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martedì 14 novembre 2017

CLUB ITALIA SENZA MONDIALI: ADDIO RUSSIA 2018, UN DISASTRO NON SOLO SPORTIVO


Non è proprio il caso di minimizzare, di indorare la pillola. La mancata qualificazione dell'Italia a Russia 2018 è un evento disastroso, che solo i superficiali possono circoscrivere all'ambito prettamente sportivo. Non ha fallito solo una squadra, ma un intero movimento, con ricadute pesantissime su tutto un indotto che grazie al pallone vive e prospera. Restare fuori dal Mondiale causerà danni anche sul piano economico, in un campo di interessi vastissimo che va dai mancati introiti per sponsorizzazioni al calo di interesse del pubblico, fino alla diminuzione delle vendite di una stampa già di per sé agonizzante. Tutto questo per rendere bene un quadro che ancora non tutti hanno ben chiaro. 
ONTA - Per un Paese di grandi tradizioni calcistiche come il nostro (quattro titoli iridati, ricordiamolo), questa precoce eliminazione è una vergogna inammissibile, una macchia indelebile per un gruppo di calciatori, un allenatore, un presidente e la Federazione che tale presidente ha espresso. Certo, non è stato un fulmine a ciel sereno; possiamo anzi dire che sia la logica conclusione di almeno tre lustri di gestione sciagurata, fra vivai trascurati e uno spazio sempre più angusto concesso ai giovani di casa nostra per crescere, migliorarsi e apprendere in confronti di alto livello.
SERVIRA' A QUALCOSA? - Sono perfino stanco di scrivere cose che su questo blog sono di casa più o meno dalla sua nascita, nel 2011. E del resto le figuracce in Sudafrica e in Brasile avevano già chiaramente indicato la via: o riformare, o morire. Dopo le denunce e le polemiche a caldo, tutte le componenti del pallone italico hanno scelto la seconda via, e ora ne colgono i frutti. Nessuno è innocente, nemmeno i media, sempre poco critici nei confronti di un sistema che era chiaramente destinato a implodere. Le prospettive sono fosche: fossimo stati la Germania, o un altro Paese serio, avrei perfino messo la firma su una nostra eliminazione, che avrebbe rappresentato la garanzia dell'inizio di un processo di totale ricostruzione e moralizzazione dell'ambiente. Ma, ahimé, siamo in Italia, e temo che questa batosta lascerà troppe cose come stanno: la crisi strutturale del calcio italiano ha fondamenta solidissime e radici troppo profonde per essere estirpate in quattro e quattr'otto. Solo pochi giorni fa ho letto sul Guerin Sportivo, a firma Tucidide, di un endorsement da parte di Andrea Agnelli nei confronti di Tavecchio a prescindere dal risultato di questo drammatico playoff. E difatti le voci di corridoio parlano di un presidente federale non disposto a dimettersi, così come non si è ancora dimesso il cittì, che ha colto anche l'ultima occasione per mostrare tutta la sua inadeguatezza a un ruolo troppo più grande di lui. 
PROVA GAGLIARDA, MA IL GIOCO... - A questo punto occorre parlare di questioni strettamente "di campo", che peraltro allo stato attuale diventano un dettaglio del tutto secondario. Ventura si è giocato le sue ultime chances confermando il trend manifestatosi fin dall'inizio della stagione: smarrita del tutto la bussola tattica, smarrita anche la linea tecnica che aveva tracciato nella prima parte della sua gestione. Dopo aver aperto i cancelli di Coverciano a un gran numero di giovani virgulti (ricordo al proposito l'entusiasmo dei media a inizio 2017, laddove su queste pagine si manifestava una calibrata prudenza), ha chiuso la sua avventura aggrappandosi disperatamente al passato, a veterani in parabola discendente e a giocatori esperti che già avevano evidenziato ripetutamente la loro relativa caratura internazionale. La qualificazione è stata persa a Solna, con una gara deprimente e quasi irritante per povertà di gioco e di idee. Al Meazza, il Club Italia ha se non altro disputato un match gagliardo e volitivo, ma troppo poco lucido. L'aggressività dei nostri si è persa spesso nella prevedibilità della manovra e nell'ennesima scelta suicida: invece di tentare di forzare il bunker avversario con giocatori agili e sguscianti come Insigne, Bernardeschi ed El Shaarawy (questi ultimi due entrati troppo tardi), ci si è incaponiti nello sfruttamento delle fasce con immancabili cross alti nel mezzo dell'area, facili prede dei lungagnoni della difesa scandinava. 
SVEZIA MEDIOCRE E FORTUNATA - Abbiamo trovato un Jorginho capace di assumersi la responsabilità di pilotare la squadra nella zona nevralgica, ma il napoletano si è spento alla distanza, o forse hanno smesso di seguirlo i compagni, che nel secondo tempo sono tornati a percorrere le solite, infruttuose strade tattiche. Poi, certo, in queste ore può risultare impopolare scrivere che la Svezia la qualificazione se la sia ritrovata come un insperato dono dal cielo, più che meritarla, ma è così che sono andate le cose. Una Svezia fra le più modeste che io ricordi, senza alcun picco tecnico, che va in Russia grazie a un autogol e a una battaglia in trincea che, a Milano, ha fatto impallidire il catenaccio dei tempi d'oro.
Pur mostrando impacci e limiti evidenti nella capacità di produrre azioni lineari ed efficaci, i nostri ieri sera hanno costruito almeno otto palle gol nitide (due Immobile, due Parolo, due Florenzi, una a testa per Candreva ed El Shaarawy), da aggiungere alla tre dell'andata (Belotti, ancora Candreva e il palo di Darmian): almeno i supplementari sarebbero stati un giusto premio, ma quando si falliscono così tante occasioni occorre anche limitarsi nelle recriminazioni, senza però arrivare a dire che l'anticalcio dei nostri avversari abbia meritato di passare il turno: francamente, mi sembra eccessivo. Nonostante la buona volontà, nonostante il cuore gettato oltre l'ostacolo dei grossi limiti di una Nazionale sbagliata, non è arrivato il guizzo della squadra di grande tradizione, quel guizzo che, nello spareggio del '97, ci consentì di avere la meglio su una Russia più forte della Svezia attuale; quello che ha consentito di salvare la ghirba ad altre grandi "malate" coinvolte nei passati playoff mondiali o europei (a Francia, Spagna e Olanda è capitato più di una volta, la Germania ci passò nel 2001, e tutte alla fine centrarono l'obiettivo). 
LA NAZIONALE PRIMA DEI CLUB - L'ultimo triennio azzurro ha mostrato chiaramente quanto conti il trainer, per una squadra con tanti buoni giocatori ma nessun campione assoluto. Conte aveva portato una truppa discreta ma non irresistibile a sfiorare la semifinale di Euro 2016; per questo non bisogna avere remore nel dire che, pur fra i tanti mali che affliggono il nostro calcio, la responsabilità di Ventura in questa disfatta è altissima, direi svettante su altri fattori. Si deve ricominciare da un coach esperto a livello internazionale e carismatico; si deve tornare, possibilmente tramite una nuova presidenza federale, a ristabilire le gerarchie calcistiche nel Paese: la Nazionale viene prima dei club, è la vetrina di un movimento e la cartina di tornasole del suo stato di salute; da troppo tempo viene invece vissuta come un fastidio dagli addetti ai lavori e, ciò che è più grave, da molti tifosi. E i ragazzi emergenti, le promesse? Nel Club Italia, a questo punto, ci arriveranno per sfinimento: l'addio di Buffon, Barzagli e De Rossi ha chiuso definitivamente il capitolo di un titolo mondiale, quello del 2006, che rappresentava un patrimonio inestimabile su cui ricostruire un football minato da Calciopoli, e che invece è stato assurdamente archiviato e dimenticato con troppa fretta. Come chiocce per il gruppo bastano e avanzano Bonucci e Chiellini. Finalmente i Rugani e i Caldara, i Conti e i Cristante, i Benassi e i Bernardeschi avranno modo di giocare, sbagliare, imparare e migliorare. 

martedì 10 ottobre 2017

MONDIALI 2018: ITALIA DALL'ALBANIA AI PLAYOFF. EQUIVOCI TATTICI DA CHIARIRE, CENTROCAMPO DA RICOSTRUIRE, GIOVANI DA RILANCIARE


Un mese di tempo per riordinare le idee e capire quanto valiamo davvero. In questo senso la trasferta albanese non ha contribuito a rischiarare l'orizzonte: le nubi, sull'immediato destino del calcio azzurro, rimangono dense e fosche. Certo, il bilancio del viaggio a Scutari va considerato comunque positivo, perché ha portato l'unica cosa che contasse in questo momento: una vittoria, fondamentale per il posizionamento nel tabellone dei playoff e ancor più importante per il morale della truppa. Quest'ultimo aspetto, per la verità, era già stato sottolineato dopo l'1-0 a Israele, che invece mentalmente non risolse un bel niente, tanto che poi è arrivato l'orrido pareggio torinese in salsa macedone... 
L'EQUIVOCO DEL CENTROCAMPO - Ciò significa che ridurre l'impasse attuale a un blocco psicologico derivante dalla batosta madrilena è fuorviante e pericoloso, perché racconta una verità solo parziale. Ad esempio non si può tacere sui perduranti equivoci tattici che gravano su questo Club Italia. Ci sono modi e tempi adatti a fare le cose, e questa non è certo la fase storica ideale per insistere su un modulo di partenza, il 4-2-4, che finora, nelle gare decisive, ha drammaticamente mostrato la corda: pochi risultati e gioco latitante. Si approssima il doppio spareggio, che rappresenterà uno snodo cruciale non solo per Ventura e per il suo gruppo, ma per tutto il movimento calcistico italiano: ciò che accadrà a novembre condizionerà, nel bene e nel male, lo sviluppo del nostro football negli anni a venire. E dunque, in certe circostanze cruciali occorre mettere al bando sperimentalismi perniciosi e futuristici, bisogna solo "scollinare". 
Alle corte: non si può continuare a consegnare sistematicamente il centrocampo agli avversari. La linea Parolo - Gagliardini è stata la più grande sconfitta di questo grigio dittico di gare azzurre: pressoché inesistenti in fase di impostazione, messi ai margini della partita a Torino, a Scutari i due sono se non altro emersi per il discreto lavoro di "rottura", ma è chiaro che non basta, non può bastare. Nel mezzo ci vogliono teste pensanti, ci vuole una presenza più fitta anche numericamente, perché affidare le chiavi della manovra ai soli rilanci di Bonucci e Chiellini significa precludersi autostrade tattiche fondamentali e facilitare il lavoro di "neutralizzazione" da parte degli avversari. 
CANDREVA TITOLARE FISSO - Chiaro che, in un tale contesto, diventa centrale anche il discorso sugli assenti. Con i rientri di Verratti (soprattutto), di De Rossi, direi anche di Florenzi, le cose là nel mezzo dovrebbero cambiare in meglio, sempre se ci si deciderà a sposare un assetto più razionale. E in meglio sono decisamente cambiate, dalla trequarti in su, col ritorno di Candreva: a Modena con Israele fu in pratica il solo animatore del gioco offensivo dei nostri, ieri sera ha avuto meno guizzi ma ha risolto la partita, e scusate se è poco. L'interista in Nazionale ha raramente deluso, è uno che in un modo o nell'altro un posto nell'undici di partenza deve sempre trovarlo, nella situazione attuale. 
BUIO TECNICO: ERRORI A GO GO - Per il resto, si è visto un leggero miglioramento rispetto a venerdì, ma ci voleva davvero poco. Resta elevatissima la percentuale di errori tecnici: tocchi e passaggi sbagliati, tiri sbilenchi o "telefonati" a vanificare giocate anche pregevoli; in questo senso, ieri si sono messi in particolare evidenza Insigne ed Eder. Ha sbagliato molto, in fase di conclusione, anche Immobile, che però ha il pregio di cercare sempre e comunque la porta e di cavar fuori palle gol anche dalle situazioni più intricate; pure lui rimane fondamentale, soprattutto se si dovranno affrontare gli spareggi novembrini senza Belotti. Poco altro da segnalare, se non, appunto, il "tanto fumo e poco arrosto" di Eder ed Insigne e la scarsa precisione dei due esterni bassi soprattutto negli sganciamenti, anche se Spinazzola ha comunque estratto dal cilindro il.. coniglio dell'assist vincente a Candreva, con un traversone da terzino vecchio stampo. Ma lui e i tanti nuovi di questo gruppo devono dare di più, molto di più.
INUTILE RIMPIANGERE IL PASSATO - Possono farlo perché, ne rimango convinto, quest'ultima generazione azzurra, quella inserita nel Club Italia da Ventura pescando dalle più recenti Under 21, non è così modesta come è apparsa in campo nelle ultime uscite e come viene dipinta da troppi osservatori e tifosi nostalgici del "bel tempo che fu". Risulta del tutto sterile, in questo momento, voltarsi indietro e rimpiangere Nazionali piene di campioni, anche perché poi bisognerebbe avere il coraggio di leggerla tutta e per bene, la storia. Gli eroi di Spagna '82 conclusero il loro girone eliminatorio, nell'autunno 1981, in pieno declino, all'insegna del non gioco, e arrivarono secondi dietro la Jugoslavia, un piazzamento che però, all'epoca, garantiva la qualificazione diretta senza bisogno di passare dagli spareggi. Il gruppo "de luxe" messo insieme da Sacchi, quello di Maldini, Baresi, Albertini, Signori e i due Baggio, nel '93 dovette soffrire fino all'ultima gara per estromettere il Portogallo (di buona qualità, ma meno competitivo del Portogallo attuale); e nel '98, la squadra dei veterani Maldini, Costacurta e Albertini, di Peruzzi, Di Matteo, Vieri, Del Piero, Zola e Ravanelli, fu anch'essa costretta a un drammatico playoff con la Russia. Ogni tanto rileggere il passato è salutare, se lo si fa con le lenti adatte...
GIOVANI CHE VALGONO - Con ciò non voglio dire che gli azzurri attuali siano dello stesso livello di quelli citati, mentirei a me stesso e ai lettori. Ma, ripeto, non sono degli oscuri pedatori senza arte né parte. Ho visto fare cose eccellenti a Rugani e a Romagnoli, a Caldara e a Spinazzola, ad Andrea Conti e a Bernardeschi, a Zappacosta e a Pellegrini: hanno solo bisogno di tempo e di esperienza, esperienza che per loro è difficile acquisire in un contesto radicalmente diverso da quello degli anni Ottanta e Novanta, un contesto in cui i giovani del vivaio sono circondati da sfiducia e faticano terribilmente a trovar spazio in formazioni di club imbottite di stranieri. E sinceramente spiace leggere giudizi sferzanti come quello di Costacurta su Rugani (lo potete trovare a questo link): l'ottimo Billy dovrebbe ricordare certe sue prestazioni a dir poco tentennanti agli esordi in azzurro, tipo quella contro la Svizzera a Cagliari nel 1992... Come si ebbe pazienza con lui, è giusto averla col giovane difensore juventino, che ha i mezzi per fare una carriera di spessore e che comunque, venerdì all'Olimpico-Grande Torino, non mi pare si sia macchiato di errori marchiani, al di là di una certa prudenza dettata dalla situazione delicata in cui la squadra si era cacciata.
GENERAZIONE DA 6,5 - Il problema, semmai, è che al momento non abbiamo campionissimi in pectore, di quelli che possono risolvere partite bloccatissime con un guizzo, un'invenzione, un'alzata di ingegno. Il Baggio o il Pirlo della situazione, per intenderci. Chi, oggi, potrebbe ad esempio "vincerci" una gara trasformando una punizione? Forse il solo Insigne, ma quello del Napoli, però... E' dunque, al momento, una generazione da 6,5, ma che, ripeto, ha ottimi margini di crescita in molti dei suoi rappresentanti. I problemi più gravi, da settembre in poi, sono stati altri: scelte strategiche sbagliate da parte del cittì, défaillance di veterani, infortuni di uomini chiave, e poi, certo, un blocco psicologico: alla vigilia del Bernabeu si era forse formata la convinzione inconscia di aver già, al termine della stagione scorsa, quasi completato un percorso di crescita che era invece appena a metà strada; la Spagna ci ha fatti cadere da un piedistallo ingiustificatamente troppo alto, e dopo cadute così rovinose bisogna rimettere in discussione ogni cosa. Staccare la spina agonistica e riflettere per qualche settimana farà bene a tutti; nel frattempo, è auspicabile che i nostri giovani "incompresi" possano mettere nelle gambe i minuti che mancano per un rendimento atletico accettabile. A novembre il calcio italiano si gioca una buona fetta del suo futuro: se esiste un momento in cui occorre remare tutti dalla stessa parte, ecco, quel momento è arrivato.

sabato 7 ottobre 2017

NAZIONALE: CLUB ITALIA AL BUIO. SQUADRA SENZA GIOCO E SENZA IDEE, MONDIALE A RISCHIO


La prima cosa da fare è entrare nell'ordine delle idee che, avanti di questo passo, il Mondiale russo è destinato a restare una chimera. E che per evitare tale drammatica eventualità occorre cambiare registro: subito, già da lunedì. Destino beffardo: una delle fasi più critiche nella storia recente della Nazionale italiana da risolvere nel giro di pochi giorni, fare in 72 ore ciò che non è riuscito in più di un anno. La situazione è molto più allarmante di quanto si creda: perché questa Italia dall'encefalogramma piatto, se tale rimarrà, rischia di subire molti danni anche dall'Albania di Panucci, più forte della modesta Macedonia di ieri, con la conseguente eventualità di doversi aggrappare agli scivoloni altrui per restare nel novero delle migliori seconde e non dover rinunciare al barrage. Avvilente, non trovate?
Come si sia potuti giungere a tal punto non è facile capirlo. L'elemento chiave è per me, e non lo scrivo da oggi, la figura del Commissario Tecnico. Ventura ha mostrato fin qui limiti enormi nella gestione del gruppo sul piano tattico, psicologico e della scelta degli uomini. Ha sbagliato clamorosamente l'impostazione complessiva delle due gare che non doveva sbagliare, quelle con la Spagna (battibile, lo ribadisco, come aveva dimostrato Conte a Euro 2016), e dopo il capitombolo di Madrid ha perduto il polso della squadra. Non si può prescindere da questo punto di partenza per analizzare una curva involutiva che poi, ovvio, ha anche altre radici. Certo, i forfait di figure chiave come De Rossi, Verratti e Belotti (più Candreva rimasto in panca) non aiutano, così come la drammatica assenza di ricambi all'altezza, non per carenza di ragazzi validi, quanto per il loro scarso minutaggio nelle squadre di club, con conseguenti grossi limiti atletici e di tenuta. Il decadimento qualitativo del football italico non può valere come giustificazione per partite come quella di poche ore fa, perché anche l'Italia di questo delicato momento storico dovrebbe essere in grado di regolare senza patemi, fra le mura amiche, una Macedonia volitiva, grintosa, organizzata ma sostanzialmente modesta, al punto da aver concesso ben quattro palle gol alla dimessa Azzurra del primo tempo; e a proposito di nostri giocatori panchinari nelle società di appartenenza, giova ricordare che a Torino ha giganteggiato Pandev, il quale nel Genoa gioca poco (anche per motivi di età) e quando lo fa non sempre si copre di gloria. 
Diciamocelo: l'1-1 dell'Olimpico non è in alcun modo giustificabile. E non si presta nemmeno ad analisi profonde, per il vuoto tecnico che ha mostrato: fin dall'inizio è emersa lampante la pochezza dell'undici schierato da Ventura, in particolare l'assoluta inconsistenza dell'asse centrale Parolo - Gagliardini, a corto di idee e di personalità. Ma anche dalle fasce sono arrivate pessime notizie, con Darmian e Zappacosta impegnati a correre a vuoto, e in particolare con il neo acquisto del Chelsea lontano anni luce dall'efficace incursore ammirato contro Israele. In avanti, l'atteso Verdi ha regalato un paio di luminarie e poco altro, e Immobile ha avuto pochi palloni giocabili (uno dei quali trasformato in assist - gol per Chiellini), anche perché Insigne è rimasto imprigionato nel copione azzurro che troppo spesso gli abbiamo visto recitare: velleitarismo, tiri fuori misura, grosse difficoltà nel saltare l'uomo. Se poi il "cervello aggiunto" del gioco italiano, quel Bonucci che solitamente rappresenta uno dei perni della manovra per la sua capacità di ribaltare il gioco con precisi lanci lunghi, porta in Nazionale i disagi manifestati nel Milan, non si può che dire: piove sul bagnato. E sinceramente la crisi dell'ex juventino sta rappresentando un imprevisto per tutti, per il cittì così come per il coach rossonero Montella: non era ragionevolmente lecito pensare che il cambio di casacca lo disorientasse a tal punto. 
In ogni caso, sarebbe bastata un'Italia formato Israele per portare a casa la pagnotta senza troppe difficoltà; ma un mese fa, particolare non trascurabile, c'era Candreva, che da solo creò il 90 per cento del volume offensivo dei nostri. Gli azzurri di Torino, semplicemente, non sapevano da dove cominciare per imbastire autentiche situazioni di pericolo in avanti. Tali irritanti dimostrazioni di non gioco, solitamente, tendono ad amplificare i limiti di talento dei singoli, e così, puntualmente, i nostri sono parsi alla stregua di pedatori di basso livello: ma i Darmian, i Parolo, gli Insigne non sono così mediocri; e non lo è nemmeno Bernardeschi, il cui ingresso in campo non ha implementato di una virgola l'incisività dei nostri. Lo stesso Rugani, che pure è stato fra i pochi a non demeritare, sa certo essere più coraggioso e propositivo, laddove ieri si è limitato al piccolo cabotaggio, restando rintanato a presidiare un reparto che, nella ripresa, cominciava a sbandare vistosamente. Il florilegio di lanci e tocchi sbagliati, palle perse, conclusioni senza capo né coda, contrasti sistematicamente persi con gli avversari forniscono un quadro da allarme rosso, senza nemmeno più l'alibi della "stagione appena iniziata"; gli altri corrono e sono sul pezzo: persino, lo ripetiamo, il declinante Pandev. 
Cosa succederà, adesso? Dato ovviamente per scontato che la fase di qualificazione verrà portata a termine da Ventura, al momento non esiste margine per cambi radicali di rotta. Occorre solo recuperare alcuni dei titolari prima citati, perché in situazioni come questa non c'è più spazio per esperimenti che, oltretutto, lasciano il tempo che trovano. Tanto per fare un esempio, non riesco a trovare ragioni valide all'utilizzo (ma anche alla convocazione) di un Cristante, ragazzo promettente e in crescita, ma che può mettere sul piatto solo una manciata di buone partite con l'Atalanta, dopo anni di delusioni e occasioni mancate. Non sono sicuro che così si favoriscano la maturazione dei giovani e il loro inserimento in gruppo, non è con una formazione priva di certezze e di esperienza che è possibile superare lo scoglio albanese e quello degli spareggi. Se usciremo indenni dal mese di fuoco che ci aspetta, occorrerà poi porsi più di un interrogativo, anche sulla conduzione tecnica della squadra. Ma ci sarà modo di riparlarne. 

mercoledì 29 marzo 2017

OLANDA - ITALIA, OVVERO UN'AMICHEVOLE UTILE. SUCCESSO CHE DA' CREDIBILITA' INTERNAZIONALE. ED E' UNA NAZIONALE SEMPRE PIU' "VERDE"


Un'amichevole è utile nel momento in cui fornisce contributi sostanziosi e concreti alla crescita di un progetto di squadra. Il test match di ieri sera all'Amsterdam Arena rientra in questa categoria di partite, perché lascia comunque un'eredità significativa. La più tangibile, innanzitutto: per un team in costruzione come l'attuale Club Italia, vincere in casa di una delle grandi del calcio mondiale, per quanto "acciaccata", è risultato di peso; accresce autostima, personalità e sicurezza dei giocatori, fa impennare la credibilità internazionale, abitua a confrontarsi senza paura coi valori di vertice del football, studiandone e carpendone i pregi. Non credo di dire un'eresia affermando che un confronto come quello di ieri, pur senza punti in palio, sia molto più "allenante", per usare un termine ultimamente assai in voga, di tante stracche partite della nostra Serie A. Senza dimenticare che anche le amichevoli sono importanti per guadagnare terreno nel ranking Fifa, che assai caro ci è costato nelle ultime fasi finali di  Mondiali ed Europei. 
OLANDA CALANTE MA VALIDA - Questo per quanto riguarda gli esiti più evidenti della spedizione olandese. Ma anche la prestazione ha fornito risposte tutto sommato confortanti: certo, ci sono stati momenti di sofferenza, soprattutto nella seconda metà della ripresa, perché, per quanto in periodo nero, la selezione arancione continua a valere un po' più dell'Albania, sul piano della classe pura. Ha un bagaglio tecnico che emerge ancora nitidamente, pur fra molte pause e limiti, bagaglio evidente in alcuni fraseggi, nella facilità di palleggio, in certe ficcanti incursioni nell'area altrui. Mancano forse, a questa Olanda crepuscolare, campioni autenticamente svettanti, in grado di restituire al gruppo un profilo vincente: qualche Sneijder in più, per dire; e fra l'altro non è un caso che i pericoli maggiori, per la porta azzurra, siano arrivati proprio nei soli dieci minuti in cui ha giocato l'ex fuoriclasse dell'Inter: due conclusioni estremamente insidiose, che hanno se non altro permesso a Donnarumma di far finalmente intravedere le sue doti, fino a quel momento rimaste nascoste per l'insipienza dei padroni di casa in fase conclusiva. 
PERSONALITA' AZZURRA - "Gigio" ha salvato la porta italiana con due splendide deviazioni, confermando la sua crescita recente. C'era bisogno di una conferma azzurra per lui, fin qui protagonista solo col club in campionato; ma non è stata l'unica nota lieta della serata. E' piaciuto l'approccio propositivo della squadra, trascinata nella fase iniziale da un Eder smanioso di rivincite, vicino al gol con un sinistro dalla distanza, quindi pronto a raccogliere una respinta della difesa e a fulminare Zoet con un destro dal limite a fil di palo, pareggiando immediatamente la casuale autorete di Romagnoli. Poi, dopo un colpo di testa di Martins Indi (con deviazione ancora di Romagnoli) ribattuto dalla traversa, i nostri han fatto loro l'incontro con Bonucci, che sugli sviluppi di un corner ha messo dentro una respinta d'istinto del portiere su inzuccata di Parolo. Più in generale, nella prima frazione gli uomini di Ventura sono parsi in perfetto controllo della situazione, abili nel gestire il gioco pur senza produrre, dopo le due reti, grosse fiammate in avanti, complici anche le difficoltà incontrate da Verratti nella posizione di suggeritore dietro le punte, nel 3-4-1-2 abbozzato dal cittì. 
NON IL MODULO MIGLIORE - Non è stato però un esperimento completamente fallito, come qualcuno ha sottolineato a botta calda: il genietto del Paris Saint Germain qualche buon lancio, qualche discreto assist è riuscito a confezionarlo, ma gli è mancata la continuità, certo non facile da trovare quando si è alle prese con una situazione tattica non abituale e poco congeniale. Rimane il fatto che non credo sia questo il modulo adatto all'Italia di oggi: si potrebbe forse trovare un miglior rendimento continuando a lavorare sul 4-2-4 o provando col 4-3-3, per sfruttare adeguatamente la nostra indemoniata batteria di incursori, come ripetutamente scritto qui in passato. 
LINEA VERDE A GO GO - Nella ripresa, l'Olanda ha giocoforza tenuto maggiormente il pallino nel tentativo di recuperare, ha anche creato qualche pericolo, come si è visto, ma gli azzurri, con un gioco più scarno ed essenziale, sono arrivati a loro volta in più di un'occasione vicini al tris: due volte Belotti, sfruttando i passaggi di Parolo e di Verratti, si è incuneato pericolosamente nell'area arancione, poi Spinazzola ha concluso un perentorio affondo sulla destra con un diagonale ribattuto alla bell'e meglio da Zoet. Belotti e Spinazzola hanno fatto la loro apparizione in un secondo tempo fra i più "verdi" nella storia del calcio azzurro: con loro, dentro anche Gagliardini, Petagna e, sul finire, pure Verdi. Ingiudicabili gli ultimi due, mentre Gagliardini, entrato in punta di piedi e inizialmente un po' sulle sue, ha gradatamente preso confidenza, giocando con pulizia, senza lampi, ma con disinvoltura, mettendo il piede in diverse azioni in fase di impostazione. 
PAROLO, SEMPRE UTILE - Dall'inizio erano invece in formazione altri tre "futuribili": in terza linea Romagnoli e Rugani, che hanno fatto bene (l'autorete del milanista non fa testo), mostrando sicurezza e tempismo nelle chiusure difensive: presto entrambi saranno titolari; sulla fascia destra si è confermato Zappacosta, meno esplosivo rispetto a Palermo ma sempre costante nell'appoggiare l'azione offensiva. Fra i veterani, qualche battuta a vuoto di Bonucci (ma il gol cancella le colpe), mentre ha ben impressionato Parolo, come al solito vivo e presente nelle tre fasi, filtro, costruzione e conclusione a rete. Elemento spesso sottovalutato ma di enorme utilità nell'economia della manovra azzurra, fin dai tempi di Prandelli.
Si torna dunque a casa con la certezza che il percorso intrapreso sia quello giusto. E c'è soprattutto la sensazione che finalmente un tabù storico della Nazionale del ventunesimo secolo sia stato abbattuto: la fiducia ai giovani c'è, e i giovani stanno rispondendo con prove convincenti. Sarebbe un peccato se di questo lavoro in prospettiva non si potessero cogliere già i primi frutti in Russia, l'anno prossimo. Eppure la qualificazione mondiale è totalmente in alto mare, proprio a causa di un peccato di inesperienza, quello di Ventura nella gestione del match di andata con la Spagna. Riusciremo a rimediare? 

venerdì 24 marzo 2017

VERSO ITALIA - ALBANIA: DOPO ANNI DI ESTEROFILIA, STAMPA IN DELIRIO PER I GIOVANI AZZURRI. SARA' TUTTO ORO QUELLO CHE LUCCICA?

                                     Gagliardini, uomo nuovo del centrocampo azzurro

Dopo l'ormai consueta, lunghissima pausa invernale, torna la Nazionale, e tutt'attorno si respira un clima nuovo, inebriante, di entusiasmo ritrovato. Entusiasmo aprioristico, beninteso, quindi il più pericoloso, pronto a tramutarsi in critica feroce nel caso in cui il campo non mantenesse le abbacinanti promesse. Certo, quest'aria frizzantina ha una nobile motivazione: i ranghi azzurri sono in fase di profondo rinnovamento, ma soprattutto il sistema - calcio italiano nel suo complesso sembra finalmente aprirsi (coi tempi operativi di un bradipo...) alla riscoperta dei ragazzi di casa nostra.
TOH, HANNO RISCOPERTO IL VIVAIO - Fa piacere che, dopo anni passati a predicare quasi nel deserto, testate e firme autorevolissime vengano nel mio modestissimo e insignificante orticello. Più o meno da quando è nato, nel lontano 2011, "Note d'azzurro" si batte per il ritorno alla valorizzazione del vivaio calcistico tricolore, in tempi di esterofilia spinta fino ai limiti più grotteschi, di squadre di club con rose multinazionali (molte nazioni, sì, ma con l'Italia quasi sempre ai margini), di oriundi in rappresentativa: fantastiche "conquiste" che hanno prodotto, assieme ad altre concause, una netta caduta qualitativa del football dello Stivale, certificata dai risultati internazionali conseguiti dalle nostre società e dalle varie selezioni. 
Spiace che si sia dovuti passare attraverso un tremendo deserto di vittorie, soprattutto dal 2010 in poi, prima di approdare a un rinsavimento che è peraltro ancora parzialissimo. Sì, c'è un pizzico di coraggio in più nel gettare nella mischia freschi virgulti nati e cresciuti in casa, non lo si può negare: l'Atalanta ha avuto bisogno di un maestro di calcio come Gasperini per tornare a puntare con coraggio sul settore giovanile, un atto di intraprendenza e una progettualità sul lungo periodo che sono stati premiati da riscontri immediati; ma la sorpresa più grande la si è avuta con la scelta dell'Inter di investire proprio su uno dei Gasperson - Boys, Gagliardini, e del tecnico Pioli di lanciarlo subito fra i titolari, venendone ampiamente ripagato in termini di rendimento.
PARZIALE INVERSIONE DI TENDENZA - Il resto di questo ritorno alla... primavera altro non è che la fioritura di quanto era stato seminato nel 2016: Sassuolo e Milan, per dire, avevano già sposato la linea tricolore, il Torino aveva gettato basi precise in sede di mercato, e gente come Benassi e soprattutto Belotti è emersa nitidamente, anche se la squadra sta pagando un conto salatissimo alla discontinuità di rendimento che, del resto, è uno dei rischi da mettere in conto, quando ci si affida così massicciamente alla gioventù. Poi, altre perle sparse qua e là: Immobile nella Lazio sta dimostrando di essersi lasciato alle spalle gli anni bui all'estero, il viola Bernardeschi è uscito dall'anticamera rendendosi protagonista di un torneo monstre, in termini di gol e di contributo al gioco, Insigne si è preso il Napoli di cui è ormai incursore inesorabile e mortifero, Rugani è sempre più a proprio agio al centro della difesa juventina. Tornando al Milan, Donnarumma ne è precocemente diventato un uomo simbolo, per quanto, parere personale, una lunga distanza lo separi ancora dalle vette di efficienza di Buffon. 
IL VALORIZZATORE VENTURA - Al CT Ventura il merito di non esser rimasto sordo di fronte a queste evidenze, e anzi di avere intercettato la tendenza amplificandola. Del resto, aver scelto lui come selezionatore indicava una strada ben precisa: la mission sarebbe stata quella di svecchiare il carrozzone azzurro, da troppo tempo ancorato ai medesimi e non più giovanissimi uomini, protagonisti in questi anni di imprese non sempre memorabili. Dopo l'eccessiva prudenza che ne ha caratterizzato i primi mesi di gestione, il trainer ex Toro ha rotto gli indugi ed è andato perfino oltre, arricchendo l'ultima convocazione con uomini come Politano, Spinazzola, Verdi, Petagna (chiamato in extremis per sostituire l'infortunato Gabbiadini) e perfino Meret, portierino  in emersione direttamente dalla Serie B, dove la sua Spal sta cercando di dare contorni concreti a un sogno promozione che, pochi mesi fa, pareva folle. 
STAGE PROLIFICI - Gli ultimi quattro citati, fra l'altro, arrivano dallo stage di febbraio. Proprio i famigerati stage con il cittì genovese hanno assunto un'importanza mai avuta in passato, quando parevano più che altro dei "contentini" per un Club Italia sempre più a corto di tempi per ritrovarsi, allenarsi, fare gruppo. Ora, questi incontri periodici riservati agli azzurrabili sono veri e propri pre - esami di ammissione: se li si affronta col piglio giusto, e se il rendimento coi club continua a essere elevato, il passaggio alla Nazionale maggiore è tutt'altro che proibitivo. Dopo lo stage di novembre, ad esempio, spiccò il volo Gagliardini, il talento che ora è sulla bocca di tutti, mentre l'ultimo ha messo in vetrina gente come Caldara, Conti, Locatelli e Pellegrini, che non mi stupirei di ritrovare a breve nel gruppone dei "grandi" assieme a Berardi, da tempo un "predestinato"; gruppone di cui, invece, sono ormai parte integrante Zappacosta e Sansone. 
Significativa, infortunio a parte, anche la giusta attenzione riservata a Gabbiadini, che Oltremanica è rinato a suon di gol, mentre in patria ha dovuto scontare problemi di scarso minutaggio in un Napoli che aveva altre frecce offensive al proprio arco, e che a gennaio si è preso pure Pavoletti: il quale Pavoletti è passato, immaginiamo con quale soddisfazione, da trascinatore genoano a seconda o terza scelta sotto il Vesuvio, con tanti saluti a una chance azzurra ormai inafferrabile. 
ENTUSIASMI TROPPO FACILI - Insomma, descritto così, il futuro sembra roseo, ma tendenzialmente diffiderei di questa indigestione di facili entusiasmi costruiti sulla teoria, del vagheggiamento di dream team azzurri destinati a dominare il futuro calcistico europeo e planetario, di Nazionali italiane che stanno per acquisire l'aurea dell'imbattibilità. Servizi televisivi e paginate di giornali si sprecano, anche da parte di chi, per troppo tempo, di giovani italiani ha parlato poco e di malavoglia, preferendo concentrarsi su improbabili bombe di mercato internazionale, sulla caccia a presunti assi stranieri di discutibile valore, sulla inaccettabile massima secondo cui "se un italiano è bravo, il posto in squadra lo trova comunque", a voler indicare che negli ultimi anni i ragazzi di casa nostra erano tutti degli scarsoni, e invece si è quasi bruciata una generazione di piedi buoni, per andare dietro alla fregola esterofila. 
Diffido, dunque, perché chi si esalta così di punto in bianco avrà poi altrettanta facilità a scendere dal carro, qualora le cose non dovessero volgere subito al bello. Coi ragazzi in verde età ci vuole pazienza, qui lo si è sempre detto; prima di costruire una squadra bella, giovane e vincente occorre tempo, e Ventura non ne ha poi molto. Intanto ci sono una qualificazione mondiale ancora in alto mare, un non piccolo gap con la Spagna da colmare (creatosi proprio nella partita di andata con gli iberici, per una gestione discutibile del match sul piano tattico e della scelta degli uomini) e un'Albania competitiva da battere questa sera, senza se e senza ma. Auguri. 

mercoledì 16 novembre 2016

DOPO ITALIA - GERMANIA: GIOVANI AZZURRI CRESCONO, PER LAPADULA C'E' TEMPO...

                                   Rugani: una sicurezza per la difesa azzurra del futuro

Ci siamo arrivati quasi per sfinimento. Sono stati necessari i tempi di attesa elefantiaci tipici dell'Italia, Paese "vecchio" per eccellenza, restio al cambiamento in tutti i settori; ci si è messo di mezzo anche qualche doloroso incidente di percorso, leggasi i gravi infortuni di Barzagli e Montolivo e la squalifica (preceduta da un netto calo di rendimento) di Chiellini, eventi imprevisti che hanno reso improcrastinabile le iniezioni di linfa verde nel tessuto azzurro. Fatto sta che, alla fine, il tanto atteso rinnovamento dei ranghi, su queste pagine invocato da tempo immemore, si è manifestato. Così, dopo il bicchiere mezzo vuoto di Vaduz, il terzo confronto con la Germania dell'anno solare ha visto in campo un'Italia sperimentale e con lo sguardo rivolto decisamente al futuro. 
I GIOVANI MOSTRANO GLI ARTIGLI - Ventura ha rotto gli indugi, ed era tempo: il conservatorismo degli esordi, la prudenza nello sperimentare nuove soluzioni, tattiche e di uomini, non ha pagato, riportandoci in stato di soggezione nei confronti della Spagna e mettendoci in posizione di svantaggio nella corsa alla qualificazione mondiale diretta, che ad oggi sembra poter passare solo attraverso una storica impresa in terra iberica, dove la nostra rappresentativa non vince dal 1949 (c'era ancora il Grande Torino in campo, poche settimane prima della sciagura di Superga). Ci sarà modo di riparlarne nei prossimi mesi: al momento, conta il fatto che si sia finalmente allargato il bacino di azzurrabili. 
Certo, rispetto a due - tre anni fa è anche cambiato, seppur impercettibilmente, il contesto generale in cui il cittì deve operare. Certi giovani perennemente condannati all'anticamera della panchina, o magari preda di eccessivi sbalzi di rendimento a causa di un utilizzo col contagocce, oggi sono finalmente delle realtà, più o meno solide. Se prima l'attacco azzurro aveva nel solo Pellè l'unica pedina di statura internazionale, condannandoci ad auspicare un ritorno in auge di Balotelli e Pepito Rossi, ora ci sono Belotti e Immobile che nei rispettivi club giocano bene, con continuità, e timbrano regolarmente il cartellino del gol; e dietro di loro c'è un Pavoletti che rimane sempre una valida alternativa, anche se la sensazione è che il suo magic moment azzurro potesse essere Euro 2016 (ma Conte la pensò diversamente), mentre ora le gerarchie sono diverse e ben delineate. 
GLI EREDI DEL "TRIO" - Ma anche la retroguardia sembra aver trovato finalmente un paio di attendibili eredi del trio delle meraviglie juventino: a San Siro, Rugani ha fornito una prestazione di assoluto spessore, sicuro e tempista dietro e sempre pronto ad appoggiare la manovra offensiva, proiettandosi spesso e volentieri in avanti; e Romagnoli, già bene in evidenza in precedenti uscite, lo ha spalleggiato con maestria, mostrandosi attento e concentrato. Da mesi "Note d'azzurro" batteva sul tasto Rugani - Romagnoli: era inevitabile approdare a questa soluzione, e si è facili profeti ipotizzando che i due metteranno in bacheca un bel gruzzolo di presenze azzurre. 
ANCORA PROBLEMI IN FASE CREATIVA - Contro la Germania il canovaccio tattico dei nostri è stato incentrato soprattutto sul continuo sfruttamento delle fasce laterali, e in quest'ottica va segnalata un'altra nota lieta, la buona prova di Zappacosta, che già aveva mostrato notevole brillantezza contro il Lichtenstein, e che ieri, chiamato a una prova assai più impegnativa, ha confermato il suo slancio e la sua intraprendenza, sganciandosi ogni volta che se ne presentava l'occasione, anche se non sempre è stato sostenuto dalla necessaria precisione di tocco. Parlando di svecchiamento, siamo ancora a metà del guado a centrocampo, dove in assenza di Verratti è stato il veterano De Rossi a menare le danze. Non abbastanza, però, da dare la necessaria continuità in fase di costruzione del gioco, e questo spiega anche la sostanziale penuria di palle gol italiane: in pratica, il taccuino racconta del clamoroso palo colpito, quasi in finale di match, da Belotti su splendida tessitura di Bernardeschi, il quale poco prima aveva concluso debolmente fra le braccia di Leno da posizione favorevolissima; in precedenza una bella incursione di Immobile nel primo tempo (ma tiro sballato), un affondo dello scatenato Belotti chiuso con una caduta e un rigore inutilmente invocato, un destro a giro impreciso di Immobile su passaggio filtrante ancora di Bernardeschi. Il fatto che il talentino viola abbia portato un pizzico di brio in più indica ulteriormente la via: per aumentare le chances offensive di questa squadra, occorre puntare forte sulla nostra batteria di incursori, trequartisti ed esterni alti, visto che a parte Verratti non abbiamo ancora, nella zona nevralgica, centrali in grado di verticalizzare con efficacia. 
TEDESCHI MINACCIOSI "CON PARSIMONIA" - Il bilancio del martedì milanese è comunque sostanzialmente positivo: sarà anche vero che i tedeschi non hanno mostrato particolare animus pugnandi, ma nemmeno hanno tirato indietro la gamba: potevano castigarci nel primo tempo con Gundogan (tiro telefonato dopo una bella triangolazione), Goretzka (salvataggio di Buffon) e Muller (respinta di Zappacosta), han fatto centro nella ripresa con un tocco sotto misura di Volland a beffare Donnarumma, ma l'arbitro ha annullato per offside. Dunque, la Mannschaft riveduta e corretta di Low ha fatto il suo, pur senza strafare. Per i nostri "nuovi" è stata un'utile esperienza contro avversari di gran classe, l'unica cosa che davvero conti in confronti sperimentali come questo. 
I FISCHI? GENERAZIONE IRRECUPERABILE - E' l'eredità più importante e positiva lasciata dal Meazza, mentre quella negativa è rappresentata dai soliti fischi all'inno degli avversari, problema irrisolvibile perché, sul piano dell'educazione civica e della cultura, la generazione attuale, quella che in larga maggioranza frequenta oggi gli stadi italiani, è ormai perduta e irrecuperabile; occorrerebbe lavorare fin dalle scuole elementari sui giovanissimi, ma i ragazzini vanno già adesso alle partite e magari ridono, o partecipano attivamente, quando il pubblico grida "ohhhhh, merda!" al portiere avversario che rilancia il pallone, una tiritera che ieri sera ha raggiunto livelli insopportabili e che è ormai uno squallido tormentone in molti impianti della Penisola. 
VADUZ E LAPADULA - Altri spunti di questa parentesi azzurra novembrina: inutile ritornare sulla nostra tradizionale idiosincrasia alle goleade, confermata sabato scorso dopo un ottimo primo tempo: solo che questa volta si gioca davvero col fuoco, visto che le reti segnate potrebbero risultare decisive per l'ammissione a Russia 2018. Di buono c'è che, in attesa di sciogliere il nodo - Albania in primavera, nel "girone di ritorno" l'Italia giocherà in casa con Israele, Macedonia e Lichtenstein, tutti confronti da risolvere, una volta per tutte, portandosi il pallottoliere. 
Altra "pillola critica" sulla convocazione di Lapadula, tecnicamente incomprensibile. Anni fa, su queste stesse pagine, auspicai che i cittì di volta in volta in carica forzassero la mano ai colleghi di club, convocando i giovani più promettenti quando ancora non erano titolari nelle società di appartenenza, per superare l'impasse determinato dall'esterofilia dilagante nelle formazioni titolari della nostra Serie A. In quel contesto, una chiamata come quella riservata all'attaccante ex Pescara avrebbe avuto senso. Oggi no, per i motivi già detti in apertura: oggi qualcosa si sta muovendo, l'emergenza sembra essere in fase di rientro (ma non diciamolo troppo forte...), qualche nuovo virgulto si sta ritagliando importanti spazi di gloria, e soprattutto in prima linea è aumentato il numero di elementi in grado di ambire legittimamente alla maglia azzurra: per questo, chiamare Lapadula dopo poche presenze e un solo gol in Serie A è scelta priva di fondamento. Che il ragazzo si faccia strada nel Milan e confermi nella massima categoria l'inesorabilità sotto porta sciorinata in B, poi ne riparleremo. 

domenica 28 agosto 2016

NAZIONALE, SI RIPARTE. CLUB ITALIA VERSO FRANCIA E ISRAELE CON UN PO' PIU' DI GIOVENTU'...

                                        Ventura: inizia il viaggio verso il Mondiale 2018

Fra pochi giorni è già Nazionale, nel pieno rispetto dei ritmi frenetici del calcio d'oggidì. Iniziare un ciclo nuovo di zecca in queste condizioni, con la preparazione concentrata in pochi giorni e con un numero esiguo di vere partite nelle gambe dei convocati, non è il massimo della vita, anche perché gli impegni saranno subito probanti: vernissage a Bari contro la Francia, deludente vicecampione europea, e poi si farà sul serio in Israele, dove prenderà il via la nostra corsa al Mondiale. Su Giampiero Ventura CT ho già esposto le mie perplessità in un post pubblicato in tempi non sospetti, ossia nel giugno scorso. Va qui ribadito che dalla sua gestione ci si aspetta soprattutto quell'attenzione ai giovani che i suoi due predecessori, Prandelli e Conte, hanno lasciato in gran parte inattuata, dopo buone premesse.
BACINO RISTRETTISSIMO - Certo, la stagione calcistica italiana appena partita non rappresenta il brodo di coltura ideale per sviluppare un progetto simile. Dando uno sguardo ai teorici titolari delle grandi e delle medie della nostra Serie A, il quadro è al solito desolante: vedere tre - quattro italiani fra gli undici è già un miracolo, il più delle volte sono anche meno, con le sparute eccezioni di Milan, Sassuolo e Toro, che continuano con pervicacia a puntare sul "prodotto interno". Il bacino in cui pescare è dunque ancora ristretto, troppo ristretto. E' pur vero che chi ha guidato le rappresentative azzurre in questi oscuri anni di esterofilia spinta ha saputo davvero trarre il massimo da una situazione di emergenza, mantenendo la Nazionale maggiore e l'Under 21 su standard tutto sommato decorosi. 
DECORO E NULLA PIU' - Decoro, per la storia calcistica dell'Italia, significa quantomeno non fallire la qualificazione alle fasi finali di Europei e Mondiali, cercando poi di farvi bella figura. Ma è chiaro che oltre un certo limite non si possa andare, se manca non tanto la qualità (il nostro vivaio, nonostante tutto, continua a produrre ragazzi ben impostati tecnicamente, perché la tradizione di una scuola è dura a morire), quanto l'esperienza di alto profilo, il minutaggio nelle gare internazionali, l'abituale frequentazione delle zone nobili del massimo campionato, delle sfide di vertice. Quello è il punto di rottura, l'incrocio in cui la strada del football italiano diverge da quelle percorse dai movimenti calcistici più aperti al lancio di forze fresche. 
Per questo ho valutato positivamente l'esperienza azzurra in terra francese di un paio di mesi fa: con quella squadra, buona ma non eccelsa, Conte ha centrato un ottimo traguardo, e poco ci mancava che entrasse addirittura fra le prime quattro del Vecchio continente. L'elevata professionalità di uomini di campo come il neo coach del Chelsea e come Di Biagio, tatticamente all'avanguardia ma eccellenti anche in tema di preparazione atletica e doti motivazionali, sta consentendo al nostro malandato pallone di restare a galla in condizioni proibitive, grazie alla valorizzazione di bravi giocatori costretti a giostrare nelle retrovie del calcio che conta, chiusi da stranieri spesso di dubbio valore; ma tutto ciò può servire a cogliere risultati parziali, intermedi (come il superamento di una fase eliminatoria, per l'appunto), o exploit isolati (come l'eliminazione ai rigori per mano tedesca nell'Exagone), non a costruire cicli vincenti di lunga durata.
VENTURA IN PRIMA LINEA - Auspicare un cambio di tendenza nel modus operandi dei nostri grandi club è pura utopia, quantomeno nel breve periodo. Ergo, il neo cittì dovrà arrangiarsi e forzare la mano ai colleghi allenatori di società, imponendo in rappresentativa giovani che faticano a farsi largo nelle squadre di appartenenza e pescando poi abbondantemente fra le "medie", dando spazio e minuti di gioco ai vari Benassi, Berardi e Belotti, assumendosi in prima persona l'onere di formarne  lo spessore internazionale che mai potranno acquisire in altra maniera; e dovrà tenere almeno un occhio costantemente all'estero, guardato spesso con freddezza da altri selezionatori prima di lui: ricordiamo che quest'estate sono partiti per lidi stranieri, fra gli azzurrabili, Soriano, Zaza e Pepito Rossi, né si potrà trascurare Pellè solo perché si è spinto in un campionato lontano e non irresistibile come quello cinese. 
LINEA VERDE? QUALCOSA SI MUOVE... - Per intanto, ci sono da valutare le prime convocazioni, e mi pare che fra luci ed ombre i segnali dell'apertura di un effettivo nuovo corso si intravedano distintamente, tra le righe: le chiamate di Donnarumma, Romagnoli e del citato Belotti, la fiducia data a chi fece inutilmente anticamera per la spedizione parigina, ossia Rugani e Pavoletti, il provvidenziale ripescaggio degli ottimi Bonaventura e Gabbiadini vanno nitidamente in questa direzione. Possono suscitare perplessità le rinunce a Insigne ed El Shaarawy, ma avranno indubbiamente pesato i responsi delle prime uscite di Napoli e Roma, mentre mi risulta difficile pensare che i due non possano avere un ruolo di primo piano nel biennio in cui si dovrà sgomitare con la Spagna per un posto a Russia 2018. 
ATTESE CONFERME DA DE SCIGLIO E PELLE' - Per il resto, come lo stesso Ventura aveva anticipato nella conferenza stampa di presentazione in luglio, non si poteva che ripartire dal tanto di buono lasciato in eredità da Euro 2016, sia per l'esito complessivamente felice di quel torneo, sia per la mancanza di tempo a disposizione per le sperimentazioni. In particolare De Sciglio e Pellè dovranno definitivamente consolidare la continuità di rendimento ad alto livello sciorinata nella kermesse continentale; giusto il premio ad Ogbonna, che nella sfortunata (e inutile) gara con l'Irlanda si era dimostrato difensore affidabile, per quanto senza lampi particolari ed esclusivamente dedito a compiti di pura copertura; in quella stessa gara Bernardeschi fece male, ma si trovò ad operare in un contesto estremamente problematico (formazione rifatta da capo a piedi, un mosaico autentico), e ha il talento per diventare una sicurezza del gruppo. 
RINNOVAMENTO DI RANGHI E CONTINUITA' DI SPIRITO - Poi, chiaro, come per ogni nuovo selezionatore, non mancano le scelte che dividono: Montolivo da tempo poco convincente in azzurro come in maglia rossonera, il De Rossi protagonista dell'ennesima alzata di ingegno comportamentale nel preliminare di Champions, un Marchetti che non riesce a scollarsi di dosso i suoi alti e bassi. Poca roba, in fondo: al momento le impressioni sono positive, il resto verrà. Con Verratti, il Club Italia recupera il punto di riferimento a centrocampo e il potenziale leader del futuro, tornerà Giaccherini, fra i migliori azzurri in assoluto a Euro 2016 (strepitosa in particolare la sua gara contro le Furie Rosse) e al momento fermato da acciacchi fisici, tornerà Perin, arriveranno, fra gli altri, Benassi e soprattutto Berardi, scatenato in questo avvio di stagione ma lasciato all'Under per le sfide decisive dell'Europeo. Ancora una volta, nonostante un campionato sempre più... globalizzato, si riparte da una buona base: al valorizzatore Ventura il compito di far sbocciare le forze nuove, toccando poi i giusti tasti psicologici per non disperdere il patrimonio di compattezza e di convinzione che animò il gruppo di Conte, per mantenere almeno in parte, nel rispetto della propria idea di football, il filo della continuità con una squadra che, in estate, aveva trovato una precisa identità tecnica, tattica e morale. 

domenica 3 luglio 2016

EURO 2016: L'ITALIA NEUTRALIZZA LA GERMANIA MA PERDE... LA LOTTERIA. GRANDE TORNEO, MA ORA IL RISCHIO E' CHE SI RIPARTA DA ZERO


Non sono trascorse che poche ore, l'amarezza è ancora grande, i rimpianti al livello di guardia. Eppure, questa volta, non c'è bisogno di ragionare a sangue freddo per ribadire quanto già avevo scritto dopo il trionfo sulla Spagna. L'Europeo degli azzurri è stato eccezionale, sic et simpliciter: hanno ridimensionato il precoce mito del Belgio squadra del futuro (e comunque seconda nel ranking FIFA) con un esemplare saggio di calcio all'italiana in versione 2.0, difesa attiva e spirito d'iniziativa, per poi vincere in scioltezza e in anticipo il girone iniziale; hanno strabattuto e dominato sul piano del gioco, dell'aggressività, della continuità d'azione gli iberici bicampioni continentali, concludendo la demolizione della Roja invincibile avviata due anni fa da Olanda e Cile; hanno, infine, neutralizzato e quasi ridotto all'impotenza la Germania campione del mondo in carica. In poche settimane, Conte e i suoi ragazzi son stati in grado di colmare, nei confronti di queste tre squadre, un gap di talento e classe che alla vigilia pareva abissale. Sono andati a un passo da una clamorosa semifinale, ma a un passo davvero, uscendo pressoché indenni da un tabellone che i sorprendenti sviluppi del torneo avevano reso, sulla carta, proibitivo.  
SQUADRA DA RICORDARE - Sul serio: come si poteva pretendere di più? Certo, l'ingresso fra le magnifiche quattro, le elette del Vecchio Continente, a un certo punto ci è parso davvero alla portata, e in fondo è quello il traguardo che scava il solco fra una buona e un'ottima Nazionale. Questa Italia, sul piano delle fredde statistiche, degli almanacchi, è rimasta a metà del guado. E anche per questo, ieri sera, abbiamo visto Andrea Barzagli piangere lacrime sincere in televisione: "Nessuno si ricorderà più di noi, essendo usciti ai quarti"; e già: nessuno parlerà di questo splendido gruppo, delle belle prestazioni offerte, dei pronostici sovvertiti, delle gare giocate ad armi pari con le grandi d'Europa. Ebbene, mi sento di poter dire che il nostro statuario difensore si sbaglia di grosso, e non date retta a giornalisti che non sanno guardare al di là del punteggio; il risultato non può essere sempre l'unico metro di giudizio, e ogni traguardo raggiunto, o mancato, va tarato sulla situazione del momento, sul valore proprio e su quello degli avversari.
C'E' ELIMINAZIONE ED ELIMINAZIONE... - Tanto per esser chiari: questa uscita ai quarti vale molto di più, infinitamente di più sia di quella del 2008, quando ci presentammo come campioni del mondo e giocammo un Europeo mediocre dall'inizio alla fine, sia di quella del Mondiale '98, quando rotolammo fino all'eliminazione per mano francese sulle ali di un gioco sparagnino, risparmiatore, poco spettacolare, pur potendo schierare campioni in ogni reparto e, soprattutto, una batteria di attaccanti che tutto il mondo ci invidiava. In questo particolare momento storico, invece, il calcio tricolore aveva soprattutto bisogno di ritrovare una propria identità, di ricostruirsi una credibilità andata in frantumi due anni fa in Sudamerica. Aveva bisogno di una Nazionale che, a dispetto dell'indifferenza dell'ambiente, sapesse conquistarsi prepotentemente un posto al sole, tornare nel cuore degli appassionati fornendo anche un'immagine di serietà, di pulizia, di unità interna, pur battendosi in una situazione di grande disagio tecnico, di mezzi non eccezionali che han fatto parlare in molti, ingenerosamente, di "peggiore Italia degli ultimi cinquant'anni", o cose del genere. 
ITALIA OLTRE I PROPRI LIMITI - Ecco, direi che tutti questi obiettivi sono stati centrati, fra Lione, Saint Denis e Bordeaux. L'Italia ha di nuovo una Nazionale, una Nazionale che non vive di espedienti ma che ha trovato una identità precisa, sul piano tecnico, tattico e morale. Una squadra che oggi poteva festeggiare il successo sulla Germania e attendere l'avversario di semifinale, e sarebbe stata una delle imprese più clamorose nella storia del pallone nostrano. Perché, davvero, nell'anno di disgrazia 2016 era quasi impossibile fare di meglio: queste tre settimane di battaglia non hanno cancellato la crisi profonda del nostro movimento, la scarsa attenzione verso i giovani del nostro vivaio, i club imbottiti di stranieri, la carenza di uomini di valore in molti ruoli chiave; e hanno solo mascherato la realtà di una rappresentativa che è andata costantemente oltre i propri limiti, limiti evidenti dalla cintola in su e che, siamo onesti, presto o tardi avrebbero dovuto presentare il conto, anche perché storicamente il Club Italia, nelle sue fasi di più acuta difficoltà, raramente trova quella fortuna che sorregge altri: come la Grecia 2004 che vinse casualmente un Europeo partendo dal nulla e nel nulla tornando, o anche, ebbene sì, come la Germania.
LA FORTUNA? A VOLTE E' ANCHE TEUTONICA - La continuità storica agli alti livelli dei vincitori di ieri è fatta di tantissimi, enormi meriti, ma anche di un pizzico di buona sorte sparsa qua e là, quella che li ha quasi sempre portati a pescare il numero fortunato della lotteria, le poche volte che si sono trovati ad affrontare sfide infide: quando vanno in sofferenza (e, lo ripetiamo, capita di rado), quando si trovano a un passo dal baratro, quando l'equilibrio è esasperato ma la bilancia sembra poter pendere dalla parte dei rivali, nove su dieci riescono a cavare fuori dal cilindro, in qualche modo, il colpo da prestigiatori che li fa scollinare. Da Spagna '82 a Mexico '86, da Corea - Japan 2002 a questo Euro 2016: non c'è nulla di male, e del resto la fortuna aiuta gli audaci, quindi è giusto così. 
NULLA DI MEMORABILE - Nel dettaglio, questa ennesima Germania - Italia è stata, nei 120' di gioco, meno epica e memorabile di tante indimenticabili tenzoni del passato. Tutto un po' sotto tono, in un clima tragicamente straniante, perché emozionarsi per una partita di football risulta veramente difficile quando si gioca con il lutto al braccio, quando l'ennesima strage si è consumata nel nome del più ottuso e barbaro fra tutti gli ottusi e barbari terrorismi che hanno infangato il genere umano. Sul campo, un primo tempo bloccatissimo, con leggero predominio teutonico ma migliore occasione per i nostri, su cross lungo di Giaccherini e tiro di Sturaro che, deviato da Boateng, finiva a lato di pochissimo. Ripresa con gli uomini di Low più decisi, vicini al gol con Thomas Muller (gran salvataggio in acrobazia di Florenzi), a segno con una deviazione sotto misura di Ozil su cross di Hector sporcato da Bonucci, e vicini al raddoppio su tacco di Gomez, deviazione di Chiellini e provvidenziale intervento di Buffon. Ma poi, scampato il pericolo, ecco il generoso ritorno azzurro: cross di De Sciglio e girata di poco a lato di Pellè, quindi gratuito mani in area di Boateng e penalty solare impeccabilmente trasformato da Bonucci, e poco dopo un bel destro dell'attivissimo De Sciglio sull'esterno della rete.

                                    Conte: dopo il suo addio, futuro carico di incognite

L'UNICA PARTITA POSSIBILE - Piccole schermaglie nei prolungamenti (ma peccato, peccato davvero per quell'Insigne messo dentro troppo tardi),  a sancire un pari sostanzialmente giusto, in cui le contendenti si sono battute gagliardamente, ognuna coi mezzi a disposizione, ma nessuna delle due avrebbe meritato di cogliere l'intera posta. L'Italia non ha preso in mano il gioco come fatto contro la Spagna, né ha potuto sprigionare la buona aggressività, la spinta e la velocità di esecuzione sciorinate al debutto coi belgi, perché l'avversaria era diversa, più tosta, più fresca, più smaliziata tatticamente, più nitidamente superiore. Una Germania che della versione "rullo compressore" di Brasile 2014 ha conservato solo l'impermeabilità difensiva, meccanismi perfetti che hanno sistematicamente chiuso ogni varco ai tentativi azzurri, e qualche sprazzo di manovra vellutata e rapida in fase di costruzione, poche e pericolose accelerazioni tra mille languori. Pur sempre una montagna difficile da scalare, a cui Barzagli e compagni hanno opposto le sole armi possibili: difesa paziente (ma gli unici momenti di autentica sofferenza si sono avuti nel periodo culminato con l'1 a 0), occupazione degli spazi e ricerca dello spiraglio giusto in ripartenza: quest'ultima parte del piano poteva riuscire con centrocampisti più dotati in fase di impostazione (ma Verratti e Marchisio erano a casa) e con attaccanti di maggior statura internazionale. Nelle nostre condizioni, ripeto, si è fatto il possibile e lo si è fatto assai bene. 
LOTTERIA, SENZA SE E SENZA MA - Poi l'assurda giostra dei rigori. Da anni sostengo sia una pura e semplice lotteria (il blog mi è testimone), a prescindere da chi vince e da chi perde, perché troppi fattori prevalgono sulla mera perizia tecnica degli esecutori, fino a schiacciarla: quando si battono diciotto tiri dal dischetto consecutivi (come nella finalina di Europa '80 fra Italia e Cecoslovacchia), la mazzata dell'errore può colpire chiunque, in qualsiasi momento, quando meno la si aspetta. E' una roulette mozzafiato, ma pur sempre una roulette, preferibile alla monetina ma non alla ripetizione della partita (con la moltiplicazione delle gare anche inutili che caratterizza il calcio d'oggidì, strano che non si trovi posto in calendario per incontri di spareggio da far disputare in queste situazioni).
Dopodiché, certo, magari un Pellè poteva evitare di presentarsi ai sedici metri facendo il figo e credendo di poter intimorire Neuer, lui, umile punta del Southampton: il suo atteggiamento imperdonabile (e seguito dall'ovvio errore) è chiaramente sintomo di immaturità, dovuta alla scarsa esperienza agli altissimi livelli sua e di tanti compagni di Nazionale. Un peccato, in ogni caso, perché questa smargiassata gli alienerà molte simpatie ed era l'ultima cosa di cui aveva bisogno, trattandosi comunque di un giocatore che, anche dopo un buonissimo torneo, è tutto fuorché intoccabile, e per conservare la maglia azzurra dovrà sudare sette camicie. 
VENTURA: UN SALTO NEL BUIO CON LA LINEA VERDE - Questa considerazione, e il definitivo 7-6 di Bordeaux, chiudono il dolceamaro capitolo Europei e aprono immediatamente quello successivo. Come Zoff nel 2000, ma per ben altri motivi, Conte lascia a metà un lavoro estremamente promettente. Il rilancio azzurro rimane con l'urlo strozzato in gola, da settembre si rischia di ripartire quasi da zero, con un allenatore meno carismatico e meno avvezzo alle grandi ribalte del football mondiale (nonché molto meno vincente, particolare tutt'altro che trascurabile). Ventura dovrà innanzitutto mantenere il magico clima, l'unità d'intenti che Conte aveva saputo ricreare. E dovrà innovare, innovare profondamente, perché il tempo stringe per tanti azzurri di oggi, e i giovani non possono davvero più attendere.
Sarà ancora l'Italia di Buffon e Bonucci, di Chiellini e forse persino di un Barzagli in là con gli anni ma ancora in piena efficienza, e come rinunciare a Parolo, Candreva, Giaccherini (uno dei migliori in assoluto di Euro 2016), a un Darmian che ha potenzialità maggiori di quelle mostrate in Francia, a un De Sciglio concreto e concentrato come non si vedeva dai tempi degli esordi azzurri, all'eclettico e generoso Florenzi, a uno Sturaro che accumulando minutaggio può solo migliorare? Ma dovrà essere anche l'Italia di Rugani, Romagnoli, Zappacosta, Cataldi, Benassi, Berardi, Belotti, i migliori Under 21 del biennio 2013-2015, nonché l'Italia dei grandi esclusi di Conte, da Bonaventura a Soriano, da Acerbi a Jorginho, da Pavoletti a Gabbiadini; l'Italia dei grandi infermi che torneranno, Perin, Verratti e Marchisio, e dei convocati che in queste settimane hanno avuto pochissimo spazio: Ogbonna (positivo nell'unico match disputato, quello con l'Eire) e soprattutto Bernardeschi, Insigne ed El Shaarawy; senza tralasciare l'incognita Lapadula, potenzialmente un boom. I mezzi non mancano, ma è concreto il timore che il circolo virtuoso innestato da Conte si spezzi in assenza del "mentore". Una bruttissima gatta da pelare per il nuovo cittì, nel momento in cui la nostra selezione aveva soprattutto bisogno di stabilità e continuità nella guida tecnica.