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martedì 14 novembre 2017

CLUB ITALIA SENZA MONDIALI: ADDIO RUSSIA 2018, UN DISASTRO NON SOLO SPORTIVO


Non è proprio il caso di minimizzare, di indorare la pillola. La mancata qualificazione dell'Italia a Russia 2018 è un evento disastroso, che solo i superficiali possono circoscrivere all'ambito prettamente sportivo. Non ha fallito solo una squadra, ma un intero movimento, con ricadute pesantissime su tutto un indotto che grazie al pallone vive e prospera. Restare fuori dal Mondiale causerà danni anche sul piano economico, in un campo di interessi vastissimo che va dai mancati introiti per sponsorizzazioni al calo di interesse del pubblico, fino alla diminuzione delle vendite di una stampa già di per sé agonizzante. Tutto questo per rendere bene un quadro che ancora non tutti hanno ben chiaro. 
ONTA - Per un Paese di grandi tradizioni calcistiche come il nostro (quattro titoli iridati, ricordiamolo), questa precoce eliminazione è una vergogna inammissibile, una macchia indelebile per un gruppo di calciatori, un allenatore, un presidente e la Federazione che tale presidente ha espresso. Certo, non è stato un fulmine a ciel sereno; possiamo anzi dire che sia la logica conclusione di almeno tre lustri di gestione sciagurata, fra vivai trascurati e uno spazio sempre più angusto concesso ai giovani di casa nostra per crescere, migliorarsi e apprendere in confronti di alto livello.
SERVIRA' A QUALCOSA? - Sono perfino stanco di scrivere cose che su questo blog sono di casa più o meno dalla sua nascita, nel 2011. E del resto le figuracce in Sudafrica e in Brasile avevano già chiaramente indicato la via: o riformare, o morire. Dopo le denunce e le polemiche a caldo, tutte le componenti del pallone italico hanno scelto la seconda via, e ora ne colgono i frutti. Nessuno è innocente, nemmeno i media, sempre poco critici nei confronti di un sistema che era chiaramente destinato a implodere. Le prospettive sono fosche: fossimo stati la Germania, o un altro Paese serio, avrei perfino messo la firma su una nostra eliminazione, che avrebbe rappresentato la garanzia dell'inizio di un processo di totale ricostruzione e moralizzazione dell'ambiente. Ma, ahimé, siamo in Italia, e temo che questa batosta lascerà troppe cose come stanno: la crisi strutturale del calcio italiano ha fondamenta solidissime e radici troppo profonde per essere estirpate in quattro e quattr'otto. Solo pochi giorni fa ho letto sul Guerin Sportivo, a firma Tucidide, di un endorsement da parte di Andrea Agnelli nei confronti di Tavecchio a prescindere dal risultato di questo drammatico playoff. E difatti le voci di corridoio parlano di un presidente federale non disposto a dimettersi, così come non si è ancora dimesso il cittì, che ha colto anche l'ultima occasione per mostrare tutta la sua inadeguatezza a un ruolo troppo più grande di lui. 
PROVA GAGLIARDA, MA IL GIOCO... - A questo punto occorre parlare di questioni strettamente "di campo", che peraltro allo stato attuale diventano un dettaglio del tutto secondario. Ventura si è giocato le sue ultime chances confermando il trend manifestatosi fin dall'inizio della stagione: smarrita del tutto la bussola tattica, smarrita anche la linea tecnica che aveva tracciato nella prima parte della sua gestione. Dopo aver aperto i cancelli di Coverciano a un gran numero di giovani virgulti (ricordo al proposito l'entusiasmo dei media a inizio 2017, laddove su queste pagine si manifestava una calibrata prudenza), ha chiuso la sua avventura aggrappandosi disperatamente al passato, a veterani in parabola discendente e a giocatori esperti che già avevano evidenziato ripetutamente la loro relativa caratura internazionale. La qualificazione è stata persa a Solna, con una gara deprimente e quasi irritante per povertà di gioco e di idee. Al Meazza, il Club Italia ha se non altro disputato un match gagliardo e volitivo, ma troppo poco lucido. L'aggressività dei nostri si è persa spesso nella prevedibilità della manovra e nell'ennesima scelta suicida: invece di tentare di forzare il bunker avversario con giocatori agili e sguscianti come Insigne, Bernardeschi ed El Shaarawy (questi ultimi due entrati troppo tardi), ci si è incaponiti nello sfruttamento delle fasce con immancabili cross alti nel mezzo dell'area, facili prede dei lungagnoni della difesa scandinava. 
SVEZIA MEDIOCRE E FORTUNATA - Abbiamo trovato un Jorginho capace di assumersi la responsabilità di pilotare la squadra nella zona nevralgica, ma il napoletano si è spento alla distanza, o forse hanno smesso di seguirlo i compagni, che nel secondo tempo sono tornati a percorrere le solite, infruttuose strade tattiche. Poi, certo, in queste ore può risultare impopolare scrivere che la Svezia la qualificazione se la sia ritrovata come un insperato dono dal cielo, più che meritarla, ma è così che sono andate le cose. Una Svezia fra le più modeste che io ricordi, senza alcun picco tecnico, che va in Russia grazie a un autogol e a una battaglia in trincea che, a Milano, ha fatto impallidire il catenaccio dei tempi d'oro.
Pur mostrando impacci e limiti evidenti nella capacità di produrre azioni lineari ed efficaci, i nostri ieri sera hanno costruito almeno otto palle gol nitide (due Immobile, due Parolo, due Florenzi, una a testa per Candreva ed El Shaarawy), da aggiungere alla tre dell'andata (Belotti, ancora Candreva e il palo di Darmian): almeno i supplementari sarebbero stati un giusto premio, ma quando si falliscono così tante occasioni occorre anche limitarsi nelle recriminazioni, senza però arrivare a dire che l'anticalcio dei nostri avversari abbia meritato di passare il turno: francamente, mi sembra eccessivo. Nonostante la buona volontà, nonostante il cuore gettato oltre l'ostacolo dei grossi limiti di una Nazionale sbagliata, non è arrivato il guizzo della squadra di grande tradizione, quel guizzo che, nello spareggio del '97, ci consentì di avere la meglio su una Russia più forte della Svezia attuale; quello che ha consentito di salvare la ghirba ad altre grandi "malate" coinvolte nei passati playoff mondiali o europei (a Francia, Spagna e Olanda è capitato più di una volta, la Germania ci passò nel 2001, e tutte alla fine centrarono l'obiettivo). 
LA NAZIONALE PRIMA DEI CLUB - L'ultimo triennio azzurro ha mostrato chiaramente quanto conti il trainer, per una squadra con tanti buoni giocatori ma nessun campione assoluto. Conte aveva portato una truppa discreta ma non irresistibile a sfiorare la semifinale di Euro 2016; per questo non bisogna avere remore nel dire che, pur fra i tanti mali che affliggono il nostro calcio, la responsabilità di Ventura in questa disfatta è altissima, direi svettante su altri fattori. Si deve ricominciare da un coach esperto a livello internazionale e carismatico; si deve tornare, possibilmente tramite una nuova presidenza federale, a ristabilire le gerarchie calcistiche nel Paese: la Nazionale viene prima dei club, è la vetrina di un movimento e la cartina di tornasole del suo stato di salute; da troppo tempo viene invece vissuta come un fastidio dagli addetti ai lavori e, ciò che è più grave, da molti tifosi. E i ragazzi emergenti, le promesse? Nel Club Italia, a questo punto, ci arriveranno per sfinimento: l'addio di Buffon, Barzagli e De Rossi ha chiuso definitivamente il capitolo di un titolo mondiale, quello del 2006, che rappresentava un patrimonio inestimabile su cui ricostruire un football minato da Calciopoli, e che invece è stato assurdamente archiviato e dimenticato con troppa fretta. Come chiocce per il gruppo bastano e avanzano Bonucci e Chiellini. Finalmente i Rugani e i Caldara, i Conti e i Cristante, i Benassi e i Bernardeschi avranno modo di giocare, sbagliare, imparare e migliorare. 

venerdì 24 marzo 2017

VERSO ITALIA - ALBANIA: DOPO ANNI DI ESTEROFILIA, STAMPA IN DELIRIO PER I GIOVANI AZZURRI. SARA' TUTTO ORO QUELLO CHE LUCCICA?

                                     Gagliardini, uomo nuovo del centrocampo azzurro

Dopo l'ormai consueta, lunghissima pausa invernale, torna la Nazionale, e tutt'attorno si respira un clima nuovo, inebriante, di entusiasmo ritrovato. Entusiasmo aprioristico, beninteso, quindi il più pericoloso, pronto a tramutarsi in critica feroce nel caso in cui il campo non mantenesse le abbacinanti promesse. Certo, quest'aria frizzantina ha una nobile motivazione: i ranghi azzurri sono in fase di profondo rinnovamento, ma soprattutto il sistema - calcio italiano nel suo complesso sembra finalmente aprirsi (coi tempi operativi di un bradipo...) alla riscoperta dei ragazzi di casa nostra.
TOH, HANNO RISCOPERTO IL VIVAIO - Fa piacere che, dopo anni passati a predicare quasi nel deserto, testate e firme autorevolissime vengano nel mio modestissimo e insignificante orticello. Più o meno da quando è nato, nel lontano 2011, "Note d'azzurro" si batte per il ritorno alla valorizzazione del vivaio calcistico tricolore, in tempi di esterofilia spinta fino ai limiti più grotteschi, di squadre di club con rose multinazionali (molte nazioni, sì, ma con l'Italia quasi sempre ai margini), di oriundi in rappresentativa: fantastiche "conquiste" che hanno prodotto, assieme ad altre concause, una netta caduta qualitativa del football dello Stivale, certificata dai risultati internazionali conseguiti dalle nostre società e dalle varie selezioni. 
Spiace che si sia dovuti passare attraverso un tremendo deserto di vittorie, soprattutto dal 2010 in poi, prima di approdare a un rinsavimento che è peraltro ancora parzialissimo. Sì, c'è un pizzico di coraggio in più nel gettare nella mischia freschi virgulti nati e cresciuti in casa, non lo si può negare: l'Atalanta ha avuto bisogno di un maestro di calcio come Gasperini per tornare a puntare con coraggio sul settore giovanile, un atto di intraprendenza e una progettualità sul lungo periodo che sono stati premiati da riscontri immediati; ma la sorpresa più grande la si è avuta con la scelta dell'Inter di investire proprio su uno dei Gasperson - Boys, Gagliardini, e del tecnico Pioli di lanciarlo subito fra i titolari, venendone ampiamente ripagato in termini di rendimento.
PARZIALE INVERSIONE DI TENDENZA - Il resto di questo ritorno alla... primavera altro non è che la fioritura di quanto era stato seminato nel 2016: Sassuolo e Milan, per dire, avevano già sposato la linea tricolore, il Torino aveva gettato basi precise in sede di mercato, e gente come Benassi e soprattutto Belotti è emersa nitidamente, anche se la squadra sta pagando un conto salatissimo alla discontinuità di rendimento che, del resto, è uno dei rischi da mettere in conto, quando ci si affida così massicciamente alla gioventù. Poi, altre perle sparse qua e là: Immobile nella Lazio sta dimostrando di essersi lasciato alle spalle gli anni bui all'estero, il viola Bernardeschi è uscito dall'anticamera rendendosi protagonista di un torneo monstre, in termini di gol e di contributo al gioco, Insigne si è preso il Napoli di cui è ormai incursore inesorabile e mortifero, Rugani è sempre più a proprio agio al centro della difesa juventina. Tornando al Milan, Donnarumma ne è precocemente diventato un uomo simbolo, per quanto, parere personale, una lunga distanza lo separi ancora dalle vette di efficienza di Buffon. 
IL VALORIZZATORE VENTURA - Al CT Ventura il merito di non esser rimasto sordo di fronte a queste evidenze, e anzi di avere intercettato la tendenza amplificandola. Del resto, aver scelto lui come selezionatore indicava una strada ben precisa: la mission sarebbe stata quella di svecchiare il carrozzone azzurro, da troppo tempo ancorato ai medesimi e non più giovanissimi uomini, protagonisti in questi anni di imprese non sempre memorabili. Dopo l'eccessiva prudenza che ne ha caratterizzato i primi mesi di gestione, il trainer ex Toro ha rotto gli indugi ed è andato perfino oltre, arricchendo l'ultima convocazione con uomini come Politano, Spinazzola, Verdi, Petagna (chiamato in extremis per sostituire l'infortunato Gabbiadini) e perfino Meret, portierino  in emersione direttamente dalla Serie B, dove la sua Spal sta cercando di dare contorni concreti a un sogno promozione che, pochi mesi fa, pareva folle. 
STAGE PROLIFICI - Gli ultimi quattro citati, fra l'altro, arrivano dallo stage di febbraio. Proprio i famigerati stage con il cittì genovese hanno assunto un'importanza mai avuta in passato, quando parevano più che altro dei "contentini" per un Club Italia sempre più a corto di tempi per ritrovarsi, allenarsi, fare gruppo. Ora, questi incontri periodici riservati agli azzurrabili sono veri e propri pre - esami di ammissione: se li si affronta col piglio giusto, e se il rendimento coi club continua a essere elevato, il passaggio alla Nazionale maggiore è tutt'altro che proibitivo. Dopo lo stage di novembre, ad esempio, spiccò il volo Gagliardini, il talento che ora è sulla bocca di tutti, mentre l'ultimo ha messo in vetrina gente come Caldara, Conti, Locatelli e Pellegrini, che non mi stupirei di ritrovare a breve nel gruppone dei "grandi" assieme a Berardi, da tempo un "predestinato"; gruppone di cui, invece, sono ormai parte integrante Zappacosta e Sansone. 
Significativa, infortunio a parte, anche la giusta attenzione riservata a Gabbiadini, che Oltremanica è rinato a suon di gol, mentre in patria ha dovuto scontare problemi di scarso minutaggio in un Napoli che aveva altre frecce offensive al proprio arco, e che a gennaio si è preso pure Pavoletti: il quale Pavoletti è passato, immaginiamo con quale soddisfazione, da trascinatore genoano a seconda o terza scelta sotto il Vesuvio, con tanti saluti a una chance azzurra ormai inafferrabile. 
ENTUSIASMI TROPPO FACILI - Insomma, descritto così, il futuro sembra roseo, ma tendenzialmente diffiderei di questa indigestione di facili entusiasmi costruiti sulla teoria, del vagheggiamento di dream team azzurri destinati a dominare il futuro calcistico europeo e planetario, di Nazionali italiane che stanno per acquisire l'aurea dell'imbattibilità. Servizi televisivi e paginate di giornali si sprecano, anche da parte di chi, per troppo tempo, di giovani italiani ha parlato poco e di malavoglia, preferendo concentrarsi su improbabili bombe di mercato internazionale, sulla caccia a presunti assi stranieri di discutibile valore, sulla inaccettabile massima secondo cui "se un italiano è bravo, il posto in squadra lo trova comunque", a voler indicare che negli ultimi anni i ragazzi di casa nostra erano tutti degli scarsoni, e invece si è quasi bruciata una generazione di piedi buoni, per andare dietro alla fregola esterofila. 
Diffido, dunque, perché chi si esalta così di punto in bianco avrà poi altrettanta facilità a scendere dal carro, qualora le cose non dovessero volgere subito al bello. Coi ragazzi in verde età ci vuole pazienza, qui lo si è sempre detto; prima di costruire una squadra bella, giovane e vincente occorre tempo, e Ventura non ne ha poi molto. Intanto ci sono una qualificazione mondiale ancora in alto mare, un non piccolo gap con la Spagna da colmare (creatosi proprio nella partita di andata con gli iberici, per una gestione discutibile del match sul piano tattico e della scelta degli uomini) e un'Albania competitiva da battere questa sera, senza se e senza ma. Auguri. 

mercoledì 19 novembre 2014

INTORNO A ITALIA - ALBANIA: GIOVANI VIZIATI (O FORSE NO), LA FESTOSA INVASIONE DI GENOVA E LA SATIRA DI "MILANO FINANZA"

                                           Conte è preoccupato per il futuro azzurro

Lo sfogo pre Albania di Antonio Conte davanti ai microfoni Rai è, prima di ogni cosa, un piccolo capolavoro giornalistico: dimostra come sia ancora possibile realizzare delle interviste di spessore in un'epoca sconfortante per i media tricolori, boccheggianti fra omologazione dell'informazione e ossequi spudorati al potente di turno. Merito dell'intervistatore (Bruno Gentili), ma merito soprattutto del cittì, che ha saputo dire cose non banali come di rado capita nell'ambiente calcistico, campione del mondo di frasi fatte. Dopodiché, della sua filippica si può discutere senza prendere tutto per oro colato. 
SFATICATI? - Sa un po' di faciloneria, questo improvviso attacco concentrico (poche ore prima, aveva sparato a zero il trainer "albanese" De Biasi) contro i giovani calciatori italiani viziati e lavativi (mia interpretazione delle loro parole, credo non lontana dalla realtà). Senza più la fame atavica dei nostri padri, senza più la voglia e la gioia di faticare. Massimo rispetto per due professionisti che il pallone nostrano lo respirano da una vita (o lo hanno respirato, nel caso del mister ex Torino), e che sulla scorta di tale esperienza sicuramente non parlano a vanvera, però la tesi non mi convince del tutto. I "fancazzisti", per usare un colorito termine oggi assai in voga, sono esistiti in tutte le epoche e in tutti gli ambiti lavorativi, con diverse percentuali: ma mi vien difficile credere che questo imborghesimento abbia toccato solo i ragazzi dello Stivale, visto che gli agi della modernità, dai videogiochi agli smartphone ai tablet cui proprio De Biasi ha fatto riferimento, sono assai diffusi anche in molti altri Paesi, penso all'ultratecnologica Germania, che però ha vinto l'ultimo torneo iridato e che si trova nel pieno di una magnifica fioritura di talentuosi pedatori. 
LE VERE ORIGINI DELLA CRISI - Ritengo che la crisi nasca altrove, e che sia cominciata quando i massimi responsabili del nostro calcio hanno dato la peggiore interpretazione possibile della sentenza Bosman, imbottendo progressivamente le prime squadre (ma anche i settori giovanili) di calciatori stranieri di dubbia qualità, se non di qualità modestissime, abbandonando quasi totalmente gli investimenti sul vivaio locale. Il carico da novanta l'hanno aggiunto proprio i nostri celebrati allenatori, dando scarsissima fiducia (leggasi minutaggio) agli italiani in sboccio, che han finito per intristirsi in panca, in tribuna o nelle categorie inferiori.
Quello che voglio dire è che sì, forse gli "azzurrabili" di questa ultima generazione si sarebbero ugualmente dimostrati non all'altezza, ma non è stato dato loro modo di giocare ad armi pari con gli stranieri: perché senza poter fare esperienza di campo, crescere, sbagliare e imparare dagli errori, ecco, maturare e diventare calciatori veri è onestamente difficile, diciamocelo. La sensazione è che un'intera generazione, quella che sarebbe dovuta esplodere più o meno dopo il Mondiale 2006, sia stata bruciata sull'altare di queste follie tecniche e gestionali: e che non fosse una "nidiata" da buttare lo dimostra il fatto che, alla lunga, gente come Parolo, o Astori, o Candreva, o Antonelli un posto al sole è riuscita in qualche modo a ritagliarselo; ed è pacifico che avrebbero potuto assumere uno spessore calcistico anche maggiore, diventare campioni a tutto tondo, se le grandi società avessero puntato più sollecitamente su di loro. 
IMMOBILISMO AI VERTICI - Conte si aspettava una maggior partecipazione collettiva da parte di tutti, così ha detto. Ci si è focalizzati sull'accusa di scarsa predisposizione al lavoro nei confronti delle nuove leve, ma i danni combinati dai "padroni del vapore" sono sotto gli occhi di tutti, così come è evidente l'immobilismo (prevedibilissimo) che sta caratterizzando la nuova reggenza federale, dalla quale non giungono notizie di atti formali e sostanziali (al di là dei proclami) per un concreto rilancio del movimento. Sbatta i pugni sul tavolo di Tavecchio, il Commissario Tecnico: pretenda innanzitutto almeno una (se non due) amichevoli fra dicembre e febbraio (quattro mesi di sosta, roba da matti), faccia lui stesso da pungolo agli sparagnini tecnici di club, forzi loro la mano, lanciando i giovanissimi prima ancora che questi emergano concretamente in campionato, come fece Prandelli dopo Euro 2012 portando in Nazionale Perin e De Sciglio, quasi vergini di esperienza in Serie A. Il fumantino mister ex Juve è stato preso anche per dare una scossa a un ambiente cloroformizzato: lo faccia, anche bruscamente, perché non c'è tempo da perdere. E se ha notato deficit fisici dei suoi giocatori rispetto agli avversari esteri, si chieda perché fino a una decina di anni fa eravamo all'avanguardia sul fronte della preparazione atletica, mentre oggi soffriamo il ritmo di tutti. Colpa solo della nostra allergia agli allenamenti? 

                                           Bertolacci: ottimo esordio in Nazionale

RAGAZZI IN GAMBA - Dopodiché, sono sicuro che i giovani, sentendosi responsabilizzati e valorizzati, avvertendo fiducia (e pazienza) attorno a loro, non tirino indietro il piede in campo né risparmino il fiato in allenamento. Alcuni di questi lo hanno dimostrato a Marassi: quella contro l'Albania è stata la classica amichevole "utile", succosa, che una traccia sul futuro azzurro la lascerà, sol che la si voglia seguire. Bertolacci ha giocato una gran gara a centrocampo: svelto, sempre nel vivo dell'azione, propositivo, capace di smistare e lanciare di prima, vicino al gol con una delle sue fiondate dalla distanza; Antonelli ha coperto la fascia sinistra con diligenza e discreta applicazione nelle due fasi, Okaka è entrato in campo con piglio aggressivo e ha siglato il gol vittoria; anche il ritrovato Acerbi, nei pochi minuti avuti a disposizione, si è bellamente disimpegnato in difesa; per altre stelline nascenti come Perin e Gabbiadini, che ieri han fatto da comparse, parla il rendimento elevatissimo in campionato, mente è stato un peccato che nemmeno al Ferraris si sia potuto vedere all'opera Rugani, in una retroguardia che ha manifestato più di un impaccio. Sicuri che la Nazionale del 2015 possa fare a meno di questi giovanotti? E si è rivisto persino un Cerci super volitivo, che ovviamente dovrà dire la sua anche all'Atletico Madrid ma che, se non altro, ha avuto l'unico atteggiamento mentale possibile, quello di chi sa di aver già perso troppe occasioni per continuare a cincischiare in un oscuro limbo.
AMICHEVOLE SOPPORTATA - Italia - Albania è filata via così, fra speranze azzurre vagamente rifiorite ed entusiasmo dei nostri ospiti, in un clima quasi Mundial, con quello stadio gonfio di tifosi "rossi". A Genova, è stata una partita più sopportata che accolta con benevolenza: persino prestigiose firme locali si sono schierate nettamente contro un evento ritenuto fuori luogo in una città doppiamente ferita dalle alluvioni. Io, la mia l'avevo detta due settimane fa in questo post, chiedendo, ovviamente inascoltato, che fosse la Federcalcio ad "offrire" il match alla popolazione genovese, facendosi carico dell'acquisto dei biglietti.
Era un'idea come un'altra, accompagnata da un po' di personale perplessità su una forma di beneficenza che non mi ha mai convinto del tutto; di certo non una feroce opposizione, la mia, alla realizzazione di una kermesse che, alla fine, è risultata ben riuscita. Fuori luogo, quelle sì, le polemiche di certi tifosi rossoblucerchiati sulla convocazione per presunta "ruffianeria" di tanti idoli locali: ma Samp e Genoa sono quarta e sesto in classifica, e sono due delle poche squadre di Serie A che puntano ancora su un .nucleo centrale di italiani, molti dei quali giovani; se uno più uno fa due, Conte ha fatto una scelta piacevolmente obbligata, vista la qualità e la quantità del materiale umano offerto dai due sodalizi della Lanterna. 
VOLGARITA' - Ancor più fuori luogo la "puntura di spillo" satirica offerta in mattinata ai suoi lettori da "Milano Finanza", pubblicazione presumibilmente diretta a sofisticati uomini d'affari: in prima pagina, sotto il titoletto "Il rompispread", la seguente frasetta: "Italia - Albania a Genova. Ospiti favoriti: coi gommoni sono esperti". Ritorniamo da dove eravamo partiti: questo è un altro capolavoro giornalistico, capolavoro del cattivo gusto. E a proposito dello stato desolante dell'informazione italiana, ci sono almeno tre domande da porsi: in base a quali criteri vengono scelti i collaboratori di giornali presumibilmente prestigiosi? Chi controlla le pagine, affinché non vadano in stampa certe scempiaggini? E se chi ha fatto i controlli ha ritenuto passabile questa "battuta", quale strano concetto dell'ironia e del sarcasmo possiede? Quesiti che, come sempre, rimarranno senza risposta.


martedì 14 gennaio 2014

FESTIVAL DI SANREMO 2014: UN PRIMO GIUDIZIO SUI BRANI DELLE NUOVE PROPOSTE, ZIBBA E THE NIRO DAVANTI A TUTTI



Poco più di un mese al Festival di Sanremo numero 64 (si parte il 18 febbraio), ed è dunque tempo di iniziare a scaldare i motori. Breve focus sulle Nuove proposte, dal momento che, come capita ormai da alcuni anni, con discreto anticipo la Rai ha offerto la possibilità di ascoltare per intero, on line, i brani degli otto giovani ammessi alla tenzone rivierasca. E dunque, cosa bolle nella pentola del più prestigioso "vivaio" della musica leggera nostrana? 
Diciamo subito che, dopo i primi ascolti, il livello qualitativo della categoria parrebbe grosso modo sulla stessa linea degli ultimi due anni, ossia discreto, dignitosissimo, senza far gridare al miracolo. Ci sono tre - quattro nomi in grado non dico di sfondare, ma comunque di gettare buone basi per tentar di conquistare un posticino al sole, e, del resto, per una mera questione statistica difficilmente potrebbero essere di più, visti i "minimi termini" a cui la sezione esordienti è stata ridotta. Scegliere appena otto ragazzi sui tantissimi che hanno fatto domanda non implica affatto che i "sopravvissuti" alla dura selezione siano dei fuoriclasse delle sette note, come del resto la storia delle ultime edizioni ampiamente dimostra: è soltanto una scelta editoriale che, non è dato sapere per quali motivi, ha imposto un taglio drastico dei posti a disposizione delle nuove leve. 
Comunque, lo ripeto, qualcosa di decente c'è: che poi le promesse e le premesse possano tramutarsi in realtà è tutto da dimostrare, perché questi ragazzi dovranno scontrarsi con una realtà, quella del mercato discografico italiano, che definire drammatica è riduttivo. La mente corre a certi personaggi interessantissimi passati negli ultimi anni dal palco del'Ariston e che, per un motivo o per l'altro, ancora non sono riusciti a consacrarsi: su tutti Erica Mou, il cui definitivo decollo è forse finalmente iniziato nel 2013 grazie alla colonna sonora del film di Rocco Papaleo "Una piccola impresa meridionale",  ma anche Il Cile, Marco Guazzone, Celeste Gaia, Jacopo Ratini (bocciato nelle eliminatorie di quest'anno): gente di talento, ma che sta faticando terribilmente ad emergere. 
Speriamo vada meglio quest'anno, ma chi vive sperando... Il presupposto fondamentale sarebbe, in sede di serate televisive del Festival di Sanremo, riservare un trattamento più degno alla categoria: confinarla a tarda sera, o inserirla di straforo tra l'esibizione di un grosso ospite e l'altra, chiaramente non aiuta, e va detto che su questo delicatissimo punto nemmeno la fin troppo strombazzata formula innovatrice di Fazio e compagnia ha portato miglioramenti nel 2013. Detto questo, parliamo invece dei "ragazzi del 2014": in una ipotetica e personalissima griglia di partenza, metterei in prima fila Zibba e The Niro, in seconda Diodato e Filippo Graziani, Bianca possibile outsider e gli altri tre, ossia Veronica De Simone, Rocco Hunt e Vadim, decisamente staccati. Questo su un piano meramente qualitativo: sul palco della kermesse, l'interpretazione dal vivo (e ciò è positivo) e la reazione del pubblico a certe proposte fin troppo facili (e questo è invece altamente negativo) potrebbero sparigliare le carte e, ad esempio, portare in cielo le canzoni di Veronica o di Hunt. Vediamo nel dettaglio un sintetico panorama della categoria, ribadendo che il giudizio arriva dopo i primi ascolti dei motivi in gara e va dunque preso per quello che è.
ZIBBA - SENZA DI TE: è il brano che potrebbe mettere d'accordo tutti, coniugando raffinatezza, qualità e orecchiabilità. C'è un testo poetico e non banale ma di facile comprensione, che tocca le corde più sensibili dell'anima; c'è una certa ricercatezza nelle musiche e negli arrangiamenti. C'è, insomma, un deciso piglio cantautoriale, ma il pezzo "arriva" subito grazie a un ritornello ben costruito. Tutto questo sorvolando sul fatto che, secondo molti addetti ai lavori, uno col percorso artistico di Zibba avrebbe meritato di essere iscritto fra i Big, ma capita spesso che, in quel di Sanremo, le differenze fra le due categorie siano piuttosto aleatorie... Con lui all'Ariston, secondo quanto dichiarato dallo stesso cantante, ci saranno anche i fedelissimi Almalibre, non iscritti alle selezioni per motivi di... anzianità.
THE NIRO - 1969: probabilmente il pezzo più contemporaneo della categoria, per stile di scrittura e per impianto musicale. Non c'è nemmeno il classico refrain che "spacca", è tutto il brano a coinvolgere, per intensità, ispirazione e originalità, in particolare con un arrangiamento di caratura internazionale. Impatto non immediato, ma grana finissima. 
DIODATO - BABILONIA: anche in questo caso, buon livello di contemporaneità (parola d'ordine di Fazio per il Sanremo 2014), anche se in un giusto compromesso con i classici stilemi della tradizione italiana: testo a tratti persino complesso, nel suo raccontare l'amore in maniera "cerebrale", senza struggimenti e mielosità, impianto musicale essenziale,  pop con venature di soft rock, discreto crescendo finale, buon eclettismo vocale. 
FILIPPO GRAZIANI - LE COSE BELLE: l'impronta paterna è largamente percettibile nella voce, che comunque mantiene una sua originalità, e nello stile compositivo. Canzone musicalmente vivace, senza cedimenti, facile da ricordare eppure non banale, un esempio di come si possa parlare dei problemi di una generazione senza scadere nella retorica e nel già sentito. Potrebbe essere la variabile impazzita della gara, non è escluso un clamoroso exploit. 
BIANCA - SAPRAI: a volte ritornano, le classiche canzoni da Sanremo anni Novanta: splendida voce femminile, melodia a vele spiegate, una certa vena malinconica di fondo. Però si tratta di un pezzo tutto sommato ben costruito, impreziosito da una vocalità originale, una canzone che onora con dignità la tradizione melodica nostrana, il che non è un reato, anzi. Potrebbe anche fare breccia nella parte tradizionalista del pubblico sanremese, ossia nella parte dominante. 
VERONICA DE SIMONE - NUVOLE CHE PASSANO: anche qui siamo nel solco del Sanremo classic. Di giovani voci femminili da usignolo il Festivalone ce ne ha proposte tantissime, soprattutto dagli anni Novanta in poi, con particolare riferimento alle gestioni di Baudo, ma non basta saper cantare bene per lasciare un segno nella storia della musica. Ecco, Veronica ha voce limpida e senza incrinature, a giudicare dal videoclip pare anche in possesso di buone doti sceniche, ma non è adeguatamente servita da una canzone che ha ben poco di originale, e che personalmente mi ricorda certe ultime uscite rivierasche di Noemi e di Arisa. 
ROCCO HUNT - NU JUORNO BUONO: francamente, speravo che i tempi di operazioni in stile "Gigi Finizio e i Ragazzi di Scampia" fossero passati. E mi aspettavo anche che il rap all'italiana, protagonista delle classifiche del 2013, trovasse a Sanremo una più qualificata rappresentanza. La canzone napoletana continua ancora oggi ad offrire voci e produzioni di altissimo spessore, sia nell'alveo della tradizione che in quello della modernità. Non è il caso di questo stanco rap all'acqua di rose, che con retorica e senza un pizzico di inventiva canta del disagio della società napoletana e della voglia di superare i tempi duri. 
VADIM - LA MODERNITA': in molti sul web l'hanno massacrato. Ecco, diciamo che ad Area Sanremo potevano scegliere di meglio, ma non drammatizzerei più di tanto. Il testo è a tratti sconcertante per banalità, il pregio è nell'arrangiamento in larga parte monocorde, quindi straniante  e per questo un tantinello originale.