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sabato 9 febbraio 2019

SANREMO 2019, LA QUARTA SERATA: TANTI DUETTI PREGEVOLI, MA POCHI QUELLI DAVVERO INCISIVI. BENE SYRIA, SAVORETTI E ALESSANDRO QUARTA


Subito un paio di ringraziamenti: a chi ha inventato la serata dei duetti, ossia Paolo Bonolis e Gianmarco Mazzi nel 2005, e a chi l'ha ripristinata dopo alcuni anni in... frigorifero, ossia l'attuale direttore artistico Baglioni. Perché è un happening meraviglioso, una scheggia impazzita che rompe la liturgia pur sempre presente anche in un Festival controcorrente come quello di quest'anno. E' tradizionalmente la serata più varia, brillante e imprevedibile delle cinque maratone sanremesi, e anche stavolta non è sfuggita alla regola. Il livello delle inedite performance è stato in generale più che discreto, spesso buono, in alcuni casi eccelso. Il discorso cambia un po' allorché si tratta di valutare il valore aggiunto che queste esibizioni hanno effettivamente apportato alle canzoni in gara: in tal senso, mi sento di poter dire che pochi duetti sono stati veramente incisivi, accrescendo l'appeal dei brani in misura evidente. 
BRANI CHE BRILLANO DI LUCE PROPRIA - Intendiamoci: ciò non è necessariamente un male. Significa che le proposte selezionate per Sanremo 2019 sono in buona parte in grado di brillare di luce propria, senza bisogno di nuove voci, nuovi arrangiamenti, tocchi di originalità; che ieri sera non sono mancati, ma sono stati sostanzialmente funzionali alla buona riuscita dello spettacolo nel suo complesso, più che della gara tout court. Cogliendo fior da fiore, ad esempio, è risultata eccellente la fusione fra le voci di Irama e Noemi, così come i vincitori dell'anno scorso, Fabrizio Moro ed Ermal Meta, sono entrati in punta di piedi nei pezzi di Ultimo e Cristicchi, senza snaturarli ma fornendo comunque un contributo prezioso. 
PRESENZE ININFLUENTI - Francesco Renga, per aumentare la forza d'impatto di una "Aspetto che torni" dignitosa me non con le stimmate dell'evergreen, avrebbe avuto bisogno di qualcosa di più del sommesso intervento dell'autore Bungaro e del sostegno prettamente coreografico di Eleonora Abbagnato e Friedemann Vogel, così come i rapper Gué Pequeno e Rocco Hunt hanno "sovrastrutturato" e appesantito i pezzi di Mahmood e Boomdabash, di gran lunga migliori nelle versioni originali. Godibili e riuscite le abbinate Turci - Beppe Fiorello e Zen Circus - Brunori Sas, ma ininfluenti per la resa finale delle canzoni, così come la presenza di Nada al fianco di Motta, duetto che pure ha conquistato il successo di tappa sulla base di un verdetto discutibile, visto che l'esibizione dei due non è certo stata la migliore, sul piano tecnico, e nemmeno quella più coinvolgente.
L'ITALIANO DI HADLEY E IL VIOLINO DI QUARTA - Più di colore che di peso autentico, ma comunque apprezzabili, le ospitate di Cristina D'Avena, impeccabile nell'inserirsi nel dialogo a due Federica Carta - Shade, e di Tony Hadley, che col suo italiano stentato ci ha riportato ai tempi di Mal dei Primitives e di Rocky Roberts, ma che ha se non altro reso ancor più pimpante e allegrotta "Mi sento bene" di Arisa: migliorasse un po' la pronuncia, potrebbe proporsi in concorso nei prossimi anni, visto il rapporto privilegiato con l'Italia e l'affetto che continua a riscuotere dalle nostre parti. Gira che ti rigira, un reale quid in più ai loro compagni di duo sono stati in pochi a portarlo: su tutti, mi sento di citare il portentoso violinista Alessandro Quarta, talento clamoroso e animale da palcoscenico, che ha dato nuovo vigore e nuove vesti sonore a "Musica che resta", buona composizione di stampo tradizionale ma in sé poco coraggiosa, visto che ha totalmente mantenuto i ragazzi del Volo nel solco di "Grande amore", trionfatrice del 2015. 
SYRIA, SAVORETTI E IL RITORNO DEI SOTTOTONO - Importante anche la presenza di Diodato e dei Calibro 35 per aumentare l'avvolgente atmosfera di "Rose viola" di Ghemon, così come gli inserimenti di Jack Savoretti in "Solo una canzone" degli Ex Otago, binomio tutto "genovese" (Jack, per chi non lo sapesse, è tifosissimo del Genoa): il cantante anglo-italiano ha aggiunto grinta a un pezzo fin troppo soffuso e romantico. Syria ha dato calore e intensità alla canzone di Anna Tatangelo (ed anche sensualità: Cecilia è una donna che migliora col passare degli anni sul piano della fisicità, al di là delle sue indiscusse e sottovalutate doti canore), la particolare vocalità di Manuel Agnelli è stata comunque utile a Daniele Silvestri e Rancore, anche se "Argentovivo" non aveva particolare bisogno di maquillage, perché siamo di fronte a qualcosa di molto vicino al capolavoro. Ultime annotazioni: il piano di Paolo Jannacci ha reso ancor più struggente la poetica dedica di Enrico Nigiotti al nonno recentemente mancato, mentre la presenza di Giovanni Caccamo, pur minimalista, ha fatto prendere quota al duo Pravo - Briga, fino a ieri sera oggetto piuttosto misterioso del 69esimo Festivalone, discorso in parte applicabile anche a D'Angelo - Cori, grazie ai quali c'è stata la clamorosa ricomparsa su una grande ribalta di Big Fish e Tormento dei Sottotono, diciotto anni dopo la non felicissima esperienza del 2001. Un tocco di vintage in un Sanremo ultramoderno. 
PILLOLE DI ANNA E MELISSA - In una serata monopolizzata dalla gara parallela dei duetti, poco spazio per il resto. Più del comunque notevole mini-show di Ligabue, ha colpito il monologo di Claudio Bisio sul rapporto padre - figlio: un parziale riscatto di una prestazione festivaliera fin qui grigia da parte del comico piemontese, anche grazie all'intervento di Anastasio, fresco vincitore di X Factor, talento vero. E' proprio il Sanremo dei rapper: chi lo avrebbe mai detto l'anno passato, quando questa realtà, che piaccia o meno è colonna portante della musica italiana di oggi, fu praticamente ignorata? Riuscite le pillole di presentazione affidate alle due fanciulle del Dopofestival, Anna Foglietta e la stellina nascente Melissa Greta Marchetto, bellezza particolare ma che buca lo schermo, ragazza dalla favella facile. E c'è stato finalmente il breve ma sentito ricordo della tragedia del Morandi, nel giorno in cui è iniziata la lunga opera di demolizione di ciò che resta del ponte maledetto. Attendiamo fiduciosi anche due parole di commemorazione per Giampiero Artegiani, sensibile cantautore scomparso nel giorno di apertura della kermesse e finora menzionato solo in sala stampa. 
CHI VINCERA'? MISTERO... - Poche righe per stasera: poche perché il pronostico è quasi impossibile. I nomi dei favoriti sono sempre gli stessi: ieri ho citato il sestetto Ultimo - Irama - Nek - Volo - Arisa - Bertè, con possibile inserimento di Cristicchi, e rimango fedele a quanto scritto, anche perché le parzialissime classifiche rese note in questi giorni non consentono di avere un quadro d'insieme su chi sta davanti, chi indietro, e quali distacchi ci sono. Si brancola nel buio, insomma: "Mistero", avrebbe detto il Ruggeri del 1993, ma proprio per questo la lunga finalona di stasera dovrebbe risultare ancor più appassionante. 

domenica 14 febbraio 2016

SANREMO 2016: IL TRIONFO DEGLI STADIO E' UN ATTO DI GIUSTIZIA. VINCONO I VETERANI MA IL FESTIVAL SI E' "SVECCHIATO"


Il trionfo sanremese degli Stadio è la felice conclusione di una lunga e paziente risalita, iniziata dai bassifondi di antiche e polverose classifiche. 1984 e 1986, tanto per rinfrescare la memoria: due ultimi posti all'Ariston decretati dai votanti del Totip, che all'epoca erano giudici supremi della manifestazione; e sì che "Allo stadio" e "Canzoni alla radio" tutto erano fuorché brutte canzoni destinate al dimenticatoio. La dimostrazione che un paio di fiaschi al Festivalone (e ai tempi c'erano i quasi contemporanei casi di Vasco Rossi e Zucchero a dimostrarlo) possono non lasciare il segno: un messaggio importante per i big della nostra musica, che devono imparare a guardare alla kermesse ligure per quello che è, ossia una colossale occasione promozionale, dando invece il giusto valore alla classifica della gara, che conta fino a un certo punto e non deve far paura. 
STADIO, QUALITA' E RAFFINATEZZA - Poi, certo, vincere è bello, e allora diciamo che per la band emiliana il verdetto di questa notte ha il dolce sapore della giustizia, in riferimento sia alle glorie passate del gruppo sia allo stretto presente, perché "Un giorno mi dirai" è composizione ispirata, poetica, di forte impatto emotivo e di grande efficacia all'ascolto. Passato e presente coincidono, per gli Stadio, perché il pezzo che si è imposto a Sanremo 2016 porta in ogni suo passo il loro inconfondibile marchio di fabbrica, la griffe di questo straordinario esempio di artigianato musicale made in Italy che mi piace accostare parzialmente, anche  correndo il rischio di blasfemia, al fenomeno Pooh: in fondo anche Gaetano Curreri e compagni hanno un dono raro, quello di riuscire ad attraversare diverse generazioni, diverse ere canore mantenendo una loro precisa identità, uno stile sempre riconoscibile, certo aggiornandosi ma senza mai arrendersi totalmente all'invasione delle nuove sonorità. 
Cantano da più di trent'anni l'amore e la quotidianità con ballad a volte soffuse, a volte trascinanti: hanno costellato la storia della canzone leggera italiana di hit che forse non sono tenute nella giusta considerazione. Hanno marchiato gli anni Ottanta con "Acqua e sapone", "Grande figlio di puttana", "Chiedi chi erano i Beatles", e nei tanto bistrattati Novanta hanno raggiunto il top, da "Generazione di fenomeni" a "Stabiliamo un contatto", da "Un disperato bisogno d'amore" a "Ballando al buio"; nel nuovo millennio, infine, "Sorprendimi" e "Guardami", fino a quest'ultimo gioiello senz'altro degno di figurare nell'empireo delle loro migliori creazioni. 
NOEMI E DOLCENERA, CLASSIFICA INGIUSTA - L'esito conclusivo del Festivalone numero 66 presta dunque il fianco a ben poche critiche, riguardo alle posizioni di vertice; il discorso va allargato infatti alla splendida Francesca Michielin, che ha raccolto i frutti di una popolarità di recente in crescendo (grazie anche all'eccellente duetto con Fedez in "Tutto è magnifico") e capace di issarsi fino al secondo posto con la moderna e ariosa "Nessun grado di separazione", che verrà premiata anche dalle radio. Più discutibili altre zone della graduatoria, perché ad esempio Noemi meritava qualcosa di più dell'anonimo ottavo posto finale. Riguardo all'undicesimo di Annalisa, in qualche modo si sono avverati i timori che avevo ventilato sommessamente in questi giorni, anche se mi aspettavo un piazzamento decisamente migliore: la rinuncia all'easy listening frizzante e contemporaneo di Kekko Silvestre e l'avvicinamento a un sound più classicheggiante l'hanno un po' penalizzata, ma rimane comunque un'interprete di grana finissima, il cui problema sarà d'ora in poi cercare una rotta artistica abbastanza precisa, E' un po' un colpo al cuore, ma non sorprende la 15esima posizione di Dolcenera: troppo complessa, troppo poco festivaliera e persino pochissimo "italiana", la sua "Ora o mai più", per incontrare il favore di qualsiasi giuria nostrana; già cara grazia che sia riuscita a evitare il rischio eliminazione, concreto dopo la prima esibizione. 
SCANU IN CRESCITA, FLOP ELIO - Nelle zone basse anche Valerio Scanu, che invece ho trovato più convincente quest'anno che non ai tempi della prematura vittoria di "Per tutte le volte che", e debbo dire che "Finalmente piove", onorevole compromesso fra tradizione sanremese e buona ricerca musicale e testuale, sa imprimersi nella memoria e potrebbe incontrare soddisfazioni insperate fuori dall'Ariston. Elio e Le Storie Tese mettono invece in bacheca il loro peggior piazzamento su tre partecipazioni, un dodicesimo posto di molto inferiore alle attese, se pensiamo ai tanti critici che ne avevano scritto note estasiate, dopo il pre - ascolto dei brani riservato agli addetti ai lavori. Per conto mio, ribadisco quanto già espresso nei giorni scorsi: una canzone così, ragionevolmente, non avrebbe potuto figurare nell'albo d'oro del Festivalone. Ci sta l'ironia, ci sta il divertissement, ci sta la dissacrazione, ma in una rassegna pop deve vincere una canzone pop rigorosa, con tutti i crismi. Come quella degli Stadio, o della Michielin.
UNA "SVEGLIA" PER IL PUBBLICO RAI - Che Sanremo 2016 non sia stato un inno all'orecchiabilità come il precedente l'ho detto ieri, e oggi lo confermo: le canzoni "arrivano", alla fine, ma lo fanno con un po' più di fatica. C'è però un altro aspetto importante da sottolineare: nonostante l'affermazione degli Stadio e l'inatteso quarto posto di Ruggeri potrebbero far pensare il contrario, in realtà si è trattato di un Festival che ha lanciato un messaggio ben preciso all'impigrita platea di Rai Uno. Questo ha detto Carlo Conti: la nostalgia va bene, ma ad un certo punto bisogna anche togliersi un po' di polvere di dosso, non rimanere sprofondati sul divano ad ascoltare sempre le stesse vecchie canzoni in un loop ipnotico, intonate dalla stesse vecchie facce e da voci sempre più appannate. La musica italiana sta cambiando, c'è un vorticoso ricambio generazionale in atto, nemmeno l'ammiraglia di viale Mazzini può ignorarlo, e non deve ignorarlo il pubblico più tradizionalista. Ecco perché il cast dei Big è stato imbottito di nuove leve, di freschi virgulti à la page: oggi sono le Michielin, le Noemi, le Annalisa, i Fragola e gli Hunt a fare mercato e cassetta; gli Al Bano e i Fausto Leali, con tutto il rispetto e la deferenza possibili per questi mostri sacri, si possono lasciare un attimo da parte.... Aprite la mente!
I TALENT NON DOMINANO PIU' - Non si può neanche più parlare di dittatura dei talent, che pure sono delle fucine di emergenti impossibili da snobbare, checché ne dicano certi puristi arroccati nelle loro torri d'avorio. Se andiamo a vedere, i Dear Jack non hanno raggiunto la finale, Alessio Bernabei è stato relegato nelle ultime posizioni, segno che le orde di fans adoranti non sono più massicciamente determinanti in sede di votazioni, certo anche grazie a più equilibrati meccanismi di giuria, ma pure, ritengo, per una "normalizzazione" del fenomeno, che sta mantenendo un ruolo significativo nel panorama discografico senza però essere più predominante, dopo aver sparigliato le carte del mercato negli anni del boom (fra il 2009 e il 2012, direi). Poi personaggi come Noemi, Annalisa e Scanu il cordone ombelicale con i vari "Amici" e "X Factor" l'hanno reciso da un bel po', e la stessa Francesca Michielin la sua esperienza in quel contesto l'ha fatta ormai cinque anni fa, e non si può dire che ne abbia beneficiato, visto che la sua ascesa è passata attraverso altre e più complesse strade.

                                        Cristina D'Avena, protagonista della finalissima

LA VERA VIRGINIA, L'EMOZIONANTE CRISTINA - Rimane da parlare di una finale godibile e a tratti persino austera, che ha riservato poco spazio alla comicità tanto da presentare in... abiti civili anche la mattatrice Virginia Raffaele, che nei panni di se stessa pareva una Cenerentola alle prese col sogno della sua vita. Ci sono stati, questo sì, gli antichi "compagni d'arte" di Conti, Giorgio Panariello e Leonardo Pieraccioni, che non hanno deluso, regalando un siparietto tutto sommato gradevole, mettendo simpaticamente in mezzo l'anchorman e offrendo anche una punturina di spillo satirica all'indirizzo del premier Renzi, non scelto dal popolo. Madalina Ghenea e Gabriel Garko sulla stessa linea delle altre sere: inappuntabile, professionale ma tutto sommato freddina la prima, incerto in ogni fase della conduzione il secondo, al quale concediamo l'attenuante del terribile shock pre - Festival (l'incidente in cui se l'è vista veramente brutta, rischiando la vita) ma dal quale ci si poteva comunque attendere qualcosina di più. Cristina D'Avena ha avuto il meritato tributo: si è divertita e si è emozionata, ci ha divertito e ci ha emozionato: cos'altro si può chiedere a un'artista? Qualche sigla in più sarebbe stata gradita, ma fino a poco tempo fa non avrei mai immaginato di poter sentire echeggiare sul palco dell'Ariston i versi della "Canzone dei Puffi" e di "Occhi di gatto". E' successo e anche di questo va dato atto a Carlo Conti: le "canzoni per bambini" hanno una precisa dignità, a maggior ragione se questi brani si sono incisi a chiare lettere nell'immaginario di una generazione, diventando autentici evergreen. 
MARATONA - Nonostante un buon ritmo complessivo, alla fine la durata dello show ha sfiorato le cinque ore. Siamo dunque tornati alle maratone in stile anni Ottanta, o quasi; e, come accadeva all'epoca, gli ospiti stranieri, che non sono mancati a Sanremo 2016, sono parsi una realtà parallela, a sé stante, venivano per cantare la loro hit del momento per poi fuggire rapidamente dal palco, con la sola eccezione di Elton John che però è un monumento e ormai viaggia oltre il mero passaggio promozionale. La gestione Conti, riguardo alla "cornice" della gara, sembra ormai più decisamente orientata verso i superospiti italiani, sui quali il mio pensiero è noto: passi per le celebrazioni di certe vedettes planetarie o delle storiche réunion, ma in linea di massima nulla osterebbe a una loro partecipazione in concorso; l'anteprima del suo nuovo album, Renato Zero non poteva presentarla come brano in gara? Ma so che è una battaglia persa...
Il presentatore e direttore artistico ha avuto modo di omaggiare Pippo Baudo come inventore del Festival di Sanremo nella veste attuale: tributo doveroso, ma affermazione un po' azzardata. Poco dopo, Rocco Tanica ha invece inaspettatamente fatto cenno a Gianni Ravera, storico patron di numerose edizioni della kermesse, che curiosamente in quella sede viene rarissimamente menzionato: è forse lui il vero artefice del Sanremo moderno nei suoi tratti essenziali, poi il Pippo nazionale ci ha lavorato sopra, con modifiche significative ma senza stravolgimenti, ma sarebbe un discorso troppo lungo e articolato. In ogni caso, è giusto non far cadere nel dimenticatoio personaggi senza i quali Sanremo non sarebbe mai diventato il fenomeno musicale, televisivo e sociale che oggi è. 

sabato 13 febbraio 2016

SANREMO 2016, LA QUARTA SERATA: DOLCENERA E NOEMI TORNANO IN GRUPPO, COM'E' GIUSTO CHE SIA

                                               Annalisa: può puntare alla vittoria

Sanremo 2016 non dovrebbe passare alla storia come il Festival dell'easy listening più schietto. Quando manca ormai solo una serata, la più importante, alla chiusura della kermesse, si può già ben dire che Carlo Conti non sia riuscito a ripetere la magia sonora di dodici mesi fa, quando si arrivò alla finale del sabato con buona parte dei ritornelli già discretamente impressi nella memoria. Quest'anno, almeno per quel che mi riguarda, il processo di assimilazione dei brani è più laborioso. Attenzione, si tratta di un discorso che viaggia su un binario diverso da quello della valutazione della qualità musicale complessiva, che invece non manca e, pur non attingendo vertici siderali, regala comunque alcuni esempi di raffinato valore compositivo. E tuttavia, in una rassegna come il Festivalone l'orecchiabilità rimane fondamentale: il fatto che sia stata intercettata solo parzialmente dagli autori potrebbe, come detto nei giorni scorsi, creare qualche problema sul mercato discografico, con le nuove canzoni che, pur meritevoli, dovranno sgomitare un po' di più per farsi largo tra le concorrenti più commerciali, soprattutto quelle di provenienza estera. 
RIENTRANO NOEMI E DOLCENERA - Perlomeno, la serata di semifinale ha sanato un paio di ingiustizie maturate in avvio di settimana, perché vedere Noemi e Dolcenera in zona pericolo era francamente inconcepibile: il secondo ascolto delle loro proposte ha confermato le ottime impressioni della "prima volta". "La borsa di una donna" è sostenuta dall'ispirata poetica del Masini più maturo e riflessivo già ammirato dalla bella e sottovalutata "Italia", da lui presentata in gara nel 2009, "Ora o mai più (Le cose cambiano)" è opera sofisticata, complessa, forse non da Festival nel senso che ho cercato di spiegare a inizio articolo, una mirabile fusion tra pop, jazz e blues che conferma la statura autoriale ormai raggiunta dall'artista pugliese. Spiace invece per gli Zero Assoluto, che con "Di me e di te" hanno saputo mantenere la semplice freschezza nei testi e nei suoni del loro periodo di maggior fulgore mainstream. Anche gli altri brani che fino a stasera... lotteranno per non retrocedere erano tutto sommato meritevoli di maggior fortuna: in particolare, Irene Fornaciari ha un pezzo intenso e dolente, Neffa è fedele al suo stile, senza guizzi particolari, ma "Sogni e nostalgia" ha un ritmo che si fa ricordare, e tutto sommato anche i Dear Jack hanno portato una canzone di discreto impatto, vagamente malinconica e interpretata con voce possente da Leiner Riflessi. 
TRADIZIONE SANREMESE - Se il compianto Vittorio Salvetti aveva definito l'ultimo Festival da lui organizzato, nel lontano 1978, "un Sanremo in blue jeans", con chiaro riferimento a una maggiore vivacità sonora, più vicina ai gusti dei giovani, quello di quest'anno può essere invece etichettato come "un Festival in abito da sera", perché sul piano della tessitura musicale sembra strizzare più convintamente l'occhio alla tradizione nostrana, alla melodia, pur se rivisitata e rielaborata con canoni attuali. E' il caso di "Il diluvio universale", con cui la splendida Annalisa, lo si è già scritto, si è un po' allontanata dall'immediatezza delle composizioni griffate Modà, ma emerge prepotentemente con una canzone che "straripa" d'amore e di parole, un classicone sanremese in crescendo, impreziosito da una superba interpretazione, che può tranquillamente puntare al bersaglio grosso; in parte, solo in parte, percorso simile a quello compiuto da Alexia fra il 2002 e il 2003, quando la spezzina tutta pepe abbandonò la radiofonicità per offrire un esercizio di stile molto impegnativo, ben scritto e cantato, che le consentì di vincere Sanremo ma che alla lunga non lasciò il segno; Annalisa è invece rimasta in una terra di mezzo, saggiamente, e ciò dovrebbe giovarle. Sguardo rivolto al passato anche per Lorenzo Fragola, mentre più moderna, sia nel testo sia nella struttura complessiva, pare "Nessun grado di separazione" di Francesca Michielin. 
RUGGERI E STADIO, BRIO E ANNI OTTANTA - La bandiera del brio è tenuta alta soprattutto da Alessio Bernabei, la cui "Noi siamo infinito" è iper commerciale ma per questo può fare breccia in radio e nelle discoteche, e poi da Rocco Hunt che ha riletto e contaminato col rap alcuni stilemi di quella nuova musica napoletana portata ai massimi vertici creativi da Pino Daniele, Tullio De Piscopo  e altri loro seguaci. Ma anche Enrico Ruggeri è tuttora in grado di trascinare la platea, con un rock che però presenta anche una interessante riscoperta delle origini, con arrangiamenti e trovate musicali che riconducono a certa sua produzione anni Ottanta. 
A proposito di veterani, nell'incertissima lotta per il primo posto dovrebbero inserirsi senza difficoltà gli Stadio, per i quali vale in parte il discorso fatto per Rouge: la loro ballata "Un giorno mi dirai" è un felice compromesso fra lo stile che ne ha decretato il grande successo dagli anni Novanta in poi e alcuni elementi distintivi dei loro esordi, ad esempio quella coralità che in certi passi richiama vagamente brani come "Chiedi chi erano i Beatles". Riguardo ad Elio e Le Storie Tese, ribadisco: divertissement da cabaret o addirittura da piéce teatrale, la loro "Vincere l'odio", ma sarebbe ingiusto che una tale opera sbancasse il Festival; avrebbe avuto più senso, nell'86, un trionfo di Arbore, la cui "Il clarinetto" era sì ridanciana, ma comunque una canzone con tutti i crismi, rispettosa degli schemi.
TRE OTTIME NUOVE PROPOSTE - La gara dei giovani è parsa di buon livello, ma, ahimé, ciò non è garanzia assoluta di successo nelle charts, come ha dimostrato l'edizione 2015. Il vincitore Francesco Gabbani, Chiara Dello Iacovo ed Ermal Meta sono artisti perfettamente al passo con il pop contemporaneo, che i tre declinano in forme diverse ma ugualmente efficaci: più immediato Gabbani, più cantautorale  e minimalista Chiara, più ricercato negli arrangiamenti Ermal. Meritano il meglio, mentre per il "pasticciaccio votazioni" della sera precedente è stata adottata la soluzione più logica, fare esibire fuori concorso Miele, che ragionevolmente non poteva essere riammessa in gara, dal momento che la sua effimera qualificazione era stata causata da un malfunzionamento delle giurie, quindi di fatto non esisteva.
ARRIVA CRISTINA! - Sarò forse insensibile (ma... no, non credo di esserlo, suvvia!), e tuttavia il monologo di Enrico Brignano  sulla paternità non mi ha particolarmente colpito, l'ho trovato piuttosto banale e retorico; dell'attore romano preferisco, al momento, il registro comico. Virginia Raffaele ha ripescato Belen Rodriguez, uno dei suoi tormentoni, e l'ha cavalcato con perizia, con la consueta ciliegina sulla torta, rappresentata stavolta dal "paparazzo portatile". Chapeau. Eccellente la performance di Elisa, per la quale sono tuttavia costretto a ripetermi: i superbig come lei devono, prima o poi, tornare in concorso, basterebbero anche solo due vip di quel livello ogni anno per far salire di tono la gara. 
Visto che siamo in tema di superospiti, stasera ci sarà Cristina D'Avena, alla quale invece quel ruolo calza a pennello, anche perché difficilmente potrebbe essere inserita come concorrente in una tenzone di canzoni "adulte". Non so ancora cosa canterà: ognuno di noi, bambini degli anni Ottanta, vorrebbe sentire risuonare all'Ariston le proprie sigle preferite, nel mio caso sarebbe da sogno un poker "Canzone dei Puffi - Pollon - Piccole donne - L'incantevole Creamy", ma la sua produzione è sconfinata, moltissimi amano anche i pezzi che ha inciso nella seconda fase della sua carriera. Insomma, stasera forse molti di noi rimarranno delusi nel non poter ascoltare la sigla a cui più siamo affezionati, ma l'importante è che Cristina sia lì, perché lo merita e perché comunque ci emozionerà. 
PRONOSTICO IMPOSSIBILE - Stasera, dunque, finale thrilling, perché non si sa come l'Auditel parerà il colpo di Juventus - Napoli (ripeto: scelta sciagurata, quella della contemporaneità), e perché, soprattutto, c'è massima incertezza sull'esito della gara. Mi limito a un sestetto di papabili, in ordine sparso: Annalisa, Stadio, Arisa, Iurato - Caccamo, Patty Pravo, Elio. Outsider, in seconda fila: Noemi, Dolcenera, Fragola, Michielin, Hunt, Scanu. Come si vede, le nebbie non si sono diradate rispetto a quanto avevo scritto alla vigilia, il gruppone dei favoriti è sempre folto: ulteriore conferma del fatto che nessuno sia riuscito a emergere prepotentemente sui rivali. 

domenica 29 novembre 2015

VERSO SANREMO 2016: CHI ENTRERA' NEL CAST DEI BIG? PRONOSTICI, PREVISIONI, DESIDERI


L'ora X scatterà nel pomeriggio del 13 dicembre. Il palcoscenico sarà quello, ormai tradizionale, della domenicale "Arena" di Massimo Giletti, nel corso della quale Carlo Conti annuncerà il cast dei Big di Sanremo 2016, che, come avevo facilmente previsto poche settimane fa in questo post, sarà formato da venti partecipanti, in luogo dei diciotto inizialmente previsti. Terminata la faticosa selezione delle Nuove Proposte (oltre 650 i provini giunti alla commissione), il direttore artistico è ora alle prese col passaggio più delicato nell'allestimento della kermesse. Perché il leit motiv è sempre lo stesso: puoi tirar fuori dal cilindro tre o quattro giovani di buon livello (e la trasmissione di ieri sera, l'ho già scritto nell'articolo dedicato, dovrebbe aver raggiunto l'obiettivo), puoi impreziosire lo show con ospitate di prestigio, ma se non azzecchi il roster dei "campioni" la manifestazione è destinata a trapanare l'acqua. 
TORNARE DOPO UN SOLO ANNO - Anche quest'anno, come dodici mesi fa, le indiscrezioni latitano. Poco male: ancora una volta mi affido all'intuito e a criteri metodologici piuttosto solidi. Ho sempre sostenuto, ad esempio, che è assai importante, per indovinare almeno qualche nome, guardare ai cast delle più recenti edizioni. Ultimamente è accaduto che pochi cantanti abbiano deciso di tornare immediatamente in corsa: di solito ci si concede almeno un anno di pausa... festivaliera, per riordinare le idee, trovare nuove soluzioni artistiche o tentare altre vie promozionali. Per il 2016, però, qualche eccezione potrebbe esserci: è insistente la voce di un ritorno all'Ariston per Annalisa, gratificata di un ottimo piazzamento all'ultimo Festival (quarto posto) e di una buona resa commerciale del suo album "Splende", che anche qui su Note d'azzurro ho positivamente recensito. Potrebbe ricomparire Bianca Atzei, che a Sanremo 2015 non entusiasmò sul piano della performance, ma che ha vissuto un anno assai intenso, fra problemi di salute (fortunatamente superati), sostanziosa attività live e collaborazioni di rilievo (l'ultima con J-.Ax), e che, insomma, deve battere il ferro finché è caldo, per continuare la marcia verso la consacrazione. Personalmente, non mi sorprenderebbe nemmeno una sollecita ricomparsa di Lorenzo Fragola, che ha ben figurato nelle charts con la sua opera prima "1995" e che con un'altra partecipazione azzeccata completerebbe in tempi record la sua ascesa verso i vertici della canzone italiana. Spazio anche per i Dear Jack orfani del loro frontman Alessio Bernabei, il quale a sua volta avrebbe tutto sommato le carte in regola per presentare domanda da solista. 
ARISA, GIUSY, NOEMI E... - A proposito dei più recenti virgulti prodotti dai talent, è evidente che i The Kolors, vero fenomeno dell'anno che sta per chiudersi, si troverebbero la strada spianata se decidessero di convertirsi, anche una tantum, al canto in lingua italiana, mentre buone chances avrebbe sicuramente Briga, altro "Amico di Maria" già popolarissimo e reduce da una felice partecipazione al Coca Cola Summer Festival. Facile prevedere anche un tentativo da parte di Deborah Iurato e di Francesca Michielin, con quest'ultima che può ora inserire in curriculum i riusciti duetti con Fedez (soprattutto "Magnifico").
Tornando invece a gettare lo sguardo sugli ultimi Sanremo, dopo l'intermezzo da presentatrice potrebbe ricomparire Arisa, vincitrice nel 2014; più difficile, ma non impossibile, rivedere in lizza Francesco Renga, che proprio nel 2014 mancò in extremis una vittoria che molti (me compreso) davano per certa, ma che si rifece poi ampiamente con le vendite, tanto che ancora oggi sta godendo dei frutti dello strepitoso album pubblicato dopo quell'edizione, "Tempo reale"; le perplessità sulla sua candidatura riguardano proprio questa super esposizione recente, che potrebbe portare anche a un effetto saturazione, per scongiurare il quale l'ex Timoria dovrebbe trovarsi fra le mani un pezzo epocale. Si approssima una nuova incisione per la rossa Noemi, e allora quale vetrina migliore del Festivalone rivierasco per lanciarla in grande stile? E dovrebbe rivedersi anche Giusy Ferreri, che dopo anni sottotraccia può finalmente presentarsi in una posizione forte, da autentica vedette, grazie al travolgente successo canicolare di "Roma - Bangkok", in coppia con Baby K. Da non escludere neanche una nuova sortita di Francesco Sarcina.

                                Giusy Ferreri: la regina dell'estate non dovrebbe mancare

SPERANZE PER EMMA E CARBONI? - Sarebbe stato l'anno giusto per il ritorno in gara di Emma e dei Modà (separatamente), ma entrambi hanno appena pubblicato i loro nuovi album, che difficilmente faranno flop e non necessiteranno quindi di "rinforzini" promozionali: possibile tuttavia che almeno la grintosa cantante si sia riservata qualche brano extra da sottoporre al giudizio di Carlo Conti. E a proposito di cd freschi di stampa, peccato anche per Luca Carboni, che l'anchorman toscano avrebbe desiderato vedere in corsa all'Ariston, come ebbe a dichiarare in un'intervista rilasciata a Sorrisi e Canzoni TV l'estate scorsa. Senza farsi illusioni, per il cantautore del nuovo tormentone "Luca lo stesso" potrebbe valere lo stesso discorso accennato poc'anzi per Emma, ossia qualche composizione messa da parte al fine di utilizzarla in occasioni speciali... 
POKER DA SOGNO - E visto che parliamo di superbig, buttiamo là un poker di nomi che farebbero la fortuna del Festival: Giorgia sarebbe un colpaccio autentico, occasione per una trionfale rentrée dopo una prolungata pausa produttiva, ma anche per Alessandra Amoroso il momento non potrebbe essere più propizio, dopo che già l'anno scorso la sua partecipazione era stata data per probabilissima; e chissà che non si celebri finalmente il matrimonio fra Sanremo e Mario Biondi, ogni anno annunciato e mai consumato: l'onda lunga di "Love is a temple" andrebbe adeguatamente sfruttata. Infine, un trio che in tempi recenti ha incontrato vastissimi consensi di pubblico e critica: Niccolò Fabi - Max Gazzè - Daniele Silvestri. Perché no? Max è ora nei negozi con un cd nuovo di zecca, ma... 
GIOVANI RAMPANTI, DA ZIBBA A BENJI & FEDE - Da Sanremo 2013 potrebbero riemergere Simone Cristicchi (che però ultimamente pare più che altro preso dai suoi impegni teatrali) e Simona Molinari, oltre a quell'Antonio Maggio che vinse fra le Nuove Proposte per poi confermarsi con alcuni brani di buona presa ("Stanco" su tutti), ma che stranamente non è più riuscito a rimettere piede in Riviera. E parlando di giovani in rampa di lancio, c'è l'ottimo Zibba che ben figurò due anni fa, c'è Renzo Rubino che vanta già un'esperienza (forse prematura) fra i big, proprio nel 2014, quando lottò fino all'ultimo per la vittoria, c'è Erica Mou che dopo il debutto festivaliero del 2012 ha intrapreso una intensa attività artistica ma alla quale manca ancora l'affermazione ad altissimo livello. Senza dimenticare una Levante dalla modernissima vena creativa e i nuovi fenomeni delle hit parade, Benji & Fede. Discorso delicato per Giovanni Caccamo, che dopo l'affermazione sanremese non ha sfondato, ma è comunque un'opzione da considerare.

                                    Arisa: probabile ritorno due anni dopo "Controvento"

CHI RITORNA: DOLCENERA, NEFFA... - Nonostante un album sofferto e di lunga gestazione uscito da pochi mesi ("Le stelle non tremano"), non mi stupirei di trovare nel listone definitivo la bravissima Dolcenera, e chissà che non venga fuori con qualcosa di nuovo anche Gigi d'Alessio, che non calca il palcoscenico ligure dal 2012 e che sarebbe di certo uno dei nomi di richiamo della manifestazione. Ritorni graditi dopo un'assenza un po' troppo prolungata potrebbero essere quelli di Fabrizio Moro, che ha recentemente intrapreso un percorso un po' impegnato ma che si è detto non contrario aprioristicamente alla partecipazione a Sanremo (che del resto gli ha dato tantissimo, indirizzando verso il successo una carriera che ha avuto un decollo laborioso), degli Zero Assoluto (visti di recente in un bel live su Italia Uno), del sottovalutato Neffa, fra i più ascoltati nella stagione calda con "Sigarette", nonché di Samuele Bersani, dei Negrita e dei Subsonica, gli ultimi quattro tutti fra i "desiderata" di Carlo Conti secondo l'intervista prima citata, nella quale parlò anche di Fabri Fibra. Fra i nomi meno à la page ma di gran spessore, non sarebbe male vedere in lizza Niccolò Agliardi, che ha avuto mesi fa un notevole exploit "mainstream" con la sigla di "Braccialetti rossi". 
MONDO RAP - A proposito dell'universo rap, che in questi anni di boom non può mancare all'Ariston, nomi papabili potrebbero essere quelli di Emis Killa, per rinverdire i fasti del tormentone 2014 "Maracanà", di Marrakash e di Guè Pequeno, mentre Rocco Hunt ha appena pubblicato il nuovo disco, ma anche in questo caso mai dire mai. Magari ci riproverà Clementino, dopo la delusione del 2015. Ancora talent: ringalluzzito dal buon esito del singolo "Ho scelto di no", che lo ha proposto in veste più matura, avrebbe buone chances Marco Carta, ed è lecito attendersi qualche sorpresa anche da Valerio Scanu, trionfatore a "Tale e quale show".
GRANDI NOMI DEL PASSATO - Capitolo veterani: Carlo Conti ha avuto, l'anno scorso, il merito di volgere lo sguardo verso i big anni Ottanta e Novanta, troppo spesso lasciati da parte in passato a vantaggio di  reduci dei decenni precedenti che avevano ormai ben poco da dire. Massimo Di Cataldo, Paolo Vallesi, Mietta, Mariella Nava e Alexia sono nomi sempre plausibili, come quelli di Marina Rei, Amedeo Minghi, Syria, Enrico Ruggeri, Stadio, Luca Barbarossa e Paola Turci; andando sul.. difficile si potrebbe invece pensare a personaggi fuori dal giro commerciale come Eduardo De Crescenzo, Alberto Fortis e Alice, e chissà che non decida di scendere di nuovo in pista Michele Zarrillo, dopo essersi lasciato alle spalle il dramma dell'infarto. Si è parlato insistentemente anche di Cristina D'Avena: non pare affatto una boutade, e di certo si tratta di una cantante che avrebbe tutti i titoli per calcare il palco più impegnativo della musica italiana da protagonista, per doti artistiche, riscontri di mercato e una popolarità che non conosce cedimenti, nonostante sia in pista fin dai tempi della "Canzone dei Puffi", e parliamo del tardo 1982!
Andando più indietro nel tempo, c'è l'ennesimo tentativo di Don Backy, e ci prova anche Umberto Napolitano, fedelissimo sanremese negli anni bui (tre partecipazioni fra il '77 e l'81) e deciso a tornare alla ribalta con l'entusiasmo di un ragazzino: sarà durissima, ma merita tutto l'appoggio possibile. Un significativo coup de théatre sarebbe rappresentato dal nome di Fiorella Mannoia.
GLI STRANIERI - Infine: ci sarà anche nel 2016 una casella libera per gli stranieri? Dopo l'esperienza di Lara Fabian dodici mesi fa, si andrebbe sul sicuro puntando su un Tony Hadley o su un Michael Bolton, o anche su Anggun o, perché no, gli Jarabe de palo; ma se si volesse far saltare il banco perché non provarci con Anastacia, di recente esibitasi in Italia?  Di certo c'è che, sulla base di tutti questi nomi, potrebbe venir fuori un cast molto al femminile, ma è una di quelle previsioni destinate a procurare solenni brutte figure a chi le formula. Anche perché, va sempre ricordato, alla fine della selezione spunta sempre fuori qualche personaggio che le indiscrezioni avevano totalmente ignorato. In campana! 

giovedì 31 ottobre 2013

L'INCANTEVOLE CREAMY HA TRENT'ANNI: STORIA E ANALISI DI UN ANIME FRA I PIU' AMATI DI SEMPRE

                                                                  Creamy e Yu

Trent'anni di Creamy. Trent'anni di dolcezza infinita, di canzoni d'amore, di sogni, di magia, di fantasia a briglie sciolte. Trent'anni: era il 1983, e in Giappone andava in onda la prima delle 52 puntate de "L'incantevole Creamy", una serie a cartoni che avrebbe lasciato un segno indelebile nell'immaginario e nel cuore di più di una generazione, tanto che ancora oggi risulta essere uno degli anime più amati e popolari nel mondo intero. Per questo, il trentennale è stato un vero e proprio evento, celebrato con la dovuta attenzione anche in Italia: il momento clou a Roma, al Festival del fumetto Romics, che ha ospitato la character designer Akemi Takada, l'ideatrice dell'opera. L'emittente tv Boing, dal canto suo, dopo un primo assaggio a luglio, quando ripropose le prime tre puntate, ha appena finito di trasmettere l'intera serie (si fa per dire, visto che in questa replica sono "spariti" ben dieci episodi...). 
CREAMY QUAND'ERO BAMBINO - Per me è stata comunque un'occasione imperdibile. Creamy, nel nostro Paese, arrivò circa due anni dopo il debutto in patria: era l'inizio di febbraio del 1985. Io faccio parte di quella che si può considerare "la generazione degli anime", tutti quei ragazzi nati negli anni Settanta che hanno trascorso ore e ore della loro infanzia a fare scorpacciate di cartoni giapponesi, all'epoca trasmessi dalle tv italiane in quantità industriale. Vidi, dunque, anche l'affascinante e immaginifica storia della piccola Yu Morisawa, ma non con l'attenzione e con la partecipazione che avevo dedicato in precedenza ad altre serie da me amatissime, su tutte "Conan il ragazzo del futuro". Non perché Creamy non mi piacesse: semplicemente i miei gusti, le mie passioni, erano in via di cambiamento. Avevo scoperto la musica leggera, di lì a poco mi sarei innamorato del calcio, e i cartoni stavano lentamente passando in secondo piano. In realtà, l'amore per l'animazione giapponese si era solo assopito: si sarebbe risvegliato, prepotentemente, a metà dei Novanta, da allora non si è più spento e, anzi, tramite Internet mi ha fatto entrare in contatto con altri cultori del genere, molti dei quali conosciuti poi di persona, con la nascita di amicizie autentiche, soprattutto attraverso il forum di PollonZ. Ma questa è un'altra (bella) storia...  
CON LO SPIRITO DELL'85 - Per tutto questo, l'ultima replica di Creamy è caduta a fagiolo: mi sono impegnato a seguire tutta la serie immergendomi nella visione con lo spirito di quell'inverno '85, con lo stesso fanciullesco, genuino entusiasmo che mi consentiva di emozionarmi davanti a quelle storie provenienti dal lontano Oriente. Credo di esserci riuscito, tutto sommato, e ho capito molte cose: ho capito, principalmente, perché questa serie sia diventata un evergreen, conquistandosi un angolo fisso nella memoria di tanti miei coetanei. Ho persino rimpianto l'occasione perduta, il non aver potuto, ai tempi della prima messa in onda, condividere appieno con compagni di scuola e amichetti la "febbre" per questo cartone, il discuterne assieme, lo scambiarsi le figurine dell'album Panini ad esso dedicato... 
LA STORIA - "L'incantevole Creamy" racconta la storia di Yu Morisawa, una bambina dalla curiosa capigliatura color blu, ragazzina vivace e sognatrice, che un giorno scorge nel cielo, unica persona sulla Terra, una misteriosa arca celeste. E' un vascello proveniente dalla Stella Piumata, un pianeta dominato dalla fantasia, popolato di creature immaginifiche. Pinopino, folletto "portavoce" del pianeta, "preleva" Yu e la porta sull'arca:  le confida che il suo "avvistamento" ha salvato la nave da una tempesta di sogni, aiutandola a ritrovare la rotta, e come ricompensa dona alla bambina dei poteri magici: attraverso un medaglione fatato, potrà, recitando la formula "Pimpulu pampulu parimpampù", trasformarsi in Creamy, ragazza di 16 anni fascinosa, dolce e buona, con voce da usignolo e piglio da showgirl, che in breve diventerà una pop star di fama mondiale.
I poteri del medaglione dureranno però solo un anno, al termine del quale Creamy svanirà e Yu tornerà alla sua normale vita. Per vegliare su Yu - Creamy e darle sostegno nei momenti di difficoltà, Pinopino le affianca due abitanti della Stella Piumata, Posi e Nega, che assumono le sembianze di due minuscoli gattini e diverranno inseparabili compagni di vita e di avventure della piccola.
FAVOLA CONTEMPORANEA - "L'incantevole Creamy" è una favola dai contorni tradizionali innestata in una cornice contemporanea. In essa, la dimensione immaginifica e sovrannaturale non è in primo piano, ma va a sovrapporsi alla realtà, sotto forma di frequenti parentesi che vanno a interrompere il normale scorrere delle cose terrene. La dicotomia fra vita autentica e scorci favolistici risulta così a volte stridente, addirittura spiazzante per uno spettatore adulto che, come me, riscopre la serie in un tempo lontano dall'infanzia: non è in effetti facile digerire la comparsa di foreste incantate, di cervi volanti, di bizzarri fantasmi, di angeli che hanno smarrito la strada, tutti elementi catapultati nella banale routine di un microcosmo totalmente "reale", concreto, di una città popolata di ragazzini che vanno a scuola, di adulti che sbarcano il lunario gestendo un chiosco di crépes (i genitori di Yu) e di una casa di produzione discografica impegnata a valorizzare i propri talenti.
Proprio questa convivenza e commistione fra realtà e irrealtà è limite ma anche forza della serie: limite, perché la vicenda sembra a volte barcamenarsi in un "vorrei ma forse è meglio di no", nel desiderio di sconfinare definitivamente in una sorta di "Paese delle Meraviglie" in versione anni Ottanta, in una favola tout court, senza trovarne fino in fondo il coraggio e rimanendo così a metà strada, in un "ibrido" narrativo; forza, perché volare sulle ali della fantasia, lasciarsi andare all'immaginazione più sfrenata senza perdere il contatto con la quotidianità, rappresenta da sempre l'unica strada lecita per affrontare con spirito positivo le difficoltà dell'esistenza.

                                                La sigla italiana della serie

LA FORZA DELLA SERIE - La morale di "Creamy" è in fondo tutta qui, non dissimile dagli insegnamenti che ci hanno lasciato tanti anime jap dell'epoca: il mondo e l'umanità si possono salvare dalla deriva (pratica e morale) con un ritorno alla "purezza bambina", e questa purezza è fatta anche della capacità di sognare, di alimentare l'immaginazione, di affrontare ogni cosa con più leggerezza. Proprio come fa Yu. Dopodiché, la serie ha funzionato e funziona tuttora perché, nonostante i suddetti voli di fantasia, è saldamente ancorata alla realtà dell'epoca, alla vita quotidiana dei giovanissimi: ci sono le prime cotte pre adolescenziali, con tutte le problematiche connesse: la piccola Yu che si innamora di un ragazzo un po' più grande, l'amico d'infanzia Toshio, il quale per lungo tempo la snobba, avendo occhi solo per l'alter ego di lei, la cantante Creamy; e il terzo incomodo, il tenero Midori che, sopraffatto dalla propria timidezza e da un fisico non proprio scultoreo, non riuscirà mai a far breccia nel cuore dell'amatissima ragazzina dai capelli blu. E poi c'è uno scorcio emblematico dell'industria discografica contemporanea, le cui dinamiche sono tratteggiate con estremo realismo (frenetica attività promozionale, rivalità fra cantanti, il fanatismo che circonda certi divi...).
POPSTAR DELLA PORTA ACCANTO - Con straordinaria preveggenza, la serie sembra anticipare, per certi versi, i cambiamenti del mondo della musica leggera concretizzatisi nel ventunesimo secolo. Fateci caso: la carriera di Creamy ha molto in comune con quelle degli odierni prodotti dei talent (il che, per inciso, non deve essere inteso in accezione negativa, poiché da queste trasmissioni sono usciti artisti di valore assoluto): la giovane viene pescata per strada dal direttore della "Parthenon production", folgorato dalla sua bellezza (il famigerato "look" che già negli eighties aveva assunto un ruolo preponderante nella promozione dei cantanti), e lanciata allo sbaraglio senza gavetta; si rende poi protagonista di un'ascesa rapida e folgorante, un anno intensissimo costellato di clamorosi successi discografici (nella serie si ascoltano almeno tre singoli "da hit parade", interpretati mirabilmente, nella versione italiana, da una Cristina D'Avena giovane ma già sulla cresta dell'onda), un intero percorso artistico che si consuma in soli dodici mesi, anche se, nel caso specifico, il ritiro dalle scene di Creamy è dovuto, come detto, all'esaurimento dei poteri magici, e non certo a una sua minor presa sul pubblico...
COMPLETO - E ancora, si diceva del look: Creamy sa abbinare abbigliamento e make up glamour a una generale sobrietà di comportamento, a dolcezza di carattere e disponibilità nei confronti dei fans: una teen idol ideale, fatta su misura per piacere ai ragazzini e anche ai loro genitori, un misto fra popstar e ragazza della porta accanto. Tutti questi elementi, e altri che probabilmente non sono stato in grado di cogliere, hanno fatto di Creamy un fenomeno transgenerazionale: l'hanno amata all'epoca e continuano ad amarla in tanti, qualcuno fin da quel 1985, altri "catturati" strada facendo dal fascino di una serie e di un personaggio che hanno, in definitiva, il pregio della completezza: sono completi perché antichi e moderni, immersi nell'attualità ma sempre pronti a balzare in un mondo fatato.
Fantasia, musica di facile presa, sentimento e ironia, tenuti insieme da una storia coinvolgente e da un design azzeccato. Tutto questo e molto di più è stata ed è la dolcissima Creamy Mami. Piccole annotazioni di chiusura: da brividi autentici soprattutto due puntate, quella del dolce di San Valentino in cui Yu "illustra" con chiarezza ciò che prova per Toshio anche grazie a una serie di flashback sulla sua infanzia, e lo struggente concerto di addio, sotto la pioggia, in mezzo a effetti speciali straordinari, gli ultimi fuochi dei poteri magici ricevuti in dono dalla Stella Piumata. E ancora, la sigla, anch'essa cantata da Cristina D'Avena, nel suo piccolo un mirabile saggio di discodance italiana anni Ottanta, soprattutto nell'intro.