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lunedì 1 giugno 2015

BILANCIO DELLA SERIE A, SECONDA PARTE: SAMP, TORO E PALERMO OK, GIOVANI AZZURRI ALLA RIBALTA, L'INTRAMONTABILE TONI

                                 Toni: ha scoperto l'elisir dell'eterna giovinezza calcistica
                                       
A proposito di Europa: chi sarà la terza rappresentante tricolore nell'ex Coppa UEFA? Non dovesse andare chi l'ha meritato sul campo, ossia il Genoa, dietro regna sovrana la confusione. La Sampdoria è la prima pretendente in virtù del suo settimo posto, ma c'è una norma che parla chiarissimo (è a pagina 3 del regolamento della manifestazione, per chi volesse toccare con mano): per partecipare, occorre non essere stati coinvolti direttamente o indirettamente, a far data dal 27 aprile 2007, in attività volte ad influenzare il risultato di incontri nazionali o internazionali. E i blucerchiati, nel 2012, sono stati deferiti per responsabilità oggettiva e presunta in merito all'affaire Guberti per Bari - Sampdoria dell'anno precedente, uscendo dal procedimento non per assoluzione, ma patteggiando una condanna di un punto di penalizzazione e 30mila euro di ammenda. Il problema esiste, non a caso la UEFA ha chiesto chiarimenti in merito alla Federcalcio italiana: e il fatto che nel 2014 il Toro sia stato invece regolarmente ammesso alla competizione (oltretutto da ripescato per il caso Parma), nonostante il coinvolgimento in analogo problema "giudiziario", non implica in automatico che l'errore, se di errore si è trattato, debba essere ripetuto una seconda volta. 
SAMP E TORO, PIU' ALTI CHE BASSI - Tornando alle cose di campo, proprio Samp e Toro, così come il Palermo, sono state altre protagoniste positive del torneo, oltretutto sostanzialmente inattese, anche se i loro risultati li hanno colti percorrendo strade di gioco diverse dalle compagini citate nella prima parte di questa analisi: meno fioretto e più sciabola, in estrema sintesi. Per tre quarti di torneo i blucerchiati hanno addirittura respirato aria di Champions, troppa grazia, ma nel valutare il loro cammino pesa enormemente il crollo finale, una sola vittoria nelle ultime dieci gare, undici punti di vantaggio dilapidati nei confronti dei "cugini": un'involuzione che non può essere spiegata solo con la forzata rinuncia all'ottimo Eder, che però è evidentemente pesata tantissimo. I granata sono stati più altalenanti, "spargendo" lungo il cammino le fasi "up" e quelle "down": eccellente in particolare la prima parte del ritorno, con imprese importanti (vittoria a Milano con l'Inter e in casa col Napoli, derby conquistato dopo tempo immemorabile), poi forse ha pesato la fatica del doppio impegno, con le belle prove europee al cospetto di Athletic Bilbao e Zenit San Pietroburgo a compensare ampiamente le piccole amarezze interne. 
NESSUNO IN... VACANZA ANTICIPATA - Il Palermo ha spiccato il volo sulle ali dello straordinario Dybala, fuoriclasse in pectore, e non ha mai veramente mollato i pappafichi: nel finale, arbitro della lotta salvezza, ha perso con l'Atalanta, ma si è riscattato vincendo a Cagliari. A tal proposito, mi piace sottolineare un altro aspetto positivo di questo torneo: nessuno, in dirittura d'arrivo, ha davvero sbracato come troppo spesso è accaduto in passato. Pur con qualche fisiologica pausa dovuta al calo di motivazioni, grosso modo tutti han fatto il loro dovere fino in fondo, e l'hanno dimostrato o con risultati effettivi o con prestazioni gagliarde (penso a quella dell'Udinese a Roma, o dell'Empoli con la Samp). Neanche il disastrato Parma ha smobilitato, e anzi ha accumulato un discreto tesoretto sottraendo punti anche a rivali quotatissimi. 
I MIGLIORI AZZURRI E AZZURRABILI - Italiani alla ribalta, si diceva, giovani e meno giovani. Il rendimento elevatissimo di Florenzi e la sua versatilità lo collocano fra i potenziali titolari inamovibili della Nazionale, così come Parolo, splendido tuttofare del centrocampo, una delle chiavi della stagione monstre laziale assieme a Candreva, ormai giocatore di statura internazionale così come lo juventino Bonucci, che giganteggia in difesa e partecipa anche alla costruzione; confortanti conferme sono giunte da Darmian, che già era stato uno dei pochi a salvarsi dal disastro di Brasile 2014. Detto nella prima parte di Rugani e Valdifiori, altri elementi definitivamente acquisiti alla causa azzurra sono Bertolacci e Soriano, di cui ho già ampiamente tessuto le lodi in passato, e restando in casa Samp dovrebbe a breve sfondare anche Romagnoli, mentre il guardiano rossoblù Perin, fin da adesso, potrebbe prendere in qualsiasi momento il posto di Buffon fra i pali della rappresentativa (ma l'ostinato Gigi vuole imitare Zoff e disputare il Mondiale 2018 a 40 anni suonati).
 Paloschi ha tirato fuori dal cilindro un campionato superlativo, elemento cardine della tranquilla salvezza del Chievo: è definitivamente recuperato al grande calcio, e la convocazione per lo stage dell'Italia conferma che può essere utilissimo alla causa di Conte, in un momento in cui le punte "azzurrabili" segnano drammaticamente il passo. Scendendo.. d'età, Gabbiadini ha convinto all'esordio in una grande, Berardi ha di nuovo messo insieme un buonissimo bottino di gol (mentre Zaza è stato troppo intermittente), sono emersi Zappacosta (laterale completo), Baselli e Cataldi; Pavoletti, che non è più di primo pelo, è stato la grande sensazione del finale di stagione genoano, e Bonaventura ha navigato con maestria nel mare in tempesta di un Milan quasi allo sbando.  
TONI IL SEMPITERNO - Di Luca Toni si è detto tutto il bene possibile: per quanto mi riguarda rimane una riserva, che è poi la stessa che accompagna le ripetute prodezze sotto rete di altri due "vecchiacci" (detto affettuosamente) come Totti e Di Natale (ma anche del redivivo e meno reclamizzato Maccarone), ossia il fatto che il calo qualitativo della nostra massima serie abbia allungato la carriera a molti stagionati bomber di qualità, consentendo loro di aver vita relativamente facile in maglie difensive slabbrate e poco talentuose (basti vedere il numero elevatissimo di gol complessivo delle ultime stagioni, "vendemmiate" che non sono quasi mai sinonimo di calcio di pregio). Ma certo ci vogliono anche classe, quella classe in possesso di gente cresciuta in un football italiano più competitivo, applicazione in campo e negli allenamenti, in poche parole professionalità: Toni è risorto nel 2012 dopo un quadriennio oscuro che lo aveva quasi collocato fra gli ex, merita solo un plauso incondizionato. 
DELUSIONI - Come detto in precedenza, la delusione più nobile e grottesca è stata quella romanista, mentre lo stesso Napoli non può certo dirsi soddisfatto della propria temporada. Bocciatissime le milanesi: Inter senza progetto tecnico e aggrappato a sporadiche giornate sì, alle alterne lune di Guarin e alla costanza di fromboliere di Icardi; insufficiente l'apporto di Mancini, dal quale ci si aspettava un quid in più atteso invano fino alla fine; inspiegabile l'involuzione di Ranocchia, lontano anni luce dai tempi baresi. Più misteriosa, ai miei occhi, la crisi del Milan, il cui organico lo poneva assolutamente in grado di conquistare quantomeno un posto in Europa League. Coraggioso l'investimento sul "prodotto interno lordo" in una fase di diffusa esterofilia: detto di Bonaventura, Destro fra alti e bassi ha confermato di saper comunque vedere la porta, mentre non ha convinto Antonelli (grave errore lasciare Genova). Nel finale si è rivisto un positivo El Shaarawy, un ragazzo che deve essere assolutamente recuperato in pieno per il bene di tutto il calcio tricolore, perché ha numeri da potenziale fuoriclasse. 
Nonostante l'impennata finale (quattro vittorie su quattro), inserisco a malincuore fra le delusioni il Sassuolo, perché credo che dai neroverdi sia lecito attendersi molto: lo dicevo già l'anno scorso, l'ho ribadito quest'estate, per qualità di organico quella di Di Francesco è rosa da medio - alta classifica, invece nel girone di ritorno è andata incontro a una profonda involuzione e ha trovato la salvezza matematica (per quanto nei fatti già scontata) solo col successo di Cesena. Zaza, che aveva iniziato alla grande anche in azzurro, ha poi conosciuto una stagione problematica, ma anche lui è un patrimonio del nostro calcio e va atteso con fiducia. (2 - FINE). 

mercoledì 10 settembre 2014

LA NUOVA ITALIA E' IMMOBILE - ZAZA, COME VIALLI E MANCINI DELL'86. E L'UNDER 21 VA, ALLA FACCIA DEGLI STRANIERI

                                              Zaza: in Norvegia primo gol azzurro

Da Vialli - Mancini a Immobile - Zaza. Non si tratta di un incauto accostamento, non è mia volontà avventurarmi in un paragone al momento (al momento...) improponibile. Si parla, semplicemente, di corsi e ricorsi storici. Nel 1986, i gemelli del gol sampdoriani erano i virgulti più rampanti di una scintillante nouvelle vague calcistica italiana, sbocciata in una splendida Under 21 e gradualmente trapiantata nella Nazionale maggiore da Azeglio Vicini, per ricostruire la squadra dopo il naufragio del Mundial messicano. Oggi, dopo un ancor più grave fallimento iridato, Antonio Conte tira fuori dal cilindro un'estemporanea coppia d'attacco, inventata quasi dal nulla in pochi giorni di ritiro: due ragazzi ai quali è stata affidata in prima battuta una difficile risalita, e che si stanno facendo carico del gravoso compito con prontezza, maturità, efficacia. 
FURORE ZAZA - Sì, questa nuova - vecchia Azzurra (nuova nello spirito e nelle idee di gioco, tendente al vecchio nell'organico) si rispecchia soprattutto nei furori offensivi di Ciro e Simone. Più il secondo del primo, a giudicare dalle prime due uscite del Club Italia: se nel vernissage barese con l'Olanda entrambi avevano fatto ammattire la difesa dei Tulipani terzi nel mondo, ieri a Oslo è stato soprattutto il puntero del Sassuolo a dare un preciso indirizzo alla partita: si è inventato un gol quasi dal nulla, gravando poi come un incubo sulla legnosa retroguardia di casa, sempre pronto a cambiare passo e a scattare in profondità, e quando l'ha fatto per poco non trovava il secondo centro personale, con un tiro schiantatosi sulla traversa. Tornando all'impegnativo accostamento iniziale, uno Zaza più incisivo e decisivo, in queste sue prime apparizioni azzurre, del Vialli che, all'epoca, impiegò parecchie partite prima di rompere il ghiaccio e trovare il gol liberatorio. 
STELLE DI BASSA CLASSIFICA - Altri tempi e altra storia, certo. Tempi da rimpiangere acutamente, in cui le squadre italiane erano piene di giocatori di casa nostra, si potevano allestire due Nazionali non molto distanti fra loro per competitività (qualcuno ricorderà, in quel periodo, la splendida Olimpica di Zoff, con Tacconi, Tassotti, Cravero, Romano, Carnevale e Virdis), e i giovani non faticavano a trovare spazio. Oggi, invece, i migliori prodotti del vivaio sono costretti a una lunghissima gavetta in squadre di media - bassa serie A, quando va bene, oppure a intristirsi nelle categorie inferiori. Già detto e ridetto su queste pagine, ne ho quasi la nausea: però è un fatto che il prode Zaza, come il suo compagno di club Berardi, i loro primi scampoli di gloria li stiano trovando in una compagine certo organizzata e di buoni mezzi finanziari, ma lontana dai vertici del nostro calcio. Mentre Immobile, dal canto suo, dopo una stagione da capocannoniere ha dovuto addirittura lasciare la penisola. Ciro e Simone rappresentano una condanna inappellabile per chi muove i fili del nostro movimento: sotto di loro altra "benzina verde" è in ebollizione, ma non è lottando in eterno per la salvezza o per la promozione in A che i nostri emergenti matureranno l'esperienza necessaria a far la differenza agli alti livelli. 
CONCRETEZZA - In Norvegia si è vista un'Italia meno brillante rispetto al folgorante esordio pugliese, ma era ampiamente prevedibile. Siamo all'inizio di un percorso e di lavoro ce n'è in abbondanza, ma conforta, se non altro, la concretezza dimostrata nel saper difendere e arrotondare il risultato, laddove l'ultima Nazionale prandelliana aveva totalmente smarrito la capacita di tesorizzare le reti segnate. Certo non tutto è filato liscio: al di là di quei dieci minuti di sofferenza nella parte iniziale della ripresa, con difensori che hanno mostrato qualche sbavatura di troppo una volta messi sotto pressione (ma sappiamo benissimo che, sul piano della qualità del "materiale umano", i nostri più gravi problemi sono proprio in retroguardia), mi è parso che tatticamente esistano ancora diversi intoppi. 
CENTROCAMPO IGNORATO - Alcune strade di gioco non sono ancora sufficientemente battute, nella costruzione ci si affida troppo alla terza linea: Bonucci è bravissimo ad appoggiare l'azione offensiva sia in fase di lavorazione che di finalizzazione (lo dimostra la perentoria inzuccata del 2 a 0), ma l'impostazione non deve assolutamente gravare sulle sue spalle. A Oslo i centrocampisti hanno avuto scarsissimo peso nella tessitura della manovra: De Rossi ha fatto legna e poco più, Giaccherini si è mosso molto ma ha vanificato alcune azioni promettenti con una certa approssimazione di tocco, mentre ben altra presenza nel vivo del gioco ci si aspetta da Florenzi, parzialmente riscattatosi solo nel finale con un paio di pericolose incursioni in area. Tuttavia, nel complesso i nostri hanno tenuto il campo con discreta disinvoltura e rischiando davvero il minimo sindacale. Gli scandinavi non sono più una grande squadra, forse lo diventeranno lavorando sui giovani della loro Under (lassù, in questo senso, il coraggio non manca, anche se di alternative ne hanno ben poche), però da quelle parti abbiam sempre sofferto, anche schierando Nazionali più competitive e "scafate" di questa. L'ottimismo è d'obbligo. 
DUE PAROLE SULL'UNDER 21 - Un anno fa, più o meno di questi tempi, la nuova Under 21 faticosamente messa insieme dal neo CT Di Biagio prendeva un'imbarcata dal Belgio, che già all'epoca era la nazione calcisticamente più alla moda, sulla bocca di tutti, esempio di valorizzazione intelligente del vivaio; gli spauriti giovanotti della nostra rappresentativa parevano invece allo sbando, intrappolati nella loro insuperabile modestia tecnica, aggravata dalla mancanza di minutaggio e di esperienza "di campo".  Poche settimane dopo, con una formazione più razionale e meno raccogliticcia, gli azzurrini consumavano la prima vendetta andando a imporsi a Genk contro i reclamizzatissimi Diavoletti rossi. E in questi ultimi cinque giorni, prima con la rimonta sulla Serbia e infine con la goleada inflitta a Cipro, hanno conquistato il primo posto nel loro raggruppamento, qualificandosi per il barrage di ottobre come testa di serie. Mi piace scrivere adesso queste cose, a prescindere da quello che sarà il risultato del playoff: la nostra scuola calcistica è talmente solida da riuscire a produrre talentini anche in una congiuntura così sfavorevole: Zappacosta e Rugani, Bianchetti e Battocchio, Sturaro e Bernardeschi, Belotti e Berardi meriterebbero tutta la fiducia e la pazienza possibile, e invece annaspano in una palude di esterofilia irragionevole. Chi ha consentito che la nostra Serie A diventasse una indigeribile accozzaglia di multinazionali del pallone, un giorno dovrà essere chiamato a rispondere di questo scempio: possibilmente venendo escluso a vita da ogni consesso calcistico. 

martedì 2 settembre 2014

DOPO IL CALCIOMERCATO: ITALIA COLONIZZATA. FRA I GIOIELLINI AZZURRI SOLO BONAVENTURA SALE DI GRADO

                                             Bonaventura: farà grande il Milan? 

Meno male che questa doveva essere l'estate in cui porre le basi per il rilancio del vivaio nostrano. Certo, a parole, come sempre. Perché a calciomercato finalmente chiuso un elemento balza agli occhi, ben più dei colpi annunciati e mai realizzati ("Falcao non va alla Juve": ma va?) e dei pedatori d'oltrefrontiera spacciati per fenomeni: solo uno dei "ragazzi italiani", inserendo in questa categoria quei calciatori giovani o ancora relativamente giovani facenti parte del "giro azzurro", è stato oggetto di vero interesse da parte dei nostri club di vertice. Stiamo parlando di Giacomo Bonaventura, gioiellino dell'Atalanta, sulle cui tracce si è lanciato in extremis il Milan (nei giorni precedenti c'era forse stato un timido tentativo dell'Inter), abile a battere in poche ore la concorrenza del Verona. Spiace per gli orobici,  ma per "Jack" è il giusto premio: ha già dimostrato, soprattutto nell'ultima stagione, di meritare ampiamente una chance di primo livello, prolungarne ulteriormente l'anticamera in una "media" sarebbe stato delittuoso, considerato che il trequartista ha già 25 anni, non è quindi propriamente un fuoriclasse in sboccio. 
GIOVANI AI MARGINI - E già: Bonaventura, e poi il vuoto o quasi: ci sarebbe da citare Bernardeschi, al quale auguro tutto il bene possibile, ma che per il momento sembra destinato a partire dalle retrovie nella Fiorentina (felice di essere smentito, nel caso). Gli altri prodotti rampanti di casa nostra sono rimasti ai margini del mercato. La "pista Borini" attribuita all'Inter si è volatilizzata nel giro di un paio di giorni, dei 23 della rosa azzurra in Brasile il solo Parolo (comunque un ventinovenne) ha cambiato casacca restando nel nostro Paese (dal Parma alla Lazio). I tanti virgulti in cerca di affermazione si sono trovati di fronte una freddezza generalizzata: Baselli è ancora a Bergamo, Berardi e Zaza (quest'ultimo neo nazionale) trascineranno il rinforzato Sassuolo a una presumibilmente facile salvezza, Gabbiadini sarà ancora un punto di forza della Sampdoria dove però difficilmente avrà ulteriori opportunità di crescita e di miglioramento, e dove oltretutto è stato raggiunto da Alessio Romagnoli, uno dei difensori più promettenti dell'ultima covata made in Italy, giovanotto che la Roma ha pensato bene di "esiliare" proprio quando avrebbe potuto rischiare puntando (anche) su di lui per colmare il vuoto lasciato da Benatia. E meno male che il Genoa ha resistito alla corte di Bologna e Catania per Antonino Ragusa, che è arrivato a potersi giocare l'occasione della vita in Serie A e invece rischiava di essere immediatamente dirottato al piano di sotto, per un esiziale e inutile prolungamento di gavetta. 
PIENI DI STRANIERI - Mi ero ripromesso, quest'estate, di salvare sul mio pc le immagini delle home page dei quotidiani sportivi italiani, giorno per giorno, per documentare lo sconsolante andamento del mercato. Non ce l'ho fatta, lo sconforto ha preso il sopravvento, ma fidatevi: le prime pagine online erano costantemente piene di improponibili nomi stranieri che solleticavano l'appetito delle nostre grandi. Purtroppo molti di questi appetiti si sono poi tradotti in reali acquisti (o prestiti: di soldi ne girano sempre meno). 
Il quadro è allarmante: in questi mesi sono approdati nell'ex Bel Paese quasi ottanta nuovi stranieri (e parliamo solo di massima serie). Non male, se pensiamo agli alti lamenti levatisi dopo la sconfortante spedizione Mundial pilotata da Prandelli. Che ci sia da rinforzare la rosa o da coprire un buco, si punta invariabilmente sul mercato d'oltrefrontiera, il nostro vivaio e le nostre serie minori sono ormai sistematicamente ignorati. 
COMAN SI', CRISTANTE NO - Fra i club di primo piano, Napoli e Fiorentina sono avviati a superare l'Inter, quanto a esterofilia: trovare un "azzurrabile" fra le loro fila è impresa ai limiti dell'impossibile, tanto che mi viene persino da capire (ma non giustificare) il crescente nervosismo di Insigne, un concentrato di classe pura non valorizzato a dovere sotto il Vesuvio. E nelle retrovie si è adattato persino il Verona, in cui il solo italiano destinato a partire titolare sembra essere lo stagionatissimo Toni. Il tutto mentre la squadra guida del nostro scalcinato movimento, dicasi la Juventus, pur avendo in giro per la Penisola diversi talenti in rampa di lancio (il già citato Berardi, ad esempio) preferisce affidarsi a un Under 21 francese, Coman, ovviamente subito titolare alla partenza del campionato. E lo stesso Milan, "benemerito" per l'acquisto di Bonaventura, dirotta però in Portogallo un'altra grossissima speranza del nostro football, Cristante.
Questo è un altro punto dolente: i giovani stranieri sembrano sempre più pronti dei nostri. Secondo alcuni perché, semplicemente, sono più forti. Ovviamente è una favoletta, e io, scusatemi, non ci sto più: la scuola italiana è da sempre una delle più prolifiche e competitive, la differenza rispetto al passato è che c'è meno pazienza verso i nostri babies, e che soprattutto gli spazi per loro si sono drasticamente ridotti, anche nei settori giovanili. I motivi di questo ossessivo, patologico rivolgersi al mercato di fuorivia sono più economici che tecnici, è chiaro. Lo dimostra il fatto che invece, all'estero, al "prodotto italiano" ci credono ancora: hanno lasciato la compagnia Balotelli, Immobile e Cerci (povero Toro...), oltre al Cristante di cui si è appena detto. 
CI VUOLE UN ESEMPIO DA SEGUIRE - Resta il fatto che se qualcuno non comincia a dare l'esempio, in un momento oltretutto favorevolissimo per una ripartenza in grande stile dei vivai, è notte fonda, e quella che ho definito in un precedente articolo "deriva ungherese", cioè il rischio che il nostro calcio declini repentinamente e irrimediabilmente come accaduto a quello magiaro, è davvero dietro l'angolo. In tal senso, meritano il massimo sostegno squadre come Cagliari, Genoa, Sampdoria, Sassuolo, che continuano a puntare su un forte nucleo nostrano (ma anche il solito Milan, via, unica fra le big con diversi azzurri di prospettiva in rosa), mentre mi aspettavo sinceramente più coraggio dal nuovo CT Conte, magari con una convocazione spiazzante tipo quella post Euro 2012 di Prandelli, che chiamò "pivellini" come Perin e De Sciglio, a corto o all'asciutto di esperienza in Serie A. Se poi stiamo ad aspettare il neo presidente federale Tavecchio stiamo freschi: vedremo quali saranno i suoi provvedimenti salvacalcio (dei quali, a quasi un mese dall'elezione, ancora non vi è traccia nemmeno a parole): il rischio di trovarci di fronte a un simil Renzi (tante chiacchiere e zero fatti) è concreto. Vedremo. 

martedì 20 maggio 2014

SERIE A 2013/14, IL BILANCIO: QUATTRO SQUADRE QUASI "EUROPEE", MA IL DECLINO TECNICO CONTINUA. NON CI RESTA CHE IL MONDIALE...

                          Vidal e Tevez esultano dopo uno dei tanti gol juventini in stagione 

Per fortuna che c'è il Mondiale. E già: non ci resta che attendere Brasile 2014 come una boccata d'aria pura, per lasciarci alle spalle una stagione calcistica nostrana fra le più buie che io ricordi. Dodici mesi fa, in sede di bilancio della Serie A 2012/13, scrissi che, pur in un quadro di diffusa recessione tecnica, non erano stati compiuti ulteriori passi indietro: qualche squadra capace di praticare un buon football si era vista, ed era persino emerso un piccolo drappello di giovani virgulti italiani, a indicare una inversione di tendenza dopo anni di ottuso ostracismo ai prodotti del nostro vivaio. Insomma, pur senza gridare al miracolo, poteva essere una buona base per avviare una risalita verso livelli qualitativi più consoni alla tradizione del pallone tricolore. 
Ebbene, a malincuore debbo dire che l'auspicio è rimasto lettera morta. Il massimo campionato 2013/14 va in archivio lasciandoci in bocca l'amaro sapore di un'involuzione ulteriormente accentuatasi, ancora più grave se si pensa alle stuzzicanti premesse estive del torneo. Ricordate? Nell'ex torneo più bello del mondo avevano nuovamente fatto capolino alcuni top player di fuorivia, gente come Higuain, Mario Gomez, Tevez e persino Llorente, inizialmente sottovalutato. Non molto, ma un piccola iniezione di classe che pareva poter un po' risollevare le sorti dell'italico spettacolo calcistico. 
A QUANDO LE 18 SQUADRE? - Non è accaduto, e ci si sente francamente impotenti, soprattutto per la cecità delle istituzioni sportive di fronte a una crisi che appare senza uscita, se è vero che l'annata di club appena archiviata ha segnato pure il sorpasso nel ranking UEFA da parte del Portogallo, cioè di un Paese che fino a un lustro fa aveva sempre patito una atavica soggezione nei nostri confronti. Solo oggi si è registrata la prima, timida apertura del presidente di Lega Beretta a un ripensamento degli organici dei campionati. Perché la riduzione della Serie A almeno a 18 squadre è ormai un provvedimento non più rinviabile: troppe partite senza senso, troppe compagini che tirano i remi in barca una volta raggiunta la salvezza, offrendo prestazioni da bollino rosso. Ma soprattutto un livello tecnico complessivo tendente sempre più al ribasso: sia detto senza offesa per nessuno, ma squadre come Bologna e Livorno non dovrebbero aver diritto di cittadinanza nella Serie A di una grande potenza pallonara: talmente povere di talento che, allo stato delle cose, faticherebbero a trovar gloria persino in cadetteria. Così come non è molto consolante che un'Inter in una delle versioni più dimesse della sua storia, con tanti campioni al capolinea e una marea di mezze figure, sia riuscita ad issarsi fino al quinto posto, giungendo addirittura a minacciare il quarto della Fiorentina. 
STANDARD EUROPEI - Per carità, non tutto è da buttare: le prime quattro classificate hanno sostanzialmente onorato il football, non ci hanno fatti vergognare di essere calciofili italiani. Juventus, Roma, Napoli e Fiorentina, con le dovute differenze di impostazione, praticano un gioco di buona fattura, gradevole esteticamente ma al contempo efficace: un calcio, soprattutto, vicino ai canoni internazionali più in voga. Sono le squadre che più di altre stanno lavorando per colmare il gap che ci separa dalle migliori espressioni europee, attraverso un'organizzazione tattica moderna e versatile, ritmi elevati, costante iniziativa, giocatori eclettici. Magari i campioni bianconeri un po' meno delle tre damigelle d'onore: perché alcuni "mostri sacri" si avvicinano al passo d'addio, per raggiunti limiti di età, e lo stesso Conte ha tergiversato fino a ieri prima di firmare la conferma, roso dal dubbio che con quel gruppo sia impossibile fare di più, e che rinnovarlo con gente di spessore non sarà facile, visti i chiari di luna finanziari. 
DIFFUSA MEDIOCRITA' - Dietro queste dignitosissime espressioni tecniche, però, si è visto il nulla o quasi: detto dell'Inter formato minimalista, nessuna delle cinque squadre in lizza fin quasi alla fine per l'ultimo posto in Europa League, ad eccezione del Parma, ha mostrato particolari luminarie, solidità complessiva ed equilibrio, e il fatto che fra queste cinque vi fosse il Milan peggiore degli ultimi vent'anni è un'ulteriore testimonianza delle generale modestia di questo torneo. Sul fondo, poi, un pianto: quota di sopravvivenza bassissima, nessuna matricola in grado di opporsi efficacemente ai colossi di vertice, che contro di loro han fatto bottino pieno o quasi, una lunga gara a ciapanò che ha inevitabilmente premiato il Sassuolo, l'unico club che, per organico, avrebbe avuto persino i mezzi per mettersi al riparo con ben altro anticipo. E poi, tutta la terra di mezzo, i "senza obiettivi" di cui si è detto, e che annacquano le ultime giornate col loro tirare a campare in attesa della nuova stagione.  Insomma, un'edizione della Serie A destinata a lasciare poche tracce nella memoria collettiva. Chiuso il quadro generale, mi limito dunque a qualche "pennellata" critica, mettendo in fila squadre e personaggi più significativi.

                                 Immobile: capocannoniere e potenziale "uomo mundial" 

JUVENTUS - Merita l'elogio pieno per il tris consecutivo, impresa di assoluto rilievo anche in un torneo svalutato come il nostro, ma accostarla ad altri squadroni del passato sa di bestemmia, e lasciamo stare il formidabile quinquennio 1930 - 1935, per favore. Se il metro più attendibile per valutare l'autentico valore del nostro football è il rendimento internazionale (e lo è), il team di Conte è rimasto più o meno sui livelli dell'anno passato (eliminato ai quarti di Champions nel 2013, fuori in semifinale di EL poche settimane fa). Se in un contesto interno di pieno decadimento aggiungi al tuo arco frecce puntute come Tevez e Llorente, è chiaro che per avversari già modesti non ci sia più partita. Ma, come detto sopra, il trionfo è in parte ingannevole e nasconde tremori da fine impero: difficile che la Juve di Buffon, Barzagli e Pirlo possa inseguire obiettivi europei, c'è da mettere a punto un nuovo progetto e la ripartenza potrebbe essere più difficile di quanto si pensi. 
FIORENTINA - Montella chiede rinforzi perché teme che questa squadra abbia dato fondo a tutte le proprie risorse, eppure è una compagine che ha dovuto correre ad handicap. Il cammino 2013/14 era stato costruito su fondamenta ben precise, ossia il duo d'attacco Gomez - Rossi: il primo non si è praticamente visto, il secondo, dopo un girone di andata da fromboliere, è stato cancellato da un altro grave infortunio, prima di ricomparire nelle ultime tre giornate, a giochi fatti, più che altro per mettere minuti nelle gambe in vista di un Mondiale non più chimerico. Che Viola sarebbe stata, con i due a dialogare là davanti? Fra un Borja Valero sempre più anima della squadra, costruttore e finalizzatore, un Pasqual che si è ripreso la Nazionale a cui, ai tempi di Lippi, pareva predestinato, e un Cuadrado in forma... iridata (uno dei pochi fuoriclasse espressi dal torneo), mi piace segnalare il piccolo ma significativo contributo (anche di gol) portato da Joaquin, ex grande promessa del calcio spagnolo quando ancora la Roja era lontana dal dominare il globo. 
PARMA - Nella lunga e affollata rincorsa all'Europa League, ha vinto alla fine la compagine più meritevole perché più continua, solida, ricca di talento puro (ben distribuito in ogni zona del campo), capace di abbinare praticità e una discreta dose di spettacolo. Cassani ritrovato, Paletta entrato a furor di popolo nel giro azzurro, Parolo formidabile centrocampista moderno, capace di correre e tessere gioco, di impostare e di concludere, Cassano ancora in grado di regalare lampi accecanti. 
VERONA - Un ritorno alla ribalta da applausi, dopo anni nelle retrovie calcistiche nazionali. Girone di andata a ritmi forsennati, poi un netto calo (coinciso con la cessione del regista Jorginho, futuro nazionale italiano: solo un caso?) e una parziale ripresa in dirittura d'arrivo. Toni ha spremuto probabilmente le ultime stille di talento e di reti dal suo bagaglio di campione, allettato anche da una prospettiva mondiale che per alcuni mesi è parsa più di un sogno, Iturbe è un fantasista vecchio stampo, di quelli capaci di "far venire giù lo stadio" con giocate in punta di fioretto, Cacciatore si è scoperto difensore fra i più efficaci a livello nazionale, l'eclettico Romulo punta la prua verso Brasile 2014.
MILAN - Temporada fallimentare, e non può bastare l'impennata finale con Seedorf in panchina (impennata più di risultati che di gioco) a cancellare le tante brutture viste prima. Difesa non all'altezza e lo si sapeva, ma rendimento inaccettabile di molti big anche negli altri reparti. Montolivo sottotraccia, dopo una stagione piuttosto brillante, Honda non pervenuto, Balotelli a tratti indisponente, eppure spesso decisivo in zona gol, a far capire fin dove potrebbe arrivare, questo gigante perennemente imbronciato e in guerra col mondo, se solo riuscisse a limare un tantino il suo carattere e ad avviare una maturazione non più differibile. Nel corso dell'ultima giornata, col Toro sotto a Firenze e il Parma che non riusciva a sbloccare contro il retrocesso Livorno, i rossoneri parevano addirittura poter agganciare in extremis il treno europeo, ma sarebbe stato francamente troppo. 
GENOA - Opinione strettamente personale, non raggiunge la sufficienza perché, dopo aver regalato alcune prestazioni di buonissima grana (su tutte il successo sull'Inter, il pirotecnico pari di Firenze e la sfortunata gara con la Juve), ha troppo presto tirato i remi in barca, addirittura quando la salvezza non era ancora stata matematicamente raggiunta. In tal modo ha offerto spettacoli desolanti e perso il derby della supremazia cittadina che, ad un certo punto, pareva avere saldamente fra le mani, e che comunque era alla portata, sulla scorta di una caratura complessivamente superiore ai blucerchiati. Ultimi due mesi da 4 in pagella, che fanno media col 7 abbondante del resto del campionato: 5,5 e ringraziare. Purtroppo, al momento, la Serie A non dura solo trenta giornate, e va onorata fino alla fine.  
SASSUOLO - Una... battaglia personale vinta, quella che ho combattuto per i neroverdi fin da questa estate e ancor più dopo il mercato di gennaio, dal quale il club di Squinzi era uscito enormemente potenziato, avendo aggiunto classe ed esperienza a un telaio già tutt'altro che disprezzabile. Non fosse stato per la sciagurata parentesi Malesani, ormai non più adatto ad allenare ad alto livello, la salvezza sarebbe probabilmente arrivata prima. E' una squadra ricca di mezzi tecnici ed economici, che già fin da ora si candida a mina vagante del prossimo torneo. E se Berardi trova continuità, può rischiarare il nuvoloso orizzonte del calcio nostrano: ha guizzi da fuoriclasse vero.
I MIEI UOMINI PIU' - Chiudo con i miei personaggi copertina, escludendo a priori quelli già strombazzatissimi da stampa e tv. Perin e Scuffet, la reattività e la calma olimpica, portieri azzurri del futuro; Bonucci, difensore che spinge, costruisce e segna; Parolo, uomo - squadra di cui ho già scritto sopra; Florenzi, giocatore universale, moderno, tuttofare, capace di coprire, attaccare e segnare: Prandelli, perché l'hai lasciato a casa? Callejon e Mertens, formidabili guastatori - incursori dalla strepitosa prolificità sotto porta, decisivi nella... carica dei 104 gol napoletani in stagione; il capocannoniere Immobile, attaccante vecchio stampo, uno che vive solo per il gol e che cerca la porta appena intravede uno spiraglio, riflessi fulminei, opportunismo, fiuto per il fondo della rete. Ed è anche in stato di grazia, uno di quei giocatori che vanno assolutamente portati al Mondiale, come jolly dell'ultimo momento, specialità tutta italiana.  

mercoledì 23 aprile 2014

LETTERA APERTA AL GENOA CFC


Spettabile Genoa CFC 1893, dirigenti, staff tecnico e calciatori tutti,

vi do una notizia che, forse, spiazzerà molti di voi, ma è confermata da svariate fonti, autorevoli e non: il campionato italiano di calcio "Divisione nazionale Serie A" si articola in 38 giornate di gare. Sì, lo so, è un brodo allungato e annacquato, quasi sempre sciapo, spesso indigeribile: ma così stanno le cose e, finché chi di dovere non imporrà il fondamentale snellimento del torneo col ritorno alle 18 squadre, occorre adeguarsi e comportarsi di conseguenza. No, ve lo dico perché, a giudicare dal comportamento tenuto in campo nell'ultimo mese, sembrate non esserne consapevoli. 
Perdonatemi l'ironia (inconsistente, lo so: non sono mai stato un arguto umorista) ma quando ci vuole ci vuole. Perché avete staccato la spina, questa è la verità, e gli "spettacoli" da voi offerti in partita lo stanno dimostrando in maniera inoppugnabile. Si badi bene, ci può stare, nel calcio, di inanellare delle serie negative; ci può stare soprattutto per realtà di medio livello come quella di cui voi siete i portabandiera, per squadre le cui risorse di classe sono molto limitate (anche se per il Genoa, come vedremo, è vero solo in parte) e che quindi non possono mantenere un rendimento costantemente elevato per dieci mesi consecutivi. Ci sta tutto, insomma, ma ciò che offende è il modo: cali di concentrazione, ripetuti black out mentali nei momenti decisivi, approccio "ultraleggero" alle partite, superficialità nell'affrontare anche le figure di gioco più elementari, personalità all'acqua di rose, "garra" inesistente. 
QUALE SALVEZZA? - "D'accordo", potreste ribattermi, "ma nei mesi precedenti abbiamo marciato a ritmi sostenuti, sfoderato intensità agonistica, mostrato scampoli di gioco piacevole e ottenuto risultati che ci hanno consentito di guadagnare con largo anticipo la salvezza, ciò che ci si chiedeva". No, un momento, vi sfugge forse un particolare: la salvezza non è ancora stata raggiunta. Sì, lo so, i miracoli nel football non esistono o quantomeno sono assai rari, e le squadre sul fondo non otterranno mai, tutte insieme contemporaneamente, i risultati che servirebbero per mettere loro al sicuro e inguaiare voi. Ma resta il fatto che, a quattro turni dalla fine, la sicurezza matematica della permanenza in categoria non l'avete ancora conquistata, non siete nemmeno pervenuti alla fatidica quota 40.
Non è un dettaglio da poco: il classico "svacco" finale di tante compagini, triste caratteristica dei tornei a 20, avviene solitamente quando l'obiettivo minimo è stato centrato "realmente", non "virtualmente". Ma voi no, voi siete il Genoa e volete differenziarvi anche in questo. Col risultato che state riuscendo ad avvelenare una stagione che aveva tutti i crismi per essere finalmente tranquilla, dopo due anni di patimenti. Non molto di più chiedeva il tifoso genoano medio: un pizzico di serenità, qualche delusione in meno e soprattutto rispetto, totale e assoluto. 
RISPETTO - Sì, rispetto è la parola chiave, senza scomodare la "professionalità", che è un concetto molto più complesso e ampio e sulla quale non mi permetto di eccepire. Rispetto per il proprio lavoro e, soprattutto, per la passione (e gli sforzi economici) di chi settimanalmente vi segue: allo stadio, in tv o persino con la cara vecchia radio, poco importa. Rispetto, per un calciatore, vuol dire dare il massimo delle proprie possibilità, atletiche ma soprattutto mentali, fino al termine degli impegni agonistici ufficiali, e non mollare i pappafichi con due mesi di anticipo. Se le partite da giocare sono 38, non se ne possono giocare "davvero" solo 30 per poi sposare una sterile accademia e allentare le redini dell'attenzione. Dico questo perché la stanchezza, gli infortuni di uomini chiave, il logorio psicofisico non bastano a giustificare, ad esempio, sconfitte rocambolesche come quelle con Chievo, Torino e Cagliari, o come quella, sciagurata, con l'Hellas: tutte partite ampiamente alla portata, tutte sistematicamente gettate alle ortiche. Non le giustificano perché, fra un capitombolo e un altro, avete piazzato anche prove di assoluto spessore, ad esempio le gare, pur sfortunate, con Juventus e Milan. 
E' questo che fa arrabbiare chi vi ama senza essere ricambiato: se si sfoderano prestazioni di così alto livello, ancorché non confortate dai risultati, significa che la stoffa c'è, il materiale, per quanto non eccezionale, è buono, talmente buono da consentire qualcosa di più di un crollo verticale come quello a cui stiamo assistendo impotenti. Sì, perché anche il discorso salvezza (non ancora raggiunta, lo ripeto) lascia il tempo che trova: una squadra che annovera nelle sue file tre potenziali nazionali azzurri (Perin, Antonelli, Gilardino), due giovani promesse nostrane (Bertolacci e Sturaro), nazionali stranieri e vecchi mestieranti che in categoria hanno sempre fatto il loro, beh, aveva il dovere di dare qualcosa di più.

                               Antonelli: uno dei tanti buoni giocatori della rosa genoana

ALZARE IL TIRO - Il tifoso genoano medio si è purtroppo abituato, quasi assuefatto, alla mediocrità e alla modestia di chi troppo spesso ha vestito la casacca rossoblù. Vi si è talmente abituato da credere che voi non siate poi tanto diversi da tanti mezzi giocatori avvicendatisi nel tempo in quel di Pegli: scarsi quelli, scarsi voialtri. E finisce col ripetersi come un mantra, per autoconvincersi, che "la salvezza c'è, di più non si può fare, quindi va bene così e anzi, è già un mezzo miracolo". E invece no, la rosa è da parte sinistra, massimo undicesimo - dodicesimo posto. Questo, quantomeno, sul piano del talento. Come "testa", evidentemente, non è la stessa cosa. Comunque, anche ammesso che abbiate considerato la salvezza come dato acquisito, perché abbassare la guardia? Perché non cercare di dare altre piccolissime soddisfazioni ai tifosi e a un ambiente di nuovo depresso e frustrato, dopo la breve felice parentesi dell'era Milito? Un piazzamento un tantino più prestigioso di un quindicesimo - sedicesimo posto, magari il tentativo di inseguire la zona delle teste di serie di Coppa Italia, o il primato cittadino a cui tutti, anche se in molti minimizzano, tengono follemente. 
IL GENOA NON E' UNA PROVINCIALE - Forse non ve ne rendete conto, ma la colpa è, certo, di chi non si è impegnato al massimo per farvelo capire: il Genoa non è un club come gli altri: è un simbolo. Sì, capisco, lo dicono tutte le tifoserie di tutte le squadre del globo terracqueo: la differenza è che questo è il club che ha, di fatto, "fondato" il football in Italia, è un pilastro, il più antico e più solido, dell'esistenza stessa del nostro calcio, è onusto di gloria, ancorché un po' impolverata. Quali altre società possono vantare radici, storia e palmarés simili? A fronte di tutto ciò, nessuno vi chiedeva ovviamente di dare l'assalto al decimo scudetto o a un piazzamento europeo,  ma di chiudere questa stagione  rimanendo sempre "sul pezzo" sì: era, ed è, sacrosanto pretenderlo. Giocare qui non è come giocare a Bergamo o a Verona, con tutto il rispetto: se non vi sentite psicologicamente pronti a onorare una maglia fra le più pesanti, se proprio non ne comprendete il significato, se credete di giocare per una provinciale come tante altre, beh, ragazzi, miei,  nessuno vi trattiene, tanto un ingaggio, grazie ai vostri procuratori, lo troverete sempre. 
CHIUDERE CON DIGNITA' - Sapete cosa si dice in città? Che perderete anche le ultime quattro gare, che avete la sconfitta scritta in faccia. Il sottoscritto, nell'ultimo post a voi dedicato, aveva affermato che fare esperimenti tecnico - tattici in vista del prossimo campionato non ha molto senso, nelle ultime giornate. Ecco, ora invece un significato a quest'ultimo mese di attività lo si potrebbe trovare: lottare e giocar bene, possibilmente facendo punti, non per cercare la conferma in rossoblù (il mercato rimescola le carte, sempre, a prescindere da quello che è stato il rendimento in campo durante la stagione) ma per dimostrare di essere calciatori completi, calciatori da Serie A: perché i calciatori di Serie A, quelli veri, non staccano la spina alla 30esima giornata, se hanno raggiunto un traguardo ne cercano subito un altro, e nello sport è facilissimo trovare nuovi stimoli e motivazioni. 
Tre anni fa, un Genoa anch'esso già salvo in anticipo chiuse il torneo dignitosamente, battendo tutte le aspiranti alla salvezza, nel segno di una rispettabile "par condicio" calcistica; voi fra qualche settimana vi troverete a dover affrontare, in rapida successione, Bologna e Sassuolo, che si stanno contendendo l'ultimo posto disponibile per sfuggire al precipizio. Ecco, battetele tutte e due, ne avete le risorse, e state pur tranquilli che nessuno avrà la faccia tosta di crocifiggervi perché, pur senza obiettivi reali di classifica, vi siete impegnati alla morte contro compagini che si giocavano la sopravvivenza sportiva. Fatelo, perché chiudere un campionato con otto k.o. di seguito o giù di lì, ve lo dico chiaro, cancellerebbe quanto di buono fatto fino a marzo: significherebbe ripartire da zero o quasi, fra mille incognite, nell'agosto prossimo. Significherebbe veder nascere nuovi dubbi anche sulla guida tecnica, perché nessun allenatore, nemmeno il più amato dalla piazza, nemmeno il più stimato dal presidente, può pensare di passare indenne attraverso due mesi di figure barbine. Un paio di vittorie e qualche punto in più di qui a maggio non cambieranno la storia del Grifone, certo; ma ne salvaguarderebbero l'immagine di ritrovata solidità e credibilità che si era raggiunta quest'anno, dopo i triboli e il navigare a vista del passato recente. Pensateci, tutti.

Con stima. 

sabato 1 febbraio 2014

IL CALCIOMERCATO DI GENNAIO: SASSUOLO SUPER FRA TANTE FALSE "BOMBE". HERNANES IL VERO COLPO

                                    Osvaldo alla Juve: non propriamente un "colpaccio"

Sassuolo dominatore del mercato di gennaio. Succede anche questo, nel decadente calcio italiano d'oggidì, in profonda crisi tecnica e finanziaria. E tuttavia non è il caso di prorompere nel classico "chi l'avrebbe mai detto?". Che la società di patron Squinzi fosse una delle poche ad avere i mezzi economici per movimentare un po' le trattative invernali era cosa risaputa, hanno stupito casomai la mole e la qualità degli acquisti effettuati. Per il resto, mi sento di eccepire sull'entusiasmo manifestato ieri sera, a compravendite concluse, in alcune trasmissioni specializzate: non mi è parsa una campagna trasferimenti memorabile. A chi sostiene che raramente si fosse vista in passato una finestra di gennaio così ricca di colpi (?), vien fin troppo facile ricordare cosa accadde appena dodici mesi fa, con il Milan che si prese Balotelli e la Fiorentina che investì su Pepito Rossi. 
QUALI COLPI? - Questa volta, certo, ci sono stati diversi movimenti interessanti, hanno cambiato casacca molti buoni giocatori, ma nessun nuovo arrivo mi pare in grado di spostare in maniera determinante certi equilibri consolidati, di poter dare una svolta radicale alla stagione delle nuove squadre di appartenenza. Alcuni esempi: Osvaldo, Matri e Nainggolan possono essere considerati dei "colpi" di mercato? A parer mio no: l'italo - argentino rientra in Italia dopo mezza stagione inglese ai limiti del disastroso, fra pochi gol e poco edificanti eccessi caratteriali, un quadro sconfortante che non può non metterne in dubbio la convocazione per i prossimi Mondiali. Approda in una Juve dove troverà una concorrenza, quella di Tevez e Llorente, che al momento appare francamente insuperabile: se poi teniamo conto che in bianconero sono rimasti Vucinic, Quagliarella e Giovinco, che con tutti i loro limiti non son certo gli ultimi arrivati... 
Matri è stato preso perché la Fiorentina si è vista azzerare dalla malasorte il poderoso rafforzamento estivo della prima linea, rappresentato da Mario Gomez e dal citato Rossi; è il classico buon attaccante mai del tutto esploso ai livelli che gli si pronosticavano agli esordi: farà i suoi gol, ne ha già infilati due al Catania, ma la coppia di bomber originaria era un'altra cosa, diciamocelo. Infine, Nainggolan: centrocampista di notevole livello, uomo di sostanza e di piedi discretamente educati, eclettico, ma non certo un fenomeno epocale, se è vero che anche nella Nazionale belga non rappresenta uno dei punti di riferimento, anzi; sarà semplicemente una buona alternativa tecnica e tattica per una Roma peraltro già ricchissima di opzioni di livello. 
BRAVA INTER - Potremmo continuare: Jorginho è un elemento valido e di prospettiva, un centrocampista di fosforo e personalità che potrebbe persino avere un futuro azzurro, dopo Brasile 2014, ma forse non è l'uomo di peso che serviva al Napoli per colmare il gap venutosi a creare con chi lo precede in classifica, mentre rimane inspiegabile l'ostracismo decretato a Cannavaro, la cui partenza ha reso ancor meno italiana una squadra che ha purtroppo intrapreso la medesima strada esterofila di tanti, troppi club di vertice del nostro football.
Probabilmente, fra le grandi, le cose migliori le ha fatte l'Inter, che del resto ne aveva un bisogno feroce: il laterale D'Ambrosio è stato una delle sensazioni della prima parte di torneo, tanto da essere accostato persino alla Nazionale, ed Hernanes è uno dei pochi campioni di fuorivia ancora presenti nel nostro Paese, uno in grado di innalzare decisamente il tasso di classe di un complesso tutt'altro che eccelso, da questo punto di vista. Discrete le operazioni del Milan, ma non è proprio il caso di lasciarsi andare a facili entusiasmi, perché ancora una volta la dirigenza rossonera non è intervenuta con decisione sull'unico reparto che aveva necessità di radicali modifiche, ossia la difesa: è arrivato il solo Rami, auguri a Seedorf... E per il resto, tutto da valutare, per diversi motivi, l'impatto del fantasista marocchino Taraabt e di un Essien in fase calante, mentre Honda può fare sicuramente bene, ma per lui vale il discorso fatto poco sopra per i vari Nainggolan e Matri. 

                                     Cannavaro: poderoso rinforzo per il Sassuolo

SASSUOLO UBER ALLES - Meglio parlare del Sassuolo, allora: già l'estate scorsa aveva fatto molto per allinearsi ai valori tecnici della nuova categoria. La campagna di luglio e agosto è stata solo parzialmente sufficiente, ma ricordiamo che prima della recente serie negativa (interrotta solo dall'estemporanea prodezza col Milan) la squadra aveva mostrato brillantezza di gioco e raccolto risultati anche importanti, rimanendo aggrappata al treno salvezza. Ora, però, non può più nascondersi: con Ariaudo, Manfredini e la ciliegina Paolo Cannavaro a puntellare una retroguardia sempre troppo traballante, con Biondini, Brighi e Rosi a portare polmoni e cervello a centrocampo, con Sansone (ma perché il Parma l'ha dato via?) a fare la scheggia impazzita di una prima linea sontuosa, in cui Floccari è andato ad aggiungersi ai vari Berardi, Zaza e Floro Flores, beh, non conquistarsi la permanenza sarà molto molto difficile. Le incognite? Amalgama da ritrovare in fretta e furia e un cambio di panchina discutibile, perché Malesani è reduce dalla traumatica esperienza genoana e sembra aver perso le potenzialità vincenti dei primi anni di carriera. 
GENOA: BUONI ARRIVI E OTTIME CONFERME - Uno sguardo al resto della Serie A. Fra le compagini di "classe media", ha fatto molto bene il Genoa: Burdisso è senza alcun dubbio un rinforzo per la difesa, De Ceglie, motivato a dovere, può ritrovare il buon rendimento del passato juventino, Cabral non è un fenomeno ma porta se non altro una discreta esperienza internazionale e rende più coriaceo il reparto di mezzo. Perplessità su Motta, la cui carriera non è finora stata all'altezza delle fulgide promesse di gioventù, e sul ritorno di Sculli, in parabola discendente e uscito non certo bene dalla triste vicenda Genoa - Siena. 
Ma il vero colpo è stato tenere tutti i gioiellini di casa, in particolare Antonelli e Gilardino, accostati sistematicamente a tutte o quasi le grandi. Assurdo, poi, il trattamento mediatico riservato al centravanti azzurro: è stato dato quasi per certo al Bologna (immaginiamo il desiderio di Alberto di abbandonare la relativa tranquillità zeneise per andare in una squadra di modesto livello qualitativo e impelagata fino al collo in zona retrocessione), ricamando su problemi personali e fantomatiche rotture con l'ambiente rossoblù. La dimostrazione plastica di come il giornalismo in versione calciomercato sia un giornalismo inutile e anzi dannoso, che non fa onore alla professione e che dovrebbe essere proibito d'autorità. 
LE ALTRE: CALMA PIATTA O QUASI - Qualche buona entrata per il Chievo, con un Agazzi che potrebbe risolvere il problema del portiere (Puggioni non è mai stato una garanzia), Canini che in difesa ha più o meno fatto il suo ovunque sia stato (Genoa a parte) e Stoian che proprio dalla Genova rossoblù torna, dopo mezza stagione in cui non ha lasciato alcuna traccia: ma in passato a Verona aveva fatto bene e ritrovare il suo ambiente potrebbe aiutarlo. Del Parma, detto della incomprensibile rinuncia a Sansone, incuriosisce la nuova batteria di laterali, a destra Schelotto in cerca di rilancio e a sinistra un Molinaro  deciso a dimostrare di poter far bene anche da noi, dopo aver ben figurato in Bundesliga (che non è poco). 
Già scritto qualche settimana fa di Lodi al Catania, non so se al Livorno basteranno Mesbah e un Belfodil da ricostruire nel morale per tirarsi fuori dalle sabbie mobili, mentre Marquinho dovrebbe aumentare il ventaglio di soluzioni offensive di un Verona che però perde in solidità complessiva con la rinuncia a Jorginho. Per il resto, calma piatta o quasi: movimenti poco significativi per Atalanta, Cagliari, Sampdoria (Maxi Lopez è un'incognita grossa così, dopo un anno e mezzo da incubo), Torino (ma occhio a Tachtsidis) e Udinese, il Bologna si aggrappa ancora a Diamanti che continua a cantare e a portare la croce in un team  ancora a corto di argomenti in fatto di classe complessiva, la Lazio, mentre deve registrare la grave perdita di Hernanes, ha conquistato un Helder Postiga che ha spessore internazionale ma forse non è più quello di un tempo. Per la svalutata Serie A di oggi, però, potrebbe bastare, come il Kakà in versione ridotta del Milan attuale... 

domenica 19 maggio 2013

VERONA E SASSUOLO IN SERIE A: E CON L'HELLAS RITORNA UN PEZZO DI STORIA DEL CALCIO


                                       Cacia: coi suoi gol ha riportato il Verona in A                                

Una delle giornate più emozionanti della storia recente del campionato di Serie B ci ha lasciato in eredità due favole, due di quelle vicende che contribuiscono ad alimentare il fascino transgenerazionale del football, favole di cui, oggi più che mai, il calcio nostrano ha disperatamente bisogno per riguadagnare terreno in fatto di consensi e popolarità. Del Sassuolo, della feroce battaglia di Modena col Livorno chiusa con una memorabile apoteosi, parlerò più avanti. Perché è chiaro che, sul piano prettamente storico, la copertina la merita più di tutti il Verona. L'Hellas torna in Serie A dopo undici anni, e non è un ritorno qualsiasi: è un recupero fondamentale per il nostro movimento calcistico di vertice. 
UNA "GRANDE" DI PROVINCIA - Sì, perché non può non stare nella massima divisione una società che ha saputo scrivere, quasi trent'anni fa, una pagina epica di questo sport. Uno scudetto in provincia, nel 1985, in un contesto tecnico estremamente più competitivo e qualitativo di quello che vive oggi il pallone di casa nostra. Sono fatti stranoti, ma ricordarli fa bene al cuore:  quel Verona mise in riga tutte le grandi di un campionato che, all'epoca, era davvero "il più bello del mondo", etichetta che il nostro torneo si è poi portato appresso a sproposito per tanti, troppi anni, prima di prendere atto di una realtà  che è oggi assai meno luminosa.
Non fu né un caso né una meteora, come qualche superficiale ritene oggi di dover liquidare quella conquista: fu, lo scudetto '85, il punto più alto di un progetto quasi decennale. Quel Verona prese forma all'inizio degli anni Ottanta: nella squadra che vinse il campionato cadetto 1982 c'erano già i Garella, i Tricella, i Di Gennaro, elementi che poi sarebbero stati fra i più determinanti nel trionfo tricolore. E c'era già, soprattutto, Osvaldo Bagnoli, il trainer che plasmò tatticamente e mentalmente quella compagine fino a renderla una macchina perfetta. Lavorando in serenità, senza alcuna pressione da parte di un ambiente che chiedeva solo di non vivere più pericolosamente e che, invece, si ritrovò a competere per i più alti traguardi. 
PROGETTO DECENNALE - Un percorso quasi decennale, dicevo. Già, perché non ci fu solo lo scudetto: prima e dopo, arrivarono altri risultati di assoluto prestigio: due quarti posti in campionato, due finali di Coppa Italia, partecipazioni alle coppe europee con esiti tutto sommato lusinghieri. Nulla di casuale, quindi, ma una avventura lunga e frutto di una programmazione rigorosa ed equilibrata. L'85, come detto, fu il punto più alto: il passo definitivo per alzare l'asticella e puntare al massimo traguardo fu l'arrivo di due autentici campioni di fuorivia, il tuttofare tedesco Briegel e la punta danese Elkjaer - Larsen, ma il contributo degli italiani fu sostanziale: le parate sgraziate ma efficaci di Garella, il sontuoso libero Tricella, che per eleganza e sicurezza parve, per qualche tempo, destinato a prendere il posto di Scirea in Nazionale, i guizzi offensivi del furetto Galderisi e la lucida, scarna e geometrica regia di Di Gennaro, che impreziosiva la sua operosità con tiri dalla distanza al fulmicotone. E ancora, le sgroppate mancine di Marangon, l'ordine, l'eclettismo e il fervore dei vari Volpati, Bruni, Sacchetti... 
No, non fu fortuna: questi erano elementi di valore assoluto: certo era più facile che un gruppo così potesse prendere forma in un grande club metropolitano, ma allora poteva succedere che anche lontano dal ristretto novero delle big si riuscisse a costruire qualcosa di veramente importante; il fatto che oggi non sia più possibile è uno dei "vulnus" che hanno contribuito a impoverire il nostro calcio, ma questo è un altro discorso, peraltro già più volte affrontato sul queste pagine. 
GLI ANNI DI PRANDELLI E MALESANI - Dopo la fine dell'epopea bagnoliana, il Verona è tornato altre volte in Serie A. La ricomparsa più significativa è datata 1999, e non  a caso a guidare quella riscossa fu un altro tecnico destinato a lasciare un segno profondo nel libro d'oro del football italiano: Cesare Prandelli. Dopo aver vinto il torneo cadetto, l'Hellas si regalò una stagione da protagonista in A, grazie a un girone di ritorno da favola, con le ciliegine sulla torta dei successi casalinghi su Lazio e Juventus, ossia le due squadre che quell'anno si contesero lo scudetto. Era una compagne senza stelle ma con tanti buoni giocatori, da Brocchi a Italiano, da Diana a Falsini, Da Laursen a Leonardo Colucci. L'unico campione vero era Morfeo, peraltro mai del tutto sbocciato, mentre il braccio armato fu Cammarata, attaccante di scuola juventina dal quale in molti si sarebbero aspettati una carriera ben più folgorante e che forse solo in quella stagione si espresse al massimo del proprio valore. 
Le stelle, a Verona, arrivarono effettivamente negli anni successivi, pur se ancora soltanto "in sboccio": ma i vari Camoranesi, Gilardino e Mutu non bastarono ad evitare alla squadra un nuovo periodo di sofferenza. Dopo una salvezza raggiunta solo allo spareggio, (contro la Reggina), nel 2001, la stagione seguente riservò una delle delusioni più atroci: discesa in B dopo un girone di andata che aveva visto l'Hellas discreto protagonista, fors'anche stimolato dalla presenza in categoria dei dirimpettai del Chievo che, per qualche settimana, occuparono addirittura il primo posto. Ma la fase discendente fu un disastro, e il team affidato a Malesani sprofondò lentamente ma inesorabilmente. 
RITORNO A FARI SPENTI - Su tutto ciò che accadde successivamente dalle parti dell'Arena, meglio stendere un velo pietoso, in particolare sulla troppo lunga parentesi in terza divisione. Lo scorso anno l'Hellas ha rivisto la luce della cadetteria e ha stupito tutti, sfiorando il salto doppio con una squadra senza vedettes: il grande calcio ha scoperto il valore del portiere Rafael, dei difensori Abbate e soprattutto dello splendido Maietta, leader carismatico, dei talentuosi centrocampisti Tachtsidis (subito artigliato dalla Roma) e Jorginho, della punta Juanito, di altri ancora. Su quel blocco già altamente competitivo, l'estate scorsa la società ha lavorato di cesello, innestando una serie di big per puntare con decisione al bersaglio grosso. 
I BIG PER LA SERIE A - Forse questo salto di qualità, questo diventare "squadra da battere" dopo aver viaggiato felicemente a fari spenti per una stagione intera, ha nuociuto all'Hellas sul piano dello spessore di gioco e dell'intensità, non più ai livelli del 2011/12. Però i risultati parlano da soli: i gialloblù hanno brillato per continuità e praticità, i pochi passaggi a vuoto e i periodi di crisi sono stati puntualmente rintuzzati con riscosse che hanno evidenziato la saldezza psicologica e la maturità del gruppo. E del resto ai big acquistati dalla società, ai Cacciatore, agli Agostini, ai Bacinovic, ai Martinho e ai Cacia, si chiedeva proprio questo, oltre all'ovvia iniezione di classe superiore: portare in dote alla squadra esperienza ad alti livelli e capacità di gestire i momenti delicati e di trarre il massimo da ogni situazione. Ebbene, questo Hellas l'ha fatto, magari facendo storcere un po' il naso agli esteti ma centrando l'obiettivo addirittura senza passare dall'incubo playoff, grazie a un rush finale strepitoso che ha lasciato di sasso il lanciatissimo Livorno. 

                                                 Felicità per il Sassuolo

SASSUOLO, CON UN ANNO DI RITARDO - Già, il Livorno: vittima, in extremis, della voglia matta di salire di un Sassuolo che, del resto, non ha fatto altro che cogliere un trionfo già ampiamente meritato dodici mesi fa, e sfuggito in maniera del tutto rocambolesca. Certo, gli emiliani di quest'anno mi hanno per certi versi riportato alla mente alcune avventure cadette del Genoa: come quelle del 2005 e del 2007, quando i rossoblù mostrarono gravi lacune caratteriali che impedirono loro di gestire al meglio situazioni di classifica ottimali, facendoli giungere in dirittura di arrivo col fiato grosso. 
Allo stesso modo, i neroverdi hanno rischiato di gettare alle ortiche un torneo letteralmente dominato fino a un mese fa, a causa di un inspiegabile rallentamento, ma la fiammeggiante battaglia di Modena, che ha avuto momenti di drammaticità sportiva assoluta, ne ha esaltato la capacità di soffrire e ne ha infine premiato la superiore classe e il miglior rendimento complessivo nell'arco del torneo. Calcio d'altri tempi, quello del Braglia: magari esteticamente discutibile (ma la presenza in campo di gente come Missiroli, Boakye e Berardi avrebbe giustificato ampiamente il prezzo del biglietto anche per eventuali spettatori neutrali), ma calcio arcigno, emozionante, vero, pur con qualche eccesso e qualche spigolatura dettati dall'importanza della posta in palio. Meno vero quello del Bentegodi fra Verona ed Empoli, ma personalmente non mi scandalizzerò mai di fronte a "spettacoli" simili, che ritengo pressoché inevitabili quando si trovano ad affrontarsi due squadre con interessi di graduatoria assolutamente convergenti, se non coincidenti (vedasi anche Toro - Genoa di qualche settimana fa). Non è il massimo della sportività, lo so, ma è anche vero che c'è ben altro per cui inorridire, nel nostro football. E dunque, bentornato Verona, e benvenuto (con un anno di ritardo...) Sassuolo!