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venerdì 4 marzo 2016

VERSO EURO 2016: IL PUNTO SUGLI AZZURRABILI. CHE ITALIA SARA'? CERCASI ATTACCO DISPERATAMENTE

                                       Bernardeschi: nome nuovo per l'Italia di Conte? 

48 ore fa è scattato il "-100" a Euro 2016. Mancano cioè poco più di tre mesi alla rassegna continentale in Francia, un torneo che si annuncia blindatissimo e avvolto da inquietudini e tensioni, per via dell'allarme terrorismo: le ultime notizie raccontano della possibilità di giocare alcune gare a porte chiuse e di cambi di sede in extremis per certe partite particolarmente a rischio, ipotesi mai nemmeno paventate in tante edizioni passate di Mondiali ed Europei. Avremo modo di riparlarne, ma un altro più modesto countdown è nel frattempo partito in casa nostra: meno di tre settimane al ritorno in campo dell'Italia di Antonio Conte, oltre quattro mesi dopo l'ultima uscita, il pari di Bologna con la Romania. Un letargo lunghissimo, frutto di un calendario internazionale malamente concepito, perché in questo lasso di tempo si sarebbero potute tranquillamente inserire un paio di date per qualche test match. 
TEST PROBANTI - Gli impegni contro Spagna (a Udine) e Germania (a Monaco di Baviera) sono se non altro il non plus ultra, in questa fase di preparazione al grande appuntamento: due esami durissimi, che affrontare con spirito "amichevole" sarebbe delittuoso. Ricordiamo come il 4-1 rifilato ai tedeschi a Firenze, giusto una decina d'anni fa, diede sicurezza e consapevolezza al gruppo di Lippi, che da team comprimario si trasformò progressivamente in protagonista, ensemble concreto e "tripallico", fino a cogliere un inatteso ma meritato alloro iridato in quel di Berlino. E, in misura minore, non dimentichiamoci neanche del 2-1 inflitto alla Spagna (allora campione del mondo in carica) a Bari nel 2011, exploit che fece definitivamente decollare la giovane Italia di Prandelli sul piano del gioco e della personalità. Questo per dire che certi appuntamenti sono occasioni imperdibili, se le si sanno sfruttare in tutte le loro sfaccettature: occasione di confronto con realtà più competitive, occasione per sbagliare e per migliorarsi, e quindi per crescere, occasione per sperimentare ma anche per acquisire la mentalità necessaria nei confronti internazionali, per imparare a giocare con carattere e senza timori reverenziali. 
I due big match serviranno anche a tirare le somme sul listone dei 23 per la spedizione in Francia. Certo, poi ci sarà lo scorcio finale della stagione di club, ma provocherà minimi spostamenti, le valutazioni principali si fanno in queste settimane. Il girone eliminatorio ha partorito un'idea di squadra, un abbozzo plausibile che però al momento non risulta totalmente plasmato: ci sono ancora dei punti interrogativi, delle caselle da riempire, delle rivalità da dirimere, perché il materiale umano è scarso solo in alcuni settori, soprattutto al centro della difesa e in attacco, mentre ad esempio fra centrocampo, fasce e trequarti c'è una discreta ressa. Scelte che sembravano cristallizzate sono ora da rimettere in discussione. 
PORTIERI: IL CASO SIRIGU - Pensiamo ai portieri: al momento l'unica sicurezza, e ci mancherebbe, si chiama Buffon, ma dietro di lui? Perin quasi certamente sarà della partita, anche se, nella Serie A in corso, sta pagando l'inaffidabilità della retroguardia genoana e qualche pecca ha finito per mostrarla pure lui, pur mantenendo il suo rendimento su livelli di assoluto decoro. Però è scoppiato un caso Sirigu. Era il secondo designato di Gigi, poi a Parigi si è imbattuto nella feroce concorrenza di Trapp ed è finito ai margini, giocando pochissimo, quasi nulla: avrebbe senso portarlo in Francia, carico di ruggine com'è? Certo le alternative dotate d'esperienza non sono il massimo: Padelli, più volte convocato, non ha la statura tecnica idonea per reggere sfide di così alto spessore come quelle di un Europeo, Marchetti potrebbe averla ma è soggetto a troppi alti e bassi. Un atto di coraggio potrebbe spingere Conte a lanciare, come terzo della lista, il valente giovanotto del Milan Donnarumma: non sarebbe uno scandalo, se poi pensiamo che un paio d'anni fa qualche buontempone propose addirittura, per i Mondiali in Brasile, il ragazzino dell'Udinese Scuffet, dopo solo qualche partita ben giocata in campionato. 
LA DIFESA IN MANO AI VETERANI - Nel cuore della terza linea, come detto, il piatto piange. Che il dio del pallone conservi a lungo Bonucci (elemento chiave di tutto il complesso, visto anche il contributo che sa dare in impostazione e perfino in fase conclusiva) e Chiellini, mentre non dovrebbe mancare uno spazio per Barzagli, chioccia nello spogliatoio ma, ci scommettiamo, utile anche in campo. Il resto non solleva entusiasmi: Astori dovrebbe riuscire a timbrare il cartellino, meno probabile che ce la faccia Ranocchia, invischiato in una stagione da incubo, fra l'addio all'Inter e troppe incertezze in maglia Samp. Come sicurezze "di scorta" si potrebbe puntare su Acerbi e Moretti, un azzardo calcolato sarebbe rappresentato da Romagnoli, che sta uscendo dal guscio parallelamente alla crescita del Milan, mentre è ancora presto per l'ottimo Rugani, che gioca poco e ha bisogno di accumulare minutaggio, di temprarsi al calor bianco delle grandi partite in Italia e all'estero. 
LATERALI BASSI: FLORENZI "INTRUSO"? - Maggiori carte da giocare in tema di laterali bassi: sicurissimi Darmian e De Sciglio, oltretutto intercambiabili, Antonelli sta ben figurando nel ringalluzzito team rossonero anche se con la rappresentativa raramente ha convinto, c'è sempre la carta Criscito da giocare, mentre a destra paiono momentaneamente in ribasso le azioni di Zappacosta, coinvolto nell'involuzione complessiva del Torino ma comunque pur sempre prospetto su cui contare; da non dimenticare Abate, altro "miracolato" dalla cura Mihajlovic. Ad ogni modo, c'è un Florenzi buono per tutti gli usi, un eclettico e dinamico tuttofare dai piedi pregiati che può adattarsi anche a operare da terzino, sia pur con caratteristiche particolarmente offensive. Convocarlo in quel ruolo aprirebbe una casella in più a centrocampo, dove, come detto, la concorrenza è notevole. 
FOLLA NEL MEZZO - Nella zona nevralgica il "caso" degli ultimi giorni è rappresentato dalla ventilata giubilazione di Pirlo e De Rossi. Caso fino a un certo punto: perché l'ex Juve va per i 37 ed è ormai ai margini del calcio che conta, mentre il romanista, anche lui non più di primo pelo, sta vivendo la prima stagione da comprimario in maglia giallorossa; per lui potrebbe comunque esserci spazio, essendo riciclabile anche da centrale difensivo, come avvenuto a volte durante la gestione Prandelli. Ma Conte dovrebbe partire da un terzetto ben definito: Verratti, Marchisio, e quel Bonaventura ormai leader milanista. Un altro quasi certo della chiamata è Soriano, fra i pochi a brillare nella tormentata "temporada" blucerchiata, mentre Bertolacci, elemento di indubbio spessore e già protagonista di buone prove in azzurro, non sta mostrando mirabilie a Milano, forse gravato da eccessive responsabilità. Qualche chances anche per Parolo, sempre utile per la sua duttilità e l'efficacia negli inserimenti, nonché per i rampanti Cataldi e Sturaro, un po' più indietro Baselli e Benassi, che entreranno verosimilmente in lizza dopo l'avventura francese. 
INCURSORI DI CLASSE - Poi c'è la pattuglia dei trequartisti - incursori - laterali d'attacco, sempre più decisivi nel calcio d'oggidì, a maggior ragione per una squadra come la nostra, a corto di elementi di autentica caratura europea in prima linea. Bernardeschi, Insigne e il ritrovato (finalmente!) El Shaarawy stan facendo un campionato monstre e mi sorprenderei molto se non comparissero nell'elenco definitivo; ci sarà di sicuro un posto per Candreva, che non vive la sua annata migliore ma in azzurro è sempre stato una garanzia. Da tenere in considerazione Giaccherini, indemoniata anima tuttofare del bel Bologna di Donadoni, e per di più già con un discreto bagaglio di presenze in Nazionale (partì titolare nell'ultimo Europeo), e Berardi, che ha numeri sensazionali ma deve trovare continuità e stabilità di carattere. Un'occhiata la meriterebbe anche il vispo Saponara. Però, ripetiamo, il bacino in cui pescare è ampio e di buon livello. 
PRIMA LINEA SGUARNITA - Altre dolenti note, invece: problemi nel cuore della difesa, si diceva, e problemi grossi anche in attacco. Il biennio era partito con la coppia Immobile - Zaza: il primo, ritornato a Torino dopo la doppia infelice parentesi tedesco - spagnola, è ancora lontanissimo dai fasti del titolo di capocannoniere 2014, e difficilmente farà parte del gruppo; il secondo, invece, dopo tanta anticamera e qualche passaggio a vuoto si sta pazientemente ritagliando scampoli di gloria juventina (nella semifinale di ritorno di Coppitalia ha giocato una mezz'oretta di grana finissima per caparbietà e presenza nel vivo dell'azione, anche se il gol non è arrivato); potrebbe entrare nei 23, anche se partirebbe in svantaggio rispetto ai due punti fermi: Eder, l'unico oriundo, peraltro con le polveri bagnate da quando ha lasciato Genova, e Pellè, imprescindibile per grinta e capacità di far reparto da solo, anche se deve incrementare la sua prolificità sotto porta. Come tutti, del resto, visto che la media gol della gestione Conte è piuttosto modesta (nemmeno una rete e mezza a partita). 
OKAKA E PALOSCHI, EMIGRANTI DI LUSSO - Per il resto, il convento non passa granché: Gabbiadini sarebbe in potenza una discreta carta da giocare, ma quest'anno nel Napoli Sarri l'ha visto pochissimo, infortuni a parte; Pavoletti è l'ultimo grido degli attaccanti nostrani, media reti / presenze sensazionale, ma al Genoa sta vivendo un'esperienza strana, fra giornate in cui sembra toccato dalla grazia e tante, troppe, vissute da spettatore (ricordiamo la lunga squalifica dopo l'espulsione col Carpi e l'attuale sosta ai box per guai muscolari); portarlo potrebbe essere un azzardo, anche perché è tutto da scoprire ai massimi livelli. La candidatura Destro ha perso autorevolezza da tempo, rimangono due espatriati di lusso, Okaka, che sta facendo molto bene all'Anderlecht, e Paloschi, appena emigrato allo Swansea, da anni puntualissimo all'appuntamento con la porta avversaria ma sempre poco considerato a livello di Nazionale. Altro "straniero" da non dimenticare è Giovinco, che agisce in un torneo non particolarmente "allenante" ma che nelle ultime apparizioni in rappresentativa non era dispiaciuto.
Questo è il quadro. Come già avevo detto spesso per l'Azzurra di Prandelli, anche quella attuale non è certamente una delle migliori versioni dell'Italia, ma è squadra che ha buoni numeri, qualche elemento di classe sicura e altri che hanno le carte in regola per scalare ancora gradini nelle gerarchie europee. I margini di miglioramento esistono, pur se non enormi: bisognerà soprattutto vedere se dalle retrovie dello schieramento arriverà il necessario apporto per rinvigorire un attacco asfittico, perché se là davanti sei evanescente non c'è domani contro i colossi del Continente; urge più che mai una "cooperativa del gol", tipo quella che Lippi approntò nel 2006. Spagna e Germania forniranno le prime risposte. 

mercoledì 2 marzo 2016

LE MIE RECENSIONI: "CREED - NATO PER COMBATTERE", OSCAR MORALE PER STALLONE



Niente Oscar per Sylvester Stallone. Non sono così esperto di cinema da poter valutare la correttezza della decisione dell'Academy. Mi limito a sottolineare che in "Creed - Nato per combattere", il buon vecchio Sly ha offerto una prova d'attore di notevole caratura. Ma è "Creed" nel suo complesso ad essere opera riuscita, solida, senza cedimenti. Sorprendente, verrebbe da dire, perché il filone Rocky pareva esser stato spremuto fino all'ultima goccia: l'episodio numero sei, il "Rocky Balboa" di ormai dieci anni fa, ci aveva già mostrato il fuoriclasse del ring in versione invecchiata, alle prese con la caparbia volontà di non arrendersi al tempo che passa fino a tornare a combattere in maniera perfino credibile. 
"Creed" (regia di Ryan Coogler) non è tecnicamente il settimo capitolo della saga dello "stallone italiano": è uno spin-off, si direbbe in gergo, una storia ritagliata attorno a un coprotagonista della serie (Apollo Creed, prima augusto avversario e poi allenatore di Rocky). Però racchiude tutte le atmosfere, i sapori, le malinconie e le impennate epiche del filone principale. E' la vicenda di Creed junior (Michael B. Jordan), figlio naturale del popolarissimo pugile morto inopinatamente nel combattimento - esibizione contro Ivan Drago (Rocky IV, 1986): non ha mai conosciuto il padre, vuole ripercorrerne le orme agonistiche ma tenendo accuratamente nascoste, fin quando possibile, le sue "nobili" origini, per arrivare in alto da solo, senza la spinta del cognome famoso (in Italia sarebbe una mosca bianca, anzi, verrebbe trattato alla stregua di un pazzo...). La sua identità la rivela però al vecchio Rocky, ormai attempato gestore di un ristorante italiano, il quale, dopo non poche esitazioni, accetta di prenderlo sotto la sua ala protettiva. 
Starà allo spettatore pagante scoprire come andrà a finire. Certo, in apparenza il canovaccio narrativo, nella sua struttura principale, non si discosta granché da quello tipico di tutta la saga, e molto sommariamente si potrebbe sintetizzare così: lancio della sfida, evento drammatico, allenamento sfiancante, scontro finale. Ma sarebbe ingeneroso ridurre "Creed" a questo: come già era avvenuto in "Rocky Balboa", la pellicola recupera alcuni degli stilemi più genuini e meno commerciali dei primi episodi. C'è quell'atmosfera decadente di glorie sportive ormai lontane e non adeguatamente tesorizzate, c'è il ritorno alle origini popolane di Rocky, i quartieri della periferia più problematica, le vecchie palestre impregnate dell'acre odore del sudore e frequentate da giovanotti provvidenzialmente tolti dalla strada. C'è un'umanità di fondo che negli episodi centrali, il terzo (soprattutto) e il quarto, aveva fatto posto a una narrazione più di grana grossa, più fondata sulla retorica a buon mercato (per quanto tutto sommato centrata) e sulla spettacolarizzazione di combattimenti coinvolgenti oltremisura ma dallo svolgimento improbabile, con colpi che nella realtà avrebbero verosimilmente causato fulminei decessi dei contendenti. 
"Creed" segna un ritorno a una dimensione più realistica della boxe e del mondo non sempre dorato che la circonda. E riporta definitivamente Rocky sulla terra, impietosamente di fronte a un passato disseminato di troppi lutti e a un presente che lo costringerà ad affrontare il nemico più insidioso, quello che si fa largo nel tuo corpo e che emerge dai referti delle analisi cliniche, roba che al confronto Clubber Lang e Drago erano passeggiate di salute. Proprio questo dramma personale porta la vecchia gloria Sly a ricalibrare la propria vita, a scoprire nuovi orizzonti, a capire, dopo l'ovvio scoramento iniziale, che ci sono sempre nuove sfide da lanciare e nuovi affetti da coltivare anche quando tutto sembra perduto: senza abbassare la guardia, proprio come sul ring. Ecco: questo Rocky mai così fragile, mai così uomo, dimesso eppure sempre fiero di ciò che ha rappresentato e rappresenta, è uno dei punti di forza del film: lo è perché Stallone ne riproduce mirabilmente, sul grande schermo, tutte queste sfumature dell'animo e del carattere, confermando la perfetta simbiosi col personaggio che più ne ha segnato la carriera, e col quale forse proprio in questa occasione ha raggiunto la totale identificazione. 
In questo senso, l'Oscar non sarebbe stato immeritato, ma i trofei, in certi casi, poco contano. Agli spettatori rimarrà una pellicola che sa trasmettere emozioni vere, sia per la vicenda del vecchio campione sia per la spigolosa caparbietà del giovane rampante. E' un film riuscito perché, comunque, la mozione dei sentimenti non va a detrimento di altri aspetti più prettamente cinematografici: non può mancare la storia d'amore per Creed junior, anche questa però non banale, visto il problema di salute che affligge la fanciulla (problema vissuto peraltro con rassegnata serenità), mentre l'avversario finale, l'inglese Ricky Conlan, è senz'altro il più odioso e antipatico fra quelli proposti dalla saga, una figura lontana dalla simpatica arroganza di Apollo, dal chiassoso e verboso rodomonte Clubber Lang - Mister T e dalla feroce, metodica freddezza di Drago. Da lacrimuccia il répechage, nel ruolo di madre del giovane Adonis Creed, di Phylicia Rashad, ossia la signora Robinson della popolarissima serie tv anni Ottanta. L'unico elemento kolossal di una pellicola che ha scelto il basso profilo è forse la lussuosa cornice dell'incontro finale, che si svolge davanti a decine di migliaia di spettatori nello stadio dell'Everton a Liverpool. Un piccolo cedimento alla voglia hollywoodiana di grandeur che possiamo tutto sommato perdonare.  

domenica 14 febbraio 2016

SANREMO 2016: IL PAGELLONE DEL FESTIVALONE

                             Dolcenera: sua una delle migliori proposte del Festival 2016

Chiudiamo la settimana sanremese, consueto "momento caldo" nella vita di questo blog, con l'inevitabile e temuto (ma va'...) pagellone dei Campioni. L'ordine è quello della classifica ufficiale del Festival, dal primo posto in giù. Prevale una generosità di fondo nelle valutazioni, anche perché il livello complessivo è stato medio, con qualche picco verso l'alto e nessuna caduta a precipizio. 
STADIO - "Un giorno mi dirai": ballad in perfetto "Stadio style". Gli stilemi compositivi della band sono riconoscibilissimi, in una felice "fusion" fra elementi anni Ottanta e Novanta. Poetica ispirata ed emozionante, musica di notevole impatto. VOTO: 7,5. 
FRANCESCA MICHIELIN - "Nessun grado di separazione": l'ascesa continua, per lo scricciolo veneto, con un brano di taglio moderatamente moderno nel tessuto musicale e più marcatamente nel testo, in grado dunque di piacere ai giovani ma anche ad appassionati un po' più attempati. Dovrebbe percorrere un buon tratto di strada fuori dall'Ariston, nelle radio e sul mercato. VOTO: 7. 
GIOVANNI CACCAMO E DEBORAH IURATO - "Via da qui": duetto perfettamente inserito nel solco della tradizione sanremese, ma con un raffinato tocco autoriale grazie a Giuliano Sangiorgi, la cui mano si avverte, pur se non coraggiosa come altre volte. Eccellente l'interpretazione dei due, ma il ragazzo trasmette ancora poco sul piano emotivo; Deborah in questo senso pare più avanti. VOTO: 6,5. 
ENRICO RUGGERI - "Il primo amore non si scorda mai": un felicissimo ritorno a Sanremo per uno dei più prolifici cantautori nella storia della canzone italiana. Brano assai brioso, con qualche spruzzatina di rock, ma che brilla soprattutto per la riscoperta di sound e arrangiamenti prettamente legati al decennio ottantiano, che caratterizzarono la prima fase della carriera di Rouge. VOTO: 7. 
LORENZO FRAGOLA - "Infinite volte": piazzamento superiore al valore effettivo della proposta. Non ha ripetuto il buon esordio del 2015, presentando un pezzo dalla linea melodica un po' datata. Da lui ci aspettiamo ritmi più vivaci e contemporanei, nel solco di "#Fuori c'è il sole", la discreta hit estiva. VOTO:6--. 
PATTY PRAVO - "Cieli immensi": non si è ripetuta la magia di "E dimmi che non vuoi morire" ed era facile prevederlo. La voce ormai è quella che è, la presenza scenica sempre di gran fascino, la canzone tutto sommato gradevole e ben scritta, con struttura "alla vecchia maniera", costruita cioè attorno a un ritornello particolarmente efficace, che però non so quanto potrà lasciare il segno. Il premio della critica era prevedibilissimo, attribuito da un giornalismo specializzato che da decenni stravede per Patty, anche oltre i suoi innegabili meriti VOTO: 6,5. 
CLEMENTINO - "Quando sono lontano": nulla di eccezionale, un rappino all'acqua di rose, moderatamente retorico, il trionfo dei buoni sentimenti; comunque un prodotto accattivante il giusto, e tutto sommato sincero. Il ragazzo ha una maschera d'attore: potrebbe cimentarsi con successo nel teatro. Si tenga aperta questa strada. VOTO: 6. 
NOEMI - "La borsa di una donna": Marco Masini ha fatto centro con un'ispirata composizione, sommessa e poetica, con le solite intuizioni da acuto osservatore della quotidianità e lettore dell'interiorità umana. E' lo stile delle sue opere meno arrabbiate e più riflessive, quelle in cui da una decina d'anni a questa parte dà il meglio. Il tutto impreziosito dalla calda interpretazione della "rossa". VOTO: 7,5. 
ROCCO HUNT - "Wake up": passi avanti notevoli rispetto al vittorioso esordio di due anni fa. Nella canzone ci sono tante cose: il prorompente giovanilismo, la ribellione a istituzioni percepite come lontane, ma anche discreta ricerca musicale, col rap contaminato da quelle sonorità elaborate da Pino Daniele, Tullio De Piscopo e tutta la rivoluzionaria nouvelle vague napoletana di fine Settanta - primi Ottanta. Ritmo trascinante. VOTO: 6/7. 
ARISA - "Guardando il cielo": melodia gradevole nella struttura complessiva, ritornello non di impatto immediato, testo interessante sulla riscoperta di una dimensione più semplice della nostra esistenza, magari legata alla natura ("Se un giorno un'altra vita arriverà, mi sono già promessa di non viverla in città"). Canzone dolce, a tratti malinconica ma anche inneggiante alla speranza, dai toni morbidissimi, sostenuta dalla solita voce senza cedimenti di Rosalba. VOTO: 6,5. 
ANNALISA - "Il diluvio universale": pezzone d'amore di stampo classicheggiante, con possente sostegno orchestrale, un lento con crescendo ed esplosione nel refrain. Poteva essere l'ideale per Sanremo, e invece.... Però è canzone che verrà fuori alla distanza, magari non radiofonica ma che valorizza ulteriormente le doti interpretative della cantante ligure. VOTO: 6,5. 
ELIO E LE STORIE TESE - "Vincere l'odio": senza cadere nel trito ritornello della genialità, mi ripeto sulla stessa linea dei miei articoli sanremesi scritti in settimana. Divertissement puro e riuscito, dissacrante smontaggio dei canoni della canzone leggera: proprio per questo, giusto che non abbiano vinto, come qualcuno ventilava. A Sanremo devono vincere brani pop, melodici o ritmati, contemporanei o più orientati al passato, ma con un doveroso rigore strutturale. Rimane comunque un altro bel saggio della loro inesauribile creatività. VOTO: 7+. 

                                                     Valerio Scanu: promosso

VALERIO SCANU - "Finalmente piove": per me, promosso a pieni voti. Canzone dalla struttura tradizionale, ma con una buona tessitura sonora, un testo non banale e trovate "furbette" come quel "no, tu non hai, tu non hai, tu non hai capito" che si ficcano in testa senza uscire più. Buon lavoro di Fabrizio Moro, valorizzato da uno Scanu sul pezzo. VOTO: 7. 
ALESSIO BERNABEI - "Noi siamo infinito": dance pura, più ottantiana che novantiana, non particolarmente originale, ma che tutto sommato ha una buona forza penetrativa. Cosetta esile, che nel breve può funzionare, ma il ragazzo deve ancora trovare una propria dimensione artistica. VOTO: 6+. 
DOLCENERA - "Ora o mai più (le cose cambiano)": superba, e assicuro che non mi fa velo il fatto di essere un suo estimatore da tempi non sospetti. Come scritto stamane, pezzo troppo lontano dai canoni festivalieri, persino poco "italiano", per essere apprezzato in questa sede: pop, jazz, blues, musica e testo complessi ed elaborati, ormai Emanuela viaggia lontano dagli schemi della facile presa, e corre il rischio di non essere sempre compresa appieno dal pubblico. Ma sarebbe un peccato che un gioiellino simile non rimanesse nella memoria. VOTO: 8. 
IRENE FORNACIARI - "Blu": un altro episodio rimarchevole, nella carriera di un'artista che sta facendo una fatica terribile ad emergere, pur avendo all'attivo, prima di questa, altre canzoni degne di nota. "Blu" è dolente e intensa, lancia un messaggio importante ma senza attingere troppo alla retorica più scontata. Lei canta bene e la sua voce arriva al cuore. Almeno è stata ripescata. VOTO: 7. 


GLI ELIMINATI

ZERO ASSOLUTO - "Di me e di te": nonostante generali bocciature, ho ritrovato su buoni livelli il duo Thomas - Matteo, coi limiti di sempre (la voce, soprattutto) ma anche con gli stessi pregi, quelli di un easy listening al passo coi tempi, ancora fresco e vivace. VOTO: 6/7. 
NEFFA - "Sogni e nostalgia": anche lui ha raccolto meno di quanto meritasse, con il suo brano dalle atmosfere vagamente retrò, con buoni sperimentalismi strumentali. Il suo marchio di fabbrica è ben presente, poi certo ha fatto di meglio, ma questa composizione non è da buttare. 6+
DEAR JACK - "Mezzo respiro": ballata soft in stile anni Novanta, discreta ma non trascendentale. Tutto sommato positivo il debutto del nuovo cantante Leiner Riflessi, che se non altro dà un'identità vocale ben precisa al gruppo. Ma per la giovane band, come per l'ex Bernabei, c'è da lavorare per individuare un percorso ben preciso sul quale insistere. VOTO: 6-. 
BLUVERTIGO - "Semplicemente": un po' i classici Bluvertigo (ho ritrovato persino qualcosa di "L'assenzio", che presentarono a Sanremo 2001, nella costruzione delle strofe), un po' aperture, nel refrain, alla tradizione melodica più schietta. Una commistione che poteva funzionare, ma la voce di Morgan è rimasta in cantina e non ha fatto decollare una canzone di discreta fattura. VOTO: 6+. 

SANREMO 2016: IL TRIONFO DEGLI STADIO E' UN ATTO DI GIUSTIZIA. VINCONO I VETERANI MA IL FESTIVAL SI E' "SVECCHIATO"


Il trionfo sanremese degli Stadio è la felice conclusione di una lunga e paziente risalita, iniziata dai bassifondi di antiche e polverose classifiche. 1984 e 1986, tanto per rinfrescare la memoria: due ultimi posti all'Ariston decretati dai votanti del Totip, che all'epoca erano giudici supremi della manifestazione; e sì che "Allo stadio" e "Canzoni alla radio" tutto erano fuorché brutte canzoni destinate al dimenticatoio. La dimostrazione che un paio di fiaschi al Festivalone (e ai tempi c'erano i quasi contemporanei casi di Vasco Rossi e Zucchero a dimostrarlo) possono non lasciare il segno: un messaggio importante per i big della nostra musica, che devono imparare a guardare alla kermesse ligure per quello che è, ossia una colossale occasione promozionale, dando invece il giusto valore alla classifica della gara, che conta fino a un certo punto e non deve far paura. 
STADIO, QUALITA' E RAFFINATEZZA - Poi, certo, vincere è bello, e allora diciamo che per la band emiliana il verdetto di questa notte ha il dolce sapore della giustizia, in riferimento sia alle glorie passate del gruppo sia allo stretto presente, perché "Un giorno mi dirai" è composizione ispirata, poetica, di forte impatto emotivo e di grande efficacia all'ascolto. Passato e presente coincidono, per gli Stadio, perché il pezzo che si è imposto a Sanremo 2016 porta in ogni suo passo il loro inconfondibile marchio di fabbrica, la griffe di questo straordinario esempio di artigianato musicale made in Italy che mi piace accostare parzialmente, anche  correndo il rischio di blasfemia, al fenomeno Pooh: in fondo anche Gaetano Curreri e compagni hanno un dono raro, quello di riuscire ad attraversare diverse generazioni, diverse ere canore mantenendo una loro precisa identità, uno stile sempre riconoscibile, certo aggiornandosi ma senza mai arrendersi totalmente all'invasione delle nuove sonorità. 
Cantano da più di trent'anni l'amore e la quotidianità con ballad a volte soffuse, a volte trascinanti: hanno costellato la storia della canzone leggera italiana di hit che forse non sono tenute nella giusta considerazione. Hanno marchiato gli anni Ottanta con "Acqua e sapone", "Grande figlio di puttana", "Chiedi chi erano i Beatles", e nei tanto bistrattati Novanta hanno raggiunto il top, da "Generazione di fenomeni" a "Stabiliamo un contatto", da "Un disperato bisogno d'amore" a "Ballando al buio"; nel nuovo millennio, infine, "Sorprendimi" e "Guardami", fino a quest'ultimo gioiello senz'altro degno di figurare nell'empireo delle loro migliori creazioni. 
NOEMI E DOLCENERA, CLASSIFICA INGIUSTA - L'esito conclusivo del Festivalone numero 66 presta dunque il fianco a ben poche critiche, riguardo alle posizioni di vertice; il discorso va allargato infatti alla splendida Francesca Michielin, che ha raccolto i frutti di una popolarità di recente in crescendo (grazie anche all'eccellente duetto con Fedez in "Tutto è magnifico") e capace di issarsi fino al secondo posto con la moderna e ariosa "Nessun grado di separazione", che verrà premiata anche dalle radio. Più discutibili altre zone della graduatoria, perché ad esempio Noemi meritava qualcosa di più dell'anonimo ottavo posto finale. Riguardo all'undicesimo di Annalisa, in qualche modo si sono avverati i timori che avevo ventilato sommessamente in questi giorni, anche se mi aspettavo un piazzamento decisamente migliore: la rinuncia all'easy listening frizzante e contemporaneo di Kekko Silvestre e l'avvicinamento a un sound più classicheggiante l'hanno un po' penalizzata, ma rimane comunque un'interprete di grana finissima, il cui problema sarà d'ora in poi cercare una rotta artistica abbastanza precisa, E' un po' un colpo al cuore, ma non sorprende la 15esima posizione di Dolcenera: troppo complessa, troppo poco festivaliera e persino pochissimo "italiana", la sua "Ora o mai più", per incontrare il favore di qualsiasi giuria nostrana; già cara grazia che sia riuscita a evitare il rischio eliminazione, concreto dopo la prima esibizione. 
SCANU IN CRESCITA, FLOP ELIO - Nelle zone basse anche Valerio Scanu, che invece ho trovato più convincente quest'anno che non ai tempi della prematura vittoria di "Per tutte le volte che", e debbo dire che "Finalmente piove", onorevole compromesso fra tradizione sanremese e buona ricerca musicale e testuale, sa imprimersi nella memoria e potrebbe incontrare soddisfazioni insperate fuori dall'Ariston. Elio e Le Storie Tese mettono invece in bacheca il loro peggior piazzamento su tre partecipazioni, un dodicesimo posto di molto inferiore alle attese, se pensiamo ai tanti critici che ne avevano scritto note estasiate, dopo il pre - ascolto dei brani riservato agli addetti ai lavori. Per conto mio, ribadisco quanto già espresso nei giorni scorsi: una canzone così, ragionevolmente, non avrebbe potuto figurare nell'albo d'oro del Festivalone. Ci sta l'ironia, ci sta il divertissement, ci sta la dissacrazione, ma in una rassegna pop deve vincere una canzone pop rigorosa, con tutti i crismi. Come quella degli Stadio, o della Michielin.
UNA "SVEGLIA" PER IL PUBBLICO RAI - Che Sanremo 2016 non sia stato un inno all'orecchiabilità come il precedente l'ho detto ieri, e oggi lo confermo: le canzoni "arrivano", alla fine, ma lo fanno con un po' più di fatica. C'è però un altro aspetto importante da sottolineare: nonostante l'affermazione degli Stadio e l'inatteso quarto posto di Ruggeri potrebbero far pensare il contrario, in realtà si è trattato di un Festival che ha lanciato un messaggio ben preciso all'impigrita platea di Rai Uno. Questo ha detto Carlo Conti: la nostalgia va bene, ma ad un certo punto bisogna anche togliersi un po' di polvere di dosso, non rimanere sprofondati sul divano ad ascoltare sempre le stesse vecchie canzoni in un loop ipnotico, intonate dalla stesse vecchie facce e da voci sempre più appannate. La musica italiana sta cambiando, c'è un vorticoso ricambio generazionale in atto, nemmeno l'ammiraglia di viale Mazzini può ignorarlo, e non deve ignorarlo il pubblico più tradizionalista. Ecco perché il cast dei Big è stato imbottito di nuove leve, di freschi virgulti à la page: oggi sono le Michielin, le Noemi, le Annalisa, i Fragola e gli Hunt a fare mercato e cassetta; gli Al Bano e i Fausto Leali, con tutto il rispetto e la deferenza possibili per questi mostri sacri, si possono lasciare un attimo da parte.... Aprite la mente!
I TALENT NON DOMINANO PIU' - Non si può neanche più parlare di dittatura dei talent, che pure sono delle fucine di emergenti impossibili da snobbare, checché ne dicano certi puristi arroccati nelle loro torri d'avorio. Se andiamo a vedere, i Dear Jack non hanno raggiunto la finale, Alessio Bernabei è stato relegato nelle ultime posizioni, segno che le orde di fans adoranti non sono più massicciamente determinanti in sede di votazioni, certo anche grazie a più equilibrati meccanismi di giuria, ma pure, ritengo, per una "normalizzazione" del fenomeno, che sta mantenendo un ruolo significativo nel panorama discografico senza però essere più predominante, dopo aver sparigliato le carte del mercato negli anni del boom (fra il 2009 e il 2012, direi). Poi personaggi come Noemi, Annalisa e Scanu il cordone ombelicale con i vari "Amici" e "X Factor" l'hanno reciso da un bel po', e la stessa Francesca Michielin la sua esperienza in quel contesto l'ha fatta ormai cinque anni fa, e non si può dire che ne abbia beneficiato, visto che la sua ascesa è passata attraverso altre e più complesse strade.

                                        Cristina D'Avena, protagonista della finalissima

LA VERA VIRGINIA, L'EMOZIONANTE CRISTINA - Rimane da parlare di una finale godibile e a tratti persino austera, che ha riservato poco spazio alla comicità tanto da presentare in... abiti civili anche la mattatrice Virginia Raffaele, che nei panni di se stessa pareva una Cenerentola alle prese col sogno della sua vita. Ci sono stati, questo sì, gli antichi "compagni d'arte" di Conti, Giorgio Panariello e Leonardo Pieraccioni, che non hanno deluso, regalando un siparietto tutto sommato gradevole, mettendo simpaticamente in mezzo l'anchorman e offrendo anche una punturina di spillo satirica all'indirizzo del premier Renzi, non scelto dal popolo. Madalina Ghenea e Gabriel Garko sulla stessa linea delle altre sere: inappuntabile, professionale ma tutto sommato freddina la prima, incerto in ogni fase della conduzione il secondo, al quale concediamo l'attenuante del terribile shock pre - Festival (l'incidente in cui se l'è vista veramente brutta, rischiando la vita) ma dal quale ci si poteva comunque attendere qualcosina di più. Cristina D'Avena ha avuto il meritato tributo: si è divertita e si è emozionata, ci ha divertito e ci ha emozionato: cos'altro si può chiedere a un'artista? Qualche sigla in più sarebbe stata gradita, ma fino a poco tempo fa non avrei mai immaginato di poter sentire echeggiare sul palco dell'Ariston i versi della "Canzone dei Puffi" e di "Occhi di gatto". E' successo e anche di questo va dato atto a Carlo Conti: le "canzoni per bambini" hanno una precisa dignità, a maggior ragione se questi brani si sono incisi a chiare lettere nell'immaginario di una generazione, diventando autentici evergreen. 
MARATONA - Nonostante un buon ritmo complessivo, alla fine la durata dello show ha sfiorato le cinque ore. Siamo dunque tornati alle maratone in stile anni Ottanta, o quasi; e, come accadeva all'epoca, gli ospiti stranieri, che non sono mancati a Sanremo 2016, sono parsi una realtà parallela, a sé stante, venivano per cantare la loro hit del momento per poi fuggire rapidamente dal palco, con la sola eccezione di Elton John che però è un monumento e ormai viaggia oltre il mero passaggio promozionale. La gestione Conti, riguardo alla "cornice" della gara, sembra ormai più decisamente orientata verso i superospiti italiani, sui quali il mio pensiero è noto: passi per le celebrazioni di certe vedettes planetarie o delle storiche réunion, ma in linea di massima nulla osterebbe a una loro partecipazione in concorso; l'anteprima del suo nuovo album, Renato Zero non poteva presentarla come brano in gara? Ma so che è una battaglia persa...
Il presentatore e direttore artistico ha avuto modo di omaggiare Pippo Baudo come inventore del Festival di Sanremo nella veste attuale: tributo doveroso, ma affermazione un po' azzardata. Poco dopo, Rocco Tanica ha invece inaspettatamente fatto cenno a Gianni Ravera, storico patron di numerose edizioni della kermesse, che curiosamente in quella sede viene rarissimamente menzionato: è forse lui il vero artefice del Sanremo moderno nei suoi tratti essenziali, poi il Pippo nazionale ci ha lavorato sopra, con modifiche significative ma senza stravolgimenti, ma sarebbe un discorso troppo lungo e articolato. In ogni caso, è giusto non far cadere nel dimenticatoio personaggi senza i quali Sanremo non sarebbe mai diventato il fenomeno musicale, televisivo e sociale che oggi è. 

sabato 13 febbraio 2016

SANREMO 2016, LA QUARTA SERATA: DOLCENERA E NOEMI TORNANO IN GRUPPO, COM'E' GIUSTO CHE SIA

                                               Annalisa: può puntare alla vittoria

Sanremo 2016 non dovrebbe passare alla storia come il Festival dell'easy listening più schietto. Quando manca ormai solo una serata, la più importante, alla chiusura della kermesse, si può già ben dire che Carlo Conti non sia riuscito a ripetere la magia sonora di dodici mesi fa, quando si arrivò alla finale del sabato con buona parte dei ritornelli già discretamente impressi nella memoria. Quest'anno, almeno per quel che mi riguarda, il processo di assimilazione dei brani è più laborioso. Attenzione, si tratta di un discorso che viaggia su un binario diverso da quello della valutazione della qualità musicale complessiva, che invece non manca e, pur non attingendo vertici siderali, regala comunque alcuni esempi di raffinato valore compositivo. E tuttavia, in una rassegna come il Festivalone l'orecchiabilità rimane fondamentale: il fatto che sia stata intercettata solo parzialmente dagli autori potrebbe, come detto nei giorni scorsi, creare qualche problema sul mercato discografico, con le nuove canzoni che, pur meritevoli, dovranno sgomitare un po' di più per farsi largo tra le concorrenti più commerciali, soprattutto quelle di provenienza estera. 
RIENTRANO NOEMI E DOLCENERA - Perlomeno, la serata di semifinale ha sanato un paio di ingiustizie maturate in avvio di settimana, perché vedere Noemi e Dolcenera in zona pericolo era francamente inconcepibile: il secondo ascolto delle loro proposte ha confermato le ottime impressioni della "prima volta". "La borsa di una donna" è sostenuta dall'ispirata poetica del Masini più maturo e riflessivo già ammirato dalla bella e sottovalutata "Italia", da lui presentata in gara nel 2009, "Ora o mai più (Le cose cambiano)" è opera sofisticata, complessa, forse non da Festival nel senso che ho cercato di spiegare a inizio articolo, una mirabile fusion tra pop, jazz e blues che conferma la statura autoriale ormai raggiunta dall'artista pugliese. Spiace invece per gli Zero Assoluto, che con "Di me e di te" hanno saputo mantenere la semplice freschezza nei testi e nei suoni del loro periodo di maggior fulgore mainstream. Anche gli altri brani che fino a stasera... lotteranno per non retrocedere erano tutto sommato meritevoli di maggior fortuna: in particolare, Irene Fornaciari ha un pezzo intenso e dolente, Neffa è fedele al suo stile, senza guizzi particolari, ma "Sogni e nostalgia" ha un ritmo che si fa ricordare, e tutto sommato anche i Dear Jack hanno portato una canzone di discreto impatto, vagamente malinconica e interpretata con voce possente da Leiner Riflessi. 
TRADIZIONE SANREMESE - Se il compianto Vittorio Salvetti aveva definito l'ultimo Festival da lui organizzato, nel lontano 1978, "un Sanremo in blue jeans", con chiaro riferimento a una maggiore vivacità sonora, più vicina ai gusti dei giovani, quello di quest'anno può essere invece etichettato come "un Festival in abito da sera", perché sul piano della tessitura musicale sembra strizzare più convintamente l'occhio alla tradizione nostrana, alla melodia, pur se rivisitata e rielaborata con canoni attuali. E' il caso di "Il diluvio universale", con cui la splendida Annalisa, lo si è già scritto, si è un po' allontanata dall'immediatezza delle composizioni griffate Modà, ma emerge prepotentemente con una canzone che "straripa" d'amore e di parole, un classicone sanremese in crescendo, impreziosito da una superba interpretazione, che può tranquillamente puntare al bersaglio grosso; in parte, solo in parte, percorso simile a quello compiuto da Alexia fra il 2002 e il 2003, quando la spezzina tutta pepe abbandonò la radiofonicità per offrire un esercizio di stile molto impegnativo, ben scritto e cantato, che le consentì di vincere Sanremo ma che alla lunga non lasciò il segno; Annalisa è invece rimasta in una terra di mezzo, saggiamente, e ciò dovrebbe giovarle. Sguardo rivolto al passato anche per Lorenzo Fragola, mentre più moderna, sia nel testo sia nella struttura complessiva, pare "Nessun grado di separazione" di Francesca Michielin. 
RUGGERI E STADIO, BRIO E ANNI OTTANTA - La bandiera del brio è tenuta alta soprattutto da Alessio Bernabei, la cui "Noi siamo infinito" è iper commerciale ma per questo può fare breccia in radio e nelle discoteche, e poi da Rocco Hunt che ha riletto e contaminato col rap alcuni stilemi di quella nuova musica napoletana portata ai massimi vertici creativi da Pino Daniele, Tullio De Piscopo  e altri loro seguaci. Ma anche Enrico Ruggeri è tuttora in grado di trascinare la platea, con un rock che però presenta anche una interessante riscoperta delle origini, con arrangiamenti e trovate musicali che riconducono a certa sua produzione anni Ottanta. 
A proposito di veterani, nell'incertissima lotta per il primo posto dovrebbero inserirsi senza difficoltà gli Stadio, per i quali vale in parte il discorso fatto per Rouge: la loro ballata "Un giorno mi dirai" è un felice compromesso fra lo stile che ne ha decretato il grande successo dagli anni Novanta in poi e alcuni elementi distintivi dei loro esordi, ad esempio quella coralità che in certi passi richiama vagamente brani come "Chiedi chi erano i Beatles". Riguardo ad Elio e Le Storie Tese, ribadisco: divertissement da cabaret o addirittura da piéce teatrale, la loro "Vincere l'odio", ma sarebbe ingiusto che una tale opera sbancasse il Festival; avrebbe avuto più senso, nell'86, un trionfo di Arbore, la cui "Il clarinetto" era sì ridanciana, ma comunque una canzone con tutti i crismi, rispettosa degli schemi.
TRE OTTIME NUOVE PROPOSTE - La gara dei giovani è parsa di buon livello, ma, ahimé, ciò non è garanzia assoluta di successo nelle charts, come ha dimostrato l'edizione 2015. Il vincitore Francesco Gabbani, Chiara Dello Iacovo ed Ermal Meta sono artisti perfettamente al passo con il pop contemporaneo, che i tre declinano in forme diverse ma ugualmente efficaci: più immediato Gabbani, più cantautorale  e minimalista Chiara, più ricercato negli arrangiamenti Ermal. Meritano il meglio, mentre per il "pasticciaccio votazioni" della sera precedente è stata adottata la soluzione più logica, fare esibire fuori concorso Miele, che ragionevolmente non poteva essere riammessa in gara, dal momento che la sua effimera qualificazione era stata causata da un malfunzionamento delle giurie, quindi di fatto non esisteva.
ARRIVA CRISTINA! - Sarò forse insensibile (ma... no, non credo di esserlo, suvvia!), e tuttavia il monologo di Enrico Brignano  sulla paternità non mi ha particolarmente colpito, l'ho trovato piuttosto banale e retorico; dell'attore romano preferisco, al momento, il registro comico. Virginia Raffaele ha ripescato Belen Rodriguez, uno dei suoi tormentoni, e l'ha cavalcato con perizia, con la consueta ciliegina sulla torta, rappresentata stavolta dal "paparazzo portatile". Chapeau. Eccellente la performance di Elisa, per la quale sono tuttavia costretto a ripetermi: i superbig come lei devono, prima o poi, tornare in concorso, basterebbero anche solo due vip di quel livello ogni anno per far salire di tono la gara. 
Visto che siamo in tema di superospiti, stasera ci sarà Cristina D'Avena, alla quale invece quel ruolo calza a pennello, anche perché difficilmente potrebbe essere inserita come concorrente in una tenzone di canzoni "adulte". Non so ancora cosa canterà: ognuno di noi, bambini degli anni Ottanta, vorrebbe sentire risuonare all'Ariston le proprie sigle preferite, nel mio caso sarebbe da sogno un poker "Canzone dei Puffi - Pollon - Piccole donne - L'incantevole Creamy", ma la sua produzione è sconfinata, moltissimi amano anche i pezzi che ha inciso nella seconda fase della sua carriera. Insomma, stasera forse molti di noi rimarranno delusi nel non poter ascoltare la sigla a cui più siamo affezionati, ma l'importante è che Cristina sia lì, perché lo merita e perché comunque ci emozionerà. 
PRONOSTICO IMPOSSIBILE - Stasera, dunque, finale thrilling, perché non si sa come l'Auditel parerà il colpo di Juventus - Napoli (ripeto: scelta sciagurata, quella della contemporaneità), e perché, soprattutto, c'è massima incertezza sull'esito della gara. Mi limito a un sestetto di papabili, in ordine sparso: Annalisa, Stadio, Arisa, Iurato - Caccamo, Patty Pravo, Elio. Outsider, in seconda fila: Noemi, Dolcenera, Fragola, Michielin, Hunt, Scanu. Come si vede, le nebbie non si sono diradate rispetto a quanto avevo scritto alla vigilia, il gruppone dei favoriti è sempre folto: ulteriore conferma del fatto che nessuno sia riuscito a emergere prepotentemente sui rivali.