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mercoledì 14 ottobre 2015

VERSO EURO 2016 - DOPO ITALIA - NORVEGIA 2-1: UNA NAZIONALE DI "NON FENOMENI" CHE E' LO SPOT MIGLIORE PER IL NOSTRO CALCIO

                                          Pellè: suo il gol vittoria contro la Norvegia

Non sarà una Nazionale di "fenomeni", come invece si affannava a urlare Antonio Conte dopo il gol del sorpasso alla Norvegia firmato da Pellè, ma quella ammirata ieri è sicuramente un'Italia di cui ha disperatamente bisogno il movimento calcistico nostrano, per uscire dal grigiore involutivo in cui si è avvitato da un lustro (o giù di lì) a questa parte. Perché, riprendendo un discorso accennato nel mio precedente post, non è più tempo di piangerci addosso, imprecando al declino del nostro vivaio (peraltro non naturale, ma causato da politiche e strategie assai discutibili) e alla superiorità di altri Paesi. Dobbiamo mettere in campo coraggio, intraprendenza, gettare il cuore oltre l'ostacolo. L'Azzurra della notte romana questo ha fatto: è andata al di là dei suoi oggettivi limiti, evidenti ma non drammatici come da qualcuno dipinti, e ha sfruttato al massimo le sue risorse di talento, dinamismo, carattere, centrando una vittoria purtroppo inutile ai fini del conseguimento della testa di serie europea, ma di incalcolabile importanza per tanti, tantissimi motivi. 
CRESCITA CONTINUA - Nel giugno scorso, commentando la triste chiusura della stagione (sconfitta in amichevole col Portogallo), avevo auspicato un autunno all'insegna... del poker, ossia quattro successi nelle ultime quattro gare di qualificazione al torneo francese. Le vittorie sono arrivate, ma a confortare sono soprattutto le risultanze tecniche fornite dal gruppo azzurro in questi due mesi. E' stato un crescendo magari non rossiniano, ma di certo significativo per le prospettive che ci apre a medio termine: partiti dalla fallimentare recita contro Malta, piegata con una rete irregolare, i nostri hanno gradatamente ritrovato una dimensione assolutamente dignitosa. Già nel match coi bulgari la prova era stata incoraggiante, pur se parzialmente rovinata dall'incresciosa prodigalità sotto porta, ma le ultime due gare hanno mostrato quel che da tempo il Club Italia non era stato più in grado di offrire: prima la tranquilla gestione della partita di Baku, disputata con buona aggressività e col controllo pressoché assoluto del gioco, poi il baldanzoso assalto all'arma bianca contro una Norvegia che, vincendo, avrebbe addirittura conquistato il primo posto nel raggruppamento. 
OLTRE I PROPRI LIMITI - La sfida che ha chiuso il nostro girone è stata anche la miglior prestazione di questi primi tredici mesi di reggenza "contiana", se escludiamo l'entusiasmante ma effimero galoppo al debutto in amichevole con l'Olanda, oggi rasa al suolo da un turno eliminatorio imbarazzante. Effimera invece non dovrebbe esserlo, la dimostrazione di forza con cui ieri sono stati piegati gli scandinavi, quantomeno perché, come detto, parrebbe il naturale sviluppo di un miglioramento lento, graduale, ma evidente. Giocasse sempre così, l'Italia non presterebbe il fianco a critiche di sorta, di questi tempi: versatilità tattica, piglio propositivo, buona tenuta atletica, continuità di pressione, una pressione che a tratti è divenuta martellante. Andare oltre i propri limiti, si diceva; i limiti qualitativi nostri li conosciamo, e sono concentrati soprattutto in retroguardia e in avanti. Tali carenze hanno due conseguenze: si concedono agli avversari percentuali realizzative altissime (ieri la Norvegia un tiro e un gol, grosso modo), mentre in prima linea si deve creare tantissimo e concludere un'infinità di volte, prima di trovare l'agognata segnatura (e non è nemmeno detto che ci si riesca sempre). Chiaro che, in un tale quadro, l'intensità, l'esprimersi costantemente su ritmi elevati, sia fondamentale se si vuol nutrire qualche speranza di fare risultato: ieri è accaduto, e i frutti son stati alfine colti. 
FLORENZI IMPRESCINDIBILE - Inutile, come detto, imprecare ai vuoti generazionali. Davanti non abbiamo stoccatori inesorabili, si sa: li avessimo, a Roma avremmo chiuso il primo tempo con un vantaggio del tutto rassicurante. Pellè, pur sempre nel vivo dell'azione, ha confermato di non essere il terminale ideale per una selezione con ambizioni europee (ben quattro occasioni mancate, tre di testa e una di destro): mi ricorda un po' la generosità dell'ultimo Graziani azzurro, che però non era l'uomo cardine del reparto ma faceva da spalla a Paolo Rossi...  Anche Eder ha fallito una colossale opportunità a tu per tu con l'ottimo Nyland, che già in precedenza aveva deviato in corner un preciso diagonale dalla distanza di Soriano; nel conto va anche messo un gol misteriosamente annullato a Florenzi, messo davanti alla porta vuota da Candreva. Lo stesso Florenzi ha poi siglato il pari su dormita difensiva dei norvegesi e, dopo una fuga sulla destra, scodellato il traversone per il sinistro vincente (e il riscatto in extremis) di Pellè, dimostrando di essere elemento imprescindibile per questa compagine: eclettico, veloce, utile in ogni fase di gioco, incisivo sotto porta. Il tutto, mentre percuotevano le fasce laterali con apprezzabile continuità sia Darmian sia un De Sciglio non sempre preciso al cross, ma inesauribile, efficace in copertura e sempre pronto ad appoggiare l'azione offensiva: quasi sui livelli che, ai tempi della Confederations Cup 2013, mi fecero azzardare paragoni irriverenti con certi grandi del passato. 
GIOVINCO MAI COSI' IN PALLA - Palle gol anche per Candreva e per Giovinco, con l'ex juventino che sta smentendo alcuni luoghi comuni relativi alla scarsa attendibilità di alcuni tornei esteri: ha fatto più nelle ultime due gare, giocate da "militante" nella lega  MLS, che in tante anonime comparsate nel corso della gestione Prandelli. Un'altra arma da non sottovalutare, il piccolo Sebastian, per lo spuntato attacco azzurro; ma la fatica con cui sono stati colti i tre punti in una gara pur dominata in lungo e in largo non deve far dimenticare che questa Italia ha bisogno di ben altro, se vuole lasciare un segno tangibile a Euro 2016 (il che potrebbe voler dire arrampicarsi almeno fino ai quarti di finale): Balotelli e Pepito Rossi sono da reinserire al più presto, magari fin dalle prossime amichevoli, Insigne deve trovare spazio, va lanciato Berardi e... rilanciato Zaza, che ha dato importanti segnali di risveglio nell'ultima uscita internazionale della Juve. Insomma, la squadra va potenziata e migliorata, i mezzi per farlo sono limitati ma esistono. L'importante sarà conservare lo spirito, psicologico e tattico, gettato nella pugna poche ore fa: se è vero, e lo è, che una rappresentativa nazionale è lo specchio fedele dello stato di salute di un movimento calcistico assai più di club imbottiti di stranieri, ebbene, l'immagine riflessa da questo specchio ci piace assai, pur con tutti i suoi difetti. Se l'Italia del pallone è quella della notte romana, abbiamo ancora delle speranze. 

venerdì 15 giugno 2012

DIARIO EUROPEO: ITALIA IMMATURA E INCOMPIUTA, MA PUO' ANCORA SPERARE

                                          Mandzukic fredda Buffon: è il pari croato

L'Italia ha fallito la prova della maturità, e rimane, per ora, nel limbo delle "grandi incompiute", delle squadre da "vorrei ma non posso". Quel tipo di squadre di cui avevo fatto un ritratto a stagione in corso, riferendomi ai club nostrani incapaci di avanzare nelle Coppe: compagini che sciorinano spesso calcio di pregio, tatticamente anche scaltre e con buone individualità, ma alle quali manca sempre quel "quid" per coprire l'ultimo metro che le separa dal traguardo.
Ammetto di essere rimasto sorpreso e deluso: a chi paventava il fantasma di una chiusura di girone a rischio "biscotto", in stile Euro 2004, avevo ribattuto che la Nazionale azzurra versione 2012 dava molte più garanzie, sul piano del gioco e della mentalità, rispetto a quella bolsa e intristita dell'ultimo Trapattoni. E invece, al tirar delle somme, il copione del match con la Croazia ha ricalcato pedissequamente quello della seconda sfida del torneo di otto anni fa, contro la Svezia: dopo un primo tempo di spessore, spettacolare e ricco di occasioni, ma chiuso con un solo gol di vantaggio (di Cassano, all'epoca molto meno "soldatino" e infinitamente più scheggia impazzita, spessissimo letale sotto porta), la metamorfosi totale nella ripresa, con inevitabile pareggio - beffa conclusivo (il tacco acrobatico in stile karate di Ibrahimovic).  
Analogie inquietanti, con la speranza che il finale, questa volta, sia diverso. Rimane il fatto che i ragazzi di Prandelli abbiano gettato al vento un'occasione colossale. La Croazia è compagine "ispida", tecnicamente anche pregevole in alcune espressioni individuali: ma non è più forte di noi, e la prima frazione lo ha dimostrato. Nei 45 minuti iniziali ho ammirato l'Italia che mi aspettavo, che è poi l'Italia vista tante volte in questo biennio. Una squadra capace di prendere l'iniziativa anche contro avversari reputati e di qualità, di menare le danze creando gioco e occasioni; una squadra, però, che anche quando è "in palla" non sempre riesce a dare sufficiente continuità alla sua spinta, e che soprattutto non raccoglie in rapporto a quanto produce. 
BELL'ITALIA - Comunque non si poteva non essere contenti, all'intervallo, per volume di gioco sviluppato e per approccio alla gara: gli azzurri sapevano di dover vincere e si sono regolati di conseguenza, prendendo in mano il pallino, con una pausa nella fase centrale in cui è momentaneamente riemersa la Croazia. De Rossi ripeteva in parte la prova con gli spagnoli, giostrando in posizione più "alta" e concedendosi dunque più licenze, vista la minore pericolosità degli avversari; Marchisio era in formato Juve, con una illuminata recita a tutto campo e sontuosi inserimenti in avanti, mentre Pirlo, alla lunga, riusciva a liberarsi dell'asfissiante controllo "nemico" trovando spazi sempre maggiori per azionare il suo genio; persino Giaccherini trovava il modo di emergere con sganciamenti estremamente ficcanti, mentre dall'altro lato Maggio continuava a dispensare agonismo e corse a perdifiato, ma pure scarsa lucidità. 
Anche l'opera di contenimento era eccellente, con sbarramenti mobili e una copertura capillare, rabbiosa e attenta di tutto il terreno. Il team di Bilic era in soggezione e subiva pericoli copiosi: due volte Balotelli, due volte Marchisio e una Cassano mancavano occasioni ghiottissime, che alla lunga avrebbero suscitato enormi rimpianti. Si andava al riposo su uno striminzito 1 a 0, siglato per di più su palla inattiva da Pirlo, laddove almeno un'altra rete per i nostri ci sarebbe stata tutta. 
METAMORFOSI - Tutto bene, insomma, ma le partite, corre voce, durano novanta minuti. Per cui adesso si dovrà riflettere, e riflettere bene, sull'Italia vista dopo la pausa: un'Italia che non sapeva più aggredire come prima, che improvvisamente non trovava più gli spazi per manovrare e che andava a impantanarsi nel reticolato avversario, eluso invece ripetutamente e in agilità nel primo tempo. Calo fisico? "Braccino" da vittoria? Personalità inadatta a certi palcoscenici? Sta di fatto che la Croazia era libera di avanzare il baricentro costringendo i nostri ad arretrare progressivamente. Uno sbandamento difensivo completava il quadro, e dava il pari ai biancorossi su quella che, va detto obiettivamente, è stata una delle poche azioni autenticamente insidiose create da Modric e compagni. Ma senza la nostra improvvisa involuzione, i nostri avversari mai e poi mai sarebbero stati in grado di rimettere il naso fuori dalla tana: l'inerzia del match era chiaramente azzurra. 
Ecco, dunque, la bocciatura alla prova di maturità di cui si diceva in apertura. Dopo una prima frazione come quella di oggi, una squadra "adulta" e di autentica caratura internazionale deve saper gestire la situazione. Deve sfruttare adeguatamente la propria superiorità offensiva, e, se non ci riesce, deve almeno essere in grado di difendersi senza andare in affanno, senza concedere campo ad avversari buoni ma non eccelsi. Non si può andare in confusione alle prime avversità, smarrirsi completamente dopo aver subito un gol. Nel solco della brutta china presa, c'è stata certo anche un po' di sfortuna, ma l'auspicata crescita spontanea, dopo aver brillantemente superato il battesimo del fuoco spagnolo, è mancata clamorosamente. 
BISCOTTI? NO, GRAZIE - E adesso? Innanzitutto ci andrei piano coi de profundis. La Spagna non mi pare una squadra incline alle "torte": onora il calcio, e il bel gioco, sempre e contro chiunque, mai si snaturerebbe e si piegherebbe a calcoli di opportunismo e convenienza. A parte questo, un altro 2-2, cioè il risultato che ci sbatterebbe fuori, avrebbe il sapore dello sberleffo in faccia all'Uefa: davvero poco raccomandabile.
Certo, poi sta a noi: dobbiamo battere l'Eire, e mi si consenta di dire che mai avevo visto una compagine così male in arnese fra le finaliste dell'Europeo. Forse solo la Bulgaria del 2004, guarda il caso nostra compagna di sventura nel girone del "biscotto", può essere usata come metro di paragone. Ma questa selezione irlandese, per quanto hanno detto le prime due gare, per qualità di gioco e classe dei singoli non dovrebbe stare nemmeno tra le prime trenta del Continente, e non mi spiego come possa essere entrata fra le prime sedici. Non superarla sarebbe delittuoso, anche se, c'è da giurarci, spinti dalla loro panchina "italiana" gli irlandesi giusto al nostro cospetto tireranno fuori risorse impensabili, dopo ripetute umiliazioni: contro i verdi, la Spagna ha giocato come con un punching ball, li ha umiliati con un possesso palla stordente e con accelerazioni micidiali, ha danzato football d'autore in scioltezza in mezzo alle statue di sale della difesa e del centrocampo. Se avesse tenuto un ritmo anche solo un po' più alto, la Selecciòn avrebbe inflitto a Given e compagni una scoppola di proporzioni epocali.

                                        Trapattoni, CT di una brutta Irlanda


CHE BRUTTA EIRE! - Mai vista una tale povertà di schemi, una manovra così monocorde e limitata. E qui entra in gioco Trapattoni, il Trap amato e osannato dalla stampa nostrana (che in realtà ormai lo considera poco più che una macchietta, riprendendone e rilanciandone le conferenze stampa - show, ma non lo ammetterà mai, ipocrita com'è), un allenatore in declino che, non appena si trova a guidare una selezione nazionale in una grande competizione, comincia a dare il peggio di sé. Dopo aver affossato una delle rappresentative azzurre più qualitative di sempre, prima nel 2002 e poi nella versione riveduta e corretta del 2004, eccolo di nuovo, l'immarcescibile. Per carità, giocare contro la Spagna di oggi non è facile per nessuno, ma non un guizzo di fantasia, un'alzata di ingegno, una mossa tattica con cui anche solo provare a smuovere il piattume del gioco, sono arrivate dalla panchina. 
DIFESA A QUATTRO, E POI? - Ecco, non ho timore di dirlo, e pazienza se mi esporrò a brutte figure: l'Italia questa Eire non solo la deve battere, ma deve farlo con largo scarto. Con un primo tempo come quello di oggi, Prandelli non dovrebbe avere problemi a centrare l'obiettivo anche riproponendo la formazione di sempre. Che però secondo me dovrà essere ritoccata, come uomini e modulo: la relativa pericolosità dell'avversario dovrebbe fornire l'occasione per tornare alla difesa a quattro, che tante soddisfazioni ci ha dato dopo l'ultimo Mondiale, rilanciando Balzaretti sulla sinistra (oppure l'eclettico Ogbonna) e riportando la sostanza di De Rossi al centro, dove con la nuova - vecchia formula potrebbe riprendere quota Montolivo, che nel finale con la Croazia è stato l'unico a cercare con determinazione la verticalità e la conclusione (un tiro e un assist malamente sprecato). Insomma, torniamo all'antico e sarà un progresso, come si diceva una volta.
NO A DI NATALE PART TIME - Ma è in avanti che si giocano i nostri destini: se si crede in Di Natale, lo si lanci subito, invece di utilizzarlo come bomber part time (il giochino non sempre riesce, lo si è visto, e alla lunga è punitivo e limitante per il giocatore, oltre a diventare mossa prevedibile dagli avversari), magari dando respiro a un Cassano che peraltro, e non è una novità su questi palcoscenici internazionali, continua a essere poco incisivo, soprattutto in zona tiro. E poi c'è sempre un Giovinco scalpitante, anche se rimango del parere che Borini potrebbe dare a questa squadra quel tocco di freschezza, sfrontatezza  e risolutezza in più che sembra mancare nel momento topico della conclusione. Ma forse è tardi per tentare esperimenti così azzardati e rivoluzionari. 

lunedì 11 giugno 2012

DIARIO EUROPEO: L'ITALIA NON TREMA CONTRO I GIGANTI SPAGNOLI

                                           Di Natale batte Casillas a Danzica

Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: quella che si è fatta fermare sul pareggio da un'Italia ritrovata non è stata una piccola Spagna. Sì, forse non ancora nella pienezza delle proprie, tuttora immense, possibilità, ma comunque una signora Spagna, del tutto all'altezza del duplice alloro euromondiale che le cinge la testa. Una squadra dalla manovra avvolgente, direi quasi "tentacolare" nella sublime capacità di coprire capillarmente il campo nella sua interezza. Il "tiki taka" è sempre in funzione, talmente efficace da riuscire a scardinare le difese, prendendole quasi per... sfinimento, e arrivare nel cuore dell'area avversaria, e tuttavia non rappresenta un dogma inviolabile: le Furie Rosse (ancora accompagnate sugli spalti dal mitologico Manolo El Bombo...) sono anche in grado di velocizzare l'azione con verticalizzazioni improvvise e brucianti, frutto della millimetrica precisione nei lanci lunghi: su uno di questi, di Xavi, Iniesta, in chiusura di prima frazione, ha sfiorato il gol con una deliziosa conclusione di controbalzo.
INIESTA, SILVA E FABREGAS FENOMENI - Proprio Iniesta si è confermato l'elemento chiave della compagine di Del Bosque, ancora pericolosissimo nella ripresa con un maligno diagonale di sinistro che ha messo i brividi a Buffon; David Silva è stato un assistman sublime: fra le tante invenzioni, suo il passaggio per il gol del pari del sorprendente Fabregas, che da tempo, in consessi calcistici di questo rilievo, non si vedeva così continuo, aggressivo, ficcante negli inserimenti, tanto da risultare alla lunga il più incisivo dei suoi in fase conclusiva. Certo, la scelta di partire senza una vera punta di riferimento ha alla fine penalizzato la forza penetrativa degli iberici, che non a caso hanno notevolmente innalzato il loro livello di pericolosità con l'ingresso di Fernando Torres, le cui puntate in avanti, una sventata dal nostro portiere, la seconda malamente sciupata, sono state peraltro agevolate da un'Italia a quel punto in riserva di energie. 
DE ROSSI ANNI '30 - Ecco: se questa Spagna, poderosa ancorché all'80 per cento delle sue potenzialità, non è comunque riuscita a coronare con una vittoria il suo esordio a Euro 2012, gran parte del merito va pure ai nostri azzurri. Il passaggio alla difesa a tre si è rivelato tutto sommato funzionale, soprattutto grazie a un De Rossi leonino e capace di giostrare da vero e proprio centromediano metodista anni Trenta in versione aggiornata e un tantino più prudente, viste le circostanze tattiche, abile a chiudere sugli attacchi avversari e a rilanciare l'azione.
Più in generale, almeno fino alla mezz'ora della ripresa ci sono state grandissima compattezza e collaborazione nella fase di copertura, con raddoppi di marcatura e addirittura la formazione subitanea, nelle situazioni di rischio estremo, di autentiche... muraglie azzurre a fare argine agli spagnoli avanzanti. Buone trame a centrocampo, con Thiago Motta ordinato ancorché discontinuo e Marchisio versione gregario, ma travolgente in una sua percussione finale che l'ha portato a un passo dal gol. Su Pirlo la gabbia mobile spagnola ha avuto buon gioco, ma al nostro playmaker è bastato un lampo accecante, un break sulla trequarti con assist vincente per Di Natale, per lasciare il segno sulla partita.
DI NATALE E I BLACK OUT DI MARIO - Già, Di Natale: è entrato "morso dalla tarantola", indemoniato, e finalmente è riuscito a realizzare un gol pesante in una grande competizione internazionale (non fa testo quello, inutile, di due anni fa con la Slovacchia ai Mondiali): se lo meritava, e più tardi ha persino sfiorato un clamoroso bis al volo su calibratissimo assist di Giovinco. Questo per dire che, anche nel tempestoso e sofferto finale, i ragazzi di Prandelli non sono stati in totale balìa delle onde. E, più in generale, al cospetto di quella che rimane la squadra più forte del mondo l'Italia ha saputo produrre, in tutta la gara, ben otto palle gol, non molte meno di quelle dei giallorossi: nel primo tempo ci ha provato due volte un ficcante Cassano (più incisivo oggi che in tutto l'Europeo 2008, ultimo torneo per Nazionali a cui ha partecipato), poi Pirlo su punizione e Motta di testa; nella ripresa, oltre ai due tentativi di Di Natale (uno andato a buon fine), ci sono stati il descritto assolo di Marchisio e, soprattutto, la colossale opportunità fallita da Balotelli, trovatosi solo davanti a Casillas e quasi addormentatosi sul pallone. Saggia la sostituzione di Mario, gravato di un'ammonizione: giocare in dieci quell'infuocato ultimo quarto d'ora sarebbe stato, forse,  fatale. Resta il fatto che la punta del Manchester City ha ancora troppe pause agonistiche e mentali, eppure rimane un'arma formidabile, da rivedere nel momento in cui l'Italia sarà chiamata di nuovo a fare ciò che ha quasi sempre fatto in questi due anni, ossia comandare le operazioni, giocare un calcio d'iniziativa. 

                                              David Silva, delizioso uomo assist

COSA C'E' DA FARE - Insomma, il pari ci sta tutto (mentre i rimpianti sono fuori luogo: il nostro vantaggio è durato troppo poco e lo sforzo prodotto da Xavi e compagni meritava il punticino) e non è il caso di fare troppo gli schizzinosi, disquisendo su limiti (assai pochi) e involuzione (al momento inesistente, più avanti chissà) della Spagna. Abbiamo ritrovato il gol e il risultato positivo, che mancavano da novembre, e lo abbiamo fatto nella circostanza più difficile. Nel contempo, non bisogna credere di aver risolto tutti i problemi, perché non è così: vanno perfezionati alcuni automatismi in difesa, il centrocampo dev'essere più continuo nella sua azione propulsiva e ricevere un apporto maggiore dalle fasce, dove oggi Maggio ha prodotto molto dinamismo anche se raramente è stato assistito dalla necessaria precisione, mentre Giaccherini si è un po' smarrito, dopo un avvio promettente. 
Vanno tenute nella debita considerazione le alternative, che a questa squadra non mancano: dietro, nell'attesa di Barzagli, scalpita Ogbonna, ai lati Abate e Balzaretti rappresentano valide armi di offesa e di difesa (soprattutto il palermitano, secondo me, avrebbe dato grandissima sostanza nella ripresa di oggi), e in avanti, sempre valida l'opzione Borini e aspettando il risveglio di Balo, si deve assolutamente studiare il modo di sfruttare il sacro fuoco che anima Giovinco e Di Natale, arrivati sin qui sulle ali di una stagione esaltante. 
CROAZIA ED EIRE - Ci attende la Croazia: vista stasera, è squadra dalla manovra vischiosa, che ne evidenzia la notevole caratura tecnica pur senza troppo indulgere a raffinatezze; gli uomini di Bilic, come la Russia (ma con meno qualità e continuità rispetto al team di Advocaat), vengono avanti a folate e con frequenza, concludono molto anche dalla distanza, sfruttano bene le occasioni; Modric e Srna paiono decisamente ispirati. Certo, il valore finora espresso va tarato su quello di un'Eire davvero sottotono: battagliera, certo, e anche un poco tartassata da arbitri (un rigore negato) e sfortuna (l'autogol del portiere Given per il 3 a 1) , ma è parsa perforabile in difesa e tutto sommato prevedibile in avanti, affidandosi eccessivamente alle palle alte e ai cross dalle corsie esterne, con pochissime variazioni sul tema. Ma in questi tornei le valutazioni possono variare da una partita all'altra, e lo stesso vale per l'Italia. 
Ecco perché non bisogna assolutamente adagiarsi sugli allori di questo buonissimo esordio: il successo croato rende la classifica insidiosa e pericolosamente simile, nei possibili sviluppi, a quella del disgraziato Euro 2004, con l'arrivo di tre squadre a 5 punti e il biscottone fra svedesi e danesi a farci fuori. Ma questa "Azzurra" pare decisamente più viva e "cazzuta" di quella bolsa e montata di otto anni fa, pur cedendole qualcosa sul piano del talento puro. Avanti con prudenza e con moderato ottimismo, dunque. 

giovedì 3 maggio 2012

VERSO EURO 2012: QUALI SARANNO I CONVOCATI DI PRANDELLI?



Mentre sta spegnendosi nella tristezza una delle più squallide edizioni della Serie A, inquinata da veleni di ogni tipo, funestata da violenza, tensioni, scandali e quant'altro, con classifiche sub judice per via delle inchieste in corso, attendiamo come una boccata di ossigeno le prove della nostra Nazionale a Euro 2012, nella speranza che gli azzurri possano contribuire a dare una ripulita alla compromessa immagine internazionale del nostro calcio. Manca poco più di un mese all'evento, cerchiamo allora di... anticipare le mosse del CT Prandelli, azzardando qualche pronostico sui magnifici ventitré che saranno chiamati a difendere i colori italiani.
PORTIERI - Qui le scelte paiono già abbastanza delineate. Nonostante la paperissima col Lecce, roba da torneo amatoriale, Buffon rimane il numero uno indiscusso, anche se, complici gli infortuni e gli anni che passano, le prodezze da "miglior guardiano al mondo" sono ormai un ricordo. Dietro di lui c'è De Sanctis, affidabile dodicesimo, mentre il terzo a rigor di logica dovrebbe essere Sirigu, protagonista di un'ottima stagione nelle file del Paris Saint Germain e quindi arricchito anche da un'importante esperienza all'estero in una squadra di caratura internazionale. Marchetti, dopo l'anno di pausa forzata, è tornato ai livelli pre Sudafrica 2010 e ha tolto molte castagne dal fuoco alla Lazio, Viviano ha recuperato prima del previsto dal grave infortunio di inizio stagione e, passato al Palermo, a sprazzi ha fatto balenare le doti che gli avevano consentito di inserirsi con merito nel giro azzurro, ma per entrambi il tentativo di ritorno nel gruppo è rimandato alle qualificazioni mondiali. 
DIFENSORI - A destra Maggio, da anni uno dei migliori esterni europei per continuità di rendimento, pilastro del Napoli (non reclamizzato come il famoso trio delle meraviglie dell'attacco partenopeo), dovrà guardarsi dalla concorrenza dello straripante Abate, che col Milan ha trovato la stagione della consacrazione; a sinistra, nel biennio di eliminatorie continentali si è ottimamente distinto Balzaretti, inesauribile sul piano fisico e continuo in fase di spinta, ma il campionato russo dovrebbe restituire a Prandelli un Criscito (scudettato con lo Zenit San Pietroburgo) più maturo e determinato del ragazzino troppo spesso timido visto all'opera nel suo primo scorcio di carriera azzurra.
Al centro si dovrebbe partire con Ranocchia, che rimane il più talentuoso della nuova generazione di difensori italiani, anche se ha pagato con un brusco calo di rendimento la deludente stagione dell'Inter, e con Chiellini, che in mezzo rimane sempre una garanzia mentre ha perso l'abitudine a giostrare sulla fascia mancina. Dietro di loro, tre giocatori che si contendono verosimilmente due posti: Bonucci sembrava in ribasso, ma nella parte finale della stagione si è ripreso e ha ritrovato anche la micidiale efficacia sotto porta; c'è Barzagli che è tornato ai fasti palermitani, pedina imprevedibilmente fondamentale per la Juve, ma c'è anche l'emergente Ogbonna, perfettamente a proprio agio nel debutto di Genova contro gli States. Difficile dire chi la spunterà, ma il giovane torinista noi non lo lasceremmo a casa, può diventare un cardine del prossimo biennio e cominciare a fare esperienza all'Europeo non potrà che fargli bene. Non ci sarà spazio per Astori, ma rimane un buon prospetto: se tutto va bene, se ne riparlerà dopo l'estate.

                                          Marchisio, punto fermo del centrocampo azzurro

CENTROCAMPISTI - Gli intoccabili sono Pirlo (fenomenale la sua stagione juventina, la speranza è che non arrivi in Polonia eccessivamente spremuto), lo straripante Marchisio, prototipo del centrocampista moderno, dinamico, di buon fisico e ottima tecnica, generoso e abilissimo negli inserimenti, e un Montolivo che, nel tormentato torneo della Fiorentina, ha mostrato una personalità in crescendo, e nel ciclo azzurro di Prandelli ha raramente deluso. L'uomo nuovo è Nocerino, motorino inesauribile, uomo di quantità ma, quest'anno, anche formidabile realizzatore: impossibile rinunciarvi. Ci sarà spazio per Thiago Motta, pedina tattica di grande utilità, e per De Rossi, che se in forma e mentalmente libero può ritrovare le sue migliori misure.  Difficile, anche se non impossibile, possa trovare un angolino Aquiliani, che pure nelle sue presenze in azzurro non ha mai demeritato: la sua stagione milanista è stata tutto sommato discreta, d'accordo, ma ancora una volta ha mancato l'appuntamento col salto di qualità che, pure, i suoi mezzi tecnici gli consentirebbero. Non ci sembra abbia attualmente le potenzialità per incidere in una grande competizione come l'Europeo. Crede ancora nella convocazione Mauri, che pur fra mille triboli (infortuni e voci sul calcioscommesse) ha forse disputato il suo miglior campionato, condito di assist e gol.

                                             Il giovane Borini, rivelazione stagionale
                                             
ATTACCANTI - Gravissimo il forfait di Giuseppe Rossi, uno dei pochi giocatori in grado di dare alla manovra offensiva la classica marcia in più, oltretutto dall'alto di una già considerevole esperienza internazionale. Recuperato invece Cassano, il quale peraltro, una volta superato brillantemente il serio problema cardiaco, si trova davanti all'ultimo bivio della sua carriera: vista anche l'età non più verdissima, o svolta adesso, diventando finalmente decisivo e risolutivo (cosa che mai gli è successa, agli alti livelli), o mai più.
Stante l'indisponibilità di Pepito, e per scongiurare il rischio di doversi affidare solo alle mutevoli lune del barese, la speranza è che Prandelli non si lasci prendere troppo la mano dal "codice etico" rinunciando alla  convocazione di Balotelli, che, fra mattane e comportamenti da immaturo (peraltro sovente ingigantiti ad arte dai media), resta il nostro terminale offensivo potenzialmente più devastante: fisico che spacca, personalità in rilievo e colpi di classe e di istinto in grado di sbloccare le partite più spinose. Ad occhio e croce, dovrebbe rivelarsi assai utile lo splendido Giovinco, fantasista - fromboliere, protagonista di un'annata monstre che lo ha visto trascinatore del Parma, balzato soprattutto grazie a lui a livelli di rendimento impensabili, visti gli evidenti limiti tecnici della squadra gialloblù. E Pazzini? Ha sempre fatto parte del progetto prandelliano, ma la sua stagione è stata al limite dell'imbarazzante: nonostante ciò, sarebbe oltremodo sorprendente vederlo fuori dal listone dei ventitré.
Mentre pare prematuramente tramontata la stella di Osvaldo, l'uomo dell'ultima ora sarà quasi sicuramente Fabio Borini, la più grande rivelazione della Serie A 2011/12, fattosi trovare prontissimo al primo vero impatto col calcio che conta e assai positivo anche al primo assaggio di Nazionale, nell'amichevole di Marassi con gli americani. Non ci stupiremmo di vederlo addirittura schierato titolare, se non in avvio di torneo quantomeno nel prosieguo. Rimarrebbe un posto a disposizione, sempre che Prandelli non decida invece di allargare la schiera dei difensori e dei centrocampisti: se lo giocheranno, crediamo, Matri, spesso chiamato dal cittì ma declinante nella Juve del girone di ritorno, e l'impagabile Di Natale, cannoniere di classe e spaventosa prolificità, il quale peraltro non ha partecipato alle qualificazioni europee ("Lo conosco bene, so quanto vale", la spiegazione standard del tecnico per giustificarne le mancate convocazioni nel biennio) e inoltre, nei precedenti grandi tornei a cui ha preso parte (Euro 2008 e Sudafrica 2010), ha mostrato di non avere grandissimo spessore internazionale, quanto a personalità ed efficacia. E tuttavia, per quello che sta continuando a fare in patria un'ultima chance la meriterebbe. Staremo a vedere... 

domenica 9 ottobre 2011

UN'ITALIA "QUASI" EUROPEA

Per mezz'oretta, è stata già un'Italia da Europeo: spietata, autoritaria, sicura di sé, in poche parole "adulta". Partite come quella di venerdì sera al Marakanà rappresentano la dimostrazione di quali ancora siano, nonostante la cattiva gestione politica e finanziaria, i disagi dei vivai e l'invasione straniera che sta soffocando le nuove leve nostrane, le enormi potenzialità del nostro movimento calcistico, della nostra scuola. Si badi, non si sta parlando qui della caratura tecnica della squadra azzurra: ho già scritto, e lo ribadisco, che abbiamo avuto, eccome, Nazionali più forti di questa. Il riferimento è alle risorse di talento e di classe in dote al nostro calcio, che in una congiuntura così critica come quella attuale hanno comunque permesso un rinnovamento dei ranghi tale da portarci a una resurrezione fragorosa, a poco più di un anno da uno dei più colossali disastri nella storia della nostra rappresentativa. 
Quindici mesi fa, subito dopo il Mondiale, i più pessimisti parlavano di anno zero per il nostro calcio, i più ottimisti dicevano che, pur dovendosi attendere un miglioramento, sarebbe stato difficile rivedere l'Italia su livelli decenti in tempi brevi. La squadra di Prandelli, invece, ha bruciato le tappe. Il 2011 è stato un anno di esami superati: c'era quello, fondamentale, della qualificazione europea, perché puoi crescere finché vuoi ma se non ottieni risultati tutto viene vanificato; e poi c'era quello, ben più importante in prospettiva, della valutazione della caratura internazionale del gruppo azzurro. Caratura internazionale ridotta ai minimi storici dalla seconda, sciagurata gestione Lippi.
Dopo gli impacci della prima fase della nuova era, culminata nell'orrida amichevole di Klagenfurt con la Romania (saggio di non gioco all'ennesima potenza), il test di febbraio a Dortmund con i tedeschi ha fatto scattare la scintilla: al cospetto di una delle Nazionali al momento più forti al mondo (dopo il Mondiale, la conferma nello strepitoso ruolino di marcia nel girone di qualificazione europeo, fatto di sole vittorie), i nostri hanno sfoderato gli artigli, giocando a testa alta e senza paura e strappando un meritato pareggio in rimonta. Il gruppo ha assunto una fisionomia tecnica e tattica definita e ha visto sbocciare prepotentemente la propria personalità, liberandosi nel contempo dell'enorme carico psicologico ereditato dai disastri mondiali: dopo, tutto è venuto di conseguenza. Le vittorie in Slovenia e Ucraina, l'affermazione agostana sulla Spagna, il successo qualificazione ostinatamente inseguito e alfine raggiunto nel retour match con gli sloveni a Firenze e, a coronamento, il pari di Belgrado. Tutti risultati ottenuti mai rinunciando al gioco, che magari procede a strappi e non sempre attinge vette di eccellenza, ma c'è, si vede, e si vede la volontà della squadra di voler manovrare, costruire, senza più affidarsi a soluzioni caotiche ed estemporanee. 
Torniamo dunque al punto di partenza: al Marakanà, la prima mezz'ora è stata giocata su livelli che, già da ora, ci consentirebbero di affrontare il viaggio in Polonia e Ucraina con legittime speranze. Autorevolezza, concretezza, carattere. Giocatori senza più tremarella al cospetto dei grandi impegni internazionali (la crescita impetuosa di Marchisio ne è il miglior emblema), capaci di reggere alla pressione di un ambiente caldo e ostile con la forza dei nervi distesi. Si dirà: con la qualificazione in tasca si gioca più tranquilli. Già, ma con la qualificazione in tasca si può anche andare su certi campi a sbracare e a prendere sonori ceffoni. In circostanze ambientali oggettivamente sfavorevoli e contro una compagine comunque di buona grana tecnica, i nostri hanno esercitato un predominio tattico e di manovra evidente, a tratti irretendo perfino l'avversario. 
Poi, non essendo ancora al livello delle grandi, è chiaro che non potesse durare. Germania  e Spagna, già qualificate, hanno vinto sui campi di grosse squadre che si giocavano tutto o quasi, Turchia  e Repubblica Ceca. A noi, questo killer instinct ancora manca, ma la sensazione è che stia prendendo forma. Il resto l'ha fatto la furia serba, di fronte alla quale del resto sono andate in difficoltà, in passato, anche compagini azzurre più scafate di quella attuale (penso all'Italia del Trap del 2003, evocata nel mio precedente post, o a quella bearzottiana che nell'81, da quelle parti, soffrì le pene dell'inferno, uscendo indenne grazie alle prodezze di Zoff). 
Rimane, a parte il punto, un patrimonio prezioso da salvaguardare. Un patrimonio di mentalità e personalità. E qualche problema tattico e tecnico da risolvere: Chiellini, ad esempio, è meglio che ritorni al centro, perché sulla fascia non è più in grado di fornire quello sprint nelle proiezioni che sanno dare Criscito e Balzaretti. Il centrocampo si sta rivelando la sorpresa più piacevole di questa Italia: è necessario però che gravi meno lavoro sulle spalle di questo splendido Pirlo,  e che Montolivo si assuma più responsabilità e lavori più palloni: ha le doti per diventare un autentico califfo della zona nevralgica, è cresciuto molto ma da lui è lecito attendersi ancora di più. Detto di un Marchisio cursore e incursore devastante, c'è un attacco che deve concretizzare di più: a Belgrado si poteva andare sul 2-0, Rossi in azzurro continua a sbagliare troppo sotto porta, ma il suo contributo di vivacità e di soluzioni offensive resta fondamentale. Abbinarlo ad attaccanti leggeri come Cassano però non è il massimo, secondo me: Pazzini e Balotelli meritano la maglia da titolare, Matri rimane una eccellente alternativa e il cittì crede molto in Osvaldo, a proposito del quale non si comprendono le perplessità sulle sue origini: il ragazzo è italo - argentino e ha già fatto parte della nostra Under 21, perché mai non potrebbe giocare nella rappresentativa maggiore? 
In vista di Pescara, ha ragione il tecnico a non voler rivoluzionare la formazione, per non rischiare l'effetto Cipro (l'ultima partite delle ultime eliminatorie mondiali, che Lippi, già qualificato, affrontò con un undici inedito rischiando una sconfitta storica, prima che Gilardino gli togliesse le castagne dal fuoco), ma c'è la necessità di far crescere l'esperienza internazionale di giocatori che potranno venir utili, come Sirigu, Astori, Aquiliani e Giovinco.