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mercoledì 8 giugno 2022

NAZIONALE RIVITALIZZATA DAI GRANDI ESCLUSI DI EURO 2020: CALABRIA, PELLEGRINI E POLITANO SUGLI SCUDI. ED E' UN'ITALIA "ROMANISTA"

 Nella mia ingenuità, rimango convinto che un'opera di ricostruzione azzurra come quella appena iniziata debba coinvolgere tutti, proprio tutti, dal vertice federale all'ultimo dei tifosi. Perché la Nazionale è il cardine di un movimento sportivo e cartina di tornasole del suo grado di sviluppo (o sottosviluppo). Riguardo ai tifosi, ho ormai perso qualsiasi speranza (quanto infantile accanimento, dopo Italia-Argentina, che squallida corsa alla denigrazione e all'insulto), ma un ruolo decisivo dovrebbe averlo anche l'apparato informativo, e qui cadono le braccia. Si invitano gli organi di stampa ad avere meno trasporto per le bufale d'oltrefrontiera e più attenzione per il vivaio nostrano, e loro interpretano la supplica con mentalità da seconda elementare: Gnonto azzecca un cross vincente al debutto in rappresentativa e diventa il possibile Messi italiano. Non contenti di aver contribuito, con la loro pressione, a frenare la crescita di Lucca, da possibile salvatore della patria nell'autunno scorso a mediocre protagonista cadetto, tentano ora di ripetersi rovinando la punta del Basilea, che in effetti ieri, a Cesena, ha commesso errori persino clamorosi nei sedici metri finali, pur non lesinando corsa e impegno. 

E' la stessa stampa, del resto, che parla di vittoria contro una modesta Ungheria: gli stessi magiari che sabato avevano battuto l'Inghilterra, e che all'Euro 2020 avevano fermato sul pari Francia e Germania. Che scarse, che modeste Inghilterra, Francia e Germania... Ah no, questo non si può dire, giusto? Peraltro, il vizio di diminuire sistematicamente i meriti azzurri, riducendone gli avversari a mere comparse, mi preoccupa un po' meno, anzi mi conforta: è il modus operandi adottato da molti osservatori, professionisti e non, nei tre anni che hanno condotto al trionfo continentale, e quindi è foriero di grandi soddisfazioni nel medio-lungo periodo. 

GIOVANI E ALTERNATIVE: CI SONO - Questa lunga premessa per dire che, ancora una volta, il Club Italia deve far da sé, contro tutto e contro tutti. Nessun vero programma di riforme è all'orizzonte da parte di chi comanda, bisognerà per il momento accontentarsi dei mal tollerati stage per ragazzi di interesse nazionale, comunque meglio di niente, se consentono di allargare in tempi rapidi il bacino di azzurrabili come in effetti sta avvenendo. Perché al di là degli impacci incontrati ieri, Gnonto è ormai parte del gruppo, va atteso e svezzato, e fra Germania e Ungheria hanno assaggiato il campo Cancellieri e Zerbin, oltre a chi già era in anticamera come Dimarco, Pobega e Ricci. 

Bene, molto bene così: era anche questo che chiedevo disperatamente, da Svizzera-Italia di settembre in poi. Ossia rinnovamento profondo muovendosi lungo due direttive: dare il cambio agli stanchi titolarissimi e campionissimi, attingendo alle nutrite retrovie già sperimentate dal Mancio nel suo primo triennio, e scandagliare la Penisola e l'Europa alla ricerca di nuovi prospetti da inserire subito nel giro, dando loro fiducia prima ancora che lo facciano i club di appartenenza. E' l'unica via al momento percorribile, certo rischiosa, ma che il cittì ha dimostrato ampiamente di saper battere con buoni risultati. Certo, dopo Euro 2021 l'ha intrapresa con colpevole ritardo, un ritardo che ci ha fatto perdere una qualificazione Mondiale ampiamente alla portata, e questo non va dimenticato. 

IL TRIONFO DEGLI "ESCLUSI EUROPEI" - Il match di Cesena ha dimostrato la bontà del lavoro di selezione attuato in questi anni dal trainer. Fra i protagonisti del successo sui danubiani ci sono stati Calabria, Lorenzo Pellegrini e Politano, tre che per un nonnulla sono rimasti fuori dal gruppo dei 26 per l'Euro. La conferma che non è vero che siamo di fronte a un deserto di talento. Pensate: avevamo perfino i ricambi per rinfrescare sollecitamente la squadra totem di Wembley, sol che si fossero lasciati da parte i debiti di riconoscenza (che il cittì continua a negare, ma di quello si è trattato). Il terzino neocampione d'Italia è stato molto utile soprattutto in fase di copertura, senza negarsi alcuni sganciamenti, mentre sull'altro versante Spinazzola, coi limiti di autonomia dovuti alla sosta di un anno, ha ripreso a scorrazzare in avanti, a triangolare coi compagni, ad aprire spazi e creare alternative al gioco d'attacco: elemento chiave nel definitivo decollo della prima Azzurra manciniana, la sua assenza è stata esiziale nel tremendo finale delle eliminatorie iridate. Intanto, nell'attesa di riacquisire piena e totale efficienza fisica, ha trovato comunque il modo di incidere sull'esito della gara scodellando il cross da cui è nato l'1-0 di Barella.

PELLEGRINI NUOVO UOMO CHIAVE - Pellegrini è uomo di forma e sostanza: costruisce, rifinisce (sapiente velo a favorire la sventola vincente di Barella) e va al tiro; un gol a Bologna, un altro a Cesena, con in più un eccesso di altruismo a servire in mezzo all'area Gnonto, poi fattosi anticipare, quando avrebbe potuto tranquillamente battere direttamente a rete. Dettagli, certo, che però potrebbero pesare nei confronti con compagini più dotate, quando occorre concretezza assoluta. Però è un fatto che, al momento, l'eclettico romanista sia elemento imprescindibile dalla cintola in su. E, si diceva, ottimo impatto anche per Politano, che ha splendidamente saltato l'uomo sulla destra mettendo proprio Pellegrini nelle condizioni di piazzare il 2-0, e in avvio di ripresa ha colpito la traversa con una staffilata da fuori dopo lunga progressione. Proprio nella mezz'ora a cavallo fra i due tempi si sono rivisti sprazzi della migliore Italia marca Bobby gol, rapida, precisa nel palleggio, ficcante, ancorché a tratti priva di killer instinct in avanti (caratteristica che accompagnò a lungo la Selezione nella fase post disastro 2018, se ben ricordate). Ha funzionato alla perfezione perfino la rischiosissima costruzione dal basso, attuata senza sbavature.

OCCASIONI MANCATE - In effetti, l'Italia avrebbe potuto e dovuto chiudere il match con uno scarto di reti più ampio: oltre alle due segnature e alle due citate occasioni mancate da Gnonto e Politano, ci sono stati altri "quasi gol", a partire dal salvataggio di Dibusz su inzuccata di Mancini, una carambola in area con Barella che ha mancato il tocco decisivo davanti al portiere, e un piattone di Locatelli da buona posizione neutralizzato a terra dal numero uno magiaro. Per gli ospiti, da segnalare due buoni tentativi di Szallai e altrettante efficaci risposte di Donnarumma;  i ragazzi di Marco Rossi, però, sono stati rimessi in corsa solo da un'autorete di Mancini: può capitare e macchia solo in parte la buona prova del romanista, che con Bastoni ha saldato egregiamente la terza linea, facendo sembrare inoffensivi coloro che, solo pochi giorni fa, hanno castigato i sudditi di Elisabetta. 

AZZURRI... GIALLOROSSI - E già, è un'Italia molto romanista, in questo momento: visto quanto vale un trionfo europeo col club, anche se ottenuto nella coppa ultima arrivata, la Conference? Dà autostima e personalità. Detto delle buone/ottime prove di Spina, Mancini e Pellegrini, da rilevare anche il cospicuo contributo di Cristante, prezioso collante  e uomo d'ordine nel mezzo, un ragazzo che sta raggiungendo la piena maturità pur se poco considerato dai media (ma forse è un bene, visti i danni giornalistici di cui si è detto in apertura). Dolenti note? Poche, nella circostanza: Gnonto, come detto, si è "sbattuto" ma ha parzialmente deluso, al di là degli errori di tocco in area. Deve meglio inserirsi nei meccanismi offensivi e giocare con meno foga e più sapienza. Sapienza mostrata da Raspadori, che ha lavorato di cesello, in appoggio ai compagni d'attacco, ma deve assolutamente accentuare il suo peso in fase conclusiva, perché, anche dopo una serata positiva come quella in Romagna, continuiamo a registrare la latitanza dei gol delle  punte pure, ed è un problema che prima o poi andrà risolto anche, come avevo scritto settimana scorsa, non lasciando nel dimenticatoio Immobile. Infine, da Locatelli, subentrato a gara in corso, continuo ad aspettarmi qualcosa di più dell'oscuro contributo da mediano, perché ha i piedi per costruire e tirare, e i tempi di inserimento per offrire un'opzione offensiva in più. 

ROVESCI POSSIBILI - In tutto questo, un punto deve rimanere ben chiaro: si sta ricostruendo, non era tutto nero dopo Wembley (quante lacrime amare piante per una amichevole di prestigio, perché questo era, e per una coppetta di inesistente valore storico), non è tutto roseo ora, ci mancherebbe, e quando si deve reimpostare una Nazionale possono arrivare anche rovesci dolorosissimi, fra un esperimento e l'altro. Ricordiamocelo, perché andremo a chiudere questa soffertissima e amara stagione con due trasferte quasi proibitive, in Inghilterra e in Germania: ma qualche seme è stato comunque gettato, e le basi, pur esigue, ci sono per guardare al medio termine con più ottimismo di quello dei tristi tifosi da tastiera. 

martedì 11 settembre 2018

NATIONS LEAGUE: ITALIA ALL'ANNO ZERO DOPO IL KO IN PORTOGALLO. SI SALVANO SOLO DONNARUMMA, CALDARA E ROMAGNOLI


Mettiamola così: la difesa parrebbe (grosso modo) a posto almeno in tre elementi su cinque, il centrocampo è inesistente, l'attacco velleitario e inconsistente. Ci troviamo dunque quasi a un terzo del lavoro di ricostruzione della Nazionale. Non male, dopo appena cinque gare della gestione Mancini. C'è un pizzico di amaro sarcasmo in queste parole, lo ammetto, ma anche un fondo di verità. Perché, al punto in cui siamo, bisogna accontentarsi dei piccoli passi, dei progressi quasi impercettibili che, partita dopo partita, emergono dal grigiore di prestazioni globalmente insufficienti. Siamo all'anno zero, inutile negarlo. Il Club Italia è nel mezzo del tunnel, ben lontano dall'uscita. Ripropongo il paragone, azzardato nel precedente post, con l'era Bernardini (la più ardita, rivoluzionaria e fruttuosa rivoluzione azzurra che si ricordi) e col "buco nero" di risultati seguito alla mancata ammissione al Mondiale '58. Cosa vuol dire? Vuol dire che, salvo improbabili impennate, ci attende una lunga fase interlocutoria, con la Nazionale in "laboratorio" o, come scritto sabato, in bacino di carenaggio. 
SCONFITTE PER MATURARE - Delle difficoltà cui deve far fronte Bobby Gol per affrontare questa delicatissima congiuntura abbiamo già detto: aggiungiamoci la necessità di sperimentare e far ruotare uomini, alla ricerca della formula giusta, nel bel mezzo di un torneo ufficiale che prevede addirittura la retrocessione in una "Serie B" europea, eventualità niente affatto remota, per noi, dal basso del nostro unico punticino in due incontri. La Nations League, han detto tutti, è nata soprattutto per ridurre al minimo le amichevoli, considerate perlopiù inutili. E invece proprio di amichevoli, dei cari vecchi test match di una volta, avrebbe bisogno oggi questa squadra senza identità, per rigenerarsi gradualmente, riacquistare coraggio, assumere una certa quadratura, trovare un blocco fisso attorno al quale ruotare di volta in volta le restanti pedine. Ma tant'è, nulla ci si può fare, e allora prepariamoci a inanellare sconfitte ed esperienza, come la pallida Azzurra del '74/75, quella di Fuffo, per l'appunto: un'Italia nuova di zecca che inevitabilmente fallì la qualificazione agli Europei '76, sciorinò prestazioni sconcertanti quanto quelle attuali, ma lanciò giovanotti come Gentile, Rocca, Antognoni e Graziani, bollati da implacabili giudizi critici come elementi non all'altezza del glorioso passato della rappresentativa. Consultare gli archivi online dei quotidiani per credere. 
DA BROCCHI A CAMPIONI? - Nessun paragone irriverente, da parte mia, fra quei super atleti e gli spauriti nazionali d'oggidì, beninteso. Era solo per dire che anche fuoriclasse di statura internazionale, molti dei quali destinati al trionfo mondiale dell'82, hanno avuto esordi balbettanti, tanto da sembrare pallide controfigure di campioni. È l'unica luce di ottimismo in mezzo a tanto grigiore. Forse alla fine rimarrò solo a urlare che queste nostre nuove leve non sono così scarse come sembrano, ma ne sono convinto, così come sono convinto che il problema vero sia un altro, cioè l'impossibilità, per l'ultima covata azzurra, di maturare minutaggio nelle sfide di alto ed altissimo livello. Perché non si diventa brocchi dopo aver furoreggiato in tutte le selezioni giovanili (ci può essere semmai una crisi di crescita, un ritardo nella maturazione), non si può esser brocchi se, prima di far fiasco nella Maggiore, si gioca alla grande col club (un esempio per tutti, il Cristante dell'anno passato, per non parlare del Jorginho delle ultime stagioni, o del Verratti del Paris Saint Germain). Ci sono, probabilmente, anche problemi di adattamento tattico, per via delle differenze fra i ruoli ricoperti nelle società di appartenenza e quelli assegnati in Nazionale, ma anche questo è un tributo da pagare alla fase sperimentale avviata dal nuovo cittì, da non prolungare però oltre il dovuto.
DALLA DIFESA LE NOTE POSITIVE - Pazienza ci vuole, tanta pazienza, lo ripeterò fino alla noia. La Nazionale italiana, quella vera, quella con le quattro stelle, al momento non c'è, né potrebbe essere altrimenti dopo lo schiaffo mondiale e dopo il depauperamento del vivaio degli ultimi due lustri. È in corso un casting dagli esiti incerti, ma il Mancio ha del buon materiale: deve solo far quadrare il cerchio. Fosse facile... Guardiamo allora, come detto all'inizio, alle cose da salvare, perché un'analisi del rendimento complessivo della squadra al Da Luz sarebbe sconfortante. Il commento è presto fatto: qualche sporadico lampo, qualche manovra di discreta fattura nella prima frazione (ma le migliori occasioni per i portoghesi), il nulla o quasi nella ripresa, con Andrè Silva a siglare il gol della giusta vittoria rossoverde. Di buono, da parte nostra, c'è stata la conferma ad alti livelli di Donnarumma, con una prestazione anche più convincente rispetto a quella, già positiva, di Bologna. Davanti a lui, Caldara e Romagnoli, pur fra qualche sbavatura, hanno mostrato discreta sicurezza e buon tempismo, chiudendo molte delle falle che si sono aperte davanti alla difesa. Da promuovere, il duo centrale, anche perché chiamato a un compito improbo, com'era capitato ai veterani Bonucci e Chiellini contro la Polonia: esposti a tutte le intemperie da un centrocampo che non filtra, non rilancia, non costruisce. 
SENZA CENTROCAMPO, CONDANNATI ALLA MEDIOCRITÀ - È lì, nella zona nevralgica, il vero dramma dell'Italia, ciò che la pone a distanza siderale dalle migliori espressioni del calcio continentale (lasciamo stare il resto del mondo, per il momento...). In queste prime due uscite stagionali, il reparto si è sciolto come neve al sole: dai citati Jorginho e Cristante a Pellegrini e Bonaventura, fino a Gagliardini, nessuno si è espresso a livelli accettabili. Non si tratta di fuoriclasse, ma di buoni giocatori che hanno in canna colpi sicuramente migliori del pochissimo fin qui mostrato con la casacca tricolore. Palle perse, banali errori di tocco, poche idee, corse a vuoto: è chiaro che su queste basi non si può costruire un gioco plausibile, un complesso compatto e ordinato. Il male azzurro è lì, ben più che in un attacco asfittico.
ATTACCO, QUESTO SCONOSCIUTO - Certo la prima linea non è esente da colpe: manca totalmente di forza penetrativa. In 180 minuti fra Immobile, Belotti, Balotelli e Zaza nessuno si è mai preso la responsabilità della conclusione, del tentativo anche ardito: nel primo tempo i nostri sono anche giunti pericolosamente in area con alcune belle trame in velocità, ma nei sedici metri hanno tentennato, temporeggiato, ceduto il pallone alla ricerca di soluzioni migliori che non esistevano, consentendo alla difesa di casa di piazzarsi con modesto affanno. Quante vere occasioni ci sono state, per i nostri, ieri sera, intendo di quelle che ti fanno gridare al "quasi gol"? La risposta è imbarazzante: potrei metterci il colpo di testa di Zaza nel finale, e poi? 
PROBLEMI ANCHE SULLE FASCE - L'unico a tentare sempre il tiro, a conferma della sua visione "verticale" del campo di cui ho già più volte scritto, è Chiesa junior, incappato però in una serata di scarsa vena, con una conclusione centrale e una ciabattata: ma almeno ci ha provato, senza esitare. A questo siamo ridotti: a plaudire ai tentativi... Dopodiché, lo ripeto, una prima linea, per essere efficiente, ha anche bisogno di una rampa di lancio dietro di sé, e questa Italia al momento non ce l'ha. Latita pure una figura di gioco che sarebbe fondamentale per ampliare il ventaglio di soluzioni offensive e portarci più frequentemente in zona pericolosa, ossia la spinta sulle fasce: Zappacosta e Biraghi a Bologna erano stati troppo timidi, non hanno fatto meglio a Lisbona Lazzari, che ha alternato qualche discreta incursione a troppi blackout soprattutto in fase di contenimento, e Criscito, assai frenato in propulsione e spesso falloso dietro (c'era probabilmente il rigore su Pizzi). 
ULTIMI ESPERIMENTI E POI UN UNDICI BASE - In sintesi: ripartiamo da Donnarumma, Caldara e Romagnoli, aggiungiamoci Bernardeschi e Chiesa visti su buoni standard coi polacchi. Il resto è da inventare. Ci sono ancora ragazzi da sperimentare, i nomi li ho fatti nel precedente post, e gente come Barella, Benassi, Mandragora e Cutrone non potrà fare anticamera ancora a lungo. Sussiste poi la fondata speranza che a ottobre cresca la condizione atletica, tradizionale tallone d'Achille azzurro in settembre e più che mai vitale per una compagine come la nostra, senza picchi di classe a cui aggrapparsi nei momenti no. Li si provi, dunque, dopodiché occorrerà cominciare a tirare le somme, creare uno zoccolo duro e mettere minuti, minuti, minuti di calcio internazionale nelle gambe dei prescelti. Cambiare nove undicesimi di formazione a quattro giorni di distanza lo si può fare adesso, con i conseguenti scompensi, ma le gerarchie andranno chiarite al più presto. 

sabato 8 settembre 2018

NATIONS LEAGUE: LA NUOVA ITALIA ANCORA NON È NATA. BUONE NUOVE DA BERNARDESCHI E CHIESA


No, ancora non ci siamo. E del resto era prevedibile. Non si supera con disinvoltura un evento sportivamente drammatico come quello di poco più di un anno fa. Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali, vergogna inaccettabile per un movimento calcistico fra i più prestigiosi del globo, sui campi italiani si è ripreso a giocare quasi come se nulla fosse, si è tornati ad occuparsi delle faccenduole dei club, del mercato, delle schermaglie politiche in Federazione. Tutto è proseguito secondo il solito tran tran, mentre si sarebbe dovuto approntare un organico piano di emergenza per superare il momento storicamente più delicato del nostro football. 
Invece, la stagione è cominciata all'insegna dei soliti problemi, anzi, peggio. Bene ha fatto il cittì Mancini a sottolineare il minutaggio sempre più ridotto a disposizione dei calciatori di casa nostra, bene ha fatto a diramare una lista di convocati fra le più rivoluzionarie di sempre, nel non nascosto tentativo di "forzare la mano" ai colleghi della Serie A. Forzare la mano: anche se non è elegante citarsi (ma chi se ne frega...), è un ragionamento che feci qui sul blog in tempi assolutamente non sospetti, sia dopo Euro 2012 (quando alla guida della Nazionale c'era un Prandelli ben disposto verso le nuove leve, al punto di convocare gente come Perin e De Sciglio che avevano poca o nulla esperienza in campionato), sia agli albori dell'era Ventura. Allora come oggi, si trattava di mettere i tecnici dei club di fronte al fatto compiuto, chiamando e facendo giocare emergenti di valore costretti invece in panchina o in tribuna nelle società di appartenenza. Pare proprio essere l'unica via, se è vero che, rispetto ai due precedenti sopra citati, la situazione è tutt'altro che migliorata. 
MALEDETTA ESTEROFILIA - Bobby gol è un selezionatore che merita rispetto, fiducia e soprattutto pazienza, tanta pazienza, molta più di quella che fu riservata ai predecessori. Lavora in condizioni terribili: costruire una compagine decente pescando in un massimo torneo iper affollato da pedatori d'oltrefrontiera, buona parte dei quali di dubbia qualità, è impresa titanica. Non fidatevi di chi dice che "tanto non cambia niente, i migliori emergono comunque, italiani o stranieri che siano". I fatti dicono che non è così: difficile, per un giovanotto che si affaccia al calcio professionistico, dimostrare di essere migliore di altri, se viene sistematicamente tenuto ai margini per ovvia mancanza di esperienza. Abbiamo i Cutrone, per dire, che segnano gol a raffica, risolvono le partite, ma si sente comunque il bisogno di acquistare un Higuain che ha probabilmente già dato il meglio, costringendo il ragazzino di turno a masticare amaro nelle retrovie e a sbattersi il doppio, il triplo, per conquistarsi scampoli di gloria. Quello rossonero è un caso limite, la punta dell'iceberg di un fenomeno che sta radendo al suolo il nostro vivaio. Un vivaio che però continua incredibilmente a sfornare talenti, come dimostrano certi ottimi risultati recenti delle nostre rappresentative giovanili, ma non è neanche questo il vero problema: il dramma è che poi la crescita, e quindi il miglioramento, l'affinamento, di queste nuove leve viene brutalmente arrestato da un calcio italiano malato di esterofilia perniciosa.  
BACINO DI CARENAGGIO - Questa lunga premessa per dire che, vista la difficile congiuntura, il balbettante esordio in Nations League degli azzurri non deve né sorprendere né destare scandalo. È bastata una Polonia compatta ma con pochi picchi di classe (Lewandowski, Zielinski, e poi?), per metterci in ambasce. Inutile ragionare su eventuali errori di formazione del coach, che, pure, secondo me ci sono stati: giusto che compia il suo giro d'orizzonte provando più uomini possibile, giusto che conceda di mettere minuti nelle gambe a un Balotelli che, se in forma, rimane di gran lunga la bocca da fuoco più efficace, esperta, smaliziata a sua disposizione. È inevitabile che questo nuovo torneo debba rappresentare solo una sorta di bacino di carenaggio, per il Club Italia: a vincere coppe ci si penserà, si spera, più avanti.
DUE CHE SALTANO L'UOMO: INCREDIBILE! - Di buono, la gara di Bologna ci ha mostrato un Donnarumma finalmente sicuro e decisivo con almeno due interventi salva risultato, e due peperini che saltano l'uomo, cosa che in azzurro non si vedeva da tempo: Bernardeschi, che pure ha commesso i suoi errori ma li ha compensati con una presenza costante nel vivo del gioco offensivo (suoi sono stati i tiri più pericolosi indirizzati verso la porta polacca) e un grande coraggio nel tentare soluzioni ardite; e poi quel Chiesa ancora una volta rivelatosi fondamentale, arrivando dalla panchina a vivacizzare una prima linea sterile con le sue accelerazioni e con la sua visione verticale del campo, col suo puntare sempre verso la porta avversaria senza troppo cincischiare. 
REBUS ATTACCO, CON INSIGNE SOTTO LA LENTE - Ecco, cominciamo col dire che, giocando col 4-3-3, due così devono essere titolari fissi. Al servizio del vero Supermario, non della pallida e acciaccata controfigura di ieri sera, o di una punta che sappia sbatterla dentro, una buona volta. Potrebbe essere proprio il Cutrone di turno, a meno che Belotti e Immobile, implacabili con le maglie di Toro e Lazio, non vadano oltre i limiti che ne hanno troppo spesso caratterizzato le prove in rappresentativa. A tal proposito, e sempre rimanendo in,,, zona d'attacco, uno che sta esaurendo i suoi bonus, spiace dirlo, è Insigne. Il ragazzo ha classe, brillantezza, piedi buoni, ma troppo grande continua a essere la differenza di rendimento fra Napoli e Club Italia, né è pensabile di poter costruire la squadra attorno a lui: stiamo parlando di un buonissimo giocatore, a tratti ottimo se inserito in un determinato contesto tattico, ma non di un fuoriclasse che risolve le partite da solo. 
CENTROCAMPO DA RIFARE - Altro elemento per il quale il tempo stringe è Gagliardini, che del resto anche in maglia Inter ha solo in parte mantenuto le promesse degli esordi post atalantini. Al Dall'Ara è naufragato assieme ai compagni del centrocampo: il reparto è stato il vero tallone d'Achille della squadra, deficitario in entrambe le fasi, prigioniero di una mediocrità tecnica inaccettabile per una compagne del nostro lignaggio. In una zona nevralgica che ha prodotto solo errori e confusione, non ha convinto neppure Jorginho, rigore a parte: ma c'è almeno la speranza che l'esperienza ad altissimo livello col Chelsea serva ad accrescerne personalità e caratura internazionale. Per intanto, nel mezzo sarebbe il caso di dare chances a talenti in vorticosa ascesa come Barella, Benassi, Cristante, Mandragora, il cui rendimento recente li mette ai vertici nel campo di scelta a disposizione del trainer. 
LE ALTERNATIVE PER LA DIFESA - La difesa, infine, ha discretamente lavorato, facendosi carico anche del lavoro di chi avrebbe dovuto "schermarla": ma sulle fasce troppo timido è parso l'apporto di Zappacosta e Biraghi, che meritano comunque altri test, anche se pure ai lati non mancano le scelte alternative: da Calabria a Barreca, da Lazzari (intuizione del coach) a quel Piccini assurdamente "dimenticato" all'estero, sperando soprattutto in un recupero dell'ottimo Conti (forse il migliore della compagnia). Nel frattempo sarebbe forse il caso di insistere su Criscito, che in questa prima fase di ricostruzione può essere un'utile chioccia, mentre la sensazione è che sia di troppo un veterano fra Bonucci e Chiellini (entrambi, ricordiamolo, protagonisti del fallimento dell'autunno scorso), con Caldara e Romagnoli (più Rugani, se troverà spazio nella Juve) che premono alle spalle. 
URGE UNA VITTORIA DI PESO - Non è un momento come tanti: forse mai come ora sarebbe lecito e giusto rivoluzionare totalmente (salvando giusto un paio di "totem" per la continuità di spogliatoio e l'esperienza), buttare i babies nella mischia senza remore. Chi potrebbe mai rimproverare a Mancini di aver messo da parte coloro che si sono fatti sbattere fuori da Russia 2018? Siamo in una fase storica in cui bisogna agire con la mano pesante, come fece Fulvio Bernardini al termine dell'era dei messicani. Dopodiché, ripeto, occorrerà anche armarsi di santa pazienza, perché una Nazionale competitiva non si ricostruisce in quattro e quattr'otto, soprattutto quando il bacino in cui scegliere gli uomini giusti è così assurdamente ridotto.
Del resto, il passato ci insegna che dopo la prima mancata qualificazione mondiale, nel 1958, trascorsero anni prima di rivedere un barlume di luce. Anni di partite, di girandole di formazioni, di presunti astri sorti e tramontati nel giro di pochi match. Anni senza vittorie. Dopo la sconfitta con l'Irlanda del Nord che ci costò l'estromissione da Svezia '58, ci vollero 24 mesi prima che la nostra selezione tornasse a battere qualcuno (la Svizzera). Di una vittoria di spessore avrebbero bisogno il Mancio e la sua truppa: non poteva esserla quella del maggio scorso con l'Arabia, ma strappare i tre punti alla Polonia avrebbe potuto darci una mano a superare anche quell'impasse mentale che si è impadronito dei nostri dopo il tonfo svedese. 

martedì 20 marzo 2018

RIPARTE L'AVVENTURA AZZURRA. IL "RINNOVAMENTO CON GIUDIZIO" DI DI BIAGIO, CT AD INTERIM


Sta per tornare in campo la Nazionale. Dopo il disastro svedese di novembre, dovrebbe essere uno dei momenti clou della stagione: l'inizio della rinascita, della ricostruzione, per porre le basi di un futuro che pretendiamo migliore e che già bussa alla porta, con la nuova Nations League che partirà a settembre. Invece, il nuovo corso azzurro è iniziato a fari spenti, messo in secondo piano dall'attesa per il derby italo - spagnolo in Champions e dalla lotta scudetto riapertasi nel fine settimana. Si dirà: in fondo sono solo amichevoli, quelle che attendono i nostri prodi. Già, ma a parte che si tratta di amichevoli extralusso (Argentina venerdì e Inghilterra martedì), rappresentano comunque il primo passo di un nuovo capitolo, il più oscuro e intricato di sempre, del romanzo calcistico nostrano. 
STAGIONE CAOTICA E TRAGICA - Nulla di cui sorprendersi, del resto. Dall'eliminazione dai Mondiali a oggi, il pallone nostrano è stato travolto dal caos e da eventi persino tragici, che hanno confinato il derelitto Club Italia a ultimo dei pensieri dei media e degli appassionati tricolori. Prima le dimissioni di Tavecchio, poi il commissariamento della federazione, e già ce n'era abbastanza. Poi è arrivata la disgrazia vera, la morte assurda e incomprensibile di Davide Astori, un azzurro, un volto amico e familiare. Anche in suo nome e nel suo ricordo, urge riannodare i fili agonistici di un discorso innaturalmente interrotto a San Siro nell'autunno scorso.
Certo le premesse tecniche non sono le migliori: c'è infatti da chiedersi come possa essere messo in cantiere un rinnovamento effettivo, se nei primi test in programma in quest'ultimo scorcio di stagione la rappresentativa sarà guidata da un cittì "a tempo". L'impegno primario di Di Biagio, in questi mesi, sarebbe dovuto essere la preparazione dell'Under 21 all'Europeo casalingo in programma nel 2019, e invece si trova a dover gestire una fase di transizione fra le più delicate di tutta la storia della Nazionale maggiore. Una fase in cui non ci si può permettere di traccheggiare, occorrendo invece gettare semi che possano dare frutti duraturi.
DI BIAGIO E' SOLO DI PASSAGGIO? - Un traghettatore? Probabile, ma non certo. Del resto, ricordiamo che anche l'avventura di Enzo Bearzot era cominciata in forma "precaria", come collaboratore del grande Fulvio Bernardini, e già pochi mesi dopo il suo debutto, anche a causa di una infelice prestazione casalinga contro la modesta Finlandia, in molti iniziarono a chiederne la testa, invocando l'ingaggio di allenatori "veri" come Vinicio, Liedholm e Giagnoni, allora sulla cresta dell'onda. E invece, passo dopo passo, il vecio prima conquistò la guida tecnica in solitaria e poi dimostrò le sue capacità di trainer di statura planetaria, costruendo quel capolavoro di squadra che trovò la sua sublimazione ad Argentina '78 e a Spagna '82. Altri tempi, certo, e soprattutto altro serbatoio di talenti a disposizione, ma, insomma, certe sorprese nel football sono all'ordine del giorno: se il buon  Gigi dovesse ottenere risultati insperati in queste prime uscite, metterlo poi da parte a giugno per far spazio a un coach di altissimo profilo (Mancini? Conte? Ranieri? Ancelotti?) potrebbe non esser facile per i vertici federali. 
QUALCHE VOLTO NUOVO E I GIOVANI "NON CAPITI" DA VENTURA - Leggo che da più parti ci si attendeva una vera e propria rivoluzione nelle convocazioni, rivoluzione che invece non vi è stata. Le novità o "quasi novità", si badi bene, ci sono: Cristante (che aveva già fatto capolino), Cutrone e Chiesa, senza dubbio i migliori prospetti giovani espressi dall'attuale Serie A assieme a Barella, quest'ultimo per il momento costretto ancora all'anticamera come i difensori Romagnoli e Caldara, che sarebbero di certo stati della partita se non fossero alle prese con fastidiosi malanni. Poteva starci il milanista Calabria, per il quale tuttavia sono attese ulteriori conferme dell'attuale buon rendimento, e avrebbe meritato anche l'ottimo El Shaarawy di questa annata, ma è stato chiamato Ferrari, valido rappresentante della Samp rivelazione di Giampaolo (almeno fino a due settimane fa), e ritorna giustamente l'indemoniato Bonavenura ammirato negli ultimi mesi rossoneri.
Per il resto, c'è ben poco da criticare, perché gli emergenti su cui lavorare non mancano, ma quelli già totalmente pronti per i confronti sul palcoscenico internazionale sono... quelli che sono. E poi, come era possibile non ripartire anche dai vari Darmian e Florenzi, Rugani e Zappacosta, Pellegrini e Verratti, e dal trio Insigne - Immobile - Belotti? E' vero, erano tutti parte integrante del gruppo affondato con Ventura, ma si tratta di elementi di indiscutibile valore, non certo i principali responsabili della disfatta mondiale: in un contesto diverso, con una guida diversa, con nuove motivazioni e la mente serena, potranno senz'altro fornire un miglior contributo alla causa. 
I VETERANI: SITUAZIONI DIVERSE - Riguardo ai veterani e agli anziani rimasti in gruppo, ci si potrà accapigliare all'infinito, ma la verità in tasca non ce l'ha nessuno. Un coach carismatico forse avrebbe avuto meno remore e operato un restyling pressoché totale, mentre Di Biagio, conscio della sua posizione in un indefinibile limbo tecnico, non ha voluto rinunciare al collante dello spogliatoio. Ma per Buffon si è trattato probabilmente solo di un gesto di riconoscenza per uno dei più grandi portieri di tutti i tempi, che non poteva chiudere la sua storia azzurra con le lacrime post Svezia (ma Zoff chiuse con lo 0-2, proprio in Svezia, che nell'83 sancì l'eliminazione dei campioni del mondo dall'Euro '84, e nessuno ebbe da ridire...), Bonucci e Chiellini resteranno probabilmente le uniche chiocce dello spogliatoio nel futuro prossimo, mentre sarà da definire la posizione di Candreva, spesso contestato nell'Inter ma che, anche nei mesi nefasti che hanno condotto all'eliminazione iridata, è stato uno dei pochi a saper movimentare il gioco offensivo della nostra selezione. 
FUTURO CON BALOTELLI E RINNOVAMENTO SENZA FRETTA - Sullo sfondo, c'è sempre il discorso Balotelli: il CT ha spiegato la sua esclusione con motivazioni legate al gioco e non al comportamento, ma un elemento che ha ritrovato se stesso dopo alcuni anni bui, che sa inventare gol quasi dal nulla e che nel Club Italia ha quasi sempre fornito prestazioni all'altezza, condite da gol belli e importanti, non potrà restare a lungo ai margini, piaccia o non piaccia come personaggio. Per il resto, il passato insegna che certi rinnovamenti non possono essere fulminei e totali, neppure in epoche di vacche grasse (dopo Mexico '86, Azeglio Vicini inserì i ragazzi d'oro della sua memorabile Under a poco a poco, col contagocce), e che non bisogna mai fare di tutta l'erba un fascio, ossia buttare tutto a mare dopo un fallimento, senza ben distinguere le responsabilità. Fallimento che, nel caso di Russia 2018, ha un nome e un cognome precisi, perché rimango convinto che, con un altro allenatore, non solo lo spareggio sarebbe stato vinto, ma avremmo persino conservato qualche possibilità di prevalere nel girone sulla Spagna (che Conte aveva sonoramente battuto all'Europeo francese, non dimentichiamolo mai). Ora basta, dunque: cerchiamo di lasciarci definitivamente alle spalle questa brutta avventura e di ripartire verso orizzonti meno nebbiosi. Si comincia venerdì sera a Manchester, contro l'Albiceleste.