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mercoledì 14 agosto 2019

14 AGOSTO 2018, UN ANNO DOPO. ORA È IL MOMENTO DI DARE GIUSTIZIA ALLE VITTIME DEL PONTE MORANDI

                         Così su Facebook diedi il primo sommario annuncio del crollo del ponte

Ricordo tutto di quel giorno, ora per ora, minuto per minuto. Ricordo un inizio di mattinata fatto di ragionamenti e pensieri frivoli, di quelli che ci si può concedere alla vigilia di un qualsiasi Ferragosto se non si hanno problemi personali gravi, seri, impellenti. Ricordo l'allerta arancione, certo; le luci accese in casa come se fosse una serata autunnale, la pioggia scrosciante, il diluvio su Genova: non certo una novità (anzi...), con annessa paura di eventi alluvionali a cui abbiamo fatto una dolente abitudine. Ricordo la telefonata di mio fratello, all'insolito orario di mezzogiorno, per comunicare a me e ai miei genitori che stava bene, cioè quella che sembrava un'inutile e bizzarra precisazione. "In che senso stai bene, scusa? Che significa?". Lo scoprii nel giro di pochi secondi: mio fratello si reca spesso a lavorare presso un'azienda che ha sede in Valpolcevera (e in passato sono andato diverse volte con lui, per dargli una mano). Anche quella sciagurata mattina del 14 agosto 2018 era passato rapidamente da lì, per poi spostarsi presso un altro ufficio in una zona limitrofa. Era crollato un ponte autostradale, ci disse, e noi non sapevamo ancora nulla: bastò accendere la tv, sintonizzarsi su un'emittente locale, per trovarsi di fronte a quanto di più vicino all'Apocalisse abbia mai visto in vita mia, quantomeno a così poca distanza fisica da me. 
L'ASSURDO DIVENTA REALTÀ - In verità, i contorni esatti della tragedia non erano ancora ben chiari nella mia testa: abitando dall'altra parte di Genova, non avevo quella confidenza col "ponte di Brooklyn" che invece fa parte del bagaglio umano di tanti miei concittadini. Certo l'ho percorso un po' di volte, sia sopra che sotto, senza però che tali transiti rimanessero scolpiti nella memoria, legati a episodi particolarmente significativi della mia vita. Scrissi su Facebook un post in cui annunciavo semplicemente che era "crollato un ponte a Genova". Inizialmente avevo pensato a un cavalcavia, memore di quanto era accaduto qualche anno prima a Lecco. Erano, del resto, momenti convulsi, e quella "cosa" pareva talmente assurda, surreale, fantascientifica, da non riuscire ad ammettere che fosse seriamente avvenuta. Un viadotto autostradale che crolla? Una delle più importanti arterie del Paese che si sbriciola all'improvviso? Suvvia, siamo seri...  
DOLORE CONTINUO - Invece è successo, ed è passato quasi un anno. 365 giorni, nessuno dei quali è andato via senza che io abbia rivolto un pensiero, anche solo per pochi minuti, a quel disastro e, soprattutto, alle 43 vite spezzate. Uno degli choc più grandi e violenti che abbia mai vissuto, una ferita che credo non si rimarginerà mai, e se è così per me, posso solo intuire il tormento in cui, da allora, si dibattono parenti e amici delle vittime. Il fatto è che, come ho ripetuto spesso in questo periodo, su quel ponte c'eravamo proprio tutti, e ognuno di noi poteva subire identico, tremendo destino: poteva davvero capitare a chiunque. È stato un anno triste, sì: un anno di dolore dapprima lancinante, poi sommesso eppur continuo, un anno in cui ogni attimo di effimera gioia è stato smorzato dal ricordo sempre nitido di quella giornata infernale; è stato anche un anno di riflessione, un anno in cui, proprio in seguito a questa vicenda, ho avuto ancor più chiare le priorità dell'esistenza. Intendiamoci, non che non le avessi già ben presenti, ma la tragedia così vicina alla mia casa e ai miei affetti ha rafforzato in me certi concetti, i valori che contano davvero, le cose tutto sommato trascurabili e quelle per cui vale la pena battersi, arrabbiarsi, combattere.

          Questa foto e quelle che seguono sono state scattate da me e mio fratello nei mesi successivi al crollo

IL "DOPO" - Tante cose sono accadute, in questi mesi: ciò che rimaneva del vecchio viadotto è stato in parte smontato, in parte fatto saltare in aria la mattina del 28 giugno scorso; molti abitanti della zona sulla quale si ergeva la mastodontica e fragile struttura sono stati costretti a lasciare le loro case, sfollati come dopo un terremoto, come dopo un bombardamento aereo, perché quel 14 agosto 2018, per Genova, fu davvero come una giornata di guerra, con tutte le conseguenze del caso destinate a protrarsi a lungo. Mese dopo mese si sono susseguiti gli studi, le analisi, gli approfondimenti più o meno tecnici su ciò che potrebbe aver scatenato il disastro, alle 11.36 di un anno fa; si sono moltiplicati i reperti video, i primi del tutto inconcludenti, poi alcuni estremamente significativi, fino a quello cruciale dell'azienda Ferrometal da poco desecretato, che ha mostrato in tutta la sua crudezza la dinamica del crollo lasciando comunque diversi interrogativi insoluti. Si sono susseguite anche le dichiarazioni a vanvera di tanti politici, uno soprattutto, distintosi per aver cominciato a fare bieca campagna elettorale fin dal giorno dopo: un personaggio che non merita nemmeno di essere nominato, e che spero venga presto inghiottito dall'oblìo che merita. Siamo ancora in attesa della revoca della concessione autostradale, a parer mio sacrosanta in quanto atto eticamente doveroso in attesa che vengano chiarite giuridicamente le colpe, ma la crisi politica ha rallentato il tutto. Si è anche cominciato a costruire il nuovo ponte, nel frattempo, ed è giusto così, perché la città, la popolazione, l'economia, la viabilità hanno bisogno di una nuova ed efficiente infrastruttura al più presto, così come è stato giusto spazzare via senza pietà il vecchio ponte menomato, simbolo e causa di lutto e di morte.




PENSARE ALLE VITTIME - Già, il lutto: tante cose sono state dette e fatte, in questi 365 giorni, ma, sensazione personale, delle persone rimaste uccise ci si è occupati troppo poco. Un po' come delle vittime del terrorismo brigatista anni '70 e '80, mentre i responsabili di tanto sangue, i brigatisti stessi, scrivono libri, articoli di giornale, e tengono conferenze. Va bene il rispetto per il dolore, che però non deve sconfinare nell'indifferenza. 43 persone, giovani, meno giovani, persino bambini, gente che andava o tornava dal lavoro, in viaggio verso le ferie, cancellate nel giro di pochi secondi, nella maniera più crudele possibile, e senza colpa alcuna da parte loro. Nessuna imprudenza alla guida, nessun sorpasso azzardato o eccesso di velocità, ma una strada che ti crolla sotto le ruote, un pauroso volo di cinquanta metri assieme alle macerie, e poi solo lacrime, tante lacrime, che ancora oggi continua a versare chi amava e conosceva quella povera gente. Ebbene: ora che il vecchio Morandi non c'è più, ora che il nuovo sta cominciando a vedere timidamente la luce, a un anno esatto dai fatti occorre cambiare ottica nel modo di approcciarsi a questa storica ecatombe. Le istituzioni, soprattutto quelle locali, pur fra molti incidenti di percorso hanno mostrato il sollecito attivismo che si chiedeva loro (in particolare il sindaco Marco Bucci merita un plauso incondizionato), i cantieri lavorano a pieno ritmo. I ricordi, le commemorazioni future dovranno avere un nuovo caposaldo: lottare per onorare la memoria di chi non c'è più e per rendere loro giustizia. 
CONDANNE E GALERA, SE QUESTO È ANCORA UN PAESE SERIO - I tribunali non ci restituiranno le vite di chi se ne è andato, ma dovranno mettere dei paletti ben precisi: sancire responsabilità individuali e collettive (leggasi aziende e istituzioni), erogare condanne esemplari, mandare qualcuno in galera, se occorre. Il Ponte Morandi era un malato terminale. Se c'è chi non ha vigilato, o chi l'ha fatto in maniera troppo "morbida", se c'è chi non è intervenuto nei tempi e nei modi giusti per salvare il colosso in decadenza, beh, dovrà risponderne e pagare di conseguenza, sempre se questo Paese mantiene un minimo di dignità. Solo così la catastrofe di Ferragosto non rimarrà un'inutile strage: Genova riavrà un ponte più sicuro anche se forse meno bello (i ponti devono consentire viaggi e trasporti salvaguardando la vita degli esseri umani, la perfezione estetica viene dopo, molto dopo), ma dovrà essere un'altra la vera eredità del 14 agosto 2018: una nazione che lavora con efficienza e che mette al primo posto l'incolumità fisica dei suoi cittadini. 
I NOMI DELLE VITTIME - Chiudo dunque ricordando i nomi di chi, 365 giorni fa, è stato strappato alla vita in una piovosa mattinata genovese: Giovanni Battiloro, Matteo Bertonati, Gerardo Esposito e Antonio Stanzione, i quattro ragazzi di Torre del Greco; Luigi Matti Altadonna; Elisa Bozzo (che su Facebook si firmava anche "La Ely"); i giovani fidanzatini Stella Boccia e Carlos Trujillo; un'altra coppia con un avvenire insieme davanti, Marta Danisi e Alberto Fanfani; Juan Carlos Pastenes, Nora Rivera Castillo e Juan Figueroa; i camionisti Gennaro Sarnataro (che fino a pochi minuti prima del decesso scherzava sui social), Vincenzo Licata, Marian Rosca e Anatoli Malai; Marjus Djerri ed Edi Bokrina, colleghi di lavoro come Mirko Vicini e Bruno Casagrande, morti nell'isola ecologica Amiu collocata sotto il ponte, assieme ad Alessandro Campora; Andrea Cerulli della Culmv; i quattro francesini con i dread, Nathan Gusman, Axel Nèmati Alizee Place, Melissa Artus Bastit e William Pouzadoux; i coniugi Alessandro Robotti e Giovanna Bottaro; Claudia Possetti e Andrea Vittone con i figli della donna Manuele e Camilla; e ancora Giorgio Donaggio, Henry Diaz e Angela Zerilli, Francesco Bello, Dawna Munroe e Cristian Cecala con la piccola Crystal, Roberto Robbiano ed Ersilia Piccinino col figlioletto Samuele, la vittima più giovane coi suoi otto anni. A loro, da parte mia, la promessa che non cesserò di interessarmi a questa tragedia, e ne seguirò nei limiti del possibile gli sviluppi investigativi e giudiziari. 

mercoledì 15 agosto 2018

CROLLO DEL PONTE MORANDI: LA TRAGEDIA DI GENOVA E DI UN'ITALIA PRIGIONIERA DEL PASSATO


Trentanove morti è una cifra raccapricciante. Richiama alla memoria l'Heysel, quella assurda strage allo stadio nel 1985, solo che questa volta il dato numerico è terribilmente provvisorio, forse destinato ad aumentare nelle prossime ore. Il crollo del viadotto Morandi a Genova è un colpo al cuore: mai una tragedia così enorme, immane, assoluta, era avvenuta a così poca distanza da me e dai miei affetti. Mio fratello, che lavora in zona, ha percorso innumerevoli volte in auto quel ponte, come del resto tantissime altre persone, non solo genovesi, tutti i giorni, da decenni a questa parte: perché era un'infrastruttura portante del trasporto regionale, un'arteria centrale. Mai come in questo caso, dunque, è lecito dire che poteva davvero accadere a chiunque. Scriverlo fa male, genera un senso di angoscia insopprimibile, di smarrimento, ma è così, è la realtà delle cose. E l'angoscia che abbiamo provato io e la mia famiglia, ieri, l'hanno provata in tantissimi, forse tutti, in città e non solo.
Si parla spesso di tragedie all'italiana: bene, quella di ieri è la rappresentazione plastica di tale tipologia di sciagure. Un'opera di ingegneria fiaccata dalla vecchiaia, verosimilmente non più in linea con i moderni standard di sicurezza, non più in grado di reggere quantitativi di traffico imparagonabili con quelli dell'epoca di costruzione (fu ultimata nel 1967): del resto non sono io a dirlo, perché l'ultima cosa che vorrei fare in questo momento è improvvisarmi esperto di questioni a me ignote. Ci sono le affermazioni di chi già in tempi non sospetti aveva denunciato, senza tanti giri di parole, la pericolosità del viadotto sul Polcevera: pareri di tecnici come Antonio Brencich, docente di Costruzioni in cemento armato presso l'Università di Genova, che già nel 2016 aveva parlato di quel ponte come di "un fallimento dell'ingegneria"; e poi interrogazioni parlamentari, come le due del senatore Maurizio Rossi nel 2015 e nel 2016, fino a una recentissima seduta di una Commissione del Comune di Genova dedicata all'argomento, come ricorda oggi il Corriere della Sera. Tanti interventi di manutenzione e di consolidamento nel corso del tempo, problematiche più volte segnalate ma, come al solito, si è attesa la catastrofe prima di por mente a ipotesi di interventi radicali. 
Nel dramma, la conferma di una sensazione sgradevolissima, terribile, che in molti in questi ultimi anni stiamo provando: quella di un'Italia prigioniera del passato, un'Italia che cade a pezzi nell'incuria e nell'indifferenza di chi avrebbe i mezzi, il potere, il denaro per porre rimedio. La malagestione della cosa pubblica fa danni da secoli, ma quando il prezzo da pagare è rappresentato da decine di vite umane bisogna dire basta, una volta per tutte, perché la salvaguardia della salute delle persone dovrebbe essere al primo posto fra le priorità delle istituzioni, delle aziende pubbliche e private. Da almeno due lustri assistiamo alla decadenza di infrastrutture non più moderne, così come di vestigia storiche del nostro ex Bel paese. Ritengo però che stavolta la cosa non finirà nel dimenticatoio tanto facilmente: 39 morti accertati a oggi, decine di feriti e sfollati, come in un terribile terremoto, sono cifre che nessun uomo politico può pensare di ignorare senza andare incontro al disprezzo dei cittadini elettori; dopodiché, è triste dirlo ma occorre essere pragmatici, quel ponte, una specie di cattedrale nel deserto nel Ponente di Genova, rappresentava, lo si è detto, uno snodo chiave per la viabilità della città, della Liguria, del Nord Italia, fondamentale anche per i traffici commerciali; dovranno quindi essere studiati e realizzati nuovi percorsi, nuove costruzioni al passo coi tempi, e dovrà essere fatto a stretto giro di posta, pena una gravissima congiuntura economico - lavorativa destinata a colpire la città e la nazione stessa, una città e una nazione già fiaccate da un decennio di crisi, nonostante gli sbandierati, flebili sintomi di ripresa di cui, però, la gran parte della popolazione non riesce a percepire i presunti benefici effetti. 
Rimane il senso di sbigottimento per una giornata fra le più terribili della mia vita. Perché, davvero, è come se ci fossimo stati noi tutti, su quel ponte. Decine di esistenze finite in un amen, all'improvviso, persone che hanno avuto il solo "torto" di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato, destino maledetto; altri che si sono salvati per il fatto di essere passati poco prima, e magari hanno visto negli specchietti retrovisori la strada che crollava e le macchine che andavano giù; o chi, come l'autista del pulmino della Basko reso famoso da una foto che è già tristemente storica, ha avuto la prontezza, ma soprattutto l'immensa fortuna, di azionare il freno a pochi metri dalla morte. Sono cose che fanno rabbrividire anche chi non è stato colpito direttamente negli affetti, momenti che rimarranno scolpiti nella mente, sequenze di orrore che periodicamente torneranno davanti ai nostri occhi, come drammatici flash. 
In gioventù, ho vissuto in un mondo sostanzialmente sereno, o forse lo percepivo così perché ero solo un ragazzino e non avevo piena consapevolezza dei problemi più o meno gravi che affliggevano l'umanità, anche se mi piaceva tenermi informato, guardare i telegiornali, dare uno sguardo ai quotidiani. Di certo, oggi, c'è che dall'adolescenza in poi ho attraversato invece una serie incredibile di drammi, locali, nazionali e internazionali, che non mi sarei mai immaginato e che speravo mi fossero risparmiati: la rivoluzione romena, la prima guerra del Golfo, le stragi e gli attentati della mafia, la guerra nell'ex Jugoslavia, il sanguinoso G8 di Genova, le Torri gemelle, la seconda guerra del Golfo, lo stramaledetto Isis con le sue infami prodezze, terremoti e alluvioni devastanti, la tragedia della Torre piloti, un dittatorello orientale con aspirazioni hitleriane, e adesso questa enorme catastrofe quasi sotto casa. Sulla quale scrivo queste righe disordinate, pochi e confusi pensieri affastellati senza un preciso criterio, perché vorrei che anche questo post contribuisse nel suo piccolo a tenere accesi i riflettori su questa sciagura, un crollo che è emblema del crollo definitivo dell'Italia fiorente, quella del miracolo economico e dell'effimero boom degli anni Ottanta. Un'Italia che non c'è più, spazzata via da una mentalità arretrata e conservatrice e dall'incuria (se è vero, come disse Milena Gabanelli nella scorsa primavera, che nel Paese ci sono ben 30mila ponti a rischio, tanto per dire), e che deve lasciare il posto a un Paese al passo coi tempi, facendo piazza pulita, senza pietà, senza remore, delle tante teste che hanno portato a questo scempio. Ci riusciremo? 

mercoledì 19 novembre 2014

INTORNO A ITALIA - ALBANIA: GIOVANI VIZIATI (O FORSE NO), LA FESTOSA INVASIONE DI GENOVA E LA SATIRA DI "MILANO FINANZA"

                                           Conte è preoccupato per il futuro azzurro

Lo sfogo pre Albania di Antonio Conte davanti ai microfoni Rai è, prima di ogni cosa, un piccolo capolavoro giornalistico: dimostra come sia ancora possibile realizzare delle interviste di spessore in un'epoca sconfortante per i media tricolori, boccheggianti fra omologazione dell'informazione e ossequi spudorati al potente di turno. Merito dell'intervistatore (Bruno Gentili), ma merito soprattutto del cittì, che ha saputo dire cose non banali come di rado capita nell'ambiente calcistico, campione del mondo di frasi fatte. Dopodiché, della sua filippica si può discutere senza prendere tutto per oro colato. 
SFATICATI? - Sa un po' di faciloneria, questo improvviso attacco concentrico (poche ore prima, aveva sparato a zero il trainer "albanese" De Biasi) contro i giovani calciatori italiani viziati e lavativi (mia interpretazione delle loro parole, credo non lontana dalla realtà). Senza più la fame atavica dei nostri padri, senza più la voglia e la gioia di faticare. Massimo rispetto per due professionisti che il pallone nostrano lo respirano da una vita (o lo hanno respirato, nel caso del mister ex Torino), e che sulla scorta di tale esperienza sicuramente non parlano a vanvera, però la tesi non mi convince del tutto. I "fancazzisti", per usare un colorito termine oggi assai in voga, sono esistiti in tutte le epoche e in tutti gli ambiti lavorativi, con diverse percentuali: ma mi vien difficile credere che questo imborghesimento abbia toccato solo i ragazzi dello Stivale, visto che gli agi della modernità, dai videogiochi agli smartphone ai tablet cui proprio De Biasi ha fatto riferimento, sono assai diffusi anche in molti altri Paesi, penso all'ultratecnologica Germania, che però ha vinto l'ultimo torneo iridato e che si trova nel pieno di una magnifica fioritura di talentuosi pedatori. 
LE VERE ORIGINI DELLA CRISI - Ritengo che la crisi nasca altrove, e che sia cominciata quando i massimi responsabili del nostro calcio hanno dato la peggiore interpretazione possibile della sentenza Bosman, imbottendo progressivamente le prime squadre (ma anche i settori giovanili) di calciatori stranieri di dubbia qualità, se non di qualità modestissime, abbandonando quasi totalmente gli investimenti sul vivaio locale. Il carico da novanta l'hanno aggiunto proprio i nostri celebrati allenatori, dando scarsissima fiducia (leggasi minutaggio) agli italiani in sboccio, che han finito per intristirsi in panca, in tribuna o nelle categorie inferiori.
Quello che voglio dire è che sì, forse gli "azzurrabili" di questa ultima generazione si sarebbero ugualmente dimostrati non all'altezza, ma non è stato dato loro modo di giocare ad armi pari con gli stranieri: perché senza poter fare esperienza di campo, crescere, sbagliare e imparare dagli errori, ecco, maturare e diventare calciatori veri è onestamente difficile, diciamocelo. La sensazione è che un'intera generazione, quella che sarebbe dovuta esplodere più o meno dopo il Mondiale 2006, sia stata bruciata sull'altare di queste follie tecniche e gestionali: e che non fosse una "nidiata" da buttare lo dimostra il fatto che, alla lunga, gente come Parolo, o Astori, o Candreva, o Antonelli un posto al sole è riuscita in qualche modo a ritagliarselo; ed è pacifico che avrebbero potuto assumere uno spessore calcistico anche maggiore, diventare campioni a tutto tondo, se le grandi società avessero puntato più sollecitamente su di loro. 
IMMOBILISMO AI VERTICI - Conte si aspettava una maggior partecipazione collettiva da parte di tutti, così ha detto. Ci si è focalizzati sull'accusa di scarsa predisposizione al lavoro nei confronti delle nuove leve, ma i danni combinati dai "padroni del vapore" sono sotto gli occhi di tutti, così come è evidente l'immobilismo (prevedibilissimo) che sta caratterizzando la nuova reggenza federale, dalla quale non giungono notizie di atti formali e sostanziali (al di là dei proclami) per un concreto rilancio del movimento. Sbatta i pugni sul tavolo di Tavecchio, il Commissario Tecnico: pretenda innanzitutto almeno una (se non due) amichevoli fra dicembre e febbraio (quattro mesi di sosta, roba da matti), faccia lui stesso da pungolo agli sparagnini tecnici di club, forzi loro la mano, lanciando i giovanissimi prima ancora che questi emergano concretamente in campionato, come fece Prandelli dopo Euro 2012 portando in Nazionale Perin e De Sciglio, quasi vergini di esperienza in Serie A. Il fumantino mister ex Juve è stato preso anche per dare una scossa a un ambiente cloroformizzato: lo faccia, anche bruscamente, perché non c'è tempo da perdere. E se ha notato deficit fisici dei suoi giocatori rispetto agli avversari esteri, si chieda perché fino a una decina di anni fa eravamo all'avanguardia sul fronte della preparazione atletica, mentre oggi soffriamo il ritmo di tutti. Colpa solo della nostra allergia agli allenamenti? 

                                           Bertolacci: ottimo esordio in Nazionale

RAGAZZI IN GAMBA - Dopodiché, sono sicuro che i giovani, sentendosi responsabilizzati e valorizzati, avvertendo fiducia (e pazienza) attorno a loro, non tirino indietro il piede in campo né risparmino il fiato in allenamento. Alcuni di questi lo hanno dimostrato a Marassi: quella contro l'Albania è stata la classica amichevole "utile", succosa, che una traccia sul futuro azzurro la lascerà, sol che la si voglia seguire. Bertolacci ha giocato una gran gara a centrocampo: svelto, sempre nel vivo dell'azione, propositivo, capace di smistare e lanciare di prima, vicino al gol con una delle sue fiondate dalla distanza; Antonelli ha coperto la fascia sinistra con diligenza e discreta applicazione nelle due fasi, Okaka è entrato in campo con piglio aggressivo e ha siglato il gol vittoria; anche il ritrovato Acerbi, nei pochi minuti avuti a disposizione, si è bellamente disimpegnato in difesa; per altre stelline nascenti come Perin e Gabbiadini, che ieri han fatto da comparse, parla il rendimento elevatissimo in campionato, mente è stato un peccato che nemmeno al Ferraris si sia potuto vedere all'opera Rugani, in una retroguardia che ha manifestato più di un impaccio. Sicuri che la Nazionale del 2015 possa fare a meno di questi giovanotti? E si è rivisto persino un Cerci super volitivo, che ovviamente dovrà dire la sua anche all'Atletico Madrid ma che, se non altro, ha avuto l'unico atteggiamento mentale possibile, quello di chi sa di aver già perso troppe occasioni per continuare a cincischiare in un oscuro limbo.
AMICHEVOLE SOPPORTATA - Italia - Albania è filata via così, fra speranze azzurre vagamente rifiorite ed entusiasmo dei nostri ospiti, in un clima quasi Mundial, con quello stadio gonfio di tifosi "rossi". A Genova, è stata una partita più sopportata che accolta con benevolenza: persino prestigiose firme locali si sono schierate nettamente contro un evento ritenuto fuori luogo in una città doppiamente ferita dalle alluvioni. Io, la mia l'avevo detta due settimane fa in questo post, chiedendo, ovviamente inascoltato, che fosse la Federcalcio ad "offrire" il match alla popolazione genovese, facendosi carico dell'acquisto dei biglietti.
Era un'idea come un'altra, accompagnata da un po' di personale perplessità su una forma di beneficenza che non mi ha mai convinto del tutto; di certo non una feroce opposizione, la mia, alla realizzazione di una kermesse che, alla fine, è risultata ben riuscita. Fuori luogo, quelle sì, le polemiche di certi tifosi rossoblucerchiati sulla convocazione per presunta "ruffianeria" di tanti idoli locali: ma Samp e Genoa sono quarta e sesto in classifica, e sono due delle poche squadre di Serie A che puntano ancora su un .nucleo centrale di italiani, molti dei quali giovani; se uno più uno fa due, Conte ha fatto una scelta piacevolmente obbligata, vista la qualità e la quantità del materiale umano offerto dai due sodalizi della Lanterna. 
VOLGARITA' - Ancor più fuori luogo la "puntura di spillo" satirica offerta in mattinata ai suoi lettori da "Milano Finanza", pubblicazione presumibilmente diretta a sofisticati uomini d'affari: in prima pagina, sotto il titoletto "Il rompispread", la seguente frasetta: "Italia - Albania a Genova. Ospiti favoriti: coi gommoni sono esperti". Ritorniamo da dove eravamo partiti: questo è un altro capolavoro giornalistico, capolavoro del cattivo gusto. E a proposito dello stato desolante dell'informazione italiana, ci sono almeno tre domande da porsi: in base a quali criteri vengono scelti i collaboratori di giornali presumibilmente prestigiosi? Chi controlla le pagine, affinché non vadano in stampa certe scempiaggini? E se chi ha fatto i controlli ha ritenuto passabile questa "battuta", quale strano concetto dell'ironia e del sarcasmo possiede? Quesiti che, come sempre, rimarranno senza risposta.


lunedì 13 ottobre 2014

L'ALLUVIONE DI GENOVA: IL DISASTRO AL TEATRO DELLA GIOVENTU' E LE ALTRE VITTIME DELL'INCURIA E DELL'INCAPACITA'

                       Volontari al lavoro per salvare il Teatro della gioventù (dal profilo FB del TKC)

A Genova, il TKC Teatro della Gioventù è il teatro "giovane" per eccellenza. Rinato a nuova vita a inizio 2012, animato da una compagnia stabile "under 30" (la The Kitchen Company, da cui l'acronimo), in quasi tre anni si è costruito un consistente zoccolo duro di pubblico grazie a brillanti spettacoli di produzione interna, a scelte artistiche spesso coraggiose e fuori dagli schemi, a iniziative pressoché uniche nel panorama nazionale, come le rappresentazioni in piena estate. Da venerdì notte, il TKC fa parte del lungo elenco delle vittime dell'ennesima alluvione che ha colpito la Superba. Teatro allagato, e il delizioso bistrot, civettuolo luogo di ritrovo pre e post spettacoli, ideale per consumare un aperitivo e far due chiacchiere fra amici (o magari con gli stessi attori), completamente distrutto. Un colpo al cuore per chi, come me, ha visto crescere il gruppo di lavoro guidato, fra mille difficoltà, da Massimo Chiesa ed Eleonora D'Urso. Intendiamoci, nelle medesime condizioni del teatro di via Cesarea (centro di Genova, una delle zone più colpite dall'esondazione e dalle piogge torrenziali) ci sono tantissimi altri esercizi commerciali, garage con auto alluvionate, abitazioni ai piani bassi: tutto sommerso dall'acqua e dalla fanghiglia, milioni di euro di danni, che in molti casi hanno oltretutto colpito chi aveva dovuto faticosamente ricostruire le proprie abitazioni e le proprie attività, con sacrifici spesso insostenibili, dopo i danni della precedente "bomba d'acqua", quella devastante del 4 novembre 2011. Questa volta forse è stato anche peggio, come dimensioni del fenomeno: ce ne accorgeremo col passare dei giorni, quando il disastro si paleserà in tutta la sua enormità. E anche questa volta c'è chi ha perso la vita, travolto dall'ondata di piena in un tunnel nei pressi della Stazione Brignole: solo per pura fortuna non si è ripetuta la strage di tre anni fa, ma anche una sola vittima è un tributo assolutamente inaccettabile. 
Il TKC sta già cercando di risalire la china, di farsi largo fra le macerie, grazie all'aiuto pratico di decine di volontari, i famosi "Angeli del fango"; chi, per i motivi più svariati, non ha la possibilità di prestare la propria opera con la forza delle braccia, può farlo attingendo alle proprie finanze, dando un contributo seguendo questi estremi: IBAN IT51U0333201400000000947866, intestato a Hurly Burly Srl c/Teatro della Gioventù. L'invito, da parte mia, è quello di seguire con attenzione queste iniziative benefiche ben mirate, di partecipare laddove è possibile avere conoscenza diretta della destinazione del nostro obolo, sapere, cioè, dove e a chi vanno effettivamente i nostri fondi: in passato, in circostanze del genere, non sempre è successo, e acutamente rimpiango soldi distribuiti con leggerezza senza sapere in che modo siano stati poi impiegati... 
Sta di fatto che l'Italia rimane a galla (è proprio il caso di dirlo) solo ed esclusivamente grazie alla solidarietà dei cittadini comuni, quelli con meno risorse, con più difficoltà a tirare la fine del mese. La solidarietà è una cosa bellissima, che tiene unite le comunità anche nei momenti difficili, è un elemento basilare e fondante dell'esistenza stessa del genere umano. Ma una nazione, e una città, non possono essere costruite unicamente sulla solidarietà: un Paese che con le mobilitazioni spontanee di cittadini, e con le raccolte fondi, tenta in parte di colmare l'insipienza di chi ci governa, non è un Paese serio, ma un'entità geografica destinata ad affondare sempre più nella melma. 
Tre anni. Tre anni sono passati dall'ultimo disastro. Tre anni gonfi di parole, di vuoti proclami, da un sindaco all'altro. Senza contare che di alluvioni Genova ne ha subite parecchie anche ben prima del 2011, come dire che di segnali d'allarme ce n'erano stati, e il tempo per mettere in sicurezza il territorio non è mancato. I torrenti pieni di erbacce, vegetazione, sterpaglie, ma anche di rifiuti; le opere di canalizzazione e regolazione dei numerosi corsi d'acqua cittadini, a partire del famoso scolmatore di cui si ciancia da secoli, rimasti lettera morta. L'orribile burocrazia italica che rallenta ogni tentativo di intervento fino a farlo arenare; l'incapacità di razionalizzare risorse finanziarie che ci sono, checché se ne dica, ma vengono usate per progetti inutili o non della massima urgenza, se non addirittura sperperati in maniera ignobile. 
Siamo nelle mani peggiori possibili, gestiti da istituzioni avulse dalla realtà, a Genova e in Liguria come a Roma. E lo spot governativo "Italiasicura" che ha invaso i teleschermi da ieri pare l'ennesima presa in giro da parte di questa classe dirigente fallimentare, una beffa atroce a poche ore dalla sciagura. E' un Paese in autogestione, che deve far da sé perché chi detiene le leve del potere è chiuso nella sua torre d'avorio; certo poi la gente dovrebbe ricordarsi di certe cose al momento di andare alle urne, ma purtroppo Genova è ancora prigioniera di scelte politiche fortemente ideologizzate, che spesso prevalgono sulla valutazione dello spessore umano e dell'operato concreto dei candidati. E poi, certo, la comunità ha le proprie colpe: perché l'inciviltà e la maleducazione sono galoppanti, e magari ad emergenza finita si tornerà a gettare i propri rifiuti più o meno ingombranti nei letti dei torrenti, ponendo le basi per le prossime esondazioni e le prossime tragedie. Questo è: ma tanto ci sono i giovanotti che spalano il fango e noi che versiamo fondi in beneficenza, a tenere in piedi una Penisola dalle fondamenta sempre più fatiscenti. E ora datemi pure del populista. 

martedì 3 giugno 2014

RECENSIONI DAL TEATRO: "CENTOCINQUANTA LA GALLINA CANTA", PROVA DI MATURITA' DELLA KITCHEN COMPANY


Mettere in scena Achille Campanile non è cosa facile. Si tratta, anzi, di un azzardo colossale, un autentico salto nel buio. Perché i testi di Campanile sono materia da maneggiare con estrema cura: creazioni geniali, impastate di una comicità mai sguaiata, bensì fine, arguta, in punta di battuta, ironia mai banale ma, quasi sempre, col prezioso dono dell'immediatezza. Una comicità che, a volte, rischia di apparire sorpassata, eppure anche nel 2014 è in grado di mantenere intatta la propria freschezza, la propria esplosività, se portata sul palco di un teatro con tutti i crismi e il rigore necessari. 
Ecco: rappresentare il teatro dell'eclettico autore romano è un'impresa che può riuscire solo ad attori collaudati, preparatissimi, ispirati e anche un po' folli. E un pizzico di sana follia, chi segue Note d'azzurro lo sa, non manca di certo ai ragazzi della The Kitchen Company, che la scommessa Campanile l'hanno affrontata con supremo sprezzo del pericolo e consapevolezza nei loro mezzi, e alla fine, ebbene sì, l'hanno vinta. "Centocinquanta la gallina canta", l'allestimento TKC da qualche settimana in scena al Teatro della Gioventù di Genova, può essere considerato una riuscita prova di maturità della giovane compagnia. Si tratta di uno spettacolo - summa dell'opera di Campanile: tante rappresentazioni in una, dalle "28 tragedie in due battute" a "Delitto a Villa Young", passando per il "Festival della canzone napoletana", "Visita di condoglianze" e "Acqua minerale". 
Una messa in scena non facile da digerire, perché lunga e perché estremamente composita, come si è visto. Ci sono le freddure, le battute "one shot" (però modellate secondo i canoni novecenteschi, tutt'altra cosa rispetto ai modelli odierni in salsa zelighiana) in stile vagamente british, e ci sono vere e proprie mini - commedie a lungo respiro, con una trama fatta e finita; ma la vera complessità di Campanile, forse, emerge soprattutto in "Acqua minerale", un memorabile esercizio di stile sulle inesauribili potenzialità della lingua italiana, fra giochi di parole, significati molteplici, dubbie interpretazioni etimologiche: elegante, arguto, in estrema sintesi "colto", eppur divertente e a tutti accessibile. 
Non facile legare in un insieme questo caleidoscopio creativo, ma Eleonora D'Urso e compagni ci riescono, con una partenza "diesel" e con una progressione costante, fino a una completa e liberatoria deflagrazione di allegria e ilarità. In particolare "Festival della canzone napoletana", "Acqua minerale" e "Visita di condoglianze" si stagliano sopra tutto il resto: tempi comici perfetti e recitazione impeccabile, con punte di eccellenza da parte della stessa D'Urso, che in "Festival" ha l'occasione di dare sfogo a tutta la sua prorompente napoletanità, ma anche di Giovanni Prosperi, una maschera di devastante espressività, e Marco Zanutto, il... pulcino nero di questa compagnia di attori giovani e affascinanti, una sagoma che, come caratterista, avrebbe fatto la fortuna di tante commedie leggere del cinema italiano anni Settanta - Ottanta: fenomenale, in "Visita di condoglianze", in una inquietante versione en travesti. Sempre impeccabile Daria D'Aloia, ed eccellente la prova di Marisa Grimaldo, che impreziosisce le "28 battute" fungendo da didascalia vivente, introducendo e illustrando, con brillantezza e favella fluente, i brevi siparietti che si susseguono a ritmo vertiginoso. 
"Centocinquanta la gallina canta"  è anche un allestimento esemplare, o meglio illuminante: si sa che ormai, in molti settori dell'arte, da inventare c'è ben poco, ma certi sketch di questo spettacolo ne richiamano immediatamente alla mente altri, più moderni, messi in scena da comici del presente o di un passato molto vicino. Del resto, Campanile è stato e continua ad essere un maestro, e come tale vanta tanti imitatori o, più semplicemente, in molti continuano ad abbeverarsi ai suoi testi trovandone inesauribile ispirazione. La grandezza di un autore si vede, del resto, anche da queste cose: continuare a risultare attuale e contemporaneo anche a distanza di decenni. Certo, poi occorre trovare attori e registi in grado di tradurre questa contemporaneità in fatti concreti: la The Kitchen Company c'è riuscita, superando l'esame più difficile. 

sabato 26 aprile 2014

"CENTOCINQUANTA LA GALLINA CANTA": L'UMORISMO ARGUTO E SURREALE DI ACHILLE CAMPANILE AL TKC TEATRO DELLA GIOVENTU'

                                Attori della TKC alle prese con le prove di uno spettacolo

La filosofia è quella di sempre: innovare, rischiando e spiazzando. Portare ventate d'aria fresca nel mondo teatrale genovese e italiano, anche attraverso scelte artistiche coraggiose e fuori dagli schemi. Il TKC Teatro della Gioventù insiste lungo il solco tracciato, e fa bene, perché finora i risultati gli han dato ragione. L'ultimo "azzardo" si chiama Achille Campanile: fautore di una comicità raffinata, di un umorismo surreale e impastato di genio, il poliedrico autore approda sul palcoscenico di via Cesarea con "Centocinquanta la gallina canta". Il nuovo allestimento firmato The Kitchen Company terrà banco per quasi due mesi: anteprime da oggi al 2 maggio, repliche dal 3 maggio al 22 giugno. 
GENIO SNOBBATO - Scelta ardita e coraggiosa, si diceva. Campanile è infatti il primo autore italiano ad essere messo in scena dalla giovane compagnia di Massimo Chiesa ed Eleonora D'Urso, che ha fin qui brillato per aver fornito agli spettatori genovesi una vasta panoramica sui più brillanti esponenti del teatro internazionale I due direttori artistici, si sa, non amano le cose scontate e hanno optato per un autore nostrano che si può considerare fra i più "ostici" da rappresentare, per due motivi: in primis, quella di Campanile non è assolutamente una comicità da cabaret, da "una battuta e via", da one shot in stile Zelig; tutt'altro: è arguzia finissima, umorismo in punta di fioretto, giocato spesso e volentieri sulle parole e sulla miriade di combinazioni, doppi sensi, molteplici interpretazioni che è in grado di offrire la ricchissima lingua italiana. Il secondo motivo è che questo fuoriclasse del Novecento (drammaturgo, sceneggiatore, giornalista e quant'altro) in Italia non è mai stato valorizzato come avrebbe meritato il suo talento: poco o nulla di lui è stato proposto a livello cinematografico e teatrale, e conseguentemente è poco conosciuto dal grande pubblico, in particolare da quello giovane. 
"Rendiamo giustizia ad Achille Campanile e alla sua arte sublime - dichiara Massimo Chiesa - Uno straordinario autore tout court, non solo in senso comico. Sono curioso di vedere quali saranno le reazioni del pubblico:  credo che non ci si annoierà, ma c'è la possibilità che gli spettatori si divertano...  a scoppio ritardato, perché le battute non sono sempre dirette e immediate. E' anche uno stile un po' folle, nonsense: dovessi fare un paragone, penserei a certe pellicole americane demenziali, tipo "L'aereo più pazzo del mondo", solo che in quel caso l'effetto esilarante si sprigiona dall'azione, mentre con Campanile la risata è conseguenza dell'uso delle parole, della nostra lingua". L'allestimento della TKC è composto da molti pezzi del teatro di Campanile, un'autentica "summa" in cui troveremo "28 tragedie in due battute", "Delitto a Villa Roung", "Il Festival della canzone napoletana", "Visita di condoglianze", "L'acqua minerale", "Guerra", "Accenti d'amore" e "Centocinquanta la gallina canta". 
TKC A FORZA SEDICI - L'esperimento Campanile è la sedicesima tappa del percorso artistico del nuovo Teatro della Gioventù di Genova: sedici spettacoli prodotti e recitati 738 volte, per un'affluenza di oltre 121mila spettatori. Non male: "E a fine dicembre 2014 - sottolinea Chiesa - le piéces rappresentate saranno 22: in pratica, in tre anni avremo fatto ciò che molti teatri fanno in sei - sette anni. Oltretutto quella del TKC, tengo sempre a sottolinearlo, è una sala usatissima, sfruttatissima: ci fermiamo in pratica solo ad agosto, siamo in scena per undici mesi e il teatro vive anche al di là dello spettacolo, grazie al suo bistrot aperto tutti giorni dalle 17. Continuiamo a rappresentare un'esperienza pressoché unica nel panorama nazionale: diamo lavoro ai giovani e produciamo cultura, perché la ripartenza del Paese, dopo questa terribile crisi, dev'essere anche culturale, alla faccia di chi, tempo fa, asserì che con la cultura non si mangia. Falso: la cultura si mangia, anzi va divorata, e fa mangiare, perché crea occupazione e alla fine lo Stato può pure guadagnarci". 
LO SPETTACOLO - "Centocinquanta la gallina canta" si avvale della regia di Massimo Chiesa: in scena, accanto ad Eleonora D'Urso, i "veterani" TKC Daria D'Aloia, Giovanni Prosperi e Marco Zanutto, insieme a Daniele Aureli, Elisabetta Becattini, Marisa Grimaldo, Ivano La Rosa, Davide Paciolla, Luca Sannino; ci sono anche Filippo Tabbi, Sara Vitale e, al pianoforte, Michele Savino. Per prezzi e orari è possibile contattare il botteghino del teatro allo 010-8981177, consultare il sito www.tkcteatrodellagioventu.it o scrivere alla e-mail info@tkcteatrodellagioventu.it. 
Da sottolineare che nella giornata del 1°maggio sono in programma, a soli 5 euro, repliche speciali dello spettacolo alle ore 16 e alle ore 21.

mercoledì 22 gennaio 2014

RECENSIONI DAL TEATRO: AMBRA MATTATRICE IN "LA MISTERIOSA SCOMPARSA DI W"


Ambra Angiolini è cresciuta. Lo so, non è una grossa novità per chi, in questi ultimi anni, ha avuto modo di ammirarla in certe sue performance cinematografiche e teatrali (mentre dalla tv pare essersi defilata, almeno per il momento). Ma godere dal vivo, a pochi centimetri di distanza, dei frutti di una maturazione così sorprendente fa tutto un altro effetto. Sì, Ambra è cresciuta, e il testo di Stefano Benni, "La misteriosa scomparsa di W", andato in scena nei giorni scorsi al Teatro dell'Archivolto di Genova, ne ha esaltato i magnifici progressi artistici e di personalità. 
I CONTROVERSI ESORDI - Maturazione sorprendente, si è detto. Beninteso, non per mancanza di fiducia nel talento della ex ragazzina prodigio di "Non è la Rai", quanto perché il passaggio da ciò che Ambra è stata e ciò che è diventata adesso risulta perfino spiazzante, tanta è la distanza fra le due fasi della sua carriera. Ma forse per troppo tempo si è dato peso eccessivo a quel lontano e controverso debutto nel mondo dello spettacolo, al personaggio dell'adolescente frivola e un po' petulante cucitole addosso da Gianni Boncompagni. Per anni si è parlato con sufficienza della subrettina in erba che pilotava il celebre programma pomeridiano "imbeccata" dallo stesso Boncompagni tramite auricolare (pare che andasse veramente così, e ci sono video sul web che lo dimostrerebbero, nonostante Gigi Vesigna, in un suo recente libro sul Festival di Sanremo, abbia sostenuto che fosse tutta una montatura, che Ambra facesse da sola: ma il deludente volume dell'ex direttore di Sorrisi è pieno di strafalcioni, e non mi sorprenderebbe che anche in questo caso abbia preso un granchio clamoroso ...). Già fin dalla spigliata conduzione del Dopofestival 1996, quando seppe tener testa autorevolmente a un Pippo Baudo nervoso oltre il livello di guardia, si capì che, sotto la scorza della fanciulla ilare a uso e consumo della tv commerciale c'era qualcosa di più, del "materiale" su cui lavorare con buone speranze. 
IL TESTO DI BENNI - Così, vent'anni o giù di lì dopo "Non è la Rai", ecco la nuova Angiolini. Classe pura, certo, ma anche applicazione, studio, voglia di migliorarsi, doti che non tutti posseggono e senza le quali è impossibile sfondare, anche se madre natura ti ha fatto dono di tutto il talento di questa terra. "La misteriosa scomparsa di W" è un'opera che, nella sua resa teatrale, guadagna in misura esponenziale dalla performance di Ambra, sola sul palco ma abilissima a "riempire" la scena. "V" è il nome della problematica donna protagonista dello spettacolo: un nome criptico ma neppure tanto, perché "V" è alla ricerca di "W", ossia del suo completamento. Una donna incompiuta, quindi, insoddisfatta e tormentata, che sul palco si racconta, mettendo a nudo una vita variopinta e accidentata, a tratti improbabile e immaginifica, in cui il suo cammino si è sempre fermato a un passo dalla felicità, deragliando costantemente verso la sofferenza. C'è di tutto nel percorso di questa ragazza: il disincanto verso la realtà e gli uomini che la popolano, disincanto che compare già poche ore dopo esser stata messa al mondo, gli psicofarmaci come sostegno e come prigione, amicizie e amori che finiscono in maniera traumatica, ma anche il confronto, fra sarcasmo e paradosso, coi grandi temi sociali, dal razzismo alla guerra. 
MATTATRICE - Un racconto di vita ma anche un viaggio nei più complicati meandri della psiche, tratteggiato con l'arguzia di Benni. Un viaggio che, pur dipanandosi in buon equilibrio fra leggerezza ed elaborata raffinatezza narrativa, a tratti, e soprattutto nel finale, inciampa in una complessità che rende il testo non propriamente alla portata di tutti. Ma ci pensa Ambra a "domarlo", donandogli un surplus di godibilità e intensità; è quasi un one woman show, in cui l'attrice romana mostra di saper frequentare con eguale efficacia tutti i registri: passa con disinvoltura dal comico al drammatico, sa regalare momenti di autentica ilarità, sostenuta da mimica e gestualità convincenti (ma non invasive) ma anche commuovere, con assoluta padronanza dei tempi recitativi. Insomma, "La misteriosa scomparsa di W" è soprattutto lei, la ragazzina "made in Fininvest" oggi artista a tutto tondo, che, ne sono sicuro, "deflagrerebbe" con ancor più energia in un monologo più "nazionalpopolare", regalandoci magari una nuova mattatrice buona per tutti i palchi e tutti gli schermi, grandi e piccoli. 

domenica 15 dicembre 2013

IL TKC TEATRO DELLA GIOVENTU' LANCIA "TRA LE TETTE DELLA FORMICA (SI STA STRETTI)", SITCOM SUL TEATRO IN 12 PUNTATE

                         Gli attori della TKC, protagonisti della serie. Al centro, Eleonora D'Urso

Una sitcom sul mondo del teatro realizzata da una compagnia teatrale. Verosimilmente una primizia assoluta, nel panorama artistico italiano. E non potevano essere che quei... pazzi scatenati della The Kitchen Company a concepire e mettere in pratica una simile idea. Ecco dunque l'insolito fiocco rosa in casa TKC Teatro della Gioventù, nel centro di Genova: nasce "Tra le tette della formica (si sta stretti)", una miniserie comica in 12 puntate distribuite in dvd.
Una novità, si diceva. L'ennesima di una catena che, negli ultimi anni, ha piacevolmente messo a soqquadro il mondo teatrale genovese (e, perché no, quello nazionale tout court): prima l'apertura estiva della sala con spettacoli anche nei mesi della "canicola", poi la doppia rappresentazione giornaliera con la messa in scena  delle ore 19 e ora, per l'appunto, la produzione e il lancio di una sitcom interpretata in toto dagli attori della Kitchen Company. Spieghiamo il titolo, innanzitutto, che riprende un modo di dire equivalente al famoso "In bocca al lupo - Crepi il lupo", anche se meno diffuso: l'augurante dice "Tra le tette della formica" e il destinatario dell'augurio deve rispondere" Si sta stretti!".
La serie accende i riflettori sulla caotica e surreale vita di una compagna teatrale: è un primo tentativo di catturare, con la macchina da presa, ciò che accade nel mondo fascinoso, imprevedibile, a tratti paradossale, del teatro. E chi meglio di persone che nel teatro ci lavorano, e di teatro di fatto vivono, poteva lanciarsi in questa innovativa e audace impresa quasi... autobiografica? Deus ex machina del progetto è Eleonora D'Urso, direttore artistico (assieme a Massimo Chiesa) del TKC e, nello specifico, produttrice, sceneggiatrice, regista e interprete della sitcom. "Da almeno due anni - confida - sognavo di mettere in piedi un'operazione come questa. La vedevo come l'evoluzione naturale di un affiatamento, quello fra me e gli attori della TKC, che questi sei anni di attività insieme hanno reso inossidabile e piacevole. Lavorare con questi ragazzi mi rende felice, scrivere soggetti per loro e interpretarli al loro fianco è bellissimo, mi appaga e mi dà stimoli sempre nuovi". 
Il linguaggio di "Tra le tette della formica" è quello dello humour, della comicità, il più congeniale al recente percorso artistico, autoriale e attoriale sviluppato dalla D'Urso e dalla sua "squadra": con ironia, in... punta di sorriso, vengono messe alla berlina bizzarre abitudini, rivalità, sogni, istrionismi, disturbi della personalità e riti scaramantici di una scombiccherata compagnia di attori, il cui obiettivo è scrivere e mettere in scena una romantic comedy destinata a sbancare i botteghini. Si riderà, dunque, anche se non si tratta di una comicità chiassosa, di grana grossa, sullo stile di certe arene televisive: occhio, ammoniscono i ragazzi della TKC, ad attendersi una risata ogni dieci secondi, una sarabanda continua di battute come avviene in certi telefilm americani: si resterebbe delusi. Eccesso di prudenza, a parere di chi scrive: visionata la prima puntata, si può tranquillamente dire che i momenti di ilarità sono assai frequenti, frutto di un umorismo arguto eppure alla portata di tutti, di tempi comici perfetti e di una eccellente alchimia fra i personaggi.
Si punta, dunque, sull'accentuazione un po' caricaturale degli aspetti più singolari, divertenti  e grotteschi di fare teatro e di chi fa teatro, ma ci sono anche, pur alleggeriti in chiave sdrammatizzante, tanti elementi narrativi riconducibili ai problemi di oggi e di sempre dell'universo teatrale, dalle difficoltà dei giovani attori alle prime armi a quelle di realizzazione  e rappresentazione di uno spettacolo. E' un esperimento, d'accordo, ma fatto con tutti i crismi tecnici e di messa in scena; non è una "web serie", alcune delle quali si caratterizzano per pecche notevoli di scrittura e recitazione: è il frutto, dice ancora la D'Urso, "del lavoro di una realtà produttiva consolidata e affiatata, fatta di attori giovani e preparati e di figure professionali che da due anni rendono possibile ciò che qui sta accadendo". 
La serie non viaggerà in web streaming (i trailer si possono comunque visionare sul canale You Tube della The Kitchen Company), né è stato chiesto un "diritto di antenna", non sono stati cioè cercati partner tv per la messa in onda: è una serie nata in teatro e che attraverso il teatro verrà diffusa. Il primo dvd, con la prima puntata  e un contenuto "extra", è infatti già in vendita, a soli 5 euro, presso il botteghino del TKC, e prossimamente sarà acquistabile anche online sul sito del teatro. Gli altri seguiranno. Accanto a Eleonora D'Urso, recitano in "Tra le tette della formica" Marco Zanutto, Daria D'Aloia, Fabrizio Careddu, Carlo Zanotti, Barbara Alesse, Luca Sannino, Daniela Camera e Martina Lodi. 

domenica 29 settembre 2013

IL TKC TEATRO DELLA GIOVENTU' TORNA E RADDOPPIA: SPETTACOLI ALLE 19 E ALLE 21, E VA IN SCENA "AMICI ASSENTI"

                           Scena da "Amici assenti": da sinistra, Daria D'Aloia, Elisabetta Fusari, 
                                     Daniele Pitari, Alessio Praticò, Luca Sannino e Daniela Camera

Sono state brevissime, le vacanze estive del TKC Teatro della Gioventù. In pista fino al 4 agosto con le repliche... canicolari della "Strana coppia" (confortate dalla presenza di oltre 6mila spettatori), i giovani attori del teatro di via Cesarea, nel centro di Genova, hanno già ripreso l'attività, instancabili: dal 14 settembre e fino al 13 ottobre ancora in scena la loro fresca, sbarazzina versione della pluridecorata commedia di Neil Simon, mentre da domani, 30 settembre, parte ufficialmente la stagione autunnale, stuzzicante antipasto di  un 2014 ricco di spettacoli e novità. Stuzzicante, perché Massimo Chiesa ed Eleonora D'Urso, direttori artistici del TKC, non finiscono di stupire: e questa volta azzardano addirittura il lancio della rappresentazione delle ore 19. 
AMICI ASSENTI - Andiamo con ordine: l'opera scelta per questo inedito esperimento è "Amici assenti" di Alan Ayckbourn, una commedia "in tempo reale" (nel senso che il tempo della storia narrata, un'ora e trenta, coincide con la durata della rappresentazione). Nata nel 1974 come scrittura teatrale di dieci minuti, che l'autore voleva inizialmente inserire nella trilogia "Le conquiste di Norman" e che invece divenne in seguito commedia vera e propria, "Amici assenti" è la storia di sei amici dell'alta borghesia londinese che si ritrovano per il classico "té delle cinque" di britannica tradizione, organizzato per consolare uno di loro, Colin, della perdita della fidanzata. L'incontro snuda il disagio, le infelicità latenti, le tensioni di queste persone, ancora più evidenti nel contrasto con la serenità con cui Colin accetta la sua difficile situazione e amplificate dai rapporti personali, professionali e di affari che li legano l'un l'altro: un coacervo di contraddizioni e nevrosi che scatena le più svariate reazioni comiche. 
RECITA PRE SERALE - "Amici assenti"  (definita dall'autore come "tragicommedia", più che commedia tout court) andrà in scena da domani e  fino al 14 ottobre, per sole 16 repliche, la maggior parte delle quali, come detto, alle 19 (con alcune soirée alle 21, compresa la"prima"), fascia oraria del tutto insolita per le tradizioni teatrali italiane: "L'idea - spiega nel dettaglio Massimo Chiesa - è in effetti quella di proporre alcuni spettacoli alle sette di sera dal martedì al sabato, e la domenica e il lunedì sia alle 19 che alle 21. Una scelta maturata anche dopo aver tastato il polso al pubblico durante le nostre rappresentazioni estive: e il pubblico ha promosso questa idea così originale. Quello delle 19 ci pare un orario vantaggioso: poiché si tratterà di spettacoli che non supereranno l'ora e mezza di durata, consentiranno agli spettatori di andare a cena con tutta calma e a noi di allestire senza eccessivi affanni la commedia della serata". 
E sì: doppia rappresentazione quotidiana, per un calendario di recite fittissimo che in questa prima fase del "cartellone autunnale" abbina "Amici assenti" a "La strana coppia". "Del resto, il nostro principio ispiratore  - prosegue il direttore artistico - rimane lo stesso enunciato all'inizio di questa avventura, al'alba del 2012: rendere il nostro teatro sempre più aperto, sempre più fruibile dagli appassionati, sempre più ricco di proposte, perché i teatri non sono mausolei chiusi: cercheremo quindi di aumentare il numero di spettacoli, senza diminuire il numero di repliche. Sarebbe stato bello poter disporre di due palchi, per incrementare la resa di questo progetto, ma non è un problema, faremo del nostro meglio per far convivere due spettacoli sulla medesima scenografia, riveduta e corretta a seconda delle diverse caratteristiche delle due opere". 
PIU' SPETTACOLI, PIU' ATTORI - Insomma, il TKC Teatro della Gioventù non lascia ma anzi raddoppia, è proprio il caso di dirlo, intensificando la propria presenza nel tessuto sociale e culturale cittadino nonostante le difficoltà non manchino, come Chiesa e la D'Urso non si nascondono; ma l'energia positiva, la passione per l'arte e per il lavoro che i due direttori e la loro "squadra" mostrano da quasi due anni meritano il più ampio successo possibile. Aumentano, come detto, le rappresentazioni e gli spettacoli (l'obiettivo, per il 2014, è di mettere in cartellone 12 piéces e 500 repliche, se ne riparlerà fra un paio di mesi, quando verrà presentato il programma dell'anno venturo), e aumentano anche gli attori, perché la The Kitchen Company si allarga, per valorizzare i nuovi talenti e per continuare così a dare chances di lavoro e di crescita ai giovani, cosa che in quel di Genova accade sempre meno, in ogni settore; per "Amici assenti", sono entrati nella compagnia cinque "volti nuovi": Daniela Camera, Elisabetta Fusari, Daniele Pitari, Alessio Praticò e Luca Sannino, che affiancheranno la "veterana" (si fa per dire, ma il curriculum è già ricchissimo nonostante gli appena 28 anni di età) Daria D'Aloia. E poi è "in corso d'opera" l'ambizioso progetto della sit - com targata TKC, della quale si conosceranno presto i dettagli. 
INFO - Per ulteriori informazioni su orari e prezzi delle rappresentazioni: www.tkcteatrodellagioventu.it. 

domenica 28 luglio 2013

RECENSIONI DAL TEATRO: "LA STRANA COPPIA" BY THE KITCHEN COMPANY


"La strana coppia" è una... materia da maneggiare con estrema cura. Nel senso che si tratta, probabilmente, della commedia brillante più famosa e più rappresentata di tutti i tempi. Una autentica pietra miliare del teatro mondiale, alla quale non tutti possono accostarsi con la "sicumera" di poterne fornire una versione all'altezza dell'originale. Proprio per questo motivo, The Kitchen Company merita un plauso incondizionato. La compagnia stabile del Teatro della Gioventù di Genova ha infatti messo in scena una "Strana coppia" assolutamente credibile. Alle prese col capolavoro di Neil Simon, i giovani attori sono riusciti a regalare al pubblico uno spettacolo fresco, vivace, privo di cadute di tono. 
La recita targata TKC ha saputo intercettare lo spirito originario di quest'opera intramontabile, i suoi elementi base, restituendoli intatti alla platea: ironia e disincanto, attenzione alla contemporaneità (la contemporaneità dell'epoca, in fondo non tanto diversa da quella attuale, limitatamente ai temi trattati...) e crudo realismo nel tratteggiare un certo contesto sociale e determinate dinamiche relazionali. Già, perché "La strana coppia" è sì commedia pimpante e ridanciana, ma al contempo "multistrato", in quanto dietro il velo della leggerezza affronta pure tematiche di indubbio spessore: coppie che "scoppiano", il divorzio con tutte le criticità pratiche e psicologiche che si porta dietro, dallo sconvolgimento interiore causato dalla fine di un amore alla conseguente difficoltà di riallacciare i fili di un'esistenza normale, di ricominciare a vivere. Nella piéce di Simon c'è tutto questo, osservato e raccontato con una comicità non sguaiata ma sottile (proprio perché modulata su una storia dai risvolti financo drammatici), eppure sempre ben percepibile e godibile. 
I ragazzi della Kitchen, sotto la sapiente regia di Massimo Chiesa, hanno offerto una lettura rispettosa eppur non passiva di questa commedia cult, sviluppandola con sostanziale aderenza alla scrittura originale senza tuttavia risultare per questo eccessivamente scolastici, e anzi destreggiandosi con sufficiente brio e disinvoltura fra le pieghe di un'opera di indubbia complessità. Di buon livello la recitazione, con i picchi rappresentati dai due protagonisti, Nicola Nicchi nei panni del trasandato tombeur de femme Oscar, e Giovanni Prosperi - Felix, maniaco della pulizia e complessato, con una caratterizzazione del personaggio piuttosto marcata che raggiunge lo scopo di alleggerirne l'intricatissima situazione personale. Di rilievo anche la prova delle due presenze femminili del cast, le vicine di casa della "strana coppia", Guendalina e Cecilia, interpretate da Daria D'Aloia e Barbara Alesse, a loro agio nel doppio registro attoriale richiesto dalla personalità di due ragazze un po' frivole ma, al contempo, capaci di captare l'estrema sensibilità e fragilità umana di Felix. 
"La strana coppia" è lo spettacolo su cui ha puntato il Teatro della Gioventù per la sua sessione estiva: ripetendo infatti l'esperimento lanciato l'anno scorso, anche in questo 2013 il TKC diretto da Massimo Chiesa ed Eleonora D'Urso ha proseguito la sua attività anche nella stagione calda (si andrà avanti fino al 4 agosto, sempre con le repliche della commedia di Neil Simon), offrendo così un'alternativa innovativa e di qualità ai più classici svaghi di questi mesi. Nel 2012, l'estate "TKC - Gioventù" puntò sulla trilogia "Le conquiste di Norman" e raccolse oltre 5mila spettatori: per quest'anno non ci sono ancora dati ufficiali, ma se l'afflusso complessivo è stato dello stesso livello, ottimo, osservato la sera della nostra presenza, il successo di questa apertura "straordinaria" (che speriamo diventi presto ordinaria per tutti i teatri della penisola) dovrebbe essere notevolissimo. In quanto a innovazioni, comunque, il Teatro della Gioventù non si ferma qui, anzi: è allo studio l'allestimento di una vera e propria "sit-com" con protagonisti gli attori della "Kitchen", da registrare alla presenza del pubblico e da diffondere a una più vasta platea attraverso modalità attualmente allo studio: si potrebbe utilizzare il canale web (download et similia) e proporlo a emittenti televisive locali o, perché no, nazionali. Una sfida insolita e affascinante, un'altra ventata d'aria fresca nel panorama teatrale nostrano, e per questo meritevole di incondizionato appoggio. 

martedì 11 giugno 2013

PAOLA TURCI IN CONCERTO A GENOVA PER IL "LILITH FESTIVAL": EMOZIONI IN CHITARRA E VOCE



Un'artista "a nudo". Solo lei, la sua voce, la sua chitarra, compagna di mille scorribande attraverso l'Italia, per calcare i palchi più prestigiosi, scintillanti, glamour, e quelli più genuini, paesani, intimi, tutti "serviti" sempre con la medesima dedizione. Paola Turci in versione "unplugged" è un'emozione che va provata: senza sovrastrutture ritmiche o arrangiamenti debordanti, deflagra il talento purissimo di una cantautrice non sempre compresa e apprezzata fino in fondo. 
Paoletta si è esibita a Genova, davanti al Palazzo Ducale, sabato scorso, nell'ambito di "Lilith", festival della musica d'autrice giunto alla terza edizione. Tre serate, e per ognuna di esse un grande nome al femminile: Cristina Donà, la Turci e Marina Rei. Attorno alle tre... giovani veterane della nostra canzone, un agguerritissimo drappello di esponenti della nuovelle vague in rosa: sabato, ad esempio, si sono alternate sul palco l'hawaiana Kiana Luna, dallo stile molto Irish, diciamo in salsa "Cranberries", e le italiane Sara Velardo e Cristina Nicoletta, due rocker, più in punta di piedi la prima, più ruspante e "allo stato brado" la seconda: personaggi non banali, soprattutto l'ultima citata, dalle proposte interessanti sia sul piano dell'impianto musicale che su quello testuale. La kermesse, presentata dalla bella attrice Lisa Galantini e da Andrea Podestà, ha avuto anche un carattere benefico, per la raccolta di fondi da destinare al centro anti violenza  Mascherona, a Genova.  
Dicevamo di Paola Turci: quella "acustica" è forse la sua dimensione migliore. La cantante romana da sempre costruisce i suoi brani con stile musicalmente essenziale e semplice, affinché questi possano trovare efficacia, possano "comunicare" senza bisogno di ricorrere ad eccessivi artifizi ritmici o melodici, a trovatine sonore. Musica nuda e cruda, scarna eppure capace di arrivare al cuore. Personalmente, sono convinto che la Turci sia uno dei migliori "prodotti" della musica italiana degli ultimi trent'anni. Ha lasciato un segno tangibile, in particolare, come interprete di punta del più raffinato pop d'autore anni Novanta: e come tanti artisti venuti alla ribalta in quel decennio, è stata frettolosamente e colpevolmente esclusa dal circuito che conta, quello dei grandi media, della radio, delle tv e delle manifestazioni nazionalpopolari, pur avendo ancora non poco da dire e da dare. 
Così, persone come lei, o come la citata Marina Rei, dobbiamo accontentarci di vederle live, nelle piazze e nei  teatri: non è poco comunque e forse, in fondo, a loro nemmeno dispiace del tutto, trattandosi di artisti che non possono definirsi certo commerciali a tutto tondo, pur gravitando nel mondo della musica leggera. Sta di fatto però che un po' di visibilità in più gioverebbe. La performance genovese è  filata via in un'oretta, una dozzina di canzoni a rappresentare una sintesi tutto sommato efficace della carriera di Paola. Esauriente no, questo va detto: certo, ognuno ha le sue preferenze, ma in un concerto della Turci dovrebbero starci sempre piccoli gioielli come "L'uomo di ieri", che ne segnò il debutto nel lontano Sanremo del 1986, così come "Ringrazio Dio", l'originale "Saluto l'inverno" nella quale riuscì a rendere al meglio l'impronta autoriale di Carmen Consoli, oppure, ancora, un altro pezzo delizioso pur se non conosciutissimo come "Dove andranno mai i bambini come noi?". Poco male: l'apertura è stata affidata a "Volo così", uno dei picchi di massima ispirazione della cantante: eravamo nel '96, sempre a Sanremo, manifestazione alla quale Paola Turci ha dato tanto ma dalla quale tanto ha pure ricevuto: il Festivalone, ricordiamolo, ne attese pazientemente un'esplosione che tardava ad arrivare, ammettendola per ben tre volte nella categoria Giovani e una quarta, quella decisiva, nella sezione "Emergenti", che visse solo per una edizione, quella 1989. Sanremo, insomma, puntò forte su questa giovane: la speranza è che la riaccolga presto sul suo palco. 
Nel 1989, si diceva, Paola spiccò il volo dall'Ariston con "Bambini", che rimane la sua canzone manifesto e che nella sera di Genova ha coinvolto ed emozionato il pubblico, così come l'intensa "Stato di calma apparente", altro suo passaggio rivierasco. Grande atmosfera per la delicata, dolcissima "Attraversami il cuore", ma la Turci è anche artista poliedrica che non ha mai disdegnato i registri più vivaci e movimentati, per cui eccola alle prese con "Questione di sguardi" e "Sai che è un attimo", cover ottimamente confezionate, soprattutto quest'ultima un autentico classico estivo anni Novanta. E non sono mancati nemmeno gli omaggi, a due miti che di certo rappresentano più di un esempio per l'universo creativo della cantante romana: d'obbligo ma sentito quello a De Andrè, con una struggente "Preghiera in gennaio", brillante e originale quello a Modugno, la cui "Dio come ti amo", a parer mio canzone fra le meno convincenti del repertorio del Mimmo nazionale, è stata "svecchiata" e trasfigurata in un pop rock morbido ma al contempo sostenuto, di sicura presa.
Questa è Paola Turci: un talento di grande essenzialità artistica, dotato di una raffinatezza compositiva che sa abbinare immediatezza e capacità di non toccare mai le corde della banalità, che la rende capace di narrare storie e amori di tutti i giorni con linguaggio "metropolitano", di grande impatto ma non privo di ricercatezza; una cantante fedele a un suo preciso stile ma che mai ha disdegnato di sperimentare, pur senza tradirsi e snaturarsi. Brava "Paolè": ti aspettiamo protagonista anche in questo secolo, non molto generoso con la musica italiana. Te lo meriti.
PS: ringrazio anche qui Paola Turci, che su Twitter ha manifestato apprezzamento per questa mia recensione.   https://twitter.com/CarloCalabr

sabato 16 giugno 2012

IL TEATRO DELLA GIOVENTU' DI GENOVA SFIDA LA CANICOLA: APERTO ANCHE D'ESTATE


Il Teatro della Gioventù di Genova si prepara a... fare la rivoluzione. Sarà, intendiamoci, una rivoluzione assolutamente pacifica, fresca e gioiosa, tesa a scardinare una delle più radicate e deleterie tradizioni del mondo teatrale italiano: la chiusura estiva. Proprio così: fino a ieri, nel nostro Paese i sipari dei palcoscenici rimanevano inesorabilmente abbassati nei mesi più caldi dell'anno, in totale controtendenza rispetto a quanto avviene nel resto del mondo, o in gran parte di esso.
Ecco quindi che, nel solco della filosofia sperimentale e innovativa adottata da quando Massimo Chiesa ed Eleonora D'Urso ne hanno assunto la direzione, il Teatro della Gioventù in versione "new generation", quello cioè animato dalla frizzante The Kitchen Company (ed ecco spiegata la nuova "ragione sociale", "TKC Teatro della Gioventù"), tenta di farsi apripista di un nuovo modo di concepire la fruizione dello spazio teatrale nella Penisola: apertura estiva, dunque, a partire dal 16 giugno, con la programmazione che continuerà fino al 5 agosto. Eloquente il titolo scelto per l'iniziativa: "rEstate a teatro".
SCOMMESSA - Una scommessa autentica, un salto nel buio che però non spaventa Massimo Chiesa: "Sarebbe bello se la sfida da noi lanciata - afferma - venisse via via raccolta anche dagli altri teatri italiani, se il nostro esempio scatenasse una splendida corsa all'emulazione. Proviamo a rompere le regole del teatro tradizionale, a correre il rischio di recitare, da giugno ad agosto, davanti a platee non propriamente gremite...". Il Direttore del Teatro fa il modesto e vola basso, ma sa che il progetto ha incontrato da subito confortanti riscontri: circa 1700 sono le persone che si sono già prenotate per assistere all'evento - spettacolo centrale di questa apertura estiva, ossia "Le conquiste di Norman", trilogia comica di Alan Ayckbourn, per la regia di Eleonora D'Urso, che sarà in scena assieme a Elisabetta Becattini, Daria D'Aloia, Fabrizio Careddu, Giovanni Prosperi e Marco Zanutto, tutti giovani e talentuosi. 
I tre capitoli della piéce verranno replicati complessivamente 54 volte, altra scelta effettuata in direzione ostinata e contraria rispetto al modus operandi della gran parte degli italici teatri, che basano la loro programmazione su un eccesso di produzione di spettacoli, a fronte di un numero ridotto di recite: "Una progettualità che non porta lontano, che non produce lavoro in più perché è tutto spezzettato, frammentato: occorre cambiare mentalità, tornare a incidere maggiormente sul mestiere del 'teatrante', i tempi sono cambiati, bisogna adattarsi'", dice ancora Massimo Chiesa. 
LE CONQUISTE DI NORMAN - Parliamo un attimo nel dettaglio di "Le conquiste di Norman": tre commedie e una stessa commedia, in una concezione assolutamente originale, in quanto le tre parti brillano  ciascuna di luce propria, collegate eppure autonome e autoconclusive; e chi decidesse di vederle tutte, lo può fare nell'ordine che più gli aggrada, senza che questo ne faccia venir meno il potenziale comico, in quanto non sono strutturate secondo una rigorosa e rigida successione temporale, ma costruite con un sapiente gioco di rimandi fra le situazioni che vengono a crearsi in ciascuno dei tre "capitoli". Tre commedie per tre spazi di azione scenica: la sala da pranzo, il salotto, il giardino. In questi tre luoghi, scorrono le vicende di tre coppie  che si trovano a trascorrere un fine settimana in campagna, e a dover qui fronteggiare gli equivoci e i disastri causati dalle avance amorose di Norman nei confronti di tutte le donne presenti. 
"E' una trilogia geniale - spiega la regista e interprete Eleonora D'Urso - Una commedia a cerchi concentrici, un saggio di comicità alta, mai sopra le righe, non costruita sulle battute a raffica. E' un testo del 1973 che, proprio attraverso la comicità, offre anche uno spaccato della società inglese del tempo, più specificamente della middle class, sondandone le svariate dinamiche. Rappresenta una "zona spettacolare", un genere, sul quale vogliamo insistere: la strada degli spettacoli comici di qualità, inaugurata con "Rumori fuori scena", la commedia che ha dato il via a questa nuova fase della vita del Teatro della gioventù"; uno spettacolo, "Rumori fuori scena", che tra l'altro è risultato un autentico evento boom, sia per qualità della piéce sia per entusiastica risposta di pubblico. 
IL NUOVO TEATRO DELLA GIOVENTU' - E visto che si parla del nuovo corso del Teatro della Gioventù, partito nel gennaio scorso, ricordiamone i punti cardine: far ridere con garbo e intelligenza, lasciando nel contempo spazio a tematiche che possano suscitare spunti di riflessione e di confronto; biglietti alla portata di tutte le tasche; largo spazio ai giovani e alle forze fresche, che si riflette nel ricorso a un cast artistico, tecnico e organizzativo interamente composto da "under 30" (tanto che la compagnia TKC, The Kitchen Company, ha fatto di questo teatro sito in via Cesarea, a pochi metri da via XX Settembre, la strada dello "struscio" genovese,  la sua "casa", diventando così una vera e propria compagnia stabile privata); e, ancora, lancio di una nuova concezione dello spazio teatro, aperto sette giorni su sette e, appunto, anche d'estate, fra aperitivi, incontri, DJ set, letture e altre occasioni per stare insieme e far vivere la struttura. A tal proposito, per l'apertura estiva sarà attivo anche il bistrot del Teatro, con 4 gazebo gentilmente forniti dalla Coop. 
INFO UTILI - Alcune informazioni su "rEstate a teatro" (con aria condizionata, tengono a precisare gli organizzatori: tranquilli, chi andrà al Teatro della Gioventù non si scioglierà sotto la canicola estiva!): gli spettacoli inizieranno alle 17 e alle 21; è previsto un prezzo speciale di 8 euro per tutti gli abbonati alla stagione 2011/2012 dei teatri della Liguria. Altre tariffe: Intero 15 euro, ridotto (over 60) 12 euro, ridotto (under 28) 8 euro, ridotto (convenzioni, Cral, associazioni ecc..) 8 euro, ridotto per soci Coop e familiari 7 euro, ridotto per possessori TKC Card 5 euro, posto unico per le anteprime 8 euro. 
Per altre informazioni: tel. 010/8981177, e-mail: info@tkcteatrodellagioventu.it, Internet: www.tkcteatrodellagioventu.it. 

lunedì 23 aprile 2012

DOPO I FATTI DI GENOA - SIENA: IL PROBLEMA E' DAVVERO LA SACRALITA' DELLA MAGLIA? E QUEL DERBY ROMANO DEL 2004...


Non cambieranno mai. Chiusi nel loro castello di populismo e demagogia, forti coi deboli e deboli coi forti. Non cambieranno mai, gli alti papaveri dell'italico calcio, dirigenti, grandi giornalisti e illustri opinionisti. Già con i fucili caricati a pallettoni, pronti a rovesciar parole (perché solo quello sanno produrre: parole, mai fatti) sullo "scandalo" e la "vergogna" di Marassi. Genoa sotto attacco, fin troppo facile infierire su chi è a terra già ferito.
Vediamo di intenderci: nessuna giustificazione, nessun alibi agli pseudotifosi rossoblù per quanto accaduto ieri, poco dopo l'inizio del secondo tempo della sfida fra lo spellacchiatissimo Grifone e il Siena. Ma i proclami inorriditi degli Abete, dei Petrucci e dei tanti corifei d'occasione hanno il sapore amaro e insopportabile delle lacrime di coccodrillo. Un patetico stracciarsi le vesti e minacciare provvedimenti esemplari per un problema che, in anni e anni di reggenza, mai hanno saputo arginare sul serio (dimissioni, queste sconosciute...): la violenza e lo strapotere condizionante degli ultras non nascono a Genova il 22 aprile del 2012, da tempo immemore il sistema calcio tollera i facinorosi, li subisce quasi passivamente, ne ha accettato la contiguità con la sua parte più sana, senza aver mai partorito un metodo efficace per neutralizzare questa feccia (a parte la Tessera del tifoso, sulla quale nulla si può dire, se non stendere il classico velo pietoso). 
LACRIME DI COCCODRILLO - Si svegliano ora e vengono a farci il predicozzo, con la faccia truce già vista dopo eventi che sono stati, quelli sì, autenticamente tragici, tipo il drammatico Catania - Palermo del 2007.  Straparlano di "cose mai viste prima su un campo di calcio italiano": dimenticano il derby Roma - Lazio sospeso dai tifosi nel marzo del 2004, con corollario di scontri e incidenti fuori dall'impianto; insomma,  cosette che, al confronto, quanto accaduto ieri è stato roba da educande: non ricordo, all'epoca, alzate di scudi di questa virulenza, per un evento che aveva creato un precedente gravissimo e che aveva segnato un salto di qualità decisivo riguardo alla pressione, all'influenza, al potere effettivo che certe frange di tifo violento e organizzato possono esercitare sui club e quindi, per la proprietà transitiva, su tutta la mastodontica eppur fragile struttura del calcio italiano. Cosa accadde, allora? Certo, ci furono polemiche, ma nulla di trascendentale: si arrivò addirittura a recuperare la partita facendola disputare ugualmente allo stadio Olimpico, ma del resto, si sa, Roma è la città di quelle allegre e divertenti "puncicature" (la definizione fu di un celebre dirigente delle forze dell'ordine: nel mondo civile si chiamano coltellate) pre e post partita che fanno tanto colore e tanto folklore nella nostra pittoresca capitale.

                                  Un'immagine dal famigerato derby di Roma del 2004

LA SACRALITA' DELLA MAGLIA - Cosa ha fatto saltare la mosca al naso ai nostri illuminati dirigenti? I giocatori del Genoa indotti a svestirsi della maglia rossoblù, perché ritenuti indegni. Un rituale inaccettabile, dicono. Ma come? Proprio loro che combattono (giustissimamente, sono al loro fianco in questa battaglia) i simbolismi retrivi e medievali  sui quali i gruppi ultras hanno costruito gran parte della loro forza di malefica suggestione, attribuiscono tutta questa spropositata importanza a un gesto grossolano, deprecabile, ma il cui significato morale ha senso e valore autentico solo per le menti semplici di questi professionisti del tifo? Oltretutto in un Paese che per anni ha permesso ad alti esponenti politici di offendere ripetutamente l'unico vero simbolo, la bandiera italiana, senza che nessuno abbia alzato un dito per metterli in condizioni di non nuocere? 
Ripeto: da parte mia, nessuna intenzione di minimizzare. Mi pare però che si stia perdendo il senso delle proporzioni. Cos'è stato il brutto dell'amaro pomeriggio di Marassi? I giocatori indotti a... svestirsi dei colori sociali in quanto non all'altezza della situazione? Mah: oltretutto a caldo, forse sbagliando, mi è venuto di considerarla come una forma di protesta persino nuova, spiazzante, insolita e originale, anche se del tutto intempestiva e sbagliata nelle modalità: perché molti di questi giocatori, la maglia del Genoa davvero non l'hanno onorata, mai, e anche da parte mia sarebbe auspicabile che quanto prima la mettessero nel cassetto e andassero a indossarne qualcun'altra. E tuttavia, una tale protesta avrebbe avuto più senso, valore e impatto se attuata in maniera simbolica, ossia con un semplice invito a togliersela, la casacca, senza andare oltre. E comunque una protesta del genere, purché, come detto, ben organizzata e senza trascendere in derive teppistiche come invece è avvenuto ieri, la si sarebbe potuta mettere in atto a campionato concluso e a scempio tecnico completato. Averlo fatto a cinque giornate dalla fine, con la squadra che, è questo il paradosso, sarebbe salva se tutto finisse oggi, è stata una sciocchezza, l'ennesima dimostrazione della scarsa capacità raziocinante di chi fa il tifoso sette giorni su sette e ha preso possesso dello stadio.
TEPPISTI E SICUREZZA - No: il brutto del pomeriggio di Marassi non è stata questa resa, pur avvilente,  dei giocatori ai desiderata di una parte del pubblico. Il brutto è stata l'ennesima Caporetto organizzativa e dell'apparato di sicurezza, l'incapacità di tenere fuori dagli impianti i violenti e le loro attrezzature, petardi o fumogeni che siano; l'incapacità di impedire che uno sparuto drappello di male intenzionati migrasse da un settore all'altro dello stadio con intenzioni bellicose; l'inadeguatezza di un servizio d'ordine che, oggi come al famoso derby romano del 2004, non è stato in grado di proteggere né la maggioranza degli spettatori pacifici (fra cui tanti bambini: torneranno mai allo stadio?), né quelli che stavano in campo, di dare loro la sicurezza necessaria per continuare serenamente la gara; perché se questa sicurezza ci fosse stata, credo che né Preziosi né i giocatori, il disorientato capitan  Rossi in primis, avrebbero scelto la via del compromesso (togliere le casacche) per tenere buoni i teppistelli. E se hanno scelto di comportarsi così nonostante le rassicurazioni, allora, invece di accusarli, occorre porsi pesanti e pressanti interrogativi su quanto pesante sia diventato il clima di soggezione e di intimidazione. 

                                          Marco Rossi, capitano del Genoa

Povero Marco Rossi: addirittura rimbrottato dagli alti papaveri, perché non avrebbe dovuto assolutamente sfilarsi la maglia. Addirittura rinnegato da una parte della tifoseria, lui, la Bandiera, il Capitano che ha seguito il Genoa anche in Serie C, improvvisamente ritenuto non più degno perché "gliel'ha data vinta", mentre Sculli, lui sì cazzutissimo, la divisa sociale se l'è tenuta addosso, perché non ha paura di nessuno, lui. Certo non viene in mente ad alcuno che il povero Rossi abbia scelto di fare l'unica cosa possibile, in quel momento, per evitare che la situazione degenerasse e per portare a termine quella sciagurata partita, limitando oltretutto i provvedimenti disciplinari a carico della società. 
IMPOTENZA CONTRO I VIOLENTI - Così, abbacinati dalla violazione della sacralità delle maglie, i potenti del football promettono pene esemplari e gli opinionisti annuiscono, soddisfatti. Non sono stati in grado di proteggere Marchino Rossi, gli altri giocatori, pulcini bagnati in mezzo al caos, e nemmeno gli spettatori (quasi tutti, of course) che a Marassi volevano solo stare vicini all'amato Genoa nel momento più difficile della sua storia recente. E ancora prima, molto prima, hanno lasciato sole le società, che certo non sono immuni da colpe, ma che hanno ben pochi mezzi pratici per opporsi al fenomeno della malefica invadenza di certa tifoseria (organizzata o meno) nella vita dei club. Tifoseria che si erge a portavoce di tutti i sostenitori, fuori e dentro gli stadi, perché, sai, loro vanno in trasferta e seguono la squadra tutte le domeniche, quindi ne sanno più di tutti e hanno sempre più voce in capitolo degli altri, e loro non sbagliano mai; gente che spesso tiene in scacco i club, dirigenti e giocatori, arrivando addirittura a imporre scelte strategiche che dovrebbero essere di esclusiva competenza dello staff tecnico e societario. Scindere il legame malato fra calcio e ultras è il primo di una serie di passi da compiere per cominciare a salvare questo sport: qualcuno avrà il coraggio di iniziare? 
Il presidente del Genoa Preziosi, che per qualcuno rimarrà sempre l'uomo della valigetta (mai esistita, invenzione di un fazioso giornalista locale) ma che le sue colpe "sportive" le ha ampiamente pagate (non tutti, nel calcio di Serie A di oggi, possono dire altrettanto), al termine del disgraziato match col Siena ha lanciato un grido di protesta e di aiuto forte e chiaro, senza giri di parole, come in passato, forse, il solo Lotito aveva trovato il coraggio di fare. Bene, che chi ha il potere lo ascolti, invece di lanciarsi in filippiche e reprimende populiste che sentiamo da anni, dopodiché quando passa l'indignazione del momento i motorini tornano a volare giù dagli spalti, i rubinetti ad essere lanciati in campo e i tifosi veri, soprattutto i giovanissimi, si allontanano sempre più da questo mondo, preferendo il calcio da salotto o altri sport più pacifici.