografici che per ragioni di audience; deve, però, mitigarne gli influssi, rendendo meno ossessiva la loro presenza, e meno "dominante" sulle classifiche finali, senza liquidare il televoto (anche volendo, impossibile farlo) ma reintroducendo con coraggio una delle innovazioni più azzeccate del biennio '99-2000, quella della giuria di qualità che "incide davvero" sul verdetto conclusivo, una giuria possibilmente formata da esperti veri, non da attricette dell'ultima generazione.
Ancora, sarebbe auspicabilissimo proseguire nel solco, tracciato da Gianmarco Mazzi, della valorizzazione del vivaio sanremese, col lancio fra i Big di molte "Nuove proposte" del passato, senza però penalizzare i giovani con orari di passaggio televisivo indecenti, fino a farli quasi sparire nel programma delle serate, come è avvenuto negli ultimi anni. E, sempre a proposito della categoria debuttanti, occorrerebbe trovare il coraggio di superare l'omologazione di generi imperante, girando la Penisola in lungo e in largo, scandagliando l'underground, i locali, le cantine, ma anche il web, per poi portare in Riviera la vera musica nuova.

                                         Gli Avion Travel, trionfatori a Sanremo 2000


NO ALLE "COMPAGNIE DI GIRO" - Ecco, il nuovo volto di Fazio si riverbererebbe sul Festival anche con queste poche e banali innovazioni, che  altro non sono se non un ritorno a canoni più rigorosamente musicali e lontani dagli stilemi della tv caciarona. Meno ci piacerebbe il ricorso alla "compagnia di giro", viziaccio di molti (come l'allenatore Novellino che si portava sempre dietro il regista Volpi!); poteva funzionare nel '99 o nel 2000, quando Orietta Berti, per dire, era ancora un volto originale come anchorwoman, e Teocoli conservava qualche cartuccia da sparare; oggi si parla già di Saviano, e passi pure (anzi, potrebbe rappresentare un colpo alla Benigni), ma si è già fatto il nome della Littizzetto, che ormai ha ben poco da dire anche nell'appuntamento settimanale a "Che tempo che fa". I volti inediti per fare uno spettacolo innovativo e fuori dagli schemi classici non mancano (un nome su tutti, Geppi Cucciari), è auspicabile qualche colpo di genio. 
CARLO CONTI E GLI ALTRI - Di certo la scelta dei vertici Rai è stuzzicante: caduta per l'ennesima volta la candidatura di Carlo Conti, che forse invecchierà senza presentare il Festival (e, del resto, negli ultimi anni ha perso molto di quel brio che ne aveva decretato il successo, intristendosi nella noiosa ripetitività di trasmissioni sempre uguali a loro stesse), mai presa in considerazione quella di Milly Carlucci (che, pure, è la regina dell'intrattenimento Rai dell'ultimo quinquennio), precocemente tramontata la fugace ipotesi del "Bonolis ter" (ma Paolone nostro, scommettiamo, tornerà presto all'Ariston), ecco il coniglio fuori dal cilindro, la mossa a sorpresa. 
FAZIO E UN SANREMO DIVERSO - Fazio dovrà reimmergersi in un clima, quello dello spettacolo leggero e glamour, che non gli appartiene più: l'ho visto a disagio, fuori posto, inceppare nelle battute e nei tempi comici, in occasione dello spettacolo dedicato qualche mese fa a Enzo Jannacci. E poi, come si diceva, i tempi sono cambiati su tanti versanti: la tv si è imbastardita e ingrigita, perdendo di vista fantasia e voglia di sperimentare, il Sanremone si è trasformato in un megashow catodico in cui la musica riesce ancora a conquistarsi la ribalta (l'ha fatto bene, tutto sommato, nell'edizione 2012), ma sempre più a fatica, fra numeri dì'arte varia, presentatori troppo protagonisti e improponibili ospitate di attori stranieri. 
Il mercato del disco è cambiato radicalmente, i gusti si sono uniformati e standardizzati verso il basso e non è più facile come un tempo far digerire al pubblico una diversificazione di generi; dulcis in fundo (si fa per dire...), le risorse economiche sono quelle che sono, e dopo i lustrini e lo sfarzo dell'ultimo decennio è il pubblico stesso a chiedere per primo un Sanremo più "austero", senza sprechi per attrazioni inutili. Per dire, nel 2000 Fazio riuscì a portare all'Ariston Bono Vox (con The Edge, in pratica gli U2) e Jovanotti, Venditti e Robbie Williams, Gli Eurythmics, gli Oasis e Tom Jones, ed ebbe al fianco Pavarotti come presentatore. Oggi, invece, dovrà fare le nozze coi fichi secchi (si fa sempre per dire, ma la proporzione ci sta): anche questa è una sfida affascinante e carica di incognite.